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martedì 22 luglio 2025

#AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi


 Buongiorno, oggi è il 22 luglio.

Secondo alcuni storici il 22 luglio 776 a.C. iniziarono le prime Olimpiadi greche.

Le Olimpiadi antiche furono istituite nel 776 a.C. a Olimpia, in Grecia. Esse, come ci ricorda il poeta lirico Pindaro, vissuto in Grecia tra il 500 e il 400 a.C., sono le manifestazioni più importanti tra i cosiddetti “giochi panellenici” (Giochi Olimpici, Istmici, Pitici, Nemei): “Come l'acqua è il più prezioso di tutti gli elementi, come l'oro ha più valore di ogni altro bene, come il sole splende più brillante di ogni altra stella, così splende Olimpia, mettendo in ombra tutti gli altri giochi”.

Vengono tramandate diverse versioni sulla loro origine, sia sul piano storico, sia su quello mitologico.

Relativamente a quello storico, la fonte principale da cui attingere documentazione è Pausania il periegeta, geografo con interessi artistici e antiquari vissuto nella seconda metà del 2° sec d.C., che afferma che i Giochi sono nati in seguito ad un atto politico, ossia all’accordo tra il re dell’Elide, Ifito, e il re di Sparta, Licurgo, per rendere la città di Olimpia un territorio neutrale, sacro e inviolabile; le Olimpiadi sarebbero state il simbolo della tregua politico-militare tra i due re. Tale notizia è riportata anche dallo storico Plutarco, che trova conferma del patto tra i re nell’iscrizione incisa su di un disco bronzeo custodito nel tempio di Hera, nel recinto sacro dell’Altis. 

Per quanto riguarda la mitologia, invece, numerose sono le versioni tramandate sull’origine dei Giochi da Pindaro e Pausania. Il poeta, nella prima delle 14 Odi olimpiche, narra il mito di Enomao, re di Pisa d'Elide, che era rappresentato sul frontone occidentale del tempio di Zeus a Olimpia. Il sovrano, dal momento che un oracolo gli aveva predetto che sarebbe morto per mano del futuro genero, era determinato a impedire le nozze della figlia Ippodamia; confidando nella superiorità dei cavalli divini che gli  erano stati regalati da Fetonte, a ogni pretendente proponeva una corsa di carri da Pisa a Corinto, con il patto che se lo avesse sconfitto avrebbe sposato Ippodamia, in caso contrario sarebbe stato ucciso. Dopo la morte di tredici aspiranti si presentò Pelope, figlio del re frigio Tantalo, alla guida di un carro condotto da cavalli alati, che gli erano stati donati da Poseidone. Scorgendo, però, le teste dei pretendenti sconfitti appese alle porte del palazzo di Enomao, Pelope perse la fiducia nelle proprie possibilità e per essere sicuro di aggiudicarsi la corsa pensò di avvalersi dell'aiuto di Mirtilo, figlio di Ermes e auriga del carro di Enomao, promettendo che gli avrebbe permesso di passare una notte con Ippodamia se lo avesse messo in condizione di vincere la corsa; Mirtilo accettò l'offerta e tolse i perni degli assali del carro di Enomao, sostituendoli con pezzi di cera. Durante la corsa, le ruote si staccarono, il carro si rovesciò ed Enomao morì. Pelope, quindi, vinse la sfida ma, non avendo intenzione di mantenere la promessa fatta a Mirtilo, lo gettò in mare. Mentre moriva, Mirtilo lo maledisse e Pelope, per sfuggire all'anatema, tentò di conciliarsi i favori di Zeus organizzando in suo onore i primi Giochi di Olimpia. Un'altra versione del mito narra che Pelope, dopo aver vinto la sfida con Enomao, sposò Ippodamia e divenne sovrano di Pisa, estendendo il suo dominio su tutta la penisola, cui diede il nome di Peloponneso; alla sua morte fu sepolto nella valle dell'Alfeo, nella località in cui poi sorse la città sacra di Olimpia e, in seguito, in suo onore si sarebbero svolti i primi Giochi Olimpici, con la partecipazione delle tribù  della regione. Una terza tradizione attribuisce la fondazione dei Giochi a Eracle, che li avrebbe istituiti per rendere grazie agli dei dopo aver ucciso Augia, re dell'Elide, che gli aveva commissionato la pulitura delle stalle e si era poi rifiutato di pagargli il compenso pattuito; in quella occasione, fu consegnato ai vincitori un ramo d'ulivo, premio che nel simbolismo olimpico sarebbe diventato l'emblema della vittoria.

Le Olimpiadi, per circa quattro secoli furono disputate solo in contesto greco; la partecipazione si allargò solo in seguito, quando cominciò a farsi sentire l’influenza macedone e i Macedoni stessi furono ammessi alle gare, acquistando così il diritto di essere Greci a tutti gli effetti. Il contesto si ampliò ancor più quando i Romani conquistarono la Grecia, ma in contemporanea iniziò anche il processo di decadenza dei Giochi. Eventi salienti furono il tentativo da parte di  Silla di spostare le gare a Roma e l’episodio in cui Nerone ritardò addirittura le Olimpiadi di 2 anni per permettere la propria partecipazione: egli conseguì 6 vittorie, in chiave di atleta, ma anche di artista: corsa di carri, quadriga con puledri, concorso per araldi, tragedi, citaredi, tiro a dieci cavalli (67 d.C.). Al popolo conquistatore non piaceva l’agonismo greco: anche Roma ospitava delle gare, i ludi maximi, a cui partecipavano prevalentemente schiavi e persone appartenenti ai ceti più modesti, ma essi avevano come fine divertire gli spettatori e non la vittoria. Inoltre, i Romani criticavano l’atletismo per la sua collocazione esagerata nella scala dei valori sociali; gli atleti, infatti venivano considerati “µόνος καὶ πρώτος”, “πρώτος ἂνθροπος”, godevano di grande fama, vantaggi materiali e privilegi, come statue, il diritto di sedere vicino al re, esenzione dalle tasse, cariche. In questo periodo, per di più, si diffuse sempre maggiormente il professionismo degli atleti: essi venivano, infatti, seguiti da allenatori (“γυμνασταί”) che si basavano su metodi di allenamento scientifici, e si alimentavano in modo sempre più conforme al loro sforzo fisico (aumentò in maniera consistente, per esempio, il consumo di carne). Si verificarono i primi casi di corruzione dovuti alla sete di denaro e di vittoria. Con la diffusione del cristianesimo, poi, le Olimpiadi subirono il loro ultimo colpo: infatti, vennero sempre più aspramente criticate le feste e i riti pagani, in quanto considerati immorali, violenti, ridicoli, assurdi, e le Olimpiadi vennero considerate tali; la loro fine ufficiale risale all’anno 393 d.C., con l’editto antipagano di Costantinopoli emanato da Teodosio I su influenza del Vescovo di Milano Ambrogio.

Le Olimpiadi venivano organizzate ogni quattro anni tra i mesi di Apollonio e Partenio, in estate, in modo che il terzo giorno, quello centrale, desse con il secondo o terzo plenilunio dopo il solstizio d’estate. Alcuni mesi prima, degli ambasciatori, chiamati “σπονδόφοροι”, annunciavano in tutta la Grecia l’inizio delle feste, mentre un mese prima gli atleti dovevano trovarsi a Elide: a questo punto essi potevano ancora rinunciare alla partecipazione. Da questo momento gli atleti venivano tenuti sotto una stretta sorveglianza, anche per quanto concerne l’alimentazione: la loro dieta prevedeva, infatti, un  consumo di pane, fichi, formaggio e carne. In seguito giungevano ad Olimpia anche i famigliari degli atleti e i loro allenatori, oltre alle rappresentanze ufficiali delle πόλειϛ, che si accampavano in tende. Gli atleti godevano, invece, del privilegio di poter alloggiare nel “Λεονιδάιον”, un edificio, costruito negli anni 330- 350 a.C., quasi quadrato (80 metri x 74), costituito da una corte centrale circondata da un peristilio di quarantaquattro colonne doriche su tutti e quattro i lati; il lato ovest era il più grande rispetto agli altri e ospitava le camere più vaste, forse addirittura disposte su due piani; all’esterno dell’edificio correva un colonnato continuo di centotrentotto colonne ioniche. A Olimpia convergevano poi anche oratori, letterati, musici e politici. Altre figure importanti erano gli “θεόκολοι”, che organizzavano riti religiosi e sacrifici, gestivano i templi ed erano i soli autorizzati a risiedere nel santuario olimpico, gli araldi, ossia gli annunciatori ufficiali, e i giudici; avevano questa funzione sia i cosiddetti ellanodici sia il Gran Consiglio, la “βουλή.” I primi indossavano tuniche di porpora e corone di foglie d’ulivo, sedevano in una tribuna riservata ed erano divisi in tre collegi; essi conoscevano perfettamente le regole olimpiche, dal momento che erano sottoposti al un lungo e faticoso tirocinio, e avevano il compito di verificare l’idoneità degli atleti e di far rispettare le norme che disciplinavamo lo svolgimento dei Giochi Olimpici; sono ricordati per la loro incorruttibilità, ad eccezione dell’episodio di Nerone. Il secondo, invece, era formato da membri che risiedevano a Olimpia, eletti per un quadriennio; custodiva le regole delle competizioni e aveva competenze amministrative; era, inoltre, una giuria di appello contro le decisioni dei giudici. Le sanzioni principali consistevano nell’espulsione dai giochi, in sanzioni pecuniarie e in pene corporali.

Per quanto riguarda il programma delle gare, durante le prime tredici Olimpiadi gli atleti si cimentarono in un’unica gara, lo stadion, e quindi la manifestazione durava un solo giorno; successivamente, in seguito all’inserimento di altre gare, la durata delle Olimpiadi crebbe a cinque/sei giorni. Il tutto iniziava con un corteo da Elide verso Olimpia di due giorni. Il terzo giorno il corteo entrava ad Olimpia e, presso il  recinto dell’Altis e la statua di Zeus, celebrava sacrifici e pregava; si teneva poi il giuramento degli atleti, l’ὠρκός: essi dichiaravano di avere i prerequisiti per l’ammissione alle gare e di essersi allenati per 10 mesi, nel rispetto delle regole; seguiva a ciò l’ecatombe, ossia un sacrificio di cento buoi. In seguito, venivano sorteggiati gli atleti per la composizione dei turni eliminatori. Si disputavano poi le gare: lo stadion, gara di corsa veloce di lunghezza corrispondente a quella dello stadio (a Olimpia 192,27 metri), il diaulos (1200 piedi, 400 metri circa di lunghezza), il dolichos (da 7 a 24 stadi, da 1500 a 5000 m circa), la lotta, il pentathlon (corsa, salto in lungo, lancio del giavellotto, lancio del disco e lotta), il pugilato, gli agoni ippici, il pancrazio (una combinazione di lotta e pugilato senza esclusione di colpi, l’oplitodromia, ossia la corsa con le armi. Ruolo fondamentale svolgeva anche la corsa con il carro, che si svolgeva su una pista nettamente più lunga di uno stadion e prevedeva più giri di essa attorno a delle mete. Venivano in seguito premiati i vincitori con una corona di ulivo e ghirlanda, gli atleti facevano il giro dello stadio e veniva, infine, eletto l’atleta eponimo, che dava cioè il nome all’Olimpiade. La manifestazione si concludeva con sontuosi banchetti, in seguito ai quali iniziava il viaggio di ritorno per tutti coloro che erano convenuti ad Olimpia.

Senza dubbio, i protagonisti della manifestazione erano gli atleti. Essi appartenevano all’elite sociale: erano, infatti, tutti aristocratici, dal momento che necessitavano di molto tempo libero e dovevano pagarsi degli allenatori privati; tuttavia, ci furono casi in cui dei benefattori contribuirono al pagamento di maestri e istruttori per chi non fosse di estrazione sociale elevata. L’etica dell’atleta era fondata sulla fatica (“πόνος”), sul coraggio (“ἀνδρεία”) e sulla resistenza (“καρτερία”); era, dunque, necessario che gli atleti avessero un complesso di qualità fisiche e morali. L’atleta mirava unicamente alla vittoria e al successo individuale; solo in questo modo era possibile che si eternasse la sua fama (“κλέος”); egli, infatti, era considerato “baciato dalla buona sorte” (“ὂλβιος”): questo epiteto aveva anche valenza religiosa. Gli atleti, inoltre, erano considerati degli eroi e grazie a loro la comunità poteva festeggiare il trionfo della vita sulla morte. Essi, insomma, impersonavano il concetto greco del “καλός κʹἀγαθός”, letteralmente “bello e buono”, che metteva in diretta relazione la sfera etica e quella estetica della persona. Come ci ricorda Pindaro, (Olimpica I, 95- 101), infatti, “è là, ad Olimpia, che si affrontano i corridori più veloci, là che si giudicano la forza, il valore, la resistenza alle fatiche. E il vincitore, per il resto della sua vita, conosce la felicità e la gioia. È una gioia che si trasmette nel tempo, nei giorni: è la gloria, bene supremo per gli uomini”. Scrive ancora il poeta (Olimpica VIII, Ode 69, 86-87) che il secondo classificato avrebbe patito come tutti gli altri un “odioso ritorno a casa e una fama non gloriosa” e i non vincitori “lungo i vicoli, scansando i nemici, sono mortificati e colpiti dalla sfortuna”. Per partecipare alle gare, bisognava avere determinati prerequisiti, ossia essere di pura discendenza greca, di condizione libera e figli di Greci liberi, iscritti alle liste civiche e immuni da condanne penali; obbligatorio era poi un periodo preparatorio di un mese nel ginnasio di Elis. Gli atleti gareggiavano in un primo tempo con un gonnellino succinto stretto da una cintura, in seguito nudi; i vincitori ricevevano in premio una corona di olivo selvaggio composta di rami del santuario di Zeus; non erano previsti vantaggi economici, ma numerosi premi onorifici, tra cui il privilegio di iscrivere il proprio nome nella lista dei vincitori, di erigere una propria statua, di sfilare su di un carro da parata attraverso la propria città nel momento del rientro in patria, di erigere il proprio ritratto in luoghi pubblici, in banchetti sacri e in ginnasi o palestre, di essere mantenuti a spese dello stato, di avere posti riservati a teatro. Il loro ricordo dei più famosi atleti è stato tramandato ai posteri anche grazie all’epinicio, un genere letterario nato nel VI secolo, dedicato esclusivamente ai vincitori sportivi; questa forma di poesia corale celebrativa veniva declamata durante i festeggiamenti in occasione del ritorno in patria o, più raramente, sul terreno di gara. Non esaltava solo gli atleti, ma anche la loro stirpe e la loro patria: l’evento sportivo veniva descritto solo brevemente e il vincitore era elevato in una sfera sovrumana di racconti mitologici. Infine, bisogna sottolineare che gli atleti erano esclusivamente uomini; alle donne, infatti, non era permesso né assistere né partecipare ai giochi, eccetto come proprietarie di cavalli nelle corse con i carri. Sono solo tre i casi di vittorie femminili in quest’ultimo caso a noi noti.

Numerose sono le raffigurazioni di atleti nell’arte antica; le due più celebri sono il Discobolo di Milone e il Diadumeno di Policleto. Il Discobolo risale al 450 a.C. ed è una statua raffigurante un atleta impegnato nel lancio del disco, nel momento di massima tensione che precede l’azione. L’atleta tiene, infatti, alzato il braccio con cui sta per lanciare; il peso del corpo allenato poggia tutto sulla gamba destra piegata, con il piede ben saldato a terra, mentre la gamba sinistra, più arretrata, asseconda il movimento. Il tronco compie una potente torsione a destra, le armoniose braccia sono distese a formare un arco che dalla mano sinistra, poggiata sul ginocchio destro, passa per le spalle, terminando nel disco sollevato in alto dalla mano destra; il capo dai capelli corti e ricciuti è rivolto verso il braccio che lancia. Tutto ciò forma una  costruzione geometrica, che raffigura un semicerchio e un doppio triangolo; il volto esprime, invece, misurata e tenue concentrazione, determinazione e intelligenza; è stato però fortemente criticato da Plinio il Vecchio nella “Naturalis Historia”. Pecca della statua è la concezione esclusivamente frontale: guardato di profilo, il corpo risulta eccessivamente schiacciato su un unico piano; novità sul piano scultoreo è, invece, il mutamento della concezione di equilibrio, dal momento che non vengono più eliminate le forze e le tensioni, ma vengono controllate attraverso un equilibrio di forze uguali e contrarie. Il Diadumeno è, invece, una statua del 430/425 a.C. e raffigura un atleta che si stringe una benda, la tenia, intorno alle chiome dopo la vittoria di una gara; peculiari sono la geometrizzazione della figura, la sua accurata ponderazione e la struttura chiastica. Le braccia allargate tengono i due capi del nastro e nel volto vi è ricercata riflessività; il baricentro della figura, inoltre, cade al centro delle gambe e il dinamismo trattenuto annulla ogni impressione di staticità. La statua non è più un oggetto frontale, ma un volume che si articola e si muove in tutto il suo spazio tridimensionale.

Le Olimpiadi rivestivano una grandissima importanza nel mondo antico. Esse avevano un ruolo fondamentale al punto che il calendario greco prese le mosse dalla data delle prime Olimpiadi (776 a.C.); fu lo storico Timeo da Tauromenio, nelle Όλιμπιονίκαι a fissare per primo su base scientifica una precisa cronologia per la storia, introducendo l’uso di datare gli eventi storici e letterari in base alle Olimpiadi nelle quali si erano verificati; questo metodo di datazione fu recepito da molti altri, per esempio da Eratostene di Cirene, terzo bibliotecario della biblioteca di Alessandria, che compilò anche un elenco di vincitori nelle gare olimpiche (Όλιμπιονίκαι), e da Polibio. Con il termine Olimpiade, infatti, letteralmente, si intende il periodo di quattro anni che intercorre tra un’edizione e l’altra dei Giochi.

lunedì 19 agosto 2024

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 19 agosto.
Il 19 agosto 480 a.C. si combatte la battaglia delle Termopili.
Dopo un viaggio lunghissimo, Serse re dei re di Persia, si trovava ad un passo dal proprio obiettivo: sottomettere i turbolenti e rissosi greci.
La sua diplomazia e le sue spie avevano seminato con successo la discordia tra i nemici e oggi c'erano più greci nel suo esercito che contro di lui: i pochi che resistevano si erano segnalati per l'irritualità con la quale avevano risposto alla sua offerta di cedergli la terra e l'acqua, la formula con la quale egli chiedeva la sottomissione. Gli ateniesi avevano scaraventato i suoi emissari in una fossa e gli spartani in un pozzo, e avevano aggiunto, per colmo di misura, che se volevano la terra e l'acqua le scavassero fuori da lì.
La campagna si sarebbe comunque presto conclusa con l'invasione tanto dell'Attica e quanto del Peloponneso, le ultime aree di resistenza: un'armata mai vista prima in Grecia sarebbe avanzata inarrestabile, seppure a fatica vista la sua mole, lungo le frastagliate coste della Grecia, seguita a distanza da una flotta dalla quale dipendeva il suo sostentamento.
L'unico problema per i Persiani era riuscire a muoversi perché un esercito tanto grande avrebbe dovuto marciare su più strade per essere meno lento. Ma da un lato la Grecia non ne forniva molte e dall'altro la presenza del re dei re rendeva in qualche misura anche "coreografica" (avrebbero detto i greci) la colonna persiana che si estendeva per decine di chilometri.
Così, quando Serse giunse ad un passaggio obbligato del percorso costiero, chiamato le Termopili per via delle fonti calde che vi sgorgavano, luogo scelto dai suoi avversari per sbarrargli la strada, decise di offrire loro l'occasione di andarsene indisturbati: 5 giorni di tempo, quanto a lui serviva affinché la lunga colonna del suo esercito si radunasse.
Le Termopili oggi ricordano appena quello che erano 25 secoli fa. La terra ha preso il posto del mare ed è quindi difficile rendersi conto di quanto fosse stretto allora il passaggio: non più di 15 metri.
In una simile condizione, i persiani non avrebbero potuto impiegare altro piano di battaglia che l'attacco frontale, ammesso che si possa definire tale: sarebbe stato come fare una battaglia in un corridoio.
DI fronte a loro un esercito sicuramente risibile ma comunque nelle migliori condizioni possibili per resistere a lungo.
Erodoto enumera con una certa precisione le forze greche presenti al comando del re spartano Leonida: 300 Lacedemoni (l'Hippeis spartana, ovvero la cavalleria, in effetti la guardia di fanteria montata del re), 500 di Tegeia e altri 500 di Mantineia, 120 dall'Orcomeno, 1.000 dall'Arcadia, 400 da Corinto, 200 da Pilos e 80 da Micene. Quindi 700 da Tespi, 400 da Tebe, 1.000 dalla Focide ai quali si deve aggiungere un numero sconosciuto ma consistente dalla Locride. Quindi oltre 5.200, forse 6.200, secondo Erodoto.
Le cifre di Diodoro Siculo riducono i greci a 4.000, mentre Pausania arriva ad 11.000.
Dovendo aggiungere alle cifre di Erodoto anche gli Iloti al servizio dei Lacedemoni e un po' di truppe ausiliarie non si dovrebbe andare molto lontano dai 7,500 uomini.
Quanti fossero i Persiani non si sa. Per Erodoto tra esercito e truppe di supporto in Grecia entrarono oltre 4 milioni di nemici: un numero che l'avrebbe fatta sprofondare solo per il loro peso.
Erodoto cita però 29 comandanti di Baivabaram, un'unità dell'esercito persiano composta da 10.000 uomini, e quindi in linea teorica i persiani non dovevano essere più di 290.000, probabilmente molti di meno, considerando la fatica compiuta per arrivare fino alle Termopili.
Nonostante la sproporzione dei numeri, i greci non accettarono la proposta di Serse e lasciarono trascorrere i 5 giorni di tregua. Alcuni se ne sarebbero andati volentieri ma non re Leonida e gli Spartani: e il loro esempio valse a trattenere i più titubanti.
Giunto il quinto giorno Serse fece un ultimo tentativo di accordo: offrì a Leonida di nominarlo re di tutta la Grecia, con l'unica condizione di essere subordinato allo stesso re dei re.
Ricevuto il rifiuto di Leonida, Serse allora gli ingiunse di cedere le armi, ma lo Spartano rispose semplicemente "vieni a prenderle".
I Persiani si infilavano nell'imbuto costituito da quella lingua di sabbia tra mare e dirupo: in una colonna lunga quasi un chilometro, 10 mila alla volta, settecento tonnellate di carne umana si gettavano contro uno sbarramento irto di punte di lancia: già dopo poche ore davanti ai Greci dovevano esserci centinaia e centinaia di cadaveri.
La schiera degli opliti greci sembrava inattaccabile: la loro compattezza e le loro armature li difendevano dagli attacchi persiani che si succedevano uno dietro l'altro, e nelle pause i Greci si alternavano al combattimento.
I Persiani avrebbero potuto bersagliare i Greci con giavellotti e frecce, ma l'attacco corpo a corpo sembrò non solo la soluzione più rapida, ma anche l'unica praticabile.
Contro gli arcieri, infatti, i Greci avrebbero potuto chiudere la distanza con una carica e la folla di nemici si sarebbe trasformata in un caotico ingorgo di uomini ancora peggiore.
Per due giorni, Serse insistette negli attacchi, provando anche ad inviare gli Immortali, la sua guardia personale. Ma l'unico risultato visibile era l'innalzarsi della montagna di morti davanti alla posizione dei Greci.
In realtà le fila dei Greci si stavano assottigliando, la loro resistenza fisica doveva essere allo stremo perché non erano abituati a combattimenti così prolungati. Il caldo e il sudore dovevano rendere impossibile l'uso delle armature e degli elmi e persino reggere il pesante scudo oplitico doveva essere una tortura.
Alla fine del secondo giorno, un Greco di nome Efialte spiegò a Serse che il valico delle Termopili poteva essere aggirato percorrendo un sentiero sulle colline. Era un colpo di fortuna inatteso ed era l'unico modo per scardinare la posizione.
Il re dei re non perse tempo e inviò immediatamente truppe sufficienti a prendere i Greci in una tenaglia.
Sulla strada incontrarono un contingente di Focesi che Leonida aveva appositamente collocato a cavallo di un passo proprio per impedire simili eventualità.
La sorpresa fu reciproca: ma i Persiani reagirono per primi inondando di frecce i Focesi che non seppero fare di meglio che ritirarsi su un colle per apprestarsi a resistere.
Ma i Persiani non avevano tempo da perdere e un nemico più importante che li attendeva, e proseguirono per loro strada.
Avvisato dell'imminente apertura di un secondo fronte alle sue spalle Leonida permise a chi voleva di lasciare in tempo la posizione per mettersi in salvo.
Lui con gli Spartani e i loro Iloti, i Tespiesi e i Tebani, sarebbe rimasto a trattenere i Persiani.
Ingiustamente i Tebani sono passati alla storia per essere stati trattenuti come ostaggi: non è  realistico che Leonida tenesse presso di sé tanti possibili disertori, ma è più probabile che fossero fuoriusciti Tebani, oppositori del partito della madrepatria che invece era schierato ormai apertamente per Serse.
Che i Persiani fossero tutt'altro che sprovveduti si può capire dall'abilità con cui gestirono questo doppio attacco: in entrambe le direttrici avevano un'enorme superiorità numerica ma, visto i precedenti, le cose sarebbero potute comunque andare storte.
Invece i due attacchi furono ben coordinati e i Greci furono costretti a trovare rifugio per un'ultima disperata resistenza su un poggio alle spalle del muro.
Leonida era già morto, il suo cadavere conteso cambiò di mano 4 volte e quando alla fine rimase nelle mani di Serse questi lo oltraggiò decapitandolo e facendone crocifiggere il corpo.
Per impadronirsene aveva dovuto vincere l'ultima resistenza dei Greci e sterminarli lì dove si erano arroccati: circondati li fece sommergere di frecce per evitare di subire altre perdite.
La battaglia era finita, ma non la guerra di Serse che però non si sarebbe risolta con una battaglia di terra, ma con lo scontro navale a Salamina.
Qual è il significato militare della battaglia delle Termopili? Alto, perché aveva confermato nei greci il risultato della battaglia di Maratona, ovvero li aveva convinti della propria superiorità morale e materiale sui Persiani, a condizione di individuare la chiave tattica migliore per esplicarla.
Il risultato politico fu forse ancora maggiore, perché dopo le Termopili i margini di trattativa tra i Greci e i Persiani si erano annullati: la coalizione greca non poteva più contemplare la resa ma era ormai costretta a resistere, perché la pazienza e la benevolenza del re dei re si era ormai esaurita.
I Greci erano costretti ad essere compatti e seppero trarne vantaggio.

venerdì 10 febbraio 2023

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 10 febbraio.
Il 10 febbraio del 342 a.C. è probabilmente nato il filosofo greco Epicuro.
Epicuro, fondatore e maggior rappresentante della scuola epicurea, nacque a Samo nell’anno 342 a. C.. Apprese dai suoi maestri il pensiero di Platone e quello di Democrito. Ebbe anche modo di accostarsi alle opere esoteriche di Aristotele. Tenne scuola a Mitilene e a Lampsaco, per poi trasferirsi ad Atene dove fondò una scuola, detta il Giardino, che fu molto frequentata, nonostante la contemporanea presenza nella città dell’Accademia e del Liceo. Scrisse molte opere, tra cui una Sulla natura, una Sul criterio o canone e le Massime capitali. Quest’ultimo scritto ci è pervenuto, assieme a tre lettere e ad alcuni frammenti. Morì ad Atene nel 270 a. C..
La logica epicurea, detta canonica, è intesa come una tecnica per la ricerca della verità ed ha una funzione propedeutica alla dottrina epicurea vera e propria. Base di ogni sapere è la sensazione, dalla quale dipende ogni nostra conoscenza. La sensazione, di suo, è sempre vera e se l'uomo incorre spesso in errore ciò è dovuto al fatto che questi non si attiene alla semplice evidenza sensibile, ma la falsifica con supposizioni, anticipazioni avventate e pregiudizi. E' l'intelletto quindi a sbagliare e per correggere i suoi errori è necessario rivolgersi all'esperienza, riattivando, con ulteriori sensazioni, l'evidenza genuina.
La fisica epicurea risente in maniera molto marcata dell’insegnamento di Democrito. Il mondo è formato di atomi e di vuoto. Gli atomi sono indivisibili e di numero infinito, distinguendosi per figura geometrica, peso e grandezza, e dotati di moto. Il vuoto è invece incorporeo ed intangibile: la sua esistenza è ciò che permette il moto degli atomi. Gli atomi si muovono in verticale, dall’alto in basso, in modo leggermente inclinato, il che permette agli stessi di scontrarsi l’uno con l’altro e di generare il mondo, secondo una legge d’aggregazione collegata alla loro massa ed alla loro forma geometrica. L’universo è un insieme infinito di mondi che si fanno e si disfanno in continuazione. Anche gli dei e le anime sono costituiti di atomi, i quali però hanno una natura speciale. Gli dei hanno una forma analoga a quella umana e vivono un’esistenza completamente distaccata dalle vicende terrene, di cui si disinteressano totalmente.
La parte più importante ed originale del sistema epicureo è sicuramente la sua etica, la quale è improntata ad un'impostazione prettamente edonistica. Dato che il mondo è senza scopo ed ogni cosa è affidata al caso, l'uomo non può avere altro fine che quello di sfuggire al dolore e ricercare il piacere, in modo da raggiungere il massimo di felicità permessa dalla sua condizione. Se l'uomo non è in generale una creatura felice, questo dipende dai mali derivanti dalla sua ignoranza e dalla sua superstizione. Questi mali si possono ridurre a quattro tipi fondamentali (dottrina del tetrafarmaco):
1) Il male derivante dal timore degli dei. La dottrina epicurea dimostra però che gli dei non possono occuparsi delle passioni umane, essendo totalmente estranei al nostro mondo. Del resto, se si prendessero briga delle nostre passioni, perderebbero la perfetta felicità che è tipica della loro natura divina. Il fatto poi che essi non si diano cura dei nostri mali conferma la loro completa indifferenza nei nostri confronti. Infatti: o gli dei vogliono togliere i mali, ma sono impotenti rispetto ad essi; oppure possono toglierli, ma non lo vogliono malvagiamente fare; o ancora non possono e non vogliono. Tutte e tre queste ipotesi però sono contrarie all'idea stessa degli dei come esseri perfetti. Pertanto, non rimane che ammettere che gli dei non si occupano degli uomini e che da essi non c'è assolutamente nulla da temere.
2) Il male che deriva dal timore della morte. Questo timore è assurdo, in quanto la morte implica il venire meno di tutte le sensazioni e, pertanto, anche delle sensazioni spiacevoli. Dove c'è l'uomo, infatti, non c'è la morte e dove c'è la morte non c'è l'uomo.
3) Il male che deriva dal timore del male fisico o morale. Questi sono mali reali. Ma i dolori fisici, quando sono particolarmente acuti, non hanno mai una durata particolarmente lunga, poiché nel peggiore dei casi ce ne libera la morte. I dolori dell'anima sono più gravi, poiché questa non soffre solamente dei mali presenti, ma anche di quelli futuri. A questi ultimi è possibile però opporsi con la saggezza, vale a dire per tramite dell'indifferenza e dell'imperturbabilità.
4) Il male che deriva dai nostri desideri insoddisfatti. A questo male, che è il più diffuso ed il più pernicioso, è possibile sfuggire imparando a porre dei limiti ai propri desideri.
L'edonismo epicureo è una ricerca del piacere inteso soprattutto come quella quiete derivante dall’assenza del dolore rispetto al corpo (aporia) e all’anima (atarassia). Epicuro organizza i piaceri secondo una gerarchia legata alla quantità di fatica che si deve spendere per realizzarli. Il piacere dell’anima è considerato un’amplificazione di quello corporeo ed è quindi a questo superiore. E’ necessario ricercare una forma di saggezza che permetta di valutare i singoli piaceri e scegliere fra di essi in base al grado di autarchia (il non aver bisogno di nulla per alimentarsi) e di assolutezza (non essere suscettibile di aumento o diminuzione nel tempo) degli stessi. Tale criterio esalta il valore del piacere catastematico, il quale consiste nella gioia derivante dal sentirsi esenti da dolori: gioia che è in sommo grado autarchica e assoluta.
La gerarchia dei piaceri ha al proprio vertice i piaceri naturali e necessari (quelli, ad esempio, derivanti dal placare la fame o la sete), i quali devono essere necessariamente perseguiti al fine di eliminare il dolore dal corpo. Al secondo posto vengono i piaceri naturali e non necessari (come il mangiar bene), ai quali il saggio si concede di tanto in tanto. All’ultimo posto vengono i piaceri non naturali e non necessari (come quelli derivanti dal sentirsi famosi, ricchi o potenti), che sono "illeciti", in quanto tendono a "turbare" la serenità.
Partendo da tali presupposti, Epicuro sconsiglia l’impegno nella vita politica ed invita a una "vita nascosta" e tendenzialmente asociale. I vincoli sociali derivano infatti dalla ricerca dei piaceri del terzo tipo e sono quindi, per loro natura, dannosi per il raggiungimento della felicità. L’unico vincolo che deve unire gli uomini tra loro è l’amicizia, derivante dallo spirito d’umanità, e che è in sé fonte di alcuni tra i piaceri più sublimi.

giovedì 21 luglio 2022

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 21 luglio.
Il 21 luglio 356 a.C. il tempio di Artemide ad Efeso, una delle sette meraviglie del mondo antico, viene distrutto.
L'Antica Grecia fu abitata dal 2000 a.C. da nomadi provenienti dalla Russia meridionale, che vi giunsero progressivamente fino al 1150 a.C. circa, chiamati Achei. Essi verso il 1450 a.C. occuparono Creta ed i loro mercanti presero il posto di quelli cretesi in tutto il Mar Egeo ed anche nelle isole di Rodi e di Cipro. Dopo il 1150 a.C. i Dori, anch'essi provenienti da nord, invasero brutalmente la Grecia, e molti dei suoi abitanti fuggirono, andando a fondare colonie in Asia Minore, a loro molto note per averci commerciato negli ultimi secoli, formando così la Grecia d'Asia. Tali colonie furono città libere, completamente indipendenti dalla madrepatria,  annoverando tra l'altro un padre della matematica come Pitagora. Tra i suoi grandi centri possiamo senz'altro includere Efeso, situata a nord di Mileto (che le sarà superiore nel commercio). Efeso, nella bassa valle del Caistro, sorgeva nel punto d'incontro delle strade che conducono verso la Lidia e la Mesopotamia, ed è da questa posizione strategica che ne derivò la floridezza. Con il tempo i luoghi dove sorgeva sono mutati, ed alluvioni torrenziali hanno oggi spostato la riva del mare a sei chilometri da dove era situato il porto. Celebre fu il suo teatro (delle opere teatrali la Grecia fu la culla), ma ancor più famoso fu il tempio dedicato ad Artemide, dea che i Romani identificheranno con il nome di Diana. La costruzione del tempio iniziò nel VI secolo a.C., in un periodo in cui le città greche dell'Asia Minore erano cadute sotto il dominio di Creso, re della Lidia, e la sua realizzazione fu lunghissima, richiedendo il contributo di più generazioni e proseguendo, quindi, anche dopo che la Lidia fu annessa da Ciro all'Impero Persiano.  Nel tempio, in posizione centrale, si poteva ammirare la statua di Artemide, raffigurata come una dea dalle molte mammelle. L'annoverazione del tempio di Artemide fra le sette meraviglie del mondo è frutto della stupenda architettura e delle dimensioni eccezionali del suo complesso. L'edificio più importante e più antico, fu costruito per ordine di Creso circa a metà del VII secolo, di questo abbiamo quale testimonianza delle iscrizioni in caratteri Lidi e greci che si trovavano sulle colonne del tempio.
I lavori furono diretti dall'architetto Chersifrone. La fama del tempio nella antichità era dovuta al diritto di asilo che questo elargiva e crebbe molto per i racconti legati a personaggi illustri e alla vita religiosa della città. Fin dai tempi più remoti il denaro necessario al sostentamento del tempio veniva procurato dai pellegrini, dai mercanti che affollavano la struttura e dai sacerdoti che vendevano le carni usate per i sacrifici. Si ritiene che nel VII secolo il santuario consistesse in una struttura simile ad un altare che cambiò varie volte e di due altri monumenti: l'Hekatompedon, così detto perché misurava 100 piedi e l'altare a rampa. Tutto ciò fu ricoperto con la costruzione del tempio e quella del cortile dell'altare. Il tempio aveva otto colonne sulla facciata e pare nove sul retro, non doveva essere ipetro (ossia a cielo aperto nella zona centrale, come il Didymaion presso Mileto), sebbene alcuni studiosi sostengono che il tempio fosse aperto alla pioggia, perché nella zona della cella fu trovato un tubo che serviva per eliminare l'acqua. L'accesso alla terrazza alta del santuario avveniva per mezzo di scalini di marmo costruiti attorno all'edificio come una gigantesca cornice. Il  basamento era largo 7,85 m e lungo 131 m. Plinio scrive che le colonne erano alte 20 m, snelle ed elegantemente scanalate (stile ionico), dei bellissimi capitelli sostenevano le travi tanto grosse da far sorgere una leggenda la quale narra di un intervento della  dea stessa per aiutare l'architetto ad erigerle, questi infatti demoralizzato dall'enorme difficoltà dell'impresa tentava il suicidio.
Il fregio non aveva figure ma solo una grossa dentellatura sulla cima più alta che sorreggeva il timpano. Quest'ultimo aveva tre aperture o finestre: quella centrale fornita di sportelli e al suo fianco si ergevano due statue di amazzoni. Plinio parla nel complesso di 127 colonne. La cella si trovava esattamente al centro dell'edificio. Non siamo certi del fatto che la statua della dea dominasse la cella, ma possiamo dedurre come la grandezza della statua fosse quella delle copie di epoca romana. La strana statua delle molte mammelle dell'Artemide Efesia rappresenta una dea madre.   
Gli elementi decorativi di figure di animali come cervi, leoni, grifoni, sfingi, sirene e api sono originari dell'Est. Le statue avevano una rilevante importanza in questo complesso, infatti di tutte le gare svoltesi fra i greci, quelle di scultura che si tennero nel V secolo per adornare il tempio risultarono uniche. Gli scultori delle statue di bronzo delle amazzoni, (qui però mostrate non in atteggiamento guerresco, ma di supplici che implorano rifugio nel tempio), furono invitati ad esporle in pubblico e le quattro giudicate migliori (quelle di Fidia, Policleto, Cresila e Fradmone) furono scelte per decorare il tempio. La celebrazione della pace di Callia del 450 a.C. fu l'occasione per questo avvenimento. Il tempio fu distrutto il 21 luglio del 356 a.C. da un certo Erostato, che lo incendiò col pretesto che con tale gesto, il proprio nome sarebbe rimasto negli annali della storia. Nella sezione più bassa degli scavi, in quello che è chiamato "deposito della fondazione", databile intorno al 600 a.C., furono rinvenute statuette d'oro, di legno, d'avorio, d'argilla, ed alcune erano raffigurazioni di Artemide come dea cacciatrice con l'arco o dea dell'Ade con una torcia.
Queste statue mostrano un miscuglio di forme orientali, lidie, persiane, ittite ed egizie. Una parte importante per la ricostruzione del tempio è costituita dalle monete che recano la sua immagine, nelle fondamenta del tempio sono state rinvenute 87 delle più antiche monete conosciute. Per ricostruire la facciata del santuario si utilizzò una sola moneta e non ci si rese conto che sulla moneta era stata operata una sintesi del numero esatto delle colonne (8), come risulta da altre monete. Dopo la distruzione da parte dei Goti, avvenuta nel 262 d.C., si era tentato di ricostruire il tempio che nel periodo classico poteva essere considerato l'espressione dell'immortalità  della Grecia Ionica. L'uso dell'edificio nel IV secolo era mal tollerato dalla religione cristiana, e per questo fu completamente distrutto da S. Giovanni Crisostomo. Si narra che la gente continuasse ancora ad adorare le pietre sottratte all'area sacra, la primissima e più venerata era la pietra caduta dal cielo, probabilmente un meteorite.
Il sito del tempio fu riscoperto nel 1869 da una spedizione finanziata dal British Museum, assieme a numerosi reperti e sculture provenienti dal tempio ricostruito, anche se oggi la perduta meraviglia del mondo non è più visibile.

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