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martedì 23 dicembre 2025

#AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi


 Buongiorno, oggi è il 23 dicembre.

Il 23 dicembre 179 a.C. il console Marco Emilio Lepido dedica un tempio a Roma a Giunone Regina.

Lepido fu nominato edile nel 193 a.c. insieme a L. Emilio Paolo, promuovendo la costruzione del nuovo porto fluviale a sud del colle Aventino. Questa nuova costruzione, chiamata Emporium, prevedeva una banchina di circa 500 m e un grosso edificio di 50 vani, i Navalia.

Lo spazio retrostante i Navalia era occupato da diversi horrea, magazzini per lo stoccaggio delle merci, di cui i più noti sono gli horrea Galbana. Nel 174 a.c. l'Emporium venne lastricato in pietra e fu suddiviso in vari settori per lo stoccaggio da barriere con scalinate che scendevano fino al Tevere. Contemporaneamente alla costruzione del porto c'era quella della Porticus Aemilia.

Divenne pontefice dal 199 a.c. Venne anche eletto pretore nel 191 a.c.

Divenne console romano nel 187 a.c.,  in cui ebbe come collega Gaio Flaminio, ucciso dall'esercito di Annibale nella battaglia del Trasimeno, e in quell'anno riportò la vittoria sui Liguri, facendo voto di erigere un tempio a Giunone.

È noto per aver dato il nome alla via Emilia,  che venne costruita dal 189 al 187 a.c., per 177 miglia romane in meno di due anni.

La via doveva collegare Piacenza con Rimini, e il suo nome dette nome all'Emilia che a sua volta ha dato nome alla regione Emilia-Romagna. La città di Reggio Emilia si chiamava in età romana Regium Lepidi in suo onore.

Con l'invasione dell'Italia da parte dei cartaginesi guidati da Annibale (218-203 a.c.) Roma perse il controllo della Pianura Padana; molte tribù già sottomesse (come i Boi e gli Insubri) si ribellarono e si unirono ad Annibale per riacquisire la loro indipendenza.

Solo nel 189 a.c. l'ultima resistenza dei Galli fu vinta con la conquista di Bona, l'odierna Bologna, e nello stesso anno Roma avviò la costruzione della strategica via Emilia, che venne completata nel 187 a.c.

La gens cui apparteneva era tradizionalmente vicina alle posizioni politiche dei Cornelii: egli fu sempre ostile al conservatorismo catoniano, oltre che avversario personale di M. Fulvio Nobiliore, l'eroe di Ambracia, che Emilio nel 187, l’anno appunto del suo consolato, cercò di ostacolare in ogni modo, circa la grave opposizione in precedenza fatta dal Nobiliore all’elezione a console di Lepido.

Nel 180 a.c. dovette però scendere a patti con i Fulvii e con lo stesso Nobiliore per conseguire i suoi obiettivi politici, tra i quali il pontificato massimo. 

Divenne censore nel 179 a.c, e dedicò (23 dicembre) il tempio di Giunone Regina al Campo Marzio. Dedicò inoltre, sempre durante la censura, il tempio D dell'Area sacra di Largo Argentina ai Lari Permarini.

Il tempio di Giunone Regina (in latino: templum o aedes Iuno Regina) era un tempio dedicato alla Dea Giunone nel Circo Flaminio, nella zona meridionale del Campo Marzio.

Il console Marco Emilio Lepido aveva fatto voto di costruire un tempio nel 187 a.c., durante la sua ultima battaglia contro i Liguri, e lo dedicò nel 179 a.c., mentre era censore, il 23 dicembre.

Un portico metteva in comunicazione il tempio di Giunone Regina e un tempio della Fortuna, forse il tempio della Fortuna Equestre. Si trovava probabilmente a sud del portico di Pompeo, sul lato orientale del circo Flaminio.

Il tempio D dell'area sacra di Largo Argentina è il più grande dei quattro templi di quest'area e il terzo in ordine cronologico. Si fa risalire al II sec. a.c. e si presume fosse dedicato ai Lares Permarini, votato nel 190 a.c. da Lucio Emilio Regillo, venne dedicato nel 179 a.c. dal censore Marco Emilio Lepido.

Secondo i Fasti Prenestini il tempio dei Lari Permarini si trovava infatti presso la Porticus Minucia.

Solo una parte di questo tempio è stata scoperta, restando la maggior parte di questo sotto il piano stradale di via Florida.

La parte più antica del tempio è in opera cementizia e venne rifatta nel I sec. a.c. in travertino. La pianta è piuttosto arcaica, con una grande cella rettangolare preceduta da un pronao esastilo (a sei colonne), che è profondo quanto tre moduli intercolumni. Oggi si vede solo il podio di travertino del I sec., con le sagome taglienti e non molto sporgenti, per un'altezza di circa tre m.

Sempre nel 179 a.c. venne nominato princeps senatus, era colui che aveva la prima parola in senato ed era il più influente tra tutti i senatori. Venne ancora eletto console nel 175 a.c..

Negli ultimi decenni di vita, che furono i più luminosi della sua carriera, Marco Emilio Lepido esercitò ininterrottamente la carica di princeps senatus. Fino alla fine restò anche Pontefice Massimo (180-152). Quando morì, probabilmente nel 152, dispose che i figli gli celebrassero un funerale il più semplice possibile, perché, diceva, "i grandi uomini si riconoscono dalla fama dei loro antenati e non dallo sfarzo".

venerdì 3 ottobre 2025

#AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi


 Buongiorno, oggi è il 3 ottobre.

Il 3 ottobre 42 a.C ebbe luogo la celebre battaglia di Filippi.

"Ci rivedremo a Filippi"

(Plutarco - Vite parallele - Vita di Bruto - 36)

«Dopo che Cesare fu trafitto dal pugnale dei congiurati e tutta la popolazione fu invasa da un grande spavento e da enorme timore Bruto e Cassio, autori della congiura, invisi alla plebe, si allontanarono da Roma e si rifugiarono in Asia, dove cominciarono ad arruolare truppe e raccogliere denaro.

Contro loro fecero guerra Marco Antonio, amico di Cesare e suo luogotenente in Gallia, e Ottaviano, ambizioso adolescente figlio adottivo di Cesare. Lepido, loro alleato venne lasciato in difesa della città di Roma. Presso Filippi, città della Macedonia, si combatté a lungo ed aspramente.»

La battaglia di Filippi si svolse tra i cesariani del II triumvirato, composto da Marco Antonio (83 - 30 a.c.), Cesare Ottaviano (27 a.c. - 14 d.c.), e Marco Emilio Lepido (90 - 13 a.c.), e i due principali cospiratori ed assassini di Gaio Giulio Cesare, Giunio Bruto (85 a.c. - 42 a.c.) e Gaio Cassio Longino (86 a.c. 42 a.c.).

La battaglia si svolse nell'ottobre del 42 a.c. presso Filippi, cittadina della provincia di Macedonia, posta lungo la Via Egnatia, alle pendici del monte Pangeo. Bruto e Cassio arrivarono da sud-est, e un po' più tardi, i triumviri Marco Antonio e Ottaviano arrivarono da ovest. L'esercito dei cesaricidi usò Neapolis (Kavala) come base di rifornimento, e dovette attraversare le montagne per ottenere il suo cibo sul campo di battaglia; l'altro esercito usò Anfipoli, che era molto lontano. Il loro scontro era in primo luogo una lotta per i rifornimenti dell'esercito.

Poiché Bruto e Cassio avevano occupato le migliori posizioni, due piccole colline a ovest di Filippi, Marco Antonio cercò di aggirare Filippi costruendo una strada rialzata attraverso le zone umide a sud della città. Se avesse avuto successo, avrebbe tagliato la linea di comunicazione dei suoi nemici. Ma Cassio lo scoprì e costruì una diga trasversale.

Mentre il suo avversario era così occupato, Marco Antonio ordinò inaspettatamente ai suoi uomini di prendere d'assalto il campo di Cassio. Ebbero un grande successo e Cassio, credendo che tutto fosse perduto, si suicidò prima di aver saputo che Bruto aveva sconfitto l'esercito di Ottaviano e aveva catturato il campo di Marco Antonio e Ottaviano. In altre parole, entrambe le parti avevano vinto una vittoria e hanno subito una sconfitta.

Un secondo scontro fu decisivo: un paio di giorni dopo, Marco Antonio e Ottaviano riuscirono ad attirare Bruto in una battaglia che non avrebbe dovuto accettare. Alla fine, i triumviri furono vittoriosi. Undici anni dopo, Ottaviano sconfisse Marco Antonio ad Azio e divenne l'unico sovrano del mondo romano.

martedì 24 giugno 2025

#AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi


 Buongiorno, oggi è il 24 giugno.

Il 24 giugno 217 a. C. Annibale infligge una cocente sconfitta all'esercito romano presso il lago Trasimeno.

Annibale nacque nel 247 a.C. quando il padre Amilcare Barca si trovava in Sicilia a capo di un esercito con l’intento di presidiare le fiorenti colonie che Cartagine possedeva nell’isola.

All’età di 9 anni il padre lo chiamò a sé e, dopo averlo condotto davanti ad un altare, gli fece giurare solennemente eterno odio nei confronti dei Romani.

Per tutta la vita, Annibale tenne fede a tale giuramento.

A 18 anni rimase orfano di padre e a 26 gli successe nel comando dell’esercito. Innanzitutto decise di portare a termine l’opera intrapresa dal padre e lasciata incompiuta. Pertanto si dedicò alla conquista della Spagna e dei Pirenei fino alla valle del Rodano con l’intento di assicurare a Cartagine le vie commerciali verso la Gallia. Tutto questo avveniva con l’intento di creare una vasta rete di alleanze con le tribù galliche in attesa di aprire le ostilità contro i Romani.

Nel 219 a.C., dopo otto mesi di assedio, Annibale riuscì ad espugnare Sagunto, città spagnola alleata di Roma. La sfida contro Roma era così lanciata. Fu allora che divise l’esercito cartaginese in tre parti: una fu inviata a Cartagine per difendere la città in caso di attacco romano, l’altra rimase a presidiare la Spagna e la terza, formata da 50.000 soldati, 9.000 cavalieri e 367 elefanti, fu destinata alla conquista dell’Italia per combattere contro Roma.

Stando a quanto scrive Tito Livio, dopo aver risalito il corso della Durance e attraversato il valico del Monginevro, Annibale scese in Italia scendendo la valle della Dora Riparia. Le perdite dovute al viaggio furono enormi ma non per questo i Cartaginesi si persero di coraggio. Dopo le prime vittorie sul Ticino e sulla Trebbia, Annibale si diresse verso l’Italia centrale dove riportò una grande vittoria sul lago Trasimeno. Tuttavia, piuttosto che dirigersi verso Roma, preferì puntare verso l’Italia meridionale per farsi amiche tutte quelle città da poco entrate nell’orbita romana anche perché da qui gli sarebbe stato più facile mettersi in contatto con Cartagine. A Canne, Annibale riportò una vittoria schiacciante sull’esercito romano, senza che tuttavia la potenza romana fosse spezzata. Se le numerose vittorie riportate sui Romani, non permisero ad Annibale di piegare il tanto odiato nemico, ciò era dovuto al comportamento di coloro che governavano Cartagine. Essi temevano che Annibale, con la sua eclatante impresa, diventasse troppo potente e acquisisse il favore del popolo a tal punto da acclamarlo capo della città. In questo modo la ricca classe di mercanti e di magistrati che reggevano la città avrebbe perso tutto il suo potere; per questo motivo non fornirono ad Annibale tutto l’aiuto necessario.

Annibale rimase in Italia 16 anni durante i quali Roma non arrivò mai ad allontanare dalla penisola il pericolo cartaginese perché l’esercito era guidato da consoli troppo spesso in dissidio fra di loro. Alla fine, Roma riuscì ad opporgli un romano degno di lui nella persona di Publio Cornelio Scipione, il cui padre era stato sconfitto sedici anni prima nella battaglia del Ticino. Egli decise di agire con astuzia e per snidare i Cartaginesi dall’Italia portò la guerra in Africa. Fu così che Annibale lasciò l’Italia e i due eserciti si scontrarono a Zama: entrambi combatterono con grande coraggio, ma la vittoria arrise all’esercito romano.

Terminata la guerra, Annibale cercò di risollevare le sorti di Cartagine; fu eletto alle più alte cariche dello Stato, ma i suoi propositi non furono compresi dai concittadini sempre piuttosto diffidenti ed inclini a mercanteggiare piuttosto che a combattere. Ad un certo punto, egli ebbe il timore che la classe governante lo volesse consegnare nelle mani dei Romani pur di ingraziarseli. Allora, egli decise di abbandonare Cartagine per recarsi in Oriente dove si mise a servizio del re della Siria e del re di Bitinia. Questi erano, però, dei sovrani molto incapaci che non seppero approfittare dei consigli forniti loro da un grande stratega e fallirono nei loro intenti. Ancora una volta, Annibale temette di cadere nelle mani dei Romani. Infatti, un giorno, accortosi che il palazzo era circondato da inviati romani e che stava per cadere loro prigioniero, preferì darsi la morte col veleno che portava sempre con sé. Annibale aveva 65 anni e nello stesso anno, siamo nel 183 a.C., moriva anche Publio Cornelio Scipione, chiamato l’Africano.

mercoledì 9 aprile 2025

#AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi


 Buongiorno, oggi è il 9 aprile.

Il 9 aprile 193 d.C. Settimio Severo viene proclamato imperatore.

Settimio Severo era nato a Leptis Magna, in Tripolitania. Era il primo imperatore di origine africana; anche se i suoi antenati erano cavalieri e senatori romani, quindi probabilmente notabili del posto. Sembra che fin da piccolo giocasse a fare il giudice, cosa che amava molto. Aveva ricoperto varie cariche del cursus honorum ed era governatore della Pannonia Superiore, senza molta esperienza militare, quando fu acclamato imperatore durante l’anno dei cinque imperatori.

Settimio, dipinto dalle fonti come manipolatore, riuscì a far uccidere Didio Giuliano e farsi riconoscere come imperatore dal senato, mentre dava a Clodio Albino, anche lui acclamato imperatore in Britannia, il titolo di Cesare, fingendo che lo avrebbe nominato suo successore. Arrivato a Roma, convocò i pretoriani, e con l’inganno li fece accerchiare e disarmare, mentre i suoi sequestravano le armi rimaste nei Castra Pretoria. Sciolse poi le coorti, per aver venduto il titolo all’asta (ma i 30.000 sesterzi a testa offerti da Didio Giuliano non erano molto lontano dai 20.000 dati da Marco Aurelio e Lucio Vero alla loro elezione), riformandole con soldati pannonici a lui fedeli.

Mentre il nuovo prefetto al pretorio Plauziano teneva la città di Roma, e Clodio Albino credeva nella promessa fatta, Settimio Severo si recava in oriente per affrontare Pescennio Nigro, acclamato in Siria e appoggiato anche dai parti. Sconfitto a Isso, nello stesso luogo dove Alessandro aveva vinto Dario, ritornò in occidente, accusò Clodio Albino di congiurare contro di lui e affrontò anche lui in battaglia. Dopo un durissimo scontro lo vinse a Lugdunum, e inviò la testa ai senatori, molti dei quali rei di averlo appoggiato. Rimasto ormai unico imperatore, decise di attaccare i parti, che avevano appoggiato il suo rivale Pescennio Nigro.

Settimio Severo arruolò poi tre nuove legioni partiche, e la II Parthica venne stanziata nei Castra Albana, vicino Roma; la pressione di truppe fedeli all’imperatore attorno l’Urbe non era mai stata così forte. Le altre due rimasero in oriente, in Osroene e Mesopotamia. Tutte e tre furono affidate a prefetti equestri; ormai il ceto equestre, cui faceva sempre più affidamento l’imperatore romano, stava prendendo sempre più funzioni e mansioni dell’amministrazione e dell’esercito, a discapito del senato.

Inoltre l’imperatore aumentò la paga dell’esercito, mentre la moneta stava cominciando a svalutarsi. Diede anche all’esercito nuovi benefici, come la possibilità di sposarsi, mentre i centurioni primipili ottennero il rango equestre. Dopo essere rientrato a Roma e mandato a morte l’ingombrante Plauziano, Settimio si rivolse anche alla Britannia, dove il vallo di Antonino cadeva a pezzi. Probabilmente nei suoi piani c’era l’annessione di tutta l’isola.

Tuttavia, mentre combatteva a nord, morì a York, il 4 febbraio del 211 d.C. Secondo Cassio Dione in punto di morte avrebbe detto ai figli Caracalla e Geta di non preoccuparsi di nient’altro che arricchire i soldati e andare d’accordo fra di loro.


sabato 1 marzo 2025

#AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi


 Buongiorno, oggi è il primo marzo.

Era il III secolo a.C., precisamente il il primo marzo 222, quando presso Clastidium (Casteggio nell’Oltrepò Pavese, nda) l’esercito di Roma, guidato dal Console Marco Claudio Marcello, chiudeva definitivamente la partita con i Galli Insubri ed i Geti, portando a compimento la conquista della penisola italica; tanti piccoli villaggi di capanne che punteggiavano i colli nei pressi del Tevere in poco più di cinquecento anni ponevano il proprio controllo politico e militare su un territorio di oltre 100.000 km2, Roma diveniva per la prima volta nella storia punto di riferimento formale per l’intera penisola, inaugurando, forse inconsapevolmente, la sua bimillenaria storia di capitale.

Le legioni che sconfisse Viridomaro, re dei Gesati e guida delle tribù galliche con capitale Maediolanum consentì ai romani di raggiungere l’alta valle del Po, annettendo di fatto l’ampia pianura tra le odierne regioni storiche di Emilia e Lombardia.

L’esercito romano di questa lontanissima epoca storica era strutturato secondo il modello manipolare tramandatoci in modo dettagliato da Polibio: i legionari erano reclutati annualmente sul Campidoglio tra tutti i cives sottoposti agli obblighi di leva, in particolare ogni cittadino tra i 18 ed i 46 anni, con un reddito non inferiore alle 400 dracme, aveva l’obbligo di compiere da un minimo di 10 campagne militari annue, per i coscritti in cavalleria, ad un massimo di 16 campagne militari l’anno, per gli individui inquadrati nella fanteria. Il reclutamento avveniva attraverso un complesso procedimento che combinava elezioni e selezione dai più giovani ad i più anziani per giungere, a conclusione del complicatissimo meccanismo formale, ad avere la Legione quale unità tattica costituita, in base a regole anagrafiche e di censo, in quattro gruppi denominati velites, hastati, princeps e triarii, con un totale di 4200 uomini a cui andavano aggiunti 10 squadroni di cavalieri (turmae) per un totale di 300 unità a montate. Tale forza di manovra veniva sempre più spesso accompagnata da auxilia numericamente equivalenti, ma con compiti complementari a quelli della legione romana e mai come rincalzo o rinforzo.

Tornando a Clastidium, la massa legionaria romana, quando furono maturi i tempi, guidata dal console Marco Claudio Marcello mosse verso la città fortificata di Acerrae, nell’area attualmente compresa tra Cremona e Lodi, casus belli fu la pericolosa offensiva condotta tre anni prima dai Galli Insubri presso Talamone, evento che necessitava di essere vendicato in nome dell’integrità di un’Urbe che si faceva sempre più ampia secondo il principio per cui l’integrità del proprio nucleo centrale, situato sulle rive del Tevere, dovesse essere salvaguardato attraverso azioni espansionistiche.

Al fine di alleggerire la pressione su Acerrae gli insubri, supportati da forze mercenarie di Geti provenienti dal Rodano, puntarono su Clastidium, città nelle mani dei Marici, popolazione Ligure alleata dei romani. Venuti a conoscenza dell’azione diversiva ideata dai galli e dai propri alleati i romani non caddero nella trappola e inviarono contro i celti unità di cavalleria che attraverso azioni rapide di avvolgimento spinsero i nemici verso un corso d’acqua, probabilmente il Coppa, ove molti di questi trovarono la morte, tra essi cadde anche il re Viridomaro e per Roma fu spianata la via in direzione di Milano.

Al Console Marcello fu conferito l’onore del trionfo per la schiacciante vittoria che realizzerà le premesse alla successiva unificazione del territorio italico sotto il segno di Roma.

La cittadinanza a tutti gli abitanti della penisola verrà formalmente concessa solo con la Lex Roscia del 49 a.C., estensione della più nota Lex Papiria dell’89 a.C., tuttavia Clastidium porrà politicamente le premesse logiche per le predette definizioni normative, probabilmente realizzate ancora prima del 49 se solo i celti, nel 218 a.C., non avessero sostenuto la campagna italica di Annibale in nome di una effimera riscossa che si infrangerà contro le legioni redivive di Capua, riunitesi a Zama per lo scontro decisivo, ma questa è un’altra storia.

mercoledì 1 gennaio 2025

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi


 Buongiorno, oggi è il primo gennaio.

Il primo gennaio del 45 a. C. andò a regime il Calendario Giuliano.

In epoca repubblicana i Romani usavano il cosiddetto calendario di Numa che fu soggetto ad abusi ed errori che portarono a uno sfasamento medio di tre mesi rispetto alle stagioni; l'estate era slittata a ottobre e novembre, mesi che ai tempi di Numa erano autunnali. 

Per rimettere ordine in questa situazione Giulio Cesare, verosimilmente durante la sua spedizione in Egitto del 47 a.C. (-46), incaricò l'astronomo alessandrino Sosigene di progettare un nuovo calendario più funzionale. Tale calendario, che prese il nome di giuliano, entrò in vigore nel 46 a.C. (-45) che fu un anno del tutto eccezionale; per riallineare i mesi alle stagioni tradizionali si dovettero inserire due mesi straordinari tra novembre e dicembre oltre ad un'ultima intercalazione del mese Mercedonio; si ritiene dunque che quell'anno sia stato di 456 giorni. 

Il calendario andò a regime nel 45 a.C. (-44): abolito il mese mercedonio ogni 4 anni doveva essere intercalato un giorno in più, detto bis-sextum perché inserito il giorno dopo il 24 febbraio (giorno VI dalle calende di marzo); questo anno speciale prese il nome di bisestile. 

In questo modo l'anno viene ad avere una durata media di 365 giorni e 6 ore, alcuni minuti più del vero (e già Ipparco aveva calcolato tale lunghezza in 365g 5h e 55m, solo 7 minuti più della stima moderna), un errore che evidentemente Sosigene considerò trascurabile, ma che porterà molti secoli più tardi all'introduzione del calendario gregoriano. 

Nel XIII secolo lo storico inglese Giovanni Sacrobosco (John of Holywood) avanzò l'ipotesi che le lunghezze dei mesi del calendar fossero alternativamente e regolarmente di 31 e 30 giorni con l'eccezione di febbraio che ne aveva 29. Sempre secondo Sacrobosco le attuali lunghezze sarebbero state modificate nell'8 a.C. quando il mese Sestile fu ribattezzato Agosto in onore dell'imperatore, e questo per pareggiare le lunghezze di Luglio e di Agosto. 

Nel XX secolo l'ipotesi di Sacrobosco è stata contestata sulla base di diversi documenti e l'ipotesi oggi prevalente è quella che le lunghezze dei mesi fossero sin dall'inizio del calendario giuliano quelle tuttora in uso. 

La riforma del calendario non modificò il sistema di numerazione dei giorni del mese. Fu mantenuto l'uso di ritardare di due giorni le None e le Idi di marzo, maggio, luglio e ottobre, anche se con il nuovo calendario venivano ad esserci altri mesi di 31 giorni (gennaio, sestile e dicembre secondo l'ipotesi moderna). 

Nei primi anni di applicazione del nuovo calendario si verificò un errore di interpretazione delle regole stabilite da Sosigene e nell'anno -7 (8 a.C.) Augusto dovette introdurre alcune correzioni. 

Il calendario giuliano viene oggi usato in cronologia anche per gli eventi precedenti il 46 a.C.; si parla in questo caso di calendario giuliano analettico. 

sabato 1 giugno 2024

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il primo giugno.
Il primo giugno 193 d.C. il Senato Romano condanna a morte l'imperatore Didio Giuliano.
Marco Didio Salvio Giuliano è stato un imperatore romano per un ridottissimo periodo, dal 28 marzo al primo giugno del 193, circa solo due mesi.
Didio era di ragguardevole famiglia della Gallia Cisalpina, e divenne un ricchissimo senatore, figlio di Quinto Petronio Didio Severo. Divenne imperatore comprando l'impero dai pretoriani che lo vendevano all'asta al miglior offerente. Venne riconosciuto dal Senato, visto che era uno di loro e dai pretoriani che gli avevano venduto l'impero, ma non dalle legioni, che desideravano i loro generali al comando.
Didio Giuliano da giovanissimo arrivò a Roma, accolto in casa di Domitia Lucilla, la madre di Marco Aurelio, parente di sua madre Aemilia Clara. Grazie a tale parentela ebbe una carriera rapida e di gran successo, divenendo questore a ventiquattro anni, uno meno dell'età minima, fu poi edile e pretore nel 162, prefetto della Gallia Belgica nel 170, durante il regno di Marco Aurelio.
Sotto Commodo fu prefetto dell'Annona, console e governatore della Bitinia, e poi dell'Africa. Quindi fu legatus, una specie di generale, della XXII Primigenia a Mogontiacum.
Questa legione, dedicata alla Dea Fortuna Primigenia, fu creata dall'imperatore Caligola nel 39, ed era ancora presente a Moguntiacum (Magonza) per la difesa del confine retico.
Successivamente fu nominato governatore della Gallia Belgica, della Dalmazia, della Germania Inferiore e infine prefetto dell'annona.
Nel 192 fu acclamato imperatore Pertinace, grazie all'appoggio delle coorti pretorie, ma dopo soli tre mesi fu assassinato dagli stessi pretoriani che decisero di mettere all'asta il trono al migliore offerente.
I pretendenti erano Sulpiciano e Giuliano. Alla fine il vincitore fu Giuliano, sia perché offrì di colpo un aumento notevole di 5000 sesterzi, promettendone 25000 (otto anni di paga) per ciascun pretoriano, sia perché insinuò che Sulpiciano, suocero di Pertinace, avrebbe poi messo a morte gli assassini dell'imperatore appena morto.
Dunque Giuliano divenne imperatore; lo stesso giorno fu riconosciuto anche dal Senato, che nominò augustae la moglie Manlia Scantilla e la figlia Didia Clara.
Giuliano non fece mettere a morte Sulpiciano; ma, malgrado il suo buon governo, i generali degli eserciti fedeli a Pertinace non lo riconobbero. Iniziò così la guerra civile tra quattro fazioni. Giuliano venne assassinato dalla popolazione inferocita all'arrivo di Settimio Severo, il quale sconfisse poi i rivali Nigro in Oriente e Albino in Occidente.
Dopo la morte del marito, che venne decapitato, fu Manlia a seppellirlo, al V miglio della Via Labicana. Il nuovo imperatore Settimio non fece nulla contro la vedova, e ovviamente nemmeno alla figlia, a cui il senato ritirò i titoli di Augusta, che decise di ritirarsi a vita privata per cui di lei non si hanno altre notizie.
Per la breve durata del regno del marito, appena 66 giorni, sono pochi i busti di Scantilla, ma uno in ottime condizioni fu ritrovato nel 1872 nel sito di Villa Palombara, a Piazza Vittorio, dove si stava procedendo alle sistemazioni del quartiere Esquilino di Roma.

mercoledì 3 aprile 2024

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 3 aprile.
Il 3 aprile 503 a.C., per celebrare una vittoria sui Sabini, il console Publio Postumio Tuberto indice la prima ovazione.
Dal latino “Ovatio”, l’ovazione, detta anche piccolo trionfo, era un cerimoniale della Roma antica in cui venivano resi gli onori ad un generale vittorioso. L’ovazione era certamente una celebrazione in tono minore rispetto al trionfo, ma non per questo meno importante.
Fin dai tempi più antichi l’etimologia del termine è sempre stata oggetto di discussione, la maggior parte delle fonti storiche giunte a noi vedono nella parola latina “ovis” l’origine più probabile. “Ovis” era la pecora, l’animale che veniva sacrificato al termine di moltissimi riti religiosi e non. Il grammatico romano Sesto Pompeo Festo fa invece risalire il termine dal grido gioioso “O! O!”, scandito spesso dai soldati esultanti di ritorno da una vittoria. Fatto sta che da qualunque origine abbia avuto il termine, l’ovazione veniva concessa dal Senato di Roma al termine di un conflitto giudicato di secondo piano, oppure quando il nemico non veniva considerato degno di essere fronteggiato, come ad esempio i pirati oppure gli schiavi ribelli, oppure ancora quando la battaglia non aveva richiesto un particolare spargimento di sangue, non costituendo un particolare pericolo per l’esercito. L’ovazione poteva anche essere concessa a guerra non ancora conclusa ad un generale che comunque avesse già portato a termine con successo una campagna militare.
Istituita nel 503 a.C., in occasione della vittoria contro i Sabini del console Publio Postumio Tuberto, la cerimonia dell’ovazione proseguì per tutto il periodo della Repubblica, ma con l’avvento dell’Impero, tali celebrazioni andarono diradandosi fino a scomparire del tutto.
Il cinque volte console Marco Claudio Marcello, al termine dell’estate del 211 a.C., venne accolto a Roma dal pretore Gaio Calpurnio Pisone e dal Senato presso il tempio di Bellona. In questo luogo, dopo aver esposto un minuzioso rapporto sulla sua campagna militare appena conclusa che aveva portato alla resa di Siracusa, protestò per non aver potuto ricondurre in patria il proprio esercito, chiedendo inoltre di ottenere il trionfo, che tuttavia non gli venne concesso. La discussione all’interno del Senato fu comunque molto accesa sulla questione, molti motivarono la propria decisione di non concedere il trionfo per il fatto che la guerra non era ancora conclusa, altri invece erano più propensi ad accontentare Marcello. La decisione che parve più opportuna fu quella di trovare una soluzione intermedia: a Marcello, che aveva comunque portato a Roma una grande quantità di tesori provenienti dalla Sicilia, venne concessa l’ovazione.
Senza alcun dubbio l’ovazione più rinomata fu quella riservata a Marco Licinio Crasso dopo essere uscito vincitore dalla terza guerra servile, nella quale stroncò la rivolta dei gladiatori guidata dal  trace Spartaco. Come si svolgeva la cerimonia dell’ovazione? Per prima cosa, il generale a cui era destinato questo onore, entrava in città a piedi, solo in un secondo tempo fu concesso al generale vittorioso di entrare a cavallo,  e non su di una biga come per il trionfo, vestito con la toga praetexta da magistrato, la toga era di colore bianco ornata da una striscia color porpora; durante il trionfo invece veniva usata la toga “picta” di colore viola con ricami in oro. Al posto della corona triumphalis in alloro usata durante il trionfo, nel corso dell’ovazione, il generale indossava la corona ovalis: tale corona, fatta con piante di mirto sacre a Venere, veniva infatti conferita quando la vittoria militare fosse stata ottenuta con particolare facilità,  in tal caso si affermava che la vittoria non provenisse da Marte, ma da Venere. Durante l’ovazione il Senato romano non precedeva il generale, né di solito i soldati prendevano parte alla parata. Al termine della cerimonia il generale, giunto sul Campidoglio sacrificava una pecora.
Vediamo ora alcune delle più importanti personalità romane che hanno avuto l’onore dell’ovazione:
Aulo Manlio Vulsone nel 474 a.C. per aver messo termine alle guerre con Veio.
Manio Curio Dentato nel 270 a.C. per la vittoria sui Lucani.
Lucio Cornelio Lentulo nel 200 a.C., al rientro dal suo proconsolato in Spagna.
Marco Perperna nel 135 a.C. per la vittoria sugli schiavi ribelli in Sicilia.
Marco Licinio Crasso, dopo la terza guerra servile; entrando in città rigettò sdegnosamente la corona di mirto, ottenendo un decreto senatoriale per indossare la corona di alloro.
Cicerone nel 50 a.C. al rientro dal suo governatorato in Cilicia.
Il futuro Imperatore Tiberio  che, sotto il regno di Ottaviano Augusto, ricevette un’ovazione eccezionale che gli permise di entrare a Roma su di un carro, un onore che non era stato mai concesso a nessuno.
L’ultima ovazione di cui si ha notizia fu concessa ad Aulo Plauzio nel 47 d.C., dopo la campagna condotta contro i Britanni, e per l’occasione si narra che l’Imperatore Claudio lo accompagnò fin sul Campidoglio tenendo il generale per mano.

lunedì 1 aprile 2024

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il primo aprile.
Il primo aprile 1748, grazie agli scavi archeologici finanziati dai Borbone, viene alla luce l'antica città di Pompei.
Pompei sorge su un altopiano di formazione vulcanica, sul versante meridionale del Vesuvio, a circa 30 metri sul livello del mare ed a breve distanza dalla foce del fiume Sarno, in una suggestiva posizione, decantata in epoca romana anche da Seneca. La mancanza di sorgenti o corsi d'acqua sull'altopiano impedì il suo popolamento nelle epoche più remote, anche se nel corso dell'VIII secolo a. C. nella vicina valle del Sarno si erano formati alcuni insediamenti, come testimoniano numerose tombe a fossa.
La popolazione che fondò Pompei era sicuramente osca, ma è dubbio se il nome stesso della città derivi dal greco o dall'osco.
La fortuna della città fu sin dall'inizio legata alla sua posizione sul mare, che la rendeva il porto dei centri dell'entroterra campano, in concorrenza con le città greche della costa. Naturalmente l'osca Pompei non poteva sottrarsi all'influenza greca, che si estendeva nel golfo di Napoli fino alla penisola sorrentina, includendo anche le isole di Capri e Ischia. L'egemonia greca sulla costa campana venne però ben presto minacciata dall'avanzare prepotente di una nuova, formidabile potenza: quella degli Etruschi, che conquistò anche Pompei; risale infatti a quel periodo il Tempio di Apollo e le Terme Stabiane.
Contemporaneamente, però, dovette cominciare una lenta ma inarrestabile discesa delle popolazioni sannitiche provenienti dalle zone montane che conquistarono nel corso del V secolo a.C. tutta la Campania, ad eccezione di Neapolis e la unificarono sotto il loro dominio.
Pompei dovette subire notevoli trasformazioni urbanistiche ed architettoniche, nel compiere le quali i Sanniti non riuscirono a prescindere dall'influenza greca. Finalmente, nel II secolo a.C. col dominio di Roma sul Mediterraneo che facilitò la circolazione delle merci, la città conobbe un periodo di grande crescita a livello economico, soprattutto attraverso la produzione e l'esportazione di vino e olio.
Questo stato di benessere si riflette in un notevolissimo sviluppo dell'edilizia pubblica e privata: furono realizzati in questo periodo il Tempio di Giove e la Basilica nell'area del Foro, mentre a livello privato una dimora signorile come la Casa del Fauno compete per grandezza e magnificenza. La situazione economica restò florida per molto tempo e furono creati nuovi importanti edifici pubblici, come l'Anfiteatro e l'Odeon.
L'età imperiale si apre con l'ingresso a Pompei di nuove famiglie filoaugustee della quale sono un chiaro esempio l'Edificio di Eumachia e il Tempio della Fortuna Augusta. Nel 62 d.C. un disastroso terremoto provocò gravissimi danni agli edifici della città; gli anni successivi furono impiegati nell'imponente opera di ristrutturazione, ancora in atto al momento della fatale eruzione del Vesuvio del 24 agosto del 79 d.C., quando Pompei fu seppellita completamente e definitivamente da una fitta pioggia di lapilli.
Pompei si estendeva su quasi 64 ettari e la sua popolazione era di circa 20.000 persone.
La planimetria della città dalla regolarità geometrica venne fondamentalmente derivata dall'architetto e urbanista greco Ippodamo di Mileto. Ma la planimetria di Pompei non si conforma alla rigida disposizione secondo angoli retti, e gli isolati non hanno dimensioni costanti che distinguevano, in genere, le opere di Ippodamo. Tuttavia, nonostante la carenza di esattezza, Pompei costituisce il primo esempio di pianificazione urbana sistematica in Italia. Architetti, progettisti e costruttori ebbero il loro momento più felice al tempo di Nerone, come conseguenza del terremoto del 62 d.C. Infatti, durante gli ultimi diciassette anni della vita della città essi furono chiamati, non solo ad ampliare la zona di Pompei, ma anche a ricostruire i numerosi edifici che il terremoto aveva distrutto o danneggiato. Tuttavia ciò prese molto tempo ed i costruttori non portarono a termine il loro lavoro; i grandiosi progetti per la ricostruzione degli edifici pubblici in molti casi non erano stati neanche avviati quando l'eruzione vesuviana del 79 d.C. ne provocarono la cancellazione totale.
Nei visitatori desta sempre sorpresa lo scoprire come fossero anguste la maggior parte delle strade dell'epoca. A Pompei esse erano larghe 2.4 o 3.6 o 4.5 metri, e la più ampia di tutte misurava poco più di sette metri. Su ambedue i lati delle strade principali v'erano zone soprelevate (marciapiedi) ma, poiché nel mezzo v'erano acque di scolo, si disponevano tra di esse grosse pietre per permettere ai pedoni di passare da un lato all'altro della strada. In molti incroci si incontrano delle fontane decorate con pietre scolpite sormontanti la vasca rettangolare di pietra. Le fontane, come pure numerosi edifici, erano alimentate da tubazioni di piombo disposte sotto i marciapiedi e che prendevano l'acqua da grosse cisterne, essa arrivava alle cisterne dalle colline dell'interno per mezzo un acquedotto che cominciava da Serino, nei pressi dell'odierna Avellino, a 26 chilometri nell'entroterra. Le mura di Pompei rappresentano uno dei più importanti sistemi di fortificazione di città italica preromana che siano giunti fino a noi. In esse si notano non meno di quattro fasi di costruzione. Nel corso del II secolo a.C. le difese vennero ulteriormente rinforzate e alla fine, verso il 100, furono aggiunte dodici torri.
Pompei aveva sette porte, cinque delle quali comunicavano con importanti strade esterne. Subito fuori le mura si estendevano grandi aree principalmente adibite a cimiteri, dal momento che le sepolture e le cremazioni erano proibite all'interno della città. I rapporti tra i vivi ed i morti erano molto intimi; alcune delle tombe più grandi erano dotate di sala da pranzo e perfino di cucina per i banchetti annuali previsti nel testamento di coloro che vi erano sepolti.

venerdì 1 marzo 2024

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il primo marzo.
Il primo marzo 375 a.C. viene fondato a Roma il tempio di Giunone Lucina, sede della celebrazione dei Matronalia.
Come mai, nel calendario religioso di Roma antica, il primo giorno di marzo (che Romolo aveva chiamato Martius in onore di suo padre Marte) non era intitolato al dio della guerra e dell’agricoltura? Come mai, anziché celebrare il rappresentante divino della virilità e della forza procreativa maschile, si festeggiava in quel giorno la dea madre Giunone Lucina (il cui nome deriva evidentemente da lux, lucis, cioè colei che dà la luce) ?
Sappiamo per certo che le Calende di Marzo – primo giorno del nuovo anno nel calendario romuleo – erano consacrate a Giunone Lucina (e non a Marte suo figlio) almeno dal 375 a.C. , anno in cui Plinio riferisce che un tempio sull’Esquilino fu a lei intitolato.
Noti come Matronalia, i festeggiamenti in suo onore prevedevano offerte di fiori primaverili da parte delle matronae di Roma.
“Dimmi perché ti festeggiano le matrone, mentre tu sei connesso alle attività virili?” (Fasti, III, 169), chiede Ovidio direttamente a Marte, sperando di chiarire perché il capodanno romano prevedeva una festa delle donne e non degli uomini di Roma.
Il poeta dei Fasti cerca invano di dare una spiegazione, facendo varie ipotesi: forse le matronae di Roma festeggiano Marte in ricordo dell’atto di pace tra Romani e Sabini, patto reso possibile grazie alla mediazione delle Sabine, divenute spose dei Romani dopo essere state rapite? O forse il motivo di tali festeggiamenti è da ricondursi al fatto che a marzo “agli alberi tornano le foglie distaccate dal freddo e le gemme si gonfiano di linfa sul tenero tralcio … con ragione le madri latine per cui è voto e milizia il parto, onorano questa stagione feconda” (Fasti, III, 236-244).
Di fronte all’imbarazzante e diretta domanda di Ovidio, il dio Marte sembra quasi voler chiudere bruscamente la questione rispondendo infine con queste parole: “Ciò che chiedi appare evidente ai tuoi occhi. Mia madre ama le spose, la folla delle madri celebra la mia festa” (Fasti, III, 250-251).
Da Ovidio sappiamo inoltre che durante i Matronalia le matronae di Roma invocavano Giunone Lucina, protettrice delle donne sposate e delle partorienti, chiedendole di essere assistite e protette nel difficile momento del parto.
A tal fine le matronae intrecciavano erbe in fiore e componevano corone con cui cingersi il capo, quindi si rivolgevano a Giunone con questa preghiera: “Recate fiori alla Dea! Questa dea si compiace di erbe fiorite; incoronate il capo di teneri fiori! E dite ‘O Lucina, tu ci hai dato la luce!’ E dite ‘ Tu sei propizia al voto delle partorienti!’ Se qualcuna è ancor gravida, con la chioma disciolta, preghi la Dea per un parto senza dolore…” (Fasti, III, 253 – 258).
Il terzo Libro dei Fasti di Ovidio ci informa anche che le spose latine, in procinto di partorire, si scioglievano i capelli, facendo fluire libera la chioma e invocando Giunone affinché il parto avvenisse senza dolore (Fasti, III, 257-258).
Il momento del parto, considerato simbolicamente lo scioglimento di un nodo, era infatti molto temuto poiché spesso metteva in pericolo la vita della donna e del nascituro.
Per questo motivo il rituale simbolico dello scioglimento dei capelli assumeva il valore magico di un voto, volto ad assicurare un esito favorevole del parto sia per la madre che per il neonato.
In tal senso va letta anche l’antica consuetudine che vietava alle donne di entrare nel tempio di Giunone Lucina con qualcosa di annodato addosso.
Sempre in occasione dei Matronalia si svolgeva un altro insolito rituale, che consisteva nel rovesciamento dei ruoli sociali per un solo giorno, prevedendo che le matrone servissero a tavola i propri schiavi! Questo rituale, che potremmo definire di rottura dell’ordine sociale, somiglia per certi aspetti a quello che si teneva a dicembre, in occasione di un’altra importante festa religiosa del calendario di Roma antica: i Saturnalia.
Pare che il ribaltamento dei ruoli sociali avesse a che fare con l’inizio del  nuovo anno. Le calende di Marzo, infatti, segnavano il capodanno romano e il rituale di trasgressione della norma aveva la funzione di rendere ancor più evidente il ristabilimento e il mantenimento dei rispettivi ruoli sociali in tutti gli altri giorni dell’anno. In altre parole era come se lo scambiare le parti per un giorno servisse a sottolineare e a ribadire la regola valida nel resto dell’anno: gli schiavi avrebbero continuato ad agire da schiavi e i padroni da padroni.

lunedì 1 gennaio 2024

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il primo gennaio.
Secondo la tradizione latina, il primo gennaio di ogni anno i due nuovi consoli iniziavano il loro incarico annuale.
I Consoli romani entrarono in carica dal 367 a.C. in poi, ma secondo la tradizione dal 509, cioè dalla cacciata dei re e alla fondazione della Repubblica. I Consoli erano eponimi, ossia l'anno di servizio era conosciuto con i loro  nomi. Successivamente, nella tarda repubblica, si cominciò a contare gli anni dalla fondazione di  Roma (anno ab urbe condita) che tradizionalmente veniva fissata nel  753 a.C. Perciò in alcune  iscrizioni il numero dell'anno è seguito dall'acronimo avc che indica appunto  Ab Vrbe  Condita.
I loro poteri comprendevano il comando dell'esercito, la facoltà di riunire il popolo a comizio, la facoltà di convocare e presiedere il SENATO per fare approvare leggi e  provvedimenti,  l'amministrazione della giustizia e della finanza, la  promozione di opere di censimento, L'esecuzione di opere pubbliche.
I due Consoli erano infatti l'organo esecutivo dello Stato Romano, eletti dai Comizi Centuriati su proposta del console in carica, un anno prima del loro mandato, e le insegne della loro autorità erano, oltre al seguito di 12 littori coi fasci littori, la "sella curulis" e la "toga praetexta".
 Essi esercitavano collegialmente il  supremo potere civile e militare ed erano  eletti ogni anno. All'inizio detenevano anche il potere religioso, perché non si poteva condurre un esercito in  battaglia senza aver consultato gli auspici.
Secondo Livio, il loro nome deriverebbe dal Dio Conso, una divinità che "dispensava  consigli", come dovevano fare i due massimi magistrati della Repubblica  romana. La parola  consulenza, di origine latina, indica una capacità di consigliare decisioni.
I due Consoli avevano uguale potestà, salvo che ognuno poteva invalidare i provvedimenti dell’altro mediante il veto "ius intercedendi". Per evitare però lo Ius intercedenti, che poteva bloccare ogni decisione, si preferiva un accordo politico tra i due Consoli: in  certi periodi o in determinate attività un solo console esercitava effettivamente il potere, senza che l'altro ponesse il veto. In genere seguivano dei turni, dividendo l'anno in periodi, in genere mensili, in cui si alternavano negli affari civili. Per il comando militare, se ambedue erano alla guida dell'esercito, i turni erano giornalieri. Talvolta invece i due consoli si spartivano le competenze su cui ognuno esercitava il potere in esclusiva. Ciò non riguardava però le proposte di legge su cui i due Consoli dovevano essere uniti.
In campo di battaglia avevano poteri illimitati, ma, trascorso l’anno di carica, erano chiamati a render conto dell’operato. Avevano ai loro comandi le due legioni originarie, addette al servizio in campo e composte di 84 "centuriae iuniorum", in tutto 8400 uomini, a cui solo più tardi si aggiunsero altre due legioni, "legiones seniorum", addette alla difesa della città.
La cavalleria era costituita dai membri del ceto senatorio: gli equites.
Se un console moriva durante il suo  mandato (fatto non raro quando i consoli erano in battaglia alla testa  dell'esercito), un altro veniva eletto, e veniva detto "consul  suffectus". Terminato l'anno di carica, diventava "Vir Consularis" e restava fino alla morte nel Senato.
I Consoli, nonostante la limitazione del potere penale tramite il giudizio d’appello ai comizi centuriati, sancito dalla "lex Valeria de provocatione", avevano nelle loro mani l'imperium, che manteneva il carattere preminentemente militare dello Stato, rendendo possibili i grandi successi di guerra. Così la scienza militare si tramanda dalle gentes maiores ai nuovi membri della nobiltà.
I consoli avevano l'obbligo di indossare la toga, il mantello ufficiale dei consoli della  Repubblica spesso indossata fissandola con una fibula alla spalla. Era chiamata la "Toga Pieta", era di color porpora o violetto scuro, ornata ai bordi da foglie d'alloro in oro.
Poi subentrò la "Toga Praetexta": un manto di lana vergine, di colore bianco, con  una striscia di porpora sul fondo, di forma trapezoidale, che si posava sulla  spalla sinistra, mentre l’estremità inferiore scendeva fino a mezza gamba. La  lana doveva essere di colore immacolato e non doveva assolutamente strisciare  per terra. Ai piedi il console calzava i "calcei", ossia stivaletti alti quasi fino al  polpaccio, di colore rosso. Naturalmente coi capelli corti e sbarbato.
Nell’anulare sinistro portava l'anello-sigillo della sua carica. Aveva sempre la scorta di dodici Littori, recanti appunto i fasci littori, ma non dentro al pomerium, lì i Littori non potevano entrare, a meno che non si trattasse di un Dictator, che non se ne separava neppure nel pomerium. Un altro emblema era la sedia curule,  ove sedeva nel Senato.
Durante la repubblica, l'età minima per l'elezione a console era di 40 anni per i patrizi e di 42 per i plebei.  Tutti i poteri esorbitanti al Senato o ad altri magistrati erano dei due consoli. Grazie a Varrone si conoscono i nomi dei due consoli di ciascun anno dal V sec. a.C., anche se mancano alcuni anni.
In eventi straordinari i consoli ricevevano dal senato i pieni poteri per "Senatus Consultum Ultimum", cioè estremo  provvedimento del senato con la formula "Caveant consules ne quid detrimenti res  publica capiat", cioè "Provvedano i consoli affinché lo stato non abbia alcun  danno".
Essi si ebbero:
nella prima metà del II sec. a.C. per regolamentare i misteri  bacchici a Roma, durante la scalata al potere del tribuno della plebe Gaio Gracco, nel 121 a.C., in occasione della marcia su Roma di Lepido nel 77 a.C., nella congiura di Catilina  nel 63 a.C., quando Cesare traversò il Rubicone nel 49 a.C.
In età imperiale i consoli continuarono, però nominati dall'imperatore e, dopo la fondazione di Costantinopoli, si eleggeva un console per l'Occidente ed uno per l'Oriente. La carica durò ancora a Roma anche dopo la caduta dell'Occidente, sino al 566, ed a Costantinopoli sino al
VII sec. d.C.
Quando con Augusto finì la repubblica e iniziò il Principato, il potere passò nelle mani del Princeps, ossia di Augusto. Il potere del Senato si ridusse, e durante il lungo regno di Augusto, molti consoli lasciarono l'incarico prima del termine ai consul suffectus. Quelli che erano in carica il 1º gennaio, i consules ordinarii ebbero l'onore di associare il proprio nome a quell'anno. Così circa la metà di coloro che avevano il grado di pretore potevano raggiungere anche quello di console non più a 40 anni, ma a 33.
Talvolta i suffecti si ritiravano e un altro suffectus veniva nominato. Questa pratica raggiunse il suo estremo sotto Commodo, quando nel 190, si alternarono 25 consoli. Alcuni Imperatori spesso nominavano loro stessi, o loro protetti o parenti, senza guardare all'età minima. Ad
Onorio venne conferito il titolo di console al momento della nascita.
Reggere il consolato era un tale onore che pure il secessionista Impero delle Gallie nominò la sua coppia di consoli (260 - 274). Costantino I assegnò uno dei consoli alla città di Roma e l'altro alla città di Costantinopoli. Quando l'Impero Romano venne diviso in due, alla morte
di Teodosio I, ognuno dei due imperatori acquisì il diritto di nominare uno dei consoli. Dopo la fine dell'Impero romano d'Occidente, molti anni vennero ancora denominati da un singolo console.
I due consoli designati entravano in carica ancora alle calende di gennaio, con una cerimonia solenne che comportava un corteo (processus  consularis) e una distribuzione di denaro alla folla (sparsio), proibita dall’imperatore Marciano di Bisanzio ma reintrodotta da Giustiniano nel 537.
Questa carica decadde durante il regno di Giustiniano: prima con il console di Roma Decio Teodoro Paolino nominato nel 534 dalla regina Amalasunta, e quindi con il console di Costantinopoli, Anicio Fausto Albino Basilio, nel 541. In seguito il consolato venne assunto
dall'imperatore stesso, ed era incondivisibile, tanto che, quando il generale bizantino Eraclio coniò monete col titolo di console, in effetti si proclamò imperatore, in opposizione all'imperatore in carica Foca. Ci furono consoli onorari anche nel VII sec., infatti, nel 656, il vescovo di Cesarea in Bitinia si recò in visita da san Massimo di Costantinopoli insieme ai due consoli Teodosio e Paolo.

domenica 17 dicembre 2023

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 17 dicembre.
Secondo la tradizione latina, il 17 dicembre cominciavano i festeggiamenti dei 6 giorni di Saturnalia.
I Saturnali erano un'antica festività della religione romana  dedicata all'insediamento nel tempio del dio Saturno e alla mitica età dell'oro; si svolgevano dal 17 al 23 dicembre, come stabilito da Domiziano.
I saturnali avevano inizio con grandi banchetti, sacrifici, a volte orge; i partecipanti usavano scambiarsi l'augurio io Saturnalia, accompagnato da doni simbolici.
Durante questi festeggiamenti era sovvertito l'ordine sociale: gli schiavi potevano considerarsi temporaneamente degli uomini liberi, e come questi potevano comportarsi; veniva eletto, tramite estrazione a sorte, un princeps -una sorta di caricatura della classe nobile- a cui veniva assegnato ogni potere. Il "princeps" era in genere vestito con una buffa maschera e colori sgargianti tra i quali prevaleva il rosso (colore degli dei) e poteva ricordare il nostro Babbo Natale.
Era la personificazione di una divinità inferica, da identificare di volta in volta con Saturno o Plutone, preposta alla custodia delle anime dei defunti, ma anche protettrice delle campagne e dei raccolti.
In epoca romana si credeva che tali divinità, uscite dalle profondità del suolo, vagassero in corteo per tutto il periodo invernale, quando cioè la terra riposava ed era incolta a causa delle condizioni atmosferiche. Dovevano quindi essere placate con l'offerta di doni e di feste in loro onore nonché indotte a ritornare nell'aldilà, dove avrebbero favorito i raccolti della stagione estiva.
Si trattava di una lunga "sfilata di carnevale" (perché a tale festa sono riconducibili i saturnalia e tutti i riti agrari successivi).
Catullo definiva i Saturnalia “i giorni più belli dell’anno“. La festa era dedicata a Saturno, dio dell’”età dell’oro“, descritta da Esiodo ne “Le opere e i giorni” come la prima età mitica nella quale «…un’aurea stirpe di uomini mortali crearono nei primissimi tempi gli immortali che hanno la dimora sull’Olimpo. Essi vissero ai tempi di Crono, quando regnava nel cielo; come dèi passavano la vita con l’animo sgombro da angosce, lontani, fuori dalle fatiche e dalla miseria; né la misera vecchiaia incombeva su loro […] tutte le cose belle essi avevano». In questa “aurea aetas” tutti gli uomini vivevano quindi in pace e senza bisogno di lavorare, esattamente come nel Paradiso Terrestre (primo parallelismo con il Cristianesimo).
 L’inizio dei Saturnalia era dato dallo svolgimento di riti religiosi davanti al Tempio di Saturno, nel Foro, cui seguivano dei banchetti (lectisternium) e festeggiamenti che coinvolgevano tutta la popolazione romana e che sono facilmente assimilabili ai festeggiamenti carnevaleschi. Questa sorta di carnevale era caratterizzata dalla più completa libertà di comportamenti: in omaggio al ricordo dell’uguaglianza dei “tempi d’oro”, veniva concesso agli schiavi un periodo di libertà ed essi potevano così permettersi di banchettare assieme ai propri padroni, da cui potevano addirittura pretendere di essere serviti a tavola, in quello che era un vero e proprio scambio di ruoli. In effetti agli schiavi era perfino concesso ubriacarsi, stando alla stessa tavola con i padroni, senza poter essere ripresi per un comportamento che in altre occasioni avrebbe portato frustate o altre punizioni corporali e, in casi ancora più gravi, la morte. Il capovolgimento gerarchico prevedeva che i padroni si scambiassero di posto con i propri schiavi, li servissero a tavola e che non potessero cibarsi essi stessi finché gli schiavi non avessero mangiato e bevuto a loro piacimento. Senza dubbio nella settimana dei Saturnalia  Roma era in preda a caos e confusione.
Gli schiavi  andavano in giro per la città mascherati e con in testa il berretto frigio (che normalmente veniva posto sul loro capo soltanto in occasione del bramato momento della liberazione, quando cessavano di essere schiavi e diventavano cittadini romani, liberi a tutti gli effetti) abbandonandosi alla più sfrenata baldoria, mentre musici e danzatrici, attori e saltimbanchi improvvisavano ovunque i loro spettacoli. In quei giorni si potevano fare scommesse e giocare d’azzardo e dare luogo a scherzi d’ogni genere. Tipico della festa era anche lo scambio dei doni, per lo più candele e statuette di terracotta o di cera o perfino di mollica di pane, che alludevano agli uomini soggetti alla sorte e al “gioco” degli dèi.
Questo scambio di doni somiglia molto a quanto avviene nel nostro Natale. Un altro stupefacente parallelismo con i giorni nostri è relativo al fatto che i festeggiamenti del “Sol Invictus” erano immediatamente seguiti dalle “Sigillaria“: una festività dedicata ai bambini in occasione della quale si regalavano loro dadi, anelli e piccoli oggetti in pietra o tavolette dipinte… praticamente la nostra Epifania.
Saturno non è soltanto il dio che presiede al rinnovamento dell'anno e che attraversa le acque, è anche il dio che giunge felicemente alla riva, che regna sulla nuova Età dell'Oro. E' un dio che spegne il passato ed accende il futuro, è il dio che, nel governo del mondo, succede a Giano, dio Creatore ed Iniziatore dalle due facce. Pertanto, ne assimila molti dei connotati, soprattutto l'idea di passaggio, di una Verità Una e Bifronte. Saturno precede il solstizio d'inverno, regnando sulle contraddizioni solstiziali: euforia, confusione, desiderio di rinnovamento, nostalgia di qualcosa che muore, attesa di quel che verrà. Saturno è colui che ha le chiavi del Grande Gioco cosmico e che regola l'ordine universale; non a caso abbiamo parlato di gioco: nei giorni a lui dedicati si svolgeva il Grande Gioco di Saturno, il gioco-oracolo con il quale si esercitava una forma di divinazione. Il dio, così, permetteva agli uomini di conoscere, per una volta, i disegni divini. II gioco d'azzardo era infatti strettamente connesso con Saturno, tanto che a Roma era permesso giocare soltanto durante i Saturnalia.
I saturnali romani col tempo assunsero connotazioni licenziose e orgiastiche, connesse a gozzoviglie e copiose crapule.
La categoria del carnevale, le cui origini si fanno risalire proprio alla festa dei Saturnali,  è metafora, per antonomasia, di pazza e allegra trasgressione, con più implicazioni, tutte riconducibili allo scompaginamento dei ruoli sociali.

sabato 19 agosto 2023

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 19 agosto.
Il 19 agosto 14 d.C. muore Augusto, il primo imperatore di Roma.
Gaio Giulio Cesare Ottaviano Augusto nasce a Roma nel 63 a.C., il padre è Gaio Ottavio e la madre è Azia, la figlia di Giulia, sorella minore di Giulio Cesare. Nel 45 a.C. Cesare lo adotta, poiché egli non ha discendenti maschi. Mentre si trova ad Apollonia, in Grecia, per motivi di studio in attesa di partire per la spedizione contro i Parti, Cesare Ottaviano riceve la notizia della morte di Giulio Cesare avvenuta il 15 marzo del 44 a.C. Torna a Roma per vendicare l'uccisione di Cesare e per raccogliere l'eredità da lui lasciata. All'età di diciannove anni Ottaviano dimostra grande caparbietà e coraggio, riuscendo a tenere testa ai suoi due acerrimi nemici, Marco Antonio e il Senato romano.
Il dissidio tra Ottaviano e Marco Antonio è da subito evidente, poiché quest'ultimo si rifiuta di consegnare subito nelle mani del primo l'eredità di Cesare. Il conflitto più aspro si ha a Modena, in cui Ottaviano appoggiato dai veterani di Cesare e dal Senato ottiene la vittoria contro Marco Antonio.
Nel 43 a.C., accortosi che il Senato appoggia fermamente la forma di governo oligarchica e per cercare di trovare una tregua con Marco Antonio, Ottaviano, in veste di Console, si mette d'accordo con quest'ultimo e Lepido per creare con loro il Triumvirato. Negli anni del Triumvirato i tre ordinano di uccidere i loro nemici, confiscano beni, distribuiscono terre ai veterani di Cesare e arruolano forze militari da impiegare nella battaglia contro i sostenitori di Bruto e Cassio, che si sono rifugiati in Grecia. I tre uomini si spartiscono i territori romani. Nel 42 a.C. le forze armate di Cesare Ottaviano e di Marco Antonio riportano una grande vittoria contro gli uomini di Bruto e Cesare a Filippi.
Nonostante un secondo accordo tra i triumviri e le spartizioni territoriali effettuate, lo scontro tra Marco Antonio e Ottaviano si riaccende, sfociando nella battaglia di Azio del 31 a.C., conclusasi nel 29 a.C. con la vittoria di Ottaviano che nel 27 a.C. riceve l'appellativo di Augusto. Egli ha il compito di riorganizzare l'Impero romano dal punto di vista politico, economico, militare e religioso. Rispettoso delle antiche Istituzioni romane, si appresta a dirigere in modo esemplare l'Impero romano. Egli inoltre alla carica di Console romano accumula anche quelle di princeps Senati e di Imperator, Prenome che può trasmettere agli eredi.
Augusto si rende conto che è arrivato il momento di porre fine alla forma di governo repubblicana, poiché il territorio dell'Impero è molto vasto. Egli, infatti, si rende conto che è giunto il momento di portare avanti nell'Impero una riforma costituzionale; è per questo motivo che nel 27 a.C. sanziona la fine dell'emergenza militare. Cesare Ottaviano Augusto porta avanti all'interno dell'Impero tutta una serie di importanti riforme tra cui la riforma costituzionale, il riordinamento delle Forze Armate, diminuendo il numero delle Legioni da cinquanta a ventotto e infine a diciotto, da l'ordine di realizzare numerose opere pubbliche per abbellire la Capitale imperiale, Roma. Inoltre a livello amministrativo crea nuove Colonie, Provincie e Prefetture, con l'obiettivo di romanizzarle.
Augusto ha nelle sue mani tutto il potere economico del Principato, ma cerca di assicurarsi del fatto che le risorse siano distribuite equamente, in modo tale da avere l'appoggio di tutte le popolazioni assoggettate. Nelle Provincie fa costruire strade, porti commerciali, nuove attrezzature portuali. Nel 23-15 a.C. riordina anche il sistema monetario. Il suo principato, conosciuto per i suoi caratteri pacifici, in realtà è stato funestato da numerose minacce e conflitti come ad esempio quello che interessa la parte nord-ovest della Penisola Iberica dal 29 a.C. al 19 a.C., la quale poi entra a fare parte dell'Impero. Dopo innumerevoli scontri militari anche il confine danubiano e quello renano vengono inglobati definitivamente nei domini imperiali.
Gaio Giulio Cesare Ottaviano Augusto muore il 19 agosto del 14 d.C., lasciando nelle mani di Tiberio un grande Impero.

martedì 18 luglio 2023

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 18 luglio.
Il 18 luglio 64 d.C. iniziò il grande incendio di Roma, principale evento per cui passò alla storia l'imperatore Nerone.
Se si pensa a Nerone non c’è bisogno di dire chi era: tutti si ricordano che fu un imperatore romano, magari non si sa collocarlo temporalmente, ma non importa, quasi tutti si ricordano che ce l’aveva a morte con i cristiani e tanto basta per dargli un posto nella storia.
Tutti però, se conoscono Nerone sanno che si mise a cantare suonando la cetra mentre guardava Roma divorata dal fuoco… e tanto basta per dargli un posto anche nella leggenda.
Ma che cosa c’è di vero in questa immagine?
Tutto e niente sarebbe la risposta più corretta.
Per ogni fatto riportato dagli storici dell’epoca o dai detrattori dell’epoca - ma anche da chi provò a strumentalizzare l’evento negli anni successivi - infatti, si può dare un’interpretazione a favore o sfavore di Nerone.
Di sicuro si può dire che nel 64 d.C. a Roma ci fu un incendio devastante, l’incendio più disastroso che abbia mai toccato la città eterna, che mai come in quell’occasione rischiò la fine della propria esistenza.
Dolo o sfortunato accidente?
Non fa molta differenza. Roma era una città venuta su senza alcun piano urbanistico. Le case, domus patrizie o insulae plebee, erano state costruite riempiendo ogni spazio tra una e l’altra e se si eccettua il fatto che sulle cime dei sette colli sorgevano gli edifici istituzionali e le case dei patrizi, mentre in basso - le zone più malsane dove acqua e scoli ristagnavano - sorgevano quelle dei plebei, non si possono ravvisare altri criteri costruttivi sulla distribuzione delle costruzioni per tipologia.
In ogni caso, sia le domus che le insulae erano realizzate con l’impiego diffuso di materiali infiammabili: le travi per reggere i tetti, i cannicci per i solai e i pavimenti, le scale - le insule, sempre sovraffollate, raggiungevano anche i sei piani di altezza - erano tutti elementi di legno altamente infiammabili.
A tutto ciò si deve aggiungere che per cucinare e riscaldarsi in quell’epoca si ricorreva a bracieri senza veri e propri camini per contenere le fiamme ed estrarre i fumi.
In base alle considerazioni appena fatte, non deve dunque stupire sapere che a Roma scoppiassero ogni giorno, o quasi, incendi più o meno devastanti così come non deve stupire che, alla fine, uno di questi eventi crebbe fino a radere al suolo quasi tutta la città, come appunto accadde nel luglio del 64.
Ecco che per come si presentava la capitale del mondo a quell’epoca, parlare di dolo, perde di significato. Senza interventi urbanistici e organizzativi per prevenire e contrastare gli incendi, prima o poi, il disastro si sarebbe verificato.
Vero è che l’incendio alla fine del sesto giorno, quando ormai si poteva dire domato - dopo che circa metà della città era già andata in fumo - tornò a divampare!
Il focolaio del grande incendio del 64 si colloca nei pressi del Circo Massimo, nella zona compresa tra i colli Palatino e Celio. Una zona piena di botteghe artigiane che facevano largo uso di sostanze infiammabili: stoffe, lana, legname ecc. una miccia perfetta per poi aggredire gli spalti del Circo che, contrariamente all’immagine diffusa da classici della filmografia hollywoodiana, erano di legno e non di marmo.
Sembra poi che in piena estate, le condizioni fossero perfette per favorire la propagazione delle fiamme, portate dal vento asciutto da una costruzione all’altra che, come già accennato, sorgevano una a ridosso dell’altra, separate da vicoli strettissimi e tortuosi che oltre a non costituire valide barriere alla propagazione dell’incendio impedivano alla gente di scappare e ai soccorsi di intervenire.
Per sei giorni le fiamme si mossero su e giù per i colli senza che nessuna delle strategie messe in atto per arginarlo desse esiti favorevoli. Si provò anche ad abbattere interi edifici così da creare il vuoto attorno alle fiamme e impedire a queste di propagarsi.
Ma fu tutto inutile, il fuoco divorò tutto quello con cui venne in contatto fino alla fine del sesto giorno, quando Roma, ormai devastata per oltre metà della sua superficie, per un attimo, dopo aver visto bruciare l’Esquilino, si illuse che tutto fosse finito.
Le fiamme tornarono ad alzarsi nei Giardini Emiliani di proprietà di Tigellino, un fedelissimo di Nerone che da tempo influenzava le scelte dell’imperatore con idee di "economia spregiudicata". Tra cui, a detta dello storico Tacito, quella di finire di radere al suolo la città per poterla rifondare con un nome nuovo che ricordasse quello di Nerone: Neronia o Neropolis.
A sostegno di quanto ipotizzato da Tacito, c’è il fatto che le zone devastate dal secondo incendio fossero caratterizzate da ampi spazi con poco materiale infiammabile.
L’idea più diffusa tra gli storici moderni, vista la modalità con cui progredì l’incendio, si pone a cavallo tra l’idea dell’incidente e del dolo: se è vero, infatti, che la prima fase dell’incendio è riconducibile a una sfortunata casualità è davvero poco credibile che lo sia anche la seconda fase che verosimilmente può essere stata innescata apposta per avere ulteriori aree cittadine da riedificare.
Singolare in tutto ciò, il fatto che più fonti - Tacito, Svetonio e Cassio Dione - riferiscano l’episodio di Nerone salito sul tetto della propria casa per mettersi a cantare accompagnandosi con la cetra una canzone sull’incendio della città di Troia. Svetonio, in particolare, riferisce che per l’occasione l’imperatore che si dilettava di teatro abbia indossato degli sgargianti abiti di scena.
È proprio su quest’immagine che si focalizza la leggenda: se si pensa al grande incendio di Roma, ormai, tutti inevitabilmente pensano a Nerone che dal balcone canta davanti alle fiamme, immagine resa vivida dalla magistrale interpretazione di Peter Hustinof nel film Kolossal del 1951 Quo Vadis?.
Molto probabilmente, la verità, ancora una volta, si trova a metà strada: non è difficile credere, infatti, che per un uomo di cultura come Nerone impotente davanti all’avanzare delle fiamme, recitare i versi di una canzone che aveva per tema la forza distruttiva di un altro incendio devastante possa aver avuto la valenza di un lamento disperato, completamente scevra dunque da atti di gioia o soddisfazione.
Come per l’immagine del canto, le azioni fatte - o non fatte - da Nerone, prima, durante e dopo l’incendio possono essere viste sia in chiave a lui favorevole, sia avversa.
Come per esempio l’abbattimento delle insulae per arrestare l’avanzata delle fiamme: un’azione più che lecita vista l’impossibilità di contrastare le fiamme anche solo con l’acqua che all’ora era distribuita per la città sfruttando la gravità e non a pressione come avviene oggi permettendo l’uso di manichette per indirizzare i getti anche a decine di metri di altezza.
Ma l’abbattimento delle insulae poteva benissimo essere interpretato come l’ennesima vessazione verso i poveri, così come anche l’acqua che poteva essere gettata sulle fiamme solo a secchiate organizzando catene umane, venne ritenuta scarsa perché sprecata nelle ville dei patrizi per le loro fontane piene di zampilli.
Stessa cosa dicasi per gli aiuti forniti ai senza casa allestendo tendopoli fuori le mura e distribuendo la farina a prezzi forzatamente bassi: i detrattori, infatti, ritennero queste misure solo una farsa populista architettata da Nerone per nascondere le sue colpe.
Così come la costruzione della sua Domus Aurea che venne eretta proprio sopra le macerie di quanto andato distrutto negli ultimi tre giorni di catastrofe e che più di tutto sanno di dolo.
Inutile far notare che i danni maggiori ai poveri erano quelli avvenuti nei giorni precedenti. Non che questa considerazione possa essere una scusante nel caso in cui Nerone si sia macchiato davvero di questi orribili crimini, ma di certo aiuta a considerare quanto accaduto in una chiave eventualmente opportunistica a "cose" fatte e non di premeditata efferatezza e scellerataggine.
La maggior parte degli imperatori ritenuti pazzi, infatti, sono solo immagini create dai loro detrattori come ad esempio Caligola, predecessore di Claudio e Nerone, che venne definito tale per aver nominato il suo cavallo senatore: dietro a questa mossa invece c’era la precisa e lucida volontà dell’imperatore di dimostrare che i senatori con la fine della Repubblica avevano perso ogni potere.
Come si può parlare di conseguenze positive saltando a piè pari quelle negative? Purtroppo quelle negative sono legate ad aspetti che a noi, quasi duemila anni dopo, risultano ormai inconsistenti: un gran numero di vittime, un gran numero di case distrutte, un gran numero di templi e monumenti rasi al suolo… ma sono tutte cose cui non sappiamo dare un volto, una forma, un significato ulteriore a quello letterale delle parole.
Unica eccezione sono le persecuzioni ai danni dei cristiani che condizionarono la storia fino ai giorni nostri e che meritano di essere trattate a parte, anche perché successive addirittura all’avvenuta ricostruzione della maggior parte della città.
Dunque, quali possono essere le conseguenze positive di un disastro di tale portata e tragicità?
Come già accennato all’inizio, la città eterna fino al 64 d.C. era stata costruita senza piani regolatori, senza criteri costruttivi se non quello di sfruttare tutti gli spazi a disposizione anche i più angusti. Per ordine dello stesso Nerone, invece, la ricostruzione avvenne in base a poche ma significative direttive generali.
Innanzitutto vennero tracciati i percorsi delle strade principali stabilendone le dimensioni.
Quindi venne imposto che domus o insulae adiacenti non avessero muri in comune, per evitare che fuoco e crolli potessero ripercuotersi direttamente sulle costruzioni confinanti.
Fu imposto anche che gli edifici dovessero essere realizzati con meno legno possibile sfruttando pietre come quelle estratte dalle cave di Gabio e di Alba per gli architravi sopra finestre e porte o i pilastri.
Venne istituito un servizio di sorveglianza al fine di garantire a tutti i luoghi della città l’arrivo di un quantitativo adeguato d’acqua.
Poste queste condizioni, Nerone incentivò la ricostruzione - almeno per quanto riguarda la maggior parte delle abitazioni - concedendo significativi rimborsi se i lavori fossero stati ultimati entro un anno dalla catastrofe.
Questo per quanto riguarda le conseguenze che si possono considerare dirette, tra le conseguenze indirette, rientrano invece tutte quelle costruzioni che altrimenti non avrebbero avuto la possibilità di essere erette se la città non fosse stata prima rasa al suolo.
Costruzioni tra le quali si annoverano opere oramai entrate nell’immaginario collettivo tra le quali spiccano la Domus Aurea, la gigantesca e sontuosa nuova residenza dell’imperatore, e il monumento per eccellenza legato al potere della Roma imperiale: il Colosseo.
La famosa arena o, più correttamente, l’Anfiteatro Flavio, infatti, realizzato a partire dal 70 d.C. per opera di Vespasiano - successore di Nerone dopo Galba, Otone e Vitellio alla fine della guerra civile ricordata come "l’anno dei quattro imperatori" - sorse su un’area in cui Nerone aveva fatto realizzare un laghetto artificiale impedendo la ricostruzione di quanto andato perso a causa del fuoco.
Insomma, cinicamente, si può affermare che senza incendio e manie di grandezza di Nerone, quello che a oggi è il simbolo per eccellenza nel mondo di Roma e dell’Italia non avrebbe avuto la possibilità di essere eretto, di più, Vespasiano lo realizzò con l’intento di accattivarsi la benevolenza del popolo facendo notare la differenza tra la sua persona "altruista" e quella di Nerone "superba ed egocentrica".
Se il Colosseo si chiama così, infatti, è ancora una volta "merito" di Nerone che davanti al lago su cui sorse l’arena aveva fatto erigere una sua statua bronzea di dimensioni colossali, statua che alla sua morte venne modificata per rappresentare la divinità di Sol Invictus ma che nel volgere di pochi anni venne abbattuta per recuperare il prezioso materiale di cui era fatta lasciando ai posteri solo il nome con cui era conosciuta e che per beffa era passato a indicare la grande arena gladiatoria.
"Allo scopo di liberarsi da essa [l’accusa d’aver dato premeditatamente fuoco alla città]" tanto per dirla con le parole di Cornelio Tacito "egli [Nerone] accusò altri di una tal colpa, destinando ad atroci pene coloro che il volgo chiamava cristiani, già mal visti per le loro ribalderie".
A essere precisi, anche le ribalderie tirate in causa da Tacito sono più illazioni che certezze.
I cristiani, infatti, incominciavano a essere scomodi: il loro credo di eguaglianza di fronte a Dio, ormai, si stava diffondendo tra gli strati più bassi della società agitando gli animi dei più vessati dalla minoranza patrizia che deteneva il potere e che si trovava sempre più costretta a concedere diritti ai plebei.
Nerone fece arrestare diversi cristiani tra i pochi che si professavano pubblicamente tali cui, poi, sotto tortura estorse i nomi di molti altri che coltivavano segretamente la nuova fede in Cristo condannandoli tutti a morte una volta fattigli confessare di aver appiccato l’incendio.
Questa campagna contro i cristiani trovò il sostegno trasversale di molti, equamente distribuiti tra tutte le classi sociali, che per motivi di convenienza vedevano di buon occhio l’eliminazione dei Cristiani, delle loro idee e delle attività che conducevano.
Com’è possibile allora, visti i larghi consensi, che la caccia ai cristiani fu proprio l’atto che determinò la disfatta di Nerone?
Il suo errore, infatti, non fu l’aver preso di mira i cristiani, quanto l’aver confuso l’esemplarità delle loro esecuzioni con la spettacolarizzazione.
Nerone organizzò dei veri e propri spettacoli aprendo i giardini della propria villa alla città e, tornando di nuovo a dirla con le parole di Tacito: "facendoli dilaniare dai cani, […] o crocefiggendoli, e facendoli bruciare ricoperti di pece e cera, così che di notte servissero quali fiaccole".
Mentre si svolgevano tali crudeltà sembra che l’imperatore amasse mischiarsi alla folla vestito da auriga. Questi atti però vennero interpretati come eccessivi. Nonostante tutti fossero ancora disposti ad additare i cristiani come causa di tutti i mali che affliggevano Roma, infatti, videro queste macabre messe in scena come l’ennesimo sfogo della pazzia raccapricciante di Nerone che, al termine delle persecuzioni, risultò inviso al popolo ancor più di quanto non lo fosse prima che la città eterna prendesse fuoco.
Tra le vittime delle persecuzioni neroniane si annoverano i Santi Pietro e Paolo: il primo crocifisso a testa in giù e bruciato vivo, il secondo decapitato.
E se invece fossero stati davvero i cristiani?
A quell’epoca la comunità cristiana, ma ancor più il loro stesso credo, la loro liturgia, non erano una costante. Anzi, se oggi possiamo intendere il cristianesimo un culto ben definito è solo perché nei secoli si sono succeduti diversi sinodi che hanno di volta in volta precisato il concetto stesso di chiesa cristiana.
Ai tempi di Nerone, infatti, i cristiani si dividevano in diversi gruppi portando avanti diversi tipi di culto, a volte anche molto diversi tra loro nonostante che il principio ispiratore fosse lo stesso.
In particolare, sembra che tra questi ce ne fosse uno d’idee estremiste, che spinto da un’incontenibile volontà di rivalsa e supportato da correnti politiche avverse all’imperatore possa davvero aver innescato l’incendio.
Tale ipotesi, ripresa recentemente dallo storico Dimitri Landeschi, ma già avanzata in precedenza da Carlo Pascal, Gerhard Baudy e Giuseppe Caiati, spiegherebbe la comparsa dei nuovi focolai alla fine del sesto giorno e anche la diffusa avversione verso tutte le azioni messe in atto da Nerone durante e dopo la catastrofe.
Dopo quanto detto, sembra impossibile poter dare una spiegazione certa della catastrofe che rase al suolo Roma nel 64 d.C. e le recenti ipotesi sulle frange estreme del cristianesimo aprono scenari nuovi da cui emerge che forse, comunque sia andata, a tutte le vittime bisognerebbe aggiungerne un’altra: Nerone, morto suicida quattro anni dopo.
Vittima anche oltre la morte, visto che il senato, appresa la notizia, lo condannò alla Damnatio Memorie.
Singolare il fatto che diverse fonti postume riportino episodi a favore della benevolenza nei suoi confronti da parte del popolo, talmente attaccato a Nerone da continuare a portare fiori freschi sulla sua tomba, arrivando ad alimentare perfino leggende su un suo possibile ritorno poiché non morto ma andato in esilio a organizzare la lotta contro i patrizi, se non a predicare la sua reincarnazione a un anno dalla sua scomparsa nello spirito dell’imperatore Otone. O, vent’anni più tardi, in quello di uno sconosciuto che, col sostegno dei Parti, rivendicò il titolo d’imperatore dopo che il re Vologeso tramite i suoi ambasciatori al Senato per riconfermare l'alleanza con Roma aveva richiesto che venisse onorata la memoria di Nerone.
Nerone? Opportunista sì, pazzo no, vittima… forse.

martedì 20 giugno 2023

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 20 giugno.
Il 20 giugno 235 a.C. nasce a Roma Publio Cornelio Scipione, detto l'africano.
Salvò Roma da Cartagine, portando la guerra prima in Spagna e poi in Africa, e dimostrando di aver digerito perfettamente la lezione militare impartita da Annibale all’esercito romano. Ma non fu soltanto l’uomo che difese con successo la nostra antica civiltà dalla più grave insidia alla sua indipendenza: fu anche un politico accorto e magnanimo, che aveva in testa un disegno di reale pacificazione fra i popoli sotto la supremazia romana. Molti storici oggi concordano nel ritenere che – in questo – fu più preveggente di Giulio Cesare e degli imperatori romani, che badarono a colonizzare il mondo più che a governarlo. Roma lo ricambiò con la devozione del popolo e le invidie dei potenti, che lo misero sotto processo, e lo costrinsero a morire in esilio, a Literno. Reagì, con una frase rimasta scolpita nella storia: «Ingrata patria, non avrai le mie ossa».
Ci sarà pure una ragione se, nella prima strofa dell’Inno degli Italiani, Goffredo Mameli vedeva come simbolo del risveglio nazionale l’elmo di Scipio. Un percorso a ritroso di duemila anni per trovare il campione assoluto dell’indipendenza nazionale. «Per il fatto che egli fu l’uomo più illustre fra quasi tutti quelli che vissero prima di lui», scrisse di Scipione lo storico greco Polibio, suo contemporaneo, «tutti cercano di sapere chi egli fu e da quali particolari doti naturali egli mosse per compiere tali e tante imprese». Per lui fu coniato un detto che pochi altri uomini illustri hanno meritato nel corso della storia: «Tanto nomini nullum par elogium» (per un tale nome nessun elogio è pari alla grandezza).
Scipione, ha scritto uno storico moderno, Basil Liddel Hart, «parve riunire nella sua formazione gli aspetti migliori del mondo greco e del mondo romano, così che lo spirito severo e ristretto dei primi secoli della repubblica si raffinò in lui senza peraltro perdere la sua virilità». I romani erano convinti che fosse di discendenza divina, e lui incoraggiava questa interpretazione. Gustav Faber, storico e biografo di Annibale, racconta che «quando Scipione presentava alle truppe un piano di guerra – e questo di solito avveniva solo poco prima della sua attuazione – non parlava del duro lavoro concettuale che l’aveva preceduto, bensì di ispirazione divina, ma è impossibile stabilire con certezza se vi credesse veramente oppure se utilizzasse l’accenno al trascendente come strumento di persuasione». Persino John Milton, nel Paradiso Perduto (Libro IX, 642-645), dedicò quattro versi alla “divinità” dell’Eroe: «Si tenne che l’Ammonio Giove / Ed il Capitolino un dì s’ascose, / Per Olimpiade l’un, l’altro per lei / Che in Scipio partorì di Roma il vanto». Le leggende antiche dicevano che Giove Ammonio si trasformò in serpente per unirsi ad Olimpia, madre di Alessandro il Grande; Giove Capitolino, sotto forma di serpente, concepì anche Scipione l’Africano, vanto di Roma. E Dante Alighieri, nel Paradiso (Canto XXVII, 61-62), evoca «l’alta provedenza che con Scipio / difese a Roma la gloria del mondo» .
Tito Livio (Storia di Roma) sostiene che «Scipione fu ammirevole non solo per reali doti, ma anche tratto fin dalla giovinezza a ostentarle con arte singolare, presentando la maggior parte delle sue azioni alla gente come ispirate da visioni notturne o suggerite da avvertimenti divini, o fosse egli stesso posseduto da superstizione, o volesse che i suoi comandi e i suoi consigli, quasi emanati dal responso di un oracolo, avessero immediata esecuzione». L’abate francese Seran de La Tour, autore nel XVIII secolo di una biografia su Scipione, scrisse nella dedica a Luigi XV: «Un re deve solo prendere a modello l’uomo più illustre della storia romana, Scipione Africano. Il Cielo stesso pare aver formato questo particolare eroe per indicare ai reggenti di questo mondo l’arte di governare con giustizia».
La discendenza divina era, in quell’epoca, un attributo dell’eroismo. Chi salvava la patria era ritenuto figlio degli dei. Scipione scese in campo quando a Roma si ripeteva «Annibale è alle porte». E la salvò.
Publio Cornelio Scipione nacque a Roma nel 235 avanti Cristo. La sua non era una famiglia qualunque: la gens Cornelia vantava una grande influenza. Suo padre era il console Publio. Del suo aspetto fisico sappiamo poco. A prender per buono il busto in bronzo del Museo Archeologico di Napoli aveva lineamenti severi, fronte nobile, testa quasi completamente calva, sguardo fermo e risoluto, naso aquilino, labbra sottili. Osserva Faber: «È un volto romano dai tratti marcati, tanto diversi dai lineamenti dei busti greci; è il volto di un uomo staccato, razionale, capace di un asciutto umorismo, eppure in fondo gioviale. Al confronto, il ritratto di Annibale rivela una morbidezza ellenica, ha qualcosa di tragico, pare cedere ai sogni e alle emozioni».
Scipione era un uomo di grande cultura, padrone della lingua greca quanto di quella latina. «Parve riunire nella sua formazione», scrive Liddel Hart, «gli aspetti migliori del mondo greco e del mondo romano, così che lo spirito severo e ristretto dei primi secoli della repubblica si raffinò in lui senza peraltro perdere la sua virilità».
Della sua vita privata si sa ben poco, anche perché Scipione non ebbe molto tempo da dedicarle, occupato come fu sui campi di battaglia. Era sposato a Emilia, la figlia di Paolo Emilio, il console caduto nella battaglia di Canne. Fu un matrimonio sereno. Si disse che «trattava la moglie meglio dei suoi schiavi»: e il fatto che un comportamento del genere fosse degno di nota dimostra quanto, a quei tempi, fosse dura la condizione femminile.
A soli 17 anni il giovane Scipione si distinse per coraggio nella battaglia del Ticino, la prima che vide i romani (al comando del padre di Scipione) scontrarsi sul suolo italiano con i cartaginesi. «Usciva in campo per la prima volta», racconta Polibio, «dopo aver ricevuto dal padre, per sicurezza, una squadra di sedici cavalieri. Allorché vide nella battaglia il padre, con due o tre cavalieri, circondato dai nemici e gravemente ferito, esortò i suoi a portargli soccorso e poiché questi esitarono, dato il numero dei nemici, si lanciò arditamente nella lotta e, con l’aiuto dei compagni, che incitati dal suo esempio lo avevano seguito, mise in fuga gli avversari, salvando così il padre Publio che fu il primo a salutare, in presenza di tutti, il figlio come suo salvatore». Il console decise di decorarlo, ma il giovane «rifiutò dicendo che “quell’atto si ricompensava da sé”».
L’anno successivo Scipione era uno dei tribuni militari al comando di una legione. È controverso se abbia partecipato alla battaglia di Canne che segnò la più pesante sconfitta romana della Seconda guerra punica. Nel 213, quando aveva soltanto 22 anni, fu protagonista di un episodio che testimonia la popolarità di cui già godeva fra i romani. Si candidò alla carica di Edile curiale, soprattutto per agevolare la vittoria del fratello maggiore Lucio (che aveva minori probabilità di farcela): i tribuni della plebe si opposero alla sua candidatura, sostenendo che non aveva l’età per aspirare alla carica. Lui ribatté: «Se tutti i Quiriti mi vogliono Edile, ho l’età che basta». Fu eletto.
Nell’anno 210 avanti Cristo, mentre Roma era minacciata dalle truppe di Annibale, il giovane condottiero fu spedito in Spagna per contrastare i rifornimenti del nemico. Dopo la fine della Prima guerra punica (241 a.C.) Amilcare Barca – padre di Annibale e Asdrubale – era riuscito a conquistare una posizione di forza sullo scacchiere mediterraneo: da questa favorevole condizione egli pensava che i figli potessero dare la spallata decisiva al rivale di sempre. La Spagna era la base per il rifornimento delle truppe cartaginesi, e la Spagna era stata la base di partenza della spedizione che – attraverso le Alpi – aveva portato Annibale in Italia.
Sorprendendo i cartaginesi, al comando di Magone e Asdrubale, Scipione attaccò Cartagena, marciando a tappe forzate con le sue legioni verso la fortezza, mentre la flotta romana la raggiungeva via mare. Una volta sotto le mura, venne eretto un bastione di difesa dalla parte di terra, mentre le navi, dal mare, cominciarono a bombardare la città con proiettili. L’attacco alle fortificazioni e alle mura fu condotto dallo stesso Scipione, mentre alcuni soldati lo proteggevano con gli scudi: questo per infondere coraggio ai suoi soldati. Cartagena cadde, ma Scipione impedì un massacro vero e proprio. La vittoria doveva servire, politicamente e diplomaticamente. Scipione salvò diecimila cittadini maschi dall’uccisione e permise loro di tornare al lavoro, alcuni prigionieri furono trasformati in marinai per le proprie navi, con promessa di libertà finale dopo la sconfitta di Cartagine.
Con la conquista di Cartagena, Scipione dimostrò tutte le caratteristiche del grande stratega: conoscenza del fattore tempo, astuzia, sicurezza e sorpresa. Infine, magnanimità dopo aver vinto. Molti capi iberici passarono dalla parte di Roma. Asdrubale Barca, sentendosi isolato, cercò la prova di forza nella battaglia di Becula (cittadina sulle rive nord del fiume Baetis, più o meno dove sorge oggi Guadalquivir), rimediando una sonora sconfitta, che lo spinse alla fuga.
Acclamato re dagli alleati spagnoli, Scipione rifiutò con discrezione, ben sapendo come questo titolo fosse inviso a Roma. Due anni più tardi, i cartaginesi cercarono per l’ultima volta di scalzare Scipione dalla Spagna, nella battaglia di Ilipa. Asdrubale si mosse con un esercito di settemila fanti, quattromila cavalieri, trentadue elefanti e cercò lo scontro nei pressi di quella che oggi è la città di Siviglia. Per diverso tempo gli eserciti avversari si studiarono a debita distanza: ogni giorno Scipione pose, ben visibili al centro dello schieramento, i propri legionari, e ai lati gli alleati spagnoli. Al momento dello scontro, deciso da Scipione, lo schieramento fu ribaltato: al centro gli spagnoli, sulle ali i romani. Questo disorientò il nemico: i romani distrussero i fianchi dei cartaginesi, mentre le ore passavano e le truppe al centro divenivano esauste per fame e stanchezza. L’esito fu una fuga sparpagliata verso il proprio accampamento. Asdrubale e Magone, i capi avversari, fuggirono nella notte abbandonando le truppe superstiti, e imbarcandosi per Cadice. «La storia militare», scrive Liddel Hart, «non offre in tema di conduzione tattica un esempio più classico di quello offerto dalla battaglia di Ilipa. Raramente una vittoria così schiacciante è stata ottenuta da forze numericamente inferiori». Scipione aveva concentrato le truppe migliori nei punti più deboli del nemico (le ali), mentre il centro restava immobilizzato.
Rientrato a Roma da trionfatore, Scipione faticò (più di quanto si sarebbe aspettato) a convincere il Senato sull’opportunità di portare la guerra in Africa. Combatteva contro i poteri forti, contro le invidie di quanti giudicavano pericolosa la sua popolarità. Alla fine la spuntò, ma gli concessero solo settemila uomini e il governo della Sicilia da dove sarebbe potuto salpare per l’Africa. Scipione profuse ogni energia per l’allestimento di trenta navi da guerra e nella preparazione di un esercito piccolo ma compatto. Oltre alla forza tradizionale di Roma, la fanteria legionaria, Scipione comprese l’importanza di preparare una cavalleria efficace, da affiancare a quella di un alleato di cui sapeva di non poter fare a meno: Massinissa.
Sconfisse di nuovo Asdrubale ai Campi Magni. Presi dal panico, i cartaginesi richiamarono in Africa Annibale, unico possibile salvatore della Patria. Ma, nello scontro finale, a Zama, Scipione dimostrò di aver imparato le lezioni di strategia che lui aveva in precedenza impartito ai romani. Rientrato a Roma da trionfatore, Scipione rifiutò quel che il popolo gli offriva: il titolo di console a vita o di dittatore perpetuo. Si oppose anche all’ipotesi che fossero erette statue in suo onore davanti al Campidoglio o nei Templi Sacri.
Negli ultimi anni della sua vita fu costretto addirittura a difendersi da accuse infamanti. Si ritirò in esilio, a Literno, dove morì. Valerio Massimo gli attribuì una frase divenuta proverbiale: «Ingrata patria, non avrai le mie ossa».
«Quando Scipione comparve alla ribalta della storia», ha scritto Basil Liddel Hart, «il potere di Roma non si estendeva nemmeno sulla totalità dell’Italia peninsulare e della Sicilia, e questa esigua fascia territoriale era gravemente minacciata dall’invasione, o per meglio dire dalla consolidata presenza, di Annibale. Alla morte di Scipione, Roma era l’incontrastata padrona del mondo mediterraneo, senza alcun possibile rivale che si profilasse all’orizzonte. In tale periodo si assiste alla massima spinta espansionistica della storia romana, dovuta direttamente all’azione di Scipione, o resa da lui possibile. Ma se sotto il profilo territoriale egli appare come il fondatore dell’impero romano, da un punto di vista politico la sua meta non era l’assorbimento delle altre razze mediterranee, bensì il loro controllo. Il suo scopo non fu di edificare un impero dispotico e centralizzato, ma una confederazione sotto il controllo di uno Stato-guida, in cui Roma avesse l’egemonia politica e commerciale e il supremo potere decisionale». Lo storico inglese non ha dubbi: se Roma avesse seguito la “dottrina Scipione” (e non quella di Cesare, che puntava al dominio assoluto, e che recava in sé il germe del successivo declino), l’impero romano avrebbe potuto anticipare il carattere del moderno Commonwealth britannico, «con la creazione di una cintura di Stati cuscinetto prosperi e semi-indipendenti». Detto da un inglese è un elogio smisurato, al quale Liddel Hart aggiunge una valutazione: se Roma avesse seguito la via tracciata da Scipione, «le invasioni barbariche avrebbero potuto essere scongiurate, il corso della storia sarebbe stato diverso, e il progresso della civiltà avrebbe forse evitato mille anni di coma e quasi altrettanti di convalescenza».
Se è valida questa teoria (e il rapido tramonto degli imperi fondati sul dominio, come quello napoleonico o – più recentemente – quello sovietico, sembrerebbe avallarla), Scipione meriterebbe un posto nella storia – e nella coscienza italiana – molto superiore a quello che gli viene riconosciuto. L’“elmo di Scipio” non è soltanto il simbolo del riscatto romano di fronte allo straniero invasore: è il progetto – come si direbbe oggi – di un “nuovo equilibrio internazionale”, fondato sulla «supremazia politica» finalizzata «al buon governo».
Scipione fu un grande soldato, come dimostrò in Spagna e a Zama. Ma fu anche un grande politico, come dimostrò con le condizioni di pace dettate a Cartagine, che documentano la sua totale mancanza di spirito vendicativo, la capacità di consolidare la sicurezza militare di Roma senza ricorrere a una durezza eccessiva nei confronti dei vinti, e lo scrupolo con cui evitò l’annessione degli Stati civilizzati. «Questo atteggiamento», sottolinea ancora Liddel Hart, «scongiurò l’insorgere nei vinti, di sentimenti di frustrazione e di velleità di rivincita, e preparò la strada alla trasformazione dei nemici in veri alleati, efficaci puntelli della potenza romana».
In latino, Scipio significa “bastone di sostegno”. Ed è un nome appropriato al personaggio. Scipione si preoccupava della grandezza di Roma, e badava al futuro. Qualcuno scrisse: «Zama consegnò il mondo a Roma, Farsalo lo consegnò a Cesare». E forse anche per questa ragione Scipione è meno popolare di Cesare, perché l’ambizione personale paga sempre di più, in termini di popolarità. Scipione evitava le luci del palcoscenico, che Cesare (come Napoleone, come Carlo Magno) amava moltissimo.
Scipione seppe persino guardare al di là della gloria di Roma, valutando piuttosto la grandezza dei servigi che Roma avrebbe potuto prestare all’umanità.
Molto diverso sarebbe stato l’atteggiamento dei Romani mezzo secolo più tardi quando – raccogliendo l’anatema più volte lanciato da Catone il Censore («Cartago delenda est», Cartagine deve essere distrutta) – al termine della Terza guerra punica rasero al suolo la città. Un’identica richiesta era stata formulata a Scipione immediatamente dopo la battaglia di Zama. «L’uomo generoso e avveduto», scrive Teodoro Mommsen nella sua Storia di Roma, «si sarà chiesto quale vantaggio poteva apportare alla patria la distruzione di Cartagine, di questa antichissima sede del commercio e dell’agricoltura, una delle colonne della civiltà di quel tempo, dopo che ne era stata ridotta al nulla la potenza politica. Non era ancora venuto il tempo in cui gli uomini distinti di Roma si prestavano all’ufficio di carnefici della civiltà dei vicini, e sconsideratamente credevano di lavare con una vana lacrima l’onta eterna della Nazione».
È singolare il fatto che sia Annibale che Scipione furono contestati per la pace che concluse la guerra (giudicata troppo onerosa dai governanti di Cartagine, e troppo generosa da quelli di Roma). Grandi condottieri, si rivelarono anche uomini di straordinario buonsenso. L’ingratitudine di Roma (della Roma ufficiale, dei senatori, degli intriganti del Palazzo, degli invidiosi) contribuisce, in qualche modo, a elevare ulteriormente la statura dell’uomo, del condottiero, del politico. Che dalle sue imprese ricavò soltanto quel soprannome – Africano – che gli fu concesso a furor di popolo, e non con un decreto. «Fu certamente il primo onorato con il nome del popolo da lui vinto», scrisse Tito Livio. E questo gli fu certamente di conforto negli anni dell’esilio.

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