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domenica 7 dicembre 2025

#AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi


 Buongiorno, oggi è il 7 dicembre.

Il 7 dicembre 1895 ebbe luogo la terribile disfatta dell'Amba Alagi.

Il 7 dicembre 1895 si consumò una delle più note (e drammatiche) battaglie della Guerra d'Abissinia (1895-1896). La guerra fu il primo (fallito) tentativo dell'Impero Italiano di conquistare l'Impero Etiope (l'Italia aveva da poco preso il controllo dell'Eritrea). La montagna Amba Alagi si trova nel nord dell'Etiopia (nella regione del Tigrè) al confine con l'Eritrea, sulla via principale di comunicazione tra i due paesi.

La storia militare che porterà poi alla decisiva battaglia del 7 dicembre, ebbe inizio il 13 ottobre 1895 quando le truppe italiane (in realtà composte da ascari, ovvero mercenari eritrei e arabi), guidate dal maggiore Pietro Toselli, occuparono la montagna di Amba Alagi. Il battaglione alla fine era composto da 2350 uomini che dopo quasi due mesi di tattiche di guerra si scontrò con 30.000 uomini dell'esercito etiope guidato da Maconnen Uoldemicael , meglio noto come Ras Macconen (padre del futuro imperatore d'Etiopia Haile Salassie). La battaglia iniziò alle 6.30 del mattino del 7 dicembre e nel primo pomeriggio l'esercito italiano era completamente annientato. Sul campo 2039 morti (di cui 19 ufficiali italiani, 20 graduati italiani e 2000 ascari). Le truppe etiopi ebbero 276 morti (3000 secondo fonti italiane).

Molti sono gli scritti che affrontano la questione delle sconfitte militari italiane in Abissinia, le successive  vittorie e in generale la storia coloniale italiana. Per quanto riguarda le battaglie si è spesso affrontato la questione del sacrificio "degli italiani" (che poi come abbiamo visto in queste, come in altre occasioni, italiani non erano) in terra d'Africa. E' del tutto evidente che l'Italia, come altri paesi europei, ha colonizzato (o tentato di farlo) terre lontane ed abitate. Spesso i colonizzatori hanno trovato resistenza. Gli Etiopi, gli Zulu, gli Ashanti piuttosto che gli Herero tentarono in tutti i modi, spesso pagandolo a caro prezzo, di proteggere le loro terre.

Noi italiani ricordiamo i martiri e il sacrificio dei militari, forse le nostre giovani generazioni osservano incuriositi i cartelli di toponomastica che in molte nostre strade ricordano queste antiche battaglie, gli africani pagano ancora le conseguenze di quelle conquiste.

Amba Alagi fu protagonista di un'altra sconfitta italiana, quella patita nel corso della Seconda Guerra Mondiale dalle truppe italiane contro l'esercito inglese nell'aprile-maggio 1941, ma questa è un'altra storia.

domenica 26 ottobre 2025

#AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi


 Buongiorno, oggi è il 26 ottobre.

Il 26 ottobre 1896 viene siglata la pace tra Italia ed Etiopia, chiudendo così la prima guerra tra i due paesi, detta anche Guerra d'Abissinia.

I primi rapporti con l’Etiopia in Italia furono messi in atto per via della fede. Infatti, dal XIII al XVII secolo, coraggiosi francescani fecero di queste terre una meta interessante al fine di portarvi la fede cattolica. A lungo missionari italiani percorsero quelle regioni, istituendovi un continuo contatto, tracciando itinerari, annotando una miriade di dati e ottenendo perfino la partecipazione di delegati abissini al Concilio di Firenze.

Fu proprio grazie ad un missionario, il savonese Giuseppe Sapeto, già famoso in Patria per le sue eccezionali doti d’esploratore, che l’Italia (gli italiani l’avevano fatto molto prima) mise piede in terra d’Africa. Era il 1869 quando il missionario di Savona sbarcò ad Aden per acquistare, per conto della compagnia di navigazione Raffaele Rubattino, una striscia di territorio. Purtroppo inglesi e francesi vi si erano già insediati. Non dandosi per vinto, il coraggioso esploratore navigò in lungo e in largo per giorni, finché attraccò nella baia di Assab, in Dancalia, comprando questo piccolo villaggio di pescatori dai capi locali. Assab verrà ricomprata anni dopo dal governo italiano che fino ad allora sembrava disinteressato a quella stazione marittima, ma tempo dopo, con l’invasione inglese e francese negli ambiti territori dell’Africa mediterranea, lo Stato prese in seria considerazione il territorio acquistato da Sapeto per trovare quello “spazio vitale” già trovato dalle altre potenze europee. “I missionari e gli esploratori consapevoli o no, fecero infatti da battistrada al colonialismo ottocentesco e la società gliene rese grande merito. Anche le truppe quando partivano per le imprese d’oltremare venivano osannate dalle folle, cantate dai poeti e benedette dai vescovi.”(Arrigo Petacco). 

L’Italia entrava così nella corsa alle colonie. Per la prima volta si cominciò a parlare della “missione di Roma” di civilizzazione della barbara Africa. Senza volerlo fu un altro esploratore a procurare al governo di Roma l’occasione per allargare i confini africani senza sganciare altri soldi: Gustavo Bianchi, così si chiamava, spintosi nelle sue ricerche nella vasta regione del Tigrè, nello sconosciuto Impero d’Abissinia, fu assalito da predoni dancali che trucidarono i suoi accompagnatori. Bianchi si salvò per miracolo. La notizia dell’assalto addolorò l’Italia intera che, bramando vendetta, decise di reagire, inviando in Africa ottocento bersaglieri al comando di Tancredi Saletta. Era il 5 febbraio del 1885.

Mentre la bella ma afosa Massaua si trasformava nella culla del colonialismo italiano, i coraggiosi bersaglieri si spinsero ad ovest, occupando Saati, Arkiko, Zula, Monkullo, Arafali, dove le innumerevoli tribù che popolavano quei territori, accettarono serenamente la nuova presenza italiana, che rappresentava una promessa di pace. Ma le località occupate confinavano con l’ignoto Impero d’Abissinia, dove l’imperatore, il negus Giovanni IV, vide in quella sgradita vicinanza una seria minaccia per il suo trono. Per suo conto, il bellicoso Ras Alula, signore dell’Hamasen, non rimase con le mani in mano, ed il 25 gennaio del 1887 attaccò con diecimila uomini il presidio italiano di Saati, ma fu respinto dagli eroici difensori dopo quattro ore di combattimento. Preoccupato dell’attacco abissino, il colonnello Saletta mandò sul posto una colonna al comando del tenente colonnello Tommaso De Cristoforis, composta da cinquecento bersaglieri e un centinaio di bashi-buzuk. Ma a metà strada, la colonna fu attaccata di sorpresa dagli uomini di Alula che, dopo averla circondata, vi si lanciarono agguerritamente. Ottomila abissini contro seicento italiani: fu un massacro. Prima di cadere, De Cristoforis, volgendo un ultimo pensiero alla Patria lontana, riunì i pochi soldati ancora in vita comandandovi di onorare i commilitoni caduti, presentando loro le armi. Il nome di quel colle, dove si salvarono solamente un’ottantina di soldati, abbandonati dal nemico che li credeva morti, resterà per decenni nella memoria italiana: Dogali. La disfatta produsse in Patria molto dolore, tanto che la Camera votò nuovi crediti inviando consistenti rinforzi. Comunque, seguirono due anni di relativa tranquillità, fino al giorno in cui giunse a Massaua il generale padovano Antonio Baldissera, “ l’austriaco ”, così chiamato per il suo passato da ufficiale nell’esercito asburgico. 

Si deve a lui il mutamento degli indisciplinati bashi-buzuk in soldati fieri e disciplinati, ribattezzandoli “ascari”. Scelse i migliori, selezionandoli tra le etnie più combattive, indipendentemente dalla loro fede religiosa. “Credano pure in ciò che vogliono – dirà – purché obbediscano e combattano.” Approfittando della morte del negus Giovanni IV, Baldissera, agevolato dalle guerriglie tra i vari ras che si contendevano l’ambito trono d’Abissinia, continuò l’avanzata verso ovest, allargando considerevolmente i confini italiani, sconfiggendo Alula ed occupando Asmara, che diventò la capitale della nostra prima colonia, l’Eritrea, annunciata dal capo del Governo italiano Francesco Crispi il 1 gennaio 1889.

A sud dell’Etiopia intanto, in Somalia, altri soldati erano sbarcati nella Costa dei Somali, conquistando il sultanato della Migiurtinia. Il trono del Leone di Giuda fu poi conquistato dal ras dello Scioà, che, grazie all’aiuto italiano, che lo avevano rifornito di denaro e munizioni, fu incoronato a Gondar mesi dopo, adottando il nome di Menelik II. Il nuovo negus firmò subito un trattato d’amicizia con gli italiani, che si impegnavano ad appoggiarlo nelle guerre contro gli altri ras (Trattato di Uccialli). Compiaciuto della situazione favorevole, Crispi, desideroso di trasformare l’Italia in una grande potenza coloniale, ordinò al generale Baldissera di continuare la sua marcia verso l’ovest. “L’austriaco” respinse più volte le richieste del presidente del Consiglio, finché quest’ultimo decise di sostituirlo e richiamarlo in Patria. Per un breve periodo l’Eritrea fu messa nelle mani del generale Baldassarre Orero, poi passò sotto la supervisione di Oreste Baratieri, un generale dal passato garibaldino amico personale di Crispi, che, approdato in Africa, si apprestò ad assecondare le ambizioni coloniali di Roma. “Il primo screzio tra Roma e Addis Abeba – scrive Arrigo Petacco nel suo lavoro Faccetta nera – si registrò con la controversia sull’interpretazione dell’articolo 17 del trattato di Uccialli. Secondo Menelik, l’articolo stabiliva che il negus “può farsi rappresentare in Europa dall’Italia”, secondo Crispi che il negus “deve e consente di farsi rappresentare”. In questo contesto le cose non poterono che peggiorare e non passò del tempo che i tamburi di guerra iniziarono a tuonare.

Come abbiamo già detto, il generale Baratieri non restò con le mani in mano: nell’autunno del 1894, dopo aver conquistato Cassala, in Sudan, mosse verso il Tigrè, la vasta regione abissina dove regnava Ras Mangascià, il ras che tempo prima aveva aiutato alcune tribù tigrine ad attaccare, in piccoli assalti, le postazioni italiane, distruggendo la sua armata e conquistando l’intera regione, guadagnandosi (e a ben merito) l’appellativo di “Napoleone d’Africa”. Gli echi del trionfo italiano provocarono non poche preoccupazioni ad Addis Abeba, dove il nuovo negus si vide costretto ad ordinare la mobilitazione generale. Fu in quegli anni che verranno scritte alcune delle pagine più gloriose della storia dell’esercito italiano, pagine che, purtroppo, non parleranno sempre di vittorie.

Una di queste pagine va dedicata al maggiore Pietro Toselli, coraggioso ufficiale piemontese, comandante di una colonna di ascari: un mattino d’inizio dicembre la sua colonna lasciò il villaggio di Maccalè, dove era acquartierata il resto dell’armata, per effettuare un giro di perlustrazione nelle vicinanze del lago Ascianghi, dove venne avvistata una grande armata nemica in avvicinamento. Gli abissini stavano rispondendo all’attacco. Il rapporto d’armi era impari, insostenibile per le forze italiane che ammontavano a milleseicento uomini. Gli abissini erano più di trentamila. Così il maggiore fu costretto ad arroccarsi sulle pendici di un amba, dove attese l’arrivo dei nemici. La battaglia iniziò il 5 dicembre 1895 e fu violentissima. Gli attaccanti, guidati da Ras Macconen, comandante dell’armata imperiale, al quale si erano aggiunti i soldati di ras Alula e ras Mangascià, attaccarono con estrema brutalità il presidio tenuto dalle nostre forze indigene, che tennero duro e si difesero con valore. Ma il fuoco delle mitragliatrici non riuscì a sostenere la violenza delle orde africane che si lanciava avanti urlando. Verso l’una del pomeriggio, quando la battaglia ancora infuriava, il coraggioso maggiore, afono e ferito, disse al suo aiutante: “Non ne posso più. Ora mi volto e lascio che facciano” e così dicendo scomparve nella mischia. Il monte dove avvenne l’eroica resistenza dei nostri ascari portava il nome di Amba Alagi, rimasto indelebile nella storia della nostra Patria per il maggiore Toselli ed il fiero IV Battaglione Eritreo, che vi trovarono la morte.

Eliminata la minaccia dell’Amba Alagi gli abissini puntarono su Maccalè, dove una piccola guarnigione, composta da circa milletrecento uomini tra italiani ed ascari, comandata da un altro coraggioso ufficiale piemontese, il maggior Giuseppe Galliano, era rimasta in presidio del villaggio. La massa scioana giunse innanzi al forte il 9 dicembre, ma non attaccò subito: restò immobile alle porte del villaggio, attendendo l’arrivo di altri uomini, aumentando consistentemente nel giro di pochi giorni. Nonostante i numerosi tentativi di Maconnen di indurre il piemontese ad arrendersi, Galliano non intendeva cedere il villaggio agli abissini che, la notte del 7 gennaio, iniziarono ad attaccare. L’assedio, che fu brutale, durò molti giorni, ma il peggior nemico degli italiani si rivelò la sete. Da giorni infatti il forte era a secco. Inviando inutilmente i suoi spericolati messaggeri per avvertire Baratieri dell’ostile situazione, Galliano si preparava ad affrontare la fine con onore. “E’ questione di ore, – dirà – poi il sacrificio.” Quella stessa sera, quando la situazione era ormai diventata insostenibile, riunendosi con i suoi ufficiali, decisero che il giorno successivo avrebbero fatto saltare il forte ed attaccato gli abissini. “Fu a questo punto – continua Arrigo Petacco – che entrò in scena un misterioso personaggio. Pietro Felter, un commerciante bresciano che viveva da tempo in Abissinia e godeva la piena fiducia di Maconnen. Felter si mise in contatto con Baratieri e si offrì come intermediario, poi, dopo complesse trattative, gli fece sapere che il ras, d’accordo con il suo negus, era disposto a liberare la guarnigione in cambio di un riscatto in denaro.” La cifra (esorbitante…) fu pagata personalmente dal Re Umberto I, all’insaputa dei difensori di Maccalè che continuavano ignari l’eroica resistenza. L’ordine di resa giunse al forte la sera del 19 gennaio. Nel leggere l’umiliante trattativa Galliano impallidì; altri ufficiali scoppiarono in lacrime. “Povera Italia” dirà lasciando il villaggio il fiero piemontese, che per l’eroismo dimostrato aveva ricevuto elogi dal re e dal Kaiser di Germania.

Sbaragliato anche il pericolo proveniente da Maccalè, gli abissini mossero verso l’Eritrea. Gli italiani, per contrastarli, si spinsero vero Adua. Fu proprio nei pressi di questo piccolo villaggio del Tigrè che si consumò la più grande sciagura dell’esercito italiano in terra d’Africa: la sera del 29 febbraio Baratieri spinse le sue armate, guidate da valorosi generali, quali Matteo Albertone, Giuseppe Arimondi, Vittorio Emanuele Dabormida e Giuseppe Ellena. Circa diciassettemila uomini in tutto, ma Menelik II era pronto a riceverlo. Fu all’alba del 1 marzo che iniziò la tragedia: la Brigata indigena guidata da Albertone, ingannata da una falsa indicazione topografica, capitò all’insaputa nel campo nemico, trovandosi imprigionata in un inferno abissino. Fu un massacro. Travolti gli ascari di Albertone, gli altri centomila guerrieri scioani si riversarono con violenza sulle altre brigate italiane. I combattimenti furono infuocati: italiani ed eritrei, benché inferiori di numero, si batterono da leoni, aprendo molti vuoti fra gli attaccanti, costringendo gli abissini a retrocedere. Solamente l’intervento della valorosa Guardia Imperiale lanciata dal negus sulle postazioni tenute dagli ascari mutò il corso della battaglia. Rimasta in piedi solamente la brigata del generale Arimondi, Baratieri vi inviò in soccorso il III indigeni di Galliano, gli eroici difensori di Maccalè. Ma ormai le sorti del combattimento erano decise. Questa catastrofe militare, passata alla storia come la “disfatta di Adua”, all’Italia costò cinquemila morti metropolitani, compresi gli impavidi ufficiali: Albertone fu fatto prigioniero; Arimondi, ferito al ginocchio, continuando il combattimento con la spada sguainata, perì sommerso da una violenta marea umana abissina; anche Dabormida era caduto; quanto a Galliano, non se ne seppe più nulla.

Come in precedenza per Toselli, la sua morte era destinata ad entrare nella leggenda. I due eroi piemontesi, divenuti simbolo dell’eroismo italiano in terra d’Africa, solennizzati durante il ventennio fascista, sono oggi dimenticati dalla memoria nazionale, cancellati dai libri di storia ed obliati dalla Patria per cui diedero coraggiosamente la vita. A Roma, in via Lepanto, innanzi alla caserma Nazario Sauro, due busti di bronzo eretti più di cento anni fa, posti l’uno di fronte all’altro e riportanti i visi dei due ufficiali, rappresentano l’unico gesto di riconoscimento presente nella capitale in ricordo dei due martiri. 

Agli ascari andò peggio, anche se le vittime riportate furono minori rispetto a quelle italiane (milleseicento morti). Il giorno successivo alla battaglia di Adua, il negus ordinò che agli ascari di provenienza tigrina catturati, considerati disertori della causa etiopica, subissero l’agghiacciante mutilazione della mano destra e del piede sinistro, in modo che non potessero mai più combattere. Di questi, solamente quattrocentosei riuscirono, trascinandosi faticosamente, a raggiungere l’Eritrea. La notizia della disfatta giunse in Italia la notte del 2 marzo, provocando chiaramente immensi clamori in Patria e all’estero: per la prima volta nella storia un esercito “bianco” veniva sconfitto da un esercito “nero”; per la prima volta nella storia una nazione europea aveva dovuto chinare il capo ad una nazione africana.

La pace tra Roma ed Addis Abeba fu firmata il 26 ottobre dello stesso anno, stipulando “[…] pace ed amicizia perpetua fra S. M. il Re d’Italia e l’Imperatore d’Etiopia, come tra i loro successori e sudditi – e precisando che – l’Italia riconosce l’indipendenza assoluta dell’Impero d’Etiopia come stato sovrano.” Al trattato seguiranno diversi accordi bilaterali che stabilivano il confine tra l’Abissinia e le colonie italiane (Eritrea e Somalia). Incomprensibilmente la linea di confine con i territori somali non venne mai tracciata ed un vastissimo territorio dell’Ogaden restò per anni terra di nessuno. Con convenzione aggiuntiva al trattato venivano liberati, dietro pagamento, i prigionieri trattenuti in Abissinia. Si dice che “l’africanista” Regina Margherita, in uno scatto d’orgoglio patriottico, dichiarò: “I prigionieri si riscattano con il piombo e non con l’oro.”

domenica 29 giugno 2025

#AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi


 Buongiorno, oggi è il 29 giugno.

Il 29 giugno 1976 le Isole Seychelles raggiungono l'indipendenza dal Regno Unito.

Le Seychelles hanno una storia umana molto breve: i primi coloni si stabilirono sulle isole solo alla fine del 18° secolo; prima di allora l’intero arcipelago era completamente disabitato. Diventate una colonia prima francese poi inglese, le Seychelles videro arrivare, assieme ai coloni, anche numerosi schiavi provenienti da varie parti dell’Africa. Questo mix di nazionalità ha dato vita a una nazione multiculturale e multietnica, mentre il lungo isolamento prima dell’arrivo dell’uomo ha fatto sì che le isole oggi ospitino un ecosistema incontaminato e un'incredibile varietà di specie vegetali ed animali.

Sebbene il primo insediamento alle Seychelles risalga al 1770, le isole erano già state avvistate molto tempo prima. Si pensa che furono scoperte nel 7° secolo da alcuni marinai arabi, delle cui visite rimangono oggi vaghe testimonianze. Nel 1602 Vasco da Gama avvistò l’arcipelago e lo indicò nelle sue mappe con il nome di “Tres Irmãos”, i tre fratelli. Oggi questa denominazione viene invece usata, in lingua francese, per indicare tre iconiche cime montuose di Mahé (Trois Fréres). I primi europei che misero piede alle Seychelles furono però gli inglesi: la Compagnia Britannica delle Indie Orientali vi sbarcò nel 1609, tuttavia senza stabilirvisi.

Fu ben 140 anni più tardi che la Francia rivolse la propria attenzione verso le Seychelles, con lo scopo di trovare un passaggio strategico da Mauritius all'India. L’amministratore francese di Mauritius, Bertrand-François Mahé de La Bourdonnais, inviò l’esploratore Lazare Picault alla scoperta dell’arcipelago. Nel 1742 Picault sbarcò sull’isola che oggi porta il nome dell’amministratore: Mahé.

Quando l’esploratore francese Lazare Picault nel 1742 sbarcò sull’attuale Mahé, rimase colpito dal suo aspetto fertile e rigoglioso, e la chiamò Ile de l’Abondance. Quando due anni dopo vi tornò per mapparla meglio, la rinominò Mahé in onore di Mahé de la Bourdonnais, suo patrono e amministratore di Mauritius. Successivamente Mahé prese il nome di Isle de Séchelles in onore del Visconte Jean Moreau de Séchelles, Ministro delle Finanze durante il regno di Luigi XV. In seguito, questo nome (anglicizzato Seychelles) passò ad indicare l’intero arcipelago, mentre Mahé tornò ad essere usato per l'isola principale.

I francesi decisero di stabilirsi alle Seychelles sia per approfittare della loro posizione strategica rispetto all’India, sia per iniziare una coltivazione di spezie, nel tentativo di fare concorrenza agli olandesi. Nel 1770, 15 coloni, insieme a una dozzina di schiavi, si stabilirono alle Seychelles. Successivamente furono portate grandi quantità di schiavi da Mauritius, dal Madagascar, dal Mozambico e in misura minore anche dall’India. Nel primo secolo di insediamento, le Seychelles ebbero pochi abitanti, ma dalla provenienza molto varia. Questo portò a una forte mescolanza di etnie e determinò il carattere multietnico e multiculturale della popolazione, ben visibile ancora oggi.

Le Seychelles rimasero alla Francia fino al 1814, quando passarono agli inglesi. È possibile osservare ancora oggi forti influenze francesi nella realtà delle Seychelles, non solo nei cognomi e nei nomi geografici, ma anche nella cucina e nella lingua. Infatti il francese è una delle lingue ufficiali del paese e rappresenta la base del creolo seychellese. Nella musica e nelle danze tradizionali è invece più forte l’impronta africana, conferita dagli schiavi dell’epoca.

Dopo le guerre napoleoniche, con il Trattato di Parigi (1814), le Seychelles furono cedute agli inglesi, seppur con le abituali pratiche francesi ancora in vigore. Diventate inglesi sulla carta, nella pratica le isole mantennero la cultura che era nata dagli schiavi e dai coloni originari; anche la lingua francese rimase dominante. La schiavitù si occupava ancora delle attività di coltivazione di palme da cocco, cotone, e spezie.

Quando nel 1835 la schiavitù fu abolita in tutti i territori britannici, alle Seychelles approdarono diverse centinaia di schiavi africani liberati, che andarono a lavorare nelle piantagioni rimaste, in cambio di razioni di cibo e salari. Anch’essi contribuirono a rendere la popolazione delle Seychelles estremamente variegata. Un altro fattore che ha contribuito alla multiculturalità delle Seychelles fu il ruolo che le isole ricoprirono, durante il controllo britannico, come luogo di esilio per prigionieri politici. Nel corso degli anni, le Seychelles videro arrivare prigionieri provenienti da luoghi come Zanzibar, Egitto, Cipro e Palestina, per citarne solo alcuni.

Nel 20° secolo si iniziò a sviluppare all’interno della popolazione una maggiore consapevolezza politica, che si rifletté nella graduale formazione di partiti politici. Nonostante ciò, forti differenze sociali ed economiche continuarono ad esistere. Nel 1976 le Seychelles raggiunsero l’indipendenza, divenendo una repubblica indipendente all'interno del Commonwealth. Con il graduale declino delle piantagioni, si svilupparono le industrie della pesca e del turismo, oggi le principali fonti di reddito delle isole.

È anche grazie alla loro storia se le Seychelles sono oggi considerate una destinazione da sogno. Non solo l'enorme varietà naturale, ma anche la diversità culturale ed etnica rendono queste isole un luogo unico al mondo.

È innegabile che l'insediamento umano delle Seychelles abbia danneggiato l'ecosistema delle isole: diverse specie animali sono scomparse e parte della vegetazione originaria fu distrutta in favore della produzione di legname e di piantagioni. Oggi il turismo sostenibile e rigorosi progetti di conservazione naturale e di salvaguardia degli ecosistemi marini svolgono un ruolo importante alle Seychelles e fanno sì che questo paradiso sia preservato.

Circa 90.000 persone vivono stabilmente sulle otto isole permanentemente abitabili dello stato, il 90% sull'isola più grande, Mahé. Inoltre il 90% della popolazione è creola (per la maggior parte discendente dai colonizzatori provenienti dalle colonie francesi ed i loro schiavi africani), mentre il 10% degli abitanti è di origine europea.

Da tempo immemorabile le isole esercitano un forte fascino su persone provenienti da tutto il mondo. Le radici multietniche degli abitanti provengono da Francia, Africa, India, Regno Unito, Cina ed il mondo arabo, solo per citare alcuni esempi. Quasi ogni nazione del mondo può essere ritrovata nel melting pot culturale delle Seychelles, dove ha lasciato un'impronta individuale e ha formato così una vibrante società pacifica.

Tutti sono in condizioni di parità, indipendentemente dal fatto che i loro antenati fossero schiavi, avventurieri, esiliati, pirati, o semplicemente "emarginati". Oltre alla presenza di tutte le possibili sfumature di colore della pelle, è da notare la presenza abbastanza frequente di occhi azzurri o chiari - questo può essere un'indicazione del fatto che gli ex coloni francesi provenivano principalmente dalla costa atlantica settentrionale.

Molte famiglie contemporanee delle Seychelles vivono senza sposarsi, ed i bambini spesso crescono con i nonni, dal momento che una percentuale significativa di donne al giorno d'oggi lavora fuori casa. Inoltre, non è raro che un uomo abbia diverse amanti, pur essendo sposato - e allo stesso modo ci sono donne che hanno figli da diversi uomini. A parte questo, i concetti morali dei seychellesi sono comunque simili a quelli dell'Europa centrale. Nel 21° secolo alle Seychelles si può riconoscere un grado di benessere maggiore rispetto ad altri paesi africani, il reddito pro capite è addirittura superiore a quello di alcuni paesi europei.

La età media alle Seychelles è di 32 anni. La crescita della popolazione annuale è dello 0,4%. Chi fa un viaggio alle Seychelles si accorgerà che la gente del posto accoglie i propri ospiti stranieri in modo sempre disponibile e cortese. Per quanto riguarda il loro ritmo di vita quotidiana, regna una grande tranquillità: la fretta a noi per lo più familiare non è conosciuta alle Seychelles.

La lingua comune della popolazione mista è una variante delle lingue creole, conosciuta come creolo delle Seychelles o seselwa. Questa lingua madre di tutti i seychellesi è un mix evolutosi nella storia e derivato da lingue africane, come lo swahili ed il malgascio, e le lingue degli ex padroni coloniali, soprattutto il francese. Le lingue ufficiali sono il creolo, l'inglese ed il francese.

I seychellesi sono per la maggior parte cristiani cattolici (82,3%). Il 6,4 % appartiene alla chiesa anglicana, un 2% al induismo, ed un 1,1% alla fede islamica. Il 2% della popolazione appartiene a credi cristiani minori, come gli avventisti ed i Bahai. (Dati: Gennaio 2016, Ministero degli Affari esteri tedesco).

A prescindere dalla religione, stregoneria, magia, superstizione e divinazione hanno una certa ed indiscussa importanza. Non di rado si chiede consiglio ad un "Tonton", un mago, che viene spesso consultato dai seychellesi quando devono prendere decisioni importanti, durante periodi di malattia o altri problemi personali. Anche l'uso di talismani è molto diffuso.

venerdì 25 aprile 2025

#AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi


 Buongiorno, oggi è il 25 aprile.

Il 25 aprile 2005 viene completato il ritorno in Etiopia della stele di Axum.

La cosiddetta stele di Axum è un obelisco in pietra basaltica a sezione rettangolare conservato ad Axum, in Etiopia.

Il monumento è alto 23,40 metri e pesa circa 150 tonnellate.

La stele fu realizzata tra il I e il IV secolo dagli abitanti del Regno di Axum. In epoca moderna venne rinvenuta semi-interrata e spezzata in tre tronconi alla fine del 1935 da soldati italiani impegnati nella guerra d'Etiopia. La stele era una dei circa cinquanta obelischi che si trovavano nella città di Axum al momento del ritrovamento.

I frammenti della stele furono trascinati da centinaia di soldati italiani ed eritrei con un viaggio di due mesi fino al porto di Massaua, trasportati fino a Napoli a bordo del piroscafo Adua, dove giunsero il 27 marzo 1937.

Vennero quindi trasportati a Roma, dove furono restaurati e ricomposti. L'obelisco fu collocato il 28 ottobre 1937 in Piazza di Porta Capena in occasione dei 15 anni della Marcia su Roma e del primo anniversario dell'Impero, di fronte al Ministero delle Colonie (oggi sede della FAO) e al Circo Massimo, e le cui operazioni furono coordinate da Ugo Monneret de Villard.

Assieme alla stele arrivò in Italia anche il monumento al Leone di Giuda, per anni esposto alla Stazione Termini e infine restituito all'Etiopia nel 1970 e collocato di fronte alla Stazione di Addis Abeba.

Per assicurarne la tenuta, l'obelisco fu rinforzato dall'interno con cunei di metallo, mentre la superficie dovette essere restaurata in più punti.

Il 10 settembre 1943 l'obelisco, colpito da raffiche di armi automatiche durante la battaglia di Porta San Paolo, subì ulteriori danni, e negli anni successivi il suo posizionamento ai margini di una zona di grande traffico lo espose a un forte inquinamento atmosferico.

L'Italia si propose di restituire la stele all'Etiopia, in quanto prelevato come bottino di guerra, il 15 settembre 1947, data di entrata in vigore del trattato di pace del 10 febbraio 1947, con la promessa di restituzione in diciotto mesi di tutto il bottino della Guerra di Etiopia. Nel 1969 il Ministero degli Affari Esteri decise di rinviarlo alla corte dell'imperatore Hailé Selassié.

Questi tuttavia, di fronte agli enormi costi relativi al trasporto, lo dichiarò un suo dono personale agli italiani, lasciandolo quindi sul territorio italiano stesso. Un'altra versione recita che la Farnesina addirittura pagò l'equivalente stimato per il trasporto all'Etiopia, la quale, al momento di riprendere il monumento, non avendo più la somma concessagli, decise di lasciarlo all'Italia come pegno della rinnovata amicizia. Le successive vicende politiche etiopiche, la deposizione dell'imperatore nel 1974 e la rinnovata richiesta di restituzione del nuovo governo rimisero in moto l'obelisco. In Italia ci furono tuttavia vari tentennamenti e perplessità sull'opportunità di restituire il monumento, che alla fine venne prima restaurato nell'ottobre 2002, e poi smontato in 3 parti il 7 novembre dell'anno successivo.

Numerose polemiche accompagnarono lo smantellamento, che fu contestato in particolare dal critico d'arte Vittorio Sgarbi, argomentando che un legittimo governo etiope lo avrebbe, infine, donato all'Italia, come testimoniato anche dal duca Amedeo d'Aosta, il quale in un'intervista aveva parlato di «un dono del clero di Axum alla città di Roma».

Il primo frammento dell'obelisco ripartì per l'Etiopia il 18 aprile 2005 dall'aeroporto di Pratica di Mare. L'aereo utilizzato fu l'Antonov An-124. Il suo ritorno fu accolto in Etiopia con grandi festeggiamenti, anche se nei primi tempi la stele rimase ancora smontata, abbandonata ed esposta alle intemperie sotto una tettoia nel Parco Archeologico di Axum. Ciò diede fiato, in Italia, a nuove polemiche sulla restituzione: non mancarono proposte di ricostruirne una copia nel luogo dove si trovava davanti alla sede della FAO, o di richiederla indietro (nel 2008 Vittorio Sgarbi incoraggiava il neosindaco di Roma Gianni Alemanno a tentare di riavere indietro l'obelisco dall'Etiopia, dato lo stato di degrado in cui si trovava).

Il 4 giugno 2008 fu aperto ad Axum il cantiere per ricomporre il monumento, con l'assistenza dell'Istituto Centrale per il Restauro come da accordi fra il governo etiope e quello italiano. La rierezione dell'obelisco fu ufficialmente celebrata il 4 settembre 2008 alla presenza di migliaia di persone, delle massime autorità etiopi e della delegazione italiana guidata dal sottosegretario agli Esteri Alfredo Mantica (compagno di partito dell'allora neo-sindaco di Roma), e la stele ricollocata accanto alla stele gemella nella valle del Tigrè.

domenica 13 aprile 2025

#AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi


 Buongiorno, oggi è il 13 aprile.

Il 13 aprile 1919 avvenne ciò che Theresa May, in occasione del centenario della ricorrenza,  ha definito una “cicatrice vergognosa nella storia delle relazioni anglo-indiane”: il massacro di Amritsar.

 Quel giorno il generale di brigata dell’esercito inglese Reginald Dyer ordinò infatti di aprire il fuoco su una folla di civili disarmati riunitasi in un parco della città di Amritsar, nell’attuale Stato del Punjab (nord-ovest dell’India).

I dati ufficiali parlano di 379 morti e 1200 feriti, ma ulteriori accertamenti non sono mai stati fatti ed è convinzione ormai diffusa che in realtà si sia trattato di diverse centinaia in più. L’atto compiuto da Dyer venne giudicato disumano e sleale soprattutto per la mancanza di preavviso: il generale non ritenne necessario sparare colpi di avvertimento per disperdere la folla, ma ordinò di sparare ad altezza uomo fino a esaurimento delle munizioni. Inoltre non vennero risparmiati donne e bambini, che costituivano buona parte dei presenti, né venne tenuto in considerazione il carattere pacifico della manifestazione, i cui partecipanti erano del tutto disarmati.

La folla si era riunita a nel piccolo parco di Jalianwalla Bagh ad Amritsar in occasione della festività Sikh di Baisakhi, che celebra l’inizio della primavera; con questo pretesto era stato organizzato parallelamente un comizio per protestare pacificamente contro l’arresto immotivato di due leader nazionalisti. Gli inglesi giudicarono la manifestazione provocatoria, in quanto violava la legge marziale instaurata appena un mese prima in seguito ai ripetuti attacchi subiti dall’amministrazione britannica; essa vietava riunioni pubbliche di qualsiasi genere che comprendessero più di quattro persone.

A marzo era stato infatti approvato il Rowlatt Act, che permetteva di incarcerare in modo arbitrario coloro i quali venivano etichettati come dissidenti, senza bisogno di sottoporli a processo. Il Partito del Congresso, guidato da Mohandas Gandhi, aveva criticato questa decisione e organizzato una serie di manifestazioni pacifiche di dissenso. In alcuni casi però le proteste erano sfociate in scontri violenti con ripetuti attentati contro i funzionari britannici e le sedi dell’amministrazione; fu per questo motivo che in alcune regioni dell’India come il Punjab venne istituita la legge marziale, riducendo le poche concessioni fatte agli indiani dalla fine della prima guerra mondiale e che avevano fatto sperare in una maggiore autonomia in futuro.

Il massacro di Amritsar ha costituito secondo molti il punto di svolta nel tragitto verso l’Indipendenza indiana. Innanzitutto ha significato un netto cambio di rotta nelle relazioni anglo-indiane: se fino a quel momento gli indiani avevano mostrato rispetto per gli inglesi e in certi casi persino ammirazione per le loro istituzioni, il tragico evento ha messo punto all’apparenza filantropica che fino ad allora avevano avuto i colonizzatori agli occhi dei colonizzati. Gandhi e il suo partito in primis hanno subito condannato duramente l’operato dell’esercito, affermando che da quel momento gli inglesi avevano dimostrato di non avere moralmente più alcun diritto di governare l’India.

In realtà l’azione intrapresa dal generale Dyer fu subito condannata dall’amministrazione britannica stessa, che lo costrinse a dimettersi. Dyer venne sottoposto a processo, sia in Inghilterra che in India, dove fu costituita una commissione apposita che lo giudicò colpevole all’unanimità e gli vietò da quel momento in poi di ricoprire qualsiasi tipo di incarico ufficiale. Durante il processo il generale non mostrò alcun segno di pentimento: alle domande “Generale, è vero che ha ordinato di sparare dove la folla era più fitta? Era consapevole della presenza di donne e bambini?” Dyer ha risposto affermativamente entrambe le volte, aggiungendo che era sua intenzione dare una lezione all’India intera. È vero che ci fu chi lo dipinse come un eroe e lo elogiò, ma la gran parte degli inglesi criticò il suo operato e ne prese immediatamente le distanze.

Il gesto sul momento venne comunque attribuito ai dominatori britannici nel complesso, la cui presenza già sempre meno tollerata dagli indiani divenne inaccettabile. Per questo motivo il massacro ha rappresentato un punto di svolta, che ha dato un forte impulso ai movimenti nazionalisti di tutta l’India. La nascita del movimento di non-cooperazione, scaturita dalla dichiarazione di Gandhi e del Partito del Congresso di non voler più collaborare con l’amministrazione britannica, contribuì alla presa di coscienza di un sentimento nazionalista in tutto il Paese. Espandendosi in poco tempo da nord a sud, il movimento ebbe infatti la funzione di unire il subcontinente indiano intero: i suoi abitanti iniziarono a provare un senso di appartenenza alla stessa nazione, che li spinse a rivendicare con forza l’indipendenza, rifiutando di accontentarsi semplicemente di una maggiore autonomia come ipotizzato in passato.

Conseguenza a catena di un simile processo è stata l’ascesa immediata del Partito del Congresso, che si è imposto come principale promotore dell’indipendenza. La decisione di non-cooperazione con il governo britannico ha infatti consolidato le istanze nazionaliste del suo partito, che pian piano ha finito con il rappresentare il fulcro dei movimenti indipendentisti di tutto il Paese. Ponendosi alla guida del movimento di non-cooperazione, Gandhi ha fatto sì che il suo partito finisse per coincidere col movimento indipendentista, venendo identificato come tale a livello nazionale. In questo senso dunque il massacro di Amritsar è stato considerato da molti come un punto di svolta cruciale anche per la storia del Partito del Congresso.

Come fatto notare da molti in occasione dell’enorme fiaccolata che ha ricordato il 13 aprile del 2019 le vittime della strage, il centesimo anniversario avrebbe potuto rappresentare il momento ideale per presentare le dovute scuse. Ma la allora premier inglese Theresa May ha solamente espresso dispiacere per l’accaduto, definendo l’evento un “esempio doloroso del passato inglese in India”.

Ogni anno, le celebrazioni in memoria delle vittime di Amritsar riportano alla luce frizioni tra i due Paesi, che nonostante si cerchi di nascondere o attutire ricordano inevitabilmente come questo evento abbia lasciato una cicatrice indelebile nelle relazioni anglo-indiane. È vero dunque che il massacro di Amritsar ha portato all’ottenimento dell’indipendenza indiana in tempi più rapidi, ma il prezzo che il Paese ha dovuto pagare è stato alto e rimarrà sempre uno degli episodi più sanguinosi della storia recente indiana, ricordato ogni anno con orrore e dolore.

domenica 26 gennaio 2025

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi


 Buongiorno, oggi è il 26 gennaio.

Il 26 gennaio 1887 le truppe coloniali italiane ricevono una pesante sconfitta nella Battaglia di Dogali.

La nuova avventura coloniale voluta dal governo della Sinistra terminò rapidamente e in modo imprevisto, con una delle rare dure sconfitte subite dagli eserciti europei nel corso delle loro incursioni africane. Il massacro di Dogali, come è abitualmente ricordato, segnò anche la fine del governo Depretis, screditato dall’insuccesso militare.

Dopo l’acquisto da parte dello stato italiano della baia di Assab, sul mar Rosso, dalla società di navigazione Rubattino, che l’aveva a sua volta acquistata nel 1869-70, iniziava il nuovo capitolo della storia coloniale italiana. Nel febbraio 1885 un corpo di spedizione militare italiano occupò la fascia costiera fra Massaua e Assab (area appartenente all’attuale Eritrea), trasformando nel dicembre successivo questa occupazione in una presa definitiva di possesso. Né il governo Depretis, né i comandanti militari di Massaua avevano ben chiaro che tipo di rapporti instaurare con l’impero etiopico (allora denominato Abissinia) governato dal negus Giovanni, se cioè limitare l’iniziativa coloniale alla zona costiera oppure dare avvio a una lenta penetrazione nel territorio etiopico.

La prima strategia sembrò tuttavia avere la meglio per qualche tempo, tanto che il conte Pietro Antonelli, a capo di una spedizione scientifica italiana inviata presso il negus e presso il re della Scioa, Menelik, il suo principale vassallo e rivale aspirante alla successione, firmò con quest’ultimo un trattato commerciale e amichevole a nome del governo guidato da Depretis. L’occupazione italiana di Massaua, tuttavia, era stata accolta con forte irritazione dal negus, anche perché egli aveva concluso l’anno precedente un trattato con l’Inghilterra con il quale essa gli concedeva la libertà di condurre traffici commerciali attraverso il porto di Massaua. Nell’aprile 1885 una missione ufficiosa italiana prese contatti con il negus per cercare di fugare i suoi timori relativi a possibili e prossime iniziative italiane di conquista. La missione tentò di convincere il negus che l’occupazione di Massaua era finalizzata ad arginare i tentativi di espansione verso l’Abissinia dei gruppi islamici mahadisti, cioè dei seguaci di Mohammed Ahmed Mahdi, capo di quella grande rivolta anti-egiziana sudanese che si era conclusa nel 1885 con l’intera conquista del vicino Sudan. La missione rappresentava presumibilmente un tentativo italiano di prendere tempo, di superare le incertezze sul da farsi, e quindi di avviare una strategia di conquista a piccoli passi del territorio abissino.

In effetti, il 24 giugno 1885 un corpo di spedizione italiano si insediò a Saati, a circa 30 chilometri da Massaua, località di cui il negus rivendicava l’appartenenza all’impero etiopico. Il ras Alula, che governava la regione confinante con l’area occupata dalla forze militari italiane, intimò inutilmente agli italiani di ritirarsi. La situazione rimase stagnante per circa un anno. Nel gennaio del 1887 Alula procedette con 10 000 uomini verso Saati. Il presidio militare italiano, pur avendo respinto l’attacco, non poteva resistere ulteriormente a causa della carenza di viveri. Lo Stato maggiore italiano decise allora di inviare dei rinforzi. Una colonna di oltre 500 soldati, sotto il comando del tenente colonnello T. De Cristoforis si diresse verso Saati. Prevedendo la mossa, Alula si diresse verso Massaua nel tentativo di tagliare la strada al contingente italiano. L’esercito etiope poteva contare su una forte superiorità militare e su un’ottima conoscenza dei luoghi montagnosi dell’area, che si prestavano facilmente a imboscate. Il 26 gennaio la colonna italiana venne attaccata e accerchiata da 7000 uomini dell’esercito abissino nei pressi di Dogali. Rimasero sul campo 433 morti (tra cui il tenente colonnello De Cristofaris) e 82 feriti, mentre gli etiopi persero un migliaio di uomini. Alula, a causa delle perdite così elevate, decise di ripiegare sull’Asmara permettendo così al presidio italiano di ritirarsi da Saati.

Le conseguenze di quella sconfitta furono drastiche per l’allora governo italiano guidato da Depretis; il ministro degli Esteri Robilant si dimise, il governo cadde e la competenza sull’Eritrea passò dal ministero degli Esteri a quello della Guerra. Ciò, però, non arrestò i tentativi di espansione italiana. Solo nel 1896, con la sconfitta di Adua, l’imperialismo italiano in Etiopia subì una pesante battuta d’arresto.

sabato 21 settembre 2024

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 21 settembre.
Il 21 settembre 1860 ha luogo la battaglia di Baliqiao nell'ambito della seconda guerra dell'oppio.
Quando, nel 1839, cominciò la prima guerra dell’oppio tra il vacillante Impero Qing e l’Impero britannico, in pochi si resero conto del vero significato di questa guerra. Il conflitto non scoppiò solamente per il rifiuto dell’Impero cinese di importare questa droga, né per sole ragioni commerciali; esso fu un conflitto tra due mondi differenti: una guerra tra un impero mercantilistico ed espansionista in rapida crescita, ed un impero isolato e recluso nel passato, in costante ed irreversibile declino.
L’Impero britannico, che aveva fatto del commercio d’oltreoceano la sua strategia per la supremazia mondiale, dopo essere riuscito a costringere la Cina ad aprirsi alle importazioni, voleva coinvolgere il Celeste Impero in uno dei giri d’affari più pericolosi (ma redditizi) della storia: il commercio dell’oppio. Al contrario dei britannici, i cinesi erano ancora retti da un Imperatore legittimato dal “mandato celeste”, ed al commercio si erano opposti principalmente per ragioni etiche e tradizionali, ma erano stati costretti a cedere di fronte alla forze britannica. Ma, nei tardi anni ‛30, i cinesi sembravano decisi a cacciare lo straniero e i prodotti velenosi che avevano contaminato i loro mercati. Sul piatto della bilancia, quindi, per Londra si presentava uno dei mercati più grandi dell’Asia, mentre per la Cina, che si stava accorgendo sempre di più degli effetti nefasti dell’oppio, l’opposizione al commercio assumeva sempre più i connotati di una lotta contro lo straniero e le sue merci dannose. Come scrisse l’allora giornalista Karl Marx, «mentre i semi-barbari stavano dalla parte del principio di moralità, i civilizzati opponevano il principio del pecunio» (Karl Marx, Storia del commercio dell’oppio, 20 settembre 1858).
Nel 1839, il conflitto scoppiò: l’Imperatore rifiutò di importare l’oppio e lo bandì dal paese, e diede a Lin Zexu l’incarico di “sistemare” le trattative con gli inglese nel porto di Humen. Nel frattempo, cercò però la mediazione, scrivendo addirittura alla Regina Vittoria e spiegandole che le leggi cinesi non potevano tollerare la presenza e la vendita di una tale sostanza nell’Impero. Non riuscendo però a smuovere la situazione per vie diplomatiche, Lin Zexu, governatore del Guangzhou, bruciò pubblicamente 1,15 milioni di chili di oppio confiscato a mercanti britannici ed americani che erano invischiati nel traffico illegale. Preso questo evento come casus belli, tra la fine del 1839 e l’inizio del 1840, l’Impero britannico iniziò una guerra d’aggressione contro la Cina, col pretesto di proteggere i propri diritti commerciali. Non fu difficile per il moderno esercito inglese sconfiggere le truppe cinesi; l’Impero sofferse numerose sconfitte lungo la costa e il saccheggio di varie città. La guerra, il cui esito fin dall’inizio pareva scontato, si concluse il 29 agosto 1842 con la firma del Trattato di Nanchino, che avrebbe avuto enormi conseguenze anche nei secoli a venire.
L’Imperatore Qing, non curandosi del fatto che la popolazione civile e reparti dell’esercito erano ancora determinati a lottare, concluse un’affrettata pace che ridusse il paese in uno stato semi-coloniale. Il Trattato impose la cessione del porto di Hong Kong ai britannici (porto che sarebbe ritornato alla Cina solo nel 1997), l’apertura di cinque porti al commercio dell’oppio (Canton, Xiamen, Fuzhou, Ningbo, Shanghai) e imponenti tributi di guerra da versare ai britannici.
Con la firma del Trattato di Nanchino, la Cina entrò nel periodo detto “secolo delle umiliazioni”: il paese, scosso anche dai tumulti interni (sopra tutti la ribellione dei Taiping iniziata nel 1850), subì diverse aggressioni che non riuscì a fronteggiare. A causa della sua arretratezza, non poté evitare di perderle tutte, concedendo sempre più ampie fette del proprio territorio e sempre più grossi privilegi ai commercianti stranieri. Il simbolo estremo di questo periodo di umiliazione nazionale è rappresentato dai “trattati ineguali”: trattati, commerciali o territoriali, letteralmente imposti alla Cina da altri paesi, a volte nemmeno scaturiti da guerre vere e proprie. Il primo di questi trattati fu, nel 1844, quello di Whampoa, che garantiva enormi privilegi alla Francia, e poi il trattato di Wangxia con gli Stati Uniti, altrettanto sbilanciato nei confronti degli statunitensi. Proprio questi due trattati diedero il via alla Seconda Guerra dell’oppio (1856-1860): l’Impero britannico, che voleva ora ulteriori concessioni (quali erano state imposte alla Cina da Francia e USA), chiese ai cinesi di rinegoziare il Trattato di Nanchino. Ora la Cina avrebbe dovuto aprire tutti i porti al commercio degli oppiacei, ridurre ulteriormente tasse e dazi sulle importazioni britanniche. Il casus belli per questa nuova guerra, fu l’arresto, da parte delle autorità cinesi, della nave Arrow, accusata di pirateria e battente bandiera britannica: Londra minacciò il bombardamento di Canton, se l’equipaggio non fosse stato rilasciato, ma, nonostante il rilascio, la città fu attaccata. Ai britannici si unirono i francesi, poi gli USA e la Russia, nella speranza di ottenere le migliori concessioni possibili. I russi si accontentarono del Trattato di Ainu (1858), che imponeva alla Cina la cessione di gran parte della Manciuria, ma la guerra con le altre tre potenze terminò solo nel 1860, con la conquista e il saccheggio di Pechino da parte degli anglo-francesi. L’Impero dei Qing era ora costretto a cedere Kowloon, una penisola a sud di Hong Kong, ai britannici, oltre a nuove garanzie commerciali, firmando l’ineguale Convenzione di Tianjin.
Ma il “secolo delle umiliazioni” non era destinato a chiudersi con il trattato ineguale del 1860: il Celeste Impero sarebbe stato costretto a cedere le Isole Daoyu al Giappone, col Trattato ineguale di Shimonoseki (1895), a cedere il Jiazhou alla Germania (1898), a cedere ulteriori parti della Cina alla Russia (Mongolia Interna e Liaodong), e varie altre concessioni ad altre potenze, fino a crollare, nel XX secolo, di fronte al militarismo giapponese.

venerdì 30 dicembre 2022

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 30 dicembre. Il 30 dicembre 1896 viene giustiziato Josè Rizal, eroe filippino. Figura nobilissima di idealista, medico, scrittore, poeta, José Rizal si può accostare all'eroe dell'indipendenza cubana e grande poeta in lingua spagnola, José Martí, anche se - forse - rispetto a quest'ultimo fu un intellettuale meno "organico", nel senso gramsciano della parola, e se la sua personalità e le sue esigenze e aspirazioni etiche e politiche appaiono più problematiche e, per certi spetti, contraddittorie. Il suo "Ultimo adiòs", composto in prigione alla vigilia dell'esecuzione capitale, costituisce ancor oggi un classico della letteratura spagnola, e un testo che tutti gli studenti filippini conoscono e che leggono con viva commozione. Il nome di Protasio Rizal y Alonso (o anche Rizal y Mercado) era pressochè sconosciuto al pubblico europeo allorché, nel 1887, apparve a Berlino un libro intitolato Noli me tangere. In esso si descrivevano, con vivida efficacia, gli abusi del governo spagnolo nelle Filippine e, in particolare, il ruolo nefasto assunto dal clero regolare nell'arcipelago del Sud-est asiatico. Il suo autore, un giovane medico filippino di sangue misto, allora ventiseienne, divenne improvvisamente celebre, ma più ancora acquistò risonanza la causa sociale e politica da lui patrocinata. L'opinione pubblica d'Europa e d'America (il libro verrà tradotto in inglese nel 1912 col titolo The Social Cancer, ossia Il cancro sociale), scoprì che esisteva una nazione filippina malgovernata ed esausta, che esisteva un problema filippino. E sia il nome di Rizal che le tematiche da lui sollevate conobbero una ulteriore celebrità quando a Gand, in Belgio, fu pubblicato quattro anni dopo El filibusterismo (nel 1912 in Inghilterra, col titolo The Reign of Greed, ossia Il regno dell'avidità), che era la continuazione del primo romanzo. Questa volta, nel mirino dello scrittore erano inquadrati, in modo particolare, gli ordini religiosi spagnoli nelle Filippine. Il successo fu grandissimo. L'impressione prodotta dai due libri sull'opinione pubblica mondiale fu paragonata a quella provocata da La capanna dello zio Tom circa la presa di coscienza del problema schiavistico negli Stati Uniti d'America, e da Max Havelaar di Multatuli (pseudonimo di Eduard Douves Dekker) circa i foschi retroscena della colonizzazione olandese a Giava e nell'arcipelago indo-malese. Se è esatto quel che disse Metternich a proposito de Le mie prigioni di Silvio Pellico, che un libro, cioè, può far più danno all'oppressore di una battaglia perduta, il giovane medico aveva raggiunto, con la sola forza della sua penna, una gran parte del suo scopo. Delle Filippine, adesso, si parlava nel mondo, e se ne parlava perfino in Spagna, l'occhiuta e sospettosissima madrepatria, che già da tempo teneva d'occhio Rizal per le sue simpatie nazionaliste. Ma chi era José Rizal, il protagonista di questo caso letterario sorto apparentemente dal nulla, in virtù della drammatica urgenza del suo appello? E quali erano le reali condizioni della sua patria, sullo scorcio del XIX secolo? Di tutte le colonie spagnole dell'impero "che non vede mai tramontare il Sole", le Filippine ebbero in sorte il trattamento peggiore. Conquistate intorno al 1571 da Miguel Lopez de Legaspi a scorno dei Portoghesi e respinti, nella prima metà del '600, tutta una serie di tentativi di occupazione degli avidi Olandesi, le isole erano state considerate più o meno come un'appendice dei lontanissimi domini americani della Spagna, fino a che questi si erano sfasciati. La conquista iberica delle Filippine, mai del tutto completata per la fortissima resistenza dei Moros musulmani a Mindanao e nelle Isole Sulu, aveva avuto fin dall'inizio un carattere spiccatamente religioso. La forzata e rapidissima cristianizzazione degli indigeni ad opera di un esercito di frati agostiniani, domenicani, francescani, gesuiti e recolletti produsse una situazione di diretta dipendenza del potere politico da quello religioso. E questo anomalo processo storico fu aggravato dal fatto che la ripartizione delle terre e dei lavoratori indigeni nel sistema tradizionale delle encomiendas, avvantaggiò assai più gli ordini religiosi che non privati cittadini spagnoli. Una volta assommato nelle proprie mani sia il potere spirituale che quello economico, il clero divenne il vero arbitro del sistema coloniale. Il vescovo di Manila esercitava de facto un potere equivalente, se non addirittura superiore, a quello del governatore generale; e la prova ne è che, ogni qual volta quest'ultimo si trovò in conflitto col vescovo finì per soccombere, pur disponendo teoricamente del potere politico-militare. In un caso, nel 1719, si arrivò al punto che il governatore fu ucciso in un tumulto di piazza sobillato e guidato dai frati, perché aveva fatto arrestare il vescovo a causa di una sua grave insubordinazione. All'interno del clero, poi, lo strapotere dei frati finì per provocare una serie di attriti fra questi e l'autorità dello stesso vescovo, al quale arrivarono a negare il diritto di visita pastorale nelle missioni e nelle parrocchie loro affidate, che erano la stragrande maggioranza dell'arcipelago. E benchè, in questo caso, l'autorità episcopale potesse avvantaggiarsi sia dell'appoggio del governatore, sia di quello del papa e dello stesso re di Spagna, furono i frati ad uscire sostanzialmente vittoriosi dalla prova di forza. Di conseguenza, il clero regolare riuscì a conquistarsi una tale indipendenza che giunse a costituire un vero stato entro lo stato esercitando il controllo diretto sulla gran massa della popolazione. Nel XVI e XVII secolo questi frati erano, almeno, animati da un forte zelo missionario: non di rado essi svolsero un ruolo benefico nei confronti degli indigeni, difendendoli dalla rapacità del potere politico. Ma la situazione nel XIX secolo era, ormai, del tutto diversa. Considerato nel suo complesso, il clero regolare spagnolo dava una penosa impressione di avidità, oscurantismo e corruzione. Peggio ancora, esso deliberatamente non fece mai nulla per promuovere la formazione di un clero indigeno. Fin verso il 1850 erano pochissime le parrocchie rette da preti filippini, e se il loro livello di preparazione rimase a lungo molto basso, la colpa era della politica ecclesiastica spagnola che aveva avuto di mira unicamente la perpetuazione del proprio monopolio spirituale. Tale atteggiamento del clero spagnolo fu giustamente sentito dagli indigeni come una vera e propria forma di discriminazione razziale. Di conseguenza, quando - negli ultimi decenni dell'Ottocento - il numero dei preti filippini aumentò, essi costituirono un gruppo ideologicamente cosciente e compatto nel proprio risentimento antispagnolo. Dal punto di vista economico, le Filippine furono le vittime del disastroso sommarsi dei peggiori aspetti del colonialismo spagnolo. I conquistatori non introdussero una vera classe di proprietari terrieri, come in Messico e nel Perù; i conquistadores delle Filippine erano i rifiuti della corrispondente classe americana, sia moralmente che materialmente del tutto incapaci di assumere il controllo dell'economia. Il loro ruolo fu quindi assunto, come si è detto, dagli ordini religiosi. Quanto agli indigeni, essi furono ripartiti tra le encomiendas e privati di ogni forma di partecipazione all'amministrazione civile. Solo a livello di villaggio la Spagna si servì dei cacicchi quali intermediari fra i governatori bianchi e la massa della popolazione. Ma i cacicchi, prima della conquista spagnola, erano stati unicamente dei capi-villaggio senza particolari privilegi economici; la Spagna ne fece una classe di proprietari terrieri indigeni, a spese delle terre delle comunità rurali; una classe che, naturalmente era legata a doppio filo al potere coloniale. E poiché essi e i loro familiari erano i soli indigeni che avessero la prospettiva di accedere a una formazione culturale di tipo europeo, da qui ebbe origine la secolare divisione tra la massa del popolo filippino e le sue élites intellettuali. Le condizioni materiali di vita degli indigeni furono costantemente gravose sotto il regime coloniale. Nelle piantagioni, essi conducevano una esistenza miserabile, costretti a cedere metà del raccolto ai latifondisti e a versar loro anche gran parte dell'altra metà, per pagare i debiti contratti con l'acquisto di sementi e attrezzi agricoli. La Spagna non fece assolutamente nulla per promuovere un razionale sfuttamento del suolo, che andasse al di là di una economia di puro sfruttamento estensivo: essa si limitò, nella prima fase, a vivere di rendita sulla spoliazione dell'aristocrazia locale; e, in seguito, delegò la gestione della terra agli ordini religiosi, ai caicchi e ai pochi encomienderos creoli. Sino alla fine del XIX secolo - tanto durò il dominio politico spagnolo - solo una modesta percentuale delle terre arabili dell'arcipelago era stata messa a coltura, e anche questa percentuale trascinava una vita stentata, basata su sistemi quanto mai rudimentali. L'unica maniera di controbilanciare la stagnazione dell'economia causata dall'arretratezza agricola, sarebbe stata quella di far leva sul commercio, dando impulso agli scambi con la Cina e con le Indie Orientali olandesi; ma, anche qui, il colonialismo spagnolo diede prova di una straordinaria miopia. Per circa due secoli e mezzo, il commercio delle Filippine fu aggiogato al carro degli interessi messicani, e dirottato dai suoi naturali mercati estremo-orientali. Ma poiché perfino questo commercio transpacifico fra Acapulco e Manila (essenzialmente seta e spezie contro oro e argento) ledeva il monopolio metropolitano, esso dal 1593 fu limitato a uno o due soli galeoni annuali. E tutto il commercio al minuto fu lasciato nelle mani dei Cinesi, che nell'arcipelago finirono per diventare i soli detentori di ogni attività commerciale, impedendo la formazione di una piccola e media borghesia indigena. Gli Spagnoli disprezzavano i Cinesi di tutto cuore, ma trovavano conveniente lasciar loro il ruolo di agenti del piccolo commercio; salvo poi incanalare gli scoppi ricorrenti di furore degli indigeni contro di essi nei soliti pogrom, più o meno come facevano le autorità zariste con la piccola borghesia ebraica in Russia e in Polonia, nella stessa epoca. Una tale valvola di sfogo del frustrato sentimento nazionale era quanto mai necessaria per mantenere almeno il controllo dei centri commerciali, giacchè nelle campagne, e specialmente nelle isole più periferiche, il dominio della Spagna non fu mai saldo. All'esterno era minacciato dalle scorrerie dei pirati Moros che conducevano una vera guerra santa anticristiana; all'interno, da innumerevoli rivolte agrarie, tutte però a carattere locale e scarsamente coscienti sul piano politico, sicché poterono esser domate ogni volta senza eccessivo sforzo. È del resto significativo il fatto che la Spagna - a differenza, ad esempio, di quanto dovette fare a Cuba nella seconda metà dell'800 - non ebbe mai bisogno di tenere consistenti forze armate nelle Filippine. A mantenere l'ordine bastavano le milizie indigene. In questo caso la geografia e le composizione etnica frammenate dell'arcipelago, che non avevano mai favorito il sorgere di un sentimento nazionale unitario, giocarono un ruolo decisivo a vantaggio dei dominatori. Quanto ai pirati musulmani e agli altri predoni europei, Inglesi e Olandesi, essi erano tenuti in rispetto dalla flotta. Ai primi dell'800, e specialmente dopo il crollo dell'impero spagnolo nelle Americhe, finalmente le autorità di Madrid si convinsero a riportare il commercio delle Filippine nella sua rotta naturale, quella diretta in Spagna per la via del Capo di Buona Speranza. Però questi tentativi non godettero mai di un sufficiente incentivo finanziario, e una Compagnia commerciale per le Filippine, creata in Spagna con la diretta partecipazione del sovrano, finì per fare bancarotta. A quel punto furono le nazioni economicamente più progredite, e specialmente la Gran Bretagna, ad avvantaggiarsi della fine del monopolio commerciale imposto alle isole dalla Spagna per circa tre secoli. Manila divenne un ottimo centro di affari per gli agenti commerciali inglesi, americani e tedeschi e, per la prima volta, l'aristocrazia indigena sorta dal cacicchismo - che qui svolgeva il ruolo politico-culturale della inesistente borghesia indigena - venne a contatto con le idee occidentali di democrazia e libertà. Quando, poi, la situazione politica interna della Spagna , fra il 1868 e il 1870, conobbe una breve parentesi di liberalismo, le isole conobbero un significativo rafforzamento della coscienza nazionale, cui pose termine la brusca reazione del 1871. Tuttavia in quella breve stagione le Filippine avevano vissuto l'esperienza di un governatore generale come De La Torre; e tale esperienza non venne più dimenticata, nonostante i processi e le fucilazioni che accompagnarono la restaurazione di un dominio coloniale di vecchio stampo. La presa di coscienza anti-coloniale era obiettivamente favorita da una circostanza, una delle pochissime e forse l'unica veramente positiva che si dovesse alla dominazione spagnola: l'esistenza di un sistema scolastico relativamente sviluppato, il migliore che - alla fine dell'ottocento - esistesse in qualunque altra colonia europea dell'Asia orientale. Dal 1611 Manila ospitava la prima università dell'Estremo Oriente - quella di San Tomàs, fondata dai padri domenicani; e nel corso del XIX secolo la Spagna compì, effettivamente, un grosso sforzo per diffondere l'istruzione pubblica nell'arcipelago. Il risultato fu che, a partire dal 1870 circa, le Filippine erano il solo paese dell'Asia ove una aliquota considerevole della popolazione indigena riceveva una istruzione primaria e dove non solo i figli, ma anche le figlie (novità assoluta) dei benestanti potevano condurre gli studi superiori e universitari con una frequenza notevole. Ciononostante, molti giovani filippini preferivano recarsi, dopo i corsi superiori, a frequentare l'università in Europa, non di rado nella stessa Spagna. Colà essi vennero a contatto in maniera diretta, cosa mai accaduta in passato, con le fonti stesse della cultura democratica dell'Ottocento, dando così un ulteriore impulso al nascente nazionalismo filippino. Nel panorama culturale dell'arcipelago si formò pertanto il fenomeno degli ilustrados, ossia degli intellettuali che provenivano dalla ristretta élite indigena, avevano una conoscenza solo indiretta delle esigenze sociali della gran massa dei loro compatrioti, e nutrivano un complesso rapporto di amore-odio verso la Spagna, vista alternativamente come la madrepatria che aveva permesso la loro crescita economica e culturale, o come la matrigna che non sapeva più che farsene di questi suoi figli divenuti troppo emancipati e indipendenti, e perciò politicamente sospetti. Se, però, erano malvisti dalla Spagna, gli ilustrados per la stessa natura della intellighenzia filippina non costituivano un gruppo omogeneo, e le loro vedute politiche a proposito della emancipazione nazionale risentivano di una certa confusione. Alcuni di essi sostenevano la necessità di riforme amministrative, accompagnate da una più stretta unione con la Spagna, di cui le Filippine avrebbero dovuto diventare una provincia, come quelle metropolitane. Erano piuttosto pochi quelli che, invece, avevano già chiara l'impossibilità di un riscatto economico e sociale senza passare attraverso il nodo cruciale di una rottura definitiva con l'antica madrepatria. La punta di diamante del movimento degli ilustrados era costituita da alcuni intellettuali - tra i quali Rizal e Marcelo del Pilar erano dei più attivi - che formavano il cosiddetto "movimento di propaganda". Sia Rizal che del Pilar erano scrittori e servivano la causa del riscatto filippino essenzialmente con la loro attività di pubblicisti e romanzieri. Il fatto che del Pilar scrivesse in lingua tagalog, una delle principali dell'arcipelago, assurta oggi a lingua nazionale, mentre Rizal adoperava lo spagnolo, è già un indicatore significativo della loro diversità ideologica e del loro differente grado di coscientizzazione politico-culturale. Colui che sarebbe diventato il simbolo della rinascita nazionale filippina, José Protasio Rizal, nacque il 19 giugno 1861 a Calamba, nell'isola di Luzon e non lontano dalla capitale Manila, da una famiglia di proprietari terrieri. Nelle sue vene scorreva sangue spagnolo, cinese e filippino. Suo padre era un facoltoso piantatore di canna da zucchero e sua madre, Teodora Alonso, era una delle donne più colte di tutto l'arcipelago. Pare che ella abbia esercitato un influsso preponderante sugli orientamenti culturali del figlio e sulla sua precoce inclinazione per le manifestazioni artistiche. All'inizio del 1872, concluso l'esperimento liberale del governatore De La Torre, le autorità diedero un nuovo giro di vite, ripristinarono la censura sulla stampa e mandarono alla garrota, fra l'altro, tre sacerdoti filippini, sotto l'imputazione di aver partecipato a un complotto rivoluzionario. L'accusa era totalmente infondata e uno storico moderno ha definito l'esecuzione di quei tre religiosi "un assassinio giudiziario", tanto più odioso in quanto era evidente che si era voluto colpire in essi la libertà di opinione e di parola, e cioè le loro simpatie liberali. José Rizal non aveva ancora compiuto undici anni: tale fu il clima politico nel quale crebbe affacciandosi alla giovinezza. A Manila frequentò l'Ateneo e poi l'Università di san Tomàs, e intanto diede i primi saggi della sua inclinazione artistica, scrivendo poesie e modellando sculture. Nel 1882 partì per la Spagna per proseguire i suoi studi, e all'Università di Madrid seguì corsi di medicina e arti liberali, confermando le doti brillanti della sua intelligenza e l'eclettismo dei suoi interessi culturali. Fu a quell'epoca che si mise in evidenza come il più attivo nel piccolo gruppo degli studenti filippini residenti in Spagna, veso il quale i compagni guardavano come al loro capo naturale. Con giovanile entusiasmo non si peritava di sostenere la causa dell'emancipazione della sua patria, emancipazione che doveva essere al tempo stesso sociale e culturale. Non parlava di indipendenza politica e non ne parlò mai nemmeno in seguito. La Spagna avrebbe dato prova di saggezza se avesse ascoltato la voce del nazionalismo filippino moderato, con il quale esistevano dei reali punti di convergenza. Invece, come a suo tempo il duca d'Alba nei confronti di Egmont e di Horn, essa non seppe cogliere questa sua ultima occasione e preferì imboccare la strada della repressione più ottusa. Conseguita la laurea in medicina, Rizal lasciò Madrid ma non fece ritorno, per il momento, nelle Filippine, dedicandosi invece a una lunga serie di viaggi di studio attraverso l'Europa. Seguì corsi di medicina alle università di Parigi e di Heidelberg, e contemporaneamente frequentò corsi di filosofia e di etnologia. In tal modo ampliò i suoi orizzonti al punto che, in quegli anni, benchè fosse appena venticinquenne, era probabilmente uno dei più colti, se non il più colto, dei suoi connazionali. Il successo letterario venne, come si è detto, nel 1887, con la pubblicazione - in Germania - di Noli me tangere; e fu un successo di scandalo. In quel libro Rizal non prendeva di mira tanto la Spagna, quanto l'opera nefasta svolta dagli ordini religiosi e specialmente da agostiniani, francescani e domenicani. Fedele al suo punto di vista iniziale - una fedeltà che avrebbe pagato a caro prezzo - era tuttavia convinto che il governo spagnolo sarebbe stato ancora capace di una riforma amministrativa e sociale. Ma prima, secondo lui, era necessario estromettere i frati dalle Filippine, o almeno privarli delle basi economiche del loro strapotere. Erano loro i peggiori nemici del popolo filippino: e questa tesi venne ribadita nel 1891 dal secondo romanzo, El filibusterismo. Fu a quell'epoca, se non prima, che il governo di Madrid segnò sul proprio libro nero il nome del giovane medico, un po' romantico e idealista, come quello di un pericoloso sovversivo. Così, quando Rizal concluse il suo giro per le università europee e tornò a Manila - siamo ancora nel 1887-, pur non subendo un provvedimento ufficiale di esilio si accorse che l'unica maniera per evitare ritorsioni contro la sua famiglia era quella di lasciare definitivamente le Filippine. Allora decise di ritornare in Europa. Per parecchi anni scrisse una gran quantità di articoli per il giornale ufficiale del nazionalismo filippino, La solidaridad (La solidarietà), fondato a Barcellona da Lopez Jaena e poi trasferitosi a Madrid. Nel 1895 il giornale cessò per sempre le sue pubblicazioni, non per l'intervento della polizia spagnola ma per mancanza di fondi. È possibile che a tale sorte abbia contribuito il suo programma moderato, tuttavia il fatto che esso venne stampato pubblicamente per sei anni proprio in Spagna, dimostra la buona fede del "gruppo di propaganda" e il suo sincero desiderio di una riforma di governo che vedesse lealmente collaborare le autorità spagnole e gli intellettuali filippini. L'utopismo di questa impostazione derivava dal fatto che, sin dal tempo delle sua affermazione nelle Filippine, il potere politico spagnolo si era sostenuto a vicenda con quello religioso e che scalzare quest'ultimo era adesso difficile, non solo perché aveva messo profonde radici ma anche perché ciò avrebbe provocato un fatale indebolimento dello stesso potere politico. La loro sorte era così strettamente legata che essi dovevano mantenersi insieme, o insieme perire. Dalle colonne de La Solidaridad, con tenacia e coraggio, Rizal sostenne questo impossibile programma politico fino al 1892, allorché lasciò nuovamente l'Europa. Bisogna comunque riconoscergli il merito di aver fatto molto per fornire una base ideologica e politica, ma soprattutto culturale, al nascente Risorgimento filippino. Tra l'altro, nel 1890 commentò e fece pubblicare l'opera di Antonio Morgas, Sucesos de las Islas Filipinas, nella quale si ricordava la peculiarità e la ricchezza della storia filippina, prima della conquista ad opera degli Spagnoli. Ciò equivaleva a un preciso programma ideologico: favorire la riappropriazione della propria storia e della propria cultura da parte del popolo filippino, dopo il plurisecolare sforzo dei frati per cancellarne anche il solo ricordo. Ma poiché operava in un ambito strettamente culturale, e per di più lontano dalla sua patria, Rizal non ebbe una grande influenza sulla formazione della coscienza nazionale tra le masse agricole ignoranti e malnutrite; questo ruolo gli toccò in sorte dopo la morte, quando la sua figura divenne il simbolo del riscatto nazionale - come quella di José Martì per l'isola di Cuba; o, se si vuole, come quella di Mazzini per l'Italia. Ma ciò sarebbe avvenuto non senza una fondamentale ambiguità, poiché trasformare in simbolo dell'indipendenza un uomo che non aveva mai parlato di indipendenza, tradisce una strumentalizzazione politica troppo scoperta. L'opera più importante svolta da Rizal in vita non fu tanto direttamente indirizzata verso la sua patria, bensì nell'eco che seppe suscitare sulla questione filippina presso l'opinione pubblica internazionale. Da questo punto di vista nessuno altro Filippino giovò quanto lui alla causa nazionale: né letterati come Jaena e del Pilar, né politici come Aguinaldo e Bonifacio. È probabile che la scelta di abbandonare il tagalog, per scrivere i suoi libri e i suoi articoli in spagnolo - una lingua a diffusione mondiale - abbia risposto, in Rizal, a un ben preciso calcolo di natura politica, e non solamente al moderatismo delle sue posizioni, alieno da una rottura definitiva con la madrepatria iberica. Nel 1892 la sua attività di scrittore e di propagandista, in Europa, fu bruscamente troncata dalla notizia che in patria la situazione era precipitata. La tenuta paterna di Calamba era stata espropriata a vantaggio dei domenicani; e suo padre e le sue sorelle - ai quali, come si è visto, era molto legato - erano stati cacciati di casa. Con la generosità propria del suo carattere, sia per rendersi conto di persona della situazione, sia per placare, eventualmente, il governo spagnolo attirando su di sé le rappresaglie, immediatamente s’imbarcò per le Filippine e fece ritorno a Manila. Quasi appena arrivato, si gettò nuovamente nell'attività politica e fondò la Liga Filipina, un'effimera associazione che non sopravvisse alla sua morte e i cui metodi di lotta erano rigorosamente pacifici. I punti cardinali del suo programma erano l'equiparazione delle Filippine alle altre province spagnole, l'eguaglianza giuridica di Filippini e Spagnoli, la libertà di stampa e di associazione e, soprattutto, la sostituzione del clero regolare spagnolo con il clero secolare indigeno nelle parrocchie. Tanto fu sufficiente perché le autorità lo facessero arrestare appena pochi giorni dopo, e mandare al confino a Dapitan, nella lontana isola di Mindanao. Rizal trascorse a Mindanao quasi tutta la restante parte della sua vita. In quei quattro anni scarsi ebbe ancora il tempo di fondare una scuola, un ospedale e di proseguire con passione le sue ricerche mediche. Nel luglio 1896 i capi di una organizzazione segreta sorta nel frattempo, con un programma bren più radicale, il Katipunan, trovarono il modo di entrare in contatto con lui per chiedergli consiglio. Ciò dimostra il prestigio che Rizal si era ormai acquistato anche presso uomini che, come Andrés Bonifacio, principale animatore del Katipunan, non credevano alle riforme ma pensavano apertamente alla lotta armata. Rizal, comunque, rispose - in linea con tutto il suo pensiero politico - che i tempi non gli sembravano maturi per passare a una rivoluzione; che il popolo non era pronto; e che bisognava, casomai, lavorare ancora per parecchi anni, onde preparare il terreno a un'azione che avesse delle prospettive di successo. Questo fu l'ultimo contributo che Rizal dette, in vita, al processo di emancipazione della sua patria. Un mese dopo, per prevenire le autorità spagnole che erano venute in possesso dei piani insurrezionali, il Katipunan lanciò l'attacco. La rivoluzione dilagò da un'isola all'altra, e scosse dalle fondamenta, come mai era accaduto in passato, il dominio coloniale in tutto l'arcipelago. Nel frattempo Rizal aveva fatto domanda alle autorità per potersi imbarcare e raggiungere, via Spagna, l'isola di Cuba. Il suo scopo non era certamente quello di unirsi all'esercito spagnolo, colà impegnato per domare la rivolta dei guerriglieri indipendentisti, come un qualsiasi mercenario - come pure è stato scritto. Piuttosto, pare che egli intendesse prestare la sua qualificata esperienza di medico e di studioso per combattere la micidiale epidemia di febbre gialla, che infuriava a Cuba in quel momento. Il permesso di partire gli venne accordato, ma, nel frattempo, lo scoppio della rivoluzione nelle Filippine aveva deciso il suo destino. Così, quando arrivò in Spagna, non solo non ebbe l'autorizzazione a proseguire per l'isola di Cuba, ma fu arrestato a Barcellona sotto l'accusa di cospirazione rivoluzionaria e rinviato, come prigioniero, a Manila. Il processo a suo carico sotto la grave accusa di alto tradimento fu istruito nella capitale filippina e si tenne per via direttissima. Nelle colonie spagnole, dove il corso della giustizia era tradizionalmente di una lentezza esasperante, questa volta non si volle perder tempo. Così, si giunse alla sentenza a tempo di record, entro la fine dell'anno. Come nel caso dei tre sacerdoti nel 1872, la condanna a morte di Rizal si configurò né più né meno che come un deliberato assassinio giudiziario. Non vi erano prove che egli avesse avuto la benché minima parte nella preparazione della rivolta, per la buona ragione che non aveva commesso il fatto. Non faceva nemmeno parte del Katipunan e non ne condivideva gli obiettivi né la strategia. Ma il potere coloniale, messo alle strette dall'insurrezione popolare come mai era accaduto negli oltre trecento anni del suo dominio sulle Filippine, voleva dare a ogni costo un monito di tipo terroristico. Scelse come vittima, per darlo, la persona forse meno adatta, e credette politica intelligente trattare un riformatore moderato come un pericolosissimo rivoluzionario. Fu un errore grossolano, perché nessuno meglio del pacifista Rizal si prestava a impersonare il ruolo di martire della libertà filippina. Inoltre, con la stolida brutalità di cui diede prova, il regime coloniale convinse anche i nazionalisti più moderati che l'unica maniera di risolvere il problema filippino era quella di far ricorso alle armi. La Spagna è sempre stata propensa ad accusare le sue ex colonie di "ingratitudine", manifestando una singolare incomprensione dei motivi della loro lotta per l'indipendenza. Di una tale "ingratitudine" parla anche un'iscrizione ai piedi della statua di Cristoforo Colombo a Siviglia, prova tangibile del fatto che la Spagna non ha mai potuto comprendere come i suoi vecchi sudditi d'oltremare, beneficati dei doni preziosi del cristianesimo e della "civiltà", siano stati capaci di mostrarsi tanto disconoscenti da respingere il suo "materno" abbraccio. La realtà è che la Spagna, nella sua politica coloniale, manifestò la stessa gretta testardaggine che l'aveva indotta a dissanguarsi nella crociata antiprotestante in Europa, nel XVI e XVII secolo, senza mai un lampo di ravvedimento; e che, alla fine del XIX, era troppo decrepita e debole per non considerare con terrore anche i più ragionevoli appelli riformisti da parte delle sue ultime colonie - le Filippine, Cuba e Portorico (quelle africane essendo troppo arretrate, sotto ogni aspetto, per aver elaborato un processo analogo). In un certo senso, stroncando con violenza dissennata l'ala moderata del nazionalismo filippino, si può dire che essa gettò con le proprie mani il grosso della popolazione nelle braccia dei rivoluzionari. José Rizal affrontò il plotone d'esecuzione, a Manila, il 30 dicembre 1896, all'età di trentacinque anni. La vigilia della fine, rinchiuso nella fortezza di Santiago, aveva scritto il suo testamento spirituale affidandolo ai versi di Ultimo adiós, capolavoro assoluto della poesia in lingua spagnola. Da quel momento il suo nome divenne il grido di battaglia della rivoluzione filippina; e ancor oggi, nelle scuole di quel paese, si insegna alla gioventù a salutare in lui il precursore dell'indipendenza nazionale. Un grandioso monumento commemorativo, con la sua statua, è vigilato in permanenza da una sentinella armata. Rizal era un intellettuale romantico e un riformista di tipo ottocentesco, e non lasciò alcuna precisa eredità politica. Nel corso del 1897, pressato dalla violenza delle repressione militare spagnola, il Katipunan si spezzò. Il suo vecchio leader, Andrés Bonifacio, che era un uomo del popolo dalle umili origini che, con sacrificio personale, si era fatto una vasta cultura, fu messo in minoranza da Emilio Aguinaldo, che aveva maggiori doti militari ma che era un rappresentante del cacicchismo, ossia degli interessi dell'aristocrazia fondiaria indigena. Aguinaldo venne riconosciuto, nel marzo, presidente della Repubblica delle Filippine e, qualche tempo dopo, si sbarazzò di Bonifacio mandandolo davanti al plotone d'esecuzione, reo di aver tentato di resistergli. Da quel momento fu chiaro che l'obiettivo dell'indipendenza, se anche fosse stato raggiunto, inevitabilmente sarebbe stato svuotato di ogni serio obiettivo di riforma sociale. L'eliminazione fisica di Bonifacio, sostenitore della necessità di espropriare i latifondi a favore delle masse rurali, era del resto il naturale punto d'arrivo di un secolare processo di estraniamento reciproco fra elites indigene economiche e intellettuali e la grande maggioranza della popolazione, costretta a lavorare nella miseria e in condizioni giuridiche semi-servili. Verso la fine del 1897 le autorità spagnole avevano spento gli ultimi focolai di rivolta e costretto Aguinaldo e i suoi amici a rifugiarsi ad Hong Komg. Da lì, dapprima Aguinaldo tentò di intavolare delle ambigue trattative con il potere coloniale spagnolo, riuscendo ad ottenere denaro per acquistare armi, in cambio di vaghe promesse non mantenute. In un secondo momento, Aguinaldo entrò in contatto col commodoro statunitense Dewey, comandante della squadra navale americana dell'Estremo Oriente. Così, quando - nel 1898 - scoppiò la guerra ispano-americana, egli fu svelto a cogliere l'occasione e rientrò nelle Filippine con l'aiuto di Dewey, riaccendendo il fuoco sopito dell'insurrezione. Il resto è storia nota. L'alleanza americana non era che il preludio al passaggio delle Filippine sotto una nuova dominazione coloniale. Una volta sconfitta la Spagna, gli Stati Uniti si rimangiarono senza rimorsi tutte le promesse e riuscirono perfino a impedire che i patrioti, dopo aver liberato praticamente tutto l'arcipelago, entrassero nella capitale. In tal modo le Filippine passarono dalla Spagna agli Stati Uniti contro il pagamento di 20 milioni di dollari, e addirittura 70.000 marines furono mandati per ridurre Aguinaldo alla ragione. Vi riuscirono, dopo una sanguinosa guerriglia durata circa tre anni, nel 1901. A proposito della coerenza etico-politica dell’ex “presidente” filippino basterà dire che, dopo essere stato liberato dagli Americani in seguito al suo giuramento di fedeltà ai nuovi padroni, durante l’occupazione giapponese del 1941-44 passò al servizio di Tokyo, collaborando con gli invasori. Catturato di nuovo dagli Americani nel 1945, di nuovo fu perdonato e, nel 1950, entrò a far parte del governo delle Filippine indipendenti, in seno al quale si adoperò per il ristabilimento di buone relazioni con gli Stati Uniti. Le Filippine sono ancor oggi una pedina nel gioco del neocolonialismo americano, governate o meglio sgovernate per circa vent’anni da un erede della tradizione cacicca, Ferdinand Marcos. La sua brutale dittatura ha eliminato fisicamente, nell’agosto del 1983, il capo dell’opposizione Benigno Aquino, uomo integro e amatissimo, più o meno come Aguinaldo aveva fatto eliminare, a suo tempo, Andrés Bonifacio. Il riscatto politico e sociale delle masse filippine non è mai avvenuto, neanche dopo la fine della truce e corrotta dittatura di Marcos e di sua moglie Imelda e il ritorno alla democrazia con la vedova di Aquino, Cory; e alla miseria dei contadini si è aggiunta quella del proletariato urbano, creato a ritmo vertiginoso dall’americanizzazione della società filippina. Manila continua ad essere, ancor oggi, probabilmente la città più corrotta dell’Asia (come l’Avana lo era dei Caraibi al tempo della dittatura di Fulgencio Batista), ove fioriscono le mafie più arroganti e si fa commercio dei vizi più turpi. Né la fama di corruzione risparmia lo stesso governo filippino. Milioni di dollari di “aiuti” americani sono finiti sfacciatamente nelle tasche di ministri e generali. E sulle montagne di Luzon ha imperversato a lungo la guerriglia organizzata dal Kuk, il movimento comunista locale, che ha goduto di un discreto seguito fra le popoplazioni rurali. A ciò si aggiunga la guerriglia, ora molto più cruenta e pericolosa, scatenata dagli indipendentisti islamici nel Sud dell’arcipelago a partire dal 1971, che ha conosciuto momenti di estrema violenza e che sembra ben lontana dall’essere domata. Si calcola che essa sia costata, fino a questo momento, non meno di 150.000 morti. Certamente non era questo il futuro che aveva sognato per la sua patria l’idealista José Rizal.

domenica 2 ottobre 2022

Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 2 ottobre.
Il 2 ottobre 1935 le truppe italiane invadono l'Etiopia e danno inizio alla guerra.
La politica coloniale dell'Italia aveva ripreso slancio negli anni Venti, trovando una sua coerente giustificazione nell'ideologia fascista. Subito dopo l'avvento di Mussolini, la presenza italiana in Libia fu consolidata: fu ampliata l'occupazione della Tripolitania settentrionale (1923-1925) e della Tripolitania meridionale, mentre una dura repressione fu avviata in Cirenaica, guidata con successo dal generale Graziani.
Tra il 1923 ed il 1928 fu inoltre completata la conquista della Somalia, fino a quel momento limitata alla parte centrale del Paese.
In Etiopia, invece, il fascismo non ritenne, in questa prima fase, di modificare la situazione. Anzi, nel 1928 Italia ed Etiopia stipularono un patto di amicizia ed una convenzione stradale.
La decisione di intraprendere una campagna militare in Etiopia iniziò a maturare a partire dal 1930.
Il pretesto per l'avvio delle operazioni militari, i cui piani erano stati preparati già da tempo, fu offerto il 5 dicembre 1934 da un incidente presso la località di Ual-Ual, lungo la frontiera somala. L'imperatore d'Etiopia, Hailè Selassiè, preoccupato dai progetti italiani, si rivolse alla Società delle Nazioni, di cui il suo Paese era membro dal 1923. Ma Inghilterra e Francia, che non volevano alienarsi l'appoggio di Mussolini nel nuovo scenario politico d'Europa, impedirono di fatto che l'azione italiana fosse ostacolata. Solo in un secondo tempo, quando l'opinione pubblica internazionale iniziò a mobilitarsi contro la violenta aggressione dell'Italia, la Società delle Nazioni approvò una serie di sanzioni economiche contro l'Italia (ottobre 1935).
Il 2 ottobre 1935, in un famoso discorso pubblicato il giorno successivo su tutti i giornali italiani, Mussolini annunciò l'inizio di una guerra provocata senza alcuna causa plausibile, rispolverando come giustificazione la bruciante sconfitta subita dall'Italia alla fine del secolo precedente:
«Con l'Etiopia abbiamo pazientato quaranta anni! Ora basta!»
L'esito della guerra era facilmente immaginabile considerato l'enorme dispiegamento di mezzi disposto dall'Italia.
Le truppe italiane invasero l'Etiopia dall'Eritrea, occupando in breve tempo Adua, Axum, Adigrat, Macallè.
A metà novembre la direzione delle operazioni fu affidata al generale Pietro Badoglio, che, dopo aver affrontato la controffensiva etiopica, entrò ad Addis Abeba il 5 maggio 1936.
Il 9 maggio 1936 Mussolini poté proclamare la costituzione dell'Impero italiano di Etiopia, attribuendone la corona al Re d'Italia Vittorio Emanuele III.
Sono derivate molte canzoni dalla Guerra etiope: tra questa la più famosa è certamente Faccetta nera, cantata anche in dialetto romanesco, tedesco, inglese e francese.
Si ricordano anche Topolino va in Abissinia, Povero Selassiè, O morettina, Noi tireremo dritto, In Africa si va, Adua, Stornelli neri e L'ha detto Mussolini.
La Germania, aiutando segretamente l'Italia in questa impresa, si era avvicinata al nostro Paese ed insieme iniziarono a rappresentare un pericolo per la pace nel mondo. Mussolini prese accordi con la Germania anche in occasione della guerra civile scoppiata in Spagna nel 1936, inviando al capo delle "falangi" nazionaliste Francisco Franco, armi e volontari. Contemporaneamente, il ministro degli esteri Ciano, firmava con la Germania la convenzione denominata Asse Roma- Berlino, che rappresentava un'intesa politica e militare tra i due Paesi. Nel 1939, l'Asse venne rafforzato con il Patto D'Acciaio, con il quale Italia e Germania si appoggiavano a vicenda nel caso in cui una delle due si trovasse ad entrare in un conflitto. Nel trattato non si specificava se riguardava una guerra offensiva o aggressiva, perciò l'Italia si impegnava ad accettare qualsiasi decisione tedesca perdendo di fatto ogni autonomia politica. Hitler si proclamò Führer della Germania, nel 1933, e cominciò immediatamente una politica di forza. Nel 1938, l'Austria fu annessa alla Germania e, nello stesso anno, la stessa sorte toccò al territorio dei Sudeti. Nel 1939, attuò la spartizione della Cecoslovacchia, che fu divisa in due Stati dipendenti dalla Germania. Non soddisfatto, Hitler chiese alla Polonia la restituzione di Danzica, con la minaccia di una guerra. Quindi Inghilterra e Francia stipularono con la Polonia un'alleanza, per aiutare la Polonia in caso di guerra. La Russia, nel frattempo, trattava segretamente con la Germania giungendo ad un accordo russo-tedesco, dopo il quale la Germania invase la Polonia. Era l'inizio della seconda guerra mondiale.

sabato 27 agosto 2022

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 27 agosto.
Il 27 agosto 1896 fu combattuta, tra Inghilterra e Zanzibar, la guerra più breve della storia, durata meno di 40 minuti.
Nel 1890 Zanzibar diventava un protettorato britannico, con a capo dal 1893 il sultano Hamad Bin Thuwaini, che regnava sotto lo stretto controllo delle autorità coloniali inglesi.
Il sultano però moriva solo tre anni dopo, il 25 agosto del 1896, e in brevissimo tempo venne organizzato dall’impero coloniale tedesco (che mirava a occupare Zanzibar) un colpo di Stato, facendo salire al trono il loro candidato Khalid Bin Bargash. L’Impero britannico allora impose a questi di abdicare in favore del proprio designato, concedendo un ultimatum di 9 ore.
Bargash rifiutò l’imposizione inglese e dichiarò guerra.
Gli Zanzibariani si prepararono a difendere il palazzo del sultano con tutto ciò di cui disponevano: 2.800 uomini, un vecchio e scalcinato veliero da guerra e un cannonaccio di bronzo che non sparava da due secoli e mezzo.
Alle 9 del mattino del 27 agosto gli inglesi si presentarono con sole 5 navi da guerra al porto di Zanzibar, su cui si affacciava il palazzo. Un paio di colpi e il veliero-catapecchia fu affondato. Mezz’ ora di bombardamento al palazzo e gli Zanzibariani fuggivano impauriti da tutte le parti, mentre Bargash chiedeva asilo politico al consolato tedesco. Fu catturato poco tempo dopo.
Secondo alcune fonti la guerra durò 36 minuti.
Ripreso il controllo, le autorità britanniche pretesero addirittura dal governo di Zanzibar il rimborso delle cannonate usate quel giorno.

sabato 2 ottobre 2021

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 2 ottobre.
Il 2 ottobre 1869 nasce Mohandas Gandhi.
Mohandas Karamchard Gandhi, detto il Mahatma (in sanscrito significa Grande Anima, soprannome datogli dal poeta indiano R. Tagore), è il fondatore della nonviolenza e il padre dell'indipendenza indiana.
Il nome Gandhi in lingua indiana significa 'droghiere': la sua famiglia dovette esercitare per un breve periodo un piccolo commercio di spezie.
Nato il 2 ottobre 1869 a Portbandar in India, dopo aver studiato nelle università di Ahmrdabad e Londra ed essersi laureato in giurisprudenza, esercita brevemente l'avvocatura a Bombay.
Di origini benestanti, nelle ultime generazioni la sua famiglia ricoprì alcune cariche importanti nelle corti del Kathiawar, tanto che il padre Mohandas Kaba Gandhi era stato primo ministro del principe Rajkot. I Gandhi tradizionalmente erano di religione Vaishnava; appartenevano cioè ad una setta Hindù con particolare devozione per Vishnù.
Nel 1893 si reca in Sud Africa con l'incarico di consulente legale per una ditta indiana: vi rimarrà per ventuno anni. Qui si scontra con una realtà terribile, in cui migliaia di immigrati indiani sono vittime della segregazione razziale. L'indignazione per le discriminazioni razziali subite dai suoi connazionali (e da lui stesso) da parte delle autorità britanniche, lo spingono alla lotta politica.
Il Mahatma si batte per il riconoscimento dei diritti dei suoi compatrioti e dal 1906 lancia, a livello di massa, il suo metodo di lotta basato sulla resistenza nonviolenta, denominato anche Satyagraha: una forma di non-collaborazione radicale con il governo britannico, concepita come mezzo di pressione di massa.
Gandhi giunge all'uguaglianza sociale e politica tramite le ribellioni pacifiche e le marce.
Alla fine il governo sudafricano attua importanti riforme a favore dei lavoratori indiani: eliminazione di parte delle vecchie leggi discriminatorie, riconoscimento ai nuovi immigrati della parità dei diritti e validità dei matrimoni religiosi.
Nel 1915 Gandhi torna in India dove circolano già da tempo fermenti di ribellione contro l'arroganza del dominio britannico, in particolare per la nuova legislazione agraria, che prevedeva il sequestro delle terre ai contadini in caso di scarso o mancato raccolto, e per la crisi dell'artigianato.
Diventa il leader del Partito del Congresso, partito che si batte per la liberazione dal colonialismo britannico.
Nel 1919 prende il via la prima grande campagna satyagraha di disobbedienza civile, che prevede il boicottaggio delle merci inglesi e il non-pagamento delle imposte. Il Mahatma subisce un processo ed è arrestato. Viene tenuto in carcere pochi mesi, ma una volta uscito riprende la sua battaglia con altri satyagraha. Nuovamente incarcerato e poi rilasciato, Gandhi partecipa alla Conferenza di Londra sul problema indiano, chiedendo l'indipendenza del suo paese.
Del 1930 è la terza campagna di resistenza. Organizza la marcia del sale: disobbedienza contro la tassa sul sale, la più iniqua perché colpiva soprattutto le classi povere. La campagna si allarga con il boicottaggio dei tessuti provenienti dall'estero. Gli inglesi arrestano Gandhi, sua moglie e altre 50.000 persone. Spesso incarcerato anche negli anni successivi, la "Grande Anima" risponde agli arresti con lunghissimi scioperi della fame (importante è quello che egli intraprende per richiamare l'attenzione sul problema della condizione degli intoccabili, la casta più bassa della società indiana).
All'inizio della Seconda Guerra Mondiale Gandhi decide di non sostenere l'Inghilterra se questa non garantirà all'India l'indipendenza. Il governo britannico reagisce con l'arresto di oltre 60.000 oppositori e dello stesso Mahatma, che è rilasciato dopo due anni.
Il 15 agosto 1947 l'India conquista l'indipendenza. Gandhi vive questo momento con dolore, pregando e digiunando. Il subcontinente indiano è diviso in due stati, India e Pakistan, la cui creazione sancisce la separazione fra indù e musulmani e culmina in una violenta guerra civile che costa, alla fine del 1947, quasi un milione di morti e sei milioni di profughi.
L'atteggiamento moderato di Gandhi sul problema della divisione del paese suscita l'odio di un fanatico indù che lo uccide il 30 gennaio 1948, durante un incontro di preghiera.
Seguendo le volontà di Gandhi, le sue ceneri furono ripartite tra varie urne e disperse nei maggiori fiumi del mondo tra i quali il Nilo, il Tamigi, il Volga e il Gange. Due milioni di indiani assistettero ai funerali, durante i quali la bara del Mahatma fu trasportata su e giù per il Gange per consentire a coloro che stavano sulle sponde di rendergli omaggio.
Il 30 gennaio 2008, in occasione del sessantesimo anniversario della sua morte, sono state versate nel mare davanti a Mumbai le ceneri contenute nell'unica urna non ancora svuotata.

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