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martedì 4 novembre 2025

#AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi


 Buongiorno, oggi è il 4 novembre.

Il 4 novembre 2011 un alluvione a Genova provocò la morte di sei persone: Shpresa Djala, 23 anni, e le sue figlie Gioia, 8 anni, e Janissa di un anno, Angela Chiaramonte, 40 anni, Evelina Pietranera 50 anni, e Serena Costa, di 19. Sei morti travolti dalle acque del torrente Fereggiano, uscito dagli argini intorno all’una. Esondò anche il torrente Bisagno, più grande del Fereggiano. La zona della stazione Brignole, compresi Borgo Incrociati, piazza della Vittoria e il tratto di via XX Settembre fino all’altezza di via Cesarea, rimasero sommerse dall’acqua per alcune ore. Centinaia i negozi allagati. I quartieri più colpiti furono Quezzi, Sturla, San Desiderio, San Fruttuoso, Marassi, Albaro, Quarto, Quinto, Nervi. Fu subito polemica sulle responsabilità dei morti e dei danni. La giunta venne prima accusata di non avere deciso la chiusura delle scuole, se le istituzioni lo avessero fatto forse le sei vittime si potevano evitare. 

Il sindaco di allora Marta Vincenzi parlò di una “tragedia assolutamente imprevedibile in questa forma”, di una “bomba d’acqua” che colse di sorpresa la città e l’amministrazione. L’alluvione del  2011 entrò negli annali statistici per la quantità di pioggia caduta in un’ora. La procura di Genova, dopo avere aperto un’inchiesta per disastro colposo e omicidio colposo plurimo contro ignoti, contestò la versione dei fatti fornita dall’amministrazione. Secondo l’accusa, i tempi dell’esondazione del Fereggiano erano stati riportati in modo falso per giustificare l’intempestività dell’intervento.

Il gup Carla Pastorini ha rinviato a giudizio per omicidio colposo plurimo, disastro, falso e calunnia Marta Vincenzi. Con il sindaco sono finiti a processo anche l’ex assessore alla Protezione Civile Francesco Scidone, i dirigenti comunali Gianfranco Delponte e Pierpaolo Cha, l’ex capo della protezione civile comunale Sandro Gambelli e l’ex coordinatore dei volontari Roberto Gabutti (a cui vengono contestati solo il falso e la calunnia).

 Il 28 novembre 2016 Marta Vincenzi viene condannata a 5 anni di reclusione venendo assolta solo dall'accusa di calunnia; il PM aveva chiesto 6 anni e 1 mese. Il Comune di Genova è stato condannato a pagare una provvisionale di alcuni milioni ai parenti delle vittime con provvedimento immediatamente esecutivo. La condanna a 5 anni di reclusione è stata confermata dalla Corte di Appello di Genova il 23 marzo 2018. Il 23 giugno 2020, in seguito al patteggiamento, la pena viene ridotta a 3 anni di reclusione.

domenica 7 settembre 2025

#AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi


 Buongiorno, oggi è il 7 settembre.

Il 7 settembre 1893 viene fondato il Genoa cricket & football club, la più antica squadra di calcio d'Italia.

La sera di giovedì 7 settembre 1893, il portone del civico numero 10 di via Palestro, nel nuovo cuore della città di Genova, vide sfilare uno dietro l'altro un gruppo di signori che di lì a poco avrebbero scritto un pezzo importantissimo della storia calcistica del nostro paese.

Già l'aspetto tradiva la loro provenienza, del resto confermata dai cognomi che sarebbero andati a corredare l'atto di nascita del primo club calcistico italiano: Charles De Grave Sells, S.Green, G.Blake, W.Riley, D.G.Fawcus, Sandys, E.De Thierry, Jonathan Summerhill Senior e Junior, e soprattutto Charles Alfred Payton. Questi, futuro baronetto dell'Impero Britannico, era il Console generale di S.M. la Regina Vittoria a Genova. E l'appartamento (all'interno 4) che accolse l'allegra compagnia d'Albione era proprio la sede del Consolato inglese nella Superba. La cerimonia che stava per andare in scena era l'ufficializzazione di quel circolo sportivo che già da oltre un anno svolgeva una attività senza sosta, della quale erano protagonisti proprio i residenti britannici nel capoluogo ligure: il Genoa Cricket and Athletic Club.

La comunità inglese di Genova, come del resto quella svizzera e quella tedesca, era allora molto numerosa in conseguenza dello straordinario sviluppo che avevano avuto i traffici portuali del capoluogo ligure dopo l'apertura del Canale di Suez. Per fare in modo da dare una continuità alla passione sportiva che animava quella comunità, si dovette dunque cercare un campo di gioco ove effettuare le esercitazioni atletiche e le partite di cricket. Il gioco del calcio, almeno in quel primo momento, arrivava buon ultimo anche perché, tale sport era considerato in Inghilterra un gioco proletario e i soci del circolo appartenevano tutti alla Upper Class. A praticarlo erano soprattutto i soci più giovani del Club che contava, oltre ai quadri dirigenziali, altri trenta soci effettivi. Il terreno di gioco fu messo a disposizione da Wilson e McLaren, due industriali scozzesi che possedevano una fabbrica situata nell'attuale delegazione di Sampierdarena, nella Piazza d'Armi del Campasso (nelle adiacenze dell'attuale via Walter Fillak). Le partite venivano giocate al sabato e la sede operativa era la locale trattoria Gina, ove i praticanti usavano rifugiarsi dopo le partite. 

Un uomo fuori dal comune, James Richardson Spensley, diventa la chiave per la diffusione del football in Italia. Il 10 aprile 1897, una data storica: l'assemblea del Genoa accoglie una mozione per l'accoglimento di soci italiani nel club. Sampierdarena si rivela insufficiente ai bisogni di una società in grande espansione, si passa a Ponte Carrega.

Erano passati tre anni dalla fondazione quando a Genova arrivò colui che può essere considerato la figura chiave per la diffusione del calcio in Italia. Era un medico trasferito dall'Inghilterra a Genova per curare i marinai inglesi delle navi carboniere. Persona molto colta, appassionato di religioni orientali, conosceva perfettamente tra le altre lingue il sanscrito ed il greco, viaggiatore instancabile, corrispondente per il Daily Mail, appassionato di pugilato, filantropo (nel 1910 avrebbe fondato la sezione italiana dei boy-scout) e svariate altre cose: questo uomo era James Richardson Spensley. Ma Spensley era soprattutto un grande appassionato di football, sport che lo aveva attratto immediatamente e che praticava regolarmente. La sua passione si spinse sino ad allestire una vera e propria squadra di calcio sul modello di quelle britanniche che ormai da anni si stavano dotando di una organizzazione capace di superare la fase embrionale e di promuovere una diffusione capillare del nuovo gioco che sin dagli esordi aveva dimostrato una straordinaria capacità di attrazione su giovani di tutte le classi e ceti sociali. Proprio Spensley, al fine di promuovere la diffusione dello sport che amava, si occupava di arruolare per le partite del sabato gli equipaggi delle navi inglesi alla fonda nel porto nonché gli operai, sempre di nazionalità anglosassone, delle ferriere Bruzzo, che del resto non chiedevano di meglio per poter trascorrere le ore successive a quelle lavorative.

Una data storica, nella storia piena di fascino che stiamo narrando, fu quella del 10 aprile 1897: quel giorno, lo stesso Spensley riuscì a far passare nell'Assemblea del Genoa una mozione rivoluzionaria che sanciva l'ingresso nel Club di soci italiani (fino a 50 all'inizio, senza limite dopo alcuni anni) e portava perciò ad un ulteriore allargamento delle basi su cui si poteva lavorare per la diffusione del football.

Il primo storico campo da gioco fu quello di Sampierdarena, che però ben presto si rivelò insufficiente alle esigenze della squadra. Fu ancora una volta Spensley ad intervenire trovandone uno nuovo in un'altra zona della città, a Ponte Carrega, lungo le rive del torrente Bisagno, all'interno dello spazio utilizzato dalla Società Ginnastica Colombo come pista velocipedistica…

Nel 1898 si forma la Federazione Italiana Gioco Calcio. Il calcio italiano sta per entrare nella fase che porterà alla disputa del primo torneo della sua storia. L'8 maggio 1898, il Genoa vince il primo scudetto assegnato in Italia. Anche il secondo e il terzo titolo finiscono a Genova. Il Milan spezza il monopolio, che però riprende negli anni successivi.

Quando nel 1898, a Torino, si formò la Federazione Italiana Gioco Calcio, ente preposto a governare una attività che si andava facendo sempre più vivace, il calcio italiano entrò nella fase che avrebbe portato alla disputa del primo torneo nella storia del nostro sport più popolare. Nella seconda seduta della Federazione, tenuta il 26 marzo dello stesso anno, fu decisa la disputa del del primo campionato italiano. La data fissata, perché il torneo sarebbe stato disputato in un solo giorno, fu l'8 maggio, nell'ambito dei festeggiamenti in occasione dell'Esposizione Internazionale per i cinquant'anni dello Statuto Albertino, con teatro il Velodromo Umberto I di Torino, nei pressi dell'ospedale Mauriziano. Nell'eliminatoria della mattina il successo arrise ai bianconeri dell'International che avevano superato per 1 a 0 il Football Club Torinese del marchese Ferrero di Ventimiglia. E il Genoa (in camicia bianca) batté per 2 a 1 la sezione calcio della Società Ginnastica del Cavalier Bertoni. Al pomeriggio la finale venne disputata davanti a oltre un centinaio di spettatori per un incasso di 197 lire. Dopo i tempi regolamentari Genoa ed International di Torino erano ancora sull'uno a uno. Nei supplementari il "golden goal" fu messo a segno dall'ala sinistra genoana Leaver, permettendo ai Grifoni di aggiudicarsi il primo campionato italiano di calcio. La Società si portò a casa una coppa generosamente offerta dal Duca degli Abruzzi, mentre a ciascun giocatore andò una medaglia d'oro stile rococò. Iniziò così il primo ciclo della prima grande squadra di football italiana. Nella stagione seguente fu infatti ancora il Genoa (che aveva adottato le nuove camicie a strisce verticali biancoblù) ad aggiudicarsi il titolo: battuto il FBC Liguria il 26 marzo 1899 nelle eliminatorie liguri, superò per 3 a 1 nella finale di Ponte Carrega del 16 aprile la vincente delle solite tre società torinesi in lizza: l'International FBC. Anche nel 1900, il risultato non cambiò, con l'ennesimo trionfo del Genoa. Le eliminatorie regionali videro vincitrici il FBC Torinese (sulla Società Ginnastica e - per la prima volta - sulla Juventus) per il Piemonte; il Milan (sulla Mediolanum) per la Lombardia; il Genoa (7 a 0 contro la Sampierdarenese) per la Liguria. Nell'eliminatoria interregionale il FBC Torinese ebbe ragione del Milan potendo così sfidare il Genoa nella finale di Torino del 22 aprile 1900, che terminò 3-1 per la Società genovese. Il 1901, vide invece il Milan di Herbert Kilpin spezzare il monopolio del Genoa, andando a vincere il 5 maggio a Ponte Carrega. Il 1901 va ricordato anche per un fatto importante, il mutamento nei colori sociali che diventarono granata e blù scuro disposti a quarti sulla camicia: era il primo passo verso la tonalità definitiva che sarà fissata nel 1904 con l'irrevocabile scelta del rossoblù. Nel 1902 il Genoa riprese il suo cammino vittorioso, su un lotto di pretendenti più corposo. Il FBC Torinese ebbe la meglio nel girone eliminatorio piemontese, un vero e proprio mini torneo a quattro squadre, dopo lo spareggio con la Juventus, mentre nella eliminatoria ligure-lombarda il Genoa Club ebbe vita più facile anche se dovette incontrare per la prima volta in campionato l'Andrea Doria, Società Ginnastica genovese la cui sezione del football era stata rafforzata da alcuni fuoriusciti genoani, tra i quali quel Franco Calì, che sarebbe stato il primo capitano della Nazionale. Dopo il derby vittorioso per 3 a 1 i genoani eliminano anche la Mediolanum. La combattuta semifinale a Torino contro il FBC Torinese (superato per 4 a 3 dopo i supplementari) spalancò le porte della finale agli uomini di Spensley che, il 13 aprile, superando per 2 a 0 il Milan a Ponte Carrega, si riappropriarono del titolo che cederanno solo nel 1905 alla Juventus (finalista anche nei due anni precedenti). Proprio le tre vittorie consecutive, permisero al Genoa di aggiudicarsi la coppa Fawcus messa in palio nel 1902 dal suo presidente e destinata alla squadra capace di simile impresa. Nell'ottobre del 1902 per la prima volta in Italia fu fondato dai rossoblù il "vivaio" per ragazzi di età inferiore a sedici anni, che si distinsero immediatamente andando a vincere il primo campionato riserve. Veniva così definito in realtà il torneo disputato dalle squadre giovanili delle varie società. Quella del Genoa, allenata dall'infaticabile dottor Spensley, era composta da validi elementi molti dei quali avrebbero sostituito i "fondatori" al termine della loro carriera. Nel 1903 il Genoa fu la prima compagine italiana ad incontrare una società straniera all'estero, il Football VeloClub Nizza che il 27 aprile fu battuto per 3 a 0 nel suo stadio (anche la partita d'andata a Ponte Carrega aveva visto soccombere la squadra francese per 6-0). Sempre in quell'anno (a dicembre) il socio-giocatore Henry Dapples mette in palio una coppa particolare: è la cosiddetta Palla Dapples, una sfera d'argento delle stesse dimensioni e delle stesse caratteristiche (con cuciture in rilievo) di un pallone da football. La Palla Dapples, che prevedeva degli scontri diretti al termine dei quali ogni volta il vincitore si portava a casa il trofeo per poi cederlo alla squadra sfidante che lo avesse battuto, andò avanti per ben sei anni e attraverso 47 incontri. Il 20 dicembre 1909 se lo aggiudicò definitivamente il Genoa dopo che la Palla Dapples aveva decorato le sedi di Milan, Juventus, Torino, Pro Vercelli, Andrea Doria, Unione Sportiva Milanese. Nel 1906 mentre volgeva ormai al crepuscolo la stagione dei cosiddetti "fondatori", il Genoa non riuscì ad arrivare in finale riuscendo però ad inanellare due primati. Il 18 marzo la partita con la Juventus (a Torino) fu sospesa a causa della prima invasione di campo della storia del calcio italiano, dopo tre rigori sbagliati dai rossoblù. La partita fu ripetuta il 1 aprile - a Milano in campo neutro - e da Torino e da Genova furono organizzati i primi due treni speciali di tifosi.

martedì 22 ottobre 2024

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 22 ottobre.
Il 22 ottobre 1942 gli Alleati compiono un devastante raid aereo su Genova.
Genova è attraversata da una fitta rete di gallerie. Molte di queste costituirono il nucleo originario delle “gallerie di raccordo” dette delle Grazie o di Carignano tra le calate orientali del porto e le stazioni di piazza Principe e Brignole. Così Adriano Betti Cerboncini  in “La ferrovia ligure” racconta la loro nascita: “Avevano un tracciato che si articolava in due gallerie a semplice binario affiancate, le quali iniziavano dalla calata delle Grazie a levante del Molo Vecchio, si separavano poi quasi sotto la verticale di Piazza De Ferrari in un “ramo occidentale verso una camera di biforcazione in Traversata a 216 m. dallo sbocco della preesistente galleria di San Tomaso, e un “ramo orientale” che sboccava in stazione Brignole terminando in un’asta di manovra. Il ramo occidentale aveva lo scopo di formare una specie di carosello sull’itinerario Santa Limbania – Caricamento – Molo Vecchio – galleria delle Grazie – galleria Traversata – galleria San Tomaso – Santa Limbania: quello orientale aveva lo scopo di consentire l’afflusso di vagoni vuoti e di qualche treno proveniente da Levante sull’itinerario Brignole – galleria delle Grazie – Molo Vecchio – Caricamento. Questi nuovi allacciamenti completati tra il 1921 e il 1922, furono in esercizio non a lungo poiché, principalmente a causa dello spostamento delle attività portuali verso Ponente, le relative gallerie vennero abbandonate in occasione dei lavori di costruzione della seconda galleria a doppio binario detta “Traversata Nuova”, di collegamento tra le stazioni di Piazza Principe e Brignole, iniziati nel 1939. Il portale della galleria delle Grazie in stazione Brignole è ancora oggi visibile chiuso con una cortina di mattoni quasi di fianco al ben più ampio portale della “Traversata Nuova”.
 Queste gallerie costituirono durante la seconda guerra il reticolo dei rifugi sotterranei dove si andava a riparare la popolazione nel corso dei bombardamenti che a partire dal ’42 furono intensissimi, provocando ingenti danni e numerosissime vittime. A fronte di tali bombardamenti Genova era una città praticamente inerme.
Le poche batterie anti aree posizionate sulle alture fuori dalla città erano eluse con grande facilità dai bombardieri alleati che ogni giorno scaricavano su Genova tonnellate di bombe e spezzoni incendiari. Il 22 ottobre 1942 vengono sganciati dai bombardieri britannici 200 tonnellate di ordigni, un incubo a occhi aperti per le migliaia di persone nelle gallerie.
La paura per i propri cari e per la propria vita ma anche l’angoscia di non ritrovare più la loro abitazione. I genovesi erano stremati, in una cupa crisi collettiva cadeva a pezzi non solo materialmente l’intera architettura del regime fascista fatto di proclami vittoriosi e la sensazione più che netta era l’incombenza di un immane disastro in arrivo.
Fu così che la sera successiva, il 23 ottobre, l’ennesimo allarme fece correre tutti i genovesi verso il rifugio più vicino. L’imbocco della Galleria delle Grazie nei pressi di Porta Soprana era una scalinata molto ripida in parte all’aperto con dei cancelli che venivano aperti quando scattava la sirena che annunciava l’approssimarsi degli aerei. L’ingresso di quella galleria era già stato individuato come rischioso, ripido e scivoloso, la fretta e il panico delle persone che correvano per entrare poteva facilmente finire in una rovinosa caduta.
Per questo a controllare l’afflusso erano destinati dei soldati che avevano anche il compito di aprire i cancelli del rifugio.
Quella sera, però, i soldati non arrivarono e i cancelli non si aprirono, qualcuno nella ressa cadde trascinando con sé altre persone in una “slavina” umana che veniva ulteriormente e dolorosamente rinnovata da quelli che ignari giungevano di corsa. Fu un massacro, non prodotto dalle bombe questa volta ma dal panico dei genovesi imbottigliati e schiacciati gli uni contro gli altri. Secondo le stime ufficiali morirono 354 persone in quel disastro e la tragica ironia della sorte volle che quell’allarme fosse poi infondato.
Il giorno dopo i corpi delle vittime vennero allineati nei pressi della Banca d’Italia. Una funebre cerimonia collettiva salutò per l’ultima volta quelle povere vittime. Furono pochi quelli che andarono all’ospedale mentre la maggioranza cercò di mettere alle spalle questo cupo e insensato episodio di morte. Una tragedia rimasta nei cuori dei genovesi (tra le persone che si salvarono anche la madre dell’Arcivescovo Angelo Bagnasco allora in gravidanza) ma anche questa, come nel caso di S. Benigno, quasi rimossa dalla memoria collettiva. Oggi la Galleria delle Grazie è percorsa parzialmente dalla metropolitana.

mercoledì 14 agosto 2024

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 14 agosto.
Alle 11.36 del 14 agosto 2018 sotto una pioggia incessante, un boato assordante ha squarciato la città di Genova cancellando per sempre dalle cartine autostradali un tratto importantissimo della viabilità della città ligure e un pezzo della storia dell’ingegneria italiana: un tratto del viadotto sul Polcevera, un tratto del famosissimo Ponte Morandi, crollava portando con sé 43 vittime.
Lungo 1.182 metri il ponte Morandi presentava un’altezza al piano stradale di 45 metri e attraversava il torrente Polcevera tra i quartieri di Sampierdarena e Cornigliano, passando anche sopra la rete ferroviaria. Il viadotto, progettato da Riccardo Morandi, aveva lo scopo di connettere la nuova A10 con la A7, scavalcando un vasto parco ferroviario, case e industrie.
Facendo parte del tracciato dell'autostrada A10 costituiva un'infrastruttura strategica per il collegamento viabilistico fra il nord Italia e il sud della Francia oltre a essere il principale asse stradale fra il centro-levante di Genova, il porto container di Voltri-Pra', l'aeroporto Cristoforo Colombo e le aree industriali della zona genovese.
Inaugurato nel settembre 1967, dopo 4 anni di lavori, il viadotto Polcevera rappresentava una pietra miliare nella storia delle autostrade italiane, sia per la complessità della soluzione tecnica, sia per l'elevato risultato estetico.
Si trattava di un compito arduo, data la quasi totale occupazione del suolo sotto il viadotto: esso venne brillantemente risolto con una raffinata struttura a due campate principali (lato est), sorrette da tre alti piloni e tiranti in calcestruzzo armato, cui seguivano verso ovest ulteriori campate minori tradizionali.
Due le particolarità strutturali di questo ponte: gli stralli, che a differenza di quanto avviene per i ponti in acciaio non formano un ventaglio o un’arpa, sono solo una coppia per lato e sono realizzati in calcestruzzo armato precompresso; le modalità di realizzazione dell’impalcato (la parte che sostiene direttamente il piano viabile) in calcestruzzo armato precompresso, secondo un brevetto ideato dallo stesso Morandi.
Riccardo Morandi (Roma, 1º settembre 1902 – Roma, 25 dicembre 1989) è stato un ingegnere italiano. Ha iniziato la sua attività in Calabria, sullo scorcio degli anni venti, con la progettazione di strutture in cemento armato per il recupero di edifici di pregio (principalmente chiese) che riportavano ancora i danni del terremoto del 1908. Tornò poi a Roma continuando lo studio o la soluzione dei problemi tecnici connessi a questo tipo di struttura (allora nuova per l'Italia), ricca di promesse e di avvenire. Insegnò Tecnologia dei materiali e Tecnica delle costruzioni presso l'Università degli studi di Roma. Ricevette la laurea honoris causa dalla Facoltà di Ingegneria dell'Università di Monaco di Baviera e dalla Facoltà di Architettura dell'Università di Reggio Calabria. Morì il 25 dicembre 1989.
Egli rappresenta l'uomo che con maggior coraggio ha cercato di superare i limiti del materiale e delle forme strutturali. La leggerezza delle sue strutture e le loro stesse forme e proporzioni, testimoniano una continua ricerca di una intelligente utilizzazione del materiale fino ai limiti consentiti dalla sua natura. Dopo il 1951 egli realizzò tutta una serie di ponti ad arco e a travatura: il ponte delia Vella, presso Sulmona di 22 metri e con cavalletti obliqui; il viadotto della Fiumarella (Catanzaro), lungo 467 m; il ponte di Maracaibo in Venezuela lungo otto chilometri e settecento metri; il viadotto sul Polcevera a Genova (quello crollato). Fra le molte opere egli realizza anche un hangar a Firenze, che ricopre un'area di 3.500 M2 senza sostegni intermedi; il padiglione sotterraneo dell'automobile a Torino, superficie senza appoggi di 160 m per 70 m e le aviorimesse Alitalia a Fiumicino (1960-1962)
Il 14 agosto 2018 la sezione del ponte che sovrasta la zona fluviale e industriale di Sampierdarena, lunga circa 250 metri, è crollata insieme al pilone occidentale di sostegno (pila 9) provocando 43 vittime fra gli automobilisti che transitavano e tra gli operai presenti nella sottostante area.
Il 3 agosto 2020 è stato inaugurato, in sua sostituzione, il nuovo viadotto Genova San Giorgio, costruito su disegno dell'architetto Renzo Piano e aperto al traffico il giorno dopo verso le 22 circa.

sabato 20 luglio 2024

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 20 luglio.
Il 20 luglio 2001, in piazza Alimonda a Genova, viene ucciso Carlo Giuliani.
Ventitré anni fa, durante una manifestazione contro il G8 in piazza Alimonda, a Genova, il carabiniere Mario Placanica uccise il manifestante 23enne Carlo Giuliani con un colpo sparato dalla sua pistola d’ordinanza. Le scene dell’uccisione di Giuliani furono mostrate da tutte le televisioni del mondo e diventarono per molti un simbolo delle proteste contro il G8 e della violenza della polizia, pochi giorni prima dei tragici fatti della scuola Diaz. I giudici stabilirono poi che Placanica aveva sparato per legittima difesa e il carabiniere fu prosciolto dall’accusa di omicidio colposo. Furono però contestate alcune lacune dell’inchiesta e la mancanza di chiarezza su quello che avvenne esattamente quel giorno a Genova; ci furono anche molte discussioni sulle presunte responsabilità di chi creò la situazione che portò alla morte di Giuliani. Oggi i processi e le commissioni di inchiesta parlamentare sono tutti chiusi ed è difficile che nel prossimo futuro si potranno chiarire ulteriormente altri aspetti di questa vicenda.
Venerdì 20 luglio 2001 iniziò a Genova la riunione dei capi di governo del G8, organizzata dall’allora presidente del Consiglio Silvio Berlusconi. Era un incontro particolarmente atteso da parte del movimento “no-global”, un gruppo molto vasto ed eterogeneo composto soprattutto da ambientalisti, anarchici ed esponenti della sinistra radicale. Il movimento si era rafforzato due anni prima durante il G8 di Seattle, quando migliaia di manifestanti si erano scontrati con la polizia (quel movimento prese il nome di “popolo di Seattle”). Tra il 19 e il 22 luglio erano attesi a Genova decine di migliaia di manifestanti da tutto il mondo e governo e forze di sicurezza italiane decisero di prendere imponenti misure di sicurezza. Prima dell’inizio della manifestazione, il clima era molto teso: c’era il timore di attacchi terroristici e la paura che le manifestazioni diventassero violente. Pochi giorni prima, la questura di Genova aveva diffuso tra le forze dell’ordine un’informativa che parlava di possibili azioni dei manifestanti contro la polizia, come ad esempio l’uso di “catapulte” e il lancio di frutta con all’interno lamette da barba o palloncini pieni di sangue infetto.
La mattina del 20 luglio ci furono i primi cortei della giornata, che cominciarono senza violenze. Poi la situazione cambiò in fretta: iniziarono a verificarsi degli incidenti e gli scontri tra manifestanti e polizia si fecero molto duri. Le immagini riprese in quei momenti, e in generale nei giorni del G8, furono trasmesse da molte televisioni in giro per il mondo, anche perché mostravano episodi di reazioni molto dure della polizia contro i manifestanti. Furono trasmesse scene che mostravano persone sanguinanti allontanarsi dagli scontri e che si curavano le ferite in strada con mezzi di fortuna. Parte dei manifestanti affrontò duramente la polizia, con il lancio di sassi e pietre, e in alcuni casi bottiglie incendiarie. Gruppi ancora più piccoli e organizzati, quelli che i giornali definirono i “black bloc” compirono atti di vandalismo, attaccando banche e supermercati.
Dalle ricostruzioni di quei giorni emerse che le forze di sicurezza si trovarono in grande difficoltà nel gestire la situazione, sia causa della disorganizzazione che della conformazione della città di Genova, intersecata da strade spesso strette e ripide. Poliziotti e carabinieri furono anche accusati di aver lasciato liberi i vandali e di aver attaccato i grossi cortei più pacifici. Nel corso di uno di questi scontri, un gruppo di carabinieri si ritrovò in piazza Alimonda da dove, non è chiaro perché, si mosse attraverso una via laterale verso il fianco di uno dei cortei più grandi, il cui percorso era stato autorizzato dalle autorità.
Dietro ai carabinieri avanzavano anche due fuoristrada non blindati: una mossa sbagliata, come è stato poi confermato dagli stessi carabinieri, perché i due mezzi rischiavano di restare isolati dal resto del reparto e, a causa della mancanza di blindatura, i loro occupanti sarebbero stati in pericolo se fossero stati circondati. Dai filmati di quei minuti non sembra che il reparto fosse direttamente minacciato e infatti non compì una vera e propria carica. I carabinieri si mossero lentamente contro il fianco dei manifestanti, subendo – e poi rispondendo – a un lancio di sassi. Furono costretti prima a indietreggiare e poi scappare per interrompere il contatto: il comandante del reparto disse che i suoi uomini “persero lucidità” e “arretrarono in maniera impetuosa”.
Nella confusione di quegli attimi, il reparto in fuga si lasciò dietro i due fuoristrada che finirono per intralciarsi a vicenda restando bloccati nel mezzo della piazza. Uno dei due mezzi fu circondato da decine di manifestanti che iniziarono ad attaccare il veicolo con sassi e assi di legno, sfondando i finestrini e cercando di lanciare oggetti contro gli occupanti. Placanica si trovava all’interno del mezzo e raccontò che in quel momento fu preso dal panico. Estrasse la sua pistola d’ordinanza e minacciò i manifestanti che lo circondavano. Disse di aver ripetuto il grido più volte: quando si accorso che i manifestanti non si allontanavano, sparò due colpi. Il primo colpì alla testa Carlo Giuliani, che in quel momento si trovava a pochi metri dal fuoristrada e teneva sopra la testa un estintore. Giuliani cadde a terra e pochi istanti dopo l’autista riuscì a liberare il mezzo, che passò sopra il corpo di Giuliani per due volte, una prima in retromarcia, una seconda in direzione anteriore. Pochi minuti dopo, carabinieri e polizia occuparono nuovamente la piazza. Quando l’ambulanza arrivò sul posto, Giuliani era già morto.
Fino a questo punto il resoconto dei fatti sembra chiaro: un’operazione mal pianificata mise alcuni carabinieri in una situazione estremamente complicata e nel panico uno di loro aprì il fuoco causando la morte di Giuliani. È una ricostruzione su cui le parti sembrano essere quasi tutte d’accordo, anche se alcuni membri del movimento no-global sostengono che quella di piazza Alimonda sia stata una “trappola”, cioè un’operazione pianificata dalla polizia. A quasi 20 anni di distanza, rimangono però alcuni dettagli poco chiari, tra cui due particolarmente importanti: gli agenti sul posto tentarono un goffo depistaggio delle indagini? E come venne ferito esattamente Carlo Giuliani?
L’autopsia rivelò una profonda ferita sulla fronte di Giuliani. Secondo la ricostruzione del sito Piazzacarlogiuliani.org, che raccoglie alcune delle molte inchieste indipendenti che sono state realizzate sugli eventi di Piazza Alimonda, quella ferita venne prodotta da un carabiniere che cercò di creare artificialmente una prova che Giuliani era stato ucciso da un sasso lanciato dai manifestanti. Secondo il sito, subito dopo la ripresa del controllo della piazza da parte delle forze dell’ordine, un carabiniere avrebbe sollevato il passamontagna di Giuliani e con un sasso lo avrebbe colpito sulla fronte, causando una grossa ferita irregolare. Dalle fotografie di quei momenti, sembra in effetti che un sasso che si trovava a una certa distanza da Giuliani fosse stato spostato vicino alla sua testa. Inoltre non c’erano tracce di danni sul passamontagna di Giuliani in corrispondenza della ferita, come se prima di essere inflitta qualcuno avesse scoperto la fronte del ragazzo. I medici, però, non hanno escluso che la ferita potesse essere stata causata dalla caduta di Giuliani oppure dall’auto che lo aveva investito. In un’intervista del 2006, Placanica disse che alcuni dei suoi colleghi avevano colpito Giuliani sulla fronte con un sasso (ma al momento in cui sarebbe avvenuto il fatto Placanica non si trovava sul posto).
Diversi degli agenti presenti, che quindi avevano probabilmente sentito gli spari, hanno ipotizzato fin da subito che la morte di Giuliani fosse stata causata proprio da un sasso lanciato dagli stessi manifestanti. Dopo pochi minuti dagli spari, non appena la polizia era tornata a occupare la piazza, un agente iniziò a gridare contro un manifestante, accusandolo di aver lanciato un sasso che aveva ucciso Giuliani. In una telefonata registrata con uno dei suoi comandanti e usata durante il processo sulla morte di Giuliani, uno dei carabinieri sul posto disse che Giuliani era stato investito, che forse era stato colpito da un sasso o forse da un proiettile. Il generale con cui il carabiniere era al telefono si stupì molto per queste contraddizione e gli chiese come potesse avere dei dubbi sulle cause della morte di Giuliani: «Ma non lo hai mai visto un morto ammazzato?». Alle 18, nella prima conferenza stampa tenuta dopo la morte di Giuliani, la polizia parlò di un manifestante spagnolo probabilmente ucciso da un sasso, ma pochi minuti dopo le agenzie cominciarono a diffondere le prime dichiarazioni dei medici che parlavano invece di uno sparo. L’unico fotografò che riuscì ad avvicinarsi al corpo di Giuliani in quei primi istanti venne picchiato e le sue due macchine fotografiche furono distrutte dagli agenti presenti.
L’altro principale punto di contrasto sulle versioni è in quale direzione sparò Placanica. Secondo i PM, Placanica non stava prendendo la mira esplicitamente su Giuliani, anche perché, da una serie di esami autoptici e balistici, sembra che nel cranio di Giuliani sia entrato un oggetto più piccolo di un’ogiva di proiettile, come se il proiettile sparato si fosse frantumato su un ostacolo prima di colpire Giuliani (il frammento di proiettile ha attraversato il cranio di giuliani ed è uscito dall’altra parte, e non è stato mai recuperato). I magistrati hanno lasciato aperte due ipotesi: la prima, che Placanica abbia cercato di sparare in aria; la seconda, che abbia sparato senza prendere di mira nessuno in particolare, accettando il rischio di colpire qualcuno. In entrambe le circostanze Giuliani sarebbe stato colpito per una coincidenza incredibilmente sfortunata: il proiettile sparato dal carabiniere avrebbe colpito un sasso che si trovava in aria (e che si può vedere esplodere nel filmato di quei momenti) e un suo frammento avrebbe colpito poi Giuliani.
Secondo gli esperti di parte della famiglia, invece, il sasso che si vede nel filmato sarebbe esploso dopo aver colpito lo spigolo della camionetta, mentre il colpo sparato da Placanica sarebbe stato esplicitamente mirato contro Giuliani. Per spiegare come mai nel cranio non siano state trovate tracce del passaggio di un’ogiva intera, il sito Piazzagiuliani.org ha formulato una teoria secondo cui Placanica aveva in dotazione una pistola con proiettili di gomma non autorizzati all’utilizzo in Italia. I magistrati hanno ritenuto che, in ogni caso, Placanica si trovava in una situazione di pericolo, chiuso all’interno di un auto bloccata e circondata di manifestanti ostili. Indipendente dalla direzione nella quale ha esploso i colpi, dicono i magistrati, Placanica ha agito per legittima difesa. Nel 2003 il GIP accolse la loro richieste di archiviazione. Nessun ufficiale è stato indagato o processato per la conduzione dell’azione in piazza Alimonda o per il presunto depistaggio delle indagini. Nel 2011 la Corte Europea dei diritti dell’uomo ha assolto completamente il governo da tutte le accuse di aver contribuito indirettamente alla morte di Giuliani.

venerdì 5 agosto 2022

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 5 agosto.
Il 5 e 6 agosto 1284 la flotta navale di Pisa fu sconfitta da quella genovese nella famosa battaglia della Meloria, sancendo di fatto la fine della Repubblica Marinara di Pisa.
Nel 13esimo secolo la Repubblica di Genova aveva conquistato molti insediamenti in Crimea, dove aveva stabilito la colonia di Caffa. L'alleanza con l'impero bizantino restaurato aveva aumentato la ricchezza e la potenza di Genova, e contemporaneamente diminuito il commercio veneziano e pisano. L'Impero bizantino aveva concesso la maggioranza dei diritti di libero scambio a Genova. Pisa nel 1282 tentò di ottenere il controllo del commercio e approvvigionamento della Corsica, ma nello stesso anno il giudice di Cinarca, Sinucello della Rocca, si ribellò contro Genova chiedendo il sostegno pisano.
Nel mese di agosto 1282 una parte della flotta genovese istituì un blocco del commercio pisano presso il fiume Arno. Nel 1283, sia Genova che Pisa si prepararono alla guerra. Pisa raccolse soldati provenienti dalla Toscana e capitani nominati tra le sue nobili famiglie. Genova costruì 120 galee, sessanta delle quali appartenevano alla Repubblica, mentre le altre sessanta furono affittate a privati. Più di 15.000 mercenari vennero assunti come rematori e soldati da parte dei genovesi.
Nei primi mesi del 1284 la flotta genovese aveva provato a conquistare Porto Torres e Sassari in Sardegna. Una parte della flotta mercantile genovese sconfisse una forza pisana, nel viaggio verso l'impero bizantino. La flotta genovese aveva bloccato il porto di Pisa, e attaccò le navi pisane in viaggio nel mare Mediterraneo. Una forza genovese di trenta navi guidata da Benedetto Zaccaria si recò a Porto Torres, per sostenere le forze genovesi che stavano assediando Sassari.
I Genovesi, desiderosi di attirare il loro nemico in battaglia, e al fine di rendere l'azione decisiva, avevano organizzato la loro flotta in due linee di passo. Il primo era composto, secondo Agostino Giustiniani, da cinquantotto galee e otto Panfili, una classe di galee sottili di origine orientale, che prendevano il nome dalla provincia di Panfilia. Oberto Doria, l'ammiraglio genovese, era dislocato al centro della prima linea. A destra vi erano le galee della famiglia Spinola, quattro tra quelle delle otto "compagne" (antico raggruppamento dei quartieri di Genova), in cui la città era stata divisa: Castello, Piazza lunga, Macagnana e San Lorenzo. A sinistra vi erano le galee dei Doria e di altre quattro compagne, Porta, Soziglia, Porta Nuova e Il Borgo.
La seconda linea di venti galee, sotto il comando di Benedetto Zaccaria, era posta così in ritardo rispetto alle prime che i pisani non potevano vedere se era composta da navi da guerra o da piccole imbarcazioni di supporto. Ma erano abbastanza vicine per colpire e decidere la battaglia.
I Pisani, comandati dal Podestà Morosini e dai suoi luogotenenti Ugolino della Gherardesca (il Conte Ugolino dell'Inferno dantesco) e Andreotto Saraceno, si mossero in un unico schieramento. Si narra che, mentre l'Arcivescovo benediceva la flotta, la croce d'argento gli cadde di mano; ma che l'auspicio venne ignorato dall'irriverenza dei Pisani, convinti che con il vento a favore potessero fare a meno dell'aiuto divino.
Dopo una prima esitazione i Pisani decisero di attaccare la flotta genovese e si lanciarono sulla prima linea. Entrambe le flotte erano in formazione a falcata ovvero a mezzo arco. Lo scontro era dunque frontale. I famosi balestrieri genovesi, al riparo dietro le loro pavesate, tiravano contro i legni pisani, mentre questi tentavano, secondo le tattiche dell'epoca, di speronare le navi con il rostro per poi abbordarle. Qualora l'abbordaggio non avesse luogo, gli equipaggi si colpivano con ogni sorta di munizioni scagliate da macchine belliche o dalle nude mani, come sassi, pece bollente e addirittura calce in polvere.
Le sorti della battaglia furono decise dopo ore dai trenta legni dello Zaccaria, che piombarono sul fianco pisano, colto completamente impreparato dalla manovra, ed ignaro della stessa esistenza di quelle galee: fu uno sfacelo di legno, corpi e sangue. Dell'intera flotta pisana, solo venti galee, quelle comandate dal Conte Ugolino, si salvarono. L'accusa di vigliaccheria, se non di tradimento, non impedirà al conte di conquistare la signoria de facto e di restare al vertice del governo della città fino alla sua deposizione (1288) e alla celebre morte per inedia (1289).
Un'altra ragione della sconfitta pisana deve essere individuata nell'ormai obsoleto armamento navale e individuale; le navi pisane, più vecchie e più pesanti, imbarcavano anche truppe armate con armature complete, nonostante la calura agostana, e durante la lunghissima battaglia i genovesi, muniti di armature ridotte e più leggere ne furono chiaramente avvantaggiati.
La gloria della Repubblica Pisana s'inabissò in quel giorno nelle acque della Meloria perdendo tra colate a fondo o cadute in mano nemica oltre 49 galere.
Tra i cinque e i seimila furono i morti, e quasi undicimila furono i prigionieri (alcune fonti citano fino a venticinquemila perdite tra morti e prigionieri) tra cui proprio il podestà Morosini, che fu portato con gli altri a Genova nel quartiere che da allora si sarebbe chiamato "Campopisano". Tra i prigionieri anche l'illustre Rustichello che aiutò Marco Polo a scrivere il suo Milione, nelle prigioni genovesi. Solo un migliaio di prigionieri pisani tornò a casa dopo tredici anni di prigionia. Gli altri morirono tutti e sono sepolti sotto il quartiere genovese che tristemente porta ancora il loro nome. La deportazione forzata di tante migliaia di prigionieri, depauperò spaventosamente la repubblica pisana non solo della sua popolazione maschile, ma anche di gran parte del proprio esercito, lasciandola così indebolita e spopolata da causarne la progressiva decadenza. In tale occasione, proprio in riferimento all'ingente numero di prigionieri pisani a Genova, nacque il detto " se vuoi veder Pisa vai a Genova".
Pisa firmò la pace con Genova nel 1288, ma non la rispettò: fatto che costrinse Genova ad un'ultima dimostrazione di forza.
Nel 1290, Corrado Doria, salpò con alcune galee verso Porto Pisano, trovando il suo accesso sbarrato da una grossa catena tirata tra le torri Magnale e Formice. Fu il fabbro Noceto Ciarli (il cognome è spesso riportato anche come Chiarli) ad avere l'idea di accendere un fuoco sotto di essa per renderla incandescente in modo da spezzarla con il peso delle navi. Il porto fu raso al suolo e sulle sue rovine fu sparso il sale, come accadde per Cartagine ai tempi di Scipione, la campagna circostante devastata e saccheggiata.
Con questo evento, e con la definitiva presa della Sardegna pisana da parte Aragonese nel 1324, il potere sul mare di Pisa si spense definitivamente. Nel 1406 la città fu infine assoggettata da Firenze per la prima volta, ma solo dopo un lungo assedio che si concluse con la vendita della città da parte del pavido Capitano del Popolo Giovanni Gambacorta.
La grande catena del porto di Pisa fu portata a Genova, spezzata in varie parti che furono appese come monito a Porta Soprana e in varie chiese e palazzi della città (chiese di Santa Maria delle Vigne, San Salvatore di Sarzano, Santa Maria Maddalena, Sant'Ambrogio, San Donato, San Giovanni in Borgo di Prè, San Torpete, Santa Maria di Castello, San Martino in Val Polcevera, Santa Croce di Riviera di Levante; ponte di Sant'Andrea, Porta di Vacca, Palazzo del Banco di San Giorgio, Piazza Ponticello); furono restituite a Pisa solo dopo l'Unità d'Italia e sono attualmente conservati nel Camposanto Monumentale di Pisa. Uno degli anelli è ancora presente a Moneglia, borgo ligure, che partecipò con sue imbarcazioni alla battaglia.

sabato 22 gennaio 2022

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 22 gennaio.
Il 22 gennaio 1911 veniva inaugurato a Marassi lo stadio del Genoa, il più vecchio impianto italiano ancora in uso.
Con i suoi spalti a picco sul verde di un campo di calcio che tante ne ha viste. Dalla fisicità di Brighenti all’eleganza di Signorini, alle serpentine di Abbadie, alle capocciate di Pruzzo, ai duetti di Vialli e Mancini. Qui, piaccia o no, è nato e si è affermato il calcio moderno italiano. Quel luogo è il quartiere genovese di Marassi, quello stadio è il “Luigi Ferraris”, tempio di un calcio che fu, oggi casa di squadre mai dome di fronte alle proprie vicissitudini ed ascese sportive. E’ lo stadio più vecchio d’Italia, che ha una storia strana, un po’ lunatica come il carattere della gente che abita quei vicoli. Qualcuno dice per via di quel mare: “…che qualche volta ti dà, più spesso ti toglie”.
La storia di quel luogo è legata a doppia mandata a quella del Genoa, nato ufficialmente il 7 settembre 1893 grazie ad alcuni inglesi residenti nel capoluogo ligure. Il suo primissimo terreno di gioco era stato messo a disposizione da due industriali scozzesi, tali Wilson e McLaren, proprietari di una fabbrica in Piazza d’Armi nella zona del “Campasso”, vicina all’attuale via Walter Fillak a Sampierdarena. In quella zona e nella vicina trattoria “Gina” i marinai delle navi inglesi erano soliti ritrovarsi. A calcio si giocava il sabato e la passione cresceva. Tanto che dopo pochi anni quel terreno e quegli spalti furono subito giudicati insufficienti. James Richardson Spensley, vero demiurgo del calcio grifone e quindi italiano, ne procurò uno nuovo. Il nuovo campo di Ponte Carrega si trovava lungo le rive del torrente Bisagno, all’interno dello spazio utilizzato dalla Società Ginnastica Colombo come pista velocipedistica. Ed è proprio qui che venne disputato il primo incontro ufficialmente documentato della storia del calcio in Italia, il 6 gennaio 1898. E’ il calcio inglese che si trapianta in Italia e che mantiene le sue tradizioni anglosassoni. Dal tè nell’intervallo ai nomi che si storpiano. Del calcio più che pionieristico di quegli anni, fra retine per capelli impomatati, ghette e lunghi “mustazzi” virili, tanto è già stato scritto. Ma la Genova di quegli anni è qualcosa in più. In omaggio al suo mare è un coacervo, di razze, tradizioni e lingue. Così non è raro veder scendere da un bastimento, giovani dalla pelle olivastra che accarezzano la palla di pezza come un pennello con la tela. Gente che arriva, sosta, “giochiccia” e poi riparte. Con tutto il suo talento, lasciando in eredità una saggezza tecnica, tutta istintiva, che attecchisce fra quei carrugi e che farà della città la capitale calcistica dello stivale per almeno trent’anni.
La storia di “Marassi” si sviluppa subito in modo strano. Come strano, articolato, quasi indecifrabile è il panorama del “fobàl” di quegli anni sotto la Lanterna. Una serie di squadre, dalla Sampierdarenese all’Andrea Doria, dal “Liguria” al Genoa 1893, a sgomitare per un posto al sole del neonato calcio nostrano. A sgomitare, come in una sorta di legge del contrappasso calcistico, sono anche i campi di gioco. Così il 22 gennaio del 1911 nasce, perpendicolare al torrente Bisagno, lo stadio del Genoa 1893. Lo si costruisce su un terreno venduto dal socio genoano Musso Piantelli, attiguo alle carceri. Una vendita particolare, visto che il Piantelli impose ai costruttori di dotare il campo di un anello di pista da destinarsi alle corse dei cavalli. Una posizione infelice, scomoda che, infatti, venne modificata quasi subito, tanto che (seconda stranezza) lo stadiolo già il maggio successivo fu inaugurato una seconda volta. Ma ora il terreno di gioco era parallelo al torrente genovese e non è finita qui…Giusto perché a Genova tengono a essere considerati “originali”, unici, caso probabilmente senza precedenti, lo stadio del Genoa era addirittura confinante con quello dell’Andrea Doria (terza stranezza). La “Cajenna”, così era chiamato questo secondo stadio attiguo, costruito con pochi mezzi dalla società biancoblù era strettissimo (solo 45 mt di larghezza), aveva le tribune in legno schiacciate al campo ed era separato da quello che diventerà il “Ferraris” da una sola palizzata (fatta costruire dai genoani, che pretesero metà della spesa ai “cugini”: 1000 lire). Raccontano le cronache che le due società litigavano puntualmente per definire, stagione per stagione, a chi spettasse l’onere della sua manutenzione. Alla fine si concordò una volta per tutte che il “Doria” (società storicamente più povera) avrebbe dovuto corrispondere ai cugini del Genoa ben 200 lire annuali. Calcio d’altri tempi, “mondi” scomparsi. Se si pensa che una struttura di soli 20mila posti in piedi, poteva all’epoca, ritenersi adeguata a contenere tutta la passione genovese per il calcio. Quell’incredibile rapporto di vicinato durò fino al 1926, anno in cui lo stadio doriano fu dichiarato inagibile e quindi abbattuto. Per la gioia di dirigenti e tifosi rossoblù che, proprio al suo posto, poterono edificare la curva nord. Esattamente dov’è ora, seppure con vari ampliamenti prima e ricostruzioni poi. Ma non prima di aver pagato il preziosissimo terreno ben 20mila lire.
Ma il calcio a Genova fino al secondo dopoguerra non è soltanto Genoa 1893 o Andrea Doria. E’ anche Sampierdarenese. Squadra dell’omonimo quartiere che si fonderà per ben due volte con l’Andrea Doria. Una prima, nel primo dopoguerra, dando vita alla sfortunata (nonostante le ambizioni) “Dominante” e la seconda definitivamente nel 1946 regalando i natali alla SampDoria. La Sampierdarenese giocherà prima sul campetto di “Villa Scassi” proprio nel cuore del quartiere natio in uno stadiolo di circa 5mila posti costruito in legno. Dopo la prima fusione, invece, si sposterà in uno stadio vero e proprio, costruito per volontà fascista nella confinante Cornigliano: lo stadio “Littorio” . Si trattava di un bell’impianto, per l’epoca. Con spalti in muratura e una copertura, per la capiente tribuna, in legno. Uno stadio “all’inglese”, per 16mila posti. Nelle intenzioni dei gerarchi fascisti “La Dominante”, avrebbe dovuto effettivamente dominare. Cosa che “puntualmente” non avvenne. Nemmeno quando si decise per un'ulteriore fusione (estate 1930) con la Corniglianese e la Rivarolese e per un nuovo nome: quello di “Liguria”. Anzi, fallito l’accesso alla massima serie a girone unico nel 28-29, nel 1931 la società sprofondò in prima divisione, l’attuale legaPro. Si continuò a giocare al “Littorio” di Cornigliano fino al 1943. Poi arrivarono le bombe inglesi e americane e lo stadio andò parzialmente distrutto, tanto che dopo la seconda fusione fra Sampierdarenese e Andrea Doria (dal 1935 erano di nuovo divise) la SampDoria chiese definitivamente ospitalità al comune nello stadio “Luigi Ferraris”. Il vecchio Littorio, infine, fu parzialmente riadattato ed utilizzato per il calcio dilettantistico, fino al 1958. Quell’anno fu definitivamente abbattuto, per crearvi al suo posto un deposito di tram. Finiva così, miseramente, dopo un trentennio, la storia del secondo stadio “vero” di Genova.
Il “Ferraris”, invece, non solo resisteva, ma s’ingrandiva e si gremiva. Di pubblico, di emozioni, di significati anche extracalcistici. Come quelli legati al suo nome. Nel 1933, infatti, si decise d’intitolare la struttura all’ex calciatore del Genoa 1893 Luigi Ferraris, proprio in occasione dei quarant’anni del sodalizio. Quasi quindici anni più tardi, invece, lo stadio fu nuovamente ampliato costruendo sul lato opposto alla tribuna una nuova struttura a due piani. il campo così raggiunse una capienza vicina ai 60.000 spettatori. Nel frattempo si erano giocati i primi derby. Il primissimo dei quali (con la neonata SampDoria in campo) fu proprio appannaggio dei blucerchiati, che sugli spalti venivano sbeffeggiati in continuazione per l’originalità della maglia, anche dai propri tifosi. Molti dei quali vedevano in quella nuova realtà una sorta di “aborto” volontario. Il 3 novembre 1946 finì 3-0 per i doriani, che dominarono la partita andando in gol con Baldini, Frugali e Fiorini. Saranno gli anni di una SampDoria competitiva ai massimi livelli, con un grande centravanti “petto in fuori” come Brighenti e tante comparse più o meno “indelebili”. Una di queste, tale Vujadin Boskov, tornerà trent’anni dopo un suo primo passaggio da mediano, a dispensare tattiche e motti, dalla panchina blucerchiata. Fino allo scudetto. Anni di sfide, di derby “avvelenati” solo dall’ironia, di retrocessioni e salvezze, di grandi bagni di folla. Eppure pare, ma il dato non è ufficiale, che il record di pubblico si sia registrato in un “inedito” Genoa-Lecco del giugno del 1973. Quel giorno i rossoblù staccavano contro i retrocedendi lariani, il biglietto per una seria “A” ritrovata dopo sette anni e dopo aver attraversato (per una prima volta) anche l’inferno della serie C. 57mila paganti, uniti a circa 13mila abbonati, giunsero a sfiorare la soglia dei 70mila spettatori.
L’11 Settembre 1983 il Genoa ha da poco compiuto 90 anni. La squadra allenata da Gigi Simoni scende in campo contro una squadra bianconera che non è la Juventus, ma che da poche settimane ha assunto un’importanza nell’immaginario calcistico italico anche maggiore. E’ l’Udinese del fuoriclasse Arthur Antunes Coimbra “Zico”, scippato al Flamengo da un abile manager come Franco Dal Cin e inserito, fra mille polemiche, in un organico che al suo fianco può schierare gente come il campione del mondo Franco Causio, il talentuoso Massimo Mauro, il pericolossissimo (sotto porta) Pietro Paolo Virdis. Eppoi tanti altri ottimi giocatori, come l'altro brasiliano Edinho. Di fronte un Genoa deboluccio con poche frecce nel suo arco che perde 5-0 (due gol di Virdis e uno di Mauro) fra gli applausi di un “Ferraris” dapprima stizzito, quindi attonito, infine ammirato. Zico inforna due gol e sforna due assist. Dirà lo stopper genoano di quel giorno, Carmine Gentile: “Che partita, spuntavano da tutte le parti. Che figuraccia, ma con Zico in campo…”. I 55mila spettatori alla fine applaudiranno quei bianconeri e il loro profeta carioca, come raramente capiterà nel calcio dello stivale.
Esattamente 27 anni prima, nel 1956, in un amichevole proprio contro l’Udinese, aveva giocato a Marassi per la prima volta forse il più grande giocatore rossoblù di sempre, l’estroso e trascinante uruguaiano Julio Cesar Abbadie. Talento cristallino che giunto al Genoa si fermò in rossoblù per ben cinque stagioni. Uomo squadra, ala più avvezza all’ultimo assist che alla realizzazione, Abbadie fu idolo della folla genoana che per lui vergò il motto “Vendete la Lanterna, ma non Abbadie”. Giocò, dopo aver chiuso in Italia al Lecco a 32 primavere, fino a 40 anni, togliendosi la soddisfazione, rientrato al Penarol, di vincere anche la Coppa Libertadores. Luci e ombre rossoblu a “Marassi”: in quello stesso 1983 di Zico, poco prima dell’inizio del primo derby, i tifosi doriani mandarono in campo una scimmietta con la maglia rossoblù dal numero “9”. Era quella di Chagas Francisco Eloya. Detto “Eloi”, triste attaccante brasiliano, giunto sotto il Grifone per volontà del presidente Fossati e presto calcisticamente scomparso. La struttura del “Ferraris”, intanto, rimase invariata fino all’inverno del 1989 quando, a pezzi e senza chiudere per le partite, lo stadio fu prima abbattuto e poi ricostruito a campionato in corso. Per i Mondiali si portò la capienza a poco meno di 45.000 di cui solo settemila in piedi nel settore parterre dietro le porte.
Giusto in tempo per consegnare alla SampDoria uno stadio degno del suo primo scudetto, l’unico della città di Genova negli ultimi 83 anni. La stagione 1990-91 sarà la stagione non solo di Vialli e Mancini scudettati, ma anche del Genoa di Bagnoli, che giunge 4° e si toglie la soddisfazione di battere i doriani nel derby forse più significativo degli ultimi venticinque anni. Il 25 novembre 1990 è una “fucilata” di Branco su punizione a insaccarsi alle spalle di Pagliuca e a regalare il 2-1 definitivo ai rossoblù. Una pallonata da quasi 110 km orari, come nella tradizione del terzino sinistro brasiliano. Un gol che resta nella storia di Marassi esattamente come quelle due squadre. La blucerchiata di Boskov che si identifica nei due fuoriclasse Vialli e Mancini e la rossoblù dello schivo “profeta della Bovisa” Osvaldo Bagnoli, che s’incarna nella statuarietà di capitan Signorini e nell’umiltà di Bortolazzi e Ruotolo. Due squadre, due caratteri, due modi di vivere il calcio, uniti solo nella loro “cattedrale”.
Oggi il “Ferraris”, eliminati gli scomodi posti in piedi, può contenere al massimo 37mila spettatori, ma è sbagliato considerarlo il più “inglese” degli stadi di casa nostra. Marassi è semplicemente Marassi. Anche se gli spalti non sono più gli stessi ed è cambiato il calcio. Troppo cambiato. Sì, è un luogo immerso nel cemento, cinto da alti caseggiati. Intorno a quel luogo, qualche anno fa, un paio d’ore prima del derby di serie A Genoa-Sampdoria, (il primo nella massima serie dopo 12 anni), almeno trecento individui, si sono ritrovati così, con la più ignobile spontaneità. Mazze ferrate, elmetti e scudi improvvisati e se ne sono date di santa ragione. E’ la nuova moda della teppaglia di casa nostra, mutuata da quella più degenere inglese, dove gli hooligans, ostracizzati dalle dure ed efficaci leggi, per anni si ritrovavano prima delle sfide di cartello, dandosi appuntamento via computer. E botte da orbi. Così le luci di Marassi si spengono. E si ritorna a parlare di un “Ferraris” da abbattere, perché è insicuro, senza vie di fuga, troppo a ridosso dei condomini e via dicendo. Come se il seme della stupidità c'entrasse qualcosa con la fisicità di Brighenti, l’eleganza di Signorini, le serpentine di Abbadie.

sabato 5 dicembre 2020

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 5 dicembre.
Il 5 dicembre 1746 la città di Genova insorse contro l'occupazione austriaca, ad opera di Giambattista Perasso, detto il Balilla.
Le pretese eccessive, l'occupazione dei punti chiave di Genova, il tentativo di sottrarre le artiglierie cittadine e il comportamento delle truppe, portarono, il 5 dicembre 1746, alla rivolta popolare.
L'insurrezione scoppia a Portoria. Un mortaio genovese in mano agli austriaci rimane impantanato durante il trasporto. Le truppe d'occupazione, con la forza, vogliono costringere i passanti a liberare il pezzo d'artiglieria. Lo sdegno e l'ostilità della popolazione si concretizza nel gesto del Balilla che al grido "che l'inse?" (chi inizia?)  scaglia la prima pietra di una fitta sassaiola. Le truppe sono costrette ad una fuga precipitosa dovendo abbandonare il cannone.
Nei giorni seguenti si alternano scontri a tregue e trattative diplomatiche.
La sollevazione dei genovesi costringe il marchese Botta Adorno ad abbandonare la città riparando a Novi. Il successivo tentativo di tornare a Genova viene prontamente contrastato costringendo il Marchese a rifugiarsi nuovamente a Novi.
Il mito del Balilla fu alimentato (e ingrandito) principalmente in pieno Risorgimento, ovvero cento anni dopo gli accadimenti che portarono alla rivolta popolare.
La sua figura fu poi ulteriormente enfatizzata, sempre in chiave fortemente patriottica, nel ventennio dell'era fascista, anche attraverso la creazione dell'Opera Nazionale Balilla a simbolo di patriottismo e ardimento giovanile. Mussolini, scelto il nome, aveva chiesto alla Società di Storia Patria di Genova di fargli pervenire un dossier sull'eroico personaggio. Con non poco coraggio, uno degli studiosi della Società, nella missiva al Duce ammise che in realtà del Balilla le notizie erano ben poche. L'unica fonte ufficiale - un poema maccheronico in versi - riportava, accanto al nome del ragazzo, un soprannome decisamente poco glorioso: «mangiamerda».
A quel punto, Mussolini opta per una rapida interruzione della ricerca. Meglio i toni romantici della leggenda.
Il monumento dedicato al Balilla si trova davanti al palazzo di Giustizia, in zona Piccapietra, incastonato tra edifici che ne riducono la visibilità.

domenica 17 agosto 2014

#Italy #Cascate del #Nardis - Val di Genova - Dolomiti del Brenta - Trento



imm, da  it.wikipedia.org/wiki/Cascate_Nardis
  Le cascate Nardis, oltre 130 metri tra le montagne del Parco Naturale Adamello Brenta. Sono le più note della Val di Genova, conosciuta come valle delle cascate per la grande abbondanza di salti d'acqua: le cascate Nardis scendono dalla Presanella compiendo un salto che dai 921 metri scende per oltre 130 con una pendenza tra i 55 e i 65 gradi. La valle è tutta caratterizzata da terrazzamenti e scavi prodotti dall'acqua e dalla formazione glaciale che rendono il territorio particolarmente ricco di cascate.
La vaporizzazione dell'acqua all'impatto con la roccia e la particolare angolazione della luce al tramonto rendono la cascata suggestiva in ogni momento della giornata. La cascata è accessibile arrivando al rifugio Nardis da Carisolo.

 fonte: visittrentino.it

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