Cerca nel web

Visualizzazione post con etichetta Hailè Sellasiè. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Hailè Sellasiè. Mostra tutti i post

giovedì 2 novembre 2023

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 2 novembre.
Il 2 novembre 1930 Hailé Selassié viene incoronato imperatore dell'Etiopia.
L’imperatore d’Etiopia Hailé Selassié è una delle figure più celebri e discusse della recente storia africana. Non è facile dare un giudizio esauriente ed oggettivo.
Tafari Maconnen, questo il suo vero nome, sale al trono imperiale nel 1930 con il nome di Hailé Selassié. Le cronache riportano che tramò la sua ascesa contro il cugino Ligg Jasu allora reggente dopo Menelik II. La congiura era stata ordita con l’accordo di Italia, Francia e Gran Bretagna con la scusa di una non confermata conversione dell’imperatore all’Islam. Dopo un periodo di co-reggenza insieme all’imperatrice Zauditù (figlia di Menelik II) durato fino al 1930, con una sontuosissima incoronazione, Ras Tafari diventa l’Imperatore Hailé Selassié I, duecentoventicinquesimo discendente della dinastia Salomonica. La cerimonia attira centinaia di dignitari da tutto il mondo e segna un momento fondamentale nella storia del movimento rastafariano e di tutti i fenomeni culturali che vanno sotto il nome di etiopismo.
Il neo imperatore, pur mantenendo intatta la struttura feudale di ripartizione del potere attraverso le relazioni con la classe notabile, inizia una nuova stagione di riforme che porteranno il paese a uscire dal secolare isolamento internazionale e dalla medioevale struttura economica. Già prima della sua incoronazione era riuscito a far ammettere l’Etiopia alla Società delle Nazioni nel 1923 come unico paese africano quando ancora i membri erano poco più di venti. L’ammodernamento dello stato così come l’apertura internazionale, rappresentano due solide ed oggettive ragioni di merito: sebbene Tafari fosse molto giovane (diventa imperatore a 38 anni, ma come abbiamo visto già a 22 è reggente), aveva capito l’importanza di un riconoscimento internazionale ufficiale dopo quello implicito della vittoria di Adua sulle truppe italiane che dall’Eritrea avevano tentato l’invasione nel 1898.
Dal 1923 in avanti saranno decine i viaggi compiuti in tutto il mondo. Su invito dei vari governi Ras Tafari fa visita in Gran Bretagna, Francia, Italia, Egitto, Belgio, Lussemburgo e Grecia convinto di poter spiegare finalmente le ragioni dell’Etiopia ai grandi della terra e di poter stringere con loro importanti accordi economici e politici. Non bisogna infatti dimenticare che egli rappresenta l’unico stato indipendente  del continente (insieme alla Liberia, ma dalla storia completamente diversa). Dal 1885, data della Conferenza di Berlino e della cosiddetta spartizione dell’Africa, l’Etiopia rimane fuori dalle carte dei colonizzatori. Già respinta l’invasione italiana ad Adua, il giovane reggente sa quanto precaria sia la condizione d’indipendenza in un quadro che vede tutto il continente sotto il potere coloniale degli stati europei.
Nel 1936 lo slancio riformistico del giovane imperatore viene bruscamente interrotto dall’invasione dell'Italia fascista. A nulla sono serviti gli appelli alla Società delle Nazioni che sanzionano blandamente Mussolini e che sostanzialmente danno il via libera alla conquista con il tacito accordo di Francia e Gran Bretagna. Anche in questa occasione l’imperatore Selassié dimostrò una non comune abilità diplomatica ed una lungimiranza da illuminato statista. Nella contesa con l’Italia che riguardava una questione di confini tra l’Eritrea Italiana e l’Etiopia (già all’epoca dimostrata come una scusa in cui Mussolini ingiustamente rivendicava territori etiopi), Selassié utilizza ogni possibile canale ivi compresa la diplomazia ecclesiastica per evitare il conflitto. L’appello alla Società delle Nazioni del 1935, insieme allo storico discorso del 1963 alle Nazioni Unite, sono due delle numerosissime dimostrazioni della statura politica con cui da subito si presentò sulla scena diplomatica internazionale.
Dopo gli inutili tentativi di resistenza all’avanzata italiana (il generale Badoglio con l’autorizzazione di Mussolini utilizzò in più occasioni le letali bombe all’iprite, gas  vietati dalla convenzione di Ginevra del 1925), l’Imperatore è costretto suo malgrado a scappare in treno a Gibuti dove lo attende una nave inglese che lo porterà prima in Israele e poi a Bath, il suo esilio.
Seguirà l’avanzata dell’esercito invasore da questa piccola località inglese in cui il governo di sua maestà gli concede una modesta residenza. Continuerà ad appellarsi alla Società delle Nazioni senza risultati fino allo scoppio della seconda guerra mondiale quando, con l’entrata in guerra dell’Italia contro Francia ed Inghilterra, la sua posizione di Imperatore in esilio verrà sapientemente sfruttata da Churchill. Nel 1940 verrà armato di un efficientissimo reparto di soldati chiamato Gideon Force, volerà in Sudan a Kartoum ed inizierà la riconquista dell’Etiopia che si concluderà nel 1941.
E’ chiaro che, dal suo trionfale ingresso in Addis Abeba il 5 Maggio 1941, l’Imperatore Selassié godette di una infinita stima sconfinante nell’adorazione da parte di tutta la nazione. Aveva liberato l’Etiopia dall’invasore e ridato prestigio alla corona imperiale come mai prima. Per percorrere l’ultimo chilometro di strada fino al palazzo imperiale (trasformato in seguito in sede universitaria e museo) il convoglio impiegava più di un’ora attraverso una folla in delirio. Finalmente giunto l’Imperatore non perdette occasione per un breve discorso che rimarrà celebre:
“Poiché oggi è un giorno di felicità per tutti noi, dal momento che abbiamo battuto il nemico, rallegriamoci nello spirito di Cristo. Non ripagate dunque il male con il male. Non vi macchiate di atti di crudeltà, così come ha fatto sino all'ultimo istante il vostro avversario. State attenti a non guastare il buon nome dell’Etiopia. Prenderemo le armi al nemico e lo lasceremo ritornare a casa per la stessa via dalla quale è venuto.”
Gli anni successivi, con l’annessione dell’Eritrea (fino ad allora italiana) alla fine della II guerra Mondiale, rappresentano l’apogeo del regno di Selassié. Il successo segue una rafforzata posizione internazionale che lo porta a viaggiare sempre di più ed a intrattenere relazioni sempre più strette sia con i paesi occidentali che con i vicini africani. Completò l’ammodernamento dello stato dotandolo della prima costituzione nel 1955. La fondazione dell’Unione Africana del 1960 rappresenta forse il momento di maggior prestigio della sua intera carriera: Addis Abeba diventa metaforicamente la capitale del continente, essendo la prima sede del’UA. Ma è anche l’anno del primo colpo di stato a cui ne seguiranno altri da qui al 1974.
Dopo i mille successi ottenuti fino alla fine degli anni 50, inizia una fase della vita di Selassié e dell’Etiopia che verrà ricordata con meno enfasi e che getterà ombre sul governo dell’Imperatore. Sebbene l’Etiopia venga seguita dai media internazionali con ammirazione, il sovrano sia corteggiato dai reggenti di tutto il mondo e l’indipendenza sia presa ad esempio dalle nazioni vicine che man mano aspirano e raggiungono lo stesso stato, il malcontento della popolazione etiope cresce sempre più rivendicando riforme democratiche. La politica riformista di Selassié infatti, sebbene innovatrice, tese a non cambiare la società etiope che era sostanzialmente regolata da sistemi feudali in cui nobili e dignitari gestivano il potere concesso direttamente dall’imperatore. Quest’ultimo inoltre gestiva direttamente la giustizia in maniera assolutamente arbitraria, favorendo i propri fedeli in base a logiche di potere. Viveva circondato da una corte che non aveva nulla da invidiare a quelle europee del 700: se da una parte poteva essere giustificabile nell’Etiopia del 1930, lo era molto meno negli anni 60.
La politica di riforme prudenti in ambito sociale e fondiario poneva le basi nell’estrema frammentazione del potere: una delle abilità riconosciute a Selassié fu sempre quella di gestire sapientemente le velleità espansionistiche dei vari Ras a cui affidava il governo delle province (anche se spesso fu costretto ad utilizzare l’esercito ed a reprimere le rivolte nel sangue).
Con l’apertura internazionale degli scambi, l’invio di studenti all’estero, la modernizzazione del paese e la connessione alla rete di telecomunicazioni, si ruppe quel muro che aveva isolato il paese per secoli e si ampliarono le sacche di malcontento che mal sopportavano la dispotica gestione del potere da parte dell'imperatore. Complotti e colpi di stato militare rischiarono di cambiare la forma monarchica dello Stato e sebbene repressi con durezza essi rappresentarono un campanello d’allarme a cui Selassié non seppe rispondere adeguatamente. Ma più di tutto all’offuscamento dell’immagine di sovrano illuminato contribuì la carestia nella regione Wallo del 1973. Interi villaggi morirono di fame senza che il governo dell’Imperatore prendesse urgenti provvedimenti. Un famoso reportage di Jonathan Dimbleby della BBC, “Ethiopia, the hidden famine” (Etiopia, la carestia nascosta), fece vedere al mondo immagini di morte e desolazione. Questo episodio insieme alla spietata repressione dei movimenti indipendentistici dell’Eritrea rappresentano il momento più basso della parabola umana di Selassié.
Le foto dei suntuosi banchetti a palazzo in contrapposizione alla carestia delle regioni periferiche dell’impero furono massicciamente utilizzate dai cospiratori del futuro DERG, il regime di stampo marxista-leninista, che prese il potere con un colpo di stato nel 1974. Sebbene i segnali di importanti cambiamenti nel paese come rivolte militari e manifestazioni studentesche fossero ormai all’ordine del giorno, negli ultimi mesi precedenti al putsch, l’Imperatore si rifiutò di porvi rimedio concedendo maggiori libertà o abdicando. Del Boca nel suo saggio storico-biografico sulla figura del Negus, riporta come in molti, vicini all'imperatore, abbiamo tentato di smuoverlo dal suo immobilismo, ma senza successo. A questo punto non è chiaro se fosse pienamente in possesso delle sue facoltà mentali o il prolungato esercizio del potere assoluto ed il distacco tra la sua condizione e la realtà non gli abbiano permesso una reazione efficace in tempi utili. A nulla infatti valsero i tentativi di concessioni a maggiori libertà o il rimpasto di governo dell’ultimissimo periodo di reggenza. La rivoluzione era ormai in atto e non conosceva sosta. Ma sebbene la rivoluzione incontrasse i favori della maggior parte della popolazione, l’imperatore possedeva ancora un ascendente troppo potente, ed i membri del DERG non ebbero l’ardire di eliminare subito l’anziano sovrano. Una campagna di propaganda dipinse l’Imperatore come un impostore, possessore di immense ricchezze trafugate all’estero e colpevole di aver ignorato la carestia del Wallo dalla sua dorata residenza di Addis Abeba.
Il 12 settembre 1974 venne ufficialmente deposto nel giorno in cui prendeva il potere Mengistu Haile Mariam. Il 25 agosto 1975 veniva data notizia della morte dell’Imperatore: come si seppe in seguito era stato soffocato nel sonno e sepolto in un luogo segreto per evitare fenomeni di culto popolare.
Così conclude Del Boca, il suo appassionante ritratto ne “Il Negus, vita e morte dell’ultimo Re dei Re“
“Hailè Selassiè ha sicuramente commesso molti errori durante il suo lunghissimo regno, primo fra tutti quello di essere stato sempre in bilico tra riforma e conservazione, senza mai operare una scelta definitiva. Ma la rivoluzione che lo ha travolto nel nome della libertà e del progresso si è rivelata cento volte più infausta del suo regime; ha causato danni irreparabili; l’ha sprofondata in una guerra civile che Hailè Selassiè aveva sempre cercato di scongiurare; ha accelerato, anziché bloccare il processo di disgregazione del paese. (…)
Qualunque sia il giudizio finale su Hailè Selassiè, la sua figura merita rispetto e considerazione. E’ impossibile non provare un senso di grande ammirazione e di riconoscenza verso l’uomo che il 30 giugno 1936, dalla tribuna ginevrina della Società delle Nazioni, denunciava al mondo i crimini del fascismo e avvertiva che l’Etiopia non sarebbe stata che la prima vittima di quella funesta ideologia. Per questo suo messaggio, malauguratamente non ascoltato, gli siamo un po' tutti debitori.”

domenica 2 ottobre 2022

Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 2 ottobre.
Il 2 ottobre 1935 le truppe italiane invadono l'Etiopia e danno inizio alla guerra.
La politica coloniale dell'Italia aveva ripreso slancio negli anni Venti, trovando una sua coerente giustificazione nell'ideologia fascista. Subito dopo l'avvento di Mussolini, la presenza italiana in Libia fu consolidata: fu ampliata l'occupazione della Tripolitania settentrionale (1923-1925) e della Tripolitania meridionale, mentre una dura repressione fu avviata in Cirenaica, guidata con successo dal generale Graziani.
Tra il 1923 ed il 1928 fu inoltre completata la conquista della Somalia, fino a quel momento limitata alla parte centrale del Paese.
In Etiopia, invece, il fascismo non ritenne, in questa prima fase, di modificare la situazione. Anzi, nel 1928 Italia ed Etiopia stipularono un patto di amicizia ed una convenzione stradale.
La decisione di intraprendere una campagna militare in Etiopia iniziò a maturare a partire dal 1930.
Il pretesto per l'avvio delle operazioni militari, i cui piani erano stati preparati già da tempo, fu offerto il 5 dicembre 1934 da un incidente presso la località di Ual-Ual, lungo la frontiera somala. L'imperatore d'Etiopia, Hailè Selassiè, preoccupato dai progetti italiani, si rivolse alla Società delle Nazioni, di cui il suo Paese era membro dal 1923. Ma Inghilterra e Francia, che non volevano alienarsi l'appoggio di Mussolini nel nuovo scenario politico d'Europa, impedirono di fatto che l'azione italiana fosse ostacolata. Solo in un secondo tempo, quando l'opinione pubblica internazionale iniziò a mobilitarsi contro la violenta aggressione dell'Italia, la Società delle Nazioni approvò una serie di sanzioni economiche contro l'Italia (ottobre 1935).
Il 2 ottobre 1935, in un famoso discorso pubblicato il giorno successivo su tutti i giornali italiani, Mussolini annunciò l'inizio di una guerra provocata senza alcuna causa plausibile, rispolverando come giustificazione la bruciante sconfitta subita dall'Italia alla fine del secolo precedente:
«Con l'Etiopia abbiamo pazientato quaranta anni! Ora basta!»
L'esito della guerra era facilmente immaginabile considerato l'enorme dispiegamento di mezzi disposto dall'Italia.
Le truppe italiane invasero l'Etiopia dall'Eritrea, occupando in breve tempo Adua, Axum, Adigrat, Macallè.
A metà novembre la direzione delle operazioni fu affidata al generale Pietro Badoglio, che, dopo aver affrontato la controffensiva etiopica, entrò ad Addis Abeba il 5 maggio 1936.
Il 9 maggio 1936 Mussolini poté proclamare la costituzione dell'Impero italiano di Etiopia, attribuendone la corona al Re d'Italia Vittorio Emanuele III.
Sono derivate molte canzoni dalla Guerra etiope: tra questa la più famosa è certamente Faccetta nera, cantata anche in dialetto romanesco, tedesco, inglese e francese.
Si ricordano anche Topolino va in Abissinia, Povero Selassiè, O morettina, Noi tireremo dritto, In Africa si va, Adua, Stornelli neri e L'ha detto Mussolini.
La Germania, aiutando segretamente l'Italia in questa impresa, si era avvicinata al nostro Paese ed insieme iniziarono a rappresentare un pericolo per la pace nel mondo. Mussolini prese accordi con la Germania anche in occasione della guerra civile scoppiata in Spagna nel 1936, inviando al capo delle "falangi" nazionaliste Francisco Franco, armi e volontari. Contemporaneamente, il ministro degli esteri Ciano, firmava con la Germania la convenzione denominata Asse Roma- Berlino, che rappresentava un'intesa politica e militare tra i due Paesi. Nel 1939, l'Asse venne rafforzato con il Patto D'Acciaio, con il quale Italia e Germania si appoggiavano a vicenda nel caso in cui una delle due si trovasse ad entrare in un conflitto. Nel trattato non si specificava se riguardava una guerra offensiva o aggressiva, perciò l'Italia si impegnava ad accettare qualsiasi decisione tedesca perdendo di fatto ogni autonomia politica. Hitler si proclamò Führer della Germania, nel 1933, e cominciò immediatamente una politica di forza. Nel 1938, l'Austria fu annessa alla Germania e, nello stesso anno, la stessa sorte toccò al territorio dei Sudeti. Nel 1939, attuò la spartizione della Cecoslovacchia, che fu divisa in due Stati dipendenti dalla Germania. Non soddisfatto, Hitler chiese alla Polonia la restituzione di Danzica, con la minaccia di una guerra. Quindi Inghilterra e Francia stipularono con la Polonia un'alleanza, per aiutare la Polonia in caso di guerra. La Russia, nel frattempo, trattava segretamente con la Germania giungendo ad un accordo russo-tedesco, dopo il quale la Germania invase la Polonia. Era l'inizio della seconda guerra mondiale.

sabato 21 maggio 2022

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 21 maggio.
Il 21 maggio 1937 l'Italia si macchia di un delitto orribile quanto dimenticato: il massacro in Etiopia dei religiosi del monastero di Debre Libanos.
Il 19 febbraio 1937 ad Addis Abeba, il generale Graziani organizzò una grande festa per onorare la nascita dell’erede al trono di casa Savoia.
Invitò un certo numero di notabili del luogo e qualche centinaio di poveri a cui aveva promesso una congrua elemosina. Mentre erano in corso i festeggiamenti, alcuni etiopi che si erano nascosti tra la folla, lanciarono delle granate verso la tribuna delle autorità. Il risultato di tale attentato fu di sette morti e di cinquanta feriti tra i quali, in modo lieve, persino il viceré Rodolfo Graziani. A questo episodio, seguì una feroce rappresaglia da parte degli italiani.
Il monastero di Debre Libanos, fondato nel XIII secolo da S. Tekle Haymanot, era situato a 90 chilometri da Addis Abeba, nella parte settentrionale dello Scioa, all’epoca dell’attentato a graziani teatro di aspri combattimenti da parte della resistenza etiopica. Oltre ad essere meta di pellegrinaggi, era il più autorevole centro di insegnamento teologico del paese, e godeva di legami assai stretti con il notabilato amhara, al governo con Hayla Sellase, oltre che con l’abuna Petros, vescovo del Wallo e fiero oppositore dell’invasione italiana.
Nel corso delle indagini sommarie e febbrili successive all’attentato, e sulla base di sospetti mai provati, si dà corpo tra l’altro alla tesi del coinvolgimento del monastero in un piano insurrezionale di cui l’attentato rappresenterebbe il momento scatenante. Il monastero viene inoltre accusato di aver offerto ospitalità ai due attentatori, che lì si sarebbero anche esercitati nel lancio delle bombe nei giorni precedenti l’attentato, ritornandovi subito dopo, come prima tappa dopo la fuga da Addis Abeba.
In effetti dal 1881 il monastero godeva di una sorta di extraterritorialità giudiziaria -essendo stato autorizzato ad accogliere fuggitivi, inclusi ladri ed assassini, e dar loro asilo – circostanza che renderebbe ragione della presenza dei due attentatori a Dabra Libanos. Tuttavia va sottolineato come all’epoca dei fatti non esistesse alcuna prova, al di fuori delle ricostruzioni dei servizi di polizia politica italiana, peraltro screditati dalla loro incapacità di prevedere l’attentato, che Abraha Daboch e Mogas Asgadom, i due eritrei ritenuti responsabili dell’attentato al viceré, avessero soggiornato – assieme ad altri che si considerano colpevoli – presso il monastero, né soprattutto che le complicità nell’attentato includessero l’intera comunità dei monaci.
In realtà è proprio il monastero, già guardato con sospetto, il vero obiettivo di Graziani che attraverso di esso intende colpire la chiesa copta nel suo complesso e, più in generale, l’aristocrazia tradizionale etiopica – in particolare quella amhara – per costringere entrambi alla collaborazione. “Non si sarebbe potuta avere opportunità migliore per sbarazzarci di loro”, afferma infatti il 1° marzo in un telegramma al generale Nasi, ordinandogli di fucilare tutti i notabili (e i loro seguaci) fatti prigionieri, assieme a quanti si sono costituiti.
Dopo il fallimento di un primo attacco al monastero nella notte del 22 febbraio, in cui molti dei religiosi riescono a mettersi in salvo, il secondo tentativo è pianificato con cura scrupolosa. Viene scelta, non a caso, la data del 20 maggio (12 Genbot), festa di S. Mikael e ricorrenza della traslazione delle spoglie di S. Tekle Haymanot; data rilevante nel calendario religioso etiopico e la più importante fra le festività celebrate dal monastero, che per tale ragione avrebbe accolto un numero considerevole di persone, peraltro richiamate anche dall’offerta di doni promessa per quel giorno particolare dalle autorità fasciste a coloro che avessero preso parte alle celebrazioni.
Le operazioni contro il monastero vengono dirette dal generale Pietro Maletti al quale il viceré non aveva mancato di far presente in un foglio di istruzioni telegrafato il 7 aprile che “[...] più vostra signoria distruggerà nello Scioa e più acquisterà benemerenze nei riguardi pacificazione territorio impero”.
In aggiunta ai carabinieri già presenti, e ad altri fatti confluire da Dabra Berhan, Maletti concentra nella zona tre battaglioni di truppe coloniali che il 18 maggio costringono i religiosi, i visitatori e i pellegrini all’interno della chiesa, sigillandone i portali. Il 19 maggio i prigionieri vengono interrogati, sommariamente identificati e la gran parte di essi caricata su camion diretti a Chagel, una località poco distante, dove il giorno successivo sono raggiunti da altri prigionieri fatti tra i visitatori nel frattempo giunti a Debre Libanos.
Il 20 maggio coloro che sono stati lasciati al monastero, per lo più ammalati e disabili, vengono uccisi sul posto. Il giorno 21, dopo aver provveduto a ‘selezionare’ fra i prigionieri di Chagel quelli apparentemente identificabili come religiosi (uno dei criteri sembra sia stato anche quello relativo all’uso o al possesso di un copricapo, come nella tradizione del clero copto), i prigionieri così individuati vengono caricati su camion e trasportati a Laga Wolde, una piana disabitata e ben protetta alla vista da colline, scelta per l’operazione. La località risponde infatti alla necessità di evitare testimoni che possano, da un lato, considerare i giustiziati come martiri e, dall’altro, essere fonte di notizie per la stampa estera, pronta a denunciare i massacri perpetrati dagli italiani. Una indiretta conferma alla decisione di evitare pericolose pubblicità è nelle pagine del diario segreto di Ciro Poggiali che il 1° giugno annota, a proposito di altre sommarie esecuzioni, che “[...] non si sono potute eseguire le fucilazioni coram populo perché i condannati danno esempi superlativamente eroici di coraggio e di dedizione alla causa abissina, e questa sarebbe stata una pericolosa propaganda contro di noi”. Del resto lo stesso Graziani, in un telegramma del 19 marzo, aveva provveduto a fornire a Lessona assicurazioni che: ” [...] le esecuzioni ordinate in conseguenza del noto attentato vengono fatte in località appartate e che nessuno, dico nessuno, può assistervi”.
Così a Laga Wolde i camion dei ‘condannati’ giungono a intervalli regolari scaricando i prigionieri che vengono subito passati per le armi dagli ascari. L’operazione dura l’intero pomeriggio. A esecuzione conclusa Graziani può telegrafare a Lessona comunicando di aver “destinato al plotone di esecuzione 297 monaci, incluso il vicepriore, e 23 laici sospetti di connivenza”, aggiungendo anche: “sono stati risparmiati i giovani diaconi, i maestri e altro personale d’ordine che verranno tradotti e trattenuti nelle chiese di Dabra Berhan”. Tuttavia qualche giorno dopo Graziani ingiunge a Maletti di “passare immediatamente per le armi tutti i diaconi” col pretesto di aver avuto conferma della “piena responsabilità del convento di Debrà Libanòs”. Qualche giorno dopo comunica a Roma di aver giustiziato 129 diaconi: ” [...] sono rimasti così in vita [aggiunge] solo trenta ragazzi seminaristi che sono stati rinviati alle loro case di origine nei vari paesi dello Scioa. In tal modo del convento di Debrà Libanòs [...] non rimane più traccia”.
Solo di recente un’indagine condotta negli anni Novanta da Ian Campbell e Degife Gabre-Tsadik ha consentito di gettare qualche luce in più sulla strage di Debre Libanos, accertandone tra l’altro, anche se per inevitabile approssimazione, l’entità. Stando alla loro ricostruzione dei fatti, a Laga Wolde sono state massacrate in realtà tra le 1.000 e le 1.600 persone.
Del gruppo di diaconi, pellegrini, insegnanti e studenti di teologia, non inclusi nella prima ‘selezione’ effettuata a Chagel, circa 400 (e non 129 come affermato da Graziani) vengono giustiziati a Dabra Berhan. Quanto alla sorte dei “trenta ragazzi seminaristi rinviati alle loro case”, questi, in realtà, sono deportati nel lager di Danane, assieme ad altri 94 monaci dei conventi di Assabot e Zuquala chiusi, con la chiesa di Ekka Micael di Addis Abeba, nei giorni successivi.
Alla luce dei fatti accertati la decisione di Graziani di sottostimare nei suoi rapporti a Roma l’entità delle esecuzioni e tacerne una parte, viene ricondotta alla consapevolezza che egli evidentemente ha di agire con una spietatezza che persino a Roma rischia di essere giudicata eccessiva, e soprattutto controproducente, non facendo che alimentare, esasperandola, la rivolta etiopica all’occupazione fascista. Per questa ragione, in occasione dello sterminio della comunità di Debre Libanos, il viceré, da un lato, tace a Roma la reale dimensione delle esecuzioni e, dall’altro, si sforza di fornire assicurazioni sulla colpevolezza dei condannati, evitando ogni riferimento ai pellegrini, agli insegnanti, ai semplici visitatori, pure eliminati, il cui coinvolgimento nell’attentato sarebbe stato effettivamente impossibile da provare.
I timori del viceré non sono infondati. Di lì a qualche mese sarà sollevato dall’incarico e richiamato dall’Etiopia.
Nel dopoguerra, nonostante le richieste etiopiche, nessun italiano venne mai punito per questi e per altri massacri, favorendo la rimozione dalla memoria collettiva dei crimini compiuti dagli italiani durante le guerre fasciste.

Cerca nel blog

Archivio blog