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lunedì 20 febbraio 2023

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 20 febbraio.
Il 20 febbraio 1810 viene fucilato Andreas Hofer, ancora oggi considerato un eroe tirolese sia in Austria che in Alto Adige.
 Andreas Hofer nacque il 22 novembre del 1767 a San Leonardo in Passiria (in tedesco: St. Leonhard in Passeier), che all'epoca apparteneva all'Austria. Fu un agiato oste di una locanda del suo paese e, dato che era anche commerciante di cavalli, viaggiò molto diventando così un personaggio conosciuto in tutta la regione.
Andreas Hofer fu profondamente religioso e un uomo di grande rettitudine, ma era anche credulone e aveva una visione molto limitata dei giochi politici tra le monarchie a Parigi e Vienna, dei quali, alla fine, fu vittima.
In realtà, Andreas Hofer non combatté per la libertà; combatté perché il Tirolo fosse reso all'Austria, per il potere incondizionato della Chiesa cattolica e per le forme tradizionali della religione.
Il governo bavarese che, per ordine della Francia, aveva occupato il Tirolo durante le guerre napoleoniche, rappresentava la causa della libertà personale, politica e sociale molto più che non l'esercito contadino di Andreas Hofer. L'amministrazione bavarese, salutata del resto con entusiasmo dalla borghesia tirolese di Innsbruck, portò in Tirolo delle riforme sul modello francese: una modernizzazione del sistema giudiziario e finanziario, l'abolizione dei privilegi nobiliari, fra cui il diritto dei proprietari terrieri di giudicare i loro contadini personalmente, l'equiparazione dei protestanti e degli ebrei e il divorzio.
Ma le nuove leggi fiscali, il cambio sfavorevole della moneta austriaca rispetto alla valuta bavarese e la nuova concorrenza del vino francese e italiano, più economico, colpirono duramente gli albergatori tirolesi e in parte anche i contadini. La chiusura dei monasteri, ma soprattutto l'atteggiamento irriguardoso dei funzionari bavaresi verso le tradizionali usanze religiose indignarono profondamente la popolazione rurale. La sostituzione del nome Tirolo con quello di "Baviera meridionale" fu un altro grave errore degli occupanti bavaresi sostenuti da Napoleone.
La corte di Vienna seguiva con grande attenzione gli sviluppi nel Tirolo. I consiglieri dell'imperatore decisero di preparare una rivolta, allo scopo di impegnare, durante la progettata guerra contro Napoleone, forti contingenti francesi e bavaresi nelle regioni alpine. Nel gennaio 1809 invitarono a Vienna alcuni albergatori, commercianti di bestiame e contadini del Tirolo, fra cui Andreas Hofer, li incitarono ad attaccare e promisero loro un aiuto militare da parte dell'esercito.
All'inizio di aprile un corpo d'armata austriaco marciò effettivamente sul Tirolo occupato dai francesi e dai bavaresi, ma dovette ritirarsi ben presto dopo una sconfitta presso Wörgl. Allora i circa 14.000 uomini dell'esercito di contadini guidato da Andreas Hofer restarono soli a combattere contro le forze nemiche. Combatterono valorosamente, fra aprile e agosto sconfissero in vari scontri i contingenti meglio armati dell'esercito francese e bavarese, e li costrinsero ad abbandonare il Tirolo.
Il 15 agosto Andreas Hofer entrò a Innsbruck come capo di un governo provinciale provvisorio. Egli salutò la popolazione: "Tutti quelli che vogliono essere miei compagni d'arme, devono combattere da valorosi, onesti e bravi Tirolesi per Dio, l'imperatore e la patria". Non parlò di libertà. Il suo breve governo represse le libertà civili e costrinse i protestanti, gli ebrei, ma anche le donne, a tornare al loro solito ruolo di emarginati. Nel suo "mandato sul buoncostume" si legge: "Molti dei difensori della patria sono adirati perché le donne si coprono il petto e le braccia troppo poco o con veli trasparenti, e in tal modo provocano stimoli peccaminosi, che devono dispiacere altamente a Dio". Del suo programma faceva parte anche l'appello del frate cappuccino Joachim Haspinger, di opporsi alla vaccinazione antivaiolosa introdotta dall'amministrazione bavarese: "Non spetta agli uomini, immischiarsi in questa maniera nei piani divini!"
La pace di Schönbrunn tra l'Austria e la Francia conclusa dieci giorni dopo, che riconfermò la sovranità bavarese sul Tirolo, scosse profondamente il patriota tirolese; non comprendeva più il mondo, ma si inchinava alla volontà dell'imperatore, da lui venerato come un Dio. Il suo governo si sciolse. Dopo un'ultima, sfortunata battaglia al Bergisel, il 1° novembre, Andreas Hofer, obbedendo agli ordini, depose le armi e pubblicò un messaggio di pace. Un'amnistia generale concordata a Innsbruck, assicurò la completa impunità a tutti i partecipanti alla rivolta. Andreas Hofer tornò indisturbato a casa sua, nella sua locanda a San Leonardo in Passiria.
Ma a questo punto comparvero sulla scena dei provocatori, capeggiati dal fanatico frate cappuccino Joachim Haspinger, quello che rifiutava la vaccinazione antivaiolosa. Essi raccontarono a Hofer che l'imperatore Francesco I non aveva affatto concluso la pace con Napoleone, non aveva mai ceduto il Tirolo alla Baviera, che le notizie da Vienna erano false e che la lotta doveva essere ripresa. Un esercito austriaco sarebbe già in marcia per aiutare i Tirolesi. E l'ingenuo Hofer si lasciò ingannare. Ordinò l'ultima chiamata alle armi per i cittadini tirolesi. Adesso però fu solo un piccolo contingente che, dopo alcuni successi locali, ben presto si disgregò. Andreas Hofer si rifugiò sulla Pfandleralm, fu tradito da un contadino tirolese per un compenso di 1.500 fiorini, fu arrestato e deferito a un tribunale di guerra nella fortezza di Mantova dove fu processato, condannato a morte e fucilato il 20 febbraio del 1810.
Tre settimane dopo Napoleone sposò Maria Luisa, la figlia dell'imperatore Francesco I dell'Austria. In cambio del Tirolo l'Austria aveva ottenuto la regione di Salisburgo e di Andreas Hofer non se ne parlò più...

sabato 16 ottobre 2021

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 16 ottobre.
Il 16 ottobre 1793 la regina di Francia, Maria Antonietta d'Austria, veniva ghigliottinata.
Maria Antonietta nacque nel 1755 all’apice della piramide sociale europea.
Nacque principessa ed arciduchessa, la quindicesima figlia di Maria Teresa, Imperatrice d’Austria, e la sua preferita. La casa reale degli Asburgo era la più antica casa regnante d’Europa, e la giovane principessa godette dell’ambiente rilassato del Palazzo di Schonbrünn e dell’indulgenza dei suoi tutori, dei genitori, di fratelli e sorelle.
Maria Teresa fu la famosa imperatrice austriaca che annoverava, tra le sue molte doti, l’abilità di sposare la sua numerosa prole in modo strategicamente conveniente per l’impero d’Austria. Che è proprio quanto accadde con Maria Antonietta. Per la sua graziosa figlia favorita, Maria Teresa combinò uno speciale matrimonio per cementare la nuova alleanza con la Francia che ella aveva concluso con Luigi XV. Pertanto, Maria Antonietta dovette lasciare l’Austria in cambio del più prestigioso trono in tutta Europa.
La vita di Maria Antonietta sembrava un sogno quando all’età di 15 anni sposò l’erede al trono di Francia, il Delfino. La Francia era allora la più potente nazione dell’Europa continentale, e il palazzo di Versailles il più opulento. La giovane principessa non avrebbe potuto sperare in un matrimonio più prestigioso, e la sua magnifica cerimonia matrimoniale nel 1770 non ebbe eguali in fatto di pompa reale.
Al confine, fu spogliata e rivestita con l’abbigliamento allora di moda alla corte francese. Quando fu presentata al re di Francia Luigi XV, questi la definì deliziosa e commentò con tutti sul suo grazioso aspetto ben proporzionato, di cui egli molto si compiaceva. Maria Antonietta divenne la Delfina, circondata da tutti gli agi della corte francese.
La sua vita d’incanto raggiunse l’apice quando il vecchio re morì e suo marito divenne Re Luigi XVI nel 1774. Maria Antonietta – non ancora ventenne – divenne Regina di Francia.
Tuttavia, questa figlia della fortuna conduceva una vita matrimoniale infelice. Luigi era scialbo, goffo e certamente non quello che lei avrebbe desiderato. La devozione di lui per la caccia, per gli orologi e per la sua fucina, e la sua abitudine di alzarsi e coricarsi presto erano in contrasto con l’amore di lei per l’arte, la moda, la danza e la vita notturna di Francia. Viene alla mente il contrasto tra Carlo e Diana. Mentre il Re Luigi XV, i fratelli di suo marito, Provence e Artois, e altri a corte notarono subito la sua grazia e bellezza, il suo timido marito fu lento nel sostenere i suoi diritti matrimoniali. Da lontano, Luigi XVI, come gli altri, ammirava molto il fascino e il carattere di Maria Antonietta, e divenne in seguito un marito devoto, ma fu di poco conforto per lei durante i suoi primi anni in Francia.
Sospinta dalle lettere di sua madre, Maria Antonietta continuava a inseguire Luigi. Tuttavia, anche quando ella riuscì a raggiungere con lui una certa intimità, Luigi fu incapace di avere soddisfacenti erezioni, il che non fece che aumentare la frustrazione della sua sposa. Antonietta e Luigi non riuscivano ad avere rapporti sessuali e il loro matrimonio non potè essere consumato per sette anni. Fu necessario l’intervento del fratello maggiore della regina, l’imperatore Giuseppe d’Austria, in un incontro a quattr’occhi con Luigi nel 1777, per convincerlo della necessità di un’operazione. Nel frattempo, la giovane regina soffriva in silenzio le maligne insinuazioni di non essere capace di dare un erede al trono.
Oltre a sentirsi frustrata per i rapporti con suo marito, Maria Antonietta era infastidita dai doveri legati alla sua posizione. I giorni della giovane principessa e, successivamente, regina venivano trascorsi in eterni rituali di corte dettati da una rigorosa etichetta che risalivano ai giorni di Luigi XIV.
La giovane regina si stancò presto di doversi continuamente esibire in pubblico secondo i requisiti della sua posizione. Le mancava l’ambiente più rilassato e la libertà di Vienna. Il suo dispiacere e il suo sarcasmo, diretti alle zie e ai membri più anziani dell’alta nobiltà furono notati e diventarono oggetto di commento.
Maria Antonietta tentò di sfuggire alle frustrazioni coniugali e alla noia della vita di corte. Con il passare del tempo, Maria Antonietta cominciò ad esercitare il suo potere di regina: trascorreva meno tempo a corte e si circondava di una dissoluta combriccola, guidata da Yolande de Polignac e Thérèse de Lamballe. Elargiva costosi doni e posizioni a questi amici e, nel farlo, ignorava i grandi casati della nobiltà francese.
Con i suoi giovani amici, Maria Antonietta si gettò in una vita di piacere e spensierata stravaganza. Ciò includeva balli in maschera a Parigi, gioco d’azzardo, spettacoli teatrali e passeggiate a tarda sera nel parco. Il suo circolo comprendeva il frivolo fratello più giovane del re, il Conte d’Artois, e piacenti giovani cortigiani come il Duca di Ligne, i Conti Dillon, Vaudreuil e Axel Fersen.
Le indiscrezioni della regina con il suo circolo di amici condusse a scandali come l’Affare della Collana di Diamanti, e a voci riguardanti i suoi rapporti con quel circolo ad inclusione di Axel Fersen.
La giovane regina, con la sua bionda bellezza e il suo stile, dettava moda in tutta la Francia e in Europa. La sua ritrattista Élisabeth Vigée-Lebrun elogiava il colore luminoso della sua carnagione, i suoi lunghi capelli biondi e la sua figura ben proporzionata e sviluppata. Tutti facevano commenti sul suo portamento. Il paggio Tilly disse che camminava meglio di qualsiasi altra donna e, se si offriva una poltrona ad una donna, a lei si doveva offrire un trono.
Alla regina piacevano stile e bellezza, ma la sua rinomanza nel campo della moda le costò cara. La regina spendeva in abbondanza per i propri vestiti ed ornamenti. Ogni anno eccedeva la somma destinata al suo abbigliamento, regolarmente pagata dal re. Gli eccessi dei suoi copricapo, delle piume e dei voluminosi vestiti furono oggetto di pubblico commento, di caricature e – di tanto in tanto – di ridicolo.
La regina spendeva altrettanto abbondantemente per i suoi già menzionati amici e per il proprio divertimento, compreso il suo ritiro al Petit Trianon. Questo era un piccolo palazzo vicino a Versailles, donato a Maria Antonietta da Luigi XVI. Là, la regina fece apportare grandi decorazioni d’interni e ordinò la costruzione di un teatro per i suoi spettacoli e del Tempio d’Amore nel parco.
Maria Antonietta fece inoltre costruire un tipico rustico viennese chiamato ‘hameau’ dove si divertiva a recitare la parte di una semplice mungitrice. Per maggior divertimento, furono prodotti vasi in porcellana di Sevres utilizzando come calchi gli abbondanti seni di Maria Antonietta (come si diceva fosse stato fatto per Elena di Troia). La fattoria fu provvista di pecore e capre profumate, ma la mungitura e altre incombenze venivano eseguite da servitori.
Mentre si avvicinava lo scoppio della Rivoluzione, l’invidia e l’odio nei confronti di Maria Antonietta erano generalmente diffusi. Molti a corte si erano sempre opposti all’alleanza con l’Austria, e si erano risentiti degli sforzi della regina di intercedere occasionalmente per cause austriache.
Il fratello del re, il Conte di Provenza, e suo cugino, il Duca d’Orleans, erano entrambi considerati più capaci di Luigi XVI. Entrambi erano gelosi del titolo regale di Luigi e del suo matrimonio con la bella Maria Antonietta.
Molti altri membri della nobiltà erano invidiosi nei confronti della regina e si sentirono insultati dal suo rifiuto dell’etichetta di corte, dalla sua preferenza per un piccolo circolo di amici e dalla preferenza a loro riservata. Pertanto, alcuni nobili insoddisfatti diventarono terreno fertile per la produzione d’infamie contro la regina. Costruirono e fecero circolare storielle scurrili sulla regina e sulla sua vita privata: alcune l’accusavano di prestarsi ad ogni sorta di atti sessuali con vari cortigiani e cortigiane (si metteva altresì in dubbio la paternità dei figli della coppia reale), e altre di inviare somme di denaro in Austria.
Intorno al 1784-85 abbondavano i racconti sulle stravaganze della regina, sulla sua dissolutezza e sui suoi vizi a sfondo sessuale. Fu a questo punto che l’Affare della Collana di Diamanti diventò un evento sensazionale che catturò l’attenzione dell’intera nazione.
L’affare mise insieme tre situazioni slegate tra loro, fondendole per mezzo della certezza ormai ampiamente diffusa della condotta immorale di Maria Antonietta. Per anni, una certa Madame de Lamotte – squattrinata discendente dell’antico nobile casato dei Valois – tramava per ottenere una posizione a corte. Nello stesso tempo, il Principe de Rohan – cardinale di Francia molto noto in società – soffriva per essere escluso da anni dal circolo personale di Maria Antonietta, e il gioielliere Boehmer era incapace di convincere Maria Antonietta ad acquistare una favolosa e costosissima collana di diamanti originariamente preparata per Madame du Barry, l’amante di Luigi XV.
La Lamotte, che era una donna attraente e prosperosa, catturò l’attenzione di entrambi gli uomini e riuscì a convincerli di essere l’amante (lesbica) di Maria Antonietta. La Lamotte persuase il Rohan del fatto che la regina voleva davvero la collana, il Rohan la ottenne dal Boehmer e la diede alla Lamotte dopo un incontro a tarda notte con una prostituta che aveva le sembianze di Maria Antonietta vicino al Tempio d’Amore, dove si diceva che la regina desse i suoi appuntamenti segreti.
Mentre la regina si preparava ad interpretare il suo ruolo nella commedia di Beaumarchais “Le Nozze di Figaro”, che era stata recentemente messa al bando, Boehmer l’avvicinò per ottenere il pagamento e solo allora si scoprì l’arcano. Quando vennero a conoscenza dei fatti che stavano alla base dell’affaire, entrambi il re e la regina si adirarono con il Rohan, perché questi aveva creduto che la regina arrivasse a ricorrere ad un intermediario per ottenere una collana.
Il risentimento dei sovrani si rivelò disastroso. Il cardinale, il più alto prelato di Francia, fu arrestato il giorno della Festa dell’Assunzione nel bel mezzo della corte. In seguito, la regina pretese di essere vendicata pubblicamente e pertanto il re ottenne un processo davanti al Parlamento di Parigi.
Il processo fu un evento sensazionale per mesi, e i panni sporchi della monarchia vennero lavati davanti a tutta la Francia. Il “cast” incluse membri dell’alta nobiltà, ciarlatani, una prostituta che assomigliava alla regina e, soprattutto, la favolosa collana di diamanti e la regina stessa, che tuttavia non fu mai chiamata a testimoniare. Alla fine, la nobiltà sfidò l’intera nazione nell’Affare della Collana di Diamanti con l’assoluzione del Principe de Rohan dall’accusa di avere insultato la regina. A tutti gli effetti, secondo la sentenza del Parlamento dei Nobili, la regina era degna di tale insulto a causa della sua reputazione. Il Rohan poteva ragionevolmente credere che Maria Antonietta volesse usarlo come intermediario e alla fine prestare favori sessuali, in cambio di una collana di diamanti.
Quando fu annunciato il verdetto di non colpevolezza in un affollato teatro dell’opera di Parigi, si levò un enorme strepito e tutti i presenti si voltarono in direzione del palco reale. Maria Antonietta – in preda allo shock – se ne andò immediatamente alla sua carrozza, tra i fischi della folla.
Il tribunale condannò la Lamotte (che non godeva di influenze altolocate) ad essere marchiata sui seni ed imprigionata. Suo marito, tuttavia, era riuscito ad evadere dalla prigione e lei stessa fuggì in Inghilterra. Da lì, si vendicò inventando e facendo circolare storie secondo le quali lei era veramente stata l’amante lesbica della regina, la regina era insaziabile nei suoi desideri e aveva ricevuto la collana, e l’affaire era stato messo insieme per il suo divertimento. Per quanto la sua storia avesse del fantastico, ne circolarono migliaia di copie e venne ampiamente creduta. Così tanto che se la Lamotte non fosse morta nel 1793, sarebbe probabilmente stata testimone per l’accusa nel processo contro Maria Antonietta.
Per ironia della sorte, proprio quando scoppiò lo scandalo della Collana di Diamanti e la popolarità della regina sprofondò nell’abisso, il passare degli anni e la maturità attenuarono il suo stile di vita. Luigi e Antonietta riuscirono ad avere figli ed ella partorì quattro volte. Dedicava ormai poco tempo alla vita notturna di Parigi e ne trascorreva di più con la famiglia ed i figli. Sebbene ancora graziosa ed attraente, una volta arrivata ai trent’anni, Maria Antonietta cominciò ad apparire più robusta e ad orientarsi verso colori più scuri. La sua modista Madame Bertin iniziò a proporre una moda meno sfarzosa, pur tuttavia mettendo in evidenza gli ampi seni della regina. Nonostante quest’ultima continuasse a flirtare con gli uomini della corte e a trascorrere molto tempo con Axel Fersen, Luigi era sempre più devoto alla sua bella moglie, che egli adorava.
La vita personale di Maria Antonietta cominciava a diventare stabile, mentre lo stato in cui versava la Francia non lo era affatto. Negli anni precedenti la Rivoluzione, i raccolti furono pessimi e i meno abbienti ne soffrirono. La regina mostrava il suo buon cuore e cercava di aiutare i poveri del suo paese: partecipava a recite a scopo di beneficenza (anche la sera in cui il verdetto del processo della Collana fu annunciato), e utilizzava il suo “hameau” per aiutare alcune famiglie bisognose. Tuttavia, le sue piccole azioni non vennero affatto notate da chi soffriva. Ciò che si ricordava era che la regina giocava a fare la mungitrice e la pastora nel suo ben curato “hameau” del Trianon, mentre i veri contadini morivano di fame. Veniva considerata insensibile, il che fece credere a molti che avesse risposto “Che mangino le brioches”, quando le fu detto che il popolo non aveva pane.
Inoltre, la Francia sprofondava in enormi debiti ereditati da Luigi XV che Luigi XVI era stato incapace di saldare. Il debito del paese si era ormai trasformato in una crisi e l’ultima goccia fu il costoso aiuto prestato dalla Francia alle colonie americane, dal 1778 al 1783, impegnate in una guerra contro la Gran Bretagna per ottenerne l’indipendenza. Per cercare di ridare vigore alla popolarità della regina ed aumentare il sostegno a favore della monarchia, furono dipinti ed esibiti ritratti che mostravano la regina circondata dall’affetto dei suoi figli. Tuttavia, l’ovvio esercizio di propaganda reale ebbe risultati negativi in quanto i detrattori notarono i pomposi abiti della regina e soprannominarono “Madame Deficit” la protagonista dei ritratti.
Luigi XVI aveva quanto mai bisogno dell’appoggio della nobiltà in questo momento di impopolarità, che continuava ad aumentare sull’onda dell’Affare della Collana. Egli tentò di effettuare riforme necessarie attraverso una serie di ministri, cercando consiglio ogni volta da parte della sua regina, e infine chiamò un’assemblea di notabili per cercare ancora una volta di effettuare quelle riforme che dovevano rimediare alla crisi finanziaria. Luigi non era un sovrano energico e l’influenza di sua moglie suscitava risentimenti, il che non fece che indebolire la posizione della monarchia.
Luigi e Maria Antonietta furono colpiti da una tragedia nel 1789. Il loro primo figlio ed erede, il Delfino, colpito da una malattia ereditaria agonizzante ed invalidante, morì nel mese di giugno. Senza contare vari aborti spontanei, questo fu il secondo lutto a colpire i sovrani, in quanto la figlia più giovane era morta nel 1786. Durante questo nuovo dolore, la coppia doveva affrontare la crisi che ora minacciava la loro autorità e che avrebbe portato ulteriori tragedie nel seno di questa famiglia.
Incapace di obbligare la nobiltà ad effettuare le necessarie riforme finanziarie, il disperato monarca richiamò gli Stati Generali nel maggio del 1789. Era la prima volta in 175 anni che quest’organo di consultazione veniva richiamato. Tuttavia, era un evento unico perché dava rappresentanza alla gente comune, che poteva ora votare in qualità di uno dei tre Stati. Luigi lo fece per cercare di ottenere l’appoggio della borghesia (il Terzo Stato) per forzare le necessarie riforme.
I lavori degli Stati Generali non iniziarono sotto un buon auspicio, poiché le apparizioni della regina furono prima accolte con il silenzio e poi con grida di “Viva il Duca d’Orleans”, il corteggiatore che lei aveva disdegnato e che era ora un acerrimo nemico. Questa atmosfera di ribellione era un segno di ciò che doveva seguire. La gente comune era scontenta del limitato ruolo del Terzo Stato che Luigi immaginava. Il genio era ormai fuori dalla lampada. Il Terzo Stato si autodichiarò Assemblea Nazionale e con il Giuramento della Pallacorda stabilì che non si sarebbe sciolto, fino a che la Francia non avesse una costituzione.
Luigi mancava della volontà di spegnere questa ribellione, ma fu ripetutamente spinto all’azione da Maria Antonietta. La regina desiderava ardentemente conservare la monarchia assoluta ed era risoluta nella sua opposizione a riforme che avrebbero dato maggiori poteri alla gente comune.
Tuttavia, il popolo non voleva la soppressione del Terzo Stato, in previsione dei successi che si sarebbero ottenuti. A luglio, la folla assediò l'Hotel des Invalides (la scuola militare) e ottenne rifornimento di armi da fuoco. La mossa seguente era quella di ottenere la polvere da sparo cosicché si sarebbe potuto difendere l’Assemblea in caso di bisogno. Si raggiunse questo scopo quando la folla attaccò un grande simbolo della monarchia assoluta, l’antica e famosa prigione-fortezza della Bastiglia, che sovrastava il centro di Parigi.
Luigi mancò di risolutezza e la folla riuscì a prendere la Bastiglia. Il governatore della fortezza, che tentò di resistere minacciando di far saltare la polvere da sparo, fu ucciso dalla folla e la sua testa venne portata per la città su di una picca. Il popolo aveva ormai armi e munizioni. L’illegalità era prevalsa e nessuna azione era stata intrapresa dal re a titolo di risposta. Luigi si recò a Parigi per riportare la calma, ma nulla si fece contro coloro che avevano attaccato la Bastiglia.
La presa della Bastiglia turbò molto un certo numero di nobili che conoscevano il grado di povertà del popolo e temevano vendette, se il potere reale si fosse dimostrato inadeguato a controllare gli impulsi della folla. Membri di spicco della corte, tra i quali amici intimi di Maria Antonietta lasciarono il paese. Tra luglio e agosto se ne andarono il Conte d’Artois e Madame de Polignac e, in ottobre, la sua amica e ritrattista Madame Vigée-Lebrun.
Il palazzo reale di Versailles si trovava ad appena 20 miglia dal calderone ribollente di Parigi. Anche Maria Antonietta temeva la folla di Parigi e consigliò al re di riparare altrove in modo che egli potesse spegnere la ribellione da lontano, ma Luigi non volle lasciare Versailles.
La regina riuscì a persuadere Luigi ad aumentare il numero delle truppe dalle province, che si sperava sarebbero state fedeli alla Corona. Le azioni di Maria Antonietta non passarono inosservate. Il suo portamento fiero e quella che veniva percepita come la sua arroganza la resero il primo obiettivo di denigrazione da parte dei rivoluzionari. Nonostante gli sforzi di Maria Antonietta, il re fu riluttante a confrontare l’Assemblea dopo che nuove truppe furono richiamate perché Luigi non voleva aprire il fuoco contro il suo popolo. Durante l’estate, in un periodo che venne chiamato “la Grande Paura”, i contadini si rivoltarono in tutto il paese per paura che il re venisse spinto dalla regina e dal suo “comitato austriaco” a soffocare la rivoluzione. In agosto, fu pubblicata la Dichiarazione dei Diritti dell’Uomo con la quale si rinunciava ai titoli nobiliari, e il popolo affermava la propria posizione reclamando pari diritti contro una riaffermazione della monarchia assoluta.
Il 1° ottobre 1789, fu tenuto a Versailles un grande banchetto in onore delle guardie reali nel quale il vessillo reale e quello austriaco vennero applauditi, si brindò al re e alla regina quando apparirono e la coccarda tricolore del popolo francese venne calpestata. Storie sul banchetto e su “orge” cominciarono a circolare nei bassifondi di Parigi, in cui incombeva nuovamente la mancanza di pane.
I parigini ne ebbero abbastanza ed il 4 ottobre si riunì una gran folla per chiedere pane al re. Il giorno seguente, una folla composta principalmente di donne parigine marciò sotto la pioggia fino a Versailles per porre termine alle orge e domandare pane. Molte impugnavano coltelli e giuravano di usarli per “tagliare il bel collo dell’Austriaca” che era la fonte di tutti i loro problemi. “Sarei contenta di infilare questa lama fino al gomito nel suo ventre.” Altre promettevano di tagliare vari “pezzi di Antonietta”.
Raggiunta Versailles, esse incontrarono l’Assemblea ed ebbero una breve udienza con il re. Ancora una volta, la regina aveva desiderato di fuggire mentre esse avanzavano, ma Luigi non volle né partire né aprire il fuoco contro le donne. Quella notte, la marmaglia (forse con l’aiuto di agenti del Duca d’Orleans) trovò un’entrata priva di guardie e si diresse fino agli appartamenti della regina, che stava dormendo. Mentre gli assalitori imprecavano e dicevano di voler “uccidere la puttana austriaca “, le due guardie della regina diedero la vita per salvarla. Madame Campan ed altre dame raccolsero in fretta biancheria e vestiti, e Maria Antonietta corse via dalla sua camera da letto letteralmente “mezza nuda” (secondo alcune versioni) riuscendo di poco ad eludere l’attacco. Il letto della regina fu fatto a brandelli.
La regina si era salvata, ma la folla non era soddisfatta. Più tardi si chiese che il re e la regina apparissero al balcone e poi che i sovrani seguissero i dimostranti a Parigi. E così, Luigi e Maria Antonietta lasciarono Versailles per essere installati nel polveroso palazzo disabitato delle Tuileries a Parigi. Maria Antonietta non avrebbe più rivisto il suo amato Petit Trianon. Da allora in poi, il re e la regina sarebbero rimasti sotto il controllo dei comuni cittadini di Parigi e sarebbero stati vulnerabili ad attacchi da parte loro. I sovrani sapevano bene che il trasferimento a Parigi non era stata una loro scelta, e che non avevano il potere di annullare il volere della folla.
Nel 1790 e 1791, la rivoluzione sembrava essersi stabilizzata. Tuttavia, si cominciavano a spargere i semi della futura discordia e di una più violenta rivoluzione. L’Assemblea, ormai imbaldanzita, concesse ampi diritti al popolo, a spese della nobiltà e del clero. Si conferì valore legale a molte delle riforme, nonostante il veto del re. Luigi era particolarmente contrario al voto civile che veniva ora richiesto al clero cattolico romano.
Molti nobili avevano lasciato la Francia e Maria Antonietta temeva per la sua salvezza ed autorità reale. Ella cospirò con quegli émigrés e cercò aiuto da parte di altri sovrani europei, tra cui l’imperatore d’Austria suo fratello. Dopo la morte del leader moderato Conte di Mirabeau nel 1791, ed ulteriori azioni da parte dell’Assemblea che violavano l’autorità del clero cattolico romano, Antonietta persuase il riluttante Luigi a lasciare la Francia.
L’amico e supposto amante della regina Axel Fersen organizzò di tasca propria la carrozza necessaria, i falsi documenti di identità e i piani di fuga. La coppia reale fuggì da Parigi con i figli, tutti travestiti da comuni viaggiatori. Il re e la regina avevano insistito sulla necessità di viaggiare con tutti i comforts, e pertanto la loro carrozza si muoveva lenta e pesante. Cambi di cavalli si resero necessari e ciò attirò l’attenzione.
Durante un cambio, un attento patriota notò una donna attraente ma familiare che dava ordini nonostante fosse vestita da cameriera. Gli sembrò di riconoscere la regina e, da una moneta d’oro datagli come mancia, riconobbe il re. Jacques Drouet, questo il nome del patriota, si precipitò verso la piccola cittadina di Varennes e, una volta raggiuntala, avvertì la popolazione affinché si fermassero il re e la regina al loro arrivo. Questi avevano viaggiato per 200 miglia ed erano quasi vicino al confine franco-austriaco dove leali truppe erano pronte a portarli in salvo. Ma l’operazione non si potè condurre a compimento. Il re e la regina subirono l’umiliazione di essere riportati a Parigi con la forza, su strade polverose, nel corso dei successivi quattro giorni. Da ogni parte giungevano francesi che volevano vedere i famosi prigionieri e, in qualche occasione, assaltarli. Alcuni membri dell’Assemblea arrivarono in seguito e presero posto con loro nella carrozza già strapiena.
Quando arrivarono a Parigi, essi furono accolti dal più assoluto silenzio. Tutti gli uomini tennero il loro cappello in testa e al re non venne offerto alcun saluto o altro segno di deferenza. Gli stanchi viaggiatori erano coperti di polvere e di sudore. Mentre Madame Campan preparava il bagno per Maria Antonietta, la regina si tolse il cappello e il velo ed entrambe notarono che i suoi capelli biondi erano diventati completamente bianchi per la paura e i tormenti del viaggio.
Dopo la disastrosa fuga di Varennes, Maria Antonietta lavorò in un primo tempo con il monarchico costituzionale Barnave per cercare di restaurare il prestigio reale. Tuttavia, l’odio per la regina era ormai salito a nuovi livelli.
Maria Antonietta cominciò di nuovo a cercare aiuto dall’estero per un intervento in Francia che restaurasse l’autorità reale. L’Austria e la Prussia minacciarono la Francia da parte della famiglia reale e la Francia dichiarò guerra a quelle potenze nell’aprile 1792, ancora una volta nonostante il veto del re. A giugno, il palazzo delle Tuileries fu invaso e saccheggiato dalla folla, al re e alla regina furono inflitti ridicolo ed umiliazione ma non venne fatto loro altro male. Nello stesso momento, si cercavano volontari al grido di “la patria in pericolo ” e i Francesi furono chiamati a respingere gli invasori.
Nel luglio 1792, quando l’esercito prussiano invase la Francia, il Duca di Brunswick minacciò il popolo di Parigi che se fosse stato fatto del male alla persona del re o della regina, gli invasori avrebbero cercato vendetta sulla Francia. La proclamazione fu resa pubblica e fece grande sensazione nel paese.
Il 10 agosto 1792, il palazzo delle Tuileries fu preso d’assalto dal popolaccio, e il re e la regina si rifugiarono presso l’Assemblea. La famiglia reale fu installata in una piccola tribuna per la stampa, nel caldo soffocante e sotto le occhiate e i commenti della folla. In quella gabbia, sentirono i resoconti sulla caduta delle Tuileries e sul massacro di 900 guardie svizzere che erano rimaste per difenderli. Videro i tesori delle Tuileries ammassati sui banchi degli oratori, tra i quali vi erano carte, gioielli, e oggetti preziosi appartenenti alla famiglia reale. Ascoltarono i dibattiti e le votazioni con le quali si sospese e si pose fine alla monarchia. Fu dichiarata la Repubblica e la famiglia reale fu imprigionata nella fortezza del Tempio.
Altri aristocratici furono imprigionati nello stesso periodo. Quando le fortune dell’esercito francese sul campo comiciarono a vacillare, si levarono grida che incitavano ad uccidere i traditori all’interno del paese. Centinaia di aristocratici furono massacrati nelle prigioni nel settembre 1792. La vittima più famosa fu Madame de Lamballe, amica intima di Maria Antonietta che era ritornata a Parigi per assisterla in tempo di pericolo. La Lamballe fu portata dinanzi ad un tribunale e quando rifiutò di giurare contro la regina, fu fatta a pezzi dalla folla. La sua testa, i seni e gli organi genitali tagliati e montati su picche furono portati in processione fin davanti alla finestra della regina al Tempio. Il regno del Terrore era cominciato.
La famiglia reale si trovava ora sotto stretta sorveglianza e, privata delle raffinatezze e dei servitori, era obbligata a vivere semplicemente, confinata nella fortezza del Tempio. Ma la loro pace non era destinata a durare.
Nel dicembre 1792, Re Luigi XVI fu portato davanti alla Convenzione Nazionale e processato per tradimento. Fu giudicato colpevole e, con voto segreto, condannato a morte. Nel gennaio 1793, Luigi XVI fu giustiziato dalla ghigliottina. Nei due anni che seguirono, migliaia di altri vennero processati davanti al Tribunale Rivoluzionario e allo stesso modo giustiziati dalla ghigliottina.
Dopo la morte del marito, il figlio di Maria Antonietta fu strappato con la forza alle cure materne nel luglio 1793. La povera donna implorò che fosse concesso a suo figlio di restare ma non riuscì a cambiare la volontà dei ministri. Il ragazzino fu affidato alle cure del ciabattino Simon e morì di stenti nel giro di due anni.
Nel settembre 1793, Maria Antonietta fu separata dalla figlia e dalla cognata. Ora chiamata “la vedova Capeto”, Maria Antonietta fu trasferita all’umida prigione delle Conciergerie, nella quale visse per mesi di solitario confino sotto la sorveglianza totale dei rivoluzionari, che ora controllavano ogni sua mossa. La prigione delle Conciergerie era l’anticamera della morte. In questa malsana prigione, ella perse molto peso e la sua vista cominciò a diminuire, ma non le restava molto da vivere.
Il 14 ottobre, la povera pallida donna fu svegliata in piena notte e portata al Tribunale Rivoluzionario. Il processo fu un orrore e la regina fu attaccata più come persona che come sovrana. Si obbligò perfino il suo bambino a testimoniare di abusi sessuali a cui lei lo avrebbe sottomesso. Davanti a quell’accusa, la regina – che aveva risposto coraggiosamente a tutto – disse: “Se non rispondo è perché non è possibile. Faccio appello a tutte le madri in questa sala.”
Nonostante la sua eloquenza, il verdetto non fu mai messo in discussione. Come il re, anche Maria Antonietta fu giudicata colpevole.
Quando andò incontro alla morte il 16 ottobre 1793, molti trasalirono … Maria Antonietta aveva soltanto 38 anni, ma la folla vide (come l’artista David si affrettò a disegnare) una vecchia in abiti contadini, grigia e spettinata, un contrasto impressionante con l’elegante e voluttuosa Regina del Trianon, la figlia della fortuna che era stata fino a solo 4 anni prima. I capelli di Maria Antonietta erano stati tagliati rozzamente e, con le mani legate dietro la schiena, fu trasportata su di una carretta tra i fischi e gli insulti della folla. Tuttavia, la povera donna rimase seduta in posizione eretta e cercò di conservare la sua dignità. Fino alla fine, Maria Antonietta mostrò un portamento e un coraggio da regina, nonostante le avversità.
Dopo l’ultima sofferenza, il corpo di Maria Antonietta fu spinto sulla tavola della ghigliottina, la sua testa venne sistemata nella morsa e a mezzogiorno in punto la lama fu lasciata cadere tra l’entusiasmo generale. Secondo le parole di un organo di stampa rivoluzionario, “Mai Père Duchesne aveva assistito a così tanta gioia come quando la testa di quella puttana fu separata dal suo collo di gru”. Sanson alzò la testa sanguinante in modo che tutti la vedessero. In seguito, la testa fu gettata sulla carretta tra le gambe del corpo senza vita. Il cadavere di Maria Antonietta fu lasciato sull’erba prima di essere gettato in una fossa comune. Così terminò la vita di colei che era stata un tempo la donna più illustre e affascinante d’Europa.

martedì 29 giugno 2021

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 29 giugno.
Il 29 giugno 1620 nasce a Napoli Tommaso Aniello d'Amalfi, meglio noto come Masaniello.
Nei primi decenni del Seicento la Spagna è ancora una grande potenza militare, ma è talmente invischiata in conflitti bellici che le sue finanze vacillano pericolosamente. In realtà è iniziata una fase di decadenza economica che presto si rivelerà irreversibile.
Il re Filippo IV della dinastia degli Asburgo, che è anche sovrano del Portogallo, delle Due Sicilie e di Sardegna, per fronteggiare tali difficoltà inasprisce fino all'esasperazione la fiscalità nei suoi domini. L'inevitabile malumore del popolo, frammisto a tendenze indipendentiste, sfocia ben presto in sollevazioni un po' dovunque.
A Napoli, dove il commercio al minuto è controllato e sistematicamente taglieggiato dalle gabelle, la scintilla scocca con l'istituzione di un nuovo balzello su frutta e verdura. Il 7 luglio 1647 la protesta della gente provoca una colluttazione che rapidamente si estende ai rioni più prossimi. Fra gli agitatori risalta un giovane particolarmente focoso, Tommaso Aniello detto Masaniello, nato a Napoli 27 anni prima, il 29 giugno 1620, pescatore e pescivendolo ad Amalfi.
Masaniello insieme ad altri capipopolo, all'urlo "viva il re di Spagna e mora il malgoverno", guida i rivoltosi "lazzaroni" all'assalto degli uffici daziari e della stessa reggia del vicerè, forzando le carceri e liberandone i reclusi.
In realtà la sommossa è stata accuratamente organizzata dall'ottantenne Giulio Genoino, giurista e presbitero, che ha dedicato l'intera vita alla lotta all'oppressione fiscale del popolo e che, tramite un suo stretto collaboratore e seguace, aveva conosciuto Masaniello e deciso di farne il braccio operativo del suo piano rivoluzionario.
Dopo queste azioni Masaniello si ritrova unico capo della rivolta, e procede a dare un'organizzazione alla milizia popolare. Un fallito attentato subìto il 10 luglio ne accresce l'autorevolezza al punto che il vicerè, don Rodrigo Ponce de Leon, duca d'Arcos, per tenerlo dalla sua parte, lo nomina "capitan generale del fedelissimo popolo napoletano".
Nel frattempo Genoino, con un'azione diplomatica ma forte degli eventi in corso, ottiene dallo stesso vicerè una sorta di costituzione. L'umile pescatore di Amalfi, intanto, che da un giorno all'altro si è visto - dopo aver giurato fedeltà al re di Spagna - proiettato sostanzialmente verso il governo della città, perde in qualche modo il senso della realtà avviando una serie di epurazioni dei suoi avversari ed assumendo in generale comportamenti illiberali, stravaganti ed arroganti.
Lo stesso Genoino si accorge di non aver più alcun ascendente sul giovane, il quale non ascolta più nessuno e comincia addirittura a manifestare segni di squilibrio mentale.
Non è chiaro se è per mano dei sicari del vicerè, di quelli di Genoino o degli stessi rivoluzionari che il 16 luglio 1647 - a soli 27 anni di età - Masaniello viene assassinato nel monastero del Carmine di Napoli, dove aveva tentato di rifugiarsi.
La sua testa tagliata è consegnata da un popolo esultante e con toni trionfali al vicerè. Il giorno seguente un nuovo aumento del pane determina una presa di coscienza da parte della gente che va a recuperarne il corpo, lo riveste con la divisa di capitano e gli dà sepoltura solenne.
Così ne parla il barone Giuseppe Donzelli, studioso, storico e combattente nella rivolta napoletana, nella sua cronaca degli eventi intitolata "Partenope liberata ovvero racconto dell'heroica risoluzione fatta dal popolo di Napoli per sottrarsi con tutto il Regno dall'insopportabile giogo degli Spagnoli", dopo aver descritto l'invito a corte che Masaniello riceve insieme a sua moglie ed il trattamento di massimo riguardo che viene loro riservato dal vicerè e dalla viceregina, oltre a lussuosissimi doni:
"Dopo questo convito, fu osservato, che Tomaso Anello non operò più con sano giudizio, perché cominciò a fare molte azioni da frenetico: o fosse, perché gli havesse alterato il sentimento il vedersi pari al Vicerè; ovvero che per il soverchio discorrere, che di continuo non meno la notte che il giorno faceva col Popolo, e il più delle volte senza poco, o niente cibarsi, havesse dato in tale svanimento, sì come anche ne haveva perduto la voce".
Ma più verosimilmente Donzelli conclude insinuando il sospetto che gli spagnoli si siano vendicati facendogli ingerire qualcosa che lo ha portato alla follia.
La Repubblica Napoletana, nata il 22 ottobre 1647 come effetto della rivolta che, dopo Masaniello, è rinfocolata da Gennaro Annese, viene soppressa il 5 aprile 1648. Genoino verrà arrestato e morirà di lì a poco.
La figura di Masaniello, ribelle e martire la cui storia è tutta raccolta in appena nove giorni, è assurta nei secoli a vessillo della lotta dei deboli contro i potenti e, nello specifico, la si è voluta a simboleggiare la lotta italiana contro le dominazioni straniere. La forza evocativa del suo nome è tale da essere divenuta un modo di dire: l'espressione "fare il Masaniello", infatti, è utilizzata per indicare un comportamento audace, ribelle, ma anche un po' demagogico.
La sua storia ha attratto i più grandi storici (alcuni dei quali, in verità, non ne hanno tracciato un quadro edificante), ed ha ispirato pittori, scultori, letterati ed autori musicali e teatrali. In particolare "La muta di Portici", opera lirica in cinque atti musicata da Daniel Auber, su libretto di Eugène Scribe, in scena nel teatro di Bruxelles il 25 agosto 1830, costituisce la scintilla dei moti che porteranno alla dichiarazione di indipendenza del Belgio dall'Olanda.

venerdì 5 febbraio 2021

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 5 febbraio.
Il 5 febbraio 1740 si conclude l’intervento di occupazione a San Marino del card. Giulio Alberoni. Un episodio che è frutto del continuo stato di guerra che caratterizza la prima metà del Settecento europeo. Le guerre hanno come campo di battaglia la penisola italiana. Fra i protagonisti principali della scena politica internazionale, oltre ai Borboni di Francia e di Spagna, ci sono gli Asburgo d’Austria. Gli Asburgo non disponendo di una flotta e di porti importanti per acquisire terre oltre gli oceani (come stanno facendo Inghilterra, Francia, Spagna, Olanda), ogni qual volta riescono a tamponare l’avanzata turca a oriente, rivolgono gli occhi sui vicini d’occidente. In primo luogo, scontrandosi coi Borboni, prendono di mira gli staterelli della penisola italiana (les provinces de l’Italie sont les Indes de la Cour de Vienne).
Gli Asburgo, in quanto titolari della corona imperiale, rivendicano l’alta sovranità su tutti i territori (feudi) governati da famiglie che, in origine, abbiano ricevuto tale concessione da un imperatore, magari secoli e secoli prima. Così quando nel 1737 si estingue a Firenze la famiglia dei Medici, gli Asburgo si appropriano del Granducato di Toscana affidandone il governo a un ramo collaterale, i Lorena. Nella notte fra l’1 e il 2 aprile 1738 truppe tosco-imperiali, unilateralmente e senza alcuna apparente giustificazione, scavalcano l’Appennino e invadono Carpegna, luogo dello Stato della Chiesa, governato dai Carpegna, una famiglia feudataria che ha sempre messo alla base della sua fortuna un diploma di investitura imperiale. Ed a Carpegna quelle truppe rimangono. Anzi corre voce che andranno avanti. Urbino informa Roma che dalla Toscana potrebbero arrivare migliaia di soldati per prendere S. Leo lontano da Carpegna sei miglia, e S. Marino Repubblica. La corte papale si allarma. Teme che la prossima mossa degli Asburgo possa essere veramente la Repubblica di San Marino, un luogo interno allo Stato della Chiesa che però da tempo si dà un’aria di indipendenza. Per cui si mette subito all’opera per anticipare gli Asburgo. Viene steso un progetto mirante ad affermare inequivocabilmente la sovranità dello Stato della Chiesa sul Titano. Progetto che fa leva precipuamente sulle divisioni interne dei sammarinesi di cui a Roma si sono avuti molti riscontri. Alcune segnalazioni sono arrivate direttamente da una fazione interna che contesta il governo della Repubblica. Altre sono state ricevute dalla curia vescovile di Pennabilli che dopo l’entrata in crisi della famiglia Carpegna ha assunto, di fatto, nel Montefeltro anche un ruolo di vigilanza politica per conto della Santa Sede.
Dentro la Repubblica di San Marino davvero c’è molta tensione. Il Consiglio, col pretesto della mancanza di elementi idonei a ricoprire la carica, sta rallentando come mai in precedenza la nomina di nuovi consiglieri, lasciando vacanti moltissimi seggi. Nel 1739 i seggi vacanti sono addirittura una trentina, cioè la metà del numero statutario, 60. In pratica la Repubblica è in mano a tre famiglie (Belluzzi, Bonelli, Gozi), con legami di parentela fra loro. Inoltre - altro forte motivo di dissenso - si continua a non nominare consiglieri fra gli abitanti dei castelli ‘soggetti’ (castra subdita), Fiorentino, Montegiardino, Faetano e Serravalle, acquisiti nel 1463. Alla guida della contestazione c’è Pietro Lolli (nobile, ex consigliere, ex reggente), aiutato dall’esterno (Pennabilli e non solo) col rilascio nominativo ai singoli contestatori di patenti ecclesiastiche che li proteggano dalla persecuzione del tribunale (laico) della Repubblica.
Papa Clemente XII, dovendo recuperare in tutta fretta la sovranità sul Titano minacciata dagli Asburgo, decide di far leva proprio sulla contestazione interna. Il 26 settembre 1739 incarica il card. Giulio Alberoni, che da alcuni anni amministra la Romagna e da qualche mese è in contatto coi contestatori sammarinesi, di portarsi ai confini della Repubblica e lì aspettare che gli venga incontro la massima parte della popolazione per accoglierlo come liberatore. Dopo di che procederà alla accettazione formale dei sammarinesi fra i sudditi della Santa Sede. Il tutto senza clamore. Senza alcun atto di forza. Deve risultare davanti al mondo intero e, in primo luogo, agli Asburgo che si tratta di una dedizione spontanea.
Il card. Alberoni non può opporsi alla richiesta del papa. Il suo incarico di governo in Romagna è scaduto da tempo. È in regime di prorogatio. Ha bisogno che il papa gli trattenga a Roma il cardinale - già nominato - che prenderà il suo posto, di modo che egli possa completare alcuni lavori pubblici sui fiumi attorno a Ravenna, a cui tiene moltissimo.
Alberoni è uomo di grande esperienza politica e, nonostante i 75 anni, ancora molto attivo. Politicamente è schierato dalla parte dei Borboni di Spagna e contro gli Asburgo. Gli Asburgo aspettano da una ventina d’anni l’occasione per vendicarsi di uno sgarro subito quando il Cardinale era alla guida della Spagna: la flotta spagnola finanziata dall’intera cristianità per attaccare i Turchi, era stata adoperata per sottrarre agli Asburgo la Sardegna e la Sicilia.
Il 17 ottobre 1739 il card. Alberoni con un seguito di una decina di persone, fra cui alcuni sammarinesi della fazione di Lolli, entra al mattino presto in Repubblica, anche se ai confini non ha trovato nessuno. Giunto a Serravalle è accolto, in chiesa, dal parroco con un gruppo di fedeli. Il parroco a nome di tutti i serravallesi chiede il passaggio fra i sudditi della Santa Sede. Alberoni accoglie la richiesta e promette che non avranno a pentirsi della scelta. Quindi, accompagnato da alcuni di loro, prosegue per Borgo dove - a detta dei seguaci di Lolli - lo avrebbe atteso una grande folla di contestatori proveniente dalle varie località della Repubblica. Questa folla lo avrebbe poi accompagnato su fino in Città e quindi al Palazzo Pubblico. Invece a Borgo la piazza è vuota. Tuttavia Alberoni non desiste. Lascia lì il calesse e, quasi solo, in tutta fretta sale a dorso di mulo verso la Città, entra per la porta di San Francesco e prende alloggio a Palazzo Valloni.
A Palazzo Valloni poco dopo arrivano salendo da Borgo - in Borgo erano giunte in ritardo! - una ventina di persone di Fiorentino, guidate dal parroco e da un prete della famiglia Ceccoli. Alcune hanno in mano un’arma.
Il governo sammarinese temendo una sortita del Cardinale sul Palazzo Pubblico, convoca le milizie. Alberoni reagisce minacciando di chiamare i soldati dalla Romagna. I governanti non recedono. Anzi fanno correre la voce che è stata mandata una staffetta a Carpegna per chiedere aiuto ai soldati tosco-imperiali. Il Cardinale, temendo di finire davvero nella mani degli Asburgo, chiama 250 soldati da Verucchio e altri 250 da Rimini.
L’indomani, domenica 18, i Capitani Reggenti sono costretti a scendere a Palazzo Valloni per consegnare le chiavi dei luoghi pubblici sopra un bacile d’argento - così ha voluto il Cardinale - e firmare una atto di ‘dedizione’ della Repubblica alla Santa Sede. In effetti è un atto di resa. Di fatto la sortita di Alberoni sul Titano, diversamente dalle previsioni, ha assunto i connotati di una conquista.
Alberoni, per recuperare la situazione, cioè per far sì che, nonostante l’uso dei soldati, l’acquisizione di San Marino risulti avvenuta per dedizione, programma da subito per domenica 25 una solenne cerimonia pubblica in Pieve nel corso della quale l’intera comunità, popolo e nobiltà, dovrebbe prestare giuramento di fedeltà alla Santa Sede. In otto giorni è certo di riuscire a convincere i sammarinesi a darsi alla Santa Sede. Come? Garantendo il mantenimento di tutte le condizioni di miglior favore già in essere a San Marino rispetto agli altri luoghi dello Stato della Chiesa e aggiungendo nuovi, importanti privilegi. Insomma vantaggi economici in cambio della libertà. Farà vedere che per tutti, popolo e nobiltà, si apre una prospettiva di miglioramento, accettando di passare sotto la Santa Sede.
Per convincere il popolo, Alberoni si avvale dei parroci. Sollecita i parroci, anche con elargizioni di danaro, a presentarsi a lui, nel corso della settimana veniente, con delegazioni di fedeli delle loro parrocchie, sull’esempio di Serravalle. Per quanto riguarda la nobiltà, cioè i vecchi governanti, Alberoni comincia con l’invitare a Palazzo Valloni Giuseppe Onofri: notaio, dottore in diritto, consigliere, ex reggente, nobile. Onofri fa parte della consorteria degli ex governanti, ma al contempo è amico di Pietro Lolli, già suo cliente, e non è inviso al vescovo di Pennabilli. Insomma: un uomo assai destro, quale avea sempre saputo navigar in due acque, dice Alberoni.
Alberoni, sapendo quanto Onofri aspiri a farsi merito presso la Santa Sede per poter entrare nell’amministrazione pontificia, gli chiede di aiutarlo a convincere i suoi ex colleghi di governo a prendere realisticamente atto della necessità assoluta per Roma di affermare la sovranità sul Titano a causa del sovrastante pericolo degli Asburgo già arrivati a Carpegna. Gli rivela che lui, Alberoni, è lì per espresso ordine del papa. Al papa non si può non obbedire. Tutti. Tanto vale allora rassegnarsi tutti e andare avanti assieme. E - perché no? - sfruttare assieme la situazione. Se i nobili daranno una mano a formalizzare senza inciampi il passaggio della Repubblica sotto la sovranità della Santa Sede, potranno mantenere dentro il paese tutti i privilegi di governo di cui finora hanno goduto e fuori, cioè nell’amministrazione pontificia, si aprirà per ciascuno di essi una prospettiva di carriera rapportata al grande merito acquisito agli occhi del papa in questa circostanza.
Alberoni, lunedì 19, come gesto di buona volontà verso l’intera comunità, fa ritirare i soldati di Verucchio (odiatissimi dai sammarinesi per l’antica diatriba sui confini) e anche gran parte di quelli di Rimini.
A questo punto succede l’imprevisto. Gli ex governanti - non si sa come - riescono a entrare in possesso di una copia del testo delle disposizioni impartite al Cardinale dal papa. Dallo scritto vengono a sapere che la dedizione doveva essere del tutto volontaria. La volontarietà era indicata come conditio sine qua non. Per cui il Cardinale non avrebbe né dovuto né potuto adoperare i soldati. Gli ex governanti però non si precipitano a Palazzo Valloni a chiedere, carta in mano, il ripristino della libertà. Non sarà certo un pezzo di carta a far riprendere ad Alberoni la strada di Ravenna con la coda fra le gambe. Alberoni è stato mandato da Roma? Che sia Roma a farlo tornare indietro. Gli ex governanti fanno partire, già martedì 20, un esposto per Roma: il Cardinale è piombato sulla minuscola comunità con centinaia e centinaia di soldati, privandola della sua libertà. I sammarinesi non intendono affatto rinunciare alla libertà. Denunceranno il sopruso davanti all’universo mondo.
Mentre l’esposto viaggia per Roma attraverso i monti (con la complicità delle autorità pontificie di Urbino, ostili ad Alberoni), gli ex governanti, uno ad uno, si presentano a Palazzo Valloni davanti al Cardinale per chiedergli la benevolenza di accoglierli fra i sudditi della Santa Sede, scusandosi per il ritardo. E lo ringraziano in ginocchio fin con le lacrime agli occhi per le paterne generose profferte di cui sono stati fatti partecipi dal collega Onofri.
Il Cardinale non ha motivo di non credere alla sincerità di tali attestazioni. Per cui ritiene che l’impresa sia ormai praticamente conclusa. Scrive a Roma che l’impresa è conclusa. Rimane solo la formalità della cerimonia del giuramento pubblico previsto per domenica 25 in Pieve.
In vista di tale cerimonia Alberoni si mette subito all’opera per dare un nuovo assetto alla amministrazione della comunità, compreso il rifacimento del Consiglio, da riportare, col consenso di tutti, al numero statutario dei suoi componenti, 60. Sarà il nuovo Consiglio a giurare, domenica 25, consigliere dopo consigliere, fedeltà alla Santa Sede in rappresentanza di tutti i sammarinesi, toccando il Vangelo aperto sulle sue ginocchia, di fronte a illustri ospiti stranieri già invitati come testimoni.
Per rifare l’amministrazione ed il Consiglio, Alberoni si serve di Giuseppe Onofri, ormai suo alter ego.
Onofri procede in modo che i consiglieri in carica vengano confermati ed i nuovi (una trentina) siano scelti - li sceglie lui! - fra gli abitanti del ‘distretto vecchio’ (escludendo ancora una volta quelli dei castra subdita). Alberoni lascia fare. Quei consiglieri devono solo giurare, domenica 25 in Pieve, fedeltà alla Santa Sede. Nient’altro. Che siano vecchi o nuovi, che abitino a Montegiardino o nelle Piagge che differenza fa? L’atto politico cui sono chiamati a dare il loro apporto, il giuramento, è anche l’ultimo. Dopo il giuramento, tutte le funzioni politiche del luogo passeranno a un governatore nominato dalle autorità pontificie, così come avviene altrove.
Mercoledì 21 sul far della notte arriva a Roma l’esposto dei sammarinesi. Giunge a mons. Melchiorre Maggio, sammarinese e personaggio di rilievo della curia romana. Maggio si precipita in casa del card. Corsini, nipote del papa. Poi andrà anche dal papa in persona. Metterà in allarme l’intera curia. Roma, viene a sapere dai sammarinesi che cosa è realmente accaduto sul Titano. Il loro esposto, partito martedì 20 per staffetta, è arrivato prima delle lettere-relazioni di Alberoni spedite sabato 17 e domenica 18 per posta ordinaria.
La corte romana, nell’apprendere che Alberoni ha adoperato i soldati per piegare i sammarinesi, va in fibrillazione. Teme l’intervento sul Titano delle truppe tosco-imperiali. Immediatamente decide di addossare ad Alberoni tutta la responsabilità dell’operazione. Avverte le corti estere, a partire da quelle di Firenze e Vienna, che Alberoni ha aggredito San Marino solo per un astio personale verso i sammarinesi, mentre avrebbe dovuto - questi erano gli ordini del papa - aiutarli a ritrovare la concordia civile.
Roma ordina ad Alberoni di recedere dall’operazione. L’ordine, però, non parte subito. È spedito solo sabato 24 e addirittura per posta ordinaria. Invece i sammarinesi residenti a Roma adoperano la staffetta per avvertire i loro concittadini del Titano dei nuovi sviluppi della situazione e stimolarli a resistere. Già nella giornata di sabato 24 Onofri può presentarsi davanti ad Alberoni e, sia pure in termini cortesi ma fermi, avvertirlo delle novità di Roma e chiedergli di sospendere la cerimonia dell’indomani. Il vecchio Cardinale non crede alle sue orecchie. Giudica Onofri un millantatore (oltre che un vigliacco traditore). È giunta tant’oltre la sua cecità - scrive Alberoni subito in una lettera a Roma - da farmi proporre di assumere io stesso l’impegno di restituire al Paese l’antica libertà! Alberoni non riesce a dar spazio dentro di sé al sospetto che Roma lo abbia scaricato. Egli si è mosso da Ravenna non certo di testa sua. È stato spinto, costretto, ricattato da Roma. Ha in tasca un ordine scritto ufficiale, un Breve, firmato dal papa. È entrato in Repubblica nella veste di Delegato Apostolico. Come può non andare avanti se non riceve un nuovo ordine dal papa?
Domenica 25 in Pieve solo pochissimi consiglieri accettano di giurare fedeltà alla Santa Sede. Nella stragrande maggioranza, sotto la regia di Onofri, per nulla intimoriti dalla presenza del Cardinale, delle autorità forestiere e dei soldati, si rifiutano e molti riaffermano pubblicamente la loro volontà e il loro diritto a governarsi in libertà. Per il Cardinale è uno smacco tremendo. Poco dopo le case dei principali contestatori cominciano ad essere saccheggiate.
La notizia di quanto sta accadendo a San Marino si propaga velocemente in Italia, in Europa. Scatta attorno ai sammarinesi la simpatia per il coraggio dimostrato in Pieve (hanno osato contestare cotanto Cardinale benché fosse attorniato il luogo da’ Soldati colle Baionette e una Squadra di trenta Birri alle Porte) e scatta pure la solidarietà per il saccheggio. La notizia della contestazione e quella del saccheggio entrano in risonanza. L’effetto è dirompente. Va in frantumi l’intero progetto della Santa Sede di riportare sotto la sua sovranità la Repubblica di San Marino.
Giovedì 29 Alberoni, dopo aver ritentato invano di farsi approvare dal Consiglio appositamente riunito, la dedizione, fa ritorno a Ravenna. Nel Palazzo Pubblico di San Marino c’è un governatore da lui stesso nominato, come in tanti luoghi della Romagna. Siccome da Carpegna le truppe tosco-imperiali non si sono mosse e non c’è alcun segno che si muoveranno in soccorso dei sammarinesi, Alberoni suggerisce alla curia papale di fare come, a Roma, si è sempre fatto in circostanze del genere: nulla. Il tempo avrebbe reso definitivo il suo operato.
I sammarinesi non accettano che a Palazzo ci sia un forestiero. Non era mai avvenuto nella loro lunga storia. Rivogliono la libertà di autogovernarsi. E quanto prima. Non possono aspettare. Il tempo non gioca a loro favore. Per una comunità così piccola è difficile continuare a mantenere a lungo l’attenzione su di sé a Roma e nel mondo. Per cui non desistono. Urlano all’universo mondo il loro diritto a vivere in libertà. Alberoni difende il suo operato attraverso le stampe? I sammarinesi non sono da meno e rispondono punto su punto, vincendo il confronto, nell’uso di quel nuovo moderno mezzo, sia per quanto riguarda l’efficacia che la spregiudicatezza.
I sammarinesi non attaccano il papa. Attaccano il Cardinale Alberoni e solo il Cardinale Alberoni. E non chiedono la libertà tout court, ma solo che si esegua l’accertamento sulla loro volontà di sottomettersi o meno alla Santa Sede, previsto negli ordini impartiti dal papa al Cardinale e che il Cardinale ha omesso di effettuare.
Roma ha bisogno di evitare che parta dal Titano una richiesta di aiuto agli Asburgo. I sammarinesi fanno capire che non chiederanno aiuto agli Asburgo se verrà inviato sul Titano una personalità, scelta dal papa stesso, per eseguire l’accertamento sulla loro volontà di darsi o no alla Santa Sede. Per Roma la proposta sammarinese, non implicando un coinvolgimento di poteri esterni allo Stato della Chiesa, è accettabile. E viene accettata.
Il 9 gennaio 1740 arriva sul Titano, inviato da Roma, mons. Enrico Enriquez. Questi interpella uno ad uno ben 300 sammarinesi, a partire dai consiglieri e dagli ecclesiastici. È costretto a riferire a Roma: con mio mal grado pur troppo fan corpo, e pur troppo desiderano la libertà. In particolare annota che la maggior parte de’ nuovi consiglieri, cioè quelli nominati da Alberoni, entrati per la prima volta in Consiglio grazie appunto ad Alberoni, ebbene anch’essi si mostrano gelosi della loro libertà e, con sua grande sorpresa, si conformano in ciò coi vecchi.
Preso atto delle stato delle cose, in ottemperanza alle disposizioni ricevute da Roma, mons. Enrico Enriquez restituisce la libertà ai sammarinesi.
È il 5 febbraio 1740, giorno dedicato a Sant’Agata, da allora Compatrona della Repubblica.

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