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giovedì 19 febbraio 2026

#AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 19 febbraio.
Il 19 febbraio 197 d.C. nei pressi di Lugdunum (l'odierna Lione), si svolse una delle più cruente battaglie della storia romana.
Alla morte di Commodo e dei suoi successori Pertinace e Didio Giuliano, tra il 192 e il 193, ci sono tre generali romani in lizza per il trono supremo: Clodio Albino, con le truppe della Britannia, Pescennio Nigro con quelle della Siria e Settimio Severo che si trova in Pannonia. Quest'ultimo giunge per primo a Roma e, con l'appoggio dei Pretoriani, ne diventa imperatore. Ma anche gli altri due generali vogliono tale nomina, minacciando l'impero (provato dalle follie di Commodo, dalle minacce barbariche e dalla peste appena conclusasi) di una terribile guerra civile.
Alleatosi temporaneamente con Clodio Albino, al quale riconosce il titolo di imperatore di Britannia, Gallia e Iberia, Settimio Severo sbaraglia le truppe di Pescennio Nigro, costringendo quest'ultimo a rifugiarsi tra i Parthi, dove sarà raggiunto e ucciso. E' il 195.
Appena un anno dopo, forte dell'appoggio di una frangia di 29 Senatori guidati da Sulpiciano, Clodio Albino sfida il potere di Settimio Severo, raccogliendo una grande armata contro l'avversario: 150.000 soldati! Già i Senatori della fazione britanna battevano monete con l'effige di Albino, ritenendo sicuro l'esito della guerra.
In risposta all'armata nemica che si raccoglie in Gallia, Settimio Severo si dirige a nord, per raccogliere un esercito particolare da contrapporre alle legioni britanno-iberico-galliche. Attraversa la Rezia e il Norico e la Germania Inferiore, e con una incredibile opera di accerchiamento sbuca da nord-ovest rispetto alla posizione nemica, con circa 120.000 uomini.
Alcune avanguardie di Settimio Severo comandate da Virio Lupo si scontrano con la cavalleria di Albino, composta principalmente dagli ausiliari sarmati della VI Legio Victrix, ma vengono annientate, e lo stesso comandante ucciso.
Il sacrificio di Virio Lupo permette a Settimio Severo di bloccare tutte le vie di comunicazione dei nemici, spingengoli in una sacca nella valle della Saone, tra Lugdunum e Trivurtium.
La battaglia inizia il 19 febbraio del 197: con una mossa a sorpresa, uno dei generali di Severo (scelto dallo stesso imperatore perché veterano della VI Legio Victrix trasferito in Pannonia) riesce ad attirare la temibile cavalleria sarmata in un'imboscata, distruggendola completamente, anche se a costo di gravi perdite. Di questo ignoto generale si perdono le tracce, e i resti della cavalleria imperiale vengono affidati a Lete, che tiene i suoi reparti lontano dalla mischia per per riorganizzare i superstiti.
La perdita della cavalleria ausiliare e l'accerchiamento demoralizzano i legionari di Albino, che comunque non si arrendono.
Severo guida personalmente l'attacco della sua armata, insieme ai generali Mario Massimo, Claudio Candido e Flavio Plauziano.
Lo scontro si protrae tutto il giorno con esito incerto: persino Severo viene disarcionato nell'impeto della mischia.
In seguito a questo incidente, l'ala sinistra dell'armata di Severo perde terreno di fronte all'impeto nemico, rinvigorito. Sembra tutto perduto, ma Lete, il comandante della cavalleria imperiale, sceglie proprio questo momento per entrare in lizza con i suoi cavalieri, sbaragliando i fianchi e i retri delle legioni avversarie.
Sentendosi perduto, Clodio Albino si suicida con la propria spada. Severo lo decapita e manda la sua testa, infissa alla punta di una lancia, al Senato, come monito circa la futura sorte di Sulpiciano e dei Senatori che avevano appoggiato Albino.
Ci sono alcune osservazioni da fare sulla battaglia:
1) Le legioni di Gallia (che sono quelle delle Germania), Britannia e Spagna sono al comando di Albino ed erano otto in totale (4 in Germania,3 in britannia,1 in spagna); Severo era appoggiato da quelle del Danubio (12-13 legioni) aveva le tre partiche, e le legioni orientali (una decina) ; ma quelle orientali avrebbero impiegato mesi per muoversi quindi sono da escludere, delle tre partiche (sempre fossero già state formate) solo una era in Italia e quindi a portata di mano; per la velocità con cui si è mosso Severo è probabile che avesse prelevato le legioni I partica che era in Italia, II e III italiche nel norico (magari tenendo buoni Marcomanni e Quadi con il denaro) e forse qualche altra legione dell'alto Danubio (oppure delle loro vessillazioni) e ausiliari lungo tutto il Danubio con la cavalleria che poteva sicuramente provenire da più lontano.
2) Anche ammettendo che Albino avesse preso tutte le legioni di Gallia, Britannia e Spagna (cosa strana perché avrebbe sguarnito tutte le frontiere) ne avrebbe raccolte 8 quindi 40000-45000 uomini considerando un numero pari di ausiliari o di poco superiori sarebbe arrivato a 90000-95000 uomini, quindi per arrivare a 150000 avrebbe dovuto far entrare 60000 barbari come mercenari. Nessuno crede che fosse pazzo fino a questo punto, anche perché avrebbe senz'altro avuto problemi logistici non indifferenti a far affluire i rifornimenti sufficienti durante lo spostamento.
Anche Severo, pur avendo a diposizione le legioni danubiane, le partiche e quelle orientali e quindi abbastanza truppe da arrivare a 120000 uomini, avrebbe dovuto sguarnire settori vitali. Inoltre la velocità con cui si è mosso fa pensare che l'esercito fosse più piccolo e quindi più manovrabile.
3) Innanzitutto c'è da ricordare che, durante il principato di Marco Aurelio e di Commodo, Roma ha dovuto subire una triplice minaccia: la guerra civile (i vari usurpatori quali Avidio Cassio, Flavio Materniano o Tigidio Perenne), le guerre barbariche (che giunsero a minacciare Roma stessa con la conquista di Aquileia) e quelle partiche (perenne spina sul fianco!), ed infine la peste, che solo nell'Urbe uccise 300,000 persone su un milione.
Le Legioni che sopravvissero a questi flagelli erano decimate, demoralizzate e disorganizzate. Marco Aurelio corse ai ripari arruolando tra i cittadini romani anche schiavi e gladiatori (le Legio Italiche), e un sempre più crescente numero di ausiliari.
Questo dà un quadro più preciso delle forze che giunsero allo scontro di Lugdunum nel 197.
Cassiodoro descrive la fazione di Settimio Severo e quella di Clodio Albino composte da circa 150.000 uomini ciascuna. La cosa è altamente improbabile, anche se soltanto in Britannia, contando legionari, ausiliari e numerii, si arriva già ad un terzo della cifra. Non ci sono però prove evidenti di un totale abbandono delle guarnigione britanniche da parte dei legionari di Clodio Albino.
Le tre Legioni in Britannia sono composte da circa 5.000 fanti e 120 cavalieri, per un totale di 15.000 fanti e 360 cavalieri. A questi aggiungiamo circa 37.550 ausiliari (presenti sotto Marco Aurelio), anche se possiamo aumentare tale cifra a 42.000 sotto Claudio Albino.
La marcia di Settimio Severo raccoglie all'incirca 6 Legioni, per un totale di 30.000 fanti e 720 cavalieri. Per quanto riguarda gli ausiliari, nell'impero sono presenti 150,000 effettivi, e certamente buona parte di loro non partecipa alle due spedizioni in Gallia (vuoi per motivi logistici o per salvaguardare parti delle frontiere).
Per quanto riguarda i Numeri, la loro cifra è sconosciuta, tranne che per i 5.000 sarmati stanziati in Britannia ai tempi di Marco Aurelio.
Quindi, anche se Settimio Severio e Clodio Albino fossero riusciti a radunare sotto le loro insegne il maggior numero di truppe possibili dalle due frontiere interessate (Gallia occidentale, Britannia, Iberia e Germania Superiore Albino; Retia, Pannonia, Norico, Germania Inferiore e Gallia orientale Severo), preoccupandosi di lasciare una guarnigione in grado di affrontare la minaccia barbarica, non sarebbero stati in grado di radunare 150.000 uomini ciascuno, dobbiamo quindi ridimensionare di molto le cifre.
Probabilmente avremo da una parte e dall'altra, legionari, ausiliari e numerii compresi, circa la metà della cifra (120.000-140.000 uomini impegnati in combattimento).

giovedì 5 febbraio 2026

#AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 5 febbraio.
Secondo la tradizione cristiana, il 5 febbraio del 251 S.Agata spirò dopo il martirio.
Si narra che fosse una giovane catanese di nobile e ricca famiglia, che a 15 anni si convertì al Cristianesimo. Studi storico-giuridici recenti portano a pensare che avesse almeno 21 anni alla conversione, per via del titolo (diaconessa) impossibile da ottenere prima di quell'età, e non oltre i 25, a causa della Lex Laetoria con la quale è stata processata.
Secondo l'editto dell'imperatore Settimio Severo, i cristiani dovevano essere arrestati ed invitati ad abiurare la fede in Dio, pena la tortura e la morte.
Il proconsole di Catania, Quinziano, secondo la tradizione si era invaghito della giovane donna; o forse, da un punto di vista storico, era più probabilmente interessato all'enorme fortuna della sua famiglia; essendo stato respinto, inviò la cortigiana Afrodisia e le sue figlie, tutte donne molto corrotte, a tentare di farle pressioni psicologiche e portarla a negare la fede in Dio. Falliti tutti i tentativi, a causa della grande rettitudine di Agata, il proconsole decise di farla processare.
La giovane non volle abiurare la fede nemmeno dopo essere stata più volte frustata, lacerata con pettini di ferro, scottata con lamine infuocate e addirittura sottoposta alla terribile violenza dello strappo delle mammelle con una tenaglia.
Questo risvolto delle torture, costituirà in seguito il segno distintivo del suo martirio, infatti Agata viene rappresentata con i due seni posati su un piatto e con le tenaglie. Riportata in cella sanguinante e ferita, soffriva molto per il bruciore e dolore, ma sopportava tutto per l’amore di Dio; verso la mezzanotte mentre era in preghiera nella cella, le appare s. Pietro apostolo, accompagnato da un bambino porta lanterna, che la risana le mammelle amputate.
Trascorsi altri quattro giorni nel carcere, viene riportata alla presenza del proconsole, il quale visto le ferite rimarginate, domanda incredulo cosa fosse accaduto, allora la vergine risponde: “Mi ha fatto guarire Cristo”.
Allora Quinziano ordina che venga bruciata su un letto di carboni ardenti, con lamine arroventate e punte infuocate.
A questo punto, secondo la tradizione, mentre il fuoco bruciava le sue carni, non brucia il velo che lei portava; per questa ragione “il velo di sant’Agata” diventò da subito una delle reliquie più preziose; esso è stato portato più volte in processione di fronte alle colate della lava dell’Etna, avendo il potere di fermarla.
Mentre Agata spinta nella fornace ardente muore bruciata, un forte terremoto scuote la città di Catania e il Pretorio crolla parzialmente seppellendo due carnefici consiglieri di Quinziano; la folla dei catanesi spaventata, si ribella all’atroce supplizio della giovane vergine, il proconsole fa togliere Agata dalla brace e la fa riportare agonizzante in cella, dove muore qualche ora dopo.
Nel 1040 le reliquie della santa furono trafugate dal generale bizantino Giorgio Maniace, che le trasportò a Costantinopoli; ma nel 1126 due soldati della corte imperiale, il provenzale Gilberto ed il pugliese Goselmo, le riportarono a Catania dopo un’apparizione della stessa santa, che indicava la buona riuscita dell’impresa; la nave approdò la notte del 7 agosto in un posto denominato Ognina, tutti i catanesi risvegliatasi e rivestitasi alla meglio, accorsero ad onorare la “Santuzza”.
Nei secoli le manifestazioni popolari legate al culto della santa richiamavano gli antichi riti precristiani alla dea Iside; per questo s. Agata con il simbolismo delle mammelle tagliate e poi risanate, assume una possibile trasfigurazione cristiana del culto di Iside, la benefica Gran Madre.
Ciò spiegherebbe anche il patronato di s. Agata sui costruttori di campane, perché si sa, nei culti precristiani la campana era simbolo del grembo della Mater Magna. Le sue reliquie sono conservate nel duomo di Catania in una cassa argentea, opera di celebri artisti catanesi; vi è anche il busto argenteo della “Santuzza”, opera del 1376, che reca sul capo una corona, dono secondo la tradizione, di re Riccardo Cuor di Leone.
Il culto per s. Agata fu talmente grande, che fino al XVI secolo essa era contesa come appartenenza anche da Palermo; la questione è stata a lungo discussa, finché a Palermo il culto per la santa, fu soppiantato da quello per s. Rosalia. Anche a Roma fu molto venerata: papa Simmaco (498-514) eresse in suo onore una basilica sulla Via Aurelia e un’altra le fu dedicata da S. Gregorio Magno nel 593.
Nel XIII secolo nella sola diocesi di Milano si contavano ben 26 chiese a lei intitolate. Celebrazioni e ricorrenze per la sua festa avvengono un po’ in tutta Italia, perfino a San Marino, ma è Catania il centro più folcloristico e religioso del suo culto; le feste sono due, il 5 febbraio e il 17 agosto, con caratteristiche processioni con il prezioso busto della santa, custodito nel Duomo.
Vi sono undici Corporazioni di mestieri tradizionali, che sfilano in processione con le cosiddette ‘Candelore’: fantasiose sculture verticali in legno, con scomparti dove sono scolpiti gli episodi salienti della vita di s. Agata. Il busto argenteo, preceduto dalle ‘Candelore’ è posto a sua volta sul “fercolo”, una macchina trainata con due lunghe e robuste funi, da centinaia di giovani vestiti dal caratteristico ‘sacco’.
Tante altre manifestazioni popolari e folcloristiche, oggi non più in uso, accompagnavano nei tempi trascorsi questi festeggiamenti, a cui partecipava tutto il popolo con le Autorità di Catania, devotissimo alla sua ‘Santuzza’.

mercoledì 9 aprile 2025

#AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi


 Buongiorno, oggi è il 9 aprile.

Il 9 aprile 193 d.C. Settimio Severo viene proclamato imperatore.

Settimio Severo era nato a Leptis Magna, in Tripolitania. Era il primo imperatore di origine africana; anche se i suoi antenati erano cavalieri e senatori romani, quindi probabilmente notabili del posto. Sembra che fin da piccolo giocasse a fare il giudice, cosa che amava molto. Aveva ricoperto varie cariche del cursus honorum ed era governatore della Pannonia Superiore, senza molta esperienza militare, quando fu acclamato imperatore durante l’anno dei cinque imperatori.

Settimio, dipinto dalle fonti come manipolatore, riuscì a far uccidere Didio Giuliano e farsi riconoscere come imperatore dal senato, mentre dava a Clodio Albino, anche lui acclamato imperatore in Britannia, il titolo di Cesare, fingendo che lo avrebbe nominato suo successore. Arrivato a Roma, convocò i pretoriani, e con l’inganno li fece accerchiare e disarmare, mentre i suoi sequestravano le armi rimaste nei Castra Pretoria. Sciolse poi le coorti, per aver venduto il titolo all’asta (ma i 30.000 sesterzi a testa offerti da Didio Giuliano non erano molto lontano dai 20.000 dati da Marco Aurelio e Lucio Vero alla loro elezione), riformandole con soldati pannonici a lui fedeli.

Mentre il nuovo prefetto al pretorio Plauziano teneva la città di Roma, e Clodio Albino credeva nella promessa fatta, Settimio Severo si recava in oriente per affrontare Pescennio Nigro, acclamato in Siria e appoggiato anche dai parti. Sconfitto a Isso, nello stesso luogo dove Alessandro aveva vinto Dario, ritornò in occidente, accusò Clodio Albino di congiurare contro di lui e affrontò anche lui in battaglia. Dopo un durissimo scontro lo vinse a Lugdunum, e inviò la testa ai senatori, molti dei quali rei di averlo appoggiato. Rimasto ormai unico imperatore, decise di attaccare i parti, che avevano appoggiato il suo rivale Pescennio Nigro.

Settimio Severo arruolò poi tre nuove legioni partiche, e la II Parthica venne stanziata nei Castra Albana, vicino Roma; la pressione di truppe fedeli all’imperatore attorno l’Urbe non era mai stata così forte. Le altre due rimasero in oriente, in Osroene e Mesopotamia. Tutte e tre furono affidate a prefetti equestri; ormai il ceto equestre, cui faceva sempre più affidamento l’imperatore romano, stava prendendo sempre più funzioni e mansioni dell’amministrazione e dell’esercito, a discapito del senato.

Inoltre l’imperatore aumentò la paga dell’esercito, mentre la moneta stava cominciando a svalutarsi. Diede anche all’esercito nuovi benefici, come la possibilità di sposarsi, mentre i centurioni primipili ottennero il rango equestre. Dopo essere rientrato a Roma e mandato a morte l’ingombrante Plauziano, Settimio si rivolse anche alla Britannia, dove il vallo di Antonino cadeva a pezzi. Probabilmente nei suoi piani c’era l’annessione di tutta l’isola.

Tuttavia, mentre combatteva a nord, morì a York, il 4 febbraio del 211 d.C. Secondo Cassio Dione in punto di morte avrebbe detto ai figli Caracalla e Geta di non preoccuparsi di nient’altro che arricchire i soldati e andare d’accordo fra di loro.


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