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giovedì 27 febbraio 2025

#AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi


 Buongiorno, oggi è il 27 febbraio.

Il 27 febbraio 380 gli imperatori Graziano, Teodosio e Valentiniano emanano l’Editto di Tessalonica e il cristianesimo diventa la confessione ufficiale dell’Impero Romano secondo i canoni del credo niceno.

Sono passati 67 anni dall’Editto di Milano con cui, il 13 giugno 313, Costantino e Licinio legalizzavano la fede cristiana, chiudendo definitivamente le persecuzioni che fino a due anni prima avevano insanguinato l’impero, proprio nel momento in cui a Spalato moriva l’uomo che aveva legato il suo nome alla più feroce di quelle campagne: Diocleziano.

Se il 23 febbraio del 303 con l’Editto di Nicomedia erano stati bruciati i libri sacri cristiani, distrutte le chiese, confiscati i beni, vietate le assemblee e proibita qualsiasi difesa in azioni giuridiche, tolte le cariche e i privilegi ai cittadini di alto rango, inibiti onori per i nati liberi e l’emancipazione per gli schiavi, fino ad arrivare ad arresti, torture ed esecuzioni sommarie, novant’anni dopo il primo dei Decreti teodosiani datato 24 febbraio 391 avrebbe messo al bando ogni genere di sacrificio pagano, anche in forma privata, sancito il divieto di ingresso nei templi e proibito anche solo avvicinarsi ai santuari e adorare statue o manufatti. L’anno successivo un altro decreto avrebbe proibito esplicitamente anche i culti pagani privati (quelli dei lari, dei geni, e dei penati), e equiparato al reato di lesa maestà l’offerta di sacrifici, che avrebbe comportato la perdita dei diritti civili, la confisca delle abitazioni dove si fossero svolti i riti, e ingenti multe per i decurioni che non avessero fatto rispettare la legge, fino ad arrivare alla pena di morte.

Nel frattempo, ad Alessandria il vescovo Teofilo chiederà e otterrà da Teodosio il permesso di convertire in chiesa il tempio di Dioniso, generando scontri feroci con i pagani che porteranno ad una guerra civile culminata con il massacro di Ipazia.

Sarà colpito anche il tempio di Artemide di Efeso, una delle sette meraviglie del mondo, mentre l’arcivescovo Giovanni Crisostomo organizzerà una spedizione ad Antiochia per demolire i templi e uccidere gli idolatri.

Per compiacere sant’Ambrogio, poi, Teodosio nel 393 arriverà ad abolire i Giochi Olimpici mettendo fine alla più importante manifestazione sportiva del mondo, durata più di mille anni con 292 edizioni, e bisognerà aspettare un millennio e mezzo prima che qualcuno li riporti in vita.

Eppure, a dispetto dalle apparenze, l’atto di Teodosio e Graziano (Valentiniano ha appena nove anni al momento dell’editto) non segna il compimento del percorso avviato da Costantino e Licinio 67 anni prima ma, al contrario, una vera e propria inversione di tendenza, sotto tutti i punti di vista.

Se l’editto del 313 rappresenta il trionfo della laicità e della libertà religiosa, infatti, quello del 380 segna l’inizio della teocrazia.

D’altra parte Costantino e Teodosio – considerati gli ultimi due grandi imperatori romani – non avrebbero potuto essere più diversi tra loro per il carattere ma soprattutto per il modo di gestire quella che rappresenta comunque una realtà minoritaria dell’impero, dove la maggioranza dei cittadini professa ancora i culti pagani.

Costantino aveva emancipato i cristiani guidato da uno spirito ecumenico che puntava ad unificare l’impero sotto un culto monoteista, mescolando quelli di Cristo, di Mitra e del Sole.

L’imperatore nato in Serbia voleva che la religione non rappresentasse un motivo di divisione nell’impero, ma – al contrario – lo rendesse più forte sotto la protezione dell’unico Dio; Dio del quale, però, solo Cesare è il rappresentante in terra.

Mantenendo per tutta la vita una forte ambiguità sul suo credo personale, Costantino si era assunto la responsabilità di guidare tutte le confessioni, tanto da essere contemporaneamente il Pontefice Massimo della religione pagana e il promotore del primo grande concilio del cristianesimo: quello di Nicea. E se da una parte aveva trasformato il giorno del Sole Invitto – il 25 dicembre – in quello natale di Cristo, dall’altra aveva coniato la settimana moderna assegnando a tutti i giorni i nomi di divinità pagane: luna, marte, mercurio, giove, venere, saturno e sole.

Insomma Costantino inseguiva una pace religiosa che vedeva le varie confessioni unite in un sostanziale monoteismo e sottomesse alla sua tutela, mentre alle chiese cristiane non era concessa alcuna forma di potere: il cristianesimo, come il paganesimo, restava espressione dell’autorità imperiale.

Graziano e Teodosio fanno esattamente l’opposto, inaugurando il nuovo corso della storia cristiana che caratterizzerà tutto il Medioevo, e nel far questo più che seguire l’esempio di Costantino lo sconfessano e addirittura lo scomunicano.

Con l’editto di Tessalonica, infatti, l’autorità imperiale non solo sceglie il cristianesimo come religione di Stato contrapponendolo ai culti pagani, ma ne sancisce l’autenticità nel credo di Nicea e lo affida all’autorità dei vescovi di Roma e di Alessandria, condannando solennemente l’eresia ariana alla quale lo stesso Costantino aveva aderito formalmente quando, prima di morire, si era fatto battezzare.

La legalizzazione del cristianesimo nel 313 era stata un capolavoro di diplomazia e strategia politica che nulla aveva a che fare con una conversione dell’impero alla fede di Cristo: non a caso, se Costantino era un “simpatizzante” cristiano anomalo e ambiguo, Licinio era restato saldamente ancorato al paganesimo.

Totalmente opposta la situazione settanta anni dopo: entrambi gli imperatori, infatti, sono convinti cristiani, anzi fedeli cristiani che non si limitano ad aderire al credo, ma si sottomettono apertamente ai ministri della Chiesa rinunciando a quel ruolo sacerdotale di garante, fermamente rivendicato da Costantino.

La discriminazione avviata da Graziano e Teodosio segna dunque anche l’abdicazione al ruolo religioso dell’autorità imperiale e – di fatto – l’inizio dello sfaldamento culturale e politico dell’impero romano.

Non a caso è proprio Graziano il primo imperatore a rinunciare al titolo di “Pontefice Massimo”: il grado religioso supremo della società romana che a partire da Augusto era stato appannaggio dell’imperatore e che sarà ereditato – significativamente – proprio dal papa di Roma, il cui potere, temporale e spirituale, crescerà progressivamente fino a fargli rivendicare – nel mezzo dell’Età di mezzo – un’autorità assoluta in tutto il mondo cristiano.

Teodosio – da parte sua – appena due giorni dopo essere arrivato a Costantinopoli caccerà il vescovo ariano Demofilo affidando la chiesa della città al capo della minoranza cattolica Gregorio Nazianzeno, mentre nel 381 renderà festivo il Giorno del Sole ribattezzandolo però “Giorno del Signore” (Dies Dominici).

Per certi versi, quindi, forse è proprio il 27 febbraio dell’anno 380 dall’incarnazione di Gesù Cristo, che finisce davvero l’impero romano.

Perché è con l’Editto di Tessalonica, che Roma (che già non è più Roma da un pezzo, visto che la capitale dell’impero romano si è spostata a Milano e Costantinopoli) imponendo per la prima volta una verità dottrinale come legge dello Stato, abbandona quell’idea di integrazione religiosa che aveva caratterizzato tutta la sua storia e aveva visto la creazione di un singolare pantheon in cui trovavano posto antichi culti italici, l’olimpo greco, le divinità germaniche, quelle egiziane e quelle arrivate dall’Oriente.

Ma non sono solo la libertà e il pluralismo religioso, ad essere minati dall’Editto: il 27 febbraio 380 i tre imperatori abdicano infatti anche, come detto, al ruolo di suprema autorità religiosa che tutti i loro predecessori avevano rivestito a prescindere dalla fede professata, consentendo così la nascita di quel contro-potere incarnato dalla gerarchia cattolica che finirà per ribaltare i ruoli: se fino a quel momento nell’impero cristiano c’era un potere religioso affidato a un’autorità laica (come avviene ancora oggi nell’Islam), per quasi due millenni sarà il potere laico ad essere sottoposto all’autorità religiosa.

Più che con l’ininfluente deposizione di Romolo Augustolo, ultimo imperatore dell’occidente, nel 476, è allora forse proprio con l’Editto del 380 che si dovrebbe dare inizio ufficialmente al Medioevo.


martedì 19 marzo 2024

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 19 marzo.
Il 19 marzo è tradizionalmente la festa del papà, nel giorno in cui la Chiesa Cristiana celebra San Giuseppe.
Il nome Giuseppe è di origine ebraica e sta a significare “Dio aggiunga”, estensivamente si può dire “aggiunto in famiglia”. Può essere che l’inizio sia avvenuto col nome del figlio di Giacobbe e Rachele, venduto per gelosia come schiavo dai fratelli. Ma è sicuramente dal padre putativo, cioè ritenuto tale, di Gesù e considerato anche come l’ultimo dei patriarchi, che il nome Giuseppe andò diventando nel tempo sempre più popolare. In Oriente dal IV secolo e in Occidente poco prima dell’XI secolo, vale a dire da quando il suo culto cominciava a diffondersi tra i cristiani. Non vi è dubbio tuttavia che la fama di quel nome si rafforzò in Europa dopo che nell’Ottocento e nel Novecento molti personaggi della storia e della cultura lo portarono laicamente, nel bene e nel male: da Francesco Giuseppe d’Asburgo a Garibaldi, da Verdi a Stalin, da Garibaldi ad Ungaretti e molti altri ancora.
  San Giuseppe fu lo sposo di Maria, il capo della “sacra famiglia” nella quale nacque, misteriosamente per opera dello Spirito Santo, Gesù figlio del Dio Padre. E orientando la propria vita sulla lieve traccia di alcuni sogni, dominati dagli angeli che recavano i messaggi del Signore, diventò una luce dell’esemplare paternità. Certamente non fu un assente. È vero, fu molto silenzioso, ma fino ai trent’anni della vita del Messia, fu sempre accanto al figliolo con fede, obbedienza e disponibilità ad accettare i piani di Dio. Cominciò a scaldarlo nella povera culla della stalla, lo mise in salvo in Egitto quando fu necessario, si preoccupò nel cercarlo allorché dodicenne era “sparito’’ nel tempio, lo ebbe con sé nel lavoro di falegname, lo aiutò con Maria a crescere “in sapienza, età e grazia”. Lasciò probabilmente Gesù poco prima che “il Figlio dell’uomo” iniziasse la vita pubblica, spirando serenamente tra le sue braccia. Non a caso quel padre da secoli viene venerato anche quale patrono della buona morte.
  Giuseppe era, come Maria, discendente della casa di Davide e di stirpe regale, una nobiltà nominale, perché la vita lo costrinse a fare l’artigiano del paese, a darsi da fare nell’accurata lavorazione del legno. Strumenti di lavoro per contadini e pastori nonché umili mobili ed oggetti casalinghi per le povere abitazioni della Galilea uscirono dalla sua bottega, tutti costruiti dall’abilità di quelle mani ruvide e callose.
  Di lui non si sanno molte cose sicure, non più di quello che canonicamente hanno riferito gli evangelisti Matteo e Luca. Intorno alla sua figura si sbizzarrirono invece i cosiddetti vangeli apocrifi. Da molte loro leggendarie notizie presero però le distanze personalità autorevoli quali San Girolamo (347 ca.-420), Sant’Agostino (354-430) e San Tommaso d’Aquino (1225-1274). Vale la pena di riportare soltanto una leggenda che circolò intorno al suo matrimonio con Maria. In quella occasione vi sarebbe stata una gara tra gli aspiranti alla mano della giovane. Quella gara sarebbe stata vinta da Giuseppe, in quanto il bastone secco che lo rappresentava, come da regolamento, sarebbe improvvisamente e prodigiosamente fiorito. Si voleva ovviamente con ciò significare come dal ceppo inaridito del Vecchio Testamento fosse rifiorita la grazia della Redenzione.
  San Giuseppe non è solamente il patrono dei padri di famiglia come “sublime modello di vigilanza e provvidenza” nonché della Chiesa universale, con festa solenne il 19 marzo. Egli è oggi anche molto festeggiato in campo liturgico e sociale il 1° maggio quale patrono degli artigiani e degli operai, così proclamato da papa Pio XII. Papa Giovanni XXIII gli affidò addirittura il Concilio Vaticano II. Vuole tuttavia la tradizione che egli sia protettore in maniera specifica di falegnami, di ebanisti e di carpentieri, ma anche di pionieri, dei senzatetto, dei Monti di Pietà e relativi prestiti su pegno. Viene addirittura pregato, forse più in passato che oggi, contro le tentazioni carnali.
  Che il culto di San Giuseppe abbia raggiunto in passato vette di popolarità lo dimostrano anche le dichiarazioni di moltissime chiese relative alla presenza di sue reliquie. Per fare qualche esempio particolarmente significativo: nella chiesa di Notre-Dame di Parigi ci sarebbero gli anelli di fidanzamento, il suo e quello di Maria; Perugia possiederebbe il suo anello nuziale; nella chiesa parigina dei Foglianti si troverebbero i frammenti di una sua cintura. Ancora: ad Aquisgrana si espongono le fasce o calzari che avrebbero avvolto le sue gambe e i camaldolesi della chiesa di S. Maria degli Angeli in Firenze dichiarano di essere in possesso del suo bastone. È sicuramente un bel “aggiunto” di fede.

giovedì 31 agosto 2023

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 31 agosto.
Il 31 agosto la Chiesa celebra la figura di San Giuseppe di Arimatea.
I pochi riferimenti storici si desumono dai quattro Evangelisti allorquando narrano la deposizione e la sepoltura di Gesù. Originario di Arimatea, di condizione assai agiata, era un discepolo di Gesù, ma come Nicodemo non aveva dimostrato la propria fede per paura dei Giudei, fino al periodo della Passione. Tuttavia durante il processo di Gesù, partecipando alle sedute del sinedrio, per il senso di giustizia che l'animava e per l'aspettativa del regno di Dio, aveva osato dissentire dai suoi colleghi non approvando le risoluzioni e gli atti di quell'assemblea. Anzi maggior coraggio dimostrò dopo la morte del Maestro, quando arditamente, come si esprime Marco, si presentò a Pilato per ottenere la sua salma e darle degna sepoltura, impedendo così che fosse gettata in una fossa comune, con quella dei due ladroni. Nel pietoso intento, Giuseppe trovò collaborazione, oltre che nelle pie donne, anche in Nicodemo, accorso portando con sé aromi (mirra ed aloè). Giuseppe, secondo quando detto in Mt. 27,59, aveva comprato una bianca sindone. I due coraggiosi discepoli, preso il corpo di Gesù, lo avvolsero in bende profumate e lo deposero nel sepolcro nuovo, scavato nella roccia, che Giuseppe si era fatto costruire nelle vicinanze del Calvario. Era il tramonto quando Giuseppe "rotolata una grande pietra alla porta del sepolcro andò via".
La storia ha qui termine, ma il personaggio non fu trascurato dalla leggenda ed in primo luogo dagli anonimi autori degli apocrifi. Nello pseudo-Vangelo di Pietro (sec. II) la narrazione non si distacca da quella del Vangelo; l'unica differenza sta nel fatto che Giuseppe chiese a Pilato il corpo di Cristo ancora prima della Crocifissione. Ricchi di nuovi fantastici racconti sono invece gli Atti di Pilato o Vangelo di Nicodemo (sec. V), in cui si narra che i Giudei rimproverarono a Nicodemo e a Giuseppe il loro comportamento in favore di Gesù e che proprio per questo, Giuseppe venne imprigionato, ma, miracolosamente liberato, fu ritrovato poi ad Arimatea. Riportato a Gerusalemme narrò la prodigiosa liberazione. Ancora più singolare è una narrazione denominata Vindicia Salvatoris (sec. IV?), che ebbe poi larghissima diffusione in Inghilterra ed Aquitania. Anzi, a questo opuscoletto si è voluto dare un intento polemico contro Roma, giacché il Vangelo sarebbe stato diffuso in quelle zone non da missionari romani, ma da discepoli di Gesù. Il racconto si dilunga nel descrivere l'impresa di Tito, figlio dell'imperatore Vespasiano, che partì da Bordeaux con un grande esercito per recarsi in Palestina a vendicare la morte di Gesù, voluta ingiustamente dai Giudei. Occupata la città, trovò Giuseppe in una torre dove era stato rinchiuso dai Giudei perché morisse di fame e di stenti; egli era invece sopravvissuto per nutrimento celeste. Già Gregorio di Tours faceva menzione di questa prigionia di Giuseppe. Altre leggende di origine orientale riferiscono che Giuseppe fu il fondatore della Chiesa di Lydda, la cui cattedrale fu consacrata da s Pietro.
Ma nell'ambiente francese ed inglese dei secc. XI-XIII la leggenda si colorì di nuovi particolari inserendosi e confondendosi nel ciclo del Santo Graal e del re Artù. Secondo una di queste narrazioni Giuseppe, prima di seppellire Gesù, ne lavò accuratamente il corpo tutto cosparso di sangue, preoccupandosi di conservare quest'acqua e sangue in un vaso, il cui contenuto fu poi diviso fra Giuseppe e Nicodemo. Il prezioso recipiente si tramandò da Giuseppe ai suoi figli e così per varie generazioni fino a quando venne in possesso del patriarca di Gerusalemme. Questi nel 1257, temendo cadesse in mano degli infedeli, su consiglio dei suffraganei, lo consegnò ad Enrico III d'Inghilterra, perché lo tutelasse.
Altre leggende, pur collegandosi alla precedente, riferiscono che Giuseppe, con il prezioso reliquiario, peregrinò accompagnato da vari cavalieri per evangelizzare la Francia (alcuni racconti dicono che sarebbe sbarcato a Marsiglia con Lazzaro e le sue sorelle Marta e Maria), la Spagna (dove sarebbe andato con s. Giacomo, che lo avrebbe creato vescovo!), il Portogallo ed infine l'Inghilterra. Quivi il vaso (il Santo Graal) andò smarrito e solo un cavaliere senza macchia e senza paura l'avrebbe ritrovato. Questa leggenda del Santo Graal fa parte del ciclo di Lancillotto e specialmente della 'Estoire du Graal', che non è altro che una versione in prosa del poema di Roberto di Boron.
Forse questa diffusione della leggenda in Francia si collega anche alla narrazione riguardante le ossa di Giuseppe. Un racconto del sec. IX riferisce che il patriarca Fortunato di Gerusalemme per non essere catturato dai pagani, fuggì in Occidente al tempo di Carlo Magno portando con sé le ossa di Giuseppe d'Arimatea; nel suo peregrinare si fermò per ultimo nel monastero di Moyenmoutier, di cui divenne abate. Le reliquie del santo furono poi trafugate dai canonici.
Il culto più antico sembra però stabilito in Oriente. In alcuni calendari georgiani del sec. X la festa è menzionata il 30, 31 agosto o anche la terza domenica dopo Pasqua. Per i Greci invece la commemorazione era il 31 luglio. In Occidente fu particolarmente venerato a Glastonbury in Inghilterra, ove, secondo una tradizione, avrebbe fondato il primo oratorio. Nel Martirologio Romano fu inserito al 17 marzo dal Baronio. Al compilatore degli Annali l'inserimento fu suggerito dalla venerazione che i canonici della basilica vaticana davano ad un braccio del santo, proprio il 17 marzo. Al tempo del Baronio la più antica documentazione della reliquia era uno scritto del 1454. Tuttavia nessun martirologio occidentale prima di tale data faceva menzione di culto a s. Giuseppe d'Arimatea.

martedì 25 luglio 2023

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 25 luglio.
Il 25 luglio la religione cristiana celebra San Giacomo di Zebedeo, detto anche San Giacomo il Maggiore.
E’ detto “Maggiore” per distinguerlo dall’apostolo omonimo, Giacomo di Alfeo. Lui e suo fratello Giovanni sono figli di Zebedeo, pescatore in Betsaida, sul lago di Tiberiade. Chiamati da Gesù (che ha già con sé i fratelli Simone e Andrea) anch’essi lo seguono (Matteo cap. 4). Nasce poi il collegio apostolico: "(Gesù) ne costituì Dodici che stessero con lui: (...) Simone, al quale impose il nome di Pietro, poi Giacomo di Zebedeo e Giovanni fratello di Giacomo, ai quali diede il nome di Boanerghes, cioè figli del tuono" (Marco cap. 3). Con Pietro saranno testimoni della Trasfigurazione, della risurrezione della figlia di Giairo e della notte al Getsemani. Conosciamo anche la loro madre Salome, tra le cui virtù non sovrabbonda il tatto. Chiede infatti a Gesù posti speciali nel suo regno per i figli, che si dicono pronti a bere il calice che egli berrà. Così, ecco l’incidente: "Gli altri dieci, udito questo, si sdegnarono". E Gesù spiega che il Figlio dell’uomo "è venuto non per essere servito, ma per servire e dare la sua vita in riscatto per molti" (Matteo cap. 20).
E Giacomo berrà quel calice: è il primo apostolo martire, nella primavera dell’anno 42. "Il re Erode cominciò a perseguitare alcuni membri della Chiesa e fece uccidere di spada Giacomo, fratello di Giovanni" (Atti cap. 12). Questo Erode è Agrippa I, a cui suo nonno Erode il Grande ha fatto uccidere il padre (e anche la nonna). A Roma è poi compagno di baldorie del giovane Caligola, che nel 37 sale al trono e lo manda in Palestina come re. Un re detestato, perché straniero e corrotto, che cerca popolarità colpendo i cristiani. L’ultima notizia del Nuovo Testamento su Giacomo il Maggiore è appunto questa: il suo martirio.
Secoli dopo, nascono su di lui tradizioni e leggende. Si dice che avrebbe predicato il Vangelo in Spagna. Quando poi quel Paese cade in mano araba (sec. IX), si afferma che il corpo di san Giacomo (Santiago, in spagnolo) è stato prodigiosamente portato nel nord-ovest spagnolo e seppellito nel luogo poi notissimo come Santiago de Compostela. Nell’angoscia dell’occupazione, gli si tributa un culto fiducioso e appassionato, facendo di lui il sostegno degli oppressi e addirittura un combattente invincibile, ben lontano dal Giacomo evangelico (a volte lo si mescola all’altro apostolo, Giacomo di Alfeo). La fede nella sua protezione è uno stimolo enorme in quelle prove durissime. E tutto questo ha un riverbero sull’Europa cristiana, che già nel X secolo inizia i pellegrinaggi a Compostela. Ciò che attrae non sono le antiche, incontrollabili tradizioni sul santo in Spagna, ma l’appassionata realtà di quella fede, di quella speranza tra il pianto, di cui il luogo resta da allora affascinante simbolo. Nel 1989 hanno fatto il “Cammino di Compostela” Giovanni Paolo II e migliaia di giovani da tutto il mondo.

domenica 14 maggio 2023

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 14 maggio.
Il 14 maggio il Cristianesimo celebra San Mattia, apostolo.
Mattia, abbreviazione del nome ebraico Mattatia, che significa dono di Jahvè, fu eletto al posto di Giuda, il traditore, per completare il numero simbolico dei dodici apostoli, raffigurante i dodici figli di Giacobbe e quindi le dodici tribù d'Israele. Secondo gli Atti apocrifi, egli sarebbe nato a Betlemme, da una illustre famiglia della tribù di Giuda. Una cosa è certa, perché affermata da S. Pietro (Atti, 1,21), che Mattia fu uno di quegli uomini che accompagnarono gli apostoli per tutti il tempo che Gesù Cristo visse con loro, a cominciare dal battesimo nel fiume Giordano fino all'Ascensione al cielo. Non è improbabile che facesse parte dei 72 discepoli designati dal Signore e da lui mandati, come agnelli fra i lupi, a due a due davanti a sé, in ogni città e luogo dov'egli stava per andare. S. Mattia conosceva certamente il più antipatico degli apostoli, Giuda, nativo di Kariot, quello che nella lista dei Dodici è sempre messo all'ultimo posto e designato con l'espressione "colui che tradì il Signore". Durante le peregrinazioni apostoliche, Gesù e i discepoli ricevevano doni e offerte dalle folle entusiaste e riconoscenti per i malati che guarivano. S'impose perciò la necessità di affidare a qualcuno di loro l'incombenza di economo. Fu scelto Giuda, ma ci dice San Giovanni che non fu onesto nel suo ufficio.
Sei giorni prima della Pasqua, Gesù fu invitato a Betania, con gli apostoli e l'amico Lazzaro risuscitato dai morti, ad un banchetto in casa di Simone, il lebbroso. Mentre Marta serviva, Maria, sua sorella, prese una libbra d'unguento di nardo genuino, di molto valore, unse i piedi di Gesù e glieli asciugò con i suoi capelli.
Allora Giuda Iscariota protestò: "Perché quest'unguento non è stato venduto per più di 300 denari e non è stato dato ai poveri?". Ma, commenta ironicamente S. Giovanni l'evangelista, "disse questo non perché si preoccupasse dei poveri, ma perché era ladro, e avendo la borsa portava via quello che vi si metteva" (Giov 12,1-11). Aveva paura di morire di fame? Temeva forse, avaro com'era, una vecchiaia triste e solitaria? Quando seppe che i capi del Sinedrio cercavano il modo di catturare Gesù per condannarlo a morte, ingordo di denaro, andò dai sommi sacerdoti e promise loro di tradirlo per trenta monete d'argento, il compenso fissato dalla legge per l'uccisione accidentale di uno schiavo (Es. 21,32).
Durante l'ultima cena, Gesù fece più volte allusione al suo traditore, anzi lo designò apertamente (Mt 26,25), Dopo la cena, quando il Signore si ritirò a pregare al di là del torrente Cedron, il perfido Giuda giunse a capo di sgherri armati di spade e bastoni e, secondo il segnale loro dato, glielo consegnò nelle mani baciandolo. Il rimorso però non tardò ad attanagliargli l'animo. L'apostolo, infedele alla sua missione, quando seppe che il sinedrio aveva condannato il suo Maestro, che lo aveva sempre trattato con bontà anche nell'ora buia del tradimento, riportò i trenta denari, che gli scottavano in mano, ai sommi sacerdoti e agli anziani, gemendo; "Ho peccato, tradendo sangue innocente!". Ed egli, gettati i denari d'argento nel tempio, fuggì e, in preda alla disperazione alla quale non seppe reagire, andò ad impiccarsi (Mt 27,3-5).
Gesù nell'ultima cena, dopo lo smascheramento di chi lo tradiva, aveva esclamato: "Guai a quell'uomo per opera del quale il Figlio dell'uomo è tradito: era meglio per lui che non fosse mai nato!" (Mt 26,24). Dopo l'Ascensione di Gesù al cielo, gli apostoli ritornarono a Gerusalemme, nel cenacolo. Di comune accordo essi erano perseveranti nell'orazione con alcune donne, con Maria, la Madre di Gesù, e con i cugini di lui. Mentre attendevano "la promessa del Padre", cioè lo Spirito Santo, Pietro, alzatesi in mezzo ai fratelli (c'era una folla di circa 120 persone), prese a dire: "Era necessario che si adempisse la Scrittura che lo Spirito Santo, per bocca di David, aveva predetto nei riguardi di Giuda, il quale si fece guida a coloro che catturarono Gesù; poiché egli era annoverato tra noi ed ebbe la sorte di partecipare a questo ministero. Costui, inoltre, con la mercede del suo delitto, acquistò un campo; caduto a capofitto, gli scoppiò il ventre e si sparsero tutte le sue viscere. Il fatto divenne noto a tutti gli abitanti di Gerusalemme, tanto che quel campo, nel loro idioma, fu chiamato Aceldama, cioè campo del sangue. Infatti nel libro dei Salmi sta scritto: "Divenga deserta la sua dimora, e non vi sia chi l'abiti!". E ancora: "Prenda un altro il suo ufficio". E' dunque necessario che uno degli uomini che ci furono compagni per tutto il tempo che il Signore Gesù trascorse tra noi, a partire dal battesimo di Giovanni fino al giorno in cui fu assunto di mezzo a noi, divenga, insieme con noi, testimone della sua risurrezione" (Atti 1, 16-22).
Ne presentarono due: Giuseppe, di cognome Barsabba, il quale era soprannominato Giusto, e Mattia. Poi pregarono dicendo: "O Signore, tu che conosci i cuori di tutti, indicaci quale di questi due hai scelto per assumere l'ufficio di questo ministero e di questo apostolato, dal quale Giuda perfidamente si partì per andarsene al proprio luogo". Poi tirarono la sorte, e la sorte cadde su Mattia, e venne annoverato con gli undici apostoli.
Quando giunse il giorno della Pentecoste, stavano tutti insieme nello stesso luogo. A un tratto, ci fu dal cielo un fragore, come di vento impetuoso, e pervase tutta la casa dove essi si trovavano. E videro delle lingue che sembravano come di fuoco, dividersi e posarsi sopra ciascuno di loro. Tutti furono ripieni di Spirito Santo e cominciarono a parlare in altre lingue, secondo il modo in cui lo Spirito concedeva loro di esprimersi. Ora in Gerusalemme dimoravano pii Giudei di ogni nazione che è sotto il cielo. Udito quel fragore, si radunò una gran folla che rimase sbalordita, perché ciascuno li sentiva parlare nella propria lingua" (Atti c. 1).
Allora Pietro, insieme con gli undici, si fece avanti, alzò la voce e spiegò che quell'evento era stato predetto dal profeta Gioele e che Gesù, risuscitato dai morti, era stato costituito da Dio "Signore e Messia". Molti presenti, sentendosi il cuore compunto, chiesero a Pietro e agli altri apostoli: "Fratelli, che cosa dobbiamo fare?". E Pietro disse loro; "Convertitevi e ognuno di voi si faccia battezzare nel nome di Gesù Cristo per la remissione dei vostri peccati, e riceverete il dono dello Spirito Santo".
Quelli dunque che accettarono la sua esortazione si fecero battezzare, e, in quel luogo, circa tremila persone si associarono alla Chiesa. Ed erano sempre assidui alle istruzioni degli apostoli, alle riunioni comuni, allo spezzamento del pane e alle orazioni. Il timore si era impadronito di ogni anima, poiché per mezzo degli apostoli avvenivano molti segni e prodigi. E tutti i credenti stavano insieme e avevano ogni cosa in comune. Anzi vendevano le proprietà e i beni, e ne distribuivano fra tutti il ricavato, in proporzione al bisogno di ciascuno. E frequentavano insieme e assiduamente il tempio ogni giorno; spezzavano il pane di casa in casa; mangiavano insieme con giocondità e semplicità di cuore, lodando Iddio e godendo il favore di tutto il popolo. Il Signore, poi, associava alla Chiesa quelli che di giorno in giorno venivano salvati. (Ivi, c. 2).
La moltitudine dei credenti era di un sol cuore e di un'anima sola. Infatti tra loro non c'era alcun indigente, poiché tutti i padroni di campi o di case, man mano che li vendevano, portavano il ricavato delle cose vendute e lo mettevano a disposizione degli apostoli: poi veniva distribuito a ciascuno secondo la necessità che uno ne aveva.
E gli apostoli, frattanto, con grande energia rendevano testimonianza della risurrezione del Signore Gesù e, verso tutti loro, c'era una gran simpatia. Sicché la moltitudine di uomini e donne credenti nel Signore andava aumentando sempre più. (Ivi, cc. 4 e 5).
Si mosse allora il sommo sacerdote con tutti i suoi seguaci. Al colmo della gelosia afferrarono gli apostoli e li misero nella prigione popolare. Un angelo li mette in libertà? Essi li fanno arrestare dal prefetto del tempio, dove stanno imperterriti a istruire il popolo, intimano loro, dopo averli fatti fustigare, di non parlare affatto nel nome di Gesù. Essi se ne vanno via dal sinedrio giulivi per essere stati ritenuti degni di subire oltraggi a causa di quel nome. E ogni giorno, nel tempio e per le case, continuano a insegnare e ad annunziare senza posa la buona novella del Messia Gesù, (Ivi, cap. 5) fino a tanto che il martirio di S. Stefano prima, e l'imprigionamento di S. Pietro poi, li costringe provvidenzialmente a disperdersi per il mondo allora conosciuto per fare discepole del Martire del Golgota tutte le nazioni.
Le notizie posteriori riguardanti S. Mattia sono contraddittorie. Tutte però concordano nel dirlo martire. Le sue reliquie, vere o presunte, sono venerate a Roma nella basilica di S. Maria Maggiore.

sabato 25 marzo 2023

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il il 25 marzo.
La Chiesa cattolica e la Chiesa ortodossa celebrano l'Annunciazione del Signore il 25 marzo di ogni anno.
Nella tradizione cristiana con Annunciazione si intende l'annuncio del concepimento verginale e della nascita di Gesù Cristo (incarnazione) che venne fatto a sua madre Maria (Vangelo di Luca) e al padre 'putativo' Giuseppe (Vangelo di Matteo) dall'angelo Gabriele.
L'Annunciazione è narrata con modalità differenti da Luca e Matteo.
Vangelo secondo Luca:
L'angelo Gabriele fu mandato da Dio in una città della Galilea, chiamata Nazareth, a una vergine, promessa sposa di un uomo della casa di Davide, chiamato Giuseppe. La vergine si chiamava Maria. Entrando da lei, disse: «Ti saluto, o piena di grazia, il Signore è con te». A queste parole ella rimase turbata e si domandava che senso avesse un tale saluto. L'angelo le disse: «Non temere, Maria, perché hai trovato grazia presso Dio. Ecco concepirai un figlio, lo darai alla luce e lo chiamerai Gesù. Sarà grande e chiamato Figlio dell'Altissimo; il Signore Dio gli darà il trono di Davide suo padre e regnerà per sempre sulla casa di Giacobbe e il suo regno non avrà fine». Allora Maria disse all'angelo: «Come è possibile? Non conosco uomo». Le rispose l'angelo: «Lo Spirito Santo scenderà su di te, su te stenderà la sua ombra la potenza dell'Altissimo. Colui che nascerà sarà dunque santo e chiamato Figlio di Dio. Vedi: anche Elisabetta, tua parente, nella sua vecchiaia, ha concepito un figlio e questo è il sesto mese per lei, che tutti dicevano sterile: nulla è impossibile a Dio». Allora Maria disse: «Eccomi, sono la serva del Signore, avvenga di me quello che hai detto». E l'angelo partì da lei. (Luca 1,26-37)
Vangelo secondo Matteo:
Ecco come avvenne la nascita di Gesù Cristo: sua madre Maria, essendo promessa sposa di Giuseppe, prima che andassero a vivere insieme si trovò incinta per opera dello Spirito Santo. Giuseppe suo sposo, che era giusto e non voleva ripudiarla, decise di licenziarla in segreto. Mentre però stava pensando a queste cose, ecco che gli apparve in sogno un angelo del Signore e gli disse: «Giuseppe, figlio di Davide, non temere di prendere con te Maria, tua sposa, perché quel che è generato in lei viene dallo Spirito Santo. Essa partorirà un figlio e tu lo chiamerai Gesù: egli infatti salverà il suo popolo dai suoi peccati».
Tutto questo avvenne perché si adempisse ciò che era stato detto dal Signore per mezzo del profeta: Ecco, la vergine concepirà e partorirà un figlio che sarà chiamato Emmanuele, che significa Dio con noi. Destatosi dal sonno, Giuseppe fece come gli aveva ordinato l'angelo del Signore e prese con sé la sua sposa, la quale, senza che egli la conoscesse, partorì un figlio, che egli chiamò Gesù. (Matteo 1,18-25)
La data esatta in cui avvenne l'Annunciazione è ignota, come pure quella della nascita di Gesù. La sua ricorrenza è convenzionalmente fissata al 25 marzo, nove mesi esatti prima del Natale, in quanto la dottrina cristiana fa coincidere l'Annunciazione con il momento del concepimento miracoloso di Gesù.
Una tradizione antichissima identifica la casa di Maria, in cui avvenne l'Annunciazione, con la grotta che oggi si trova nella cripta della Basilica dell'Annunciazione a Nazareth. La casa era costituita da una parte scavata nella roccia (la grotta) e una parte costruita in muratura. Quest'ultima rimase a Nazareth fino alla fine del XIII secolo, quindi venne trasferita prima a Tersatto (Trsat, Croazia) e dopo a Loreto, nelle Marche, in quanto la rioccupazione della Terrasanta da parte dei musulmani faceva temere per la sua conservazione.
Secondo la tradizione, essa fu miracolosamente portata in volo da alcuni angeli (perciò la Madonna di Loreto è venerata come patrona degli aviatori). Dai documenti dell'epoca risulta che in realtà il trasporto, avvenuto per nave tra il 1291 e il 1294, fu opera della famiglia Angeli Comneno, un ramo della famiglia imperiale bizantina. La Santa Casa, come essa è chiamata, si trova tuttora all'interno della Basilica di Loreto, ed è continuamente visitata da numerosi pellegrini.

venerdì 6 gennaio 2023

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 6 gennaio.
Secondo la tradizione cattolica, il 6 gennaio si celebra l'Epifania.
L'origine orientale di questa solennità è nel suo stesso nome: "epifania", cioè rivelazione, manifestazione; i latini usavano la denominazione "festivitas declarationis" o "apparitio", col prevalente significato di rivelazione della divinità di Cristo al mondo pagano attraverso l'adorazione dei magi, ai Giudei col battesimo nelle acque del Giordano e ai discepoli col miracolo alle nozze di Cana. L'episodio dei magi, al di là di ogni possibile ricostruzione storica, possiamo considerarlo, come hanno fatto i Padri della Chiesa, il simbolo e la manifestazione della chiamata alla salvezza dei popoli pagani: i magi furono l'esplicita dichiarazione che il vangelo era da predicare a tutte le genti.
Per la Chiesa orientale ha grande rilievo il battesimo di Cristo, la "festa delle luci", come dice S. Gregorio Nazianzeno, anche come contrapposizione ad una festa pagana del "sol invictus". In realtà, sia in Oriente come in Occidente l'Epifania ha assunto il carattere di una solennità ideologica, trascendente singoli episodi storici: si celebra la manifestazione di Dio agli uomini nel suo Figlio, cioè la prima fase della redenzione. Cristo si manifesta ai pagani, ai Giudei, agli apostoli: tre momenti successivi della relazione tra Dio e l'uomo.
Al pagano è attraverso il mondo visibile che Dio parla: lo splendore del sole, l'armonia degli astri, la luce delle stelle nel firmamento sconfinato (nel cielo i magi hanno scoperto il segno divino) sono portatori di una certa presenza di Dio.
Partendo dalla natura, i pagani possono "compiere le opere della legge", poiché, come diceva S. Paolo agli abitanti di Listri, il "Dio vivente che ha fatto il cielo, la terra, il mare e tutte le cose che in essi si trovano... nelle generazioni passate ha lasciato che ogni popolo seguisse la sua strada; ma non ha cessato di dar prova di sé beneficando, concedendovi dal cielo piogge e stagioni ricche di frutti, fornendovi di cibo e riempiendo di letizia i vostri cuori" (At 14,15-17). Ora "in questi giorni, (Dio) ha parlato a noi per mezzo del Figlio, che ha costituito erede di tutte le cose e per mezzo del quale ha fatto anche il mondo " (Eb 1,2). I molti mediatori della manifestazione della divinità trovano il loro termine nella persona di Gesù di Nazareth, nel quale risplende la gloria di Dio. Perciò noi possiamo oggi esprimere "l'umile, trepidante, ma piena e gaudiosa professione della nostra fede, della nostra speranza, del nostro amore" (Paolo VI).

martedì 3 gennaio 2023

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 3 gennaio.
Il 3 gennaio la Chiesa Cristiana celebra il Santissimo Nome di Gesù.
Il Santissimo Nome di Gesù fu sempre onorato e venerato nella Chiesa fin dai primi tempi, ma solo nel secolo XIV cominciò ad avere culto liturgico. San Bernardino, aiutato da altri confratelli, soprattutto dai beati Alberto da Sarteáno e Bernardino da Feltre, diffuse con tanto slancio e fervore tale devozione che finalmente venne istituita la festa liturgica. Nel 1530 Papa Clemente VII autorizzò l'Ordine francescano a recitare l'Ufficio del Santissimo Nome di Gesù.
Il Messia ha portato durante la sua vita terrena il nome di Gesù, nome che gli fu imposto da san Giuseppe dopo che l’angelo di Dio in sogno gli disse: “Giuseppe, figlio di Davide, non temere di prendere con te Maria, tua sposa, perché ciò che in lei è stato concepito è opera dello Spirito Santo. Essa partorirà un figlio e tu lo chiamerai Gesù: egli infatti salverà il suo popolo dai suoi peccati” (Mt.1, 21-25).
Quindi il significato del nome Gesù è quello di salvatore; gli evangelisti, gli Atti degli Apostoli, le lettere apostoliche, citano moltissimo il significato e la potenza del Nome di Gesù, fermandosi spesso al solo termine di “Nome” come nell’Antico Testamento si indicava Dio.
Nel corso della vita pubblica di Gesù, i suoi discepoli, appellandosi al suo nome, guariscono i malati, cacciano i demoni e compiono ogni sorta di prodigi:
Luca, 10, 17, “E i settantadue tornarono pieni di gioia dicendo: Signore, anche i demoni si sottomettono a noi nel tuo nome”; Matteo 7, 22, “… Signore, non abbiamo noi profetato nel tuo nome e cacciato demoni nel tuo nome e compiuto molti prodigi nel tuo nome?”.
Atti 4, 12, “…Non vi è altro nome dato agli uomini sotto il cielo nel quale possiamo avere la salvezza”.
Risuscitando Gesù e facendolo sedere alla sua destra, Dio “gli ha donato il nome che è sopra di ogni nome” (Ef. 1, 20-21); si tratta di un “nome nuovo” (Ap. 3, 12) che è costantemente unito a quello di Dio.
Questo nome trova la sua espressione nell’appellativo di Signore, che conviene a Gesù risorto, come allo stesso Dio Padre (Fil. 2, 10-11). Infatti i cristiani non hanno avuto difficoltà ad attribuire a Gesù, gli appellativi più caratteristici che nel giudaismo erano attribuiti a Dio.
Atti 5, 41: “Ma essi (gli apostoli) se ne partirono dalla presenza del Sinedrio, lieti di essere stati condannati all’oltraggio a motivo del Nome”.
La fede cristiana consiste nel professare con la bocca e credere nel cuore “che Gesù è il Signore, e che Dio lo ha ridestato dai morti” e nell’invocare il nome del Signore per conseguire la salvezza (Rom. 10, 9-13).
I primi cristiani, appunto, sono coloro che riconoscono Gesù come Signore e si designano come coloro che invocano il suo nome, esso avrà sempre un ruolo preminente nella loro vita: nel nome di Gesù i cristiani si riuniranno, accoglieranno chiunque si presenti nel suo nome, renderanno grazie a Dio in quel nome, si comporteranno in modo che tale nome sia glorificato, saranno disposti anche a soffrire per il nome del Signore.
L’espressione somma della presenza del Nome del Signore e dell’intera SS. Trinità nella vita cristiana, si ha nel segno della croce, che introduce ogni preghiera, devozione, celebrazione; e conclude le benedizioni e l’amministrazione dei sacramenti: “Nel Nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo”.
Il SS. Nome di Gesù, fu sempre onorato e venerato nella Chiesa fin dai primi tempi, ma solo nel XIV secolo cominciò ad avere culto liturgico.
Grande predicatore e propagatore del culto al Nome di Gesù, fu il francescano san Bernardino da Siena (1380-1444) e continuato da altri confratelli, soprattutto dai beati Alberto da Sarteano (1385-1450) e Bernardino da Feltre (1439-1494).
Nel 1530, papa Clemente VII autorizzò l’Ordine Francescano a recitare l’Ufficio del Santissimo Nome di Gesù; e la celebrazione ormai presente in varie località, fu estesa a tutta la Chiesa da papa Innocenzo XIII nel 1721.
Il giorno di celebrazione variò tra le prime domeniche di gennaio, per attestarsi al 2 gennaio fino agli anni Settanta del Novecento, quando fu soppressa.
Papa Giovanni Paolo II ha ripristinato al 3 gennaio la memoria facoltativa nel Calendario Romano.

domenica 9 ottobre 2022

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 9 ottobre.
Il 9 ottobre la religione cristiana festeggia Abramo,  esempio di fede e fiducia in Dio, E' l’antenato delle tre religioni monoteiste: cristianesimo, Islam ed Ebraismo. Il racconto di Abramo costituisce un collegamento tra il racconto della Genesi con la creazione del mondo e la costruzione del popolo d’Israele.
Abram, figlio di Terach ha due fratelli: Aran e Nacor; il primo morirà a Ur dei Caldei lasciando orfano il giovane figlio Lot che, dopo la morte del padre, si legherà molto allo zio Abram. Il fratello Terach, insieme ad Abram, Sara e Lot si sposta da Ur a Carran nel nord dell’attuale Siria, dove poi in età avanzata, morirà.
Ma qual è il luogo d’origine di Abram? La Bibbia spesso è avara dei dettagli geografici, si parla spesso di Ur dei Caldei. Purtroppo, gli studiosi, non sono stati in grado di individuare con precisione dove era situata questa località, alcuni sostengono che sia la città sumera di Urfa a nord della Mesopotamia, altri a sud della Mesopotamia. Pur lasciando nell’incertezza il luogo di partenza del viaggio si conosce quello di arrivo: il paese di Canaan così come è descritto in Genesi 11,31, cioè il paese “ che Io ti indicherò”
E’ difficile stabilire con certezza quando visse Abramo, le testimonianze archeologiche suggeriscono tra il 2100 e il 1550 a.C.
Sara ed Abramo sono tra i personaggi più noti della Bibbia: in origine i loro nomi erano: Sarai ed Abram, solo successivamente sono stati cambiati da Dio e questo cambiamento è descritto al cap. 17 della Genesi ai versetti 5 e 15 .Il nome di Sarai diventa Sara e non cambia nel suo significato cioè principessa.
Nel caso di Abramo il cambiamento del nome di Abram che significa “padre elevato” in Abramo, cioè “padre di una moltitudine di popoli” determina il progetto di Dio su di lui. Il cambiamento dei nomi da parte di Dio determina la variazione della loro condizione: Abramo e Sara sono legati strettamente a Dio.
Abramo era un pastore molto ricco, aveva oro, argento, bestiame e cavalli.
Il capitolo 12 della Genesi ha inizio con la richiesta di Dio ad Abramo a lasciare tutto: famiglia, luogo di nascita e amici per una destinazione sconosciuta.
Un giorno il Signore gli disse: ‘ Vattene dal tuo paese, dalla tua patria e dalla casa di tuo padre, verso il paese che io ti indicherò; diventerai padre di un grande popolo. Io ti benedirò e il tuo nome sarà grande e famoso.”
Questa richiesta così impegnativa è seguita da una triplice promessa: discendenza, benedizione e reputazione. Abramo è benedetto da Dio e lui stesso diventa una benedizione per il popolo ebraico.
Abramo ascoltò la voce di Dio e lasciò la sua patria, si spostò da Ur dei Caldei, girovagando per la ‘Mezzaluna fertile’, aveva l’età di 75 anni. Il figlio di suo fratello, Lot, andò con lui. Abramo prese con sé la moglie Sara, il bestiame, i servi e le serve e si misero tutti insieme in cammino.
Per molto tempo si spostarono da una zona all’altra della ‘Mezzaluna fertile’ con le greggi e le tende; anche Lot suo nipote era molto ricco, possedeva, infatti, molte greggi e aveva molte tende, ma i pascoli non erano sufficienti per tanti animali. Dopo qualche tempo sorsero dei problemi tra Abramo e Lot: essi non potevano rimanere insieme perché i mandriani di Lot litigavano spesso con i mandriani di Abramo. Allora Abramo, a malincuore, decise di separarsi dal nipote:
Lot scelse per sé tutta la valle del Giordano in quanto luogo molto fertile, Abramo invece si stabilì nel paese di Canaan.
Dopo qualche tempo Dio parlò ad Abramo dicendogli che lo avrebbe protetto e gli promise anche una grande ricompensa. Abramo gli rispose che l’unica cosa che lo interessava era quella di avere un figlio, Dio allora disse ad Abramo di guardare su nel cielo e di contare le stelle se riusciva a contarle; aggiunse inoltre di provare a contare i granelli della sabbia del mare, perché la sua discendenza sarebbe stata numerosa come le stelle del cielo e i granelli della sabbia del mare.
Passarono gli anni: Abramo e Sara erano molto tristi poiché il figlio non arrivava; sembrava che Dio non avesse mantenuto la sua promessa. Sara allora consigliò ad Abramo di unirsi con la sua schiava Agar per avere un figlio da lei, in quanto la legge ebraica del tempo lo permetteva. L’unione di Abramo con Agar può essere interpretata come un atto sgradevole a Dio e un comportamento immorale, ma quelle erano all’epoca le abitudini culturali della Mesopotamia. Quando Agar si accorse di aspettare un figlio, ne fu felice, cominciò così a burlarsi di Sara perché lei non riusciva ad avere figli. Il bambino nato da Abramo e Agar fu chiamato Ismaele che significa Dio ha ascoltato; lo status di Ismaele è problematico in quanto egli è figlio di una schiava. Il comportamento di Abramo nei confronti di Ismaele è ambiguo: talvolta, sollecitato da Sara, Abramo respinge Agar e Ismaele, altre volte lo trattava come vero erede.
I capitoli 18 e 19 di Genesi raccontano l’episodio di Abramo che accoglie gli stranieri di passaggio.
Trascorsero degli anni e Abramo stava riposando al fresco sotto le tende presso le Querce di Mamre quando vide tre uomini avvicinarsi a lui. Si alzò, andò loro incontro e li pregò di fermarsi a riposare e a mangiare qualcosa. Loro accettarono, quindi Sara preparò delle focacce, mentre Abramo prese un vitello tenero e lo diede al servo che si affrettò a prepararlo. Offrì inoltre agli ospiti del latte acido, latte fresco e focacce. L’accoglienza è generosa in quanto Abramo comprese che i tre uomini sono uomini di Dio. Abramo: “ Mio Signore, se ho trovato grazia ai tuoi occhi, non passar oltre senza fermarti dal tuo servo” Gn 18,3.
Dopo il pranzo uno degli ospiti fece una promessa ad Abramo: ‘Tra un anno esatto – disse – tu e Sara avrete un figlio’. Appena Sara udì ciò scoppiò a ridere, ella infatti aveva quasi novanta anni. ‘Perché ridi – aggiunse l’uomo – nulla è impossibile a Dio’. Dopo un anno esatto, a Sara nacque il figlio promesso da Dio e Abramo lo chiamò Isacco che significa ‘colui che ride’
Isacco cresceva e giocava volentieri con Ismaele, ma Sara ne era gelosa e obbligò il marito a scacciare Agar e Ismaele. Abramo, a malincuore, fornì ad Agar del pane e un otre di acqua, baciò Ismaele e li accompagnò verso il deserto. Il Signore confortò Abramo dicendogli di non preoccuparsi perché Ismaele sarebbe diventato il capo di una grande nazione.
Camminando per cinque giorni interi Agar si smarrì nel deserto e rimase anche senz’acqua, faceva molto caldo e per non vedere il figlio soffrire lo sistemò all’ombra di un cespuglio, mentre lei si allontanò un po’ perché le venne da piangere. Intervenne Dio che parlò ad Agar, le disse di non piangere, ma di prendere suo figlio e di dirigersi verso la direzione che Lui stesso le indicò, dove avrebbe trovato un pozzo d’acqua; le aggiunse, come già aveva detto ad Abramo, che Ismaele da grande sarebbe diventato il capo di una grande nazione. Agar trovò il pozzo che Dio le aveva indicato e così lei ed il figlio si dissetarono. Crescendo, Ismaele si perfezionò nel tiro con l'arco. Da adulto, poi,  divenne il capo di un grande popolo - gli Ismaeliti - proprio come Dio aveva promesso.
Trascorsero gli anni e il Signore per verificare la fedeltà di Abramo, gli ordinò di andare su una montagna per sacrificare il figlio Isacco. La Bibbia non fornisce elementi utili ad identificare la montagna, si parla del Monte Morìa che la tradizione identifica con il luogo dove sorgerà Gerusalemme.
Il Signore disse ad Abramo di prendere il suo unico figlio e di andare con lui nella terra di Moria per offrirlo in sacrificio. Abramo si alzò di buon mattino, spaccò la legna per il sacrificio, sellò il suo asino, prese con sé due servi e il figlio Isacco. Poi si mise in viaggio verso il luogo che Dio gli aveva indicato senza spiegare al figlio lo scopo della loro ascesa. Isacco si sottomise al padre senza reagire.
Camminarono per tre giorni e quando da lontano videro il monte designato, Abramo disse ai suoi servi di fermarsi ed aspettare in quel luogo, mentre lui ed Isacco sarebbero saliti sul monte. Giunti nei pressi della vetta, Isacco chiese al padre dove fosse l’animale per il sacrificio, Abramo rispose che Dio avrebbe provveduto. Così costruì un altare e vi depose la legna, poi prese il figlio, lo legò, lo depose sull’altare e afferrò il coltello per immolare suo figlio a Dio.
Alcuni studiosi si sono chiesti dove fosse la madre Sara mentre avveniva il sacrificio. Poiché nella Bibbia al racconto del sacrificio di Isacco segue il racconto della sua morte, si è ipotizzato che la donna, scoperta la verità, sia morta per lo spavento.
Il Signore chiamò Abramo e gli intimò di fermarsi, in quanto aveva avuto ormai la certezza che egli era pronto a sacrificare il suo unico figlio per fare la volontà di Dio.
Abramo, pieno di gioia, slegò Isacco e offrì in olocausto (sacrificio) a Dio l’ariete che di colpo apparve impigliato tra i cespugli. Abramo chiamò quel luogo ‘il Signore provvede’ perciò si dice ancora oggi ‘sul monte il Signore provvede’. Poi l’Angelo del cielo chiamò Abramo per la seconda volta e gli confermò che sarebbe stato il padre di una lunga discendenza. Abramo fece ritorno a casa insieme al figlio Isacco ed ai suoi servi e qualche tempo dopo, tutti insieme si misero in viaggio verso Bersabea.
Gli anni di vita di Sara furono centoventisette, essa morì nel paese di Canaan ed Abramo la seppellì di fronte alle Querce di Mamre. Abramo, ormai molto vecchio, avverte il bisogno di una discendenza numerosa ; così incaricò il servo fidato Eliezer di amministrare il suo patrimonio in caso di morte sino al raggiungimento dell’età adulta di Isacco, inoltre incaricò il servo a cercare per il figlio una sposa adeguata che non sia Cananea in quanto adoravano altri divinità, ma di recarsi ad Aram Nahraim, sua terra d’origine luogo in cui Abramo conservava vincoli familiari.
Secondo il racconto di Gn24, il servo Eliezer portò con sé i doni nuziali e si incamminò verso i parenti di Abramo. Eliezer chiese l’assistenza a Dio: terminata la preghiera, chiese l’acqua a una giovane donna la quale, spontaneamente, si offrì di dissetare anche i suoi cammelli. Così Rebecca mostrò di essere dotata di grande sensibilità e intelligenza. Il servo di Abramo, il devoto Eliezer avviò le trattative per stipulare il contratto matrimoniale con la famiglia di Rebecca e poi Eliezer e Rebecca partirono per ritornare al villaggio dove si trovava Isacco e quasi giunti alla meta si incontrarono il figlio di Abramo.
I due giovani, una volta conosciuti, con il tempo si innamorarono sino ad arrivare al matrimonio.
Dopo la morte di Sara Abramo sposò una sua concubina, Ketura, che partorì sei figli (Gen 25,1 – I Cron 1,32). Quando ormai molto vecchio egli dette tutti i suoi beni al figlio Isacco, mentre agli altri figli diede solo delle piccole proprietà. La Sacra Scrittura riporta che Abramo visse fino a 175 anni, siccome però a quel tempo probabilmente un anno corrispondeva a circa 6 mesi del nostro tempo attuale, si ipotizza che l’età in cui morì Abramo fosse di circa 90 anni (circa 60 – 65 anni quelli di Sara). Fu sepolto dai figli presso le Querce di Mamre accanto alla moglie Sara.            
Se diamo per scontato che la figura di Abramo sia leggendaria (la personificazione di una distinzione tribale), dobbiamo comunque chiederci perché questa figura ebbe così tanto successo presso il popolo ebraico.
Abramo era sicuramente una persona legata agli affari, ma aveva anche la percezione che lo schiavismo imperante in Mesopotamia aveva raggiunto livelli inaccettabili. Probabilmente come Mosè avrà tentato in patria una riforma delle istituzioni e avrà scelto l'esilio come estrema ratio. Le due tribù di Abramo e Mosè in fondo costituiscono le due uniche e documentate alternative (o forse potremmo dire le alternative che nella storia scritta sono risultate più significative) alle civiltà schiavistiche che allora caratterizzavano un territorio geopolitico come quello della Mezzaluna fertile.
Noi non possiamo tralasciare questo, altrimenti non riusciamo a capire il motivo per cui un semplice mercante sia diventato il capostipite di ben tre grandi religioni.
Nella vicenda di Abramo ci sono questioni etiche che vanno oltre quelle semplicemente economiche, questioni che la religione ha poi deformato come meglio ha creduto, ma di cui noi non possiamo non tener conto, ancorché vadano interpretate in maniera laico-umanistica.
C'è qualcosa nella personalità di Abramo che appare abbastanza singolare rispetto ai tempi in cui è vissuto. In un certo senso egli rappresenta la coscienza della necessità di superare lo schiavismo in un periodo storico in cui ormai lo si considerava fondamentale per lo sviluppo delle strutture delle civiltà.
La sua storia non è semplicemente legata al doppio esodo dai due regimi schiavistici (babilonese ed egizio), ma anche a un tipo di coscienza etica che per quel tempo doveva apparire del tutto eccezionale.
Quanto alla nascita di Isacco, c'è anche chi sostiene che sia stato adottato e che la sua ipotizzata sindrome di down sia apparsa solo raggiunta una certa età, ma dai testi si evince ch'egli nacque da una donna che non aveva mai potuto avere figli e che ormai non ne avrebbe più potuti avere. (Da notare che gli anni che si attribuiscono nella Bibbia ai vari personaggi non hanno molto senso storico e bisogna interpretarli). Forse Sara rimase incinta durante il periodo della menopausa, quando gli sconvolgimenti ormonali avrebbero potuto renderla improvvisamente gravida: Isacco, quindi, sarebbe stato il frutto di un incidente di percorso, di una gravidanza indesiderata. Che poi gli esegeti biblici, riscrivendo l'A.T., abbiano stravolto le cose, questo è del tutto comprensibile.
Sarebbe invece interessante sapere se Abramo pensò di sacrificare Isacco per la disperazione di avere un figlio down o per equiparare il torto fatto a Ismaele, che sicuramente amava di più e che non abbandonò mai al suo destino (un po' come i ricconi fanno coi figli naturali). Il fatto comunque che all'ultimo momento ci abbia ripensato è indicativo di quale profonda coscienza umana dovesse avere quest'uomo.
Siamo ancora in un periodo di primitivismo tribale, però non dimentichiamo che tra gli ebrei circoncisi c'era molta più magnanimità e benevolenza che non tra ebrei e pagani. Questa magnanimità intratribale le civiltà schiavistiche non l'hanno mai avuta, né egizia né babilonese.


giovedì 15 settembre 2022

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 15 settembre.
Il 15 settembre 1578 la Sacra Sindone viene portata a Torino.
La Sacra Sindone è uno dei grandi misteri della religione cristiana. È un lenzuolo funerario di lino su cui si può scorgere l’immagine di un uomo, torturato e crocefisso. I tratti e i segni di questa figura sono compatibili con quelli descritti nella Passione di Gesù, di conseguenza i fedeli e anche alcuni esperti sostengono che quel lenzuolo sia stato usato per avvolgere il corpo di Cristo nel sepolcro. Ovviamente, non esiste una prova certa della sua autenticità ed è considerato un oggetto di grande fascino, mistero e un segno di fede.
La Sindone è conservata nel Duomo di Torino e periodicamente viene mostrata. L’esposizione si chiama ostensione.  La Sindone è un lenzuolo color giallo ocra con trama a spina di pesce (tessitura tipica di duemila anni fa), con forma rettangolare (4,41m per 1,13m), tagliato su uno dei lati lunghi. Secondo una tesi accreditata, il lenzuolo dovrebbe risalire al Primo secolo e provenire dalla Palestina: la dimostrazione sono i ritrovamenti nelle fibre del lino di pollini di diverse specie vegetali originari della Palestina. Ma c’è di più. Il lenzuolo è davvero un pezzo di storia che ha attraversato i secoli, non solo della religione; infatti, presenta diversi segni che datano alcuni eventi e che purtroppo lo hanno parzialmente danneggiato. Tra questi, ci sono le bruciature causate dall’incendio della Sainte-Chapelle du Saint-Suaire, in cui era conservato, nel 1532.
Ciò che però rende davvero particolare questo lenzuolo sono le immagini riportate sulla tela: troviamo una doppia “fotografia” di un corpo umano nudo di grandezza naturale. Si parla di doppia immagine, perché abbiamo il lato frontale del corpo e quello posteriore. Questo fa supporre che Cristo sia stato avvolto. C’è anche il segno della testa, perfettamente allineata con la figura, ma sollevata però dal busto.  È una cosa plausibile, perché il collo per posizione potrebbe non aver lasciato segni. Iniziano, però, proprio dall’analisi di queste immagini i primi dubbi. I segni presenti sembrano la proiezione di una figura umana, non quella che si potrebbe ottenere avvolgendo il corpo nel lenzuolo.
La presenza della Sindone è stata accertata nel 1353, quando il cavaliere Goffredo di Charny annunciò a Lirey, in Francia, di essere in possesso del telo che aveva avvolto il corpo di Cristo nel sepolcro. Margherita di Charny, discendente di Goffredo, vendette nel 1453 il telo ai duchi di Savoia che lo portarono a Chambéry. Gli esami sull’autenticità arrivarono diversi secoli dopo. La Sindone fu fotografata per la prima volta nel 1898 ed è stata proprio in quest’occasione che si capì che quell’immagine era un negativo (e non un positivo). Apparve chiaro che si trattava della figura di uomo, con la barba e i capelli lunghi. Molto evidenti erano i segni delle torture subite: i tagli su costato, le ferite ai polsi e la piaga causata dallo sfregamento di una grossa trave di legno portata a spalle (la croce probabilmente). È ovvio che la comunità scientifica si stia, ancora oggi, interrogando sull’autenticità.
Una prova molto interessante è quella ricavata nel 1988 dall’analisi del carbonio 14, che ha permesso di datare il lenzuolo tra il 1260 e il 1390.  La datazione potrebbe però dipendere dal prelievo dei campioni analizzati da parti rammendate dopo l’incendio, che colpì il lino, nel 1532 a Chambéry.
Ecco dunque che anche qui non si può essere sicuri. Dopo la rovina di Chambéry, la Sacra Sindone, il 15 settembre 1578, è stata portata a Torino dalla famiglia Savoia. Purtroppo nel 1997 un altro incendio ha minacciato l’incolumità del lenzuolo, quando le fiamme nella notte tra l’11 e il 12 aprile hanno devastando la Cappella del Guarini nel Duomo, dove era conservata.
Nel corso degli anni molti studi e molti esperti hanno analizzato la Sindone e hanno cercato una prova sull’autenticità. La questione è estremamente delicata e dibattuta, tanto che la Chiesa Cattolica non si è mai espressa all’unisono sull’autenticità. Ci sono però gesti, che a volte hanno più peso delle parole. Roma, infatti, ha autorizzato il culto della reliquia nel 1506, con il Papa Giulio II, mentre Giovanni Paolo II e Pio XI si sono espressi in modo ancor più chiaro, ammettendo di credere nell’autenticità del lenzuolo.  Ricordiamo l’invito del 24 maggio 1998, di Papa Giovanni Paolo II in visita alla Sindone: “La Chiesa esorta [gli scienziati] ad affrontare lo studio della Sindone senza posizioni precostituite, che diano per scontati risultati che tali non sono; li invita ad agire con libertà interiore e premuroso rispetto sia della metodologia scientifica sia della sensibilità dei credenti“.
Sulla Sindone, è estremamente interessante la tesi di Lillian Schwartz, docente alla “School of Visual Arts” di New York, che attraverso la raffigurazione grafica, ha supposto che quel viso, con barba e capelli lunghi, sia il volto di Leonardo da Vinci e che quel telo sia un esperimento del maestro per mettere appunto tecniche “pre-fotografiche”. Questa teoria però è stata sfatata dalla datazione della Sindone, che anticipa la nascita di Da Vinci di circa 100 anni. Ma ricordiamo quanto detto prima, sono solo studi e ipotesi, nulla è sicuro. Ad aggiungere mistero, infine, è stato il pittore e restauratore veneto, Luciano Buso, che il 6 giugno 2011 ha affermato che sul lenzuolo è visibile la firma di Giotto (con la data 1315).  L’artista avrebbe utilizzato una tecnica di scrittura nascosta, ma la data avrebbe in questo caso più senso perché confermerebbe l’analisi al carbonio 14. Anche quest’ipotesi è stata smentita.
Le ultime ostensioni della Sindone sono state nel 2010 (dal 10 aprile al 23 maggio), il 30 marzo 2013 e, più di recente, dal 19 aprile al 24 giugno 2015.

mercoledì 8 dicembre 2021

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è l'8 dicembre.
L'8 dicembre 1854 Papa Pio IX proclama il dogma dell'Immacolata Concezione.
La riflessione teologica  e la diffusione del culto dell’Immacolata concezione di Maria sono stati molto lenti: una festa della Natività di Maria era celebrata in Oriente verso la fine del VI secolo. Nel secolo seguente, poi sorse una festa della Concezione di Maria.
In Occidente, invece la festa della Concezione di Maria appare solo in Italia Meridionale, a Napoli, nel IX secolo e intorno al 1060 veniva celebrata anche in Inghilterra. Con l’invasione dei Normanni la festa venne diffusa e passò in Europa come la festa dell’Immacolata Concezione.
Non tutti i teologi del tempo erano favorevoli, perfino il grande San Bernardo di Chiaravalle, il cantore di Maria, protestò fermamente con i Canonici di Lione per aver introdotto questa festa. In questo stesso periodo, però un discepolo di Sant’Anselmo d’Aosta, Eadmero, sostenne, con il “Trattato sulla Concezione di Santa Maria “,  la possibilità dell’Immacolata Concezione, attraverso un argomentazione molto semplice: Dio lo poteva fare, quindi se lo voleva fare lo fece. Di qui ebbe origine il famoso assioma: “Potui, decuit, ergo fecit” (Dio poteva, era conveniente, perciò lo fece). Anche se come intuizione era buona questa teoria portò a delle esagerazioni perché  molti teologi una volta che avevano deciso che una cosa era conveniente, concludevano in modo semplicistico che Dio l’aveva fatta, creando confusione e diffidenze tra i fedeli. Quindi seguirono alcuni secoli di dibattito teologico al riguardo fino ad arrivare al 17 settembre 1439 giorno in cui il Concilio di Basilea dichiarerà la verità dell’Immacolata Concezione “ conforme al culto della Chiesa, alla fede cattolica e alla sacra Scrittura”. Nel 1477, il papa Sisto VI diede il suo beneplacito ad una Messa della Concezione e da qui in avanti si susseguirono una serie di avvenimenti e prese di posizione della Chiesa che portarono all’affermazione del culto dell’Immacolata Concezione.
Infatti nel 1695, Innocenzo XII approva una Messa con ufficio e ottava per la Chiesa intera e nel 1708, con Clemente IX la festa divenne precetto.
Un altro appoggio alla celebrazione dell’Immacolata Concezione venne nel 1830 con le apparizioni della Vergine a Caterina Labourè, che promosse la diffusione della Medaglia Miracolosa con l’invocazione: ” O Maria, concepita senza peccato, pregate per noi che ricorriamo a voi”.
Finalmente nel 1854, Pio IX definì come dogma di fede la Concezione Immacolata di Maria e quattro anni dopo la Madonna stessa, a suggello di quanto la Chiesa aveva proclamato, si autodefinì a Lourdes: ” Io sono l’immacolata Concezione “.
Con l’avvento del Concilio Vaticano II la riforma liturgica elevò la celebrazione dell’Immacolata Concezione a solennità.
L’Immacolata Concezione di Maria è un dogma della Chiesa cattolica, definito da papa Pio IX con la bolla Ineffabils Deus (8 dicembre 1854).
L’Immacolata Concezione è un dogma perché esso definisce una verità assoluta, cioè valida sempre, in ogni cultura e in ogni tempo; a cui ogni singolo credente deve prestare fede indefettibile. Non è qualcosa cui opinare, è parte della fede che per rivelazione di Dio fa conoscere attraverso tre canali: Scrittura, Tradizione e Magistero.
Se cercassimo il dogma nella Bibbia, nei Padri della Chiesa e nei primi sette concili della Chiesa Cattolica cercheremo invano, perché di esso nel primo millennio non viene detto nulla: o meglio, non viene detto nel modo esatto ed esplicito della definizione dogmatica finale. Però che non se ne parli non vuol dire che  la verità del dogma non sia presente, in questo senso il Vangelo dell’ Annunciazione è proprio quella pagine di fede che per parlare della nascita di Gesù permette anche di riflettere sugli effetti di tale nascita sulla persona di Maria. Il Figlio di Dio nasce dalla Vergine Maria e questo è possibile per opera dello Spirito Santo e perché Dio, nel suo progetto d’amore ha preparato una degna dimora al Figlio suo, preservando Maria dal peccato originale, proprio perché da essa potesse nascere Gesù, il cristo. Si parla di Maria per parlare di Gesù, si capisce Maria a partire dal mistero di Cristo suo Figlio, la Scrittura infatti annuncia Gesù, non sua madre, il posto e il ruolo di Maria sono totalmente in relazione a Gesù suo figlio e Figlio di Dio.
La Chiesa, l’otto Dicembre, volge il suo sguardo a colei che con il suo sì ha permesso che il Figlio di Dio venisse in mezzo a noi nella carne, per questo Maria è stata scelta e preservata dal peccato originale perché nascendo dai suoi genitori, ella, pur essendo umana, non condividesse con l’umanità la colpa dei progenitori Adamo ed Eva.
In definitiva Maria è l’esempio di umanità nuova che al contrario di Eva sa obbedire al suo Creatore, Maria è esempio del mistero pasquale di Cristo, la solennità dell’Immacolata Concezione è tutta dedicata a maria in quanto “porta”  attraverso la quale Dio ha potuto donare la salvezza in Gesù.


domenica 17 gennaio 2021

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 17 gennaio.
La chiesa cristiana festeggia oggi Sant'Antonio Abate, nell'anniversario della sua morte.
S. Antonio Abate nacque in Egitto, a Coma, una località sulla riva sinistra del Nilo, intorno all'anno 250.
Fu un eremita tra i più rigorosi nella storia del Cristianesimo antico.
Antonio, di cui conosciamo la vita grazie alla biografia scritta dal suo discepolo Atanasio, fu un insigne padre del monachesimo orientale.
Malgrado appartenesse ad una famiglia piuttosto agiata, mostrò sin da giovane poco interesse per le lusinghe e per il lusso della vita mondana: alle feste ed ai banchetti infatti preferiva il lavoro e la meditazione e alla morte dei genitori distribuì tutte le sue sostanze ai poveri, si ritirò nel deserto e li cominciò la sua vita di penitente.
Compiuta la sua scelta di vivere come eremita, trascorse molti anni vivendo in un'antica tomba scavata nella roccia, lottando contro le tentazioni del demonio, che molto spesso gli appariva per mostrargli quello che avrebbe potuto fare se fosse rimasto nel mondo. A volte il diavolo si mostrava sotto forma di bestia feroce - soprattutto di porco - allo scopo di spaventarlo, ma a queste provocazioni Antonio rispondeva con digiuni e penitenze di ogni genere, riuscendo sempre a trionfare.
La sua fama di anacoreta si diffuse ben presto presso i fedeli e Antonio, che voleva vivere assolutamente distaccato dal resto del mondo, fu costretto più volte a cambiare luogo di "residenza".
Intorno al 311 si recò ad Alessandria per prestare aiuto e conforto ai Cristiani perseguitati dall'imperatore Massimiliano; poi si ritirò sul monte Qolzoum, sul mar Rosso, ma dovette tornare ad Alessandria poco tempo dopo per combattere l'eresia ariana, sempre più diffusa nelle zone orientali dell'impero.
Malgrado conducesse una vita dura e piena di privazioni, Antonio fu molto longevo: la morte lo colse infatti all'età di 105 anni, il 17 Gennaio del 355, nel suo eremo sul monte Qolzoum.
Sulla sua tomba, subito oggetto di venerazione da parte dei fedeli, furono edificati una chiesa e un monastero; le sue reliquie nel 635 furono portate a Costantinopoli, e poi sembra che siano state portate in Francia tra il sec IX e il X dove oggi si venerano nella chiesa di Saint Julian, ad Arles.
In Francia, in quel periodo, sorse l'ordine degli "Antoniani" approvato successivamente da papa Urbano II.
I riti che si compiono ogni anno in occasione della festa di S. Antonio sono antichissimi e legati strettamente alla vita contadina e fanno di Antonio Abate un vero e proprio "santo" del popolo.
Egli è considerato il protettore contro le epidemie di certe malattie, sia dell'uomo, sia degli animali. E' stato invocato come protettore del bestiame e la sua effigie era collocata sulla porta delle stalle.
Il Santo è invocato anche per scongiurare gli incendi, e non a caso il suo nome è legato ad una forma di herpes nota come "fuoco di Sant'Antonio" o "fuoco sacro".
Antonio è anche considerato il patrono del fuoco; secondo alcuni riti attorno alla sua figura testimoniano un forte legame con le culture precristiane, soprattutto quella celtica. E' nota infatti l'importanza che rivestiva presso i Celti il rituale legato al fuoco come elemento beneaugurante.

venerdì 25 dicembre 2020

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 25 dicembre.
Il 25 dicembre è tradizionalmente indicata come la data in cui è nato Gesù.
La data tradizionale del 25 dicembre è documentata a partire dal III e dal IV secolo. Oggi sull'origine di questa data vi sono diverse ipotesi, che possono essere raggruppate in due categorie: secondo la prima, la data è stata scelta in base a considerazioni interne al Cristianesimo, mentre la seconda prende in considerazione la derivazione da festività celebrate in altre religioni praticate contemporaneamente al Cristianesimo di allora. Le due categorie di ipotesi possono coesistere.
Il primo gruppo di ipotesi spiega la data del 25 dicembre come "interna" al Cristianesimo, senza apporti da altre religioni, derivante da ipotesi cristiane sulla data di nascita di Gesù.
Un'ipotesi piuttosto recente asserisce che la data del Natale corrisponda alla vera data di nascita di Gesù. L'ipotesi si basa sull'analisi dei testi presenti nella biblioteca essena di Qumran e su alcune informazioni fornite dal Vangelo secondo Luca. Secondo Luca, San Giovanni Battista fu concepito sei mesi prima di Gesù (e quindici mesi prima del Natale), e l'annuncio del suo concepimento fu dato al padre San Zaccaria mentre questi officiava il culto nel Tempio di Gerusalemme. Dai rotoli di Qumran si è potuto ricostruire il calendario dei turni che le vari classi sacerdotali seguivano per tali offici, ed è stato possibile stabilire che il turno della classe di Abia (a cui apparteneva Zaccaria) cadeva due volte l'anno. Uno dei due turni corrispondeva all'ultima settimana di settembre, ossia proprio quindici mesi prima della settimana del Natale.
Un'ipotesi afferma che la data del Natale si fonda sulla data della morte di Gesù o Venerdì Santo. Dato che la data esatta della morte di Gesù nei Vangeli si colloca tra il 25 marzo e il 6 aprile del nostro calendario, per calcolare la data di nascita di Gesù si sarebbe seguita la credenza che i profeti siano morti nell'anniversario della loro nascita. Secondo questa ipotesi, si calcolò che Gesù fosse morto nell'anniversario della sua Incarnazione o concezione (non della sua nascita), e così si pensò che la sua data di nascita dovesse cadere nove mesi dopo la data del Venerdì Santo, tra il 25 dicembre e il 6 gennaio.
Il sorgere del sole e la luce sono simboli usati nel Cristianesimo e nella Bibbia. Per esempio nel vangelo di Luca, Zaccaria, il padre di Giovanni Battista, descrive la futura nascita di Cristo, con queste parole: "verrà a visitarci dall'alto un sole che sorge". Il Natale, nel periodo dell'anno in cui il giorno comincia a allungarsi, potrebbe essere legato a questo simbolismo.
Il secondo gruppo di ipotesi spiega la data del 25 dicembre come "esterna" al Cristianesimo, come un tentativo di assorbimento di culti precedenti al Cristianesimo con la sovrapposizione di festività cristiane a feste di altre religioni antiche.
La festa si sovrappone approssimativamente alle celebrazioni per il solstizio d'inverno (tipiche del nord Europa) e alle feste dei saturnali romani (dal 17 al 23 dicembre). Già nel calendario romano il termine Natalis veniva infatti impiegato per molte festività, come il Natalis Romae (21 aprile) che commemorava la nascita dell'Urbe, e il Dies Natalis Solis Invicti, la festa dedicata alla nascita del Sole (Mitra), introdotta a Roma da Eliogabalo (imperatore dal 218 al 222) e ufficializzato per la prima volta da Aureliano nel 273 d.C., e poi spostata al 25 dicembre. Ancora durante il regno di Licinio (imperatore dal 308 al 324 d.C.) il culto al dio solare veniva comunque celebrato il 19 dicembre, e non il 25. Alla luce delle fonti, si ipotizza in particolare che i cristiani avrebbero "ribattezzato" la festa pagana del Sole Invitto come "Festa della nascita di Cristo", spostando la data dal 21 al 25 dicembre, per soppiantare quella pagana, largamente diffusa tra la popolazione.

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