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venerdì 22 maggio 2026
#AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi
Il 22 maggio 1156 il condottiero curdo Saladino sopravvisse a un tentativo di omicidio da parte di una setta di sicari inviati da arabi e turchi che non volevano che salisse al potere. Questa setta era chiamata setta degli Hashshashin (da cui il termine moderno "assassini").
Il Saladino nacque a Balbeek, oggi splendido sito archeologico del Libano, nel 1138, da Ayyub, il governatore di origine curda della città (ma altre fonti spostano il luogo natale del Saladino a Tikrit, la città di Saddam Hussein). Il vero nome del Saladino era al-Malik an-Nasir Salah ad-Din Yusuf ibn Ayyub, "il Vittorioso Sovrano, Integrità della Fede, Yusuf figlio di Ayyub". Noi occidentali avremmo preso a prestito solo una parte del nome, Salah ad-Din, "Integrità della Fede", ma per la cerchia di persone a lui più vicine era semplicemente Yusuf ibn Ayyub, e cioè "Giuseppe figlio di Giacobbe". A Balbeek ricevette un rigoroso insegnamento religioso in una scuola di sufi, una sorta di ordine "monastico" dalle spiccate caratteristiche mistiche e ascetiche.
Primo di sei fratelli, fu poi indirizzato alla carriera amministrativa e militare. In gioventù fu messo a servizio del sultano Norandino (o Nur ad-Din), il quale lo compensò facendone il suo amministratore di fiducia. Nel 1156 assunse la carica di rappresentante del governatore militare di Damasco, si trasferì quindi al seguito del sultano ad Aleppo e poi rientrò ancora a Damasco.
Fisicamente non era particolarmente prestante. Corporatura longilinea, statura nella media, pelle olivastra e occhi scuri, la barba tagliata corta, come in uso tra i curdi. Era appassionato di caccia al falcone e del gioco degli scacchi.
Ma furono la sua spiccata religiosità e la formazione mistica ricevuta a Balbeek a segnarne il carattere in modo indelebile.
Si trattava di una religiosità che attingeva direttamente al Profeta, in una sorta di unione mistica fortemente individualistica. E proprio attorno alla metà del XII secolo andava sempre più diffondendosi nelle terre dell'Islam la figura del sufi (letteralmente "portatore di lana", cioè che indossa un saio di povertà estrema), una sorta di "cavaliere errante" dello spirito, maestro di meditazione e cercatore di Verità, una persona insomma per la quale quel che è decisivo è l'essere, non l'agire. Molto si potrebbe ancora dire sulla mistica dei sufi, ma ciò che qui ci preme è spiegare il ruolo che quel pensiero ebbe nel forgiare il carattere del Saladino, che era sì guerriero ma sognante, tollerante, sensibile, quasi delicato e tutto sommato, poco "macho".
Nel 1164 Saladino partecipò insieme allo zio Shirkuh, e per conto di Norandino, alla conquista dell'Egitto, un califfato fatimide ribelle percorso da fazioni che per contendersi il potere si appoggiavano al regno crociato di Gerusalemme. Dopo alcuni anni di aspre battaglie gli eserciti di Norandino ebbero la meglio sul califfato e sui crociati loro alleati. Saladino ebbe modo di mettersi in vista durante quelle tenzoni, soprattutto in occasione dell'assedio di Alessandria. E dopo questi successi era pronto ad assumere incarichi di maggiore responsabilità. Che arrivarono nel 1169, con la nomina a vizir in Egitto.
Pare che nella scelta abbiano giocato a suo favore la notevole abilità politica e l'ottima dimestichezza con la gestione del potere. Assai meno le sue capacità strategiche, invero piuttosto scarse sul piano militare (ma in battaglia era un leone!). Nemmeno l'ambizione era il suo forte, tant'è che rispettò sempre le gerarchie e la figura del sultano Norandino, al quale si sottomise anche nei momenti in cui tra loro non correva buon sangue (sembra che Norandino non tollerasse la sua scarsa determinazione nel portare avanti la jihad contro gli europei).
Alla morte di Norandino, nel 1174, i possedimenti si smembrarono e per il Saladino fu difficile proporsi come naturale erede. Arabi e turchi non volevano accettare la sovranità di un curdo. Cercarono anche di farlo uccidere a tradimento da un discepolo della setta degli Assassini. Tutto inutile. Nel 1175, tra non poche difficoltà e l'ostilità di una parte del mondo arabo, il Saladino venne proclamato sultano, signore d'Egitto, Yemen e Siria. E una volta assunta la carica, tutto il mondo musulmano dimenticò i contrasti passati per farne una leggenda vivente. Unificatore delle forze musulmane, restauratore dell'ortodossia sunnita, signore del mondo arabo di tutta l'Asia anteriore, il suo impero si stava ormai chiudendo sul piccolo regno di Gerusalemme. Il mondo dei signori cristiani insediati in medio oriente dopo la prima crociata era quanto mai variegato.
Le entità statali create lungo la costa che da Antiochia arriva fino a Gaza (il principato di Antiochia, la contea di Tripoli, il regno di Gerusalemme) erano spesso in conflitto tra loro e per contrastare le mire dei principati vicini non esitavano di volta in volta ad allearsi con le potenze musulmane lungo i confini. Nel corso degli anni si era sviluppato anche un modo di vivere all'orientale, nel senso che principi e nobili cristiani avevano assunto modi di vita locali e spesso sposato dame della vicina Armenia. I nuovi crociati che arrivavano dal vecchio continente ne rimanevano sorpresi, al punto che per i franchi nati in Siria veniva usato il termine poulains, cioè "bastardi".
Nella seconda metà del XII secolo il regno di Gerusalemme era ormai ridotto al rango di una colonia decaduta, contesa attraverso matrimoni d'interesse, lotte per la successione al trono, consorterie che tramavano a favore dell'un principe o dell'altro, spesso replicando in sedicesimo le contemporanee rivalità vissute in Europa tra francesi e inglesi.
Rinaldo di Châtillon, signore di Transgiordania, fu la pietra dello scandalo. O meglio fu lui a far degenerare definitivamente la situazione di compromesso e di precario equilibrio politico che si era stabilita tra europei e arabi dopo la seconda crociata. Rinaldo era uno dei tanti nobili spiantati, avventurieri e bellimbusti in cerca di fortuna, giunti in Oriente più per acquisire potere e ricchezza che per mondare l’anima dai peccati. E a questi "ideali" si diede subito anima e corpo.
A lui si deve una serie di razzie messe a segno lungo la costa orientale del Mar Rosso per depredare i porti che smistavano il traffico commerciale verso la Mecca e Medina. Le scorrerie non passarono inosservate al Saladino, che temeva per l'integrità dei luoghi santi dell'Islam. Da qui la decisione del Sultano, nel 1183, di scatenare una campagna militare verso la Galilea e la Samaria, che però non diede grandi frutti.
A far precipitare gli eventi, o forse ad offrirne il pretesto, fu un'altra scorribanda di Rinaldo, che sul finire del 1186 attaccò una carovana di pellegrini arabi diretti alla Mecca. E nella carovana c’era anche la sorella del sovrano del Cairo e di Damasco. Saladino radunò allora a Damasco un potente esercito che nel luglio del 1187 sbaragliò nella battaglia di Hattin le truppe crociate guidate da Raimondo di Tripoli e Guido di Lusignano.
Di quell'epico scontro, che si risolse in un vero massacro ai danni dei crociati, è rimasta un'interessante descrizione fatta dal figlio del Saladino. «Ero a fianco di mio padre alla battaglia di Hattin, la prima alla quale avessi assistito. Quando il re dei franchi si ritirò sulla collina, lanciò la sua gente all'attacco con tale violenza da far indietreggiare le nostre truppe fino al luogo dove era mio padre. Io lo guardai. Era teso, scuro in volto, e si afferrava nervosamente la barba. Fece un passo in avanti e gridò: "Satana non deve vincere!". I musulmani tornarono al contrattacco. Quando vidi i franchi indietreggiare sotto la pressione delle nostre truppe, gridai di gioia: "Li abbiamo vinti!".
“Ma mio padre si voltò verso di me e disse: "Taci! Non li avremo vinti finché non cadrà quella tenda lassù!". Prima che avesse terminato la frase, la tenda del re [Guido di Lusignano] crollò. Mio padre smontò da cavallo e si prosternò a ringraziare Dio, piangendo di gioia».
Guido fu catturato, Rinaldo sgozzato personalmente dal Saladino, i Templari passati a fil di spada. Uno storico arabo contemporaneo così racconta la fine dei soldati dell'ordine del tempio: «Al mattino del lunedì diciassette rabì secondo, due giorni dopo la vittoria, il sultano fece cercare dei prigionieri Templari e Ospitalieri, e disse: "Purificherò la terra di queste due razze impure"... Egli ordinò fossero decapitati, preferendo ucciderli al farli schiavi... Quante infermità curò col rendere infermo un Templare... quante miscredenze uccise per dar vita all'Islam, e politeismi distrusse per edificare il monoteismo». Tutti gli altri fanti catturati furono venduti come schiavi sulla piazza di Damasco (per loro fu stabilito un prezzo irrisorio, che scombussolò quel fiorente mercato). Guido e il suo seguito furono imprigionati in attesa che per la loro liberazione venisse pagato un riscatto.
Sullo slancio, il Saladino, invece di puntare dritto verso Gerusalemme scelse un tortuoso giro che lo portò alla conquista di Tiberiade, Acri, Nazareth, Nablus, Haifa, Cesarea e Giaffa. E poi Ascalona, Sidone e Beirut. Solo alla fine pose l'assedio a Gerusalemme, che durò una manciata di giorni, tra la fine di settembre e i primi di ottobre del 1187.
Il 2 ottobre il Saladino fece il suo ingresso nella città santa. I cristiani latini non furono ammazzati ma dichiarati schiavi (potevano però riscattarsi pagando una somma piuttosto elevata) ed espulsi dalla città. Ai cristiani greco-ortodossi e ai siriani giacobiti il Saladino concesse di rimanere e acquistare i beni dei latini. Si narra che alle vedove e agli orfani dei soldati avversari abbia donato del denaro tratto dal suo tesoro personale.
Un cronista cristiano così racconta l'arrivo del Saladino in città: «Quando ebbe preso Gerusalemme non se ne volle andare finché non ebbe pregato nel Tempio e finché tutti i cristiani non fossero fuori dalla città. Egli mandò a prendere a Damasco dell'acqua di rose per lavare il Tempio prima di entrarvi [...]. E fece abbattere una grande croce dorata che stava sul Tempio, e che i saraceni poi legarono con delle corde e trascinarono fino alla torre di David. Là i saraceni miscredenti si dettero a spezzarla e le fecero gravi oltraggi: ma non posso dire se ciò sia avvenuto per comando del Saladino. Questi fece lavare il Tempio, vi entrò e rese grazie a Dio». Il Santo sepolcro fu chiuso e le principali chiese trasformate in scuole teologiche islamiche.
La conquista di Gerusalemme rappresentò l'apoteosi del Saldino, il punto più alto della sua fama. Pochi anni dopo dovette fronteggiare la terza crociata, che combatté non solo con spade e frecce ma mettendo in campo anche un'abile manovra diplomatica per dividere Riccardo Cuor di Leone da Corrado di Monferrato.
I crociati non riuscirono a riconquistare Gerusalemme. Ormai il regno di Saladino si stendeva ininterrottamente, fatta eccezione per una piccola striscia di terra in Palestina ancora in mano ai cristiani, dall'Egitto fino alla Siria. Il sultano era pronto per passare alla storia. Morì il 4 marzo 1193 in seguito a un accesso di febbre. «Prima di morire – racconta uno storico arabo – scrisse ai figli, raccomandando loro la pace e la concordia. Troppo sangue era stato versato». I tre figli - come spesso accade - non diedero ascolto alle ultime volontà del padre. Si spartirono subito le spoglie dell'impero facendo venir meno quell'unità tanto faticosamente conquistata.
Della sua fama furono responsabili, oltre alle gesta, anche numerosi cantori e cronachisti, nell'un schieramento come nell'altro. Cantori e cronachisti che di volta in volta, a seconda delle esigenze politiche o propagandistiche, ne misero in rilievo l'abilità guerresca o la saggezza, la spietatezza o le virtù cavalleresche. Talvolta riunendole tutte in una figura poliedrica e affascinante. Ne rimase colpito lo stesso Dante, che oltre a porre il Saladino nel limbo, tra gli "spiriti magni" (e non all'inferno, come invece cadde in sorte a Maometto), lo citò anche nel Convivio nella schiera dei personaggi generosi e magnanimi.
Pure Boccaccio destinò al sultano una parte. Anzi tre. Nell'austero De casibus virorum illustrium e poi in due novelle del Decameron: nella prima di queste si narra di una gara d'intelligenza tra un giudeo e il sultano, nella seconda, il condottiero di origine curda è descritto come il depositario di una serie di poteri magici e soprannaturali.
Ma Dante e Boccaccio scrivevano più di un secolo dopo la morte del sultano. Per gli uomini contemporanei agli eventi della terza crociata e alla caduta di Gerusalemme i giudizi sul Saladino erano ben poco lusinghieri. Nelle cronache era dipinto come il supremo nemico della cristianità. Nemico perché con la battaglia di Hattin si era impossessato della reliquia della Vera Croce di Cristo e perché, conquistata Gerusalemme, aveva fatto massacrare i cavalieri Templari e Ospitalieri e ucciso il prode Rinaldo di Châtillon. Il cronista crociato Guglielmo, arcivescovo di Tiro, lo definiva «superbo tiranno infedele». Altri cronachisti contemporanei si scusavano coi lettori per aver deturpato le pagine manoscritte vergando il nome di un uomo tanto spregevole. Gioacchino da Fiore lo metteva tra i grandi persecutori della Chiesa in compagnia di Erode, Nerone e Maometto.
E la tradizione ostile continuò dalla fine del XII secolo per tutto il XIII, in poemi e romanzi. Salvo poi trasformarsi radicalmente, evidenziando oltre agli aspetti negativi del personaggio anche le sue virtù morali. In un'esigenza, figlia delle regole cavalleresche che si stavano allora diffondendo, di attribuire al nemico la qualifica assai più nobile di "avversario" coraggioso.
A spingere in questo senso era anche un'esigenza che potremmo definire "promozionale": conferire grandezza al Saladino contribuiva infatti a restituire grandezza anche ai crociati, che altrimenti non si poteva spiegare come avessero potuto subire tanti rovesci ad opera dei musulmani.
Dell'animo "cavalleresco" del Saladino ci hanno lasciato testimonianza alcuni cronisti arabi. Si narra che durante l'assedio della fortezza di Kerak, dov'era asserragliato Rinaldo Châtillon, il Saladino, venuto a sapere che tra le mura si era appena celebrato il matrimonio tra due giovani nobili del seguito di Rinaldo, disponesse che la torre in cui era la camera dei novelli sposi non fosse colpita in alcun modo da ordigni o frecce.
Ma si racconta anche del suo atteggiamento benigno e prodigo, sempre attento ad aiutare i deboli contro i prepotenti, della generosità nei confronti dei suoi aiutanti (pare sia morto lasciando modesti beni), dell'ampio uso della grazia nei confronti dei soldati catturati (fatta eccezione per Ospitalieri e Templari) o di come consentisse ai pellegrini cristiani di raggiungere il santo sepolcro di Gerusalemme. Una cronaca araba racconta questo avvenimento: «Tra i prigionieri v'era un vecchio di età assai avanzata, senza più un dente in bocca e senza più forza altro che per muoversi. Saladino, attraverso l'interprete, gli chiese: "Che cosa mai ti ha indotto a venir qui, in così grave età, e quanto c'è di qui al tuo paese?".
Quello rispose: "Il mio paese è a mesi di viaggio, e io son venuto a fare il pellegrinaggio al Santo Sepolcro". Il sultano ne fu commosso e gli fece grazia, lasciandolo in libertà e facendolo tornare, montato su un cavallo, al campo nemico». Ora, c'è da dire che la maggior parte di tali cronache furono redatte poco dopo la scomparsa del sultano, in pieno clima di esaltazione post mortem, ma un pizzico di verità deve nascondersi anche tra queste righe.
La sua storia sarebbe poi approdata fino al XIX secolo, in pieno clima romantico, nelle pagine di Walter Scott. Nel romanzo Il talismano, il Saladino è un personaggio magico ed esperto di arti mediche. Nel XX secolo l'epilogo nelle nostrane figurine Liebig, dove il Saladino tornò ad essere "feroce", proprio come otto secoli prima, quando il confronto tra soldati della croce e musulmani era al culmine.
domenica 20 luglio 2025
#AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi
Buongiorno, oggi è il 20 luglio.
Venerdì 20 luglio 1951 il Re Abdallah I di Giordania rimase vittima di un attentato nella Moschea el-Aqsa di Gerusalemme.
Il sovrano aveva il giorno prima lasciato in aereo Amman diretto a Gerusalemme con l'intenzione di compiere la preghiera del venerdì nella Moschea el-Aqsà, dov'è sepolto il padre. Egli, che era accompagnato dal Principe Husein, figlio dell'erede al trono Talal, aveva appena varcato la soglia della Moschea quando un individuo, nascosto dietro la porta, gli sparò contro un colpo di rivoltella colpendolo alla testa; il Re morì quasi subito. L'assassino, che cercava di darsi alla fuga, fu ucciso dalle guardie del re e poi identificato per Mustafà Shukri Asho, un sarto palestinese di 21 anni. Nella sparatoria cinque guardie rimasero ferite.
La salma del Re fu trasportata in aereo ad Amman dove il 23 si svolsero solenni funerali a cui parteciparono il secondogenito del Re, Nayef, il Principe Husein, il Reggente dell'Iraq Adb el-Ilah, nipote ex fratre dell'estinto, giunto espressamente da Londra e numerose delegazioni dei paesi arabi. Fu notata l'assenza del Principe Zeid, unico fratello vivente del Sovrano.
Circa i moventi dell'assassinio si parlò di delitto politico connesso con l'uccisione di Riyad es-Sulh, avvenuta ad Amman quattro giorni prima: si disse che l'assassino aveva agito per istigazione dell'ex Mufti di Gerusalemme, Amin el-Huseini, e a questo proposito fu osservato che membri della famiglia el-Huseini, i quali solevano compiere la preghiera del venerdì nella Moschea el-Aqsà, quel giorno si astennero dal recarvisi; si parlò di una fetwa trovata in tasca all'assassino, secondo la quale l'uccisore di re Abdallah avrebbe meritato il Paradiso. Si disse infine che si trattava di una vendetta privata, giacché Mustafà Shukri Asho avrebbe ucciso il re per vendicare la morte di un fratello ammazzato da membri della Legione Araba.
I circoli responsabili di Amman negarono l'esistenza di qualsiasi rapporto tra l'uccisione di Riyad es-Sulh e quella di Abdallah, dicendo che la prima era dovuta a un gruppo di aderenti al Partito Nazionale Siriano, mentre la seconda è da attribuirsi a un gruppo che lavorava in segreto e che vide nell'uccisione di es-Sulh un'occasione propizia per compiere il nuovo delitto. Dal canto suo, l'ex Mufti Amin el-Huseini negò di aver avuto rapporti con l'uccisore o anche solo di conoscerlo personalmente.
Come primi provvedimenti dopo la morte del Sovrano, il Governo di Giordania decretò l'immediata chiusura delle frontiere, la proclamazione della legge marziale, e l'imposizione del coprifuoco a Gerusalemme e dintorni ed ad Amman. Fu pure proceduto a numerosi arresti.
Il verdetto del tribunale portò alla condanna a morte di sei imputati - tra cui proprio al-Ḥusaynī, nonché ʿUbayd ʿAkki e suo fratello Zakariyyā, commercianti di bestiame e ʿAbd al-Qādir Farḥāt (proprietario di un bar) e al proscioglimento di altri quattro imputati.
martedì 14 maggio 2024
#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi
Il 14 maggio 2018, a Gerusalemme, viene inaugurata la nuova ambasciata americana in Israele.
Si avvicinano alla frontiera e lanciano pietre in direzione dei soldati che rispondono sparando. Il ministero della Sanità di Gaza riferisce di 58 morti, otto hanno meno di 16 anni, c'è anche una donna, e di oltre 2.700 feriti, troppi per gli ospedali palestinesi. Tra le vittime anche un bambino ucciso dai gas lacrimogeni. Una strage, nel giorno dell'inaugurazione della nuova ambasciata statunitense a Gerusalemme, che coincide con il settantesimo anniversario della nascita dello Stato di Israele, la "catastrofe" per i palestinesi.
Il presidente palestinese Abu Mazen proclama uno sciopero per il giorno dopo, tre giorni di lutto per il "massacro" del settimo e si dice pronto a rifiutare qualsiasi mediazione di pace che arrivi dagli americani. La condanna è globale: arriva dall'Onu, dall'Unione Europea, dalla Francia, dal Regno Unito, dal Libano, dal Qatar, dalla Russia.
"La responsabilità di quanto sta accadendo è chiaramente di Hamas che sta intenzionalmente provocando la risposta di Israele", fa sapere un portavoce della Casa Bianca. L'amministrazione Trump difende la scelta di trasferire l'ambasciata da Tel Aviv a Gerusalemme, confermandone il riconoscimento come capitale d'Israele. Benzina sul fuoco. Da quando è stato annunciato lo spostamento, cinque mesi prima, la tensione è aumentata sempre di più e i venerdì della collera palestinese hanno visto morire decine e decine di persone. Inoltre, secondo fonti diplomatiche gli Stati Uniti avrebbero bloccato all'Onu una richiesta di inchiesta indipendente su ciò che è accaduto al confine tra Israele e Gaza.
La situazione è quella riassunta in pochi caratteri dal tweet del ministro degli Esteri iraniano Mohammad Javad Zarif, che accusa durissimo: "Il regime israeliano massacra innumerevoli palestinesi a sangue freddo durante una protesta nella più grande prigione a cielo aperto. Nel frattempo, Trump celebra il trasferimento illegale dell'ambasciata Usa ed i suoi collaboratori arabi cercano di distogliere l'attenzione".
Alla cerimonia nella sede Usa di Gerusalemme, Donald Trump non c'è. Ci sono la figlia Ivanka, il marito Jared Kushner, il segretario al Tesoro David Mnuchin e una delegazione e un messaggio video del presidente: "La nostra più grande speranza è per la pace". Gli Stati Uniti, aggiunge il capo della Casa Bianca, "mantengono il loro impegno per facilitare un accordo di pace duraturo". E mentre il numero dei morti a Gaza aumenta di ora in ora, il premier israeliano Benjamin Netanyahu, twitta: "Che giorno fantastico! Grazie @Potus Trump".
Ivanka e Mnuchin, scoprono la targa e danno il benvenuto "ufficialmente e per la prima volta alla missione diplomatica americana a Gerusalemme, capitale di Israele". Israele "ha il diritto di scegliere la sua capitale - ribadisce nel suo discorso il genero-consigliere Kushner che raramente prende la parola in pubblico - quando Trump fa una promessa, la mantiene. Abbiamo mostrato al mondo, ancora una volta, che degli Usa ci si può fidare".
Gli fa eco Netanyahu: "Grazie presidente Trump per avere avuto il coraggio di rispettare la sua promessa!". "È una giornata magnifica" continua il primo ministro israeliano, "riconoscendo che Gerusalemme è la capitale di Israele, Trump ha fatto la storia".
Fuori dalla sede diplomatica e in altre strade di Gerusalemme, va in scena la protesta. In piazza ci sono centinaia di persone, tra le quali profughi palestinesi, residenti nel campo profughi di Ain el Helweh, a Sidone, a sud di Beirut. "Il trasferimento dell'ambasciata statunitense è una dichiarazione di guerra contro il popolo palestinese", dice di fronte ai manifestanti Star Fouad Othman, rappresentante palestinese del Fronte Democratico. "A scuola, ci hanno insegnato che la Palestina è nostra, e che ci ritorneremo", afferma un bambino palestinese ai microfoni del Daily star. Piccole manifestazioni anche nei campi di Chatila e di Burj el Barajneh, a Beirut. "Un insulto al mondo e ai palestinesi", commenta Abu Mazen.
Dopo gli Stati Uniti, altri Paesi hanno in programma di trasferire la loro ambasciata a Gerusalemme. Mercoledì sarà la volta del Guatemala, che inaugurerà la nuova sede alla presenza del presidente Jimmy Morales. Anche il Paraguay ha annunciato che farà lo stesso prima della fine del mese. Stanno inoltre prendendo in considerazione questa opzione la Romania e la Repubblica Ceca. Mentre l'Honduras, che si è allineato con gli Stati Uniti e Israele il 21 dicembre durante il voto sulla risoluzione delle Nazioni Unite che condanna la decisione dell'amministrazione Trump, da allora non si è più pronunciato sulla sede dell'ambasciata, anche se il Parlamento ha approvato una risoluzione per il trasferimento.
Dalla fine di marzo, le manifestazioni da parte palestinese avevano già provocato più di 40 vittime, tutte palestinesi. Per sette venerdì consecutivi i giovani di Gaza hanno in massa partecipato alle manifestazioni che prendono il nome di "marcia del ritorno", fino a oggi, anniversario della Nakba, la "catastrofe", come i palestinesi chiamano la nascita dello Stato d'Israele nel 1948, quando la protesta è sfociata in un massacro. In giornata ci sono stati anche raid dell'aviazione israeliana contro cinque obiettivi in una struttura militare d'addestramento "dell'organizzazione terrorista Hamas nel nord della Striscia di Gaza". E Israele non ha intenzione di fermarsi: il ministro della Difesa Avigdor Lieberman "ha dato istruzioni di continuare ad agire con determinazione per prevenire qualsiasi attacco alla sovranità di Israele e ai cittadini israeliani", recita una nota diffusa dall'ufficio del ministro. Per Netanyahu, è solo "legittima difesa".
Tutto avviene nonostante la forte opposizione del mondo arabo, dei palestinesi, dell'Onu e di gran parte della comunità internazionale, Ue compresa, preoccupati che questo passaggio segni il definitivo naufragio di ogni possibilità di negoziare la pace. Il segretario generale aggiunto della Lega araba con delega per la questione palestinese e i territori occupati, Said Abou Ali, "ha fatto appello a un intervento internazionale urgente per fermare l'orribile massacro perpetrato dalle forze di occupazione israeliane contro i palestinesi, in particolare nella Striscia di Gaza". Un appello arriva anche dall'Alta rappresentante per la politica estera dell'Unione europea, Federica Mogherini: "Ci aspettiamo che tutti agiscano con la massima moderazione per evitare ulteriori perdite di vite".
"Ci appelliamo a tutte le parti coinvolte - afferma l'allora ministro degli Esteri italiano Angelino Alfano - affinché profondano ogni sforzo per evitare ulteriori spargimenti di sangue e auspichiamo una ripresa delle iniziative politico-diplomatiche tese a rilanciare la prospettiva di una soluzione politica, affinché i due popoli possano vivere fianco a fianco, in pace e sicurezza". Da diverse capitali europee arrivano appelli dello stesso tenore e si ribadisce la presa di distanza dalla scelta di Trump.
"Non permetteremo che oggi sia il giorno in cui il mondo musulmano ha perso Gerusalemme. Continueremo a restare con determinazione a fianco del popolo palestinese", dice il presidente turco Recep Tayyip Erdogan, accusando "sia Israele sia gli Stati Uniti" per "questa tragedia umanitaria". Il suo ministro degli Esteri, Mevlut Cavusoglu, parla di "massacro" e "terrorismo di Stato" e richiama per consultazioni gli ambasciatori in Usa e Israele.
Anche Mosca è "preoccupata" e con il ministro degli Esteri Serghei Lavrov riafferma il proprio "parere negativo per quanto riguarda poi il trasferimento dell'ambasciata Usa a Gerusalemme". Il primo ministro libanese, Saad Hariri, paragona l'inaugurazione della sede diplomatica alla 'catastrofe' del 1948, la fuga di 700 mila profughi durante la guerra seguita alla proclamazione dello Stato di Israele. Contro le violenze anche il Qatar, il Kuwait, il Sudafrica che ha anche richiamato in patria il proprio ambasciatore in Israele.
In un tweet Amnesty International denuncia una "ripugnante violazione delle norme internazionali e dei diritti umani". Tra i quasi "2000 feriti, molti sono stati colpiti alla testa e al petto. Oltre 500 sono stati feriti da pallottole. Bisogna porre fine adesso a tutto ciò", afferma l'Ong.
sabato 16 marzo 2024
#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi
Il 16 marzo 1190 ha inizio la Terza Crociata.
La Terza Crociata venne bandita dal papa Gregorio VIII che, salito al soglio pontificio alla morte di Urbano III, rimase papa per soli 2 mesi. Alla sua morte gli succedette Clemente III. La motivazione di questa nuova spedizione, fu la caduta di Gerusalemme avvenuta per opera del condottiero turco Saladino, che con una serie di grandi vittorie aveva esteso il proprio dominio sull’Egitto e su una parte dell’Arabia. A differenza dei suoi avversari crociati, Saladino non massacrava le popolazioni delle città vinte, anzi, concedeva ai superstiti, dietro pagamento di un modesto riscatto di poter tornare in patria; solo chi non era in grado di pagare quanto richiesto veniva trattenuto come schiavo. Ma in seguito egli abolì anche questa richiesta, permettendo a chiunque aveva determinate capacità o disponeva di una propria attività di sostentamento, di rimanere come uomo libero ad esercitare la sua professione.
Sebbene a questa crociata parteciparono in prima persona il re d’Inghilterra Riccardo Cuor di Leone, il re di Francia Filippo II e l’Imperatore di Germania Federico I Barbarossa, non vi furono risultati rilevanti. Troppi erano infatti i motivi di attrito tra le varie componenti nazionali, che giunsero a combattersi tra loro per il possesso di alcuni dei territori conquistati. Il rapporto più ambiguo fu quello che intercorse tra Riccardo Cuor di Leone e Filippo II, che ebbe come conseguenza finale l’abbandono della crociata da parte del re di Francia.
Alla luce di questi eventi, Gerusalemme rimase in mano turca, anche se ai cristiani residenti veniva concesso libero accesso alla Città Santa. Per la prepotenza e la violenza dimostrata dalle truppe cristiane L’imperatore Bizantino Isacco Angelo si vide costretto ad allearsi in più occasioni con i Turchi, poiché si era reso conto che la presenza degli occidentali comportava più danni che vantaggi, convincendosi inoltre che anziché aiutarli, i crociati era meglio combatterli.
Dopo il ritiro dalla scena di Filippo II di Francia, Riccardo Cuor di Leone raggiunse un accordo di pace con Saladino. Ma sulla via del ritorno, la sua flotta venne dispersa da una burrasca ed egli, scampato al naufragio, venne catturato e consegnato a Enrico VI che lo imprigionò. Più tragica fu la fine dell’Imperatore Federico I, che annegò durante l’attraversamento di un fiume, e lasciò quindi il proprio esercito allo sbando. Egli era partito da Ratisbona nel maggio del 1190 e alla testa di un numeroso esercito iniziò una marcia di trasferimento in territorio balcanico tra mille difficoltà. Le voci allarmistiche messe in giro dagli agenti dell’Imperatore bizantino Isacco Angelo, fecero si che l’esercito tedesco trovasse sul suo cammino solo città e villaggi abbandonati e privi di ogni genere di sussistenza, riducendo così l’armata imperiale di Federico I ad un branco di iene affamate. Ma Isacco non aveva tenuto conto delle conseguenze che questa sua iniziativa avrebbe potuto causare. L’imperatore germanico inviò alcuni ambasciatori presso l’imperatore bizantino affinché egli provvedesse a far pervenire gli aiuti necessari al sostentamento delle proprie forze e a fargliene trovare altri lungo il percorso che ancora rimaneva da fare. Isacco Angelo, anziché ascoltare la missione diplomatica, la fece imprigionare. Federico I, intuito il doppio gioco che l’imperatore bizantino stava esercitando nei confronti degli eserciti occidentali, scrisse al figlio in Italia di procurarsi una flotta e raggiungere la Grecia.
La notizia che l’esercito tedesco stava dirigendo via mare su Costantinopoli, allarmò Isacco, che preso dal panico inviò propri ambasciatori presso il Barbarossa con gli aiuti richiesti, e acconsentendo a fargli trovare altri approvvigionamenti lungo il percorso. Si disse anche disponibile a trasportare via mare l’armata in Asia Minore. Qui sbarcato, Federico I si trovò a dover affrontare nuovamente dei problemi di approvvigionamento, causati dal mancato mantenimento dei patti da parte dei governatori locali, che si rifiutavano di consegnare i viveri pattuiti all’esercito tedesco. Di fronte all’ennesimo tradimento egli diede l’ordine di saccheggiare il paese, rifocillando in tal modo le sue truppe e proseguendo quindi la marcia fino a raggiungere le rive del fiume Salef, in Cilicia. Il 10 giugno del 1190 volle rinfrescarsi nelle acque di un piccolo corso d’acqua, ma mentre si trovava in acqua, colpito forse da una crisi cardiaca, Federico I Barbarossa scomparve nelle acque del torrente, ricomparendo ormai privo di vita qualche decina di metri più a valle. Il suo esercito, privo di altri condottieri in grado di proseguire la spedizione, fece a più riprese ritorno in patria, decimato dalle diserzioni.
La morte di Federico I diede un po' di respiro a Saladino, che si ritrovava con un forte avversario in meno da affrontare. La sua posizione rimaneva comunque molto critica: in aprile il re di Francia Filippo II era sbarcato con il suo esercito nei pressi di Acri, mentre agli inizi di giugno, ad aumentare le sue preoccupazioni ci pensò il re d’Inghilterra Riccardo Cuor di Leone che giunse via mare con la sua armata. In Terra Santa, Guido di Lusignano riuscì ad organizzare l’assedio di Acri, senza tuttavia ottenere risultati apprezzabili, conseguenza dell’ottima organizzazione dei difensori. Anche con l’arrivo dei crociati francesi di Filippo II, le cose non cambiarono e la città continuava a resistere con fierezza. A risolvere la situazione, il 10 giugno del 1191, giunse il grosso dell’esercito crociato costituito dalle truppe inglesi guidate dal loro re Riccardo Cuor di Leone. Volendo risolvere in fretta la questione di Acri, egli cercò di trovare un accordo per una soluzione pacifica con Saladino, che però, a causa di vari motivi non fu raggiunto. Il 12 luglio, il re inglese diede inizio all’attacco, riuscendo a superare le difese musulmane e riconquistando la città. I 2.700 difensori di Acri presi prigionieri con circa 300 loro familiari, vennero trucidati senza pietà dai cavalieri cristiani. Ciò era in aperto contrasto con il trattamento più umano riservato da Saladino ai cristiani di Gerusalemme, nessuno dei quali venne assassinato dopo la caduta della città.
In agosto Riccardo Cuor di Leone iniziò la sua marcia verso Gerusalemme e il 7 settembre sconfisse le forze di Saladino presso Arsuf; occupò quindi la città di Jaffa e verso novembre si trovava con il proprio esercito a pochi chilometri da Gerusalemme. La città era molto ben difesa dai saraceni e quindi molto meno facile di Acri da conquistare. Anche in questo caso il re tentò di intavolare delle trattative per una soluzione pacifica del conflitto, ma senza risultato. Ma i veri problemi erano all’interno della coalizione cristiana: nello schieramento crociato erano infatti riesplosi gli antichi odi tra genovesi, pisani, e veneziani, tra francesi ed inglesi, tra le forze di Guido di Lusignano e Corrado di Monferrato. Il primo ad abbandonare la crociata fu il re di Francia Filippo II, che con una scusa, lasciò il campo tornando in patria. Altri gruppi componenti l’esercito cristiano fecero ritorno ad Acri dove diedero il via ad una serie di scontri per il possesso della città, che quando ricadde in mani musulmane risultava dominata da 16 diverse famiglie feudali. Rimasto solo davanti a Gerusalemme, Riccardo Cuor di Leone, continuò le sue trattative con Saladino, addivenendo ad un accordo che faceva di Gerusalemme una città aperta ad ogni popolo e ad ogni religione. Quindi intraprese il viaggio del ritorno in patria, nel corso del quale, fece naufragio sulle coste dell’Istria. Catturato ed accusato di aver fatto accordi con gli infedeli, anziché riconquistare Gerusalemme, venne imprigionato in Austria dall’Imperatore Enrico VI. Con questo atto ebbe termine la Terza Crociata.
giovedì 28 aprile 2022
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Il 28 aprile 1192 Corrado di Monferrato, re di Gerusalemme, viene assassinato.
Corrado, marchese di Monferrato fu uno dei personaggi piú avventurosi del medioevo italiano. Fu il primo piemontese a muoversi in una dimensione mediterranea, che per il tempo significava mondiale.
Cugino del Barbarossa, ne fu per qualche tempo alleato, quindi combattè contro il cancelliere dell'imperatore, con cui aveva avuto forti disaccordi. Si trasferí a Bisanzio, dove fu molto apprezzato dal basileus Manuele I. Tornò in Italia per qualche anno. Fu di nuovo a Bisanzio dove sposò la sorella del nuovo imperatore Isacco e domò la rivolta di un generale. Infine si recò in Terrasanta. Fu lui l'iniziatore della riscossa cristiana e della Terza Crociata. Sconfisse Saladino a Tiro, fu il contraltare di Riccardo Cuor di Leone e, eletto re di Gerusalemme, fu ucciso da due sicari della Setta degli Assassini.
La morte di Corrado fu il più importante "giallo" del medioevo. Il piú sospettato, come mandante, fu il sovrano inglese Riccardo Cuor di Leone.
Tale morte fu anche la causa della prigionia di re Riccardo in Germania, in quanto l'imperatore Enrico VI lo imprigionò ritenendolo il mandante di quell'omicidio.
Recentemente alcuni autori hanno indicato come responsabile il conte Enrico di Champagne. Ma in realtà appare impossibile giungere alla verità. L'influenza di Corrado nella storia dell'Oriente latino non ebbe comunque termine con la sua morte. Quando egli morì, Isabella era incinta di sua figlia Maria la quale avrebbe a sua volta ereditato il Regno di Gerusalemme.
sabato 12 marzo 2022
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Il 12 marzo 515 a.C. viene completata la ricostruzione del Tempio di Gerusalemme.
Uno dei posti al mondo più carichi di storia è senza dubbio un fazzoletto di terra che si trova a Gerusalemme, oggi denominato “spianata del Tempio” o “delle Moschee” perché sorgono due dei più importanti centri di culto dell'Islam: la moschea di Al-Aqsa e quella della Roccia con la sua caratteristica cupola dorata. Secondo la tradizione coranica da lì Maometto ascese al cielo per il suo viaggio mistico.
Proprio qui sorgeva il Tempio di Gerusalemme di cui parla la Bibbia, il luogo più sacro per gli Ebrei, dove Dio aveva costituito la sua “stabile dimora”.
Il punto dove edificare il Tempio venne scelto da re David.
Perché proprio lì? Perché secondo la tradizione ebraica quella era la vetta del monte Moriah, dove Abramo era salito per sacrificare Isacco. Il primo tempio non fu portato a realizzazione da re Davide, ma dal figlio Salomone. Siamo circa mille anni prima di Cristo. Però chi pensa che queste vicende appartengano alla sfera mitologica dovrebbe cominciare a rivedere le sue posizioni, perché di recente gli archeologi a Gerusalemme hanno riportato alla luce interessantissimi reperti risalenti appunto all'epoca davidica.
Nel primo Tempio venne collocata l'Arca dell'Alleanza, una sorta di tempietto mobile che gli Ebrei avevano trasportato nella loro peregrinazione attraverso il deserto verso la terra promessa. Venne completamente distrutto questo primo Tempio di Gerusalemme, nell'anno 586 a.C., per mano di Nabucodonor e moltissimi ebrei vennero deportati a Babilonia. Anche l'Arca dell'Alleanza andò perduta.
La ricostruzione del Tempio, nello stesso punto di quello precedente, fu il principale obiettivo degli ebrei rientrati in patria dopo l'editto di Ciro (538 a.C) che pose fine all'esilio. Seguono altri cinque tormentati secoli di attività in mezzo a sconvolgimenti politici, invasioni, guerre e saccheggi. Una ventina di anni prima della nascita di Gesù il re Erode, grande costruttore di palazzi e fortezze, pose mano al restauro e all'ampliamento di tutto il complesso, forse anche per cercare di accattivarsi la simpatia del popolo ebreo al quale lui – di origini idumee – era inviso. In pratica lo ricostruì completamente insieme ad imponenti lavori di sistemazione dell'area esterna con la realizzazione di muraglioni di contenimento della “spianata”. E' questo Tempio ristrutturato, al culmine del suo splendore architettonico, che vede il passaggio di Gesù. In alcuni passi dei Vangeli i discepoli mostrano di apprezzare questo capolavoro. Gesù li stronca: “verranno giorni in cui qui non rimarrà pietra su pietra”.
Il cantiere avviato da Erode il Grande terminò nel 64 d.C. Nell'agosto del 70 d.C le legioni romane di Tito, per stroncare la ribellione giudaica contro Roma, incendiarono il Tempio e poi lo rasero al suolo. Lo storico ebraico-romano Giuseppe Flavio narrò in dettaglio questo assedio. Restò in piedi solo un pezzo del muraglione di contenimento della spianata, quello che oggi è denominato “muro del pianto”, meta di pellegrinaggio e di preghiera per gli ebrei.
Gerusalemme diventò città romana, poi bizantina, persiana, musulmana. Dopo la conquista dei Crociati la moschea di Al Aqsa divenne il quartier generale dei cavalieri “Templari”. Una breve parentesi e poi la città ritornò in mano ai musulmani.
In età moderna l'area dove sorgeva il Tempio resta più che mai luogo ad altissima tensione. Nel 1967 nella Guerra dei sei Giorni l'esercito israeliano è entrato nella Gerusalemme vecchia e ha dichiarato il territorio come facente parte dello Stato di Israele, ma la “spianata” ha continuato ad essere amministrata dall'autorità religiosa islamica e per i non musulmani è molto difficile accedere. Il resto è cronaca recente, spesso tragica.
Davvero questo fazzoletto di terra a Gerusalemme è un crocevia e un condensato impressionante della storia dell'umanità.
L’accesso al Monte del Tempio oggi è gratuito. Aperto a tutti. E sono tanti i turisti che vi arrivano da ogni parte del mondo. In generale, gli ebrei però non mettono piede sul Monte del Tempio di Gerusalemme, concentrando le loro preghiere davanti al Muro del Pianto.
Per accedere all’area che circonda il Monte del Tempio di Gerusalemme – gestita dai musulmani – bisogna varcare un cancello vicino al Muro del Pianto. Le regole per la visita al sito sono molto restrittive. Conviene informarsi per bene, per non incorrere in problemi. Tra queste regole vi è sez’altro il vestire con misura e il non praticare alcuna attività religiosa.
La posizione dell’antico Tempio di Gerusalemme non è stata identificata con certezza. Molti studiosi ritengono, tuttavia, che il Tempio si trovasse dove ora sorge la Cupola della Roccia.
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