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giovedì 27 febbraio 2025

#AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi


 Buongiorno, oggi è il 27 febbraio.

Il 27 febbraio 380 gli imperatori Graziano, Teodosio e Valentiniano emanano l’Editto di Tessalonica e il cristianesimo diventa la confessione ufficiale dell’Impero Romano secondo i canoni del credo niceno.

Sono passati 67 anni dall’Editto di Milano con cui, il 13 giugno 313, Costantino e Licinio legalizzavano la fede cristiana, chiudendo definitivamente le persecuzioni che fino a due anni prima avevano insanguinato l’impero, proprio nel momento in cui a Spalato moriva l’uomo che aveva legato il suo nome alla più feroce di quelle campagne: Diocleziano.

Se il 23 febbraio del 303 con l’Editto di Nicomedia erano stati bruciati i libri sacri cristiani, distrutte le chiese, confiscati i beni, vietate le assemblee e proibita qualsiasi difesa in azioni giuridiche, tolte le cariche e i privilegi ai cittadini di alto rango, inibiti onori per i nati liberi e l’emancipazione per gli schiavi, fino ad arrivare ad arresti, torture ed esecuzioni sommarie, novant’anni dopo il primo dei Decreti teodosiani datato 24 febbraio 391 avrebbe messo al bando ogni genere di sacrificio pagano, anche in forma privata, sancito il divieto di ingresso nei templi e proibito anche solo avvicinarsi ai santuari e adorare statue o manufatti. L’anno successivo un altro decreto avrebbe proibito esplicitamente anche i culti pagani privati (quelli dei lari, dei geni, e dei penati), e equiparato al reato di lesa maestà l’offerta di sacrifici, che avrebbe comportato la perdita dei diritti civili, la confisca delle abitazioni dove si fossero svolti i riti, e ingenti multe per i decurioni che non avessero fatto rispettare la legge, fino ad arrivare alla pena di morte.

Nel frattempo, ad Alessandria il vescovo Teofilo chiederà e otterrà da Teodosio il permesso di convertire in chiesa il tempio di Dioniso, generando scontri feroci con i pagani che porteranno ad una guerra civile culminata con il massacro di Ipazia.

Sarà colpito anche il tempio di Artemide di Efeso, una delle sette meraviglie del mondo, mentre l’arcivescovo Giovanni Crisostomo organizzerà una spedizione ad Antiochia per demolire i templi e uccidere gli idolatri.

Per compiacere sant’Ambrogio, poi, Teodosio nel 393 arriverà ad abolire i Giochi Olimpici mettendo fine alla più importante manifestazione sportiva del mondo, durata più di mille anni con 292 edizioni, e bisognerà aspettare un millennio e mezzo prima che qualcuno li riporti in vita.

Eppure, a dispetto dalle apparenze, l’atto di Teodosio e Graziano (Valentiniano ha appena nove anni al momento dell’editto) non segna il compimento del percorso avviato da Costantino e Licinio 67 anni prima ma, al contrario, una vera e propria inversione di tendenza, sotto tutti i punti di vista.

Se l’editto del 313 rappresenta il trionfo della laicità e della libertà religiosa, infatti, quello del 380 segna l’inizio della teocrazia.

D’altra parte Costantino e Teodosio – considerati gli ultimi due grandi imperatori romani – non avrebbero potuto essere più diversi tra loro per il carattere ma soprattutto per il modo di gestire quella che rappresenta comunque una realtà minoritaria dell’impero, dove la maggioranza dei cittadini professa ancora i culti pagani.

Costantino aveva emancipato i cristiani guidato da uno spirito ecumenico che puntava ad unificare l’impero sotto un culto monoteista, mescolando quelli di Cristo, di Mitra e del Sole.

L’imperatore nato in Serbia voleva che la religione non rappresentasse un motivo di divisione nell’impero, ma – al contrario – lo rendesse più forte sotto la protezione dell’unico Dio; Dio del quale, però, solo Cesare è il rappresentante in terra.

Mantenendo per tutta la vita una forte ambiguità sul suo credo personale, Costantino si era assunto la responsabilità di guidare tutte le confessioni, tanto da essere contemporaneamente il Pontefice Massimo della religione pagana e il promotore del primo grande concilio del cristianesimo: quello di Nicea. E se da una parte aveva trasformato il giorno del Sole Invitto – il 25 dicembre – in quello natale di Cristo, dall’altra aveva coniato la settimana moderna assegnando a tutti i giorni i nomi di divinità pagane: luna, marte, mercurio, giove, venere, saturno e sole.

Insomma Costantino inseguiva una pace religiosa che vedeva le varie confessioni unite in un sostanziale monoteismo e sottomesse alla sua tutela, mentre alle chiese cristiane non era concessa alcuna forma di potere: il cristianesimo, come il paganesimo, restava espressione dell’autorità imperiale.

Graziano e Teodosio fanno esattamente l’opposto, inaugurando il nuovo corso della storia cristiana che caratterizzerà tutto il Medioevo, e nel far questo più che seguire l’esempio di Costantino lo sconfessano e addirittura lo scomunicano.

Con l’editto di Tessalonica, infatti, l’autorità imperiale non solo sceglie il cristianesimo come religione di Stato contrapponendolo ai culti pagani, ma ne sancisce l’autenticità nel credo di Nicea e lo affida all’autorità dei vescovi di Roma e di Alessandria, condannando solennemente l’eresia ariana alla quale lo stesso Costantino aveva aderito formalmente quando, prima di morire, si era fatto battezzare.

La legalizzazione del cristianesimo nel 313 era stata un capolavoro di diplomazia e strategia politica che nulla aveva a che fare con una conversione dell’impero alla fede di Cristo: non a caso, se Costantino era un “simpatizzante” cristiano anomalo e ambiguo, Licinio era restato saldamente ancorato al paganesimo.

Totalmente opposta la situazione settanta anni dopo: entrambi gli imperatori, infatti, sono convinti cristiani, anzi fedeli cristiani che non si limitano ad aderire al credo, ma si sottomettono apertamente ai ministri della Chiesa rinunciando a quel ruolo sacerdotale di garante, fermamente rivendicato da Costantino.

La discriminazione avviata da Graziano e Teodosio segna dunque anche l’abdicazione al ruolo religioso dell’autorità imperiale e – di fatto – l’inizio dello sfaldamento culturale e politico dell’impero romano.

Non a caso è proprio Graziano il primo imperatore a rinunciare al titolo di “Pontefice Massimo”: il grado religioso supremo della società romana che a partire da Augusto era stato appannaggio dell’imperatore e che sarà ereditato – significativamente – proprio dal papa di Roma, il cui potere, temporale e spirituale, crescerà progressivamente fino a fargli rivendicare – nel mezzo dell’Età di mezzo – un’autorità assoluta in tutto il mondo cristiano.

Teodosio – da parte sua – appena due giorni dopo essere arrivato a Costantinopoli caccerà il vescovo ariano Demofilo affidando la chiesa della città al capo della minoranza cattolica Gregorio Nazianzeno, mentre nel 381 renderà festivo il Giorno del Sole ribattezzandolo però “Giorno del Signore” (Dies Dominici).

Per certi versi, quindi, forse è proprio il 27 febbraio dell’anno 380 dall’incarnazione di Gesù Cristo, che finisce davvero l’impero romano.

Perché è con l’Editto di Tessalonica, che Roma (che già non è più Roma da un pezzo, visto che la capitale dell’impero romano si è spostata a Milano e Costantinopoli) imponendo per la prima volta una verità dottrinale come legge dello Stato, abbandona quell’idea di integrazione religiosa che aveva caratterizzato tutta la sua storia e aveva visto la creazione di un singolare pantheon in cui trovavano posto antichi culti italici, l’olimpo greco, le divinità germaniche, quelle egiziane e quelle arrivate dall’Oriente.

Ma non sono solo la libertà e il pluralismo religioso, ad essere minati dall’Editto: il 27 febbraio 380 i tre imperatori abdicano infatti anche, come detto, al ruolo di suprema autorità religiosa che tutti i loro predecessori avevano rivestito a prescindere dalla fede professata, consentendo così la nascita di quel contro-potere incarnato dalla gerarchia cattolica che finirà per ribaltare i ruoli: se fino a quel momento nell’impero cristiano c’era un potere religioso affidato a un’autorità laica (come avviene ancora oggi nell’Islam), per quasi due millenni sarà il potere laico ad essere sottoposto all’autorità religiosa.

Più che con l’ininfluente deposizione di Romolo Augustolo, ultimo imperatore dell’occidente, nel 476, è allora forse proprio con l’Editto del 380 che si dovrebbe dare inizio ufficialmente al Medioevo.


domenica 5 dicembre 2021

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 5 dicembre.
Il 5 dicembre 1484 Papa Innocenzo VIII promulga la bolla pontificia "summis desiderantes affectibus" in cui era affermata la necessità di sopprimere l'eresia e la stregoneria nella regione della Valle del Reno e invaricava i frati Dominicani Heinrich Institor Kramer e Jacob Sprenger di porvi fine.
Di fatto rappresentò l'avallo della Chiesa alla caccia alle streghe, aggiungendo questo compito a quello della soppressione dell'eresia ad opera della Santa Inquisizione.
Bastava un'accusa per fare sì che l'inquisitore citasse le persone compromesse davanti a lui o farle trarre in arresto sia dalle autorità civili che dai propri dipendenti. Erano sufficienti due testimoni per stabilire la colpevolezza dell'imputato (i "maestri" dell'Inquisizione lo chiamavano reo perché per loro egli era già colpevole dal momento che veniva accusato e doveva solo ammettere le sue colpe). Ma le accuse dei testimoni venivano notificate all'accusato solo quando gli era stata estorta la confessione oppure quando l'inquisitore riteneva che ormai l'accusato non avrebbe più confessato, e ciò avveniva senza fargli conoscere i nomi dei testimoni.
Nel caso l'imputato, interrogato dall'inquisitore, non volesse confessare di essere un eretico, il tribunale faceva ricorso contro di lui ad ogni mezzo per estorcergli la confessione; l'imputato veniva posto in celle strettissime senza luce, con i ceppi ai piedi e le catene ai polsi, gli veniva fatto mancare il cibo, non veniva fatto dormire, oppure veniva fatto dormire sulla terra. Oltre a ciò egli subiva ogni sorta di torture fisiche.
Se il condannato dichiarava di rinnegare i suoi errori, il tribunale lo restituiva all'inquisitore, che lo sottoponeva ad un interrogatorio molto serrato nel quale il penitente doveva denunciare i suoi complici e rinnegare una per una le sue eresie; dopodiché egli veniva condannato al carcere a vita. Nel caso invece egli rimanesse impenitente fino alla fine, veniva bruciato o vivo o dopo essere stato ucciso pubblicamente.
Non era raro che gli inquisitori condannassero persino delle persone già morte (un esempio fra tutti: John Wycliffe, un cristiano protestante che diede al popolo inglese una copia manoscritta dell'intera Bibbia nella loro lingua, condannato perché contrario alle imposizioni del papato). Gli inquisitori ne esumavano i cadaveri, quindi li bruciavano e confiscavano i beni agli eredi del condannato.
Quando il tribunale ecclesiastico sentenziava la condanna di un eretico e lo consegnava alle autorità civili, faceva giurare a queste di trattarlo con clemenza e di risparmiare la sua vita, ma si trattava di un giuramento ipocrita, il cui scopo era far sì che l'autorità ecclesiastica non venisse considerata apertamente responsabile dell'esecuzione delle pene capitali. Al tempo stesso, la chiesa cattolica romana obbligava i funzionari pubblici ad eseguirle sotto pena di essere considerati anche loro degli eretici. Con il concilio di Narbona (1244) aveva infatti dichiarato che nel caso una persona rivestita di potere temporale si fosse dimostrata pigra nel sopprimere l'eresia, sarebbe stata dichiarata come complice degli eretici, e quindi andava incontro alle medesime pene di costoro. Essa inoltre reputava il mettere a morte un eretico un atto meritevole, al punto da concedere l'indulgenza plenaria a coloro che portavano la legna per erigere il rogo.
A tali stragi, si affiancarono in seguito le cacce alle streghe, massacri compiuti contro tutte quelle donne anche solo sospettate di praticare la stregoneria.
Il punto di partenza delle nuove persecuzioni, sul piano giuridico, fu la bolla di papa Innocenzo VIII (1484), Summis desiderantes affectibus, che autorizzava a procedere formalmente contro le streghe, tramite procedure giudiziarie, funzionari inquisitoriali, processi, e prevedeva i casi in cui applicare la pena di morte.
Due anni dopo furono pubblicati decine di migliaia di esemplari di un manuale per gli inquisitori, il Malleus maleficarum (Martello delle streghe), scritto da due inquisitori domenicani tedeschi, Heinrich Institoris e Jakob Sprenger.
Questo libro, approvato dai teologi di Colonia nel 1487, era un'accozzaglia di credenze e superstizioni mescolate alla teologia, direttive su come svolgere i processi e le torture, ed esprimeva così il pensiero dell'epoca sulle donne: "Che cosa è la donna se non un nemico dell'amicizia, una inevitabile punizione, un male necessario, una tentazione naturale?"
La prima parte del libro affronta la discussione della natura della stregoneria. Parte di questa sezione spiega perché le donne, a causa della loro debolezza e a motivo del loro intelletto inferiore, sono per natura predisposte a cedere alle tentazioni di Satana. Il titolo stesso del libro presenta la parola maleficarum, (con la vocale femminile) e gli autori dichiarano (incorrettamente) che la parola femina (donna) deriva da fe + minus (fede minore). Il manuale sostiene che alcuni degli atti confessati dalle streghe, quali ad esempio le trasformazioni in animali o mostri, sono mere illusioni indotte dal Diavolo, mentre altre azioni, come ad esempio la possibilità di volare ai sabba, provocare tempeste o distruggere i raccolti sono realmente possibili. Gli autori, inoltre, si soffermano con morbosa insistenza sulla licenziosità dei rapporti sessuali che le streghe intratterrebbero con i demoni.
L’ultima parte si occupa di fornire istruzioni pratiche sulla cattura, il processo, la detenzione e l’eliminazione delle streghe. Si discute anche di quanta fiducia si debba riporre nelle dichiarazioni dei testimoni, le cui accuse sono spesso perpetrate per invidia e malizia; tuttavia gli autori affermano che i pettegolezzi pubblici sono sufficienti a condurre una persona al processo e che, anzi, una difesa troppo vigorosa da parte del difensore è prova del fatto che anche quest'ultimo è stregato. Il manuale fornisce indicazioni su come evitare che le autorità siano soggette alla stregoneria e rassicura i lettori sul fatto che, in quanto rappresentanti di Dio, i giudici sono immuni dai poteri delle streghe. Largo spazio è dedicato all'illustrazione di tecniche di estorsione delle confessioni e alla pratica della tortura durante gli interrogatori: in particolare viene raccomandato l’uso del ferro infuocato per la rasatura dell’intero corpo delle accusate, al fine di trovare il famoso marchio del Diavolo, che ne proverebbe la colpevolezza. Infine tutta una serie di ampie descrizioni delle feroci e barbare tecniche di tortura che omettiamo.
Nel 1908 l'Inquisizione cambiò nome e prese quello di Sant'Uffizio; dal 1965 porta il nome di "Congregazione per la Dottrina della Fede".


sabato 7 agosto 2021

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 7 agosto.
Il 7 agosto 1931 veniva recuperata ad Arezzo l'antica tradizione della "giostra del Saracino", che si tiene ancora oggi.
La Giostra del Saracino è un giuoco cavalleresco, che affonda le sue radici nel Medio Evo. E' l'evoluzione di un esercizio di addestramento militare che, simulando lo scontro bellico, vedeva un cavaliere armato di lancia affrontare un automa con le sembianze del nemico per antonomasia dell'Occidente cristiano: l'arabo, l'infedele, il Saracino appunto. Nella società medioevale giostre e tornei erano il mezzo con cui si festeggiavano gli avvenimenti più graditi. Di torneamenti e giostre visti in terra di Arezzo parla espressamente Dante Alighieri, all'inizio del XXII canto dell'Inferno:

 Io vidi già cavalier muover campo,
      e cominciare stormo e far lor mostra,
   e talvolta partir per loro scampo
corridor vidi per la terra vostra,
      o Aretini, e vidi gir gualdane,
 fedir torneamenti e correr giostra.

Di giuochi con le lance (hastiludia), svoltisi in città per festeggiare il felice esito di una missione diplomatica in terra di Francia, si parla invece in due lettere indirizzate alla curia avignonese nel novembre 1331 dai Tarlati, signori di Arezzo.
Il primo documento aretino che ricordi la Giostra del Saracino risale al 6 agosto 1535, ma il giuoco ha certamente radici più antiche. A confermarcelo è la concisione stessa con cui i registri pubblici riportano la decisione delle autorità cittadine (priori, collegi e conservatori) di giostrare "ad burattum" la domenica successiva, per solennizzare la festa del martire Donato, patrono e protettore di Arezzo. Il premio da dare al vincitore è un palio di raso violaceo della lunghezza di otto braccia, per il cui acquisto vengono stanziate 25 lire. Altre testimonianze di giostra risalgono al 1536 e al 1556 quando, tramite l'effettuazione del torneo, si pensa di onorare la visita dei duchi di Firenze, Alessandro e Cosimo I.
La Giostra del Saracino viene stabilmente ripristinata nel 1931, nella forma attuale di rievocazione storica ambientata nel XVI ° secolo (al tempo della signoria tarlatesca su Arezzo) con una interruzione dal 1941 al 1947 per gli eventi bellici.
Buratto, simulacro di un imponente Re delle Indie, è dai tempi più remoti il protagonista della Giostra del Saracino. Contro di lui si scagliano i "campioni" delle quattro Porte e contro di lui si infrangono sovente le speranze di vittoria. Reca sul braccio sinistro lo scudo con la targa da colpire; si difende per mezzo di un flagello (mazzafrusto), impugnato con la destra, costituito da tre palle di cuoio del peso di 250 grammi ciascuna, sostenute da corde lunghe un metro. Appena colpito, il Saracino ruota su se stesso e protende la sua arma per colpire il giostratore sulle spalle.
Buratto è accudito durante la Giostra da due Famigli in policromi costumi musulmani. I due serventi caricano il meccanismo del Saracino, fissano le targhe sul suo scudo e le consegnano, dopo ogni carriera, alla giuria. Benchè si tratti di guerrieri islamici, partecipano al corteggio storico in compagnia del Cancelliere.
Il suono delle chiarine e il rullo dei tamburi del Gruppo Musici accompagna tutte le fasi della Giostra del Saracino e tutte le manifestazioni legate alla rievocazione. Il sodalizio nasce intorno alla metà degli anni Cinquanta dalla fusione dei gruppi musicali dei Quartieri. Il Gruppo Musici esegue brani appositamente composti per la Giostra, primo fra tutti l'Inno del Saracino ideato nel 1932 dall' aretino Alberto Severi e musicato dal maestro Giuseppe Pietri, celebre compositore di operette.
I Musici della Giostra non suonano su spartito, ma ad orecchio, imparando a memoria i brani e coordinandosi reciprocamente. Sono apprezzati in Italia e all'estero.
L'esibizione degli sbandieratori apre ogni edizione della Giostra; il gruppo presenta in Piazza Grande un repertorio formato da figure ed esercizi sempre nuovi. Gli Sbandieratori costituiscono uno spettacolare gruppo folclorico conosciuto ed apprezzato in tutto il mondo per la destrezza con cui i suoi componenti sanno maneggiare la bandiera.


domenica 15 novembre 2020

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 15 novembre.
Sul calar del sole del 15 novembre 1325 a Zappolino, paesino dell'appennino bolognese, si svolse una cruenta battaglia tra bolognesi e modenesi, che vide schierati circa 30000 fanti e 2000 cavalieri per i Bolognesi, contro 5000 fanti e 2000 cavalieri per i modenesi, molti di questi di provenienza germanica e quindi piuttosto esperti d'arte militare.
I modenesi, ghibellini, erano schierati all'incirca sul pianoro dove oggi sorge l’abitato della Ziribega, mentre i bolognesi, guelfi, si trovavano all'inizio del pendio che dalla Bersagliera sale verso Zappolino, denominato " Prati di Soletto ", tenendo alle loro spalle il castello.
I bolognesi non ebbero molto tempo a disposizione per organizzare le truppe, avendole richiamate in tutta fretta da Bazzano e da Ponte Sant' Ambrogio, dove i modenesi le avevano attirate con alcuni stratagemmi; lo scopo era quello di fermare l'avanzata del nemico verso Monteveglio, dove si stava cercando di riconquistare il castello, e probabilmente di difendere la roccaforte di Zappolino.
I modenesi, agli ordini di Passerino Bonacolsi, attaccarono, guidati da Azzone Visconti dal Marchese Rinaldo d’Este, i cavalieri delle prime linee bolognesi, mentre la cavalleria di Gangalando Bertucci di Guiglia, attaccò sul fianco, arrivando dalla parte di Oliveto. Alle manovre prese parte anche Muzzarello da Cuzzano, esperto del territorio come Gangalando, nonché signore dell’omonimo castello, situato a poca distanza dal luogo della battaglia.
La battaglia fu molto breve, circa un paio d’ore, ma si concluse con la terribile disfatta dell'esercito bolognese; infatti, nonostante la superiorità numerica, le truppe prese di sorpresa dall'attacco laterale, si diedero alla fuga, molti uomini ripararono all'interno del castello di Zappolino, altri in quello di Oliveto, altri ancora, raggiunsero, inseguiti, Bologna e qui trovarono rifugio entrando dalla porta S. Felice. I morti furono più di duemila. I modenesi giunsero fino alle porte di Bologna, distruggendo al loro passaggio i castelli di Crespellano, Zola, Samoggia, Anzola, Castelfranco, Piumazzo e la chiusa del Reno presso Casalecchio, che consentiva, come oggi, la deviazione delle acque del fiume verso la città.
Non tentarono però l'assedio della città, ma si limitarono a schernire per alcuni giorni gli sconfitti correndo quattro palii fuori le mura e alla fine tornarono a Modena portando in trofeo una secchia rubata in un pozzo, tuttora esistente sotto un tombino fuori porta S. Felice. A seguito di tale episodio e forse grazie anche al poema del Tassoni che ne narra in chiave eroicomica gli eventi, questo avvenimento è oggi chiamato “La battaglia della secchia rapita”.
Alcuni mesi più tardi, nel gennaio 1326, la pace firmata dalle due parti vide la restituzione dei terreni e dei castelli conquistati dai ghibellini ai bolognesi, probabilmente in cambio di denaro, passato nelle mani di Passerino Bonacolsi. Il sacrificio di oltre duemila uomini si rivelò dunque del tutto inutile.

giovedì 13 marzo 2014

#Ricordando il medioevo di Roberta Accademica







Io faccio parte del gruppo “I custodi della rocca” Di Altavilla Vicentina.
Dopo il saluto di rito ai nostri ospiti, molti dei quali vestiti in costumi storici fatti un po tra noi, e un po da sarte. Inizia il convivio durante il quale si svolge la vestizione degli sposi,con molte palanche (soldi) nella bisaccia. 






Gli sposi sono Bentivegna Del Mazzo di Brendola e la sua sposa Monna Belcolore di Altavilla.





Messere Bentivegna Del Mazzo arriva nelle classiche bracche (mutande) bianche stringendo alla vita una sottile cintura di stoffa, legandole sotto al ginocchio con i lacci da gamba. Indossa l'infula bianca unico indumento usato anche di notte per riparare il capo dal freddo.




 Mette le calze brache mediante laccetti legati nel giro coscia., le calze brache che sono divise in due (ossia solo le gambe), per sorreggerle vengono legate alle bracche, la camisia di tessuto leggero è di cotone sopra la camisia il guarnello.




 Ora indossa un paio di callighe, per non sporcare le belle callighe di pelle calza delle solide pianelle di legno, una corrigia con piccola scarsella contenente qualche moneta d'argento. Ultimo il Mantello lussuoso, e seconda infula di colore diverso.



Monna Belcolore indossa direttamente su pelle una semplice camisia di cotone, di seguito indossa le mezze calze di lana fine fissate con dei laccetti di stoffa.
Sopra la camisia è posta la gonnella di lana e ai piedi le callighe (un pezzo di pelle quadrato intrecciato con maestria e legato con lacetti)


 
Madonna si sistema il primo elemento del copricapo, formato da una bendella di tessuto leggero passato sotto il mento è fissato con spilli, una lunga corrigia tiene in figura,e trattiene una scarsella con qualche moneta.






 

La gonnella è ora parzialmente coperta dalla guarnacca femminile molto più semplice di quella da uomo,viene indossata dalla testa è annodata sui fianchi con dei lacci. In testa è posta la corona di stoffa di lana, ultima vestizione il mantello, le pianelle ed infine uno sciugatoio attaccato con spilli al tessuto che riveste la corona.


 
Gli sposi sono vestiti e congiungono le mani e con un sorriso radioso raggiungono i commensali e gustano insieme a noi la sfiziosa cena.





 

La nostra Susanna ci legge la sua ricerca con l'intento di condurci in un tempo lontano, quando vestirsi significava non solo coprirsi per difendersi dal freddo o dalla polvere, ma anche molto altro.
Un tempo in cui “l’abito faceva il monaco”!
Dove ogni dettaglio era importante e non era permesso sbagliare.
Il Medioevo è un periodo molto lungo, che racchiude più di mille anni di storia.
È in pratica impossibile descrivere in poche pagine un fenomeno culturale e sociale
così importante come quello della moda nel Medioevo.
È proprio nel Medioevo, infatti, che nasce l’artigianato tessile e quindi la “moda” ed il “ Made in Italy”. L’ispirazione viene dalla moda normanna e bizantina.
Nel Medioevo la moda doveva rispondere a dei requisiti fondamentali :
coprire tutto il corpo (pudore) e difendere dagli effetti del clima (caldo, freddo, pioggia,)
essere un segno inequivocabile della classe sociale di appartenenza.
L'ordine sociale costituito doveva rimanere tale anche nelle apparenze, la trasgressione, in tutti i settori della società, non veniva tollerata, anzi diventava pretesto per diffidare di chi la praticava.
Le prostitute o “Donne pubbliche” dovevano vestire in modo da essere subito distinte dalle “Donne oneste”. I loro abiti erano più corti sfrangiati e non dovevano essere troppo vistosi. A volte mettevano un nastrino rosso fra i capelli o sull’abito.
I pellegrini si potevano distinguere a distanza dal loro abbigliamento.
Vi erano severi dettami anche per l’abbigliamento dei non cristiani (ebrei, saraceni)
A parte i neonati che venivano fasciati, i bambini vestivano come gli adulti nel
rispetto della classe di appartenenza.
Gli abiti non avevano tasche ma si usavano borse di varie fogge.
Nel 1200 compaiono i primi bottoni di osso o di cuoio e sempre, per le donne la novità più importante è la comparsa dello strascico, ma solo nelle classi elevate.
I contadini in genere avevano abiti più corti per risparmiare sulle stoffe.
Non esistevano abiti per la notte e molti dormivano nudi.
I principali tessuti utilizzati nel Medioevo erano : Il cotone ed il lino utilizzati per camici e lenzuola,
la canapa per abiti da lavoro, il fustagno (misto di lino e cotone) per abiti ed arredamento la lana per abiti, calze e mantelli invernali. La pelle, le pellicce ed il cuoio per mantelli, giubbe, borse e scarpe. Solo nel tardo Medioevo compaiono stoffe pregiate come sete e broccati e l’abbigliamento delle classi privilegiate diventa ricco e ricercato impreziosito da pizzi, ricami, perle, fili d’oro, pietre preziose e altro, naturalmente i nobili erano coloro che potevano sfoggiare gli abiti più sfarzosi. 

Di Roberta Accademica






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