Cerca nel web

Visualizzazione post con etichetta Filosofia. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Filosofia. Mostra tutti i post

lunedì 23 marzo 2026

#AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 23 marzo.
Il 23 marzo 1900 nacque a Francoforte sul Meno Erich Fromm. Figlio di un ricco commerciante israelita di vini, fu educato in un' atmosfera rigidamente religiosa. Dopo aver completato la sua educazione secondaria, nel 1922, a 22 anni, si laurea a Heidelberg in filosofia con una tesi " Sulla funzione sociologica della legge ebraica nella Diaspora ". Mentre prepara la sua dissertazione, Fromm è ancora un ebreo ortodosso che si interroga sui timori che suscitava "negli uomini semplici" la figura dell'ebreo. Tenta quindi di offrire delle spiegazioni, individuando nella legge la forza che garantisce al corpo sociale ebraico di permanere nel suo scontro con corpi storici estranei. Utilizzando gli strumenti concettuali di Max Weber, Martin Buber e Hermann Cohen, propone una ricostruzione sociologica delle origini della diaspora, del rabbinismo, dei rapporti con il cristianesimo e con l'islam con un excursus storico sul crinale di quella legge che evita l'autodistruzione e permette il compromesso con i non ebrei, preservando l'identità nel corso del tempo. Fromm concentra la sua analisi su alcuni momenti della storia religiosa che ritiene esemplari. Negli anni Settanta, sull'onda del successo dei suoi libri, la tesi viene pubblicata. In seguito studiò psicanalisi a Monaco svolgendo anche attività di psicanalista presso l'Istituto psicanalitico di Berlino e di Francoforte. Non si laureò in medicina. Cominciò a praticare la psicoanalisi nel 1925 e divenne presto famoso. Dal 1929 al 1932 fu assistente nell'Università di Francoforte, e nel 1930 la sua prima tesi sulla funzione delle religioni, fu pubblicata in "Imago", una rivista edita da Freud. Invitato all'Istituto di psicoanalisi di Chicago, visitò gli Stati Uniti nel 1933. Nel 1934, per opposizione al nazismo, lasciò la Germania per stabilirsi permanentemente negli Stati Uniti. Tenne lezioni all' Università di Columbia dal 1934 al 1939 e in altre università americane. Nel 1951 divenne professore del dipartimento di psicanalisi dell' Università nazionale del Messico. Nel 1955 fu nominato Direttore del dipartimento di psicologia della stessa Università del Messico col compito di dirigere l'addestramento di psicoanalisi e di psichiatria. Nel 1962 diventa titolare di una cattedra di psichiatria a New York. Erich Fromm è considerato uno dei maggiori rappresentanti della psicologia post-freudiana. La sua posizione propositiva è stata definita "Socialismo umanistico", utopia di un mondo umano che sappia realizzare le istanze sociali e superare l'alienazione dell'uomo, le spinte a fuggire dalla libertà, che sappia vivere l'amore per la vita. Le opere più importanti di Fromm sono: " Fuga dalla libertà " (1941); " Psicoanalisi e religione " (1950); " Il linguaggio dimenticato " (1951); " Psicoanalisi della società contemporanea " (1955); " L'arte di amare " (1956); " Buddismo, zen e psicoanalisi " (1960); " Marx e Freud " (1962); " Il cuore dell'uomo " (1964 ); " La rivoluzione della speranza " (1968); " Anatomia della distruttività umana " (1973); " Avere o essere " (1976); " Grandezza e limiti della psicoanalisi di Freud "(1979). Fromm insieme a Adorno, Horkheimer e Marcuse diventa uno dei maggiori esponenti della Scuola di Francoforte, che nei primi anni del secondo dopoguerra si afferma nella cultura tedesca. La nuova corrente di pensiero, fortemente influenzata dal marxismo, si ispira a diverse matrici culturali: la dialettica e la fenomenologia hegeliana, il nichilismo di Nietzsche e di Heidegger, la psicoanalisi di Freud. La Scuola con il marxismo ha un rapporto tormentato e complesso per motivi sia teorici che pratici poiché respinge il concetto cardine del marxismo del progresso sociale che conduce al consumismo e alla tecnocrazia. La Scuola si oppone ai regimi totalitari di ispirazione marxista degli anni Cinquanta e Sessanta. Il nucleo originario si costituisce a partire dal 1922 presso l'Istituto per la ricerca sociale di Francoforte, destinato a diventare particolarmente importante quando, nel 1931, ne prende la direzione Max Horkheimer. Dopo l'avvento del nazismo i componenti della Scuola sono costretti a trasferirsi all'estero, soprattutto negli Stati Uniti d'America e solo alcuni di loro torneranno in Germania alla fine della guerra. Il compito che la Scuola si prefigge è quello di svolgere ricerche collettive e interdisciplinari, tenendo presenti i metodi della sociologia, della ricerca storica, dell'economia politica e del marxismo. Oggetto di studio sono le società industriali e i modi di vivere che in esse tendono a realizzarsi. L'indagine è volta ad analizzare l'autoritarismo, il conformismo, l'alienazione che si presentano in forma più o meno latente nelle società industrializzate ed è condotta prendendo in considerazione anche le manifestazioni culturali e in particolare le avanguardie artistiche del Novecento. La contestazione giovanile del 1968 sembra ispirarsi alla Scuola di Francoforte che in questo periodo suscita pertanto un rinnovato interesse nel mondo della cultura. Di orientamento socialista e materialista, la Scuola ha elaborato le sue teorie e svolto le sue indagini alla luce delle categorie di totalità e dialettica: la ricerca sociale non si dissolve in indagini specializzate e settoriali; la società va indagata come un tutto nelle relazioni che legano gli ambiti economici con quelli culturali e psicologici. E' qui che si instaura il nesso tra Hegelismo, Marxismo e Freudismo che tipicizzerà la Scuola di Francoforte. La teoria critica si prefigge di far emergere le contraddizioni fondamentali della società capitalistica e punta ad uno sviluppo che conduca ad una società senza sfruttamento. Con la presa del potere da parte di Hitler il gruppo francofortese emigra prima a Ginevra, poi a Parigi e infine a New York. Dopo la seconda guerra mondiale Marcuse, Fromm, Lowenthal e Wittfogel restano negli Stati Uniti, mentre Adorno, Horkheimer e Pollock tornano a Francoforte, dove nel 1950 rinasce L'Istituto per la ricerca sociale. Nella scuola di Francoforte si propone e sviluppa la teoria critica della società che avversa il tipo di lavoro della sociologia empirica americana. Per i francofortesi la sociologia non si riduce né si dissolve in indagini settoriali e specialistiche, in ricerche di mercato (tipiche, queste, della sociologia americana). La ricerca sociale è, invece, per loro, la teoria della società come un tutto, una teoria posta sotto il segno delle categorie della totalità e della dialettica e tesa all'esame delle relazioni intercorrenti tra gli ambiti economici, psicologici e culturali della società contemporanea. Siffatta teoria è critica in quanto da essa emergono le contraddizioni della moderna società industrializzata e in particolar modo della società capitalistica. Per maggior precisione il teorico critico " è quel teorico la cui unica preoccupazione consiste in uno sviluppo che conduca ad una società senza sfruttamento". Il primo lavoro di rilievo della Scuola di Francoforte è il volume collettivo "Studi sull'autorità e la famiglia" (1936): la famiglia, come anche la scuola o le istituzioni religiose, viene vista quale tramite dell'autorità e dell'insediarsi di questa nella struttura psichica degli individui. Un lavoro analogo verrà successivamente progettato in America: i suoi esiti sono pubblicati nel volume "La personalità autoritaria". L'analisi più significativa compiuta da Fromm è quella relativa al tema della fuga dalla libertà che caratterizza la civiltà moderna. La storia dell'umanità è storia della libertà e ha inizio quando l'uomo, diventato consapevole della propria esistenza, spezza il legame che lo lega alla natura entro la quale era immerso, così come la storia individuale ha inizio con la separazione dalla madre. L'esistenza umana comincia quando l'adattamento alla natura perde il suo carattere coercitivo; quando il modo di agire non è più fissato da meccanismi ereditari. In altre parole, sin dall'inizio l'esistenza umana e la libertà sono inseparabili. Lo sviluppo della storia ha determinato una serie di conquiste quali il dominio sulla natura, la crescita della ragione, lo sviluppo della solidarietà verso altri uomini, ma ha causato anche isolamento, insicurezza, solitudine. Dalla fine del Medioevo in poi è cresciuta la libertà degli uomini rispetto alla natura e ai legami della tradizione e delle consuetudini del passato. Questa accresciuta libertà ha determinato, però, una perdita di significato dell'esistenza: l'uomo si sente solo, anonimo, impotente. Vive in modo spersonalizzante il lavoro e, ridotto al ruolo di consumatore, avverte la propria limitatezza anche di fronte alle scelte politiche. Tale insicurezza e precarietà determinano alcuni comportamenti di fuga dalla libertà che investono la società in tutti i suoi aspetti, anche quelli politici. Pertanto lo sviluppo dei regimi totalitari del fascismo e del nazismo non ha spiegazione solo a carattere economico e sociale ma anche psicologico poiché ha a che fare con questa tendenza dell'uomo moderno a fuggire dalla libertà che diventa dolorosa e a rinunciare alla responsabilità e all'autonomia delle scelte, rendendolo disponibile a sottomettersi a un regime politico autoritario. Altro punto fondamentale dell'analisi di Fromm in "Fuga dalla libertà" è quello relativo al tema dell' autorità , dove viene operata una distinzione molto chiara tra autorità e autoritarismo, indicati con i termini di "autorità razionale" e "autorità inibitoria". L'autorità non è una qualità ma si riferisce a un rapporto interpersonale, in cui una persona considera un'altra superiore a se stessa. Nel caso dell'autorità razionale, assistiamo a un processo in cui un rapporto si basa su una differenza gerarchica (come avviene per esempio tra insegnante e alunno): la parte inferiore riconosce all'altra una superiorità effettiva che non opera però nei suoi confronti in termini di sfruttamento. E' un rapporto in cui la parte superiore offre all'altra una serie di strumenti che le consentono di avvicinarsi al suo livello e in questo senso si tratta di un rapporto di scambio reciproco su una base affettiva positiva. Si parla invece di autorità inibitoria quando il rapporto di sudditanza viene mantenuto e consolidato da chi ha potere. Fromm prende in considerazione anche le diverse forme di autorità come quelle che si realizzano nel rapporto tra padrone-operaio, padre-figlio, moglie-marito, ecc. L'importanza di Fromm risiede proprio nel tentativo di analizzare i grandi temi della vita sociale in un'ottica psico-sociologica che dà conto dell'importanza dei fattori culturali e sociali nello sviluppo della personalità. Anche il conformismo dilagante nella società moderna, l'assunzione acritica e automatica dei modelli di comportamento proposti dalla società comportano l'annullamento della personalità dell'individuo. In sostanza, si tratta di un meccanismo psicologico di difesa messo in atto per fuggire dalla paura e dalla solitudine, in ultima analisi per fuggire dalla libertà. L'uomo cessa di essere un atomo isolato attraverso la libertà positiva con la realizzazione spontanea e completa della sua personalità e dei rapporti d'amore che lo legano agli altri uomini e al lavoro come creatività. Solo la libertà positiva garantisce la possibilità di un' autentica democrazia . L'analisi della società contemporanea porta all'individuazione del suo carattere fondamentale e cioè dell' alienazione come effetto del capitalismo sulla personalità umana. L'alienazione caratterizza i rapporti dell'uomo con il lavoro, con gli altri uomini, con le cose, con se stesso. In "Psicoanalisi della società contemporanea" viene esaminata con estrema lucidità la situazione dell'uomo moderno in una società la cui principale preoccupazione è la produzione economica più che l'aumento della produttività creativa dell'uomo: una società dove l'uomo ha perduto il predominio. L'uomo moderno è estraniato dal mondo che egli stesso ha creato, alienato dagli altri uomini, dalle cose che usa e consuma, dal suo governo, da se stesso. Egli è ora " una personalità fittizia ". Se si lascerà che le tendenze attuali si sviluppino senza controllo, ne risulterà una società malata, costituita da uomini alienati. Fromm presenta in questo modo una completa e sistematica concezione della psicoanalisi umanistica e propone un'ipotesi di società "mentalmente sana" in cui l'uomo sia il centro dell'interesse delle attività economiche e produttive, evidenziando così l'alternativa tra il sistema capitalistico e la dittatura totalitaria. In "Psicanalisi e religione", Fromm discute il bisogno dell'uomo di una struttura di orientamento con cui egli può superare la sua alienazione e stabilire relazioni con gli altri. Questo bisogno può essere soddisfatto da un' ideologia, da una religione, o persino da una nevrosi mentale. Fromm confronta questo tipo di psicoanalisi che chiama cura dell'anima con le religioni che accentuano il potere e la forza dell'individuo: " la cura dell' anima è quella di mettere un uomo in contatto col suo subcosciente aiutandolo così ad essere libero di stabilire relazioni d' amore ". Il metodo normale per superare l'isolamento è stabilire spontaneamente relazioni col mondo attraverso l'amore e lavorare senza sacrificare l'indipendenza e l'integrità del processo. Nel suo lavoro di analista Fromm scopre una grande varietà di altri meccanismi d'evasione che sono alternativi all'amore: masochismo, sadismo, distruttività, conformismo. Essi producono una riduzione dell'alienazione e dell'ansia ma solo al caro prezzo della rinuncia della propria individualità. L'uomo alienato diventa estraneo a se stesso, non si riconosce come centro del suo mondo e come protagonista delle sue scelte, ma i suoi atti diventano i suoi padroni e a questi si sottomette. Nella società dominata dal denaro e dal consumo, l'uomo concepisce se stesso come una cosa in vendita. Nella società capitalista il consumo diventa fine a se stesso, fa nascere nuovi bisogni e costringe all'acquisto di nuove cose, si perde di vista l'uso delle cose e l'uomo è schiavo del possesso. Si può uscire dall'alienazione solo costituendo un tipo di società organizzata secondo il " socialismo comunitario " con la partecipazione di tutti i lavoratori alla gestione del mondo del lavoro. Il socialismo comunitario prospettato da Fromm è vicino alle posizioni dei socialisti utopistici ed è influenzato dal sindacalismo e dal socialismo corporativista. In "Avere o Essere" Fromm propone all'uomo contemporaneo la scelta netta tra due categorie, due progetti di uomo: o quello dell'avere, dominante nella società capitalistica dei consumi, o quello dell'essere, della realizzazione dei bisogni più profondi dell'uomo. L'analisi di Fromm individua due modi di determinarsi dell'esistenza dell'uomo nella società:

avere, modello tipico della società industrializzata, costruita sulla proprietà privata e sul profitto che porta all'identificazione dell'esistenza umana con la categoria dell'avere, del possesso. Io sono le cose che possiedo, se non possiedo nulla la mia esistenza viene negata. In tale condizione l'uomo possiede le cose ma è vera anche la situazione inversa e cioè le cose possiedono l'uomo. L'identità personale, l'equilibrio mentale si fonda sull' avere le cose.

essere è l'altro modo di concepire l'esistenza dell'uomo ed ha come presupposto la libertà e l'autonomia che finalizza gli sforzi alla crescita e all'arricchimento della propria interiorità. L'uomo che si riconosce nel modello esistenziale dell'essere non è più alienato, è protagonista della propria vita e stabilisce rapporti di pace e di solidarietà con gli altri.

Fromm ritiene necessario attuare una nuova società, fondata sull'essere, liberata dalla categoria dell'avere, che garantisca, a livello politico e nell'ambito del lavoro, la partecipazione democratica di tutti gli uomini. Il rapporto tra l'uomo e la società differisce da quello di Freud per il quale l'uomo è fondamentalmente antisociale e deve essere addomesticato dalla società. Sia la psicoanalisi che il marxismo hanno parzialmente fallito nel loro intento, spiega Fromm in "Marx e Freud". Né l'una né l'altro sono in grado di produrre sostanziali cambiamenti della condizione umana: la psicoanalisi e il marxismo sembrano aver perso la loro carica liberatrice e non sono in grado di fornire la comprensione dei processi in atto. C'è bisogno di una revisione sia per l'una che per l'altro. Della psicoanalisi freudiana, oltre a criticare l'impianto meccanicistico, retaggio di una cultura positivista, Fromm denuncia il carattere borghese proprio dell'epoca e dell'ambiente in cui Freud viveva. Freud non ha espresso nella sua psicoanalisi la vera natura umana, ma solo quella di una società capitalistica, egoista e maschilista riducendo i rapporti tra uomo e mondo solo in termini di soddisfacimento libidico. Nella società alienata del capitalismo non sono, però, i bisogni e le potenzialità umane ad essere realizzati, ma i bisogni socialmente indotti dal mercato. Il marxismo d'altra parte non ha colto il peso che le forze psicologiche, attraverso i meccanismi di riproduzione sociale, hanno sulla personalità degli individui. In "Fuga dalla libertà" Fromm analizza i meccanismi che hanno operato nella storia dell'uomo, in particolar modo analizzando la storia moderna dell'Occidente, che ha spesso visto gli uomini fuggire dalla libertà, cedere la libertà mantenendo l'appartenenza alla società, luogo di sicurezza contro la solitudine. Anche il totalitarismo nazista può essere spiegato con questi meccanismi. Famosa è l'analisi psicoanalitica che egli fa di Hitler, descritto come sadico con il popolo tedesco, che domina e sottomette e masochista nei confronti del destino. Non sembra, però, che Fromm attribuisca a un processo rivoluzionario la possibilità di superamento dell'alienazione. La psicoanalisi può compiere la necessaria critica dell'alienazione dell'uomo contemporaneo e della sua infelicità. Mentre la società capitalista preferisce personalità ferme a stadi pregenitali, demandando alla famiglia il compito della repressione sessuale, Fromm guarda ad una sessualità genitale, che egli vede come simbolo di libertà, creatività, socievolezza. E' stata notata in Fromm una lettura di Marx nella quale i valori della vita, del lavoro liberato, dell'utopia e del Socialismo vengono contrapposti ai valori della morte, dello sfruttamento, dell'alienazione e del capitalismo. In particolare, fra i valori che nella lettura di Fromm vengono esaltati, fondamentale è quello dell'amore. In "L'arte di amare", che è la sua opera più nota e più popolare, discute cinque tipi di amore : amore fraterno, amore tra genitori e figli, amore erotico, amore per se stessi, amore per Dio. Tutte queste forme di amore hanno elementi comuni e devono essere basati sul senso di responsabilità, rispetto e conoscenza. Per ogni individuo l'amore è il modo normale di superare il senso di isolamento e, come desiderio di unione con gli altri, assume una forma specificamente biologica tra l'uomo e la donna. Fromm afferma che è errato interpretare l' amore come una reciproca soddisfazione sessuale poiché una completa felicità sessuale si raggiunge soltanto quando c'è l'amore. La concentrazione sulla tecnica sessuale come se questa rappresentasse la via alla felicità è, egli afferma, una delle molti ragioni per cui l'amore è diventato così raro nella moderna società capitalistica. Fromm crede che l'amore sia l'unica e soddisfacente risposta al problema dell'esistenza umana. L'amore non può essere insegnato, bensì deve essere acquisito tramite uno sforzo continuo, disciplina, concentrazione e pazienza, tutte cose che sono difficili per la pressione continua della vita moderna. Il più importante contributo di Fromm sta nell' accentuazione della dignità e del valore dell'individuo . A differenza degli psicologi del comportamento, egli non riduce l'uomo ad un comune denominatore di istinti e considera il sesso molto meno importante dell'amore. Le sue idee sulla teoria della pratica dell'amore sono della massima importanza poiché dimostrano che uomini e donne possono superare le pressioni della vita quotidiana e le difficoltà che essi incontrano quando vogliono formare mature relazioni d'amore. Dal punto di vista strettamente psicanalitico, Fromm è noto per aver approntato una teoria della personalità . Formatosi innanzitutto come sociologo, Fromm ha saputo coniugare il pensiero di Freud con molti altri grandi filoni culturali, da Marx alla tradizione ebraica. All'interno di questa vasta sintesi dottrinale, si trova anche una teoria della personalità ed una caratterologia, nata come tipologia causale, studiata empiricamente con indagini sul campo e con uso di test proiettivi. La tipologia di Fromm è centrata sul concetto di produttività. Il carattere "produttivo" è quello pienamente sviluppato, non alienato, maturo e ricco di amore per la vita; questo è il punto di riferimento, cui tendono gli altri tre tipi principali, che sono il "ricettivo", l' "appropriativo" e il "mercantile". I tre tipi non costituiscono categorie fisse, ma piuttosto, come in tutti i sistemi caratterologici moderni, delle tendenze presenti in una certa proporzione in ogni carattere. E' significativo quindi non solo il caso in cui una tendenza appare più sviluppata delle altre, ma anche il caso contrario, in cui una tendenza appare appena accennata. Inoltre, la produttività non esclude che il carattere possa essere classificato come appartenente ad uno degli altri tipi; il pieno sviluppo delle potenzialità umane può essere raggiunto attraverso vie differenti. In "Analisi della distruttività umana", Fromm ha descritto anche un altro tipo interamente negativo, il "necrofilo", amante della morte e nemico della vita; questo rappresenta un caso limite, patologicamente lontano dai valori del carattere produttivo. E' raro, fortunatamente, che il necrofilo possa incontrarsi allo stato puro, ma può presentarsi allo stato di tendenza nelle persone troppo affascinate dalla tecnica e dall'ordine.

lunedì 22 aprile 2024

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 22 aprile.
Il 22 aprile 1724 nasce il filosofo Immanuel Kant.
In ogni manuale di filosofia la ricostruzione della biografia di Kant è sempre, sostanzialmente, destinata a coincidere con le date di pubblicazione delle sue opere. Ma c'è davvero solo questo nella sua biografia? Kant nasce il 22 aprile 1724 a Konigsberg, capoluogo della Prussia orientale e fiorente centro portuale e nella stessa città muore il 27 febbraio 1804 (alcune fonti fanno risalire la scomparsa all'11 febbraio 1804).
Immanuel Kant è il quarto di dieci fratelli, di cui sei morti in giovane età. La condizione economica della famiglia legata al lavoro del padre Johann Georg Kant, sellaio, e ad una piccola rendita portata in dote dalla madre, Anna Regina Reuter, permette solo al figlio più promettente, Immanuel, di continuare gli studi fino all'Università. Probabilmente per questo i rapporti tra Immanuel e i suoi fratelli si faranno sempre più sporadici nell'età adulta. Pare inoltre che Kant non gradisse le continue richieste di denaro da parte delle sorelle, invidiose della differente condizione economica raggiunta dal fratello filosofo.
Nell'educazione ricevuta dal giovane Kant sicuramente uno dei dati fondamentali sono le convinzioni religiose della famiglia, in particolare della madre, seguace del movimento pietista. Ne è una conseguenza l'iscrizione al "Collegium Fridericianum", frequentato dal 1732 al 1740 e diretto in quel periodo da uno degli esponenti più autorevoli del pietismo, Franz Albert Schulz.
Nel 1740 Kant, giovanissimo, prosegue gli studi iscrivendosi all'Università di Konigsberg, dove frequenta soprattutto i corsi di filosofia, matematica e fisica, sotto la guida di Martin Knutzen. Il rapporto con Knutzen è molto importante non solo perché questi mette a disposizione del giovane studioso la sua biblioteca, ma anche perché è proprio lui ad introdurlo allo studio dei due pensatori allora più influenti nel mondo accademico: Isaac Newton e il filosofo Christian Wolff. Probabilmente fu proprio durante la fase degli studi universitari che iniziò a maturare l'opposizione di Kant a qualunque tipo di dogmatismo.
Lasciando ai manuali il compito di addentrarsi nel pensiero del filosofo e nelle interpretazioni che ne sono state date (numerose quanti gli interpreti), per comprendere la biografia di Kant va però messa in evidenza la grandiosità dell'opera filosofica per la quale spese la sua vita: l'indagine delle reali possibilità conoscitive della ragione.
L'obbiettivo di Kant è porre le basi per arrivare ad una reale conoscenza di ciò che sta al di là del mondo sensibile, in altre parole di ciò che viene definito come "metafisica": "della quale" scriverà Kant "io ho il destino di essere innamorato". Nella metafisica il filosofo suppone di trovare il "bene vero e durevole del genere umano", il quale non deve e non può "essere indifferente alla natura umana". ["Sogni di un visionario chiariti con i sogni della metafisica" 1765].
L'immane compito filosofico che Kant si prefigge lo porta alla scelta di una vita ritirata, fatta di abitudini e di libri. Famoso è l'aneddoto della passeggiata di Kant: talmente regolare che si dice che gli abitanti di Konigsberg la usassero per controllare la precisione dei loro orologi. Solo un grande evento riesce a distrarre il filosofo dalla sua passeggiata: l'appassionante lettura dell'"Emile" di Jean Jacques Rousseau.
Dopo gli studi Kant si mantiene inizialmente facendo il precettore. Solo nel 1755 ottiene il primo incarico accademico, la libera docenza, che continuerà ad esercitare per i successivi 15 anni. Tra le materie insegnate, oltre la filosofia, si segnalano la matematica, la fisica e la geografia.
Nel 1770 Kant ottiene la cattedra di professore ordinario di logica e di metafisica all'università di Konigsberg. Al contrario di quanto si potrebbe pensare, Kant ottiene questa cattedra solo al terzo tentativo, dopo che i precedenti si erano conclusi con l'offerta, seccamente rifiutata, di una cattedra di ripiego per l'insegnamento dell'arte poetica.
Kant mantiene il suo incarico fino alla morte, respingendo offerte anche molto più allettanti, come nel 1778 quando non accetta l'invito dell'università di Halle.
Per ottenere la cattedra Kant scrive la dissertazione "De mundi sensibilis atque intellegibilis forma et principiis" che conclude quella che nella vita e nelle opere del filosofo viene chiamata la fase precritica. In questo studio emerge il problema del rapporto tra le due forme della conoscenza sensibile, spazio e tempo, e la realtà. Kant prende il problema molto sul serio e riflette sulla questione per dieci anni, quando esce, tra le sue opere più famose, la "Critica della ragion pura" (1781).
Con quest'opera per non citare gli altri numerosi scritti a partire dal 1781, Kant compie in filosofia quella che lui stesso definisce come "rivoluzione copernicana".
Un primo mito da sfatare è sicuramente quello di Kant come uomo schivo e solitario. Sono noti infatti almeno due fidanzamenti del filosofo, che purtroppo non furono coronati dal matrimonio. Pare che Kant fosse sempre un po' indeciso sul momento adatto in cui formulare la fatidica proposta e quindi scalzato dal sopraggiungere di altri pretendenti più facoltosi.
Probabilmente da qui hanno origine alcune delle sarcastiche considerazioni del filosofo sulle donne. Se da una parte il filosofo poteva consolarsi delle delusioni, sostenendo che gli uomini "non sposati conservano un aspetto più giovanile di quelli sposati", dall'altra scriveva che "le donne colte usano i libri alla stregua dell'orologio che portano per mostrare che ne hanno uno, sebbene o sia fermo o non vada con il sole" ("Antropologia dal punto di vista pragmatico" 1798).
Oltre ai fidanzamenti sono documentate molte amicizie e molti estimatori di Kant non solo dal punto di vista filosofico. Pare, ad esempio, che il filosofo amasse pranzare in compagnia. E se nessuno dei suoi amici poteva pranzare con lui, non aveva remore ad invitare e offrire il pranzo a perfetti sconosciuti.
L'importante era che le amicizie non distogliessero eccessivamente il filosofo dai suoi studi. Tutte le frequentazioni che potevano scombinare il suo ritmo di studio venivano sistematicamente interrotte. Pare che, successivamente ad un gita in campagna che si era protratta troppo a lungo la sera, il filosofo avesse annotato nei suoi appunti "non lasciarsi mai coinvolgere da nessuno in nessuna gita".
Anche per quanto riguarda il rapporto con la religione, Kant non amava avere nessun vincolo alla sua libertà di pensiero. È nota la sua risposta alla censura subita nel 1794 dalla seconda edizione dell'opera "Religione entro i limiti della semplice ragione". Kant, dovendo accettare la censura di buon grado, non mancò però di chiosare: "se tutto ciò che viene detto deve essere vero, non è dato con questo anche il dovere di proclamarlo apertamente".
Ma la libertà di pensiero nei confronti della religione aveva anche un risvolto più quotidiano. Kant si chiese infatti nella seconda edizione della "Critica del giudizio" se "chi ha raccomandato, negli esercizi religiosi domestici, anche il canto di inni, abbia riflettuto che una devozione così rumorosa (e già per questo farisaica), comportasse un gran disturbo pubblico, imponendo anche al vicinato o di prender parte al canto o di rinunciare ad ogni occupazione intellettuale".
Immanuel Kant muore nella città natale di Konigsberg il 12 febbraio 1804. Sulla sua tomba sono incise le sue parole più famose, tratte dalla "Critica della ragion pratica": "Il cielo stellato sopra di me, la legge morale dentro di me".

domenica 19 febbraio 2023

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 19 febbraio.
Il 19 febbraio 1754 nasce ad Alfonsine Vincenzo Monti.
Vincenzo Monti nasce il 19 gennaio 1754 ad Alfonsine (Ravenna), in località Ortazzo, figlio di Adele e Fedele Maria. In età ancora giovanissima con la famiglia si trasferisce in un piccolo paese vicino a Fusignano, Maiano, dove il padre lavora. Cresciuto dal sacerdote della contrada, Vincenzo studia nel seminario di Faenza, dove per la prima volta si avvicina al mondo della poesia. Tornato a casa, diventa fattore dei poderi del padre. Su ordine genitoriale si iscrive all'Università di Ferrara per studiare medicina; nel frattempo, debutta come poeta pubblicando "La visione di Ezechiello" presso la Stamperia Camerale di Ferrara.
Intenzionato a trasferirsi a Roma, vi giunge nel maggio del 1778, andando a dimorare in piazza Navona presso il palazzo Doria Pamphili. Dopo aver presentato la "Prosopopea di Pericle", Vincenzo Monti recita "La bellezza dell'Universo" durante le nozze del nipote di Pio VI Luigi Braschi Onesti; nel 1782, invece, scrive "Il pellegrino apostolico", per celebrare un viaggio a Vienna del Pontefice. All'anno successivo risalgono i versi sciolti "Al principe Don Sigismondo Chigi" e i "Pensieri d'amore".
Nell'ode "Al signor di Montgolfier", Monti coniuga evidenti figurazioni neoclassiche con l'affermazione di un futuro ridente per l'umanità reso possibile dalla nuova filosofia: l'occasione della composizione è l'ascensione compiuta poco tempo prima con un pallone aerostatico. Nello stesso periodo scrive la "Feroniade", un piccolo poema rimasto incompiuto dedicato alla bonifica voluta dal Papa dell'agro romano (Feronia è il nome di una divinità guaritrice): si tratta di un esempio del classicismo montiano, evidente anche nella composizione dedicata "Alla marchesa Anna Malaspina della Bastia".
Mentre si dedica alla realizzazione di sonetti, Vincenzo Monti lavora anche alla "Bassvilliana": nell'opera si racconta di come Ugo Bassville, segretario dell'ambasciata francese a Napoli, chieda perdono a Luigi XVI per avere manifestato sentimenti cristiani prima di morire (il suo sangue ricadrà sulla sua patria). La "Bassvilliana" si rivela un poema romantico che, pur non essendo completato, mette in luce l'orrore suscitato dal Terrore del periodo rivoluzionario: per questo motivo il poemetto viene considerato un capolavoro della letteratura antifrancese reazionaria.
Contemporaneo a quest'opera è "Musogonia", poema mitologico dedicato alla nascita delle Muse; seguono, sul finire del secolo, "Caio Gracco", "Galeotto Manfredi" e "I Messeni", tre tragedie. Colpito da una crisi esistenziale tra il 1793 e il 1797, Vincenzo Monti vede spegnersi progressivamente anche la vena poetica: è, questo, un periodo di componimenti meno significativi, tra cui si nota la lettera scritta al generale Giovanni Acton in difesa di Francesco Piranesi, accusato di avere congiurato contro l'ex ministro svedese barone d'Armfelt.
Dopo aver lasciato Roma (dovendosi difendere dall'accusa di giacobinismo), l'autore ferrarese si reca a Firenze, per poi fare tappa a Bologna e Venezia prima di stabilirsi a Milano. È il 1797, ma già due anni dopo, con la caduta della Repubblica Cisalpina e l'arrivo delle truppe austriache a Milano, decide di rifugiarsi a Parigi, dove rimane per due anni. Qui scrive tra l'altro la "Mascheroniana", ispirata al matematico Mascheroni, ed entra in contatto con una borghesia ormai disposta ad accettare l'operato di Napoleone.
Tornato a Milano nel 1801, il poeta collabora alla realizzazione di un'"Antologia della letteratura italiana" curata da Pietro Giordani, scrive alcune opere in onore di Napoleone e insegna poesie ed eloquenza all'università di Pavia. Nel 1804 arriva la nomina a poeta del governo italiano, giunta direttamente da Napoleone (diventato nel frattempo imperatore) che lo elegge anche assessore consulente dell'Interno. E' così che Vincenzo Monti diventa il rappresentante più importante della cultura napoleonica ufficiale: negli anni seguenti la sua produzione sarà dedicata quasi completamente alla celebrazione dell'imperatore, pur non nascondendo una certa polemica con la cultura francese.
Il cosiddetto ciclo napoleonico comprende, tra l'altro, il "Prometeo", dove la figura del protagonista richiama quella dell'imperatore, latore di civiltà e pace. Al 1806 risale "Il bardo della Selva Nera", gradito all'imperatore (amante dei "Canti di Ossian") nel quale i meriti di Napoleone Bonaparte vengono decantati da un ufficiale dell'esercito.
Seguono "La spada di Federico II" e "La palingenesi politica", oltre a uno dei capolavori montiani: la traduzione dell'"Iliade". La traduzione del poema omerico (per altro effettuata a partire dalla versione latina di Clarke, visto che egli conosce il greco solo in maniera scolastica) viene ritenuta, ancora oggi, il suo vero capolavoro, l'opera più rappresentativa del neoclassicismo italiano. L'"Iliade" riceve una nuova veste poetica, pur non avvantaggiandosi del rigore filologico utilizzato da Foscolo, e un linguaggio che riprende la poetica di Winckelmann senza rinunciare ai principi di decoro classico.
Alla caduta di Napoleone, gli austriaci tornano a Milano, intenzionati a mantenere le figure più rappresentative dal punto di vista culturale per non disperdere l'importante eredità napoleonica. Monti, pur non riuscendo a identificarsi in un classicismo restaurato, rimane al centro della vita intellettuale milanese, come dimostrano le "Cantate per sua Maestà Imperiale Reale", "Il mistico omaggio", "Il ritorno di Astrea" e l'"Invito a Pallade". Opere che evidenziano da un lato la volontà di difendere i principi illuministici della lingua, e dall'altro lato la scarsità di contenuti del neoclassicismo dell'età postnapoleonica.
Negli anni Venti dell'Ottocento, quindi, il poeta si lascia andare a opere essenzialmente private: si dedica alla filologia, riprende la "Feroniade" e scrive versi d'occasione, dedicandosi anche a una "Proposta di alcune correzioni ed aggiunte al vocabolario della Crusca".
Agli ultimi anni della sua vita risalgono il "Sermone sulla mitologia", i versi "Nel giorno onomastico della sua donna", il sonetto "Sopra se stesso" e "Le nozze di Cadmo", garbato idillio. Nel frattempo le sue condizioni di salute vanno peggiorando: Monti perde progressivamente l'uso dell'udito e della vista, e nell'aprile del 1826 rimane vittima di un attacco di emiplegia che paralizza completamente la parte sinistra del suo corpo. Un attacco simile si ripete l'anno successivo. Vincenzo Monti muore il 13 ottobre 1828, dopo aver chiesto i sacramenti. Il suo corpo viene sepolto a San Gregorio fuori Porta Orientale, anche se la sua tomba andrà dispersa.
La sua casa natale di Alfonsine, in Romagna, è attualmente adibita a museo.

venerdì 10 febbraio 2023

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 10 febbraio.
Il 10 febbraio del 342 a.C. è probabilmente nato il filosofo greco Epicuro.
Epicuro, fondatore e maggior rappresentante della scuola epicurea, nacque a Samo nell’anno 342 a. C.. Apprese dai suoi maestri il pensiero di Platone e quello di Democrito. Ebbe anche modo di accostarsi alle opere esoteriche di Aristotele. Tenne scuola a Mitilene e a Lampsaco, per poi trasferirsi ad Atene dove fondò una scuola, detta il Giardino, che fu molto frequentata, nonostante la contemporanea presenza nella città dell’Accademia e del Liceo. Scrisse molte opere, tra cui una Sulla natura, una Sul criterio o canone e le Massime capitali. Quest’ultimo scritto ci è pervenuto, assieme a tre lettere e ad alcuni frammenti. Morì ad Atene nel 270 a. C..
La logica epicurea, detta canonica, è intesa come una tecnica per la ricerca della verità ed ha una funzione propedeutica alla dottrina epicurea vera e propria. Base di ogni sapere è la sensazione, dalla quale dipende ogni nostra conoscenza. La sensazione, di suo, è sempre vera e se l'uomo incorre spesso in errore ciò è dovuto al fatto che questi non si attiene alla semplice evidenza sensibile, ma la falsifica con supposizioni, anticipazioni avventate e pregiudizi. E' l'intelletto quindi a sbagliare e per correggere i suoi errori è necessario rivolgersi all'esperienza, riattivando, con ulteriori sensazioni, l'evidenza genuina.
La fisica epicurea risente in maniera molto marcata dell’insegnamento di Democrito. Il mondo è formato di atomi e di vuoto. Gli atomi sono indivisibili e di numero infinito, distinguendosi per figura geometrica, peso e grandezza, e dotati di moto. Il vuoto è invece incorporeo ed intangibile: la sua esistenza è ciò che permette il moto degli atomi. Gli atomi si muovono in verticale, dall’alto in basso, in modo leggermente inclinato, il che permette agli stessi di scontrarsi l’uno con l’altro e di generare il mondo, secondo una legge d’aggregazione collegata alla loro massa ed alla loro forma geometrica. L’universo è un insieme infinito di mondi che si fanno e si disfanno in continuazione. Anche gli dei e le anime sono costituiti di atomi, i quali però hanno una natura speciale. Gli dei hanno una forma analoga a quella umana e vivono un’esistenza completamente distaccata dalle vicende terrene, di cui si disinteressano totalmente.
La parte più importante ed originale del sistema epicureo è sicuramente la sua etica, la quale è improntata ad un'impostazione prettamente edonistica. Dato che il mondo è senza scopo ed ogni cosa è affidata al caso, l'uomo non può avere altro fine che quello di sfuggire al dolore e ricercare il piacere, in modo da raggiungere il massimo di felicità permessa dalla sua condizione. Se l'uomo non è in generale una creatura felice, questo dipende dai mali derivanti dalla sua ignoranza e dalla sua superstizione. Questi mali si possono ridurre a quattro tipi fondamentali (dottrina del tetrafarmaco):
1) Il male derivante dal timore degli dei. La dottrina epicurea dimostra però che gli dei non possono occuparsi delle passioni umane, essendo totalmente estranei al nostro mondo. Del resto, se si prendessero briga delle nostre passioni, perderebbero la perfetta felicità che è tipica della loro natura divina. Il fatto poi che essi non si diano cura dei nostri mali conferma la loro completa indifferenza nei nostri confronti. Infatti: o gli dei vogliono togliere i mali, ma sono impotenti rispetto ad essi; oppure possono toglierli, ma non lo vogliono malvagiamente fare; o ancora non possono e non vogliono. Tutte e tre queste ipotesi però sono contrarie all'idea stessa degli dei come esseri perfetti. Pertanto, non rimane che ammettere che gli dei non si occupano degli uomini e che da essi non c'è assolutamente nulla da temere.
2) Il male che deriva dal timore della morte. Questo timore è assurdo, in quanto la morte implica il venire meno di tutte le sensazioni e, pertanto, anche delle sensazioni spiacevoli. Dove c'è l'uomo, infatti, non c'è la morte e dove c'è la morte non c'è l'uomo.
3) Il male che deriva dal timore del male fisico o morale. Questi sono mali reali. Ma i dolori fisici, quando sono particolarmente acuti, non hanno mai una durata particolarmente lunga, poiché nel peggiore dei casi ce ne libera la morte. I dolori dell'anima sono più gravi, poiché questa non soffre solamente dei mali presenti, ma anche di quelli futuri. A questi ultimi è possibile però opporsi con la saggezza, vale a dire per tramite dell'indifferenza e dell'imperturbabilità.
4) Il male che deriva dai nostri desideri insoddisfatti. A questo male, che è il più diffuso ed il più pernicioso, è possibile sfuggire imparando a porre dei limiti ai propri desideri.
L'edonismo epicureo è una ricerca del piacere inteso soprattutto come quella quiete derivante dall’assenza del dolore rispetto al corpo (aporia) e all’anima (atarassia). Epicuro organizza i piaceri secondo una gerarchia legata alla quantità di fatica che si deve spendere per realizzarli. Il piacere dell’anima è considerato un’amplificazione di quello corporeo ed è quindi a questo superiore. E’ necessario ricercare una forma di saggezza che permetta di valutare i singoli piaceri e scegliere fra di essi in base al grado di autarchia (il non aver bisogno di nulla per alimentarsi) e di assolutezza (non essere suscettibile di aumento o diminuzione nel tempo) degli stessi. Tale criterio esalta il valore del piacere catastematico, il quale consiste nella gioia derivante dal sentirsi esenti da dolori: gioia che è in sommo grado autarchica e assoluta.
La gerarchia dei piaceri ha al proprio vertice i piaceri naturali e necessari (quelli, ad esempio, derivanti dal placare la fame o la sete), i quali devono essere necessariamente perseguiti al fine di eliminare il dolore dal corpo. Al secondo posto vengono i piaceri naturali e non necessari (come il mangiar bene), ai quali il saggio si concede di tanto in tanto. All’ultimo posto vengono i piaceri non naturali e non necessari (come quelli derivanti dal sentirsi famosi, ricchi o potenti), che sono "illeciti", in quanto tendono a "turbare" la serenità.
Partendo da tali presupposti, Epicuro sconsiglia l’impegno nella vita politica ed invita a una "vita nascosta" e tendenzialmente asociale. I vincoli sociali derivano infatti dalla ricerca dei piaceri del terzo tipo e sono quindi, per loro natura, dannosi per il raggiungimento della felicità. L’unico vincolo che deve unire gli uomini tra loro è l’amicizia, derivante dallo spirito d’umanità, e che è in sé fonte di alcuni tra i piaceri più sublimi.

mercoledì 23 novembre 2022

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 23 novembre.
Il 23 novembre 1654 il filosofo Pascal si converte al Cristianesimo.
Nasce il 19 giugno 1623 a Clermont-Ferrand (Francia) da una famiglia di ottima condizione sociale. Il padre, Etienne Pascal, lo istruisce personalmente iniziandolo ad interessi scientifici e facendogli frequentare le riunioni dei circoli culturali parigini. Fra l'altro, ad un certo punto si trasferisce con i figli a Rouen, in Normandia, poiché nominato Commissario del re per le imposte.
Il piccolo Pascal mostra assai precocemente le sue straordinarie doti di intelligenza. A soli sedici anni, per esempio, scrive un "Trattato delle coniche" (nel quadro della "geometria proiettiva"), purtroppo in seguito andato perduto; queste prime prove intellettuali saranno fondamentali per gli studi successivi. In particolare, l'assiduo studio della geometria lo porterà ad elaborare il teorema che porta il suo nome ("Teorema di Pascal", appunto), concernente l'esagono inscritto in una conica qualsiasi.
Pascal, fra l'altro, è considerato uno dei padri della robotica e del calcolo computazionale e questo attraverso risultati raggiunti già a soli diciotto anni di età. La passione per il calcolo e il desiderio di allargare le potenzialità di quest'ultimo, infatti, lo portano a progettare la prima macchina calcolatrice, detta poi "pascalina". In realtà, l'idea di partenza ebbe una genesi molto pragmatica e apparentemente meno nobile, ossia quella di aiutare il padre che, oberato di lavoro, aveva bisogno di eseguire dei calcoli in maniera più rapida. Dopo due anni di ricerche, ecco che Blaise stupisce il genitore e il resto della famiglia con questa invenzione straordinaria. Il brevetto, chiesto nel 1645, gli fu concesso nel 1649.
Parallelamente agli interessi scientifici e filosofici, Pascal ha però sempre coltivato un intenso spirito religioso e un'intensa riflessione teologica, tanto da essere considerato a tutt'oggi uno dei più grandi, se non il più grande, pensatori cristiani degli ultimi quattro secoli. La prima conversione di Pascal si fa solitamente risalire al 1646, anno che registra fra l'altro un grave peggioramento della sua incerta salute. Il senso di prostrazione e di abbattimento causato dalla malattia lo induce a mettere sulla carta le sue riflessioni, che ci parlano delle sue esperienze sull'esistenza del vuoto e del timore da questo procurato. Questi scritti troveranno più ampia stesura in una pubblicazione del 1647.
Dell'anno 1648 rimane invece celebre l'esperimento che fece effettuare da suo cognato il 19 settembre: con questa prova Pascal dimostrò che la pressione dell'atmosfera sulla colonna di mercurio di un barometro torricelliano diminuisce con l'aumentare dell'altitudine. Intanto, sua sorella Jacqueline prende la strada del convento e, nel 1652, si fa monaca, entrando nel convento femminile di Port-Royal, istituto già celeberrimo per la famosa scuola di logica a cui anche Pascal aderirà.
Tormentato da forti cefalee, Pascal è "costretto", su consiglio dei medici, ad osservare un regime più mondano. L'imperativo dei cerusici è quello di svagarsi, lasciando momentaneamente perdere l'intenso studio. Al periodo mondano apparterebbe, secondo Victor Cousin, il "Discorso sulle passioni d'amore" scoperto nel 1843. Uomo profondo e assetato di spiritualità, ben presto si annoia di frequentare salotti e feste insulse. Incomincia invece a prendere in seria considerazione gli studi sul calcolo delle probabilità che lo porteranno in molteplici direzioni di ricerca, anche in ossequio all'interesse per il gioco d'azzardo che Pascal coltivava.
A seguito di frequenti contatti con la sorella Jaqueline, attraversa una nuova crisi mistica che si risolve nella notte del 23 novembre quando vive un'intensa esperienza religiosa, narrata poi nel famoso "Memoriale". Nel gennaio del 1655 Pascal si reca a Port-Royal, dove vi trascorre alcune settimane e dove scrive la "Conversione del peccatore". Tra il gennaio del '56 ed il marzo del '57 scrive poi 18 celebri lettere, le "Provinciali", raccolte poi in volume. Lo scopo dichiarato di quegli scritti è quello di difendere Port-Royal dalla accuse degli antigiansenisti. In esse tenterà anche di mettere in ridicolo la morale dei Gesuiti e di criticarne a fondo i presupposti filosofico-teologici. Il 6 settembre la congregazione dell'Indice condanna le "Provinciali".
Tornato a più "terreni" interessi scientifici, si dedica al problema della cicloide (roulette), ne trova la soluzione e pubblica il "Trattato generale sulla cicloide". Del '58 sono gli importanti "Scritti sulla Grazia" nei quali rivela una gran conoscenza teologica mentre, in parallelo, continua a lavorare al progetto di una "Apologia del Cristianesimo", mai terminata; i frammenti furono poi raccolti nei "Pensieri", pubblicati per la prima volta nel 1669.
E' proprio nei "Pensieri" che compare la famosa tesi della "scommessa" circa la fede. In sintesi, Pascal sostiene che, a fronte del "silenzio di Dio", del "vuoto" che ci circonda, la ricerca del Dio nascosto diventa un affare di cuore, in appello alle regioni più segrete dell'animo umano. Pascal nutre sfiducia nei metodi dimostrativi nel campo della fede religiosa ed è anzi persuaso che Dio non sia oggetto tanto di convinzione razionale, quanto piuttosto di un sentimento irrazionale.
In questo quadro, un altra distinzione fondamentale introdotta da Pascal, distinzione di sapore squisitamente letterario, è quella fra "l'esprit de géometrie e l'esprit de finesse", ossia fra "spirito di geometria e spirito di finezza". Il primo, in sostanza, procederebbe per deduzioni logiche e per ragionamenti stringenti, oppure per definizioni, e perviene a risultati tangibili e comprovabili, ma distanti dallo spirito comune, dato che per afferrarli ci vuole conoscenza, studio ed esercitazione. Viceversa, lo "spirito di finezza" tiene in considerazioni un gran numero di principi, alcuni dei quali veramente sottili ed indecifrabili, che è inevitabile che sia indeterminato e vago. Esso dunque appartiene ad una sfera che si riferisce al sentimento, al gusto estetico e financo alla vita morale. Non però alla scienza, che ha bisogno di "applicazioni" più rigorose.
Il senso della celebre frase pascaliana "il cuore conosce cose che la ragione non conosce" è tutto giocato nell'intervallo che passa fra queste due distinzioni. Insomma, nella vita alle volte capiamo le cose solo attraverso l'esprit de finesse, attraverso la "sapienza del cuore", cose che la ragione è impossibilitata a comprendere, se non a cogliere.
Una descrizione eloquente del pensiero pascaliano la troviamo nella Garzantina di Letteratura: "La malattia, per Pascal, è la condizione naturale del cristiano; la sua fede è una scommessa in cui tutto viene impegnato, senza restrizioni. Questa violenta presa di coscienza dei limiti della ragione, e dell'impossibilità di assorbire l'uomo nell'ordine della geometria, giustifica l'accostamento di Pascal ai grandi maestri dell'esistenzialismo e dell'irrazionalismo moderni, da Kierkegaard a Nietzsche a Dostoevskij: ma non bisogna dimenticare il valore che il pensiero conserva per Pascal. "L'uomo non è che una canna, la più debole della natura, ma una canna che pensa. Tutta la nostra dignità consiste dunque nel pensiero". Opera in cui si confrontano e si scontrano le esigenze estreme della scienza e della religione, i "Pensieri" sono, nello stesso tempo, un grande capolavoro letterario, che getta sulla scena un nuovo eroe: l'uomo, come ha scritto O. Macchia, .inquieto, torturato dall'incostanza e dalla noia e dal voler essere felice, nonostante le sue miserie..."
Inoltre, nella sua essenza più vera, in un certo senso la fede la si può equiparare ad una sorta di scommessa. Chi questa fede ce l'ha per dono naturale non ha ragione di preoccuparsi ma chi invece ritiene di non possedere questo dono, dovrebbe riflettere sul fatto che la "scommessa" sull'esistenza è comunque vinta, se accettata, perché a fronte di questo sacrificio, si guadagna un bene incommensurabile come quello della vita eterna. Al contrario, naturalmente, se Dio davvero non esiste non si perde nulla ma anzi ci si guadagna comunque, perché si sarà vissuto in modo saggio e retto.
Dopo un lungo periodo di ritiro nell'eremo di Port-Royal, muore il 19 agosto 1662 a soli trentanove anni.
L'autopsia a cui fu sottoposto rivelò gravi disturbi a carico dello stomaco e dell'addome, nonché danni al tessuto cerebrale, tuttavia la causa della morte e della salute cronicamente malferma non furono mai del tutto chiarite. Si pensa alla tubercolosi, ad un tumore allo stomaco, oppure ad una combinazione delle due malattie. Egli seguiva comunque, per ragioni etiche e morali, una dieta leggera, di tipo vegetariano. Le emicranie che afflissero Pascal furono molto probabilmente causate dai danni al cervello. Fu sepolto nella chiesa di Saint-Étienne-du-Mont.

lunedì 5 settembre 2022

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 5 settembre.
Il 5 settembre 1568 nasce Tommaso Campanella.
Giovanni Domenico Campanella, con Giordano Bruno e Bernardino Telesio, è considerato uno degli anticipatori della moderna filosofia; il suo pensiero è simbolo storico convenzionale del passaggio tra Medioevo ed era moderna.
Nasce in Calabria, a Stilo, il 5 settembre 1568. Figlio di un calzolaio povero e senza istruzione, Campanella è un ragazzo prodigio. A tredici anni entra nell'ordine dei domenicani e arriva a prendere gli Ordini Domenicani non ancora quindicenne, con il nome di frà Tommaso in onore di San Tommaso d'Aquino. Porta a termine con successo gli studi ma al tempo stesso legge, sia pur di nascosto autori quali Erasmo, Ficino e Telesio.
Le idee in fatto di religione e l'interesse per le arti magiche lo costringono a fuggire da Napoli dove studiava con Della Porta. Si ritrova inquisito dal Tribunale ecclesiastico così lascia il convento per dirigersi a Roma prima, poi a Firenze e infine Padova, dove entra in contatto con Galileo.
Accusato di eresia viene rinchiuso in carcere ma riesce a ritornare nella sua città natale; nel 1599 tenta di organizzare un'insurrezione contro il dominio spagnolo e di gettare le basi per una profonda riforma religiosa. Anche in questa occasione viene arrestato e condannato; riesce tuttavia a salvarsi dalle torture fingendosi pazzo.
Non può però evitare il carcere dove Campanella rimane rinchiuso, a Napoli, per ben ventisette anni; in questo lungo periodo di prigionia continua a scrivere, specialmente di filosofia.
Compone un'opera dedicata a Galileo, di cui Campanella apprezza molto il lavoro ed il pensiero.
Nel 1626 riacquista una parte di libertà: esce dal carcere, ma deve rimanere a Roma sotto il controllo del Sant'Uffizio.
Per disposizione di papa Urbano VIII questo vincolo viene in seguito eliminato; nel 1633 viene di nuovo accusato di eresia e di propaganda antispagnola. Decide quindi di rifugiarsi a Parigi dove trova protezione dal Cardinale Richelieu. Si dedica alla pubblicazione dei suoi scritti; finanziato dal re, passa il resto dei suoi giorni al convento parigino di Saint-Honoré. Il suo ultimo lavoro sarà un poema celebrante la nascita del futuro Luigi XIV ("Ecloga in portentosam Delphini nativitatem"). Una delle sue più note opere è "La Città del Sole", opera di carattere utopistico in cui, rifacendosi a Platone e all'Utopia di Tommaso Moro, descrive una città ideale.
Tommaso Campanella muore a Parigi il 21 maggio 1639.
Il pensiero di Campanella prende le mosse, in età giovanile, dalle conclusioni cui era giunto Bernardino Telesio; egli si riallaccia quindi al naturalismo telesiano, sostenendo che la natura vada conosciuta nei suoi propri principi, che sono tre: caldo, freddo e materia. Essendo tutti gli esseri formati da questi tre elementi, allora gli esseri della natura sono tutti dotati di sensibilità, in quanto la struttura della natura è comune a tutti gli enti; quindi mentre Telesio aveva affermato che anche i sassi possono conoscere, Campanella porta all’esasperazione questo naturalismo, e sostiene che anche i sassi conoscono, perché nei sassi noi ritroviamo questi tre principi, ovvero caldo, freddo e massa corporea(materia).
Il naturalismo di Campanella, in conseguenza di ciò, comporta una teoria della conoscenza essenzialmente sensistica: egli sosteneva infatti che tutta la conoscenza è possibile solo grazie all'azione diretta o indiretta dei sensi, e che Cristoforo Colombo aveva potuto scoprire l’America perché si era rifatto alla sensazione, non di certo alla razionalità. La razionalità deriva dalla sensazione: non esiste una conoscenza razionale intellettiva che non derivi da quella sensitiva. Tuttavia Campanella, a differenza di Telesio, cerca di rivalutare l’uomo e pertanto afferma l'esistenza di due tipi di conoscenze: una innata, una sorta di autocoscienza interiore, e una conoscenza esteriore, che si avvale dei sensi. La prima è definita ‘sensus inditus’, che è la conoscenza di sé, la seconda ‘sensus additus’ che è la conoscenza del mondo esterno. La conoscenza del mondo esterno appartiene a tutti, anche agli animali; la conoscenza di sé, invece, appartiene solo all’uomo, ed è la coscienza di essere un essere pensante. Campanella si rifà ad Agostino d'Ippona, poiché afferma che noi possiamo dubitare della conoscenza del mondo esterno, mentre non possiamo dubitare della conoscenza di sé. Questo ‘sensus inditus’ sarà poi il punto essenziale della filosofia cartesiana, che si basa sul ‘cogito’: io penso quindi esisto (cogito ergo sum).
In base a queste premesse, Campanella si sofferma sulla religione che egli distingue in due tipologie: una religione naturale e religioni positive. La religione naturale è una religione che rispetta l’ordine universale dell’universo stesso; le religioni positive sono invece religioni che vengono imposte dallo stato. Campanella afferma però che il cristianesimo è l’unica religione positiva, poiché è imposto dallo stato, ma al contempo coincide con l’ordine naturale (cui però aggiunge il valore della rivelazione). Tuttavia anche questa teoria della religione razionale contrastava con i dogmi della Chiesa della Controriforma. Egli sostenne, del resto, la superiorità del potere temporale su quello spirituale, individuando poi il potere supremo, di volta in volta, nella Spagna e poi nella Francia, a seconda di convenienze politiche e personali.
Campanella fu autore anche di un'importante opera di carattere utopico, ovvero La Città del Sole. Nella Città del Sole egli descrive una città ideale, utopica, governata dal Metafisico, un re-sacerdote volto al culto del Dio Sole, un dio laico proprio di una religione naturale, di cui Campanella stesso è sostenitore, pur presupponendo razionalmente che coincida con la religione cristiana. Questo re-sacerdote si avvale di tre assistenti, rappresentanti le tre primalità su cui si incentra la metafisica campanelliana: Potenza, Sapienza e Amore. In questa città vige la comunione dei beni e la comunione delle donne. Nel delineare la sua concezione collettivista della società, Campanella si rifà a Platone (V secolo a.C.) e all'Utopia di Tommaso Moro (1517); fra gli antecedenti dell'utopismo campanelliano è da annoverare anche la Nuova Atlantide di Bacone. L'utopismo partiva dal presupposto che, poiché non si poteva realizzare un modello di Stato che rispecchiasse la giustizia e l’uguaglianza, allora questo Stato si ipotizzava, come aveva fatto a suo tempo Platone. È però importante sottolineare che, mentre Campanella tratta una realtà utopistica, Niccolò Machiavelli rappresenta la realtà concretamente, e la sua concezione dello Stato non è affatto utopistica, ma assume una valenza di metodo di governo, finalizzato ad ottenere e mantenere stabilmente il potere.
L'incertezza è già evidente nell'interpretazione della critica idealistica, che nei limiti di una conoscenza ancora incompleta dell'opera, coglie nel pensiero campanelliano un deciso orientamento in direzione del moderno immanentismo, contaminato tuttavia da residui del passato e della tradizione cristiana e medioevale.
Per Silvio Spaventa Campanella è il "filosofo della restaurazione cattolica", in quanto, la stessa proposizione che la ragione domina il mondo, è inficiata dalla convinzione che essa risieda unicamente nel papato. Non molto dissimile la lettura di Francesco de Sanctis: "Il quadro è vecchio, ma lo spirito è nuovo. Perché Campanella è un riformatore, vuole il papa sovrano, ma vuole che il sovrano sia ragione non solo di nome ma di fatto, perché la ragione governa il mondo". È la ragione che determina e giustifica i mutamenti politici, e questi ultimi "sono vani se non hanno per base l'istruzione e la felicità delle classi più numerose". Tutto ciò conduce Campanella, secondo il pensiero idealista, alla concezione di un moderno immanentismo.

giovedì 11 novembre 2021

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è l'11 novembre.
L'11 novembre 1675 Gottfried Leibniz per la prima volta utilizza il calcolo integrale, di sua invenzione, per trovare l'area delimitata dalla superficie individuata da una funzione y=f(x).
Gottfried Wilhelm von Leibniz nasce a Lipsia (Germania) il giorno 21 giugno 1646. Precoce talento dotato di una notevole intelligenza, a soli sei anni impara il latino leggendo Tito Livio e a quindici anni entra all'Università di Lipsia. Due anni dopo consegue la laurea in Filosofia; continua gli studi e passati altri tre anni consegue un dottorato in Legge.
Nel 1673 Leibniz presenta alla Royal Society di Londra la prima calcolatrice meccanica in grado di moltiplicare e dividere. L'innovazione principale rispetto alla precedente pascalina è costituita dall'introduzione del traspositore. Questa invenzione non avrà immediata applicazione per le difficoltà di realizzazione, ma frutta comunque al tedesco l'ammissione alla Royal Society. La sua calcolatrice verrà ripresa nel 1820 da Xavier Thomas de Colmar il quale darà vita alla base di quasi tutte le calcolatrici meccaniche a quattro operazioni che saranno successivamente realizzate.
Tra le grandi intuizioni di Leibniz vi è anche l'introduzione del sistema numerico binario; l'idea all'epoca era priva di applicazioni e bisognerà attendere l'800 perchè venga ripresa e sviluppata da George Boole.
Leibniz viene inoltre accreditato assieme ad Isaac Newton per l'invenzione, che risale al 1670 circa, del calcolo infinitesimale. A Leibniz si deve comunque il termine "funzione" (coniato nel 1694) che il tedesco usa per individuare una quantità la cui variazione è fornita da una curva e per individuare la pendenza di tale curva e un suo punto particolare. Contestualmente introduce diverse notazioni usate nel calcolo che rimarranno fino ai giorni nostri, ad esempio il segno dell'integrale che rappresenta una S allungata (dal latino summa) e la d usata per le derivate (dal latino differentia).
Pensando che i simboli fossero molto importanti per la comprensione delle cose, Leibniz cerca di sviluppare un "alfabeto del pensiero umano" (da lui chiamato mathesis universalis), nel quale cerca di rappresentare tutti i concetti fondamentali usando simboli; l'intenzione è quella di combinare questi simboli per rappresentare pensieri più complessi: non giungerà però alla conclusione di questo ambizioso programma.
Il contributo filosofico di Gottfried Leibniz alla metafisica è basato sulla Monadologia, che introduce le Monadi come "forme sostanziali dell'essere". Sono delle specie di atomi spirituali, eterne, non scomponibili, individuali, seguono delle leggi proprie, non interagiscono, ma ognuna di esse riflette l'intero universo in un'armonia prestabilita. Dio e l'uomo sono anche monade: le monadi differiscono tra loro per la diversa quantità di coscienza che ogni monade ha di sé e di Dio al suo interno.
Questo concetto di monade risolve il problema dell'interazione tra mente e materia che sorge nel sistema di Cartesio, così come l'individuazione all'apparenza problematica nel sistema di Baruch Spinoza, che rappresenta le creature individuali come semplici modificazioni accidentali di un'unica sostanza.
Secondo questo pensiero il mondo deve essere il migliore e più equilibrato dei mondi possibili, in quanto creato da un Dio perfetto. In questo modo si risolve a priori il problema del male, non a posteriori con un premio ultraterreno per i giusti, che Kant userà per argomentare l'immortalità dell'anima. Le idee non sono incompatibili.
A Leibniz si deve l'invenzione della matematica dei limiti ed il principio degli indiscernibili, utilizzato nelle scienze; secondo questo principio, due cose che appaiono uguali e fra le quali la ragione non trova differenze, sono uguali. Da questo principio deduce il principio di ragion sufficiente per il quale ogni cosa che è, ha una causa.
Il principio di ragion sufficiente, davanti ai mali del mondo, obbliga a trovare una giustificazione, senza negare l'esistenza; ciò a differenza della posizione di Sant'Agostino e di altri filosofi.
La sua frase "Viviamo nel migliore dei mondi possibili" viene guardata con divertimento dai suoi contemporanei, soprattutto Voltaire, che farà una parodia di Leibniz nella sua novella "Candide"; nel racconto Leibniz appare come un certo Dottor Pangloss: a partire da quest'opera il termine "panglossismo" si riferirà a persone che sostengono di vivere nel miglior mondo possibile.
La concezione di Leibniz è contrapposta alla tesi di Newton di un universo costituito da un moto casuale di particelle che interagiscono secondo la sola legge di gravità. Tale legge secondo Leibniz è insufficiente a spiegare l'ordine, la presenza di strutture organizzate e della vita nell'universo.
Leibniz è anche ritenuto la prima persona ad aver suggerito che il concetto di retroazione fosse utile per spiegare molti fenomeni in diversi campi di studio.
Sviluppa inoltre un'idea di sistema economico. Leibniz considera che la schiavitù non migliora la produttività: è invece uno spreco perché la vera ricchezza risiede nelle capacità dei cittadini di inventare. L'utopia anche se non può essere raggiunta, vale come limite a cui tendere.
Il suo scritto "La Società e l'Economia" nasce all'interno di una disputa con il filosofo liberista John Locke. Leibniz ritiene che uno Stato debba favorire la creazione d'invenzioni, di macchine e di manifatture, al fine di liberare l'uomo dal lavoro fisico più alienante e di dare alla società più pensatori e più capacità.
Nel saggio politico "Sulla legge naturale" afferma che la società perfetta è quella il cui obiettivo è la felicità suprema e generale. Dal suo enorme epistolario, risulta una sua influenza presso molte corti europee, fino alla Russia di Pietro il Grande del quale il tedesco diviene per un certo periodo consigliere personale. Nell'arco di anni di attività diplomatica Leibniz tesse nel mondo una fitta rete di amicizie con pensatori repubblicani, amicizie che rientravano anche nel programma politico che Benjamin Franklin e Alexander Hamilton avevano in mente per l'America.
Il pensiero economico di Leibniz muove una critica preventiva sia a Karl Marx che ad Adam Smith. Secondo Leibniz la ricchezza di una nazione non risiede né nelle ore di lavoro incorporate nei beni - e nella fatica necessaria a produrli - né nell'abbondanza di oro che corrisponde ad un attivo della bilancia commerciale (più esportazioni che importazioni). La ricchezza è per lui in primo luogo la capacità di una nazione di produrre beni. E il principale prodotto di una società sono le persone; la ricchezza consiste nella disponibilità di un capitale umano di conoscenza e di un'industria manifatturiera in grado di garantire un futuro alla crescita economica. Ogni repubblica secondo Leibniz avrebbe dovuto investire nell'istruzione e mantenere una propria industria manifatturiera. Da un certo punto di vista anche alle nazioni Leibniz applica la nozione di monade.
Gottfried Wilhelm von Leibniz muore ad Hannover il 14 novembre 1716.

domenica 15 giugno 2014

#FilosofiadelRifiuto # DiariodegliErrori - Ennio Flaiano

 

 imm. da italiaculturale.it Ennio-Flaiano.jpg

Agire come Bartleby lo scrivano. Preferire sempre di no. Non rispondere a inchieste, rifiutare interviste, non firmare manifesti, perché tutto viene utilizzato contro di te, in una società che è chiaramente contro la libertà dell'individuo e favorisce però il malgoverno, la malavita, la mafia, la camorra, la partitocrazia, che ostacola la ricerca scientifica, la cultura, una sana vita universitaria, dominata dalla Burocrazia, dalla polizia, dalla ricerca della menzogna, dalla tribù, dagli stregoni della tribù, dagli arruffoni, dai meridionali scalatori, dai settentrionali discesisti, dai centrali centripeti, dalla Chiesa, dai servi, dai miserabili, dagli avidi di potere a qualsiasi livello, dai convertiti, dagli invertiti, dai reduci, dai mutilati, dagli elettrici, dai gasisti, dagli studenti bocciati, dai pornografi, poligrafi, truffatori, mistificatori, autori ed editori. Rifiutarsi, ma senza specificare la ragione del tuo rifiuto, perché anche questa verrebbe distorta, annessa, utilizzata. Rispondere: no. Non cedere alle lusinghe della televisione. Non farti crescere i capelli, perché questo segno esterno ti classifica e la tua azione può essere neutralizzata in base a questo segno. Non cantare, perché le tue canzoni piacciono e vengono annesse. Non preferire l'amore alla guerra, perché anche l'amore è un invito alla lotta. Non preferire niente. Non adunarti con quelli che la pensano come te, migliaia di no isolati sono più efficaci di milioni di no in gruppo.
Ogni gruppo può essere colpito, annesso, utilizzato, strumentalizzato. Alle urne metti la tua scheda bianca sulla quale avrai scritto: No. Sarà il modo segreto di contarci. Un No deve salire dal profondo e spaventare quelli del Sì. I quali si chiederanno che cosa non viene apprezzato nel loro ottimismo.

 Ennio Flaiano, Filosofia del rifiuto da "Diario degli errori"


martedì 21 maggio 2013

#Filosofia e saggezza


http://img213.imageshack.us/img213/6885/atriste2af8v.jpg

Dio mi liberi dalla saggezza che non piange, dalla filosofia che non ride, dall'orgoglio che non s'inchina davanti ad un bambino. 
Dio mi guardi dall'uomo che si proclama fiaccola che illumina il cammino dell'umanità. Ben venga l'uomo che cerca il suo cammino alla luce degli altri.

Khalil Gibran

Cerca nel blog

Archivio blog