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giovedì 30 luglio 2026

#AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 30 luglio.
Il 30 luglio 1966 nello stadio di Wembley l'Inghilterra vinceva il suo primo, e finora unico, campionato mondiale di calcio contro la Germania Ovest.
Franz Beckenbauer e Uwe Seeler si trovarono di fronte il capitano del West Ham Bobby Moore e il centrocampista del Manchester United Bobby Charlton. Proprio quest'ultimo aveva portato gli inglesi in finale siglando un' importantissima doppietta nella semifinale contro il Portogallo. Questi quattro campioni in campo si neutralizzarono reciprocamente e fu un centravanti poco conosciuto, rimasto sulla panchina inglese nelle tre partite del girone di qualificazione sino all'infortunio del titolare Jimmy Greaves, ad entrare nella leggenda del calcio mondiale.
Entrambe le formazioni crearono un discreto numero di occasioni nelle fasi iniziali, ma né Gordon Banks, nella porta alla destra della tribuna reale, né Hans Tillkowski, ebbero grossi problemi.
Gli inglesi sugli spalti di Wembley, pieno in ogni ordine di posto, eccitati dalla decisa partenza dell'Inghilterra e dalla possibilità di vincere per la prima volta il titolo mondiale, rimasero però ammutoliti al 12'; Siegfried Held dalla sinistra calciò un'invitante palla a spiovere nell'area inglese, che respinta malamente di testa da un difensore inglese finì sui piedi di Helmut Haller (l'Haller del Bologna) che non si fece pregare troppo ed insaccò con un tiro da circa dieci metri nell'angolo basso alla destra di Banks.
L'Inghilterra non accusò il colpo e reagì con decisione buttandosi prepotentemente all'attacco, la difesa tedesca riuscì a mantenere il vantaggio solo per sei minuti. Al 18' infatti Overath sgambettò Moore a circa trenta metri dalla porta, il capitano inglese aggiustò la palla, calciò in fretta la punizione individuando il compagno di club Hurst smarcato nell'area, quest'ultimo colpì perfettamente di testa portando l'Inghilterra al pareggio.
Dopo il botta e risposta entrambe le squadre si limitarono a costruire a centrocampo e giocare il pallone in attacco, ma le difese si dimostrarono all'altezza dell'evento, chiudendo attentamente tutti gli spazi. I tentativi dalla lunga distanza divennero la sola possibilità, con Bobby Charlton e Peters per l'Inghilterra e Seeler e Halle per la Germania Ovest, tutti vicini al gol, ma senza mai trovare il varco giusto. Il primo tempo si concluse 1 a 1. Mentre la banda musicale usciva dal campo dopo aver suonato nell'intervallo i giocatori fecero il loro ritorno in campo. Il secondo tempo fu l'inverso del primo: le azioni ed i gol avvenuti nel primo quarto d'ora dal fischio d'avvio stavolta si verificarono nel quarto d'ora finale. Dopo aver dominato il gioco nella parte finale del primo tempo, la Germania Ovest mise di nuovo sotto  l'Inghilterra nella seconda metà della partita, Seeler e il terzino Karl-Heinz Schnellinger spingevano molto e l'inglese Bobby Charlton era impegnatissimo ad evitare che il giovane Franz Beckenbauer aggiungesse il suo indubbio talento all'attacco tedesco. Nonostante ciò B.Charlton sfiorò la rete a metà della ripresa.
Entrambe le difese erano stanche, e negli spazi che si aprivano l'Inghilterra sfruttò l'occasione: il tiro di Alan Ball fu deviato in corner da Tillkowski e, sul successivo tiro dalla bandierina, Hurst raccolse la palla al limite dell'area, ondeggiò tra due difensori al limite dell'area e tirò in porta. La palla, deviata, finì in direzione di Peters ( altro hammer) che al volo la scaraventò in rete. Wembley esplose in un boato assordante, era il 78' e gli inglesi vedevano il traguardo finale...
A pochi minuti dalla fine il pubblico, contro ogni scaramanzia, iniziò a cantare  "Rule Britannia" in segno di vittoria, ma all'89' la Germania Ovest ottenne un calcio di punizione da circa trenta metri per fallo di Ray Wilson su Held, contestato vivacemente dal piccolo ma duro Nobby Stiles. La palla calciata da Emmerich in area divenne una sorta di palla matta, rimase in area, sfuggì a Banks ( in tenuta gialla) ed il centrocampista numero 6 Wolfgang Weber, a pochi metri dalla porta gelò Wembley. 2 a 2! Clamoroso! L'Inghilterra sotto shock mise il pallone arancione al centro per ricominciare ma l'arbitro fece appena riprendere il gioco e dopo qualche secondo dal goal dei tedeschi dichiarò la fine dei tempi regolamentari: la mai doma Germania Ovest aveva raddrizzato il match at the last kick of the ball e la finale della Coppa del Mondo 1966, per la prima volta nella storia, veniva decisa ai supplementari...
I giocatori inglesi, ancora scossi dal goal subito allo scadere, giocarono il primo extra time un pò sottotono, mentre i tedeschi a causa della stanchezza e dei crampi di diversi elementi si limitarono a controllare il match. Tentò Alan Ball con un tiro forte ma centrale alzato in corner dal portiere tedesco e poi ancora Bobby Charlton con un tiro rasoterra appena fuori area che colpì il palo sinistro di Tillkowski, comunque sulla traiettoria. Poi avvenne l'episodio degli episodi, entrato di diritto nella storia del calcio e fonte di discussione ancora oggi. Alan Ball, maglia numero 7, intorno al 101' trovò campo aperto sulla fascia destra. Il suo cross basso in area tedesca raggiunse il mobile Hurst, che staccatosi dalla marcatura controllò la sfera e ricadendo indietro calciò la palla in porta. Il pallone si stampò contro la parte inferiore della traversa e ricadde giù. Dentro la linea o fuori? Il tempo sembrò fermarsi e tutti tirarono su le braccia: gli inglesi, Hurst per primo, per chiedere il goal, i tedeschi per dire che non era entrata. Molti giocatori in campo circondarono il signor Dienst mentre questi si consultava con il guardalinee sovietico, tal, Tofik Bakhramov...Pochi istanti surreali, poi il significativo ed inequivocabile gesto del baffuto guardalinee che con il sì fatto con la testa fece correre i giocatori con la maglia rossa esultanti verso la linea di metà campo, mentre quelli in bianco circondarono l'arbitro protestando: il gol era stato convalidato! 3 a 2 per i padroni di casa. Le immagini post partita non chiariranno mai se la palla fosse davvero entrata o no. Ad una attenta analisi sembrerebbe di no ma ogni inglese, anche chi non era ancora nato in quel periodo, giurerà che il pallone, quel giorno, superò la linea di porta……
Il secondo tempo supplementare vide i tedeschi tentare un'altra rimonta, che però stavolta non avvenne e negli ultimissimi secondi di gioco, l'Inghilterra, dopo aver fermato un disperato attacco tedesco volò in contropiede, il leggendario cronista Kenneth Wolstenholme osservò che "Alcune persone che sono in campo pensano che sia tutto finito..." Hurst, ancora lui, raccolse il pallone sulla sinistra e puntò verso la porta avversaria, poi sparò un tiro fortissimo nell'angolo alto....Era il 120' e il 4 a 2 non ammetteva più repliche. L'Inghilterra era campione del mondo e Geoff, che venne poi nominato baronetto, ammise in seguito che quell'ultimo tiro fu un tentativo di rinviare la palla il più lontano possibile per far passare tempo utile alla causa. Il suo istinto di attaccante ebbe però il sopravvento e il giocatore del West Ham divenne, partito come riserva, il primo giocatore a segnare una tripletta in una finale della Coppa del Mondo.
Insieme ai suoi stremati ma felici compagni Bobby Moore salì quei mitici 39 gradini e dopo essersi asciugato le mani sudate ricevette da una composta regina Elisabetta II, per l'occasione in giallo, la preziosa coppa Rimet...

domenica 2 novembre 2025

#AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi


 Buongiorno, oggi è il 2 novembre.

Il 2 novembre 1960 si conclude il caso giudiziario di oscenità per il romanzo "L'amante di Lady Chatterley".

Si tratta del caso più eclatante di censura della storia letteraria; ancora oggi non si può nominare il titolo L’amante di Lady Chatterley senza ritenerlo in qualche misura sconveniente o controverso. È un romanzo che porta su di sé la patina del proibito, una sorta di condanna sopravvissuta ai secoli che ne accompagna la fama ponendola in simbiosi con un’oscura perversione. Nel 1960 si apriva in Inghilterra il processo che poneva sotto accusa l’opera di David Herbert Lawrence, nonostante fossero passati quasi trent’anni dalla morte del suo autore.

Lady Chatterley’s Lover era il libro incriminato, posto sul banco degli imputati in un’edizione Penguin da tre scellini e mezzo spietatamente dissezionata dai commenti di Lady Dorothy Byrne, moglie del giudice incaricato di presiedere l’udienza. «Permettereste a vostra moglie di leggere un libro simile?» aveva domandato il Pubblico Ministero Griffith-Jones alla giuria in un’arringa epica; e a quanto pare venne preso in parola da Sir Lawrence Byrne che lo sottopose al giudizio insindacabile della sua signora.

Nel 2000, in occasione del quarantesimo anniversario del processo, la copia da due soldi vergata da Lady Byrne fu venduta all’asta con un prezzo di partenza di 15mila sterline – una volta divenuta la prova testimoniale di un verdetto storico il suo valore si era miracolosamente quintuplicato.

L’amante di Lady Chatterley è ormai considerato uno dei capolavori del Novecento; tuttavia il suo valore non si limita all’indiscutibile merito letterario, travalica lo splendore della prosa per intrecciarsi a un discorso sulla libertà in grado di sferrare un duro colpo alla morale puritana della Gran Bretagna di inizio secolo. Si tratta di un libro raro e prezioso, poiché rappresenta la prova storica che la letteratura può farsi diretta promotrice del cambiamento sociale.

Esiste un prima e un dopo la pubblicazione di L’amante di Lady Chatterley: il libro della discordia, che ha determinato una rivalutazione del concetto di morale, proprio come il fatidico morso al frutto proibito ha provocato la cacciata dell’uomo dal Paradiso Terrestre.

Come è risaputo, tutte le grandi riforme sociali si ottengono attraverso un piccolo atto di infrazione. Soltanto un anno prima il libro era stato protagonista di un analogo processo, negli Stati Uniti, che vedeva sul banco degli imputati la casa editrice americana Grove Press, accusata di pubblicazioni oscene. L’assoluzione non era bastata a impedire che un secondo processo si svolgesse nel Regno Unito, stavolta contro la Penguin Books che malauguratamente aveva deciso di ripubblicare tutte le opere di D.H. Lawrence in occasione del trentesimo anniversario dalla morte dell’autore, offrendo per la prima volta al pubblico l’edizione integrale di Lady Chatterley’s Lover.

Il romanzo era stato pubblicato per la prima volta a Firenze, nel 1928, dall’editore Giuseppe Orioli in un’edizione semi-clandestina di appena mille copie. Per l’occasione, la copertina venne realizzata da Lawrence stesso: rappresentava una fenice in fuga da un nido in fiamme, vi si poteva leggere una chiara allusione alla forza prorompente del libro destinato a risorgere dalle proprie ceneri malgrado i tentativi governativi di censurarne il contenuto.

D.H. Lawrence scrisse le tre stesure nella residenza fiorentina di Villa Miranda, e proprio in terra toscana vide la luce la prima edizione stampata del libro, sfuggendo così alle maglie della censura inglese. Nonostante fossero state prese le dovute precauzioni, le copie in circolazione vennero sequestrate più volte e ne fu proibita l’esportazione nel Regno Unito. In seguito alla morte di Lawrence, il romanzo venne diffuso in alcune versioni censurate, e nel 1947 persino tradotto in lingua italiana da Manlio Lo Vecchio Musti, che omise tutti i vocaboli ritenuti osceni attraverso un’opera di traslitterazione che ne edulcorava il contenuto.  Così «fuck» divenne «baciare»; «cock» divenne «coda» e tutti i riferimenti agli organi genitali furono tradotti con espressioni metaforiche, astratte, che creavano un’inevitabile ambiguità nella lettura.

Negli anni Sessanta una delle ragioni che posero l’opera nella posizione scomoda di essere processata pare fosse dovuta proprio all’irrisorio prezzo di copertina della nuova edizione tascabile Penguin, che l’avrebbe resa apertamente fruibile alle masse; una narrazione tanto sconveniente doveva rimanere assoluto privilegio dell’élite, come un sacro segreto da custodire, non poteva certo essere divulgata al popolo. Nel 1959 in Inghilterra era entrato in vigore l’Obscene Publications Act, il cui ordinamento stabiliva che un’opera fosse da considerarsi oscena solo se il suo effetto era «tale da tendere a depravare e corrompere le persone.» La prima vittima della legge appena approvata dal Parlamento fu proprio il romanzo di D.H. Lawrence, definito dalla società benpensante «volgare»; «disgustoso»; «osceno», come riportano le cronache di età vittoriana: «Un affronto disgustoso e volgare al comune senso del pudore».

Un processo letterario che può vantare un precedente illustre, quello affrontato da Gustave Flaubert in seguito alla pubblicazione di Madame Bovary, nel 1857. A un secolo di distanza le cose non sembravano affatto cambiate: se Flaubert aveva dovuto rispondere all’accusa di immoralità, a Lawrence – o meglio, alla sua opera postuma – spettava l’imputazione di oscenità. I romanzi risultavano accomunati dalla medesima caratteristica colpevolizzante: davano voce a una donna che praticava adulterio e si poneva in aperta sfida contro la società.

Entrambe le opere rappresentavano un manifesto contro l’ipocrisia borghese: Flaubert mostrava, senza finzioni né abbellimenti, la vita asfissiante nella provincia francese e una donna che vi si ribella nel tentativo di non soccombere; mentre Lawrence dava voce, attraverso la sua protagonista, a una storia d’amore illecita pervasa di sensualità. Constance Chatterley, proprio come Emma Bovary, è colta e piena di vitalità, imprigionata nella monotonia irriducibile di un matrimonio infelice, e alla disperata ricerca di una via di fuga.

Non era la descrizione – peraltro aggraziata – degli amplessi sessuali a rendere scandaloso il romanzo di Lawrence, piuttosto il fatto che a praticare adulterio fosse una donna – di alto rango, per giunta – che tradiva il proprio nobile marito nientemeno che con un guardiacaccia, quindi un individuo di classe sociale inferiore. La storia narrata in L’amante di Lady Chatterley, a giudizio dell’accusa, rischiava di influenzare negativamente altre donne di buona famiglia, conducendole sulla strada della depravazione e dell’immoralità. A rendere il libro tanto scandaloso per i lettori dell’epoca era l’atteggiamento controcorrente della sua protagonista: Lady Chatterley, di fatto, si oppone alle condizioni opposte dalla sua condizione nobiliare e al potere maschile. In questa veste Connie, proprio come Madame Bovary, è un’eroina ante-litteram che appare in rivolta contro l’intera società, simbolo illuminante del risveglio culturale femminile che pervade l’Europa degli anni Trenta.

Il rapporto carnale per Connie rappresenta una riscoperta di sé, una totale aderenza all’istinto vitale, un mezzo per affermare la propria forza di volontà e lo stretto connubio tra mente e corpo. È giusto tuttavia osservare che il soggetto principale del romanzo non sono i rapporti sessuali tra i due protagonisti, ma l’analisi di un’intera società: Lawrence ci fa respirare l’atmosfera della provincia inglese, focalizza la propria attenzione sulle condizioni di vita dei minatori, sullo sfruttamento da parte dei nobili della manodopera contadina, sul rapporto artificiale tra uomo e natura conseguente allo sviluppo dell’industria; il tutto narrato nella prosa raffinata e dettagliatamente descrittiva, degna di un grande classico. L’amante di Lady Chatterley è un romanzo che offre innumerevoli spunti di riflessione, ancora oggi attualissimi, che di certo non meritano di essere svalutati per la fama quasi pornografica che l’opera ha assunto in seguito alle sue vicissitudini storiche.

Flaubert venne assolto da ogni accusa tramite lo stratagemma del «discorso indiretto libero» che poneva in luce la distinzione sottile tra voce narrante e personalità autoriale; nel caso dell’opera di Lawrence la faccenda si presentava più controversa poiché a essere posto sotto accusa non era l’autore in prima persona ma il contenuto “disdicevole” del libro.

Il caso giudiziario di L’amante di Lady Chatterley pose in discussione il concetto di censura in epoca moderna, un fatto di per sé eclatante nei primi anni Sessanta quando l’Era dell’Indice dei Libri Proibiti doveva teoricamente essersi conclusa da un pezzo.

Il processo durò ben sei giorni e vide avvicendarsi sul banco dei testimoni tutta l’élite letteraria dell’epoca, da E.M Forster a Rebecca West. La giuria stessa fu chiamata a valutare il romanzo leggendolo ad alta voce nel corso dell’udienza. Furono tenute oltre trentasei deposizioni da parte di esperti, scrittori, accademici e persino uomini di chiesa. Il Pubblico Ministero Mervyn Griffith-Jones si dimostrò particolarmente agguerrito, mantenne una linea d’accusa molto netta che ancora oggi viene ricordata in alcuni manuali processuali. Jones lesse le parti più scabrose del romanzo in aula, ponendo l’accento sui termini giudicati osceni, e interpellò direttamente la giuria con frasi minacciose: «Fareste leggere questo romanzo ai vostri figli? Alle vostre mogli?». Determinanti per l’assoluzione dell’opera furono le testimonianze degli scrittori e, in particolare, di un cardinale che affermò pubblicamente la sacralità dell’amore tra Connie e il guardiacaccia Mellors, ribadendo l’importanza dell’amore carnale tra esseri umani.

Il processo si concluse il 2 novembre 1960 con un verdetto inatteso; il giudice Byrne giudicò il contenuto del libro accettabile per la società dell’epoca sancendo così la fine del moralismo vittoriano. In seguito alla sentenza, l’opera di D.H. Lawrence fu esposta in tutte le librerie e vendette tre milioni e mezzo di copie. Alla fine dell’anno la casa editrice Penguin venne addirittura quotata alla borsa di Londra.

La pubblicazione di L’amante di Lady Chatterley rappresentò una clamorosa vittoria sociale, ebbe il merito indiscusso di ridefinire il concetto di «tabù»: la sessualità non era dunque più da considerarsi alla stregua di un atto segreto o osceno, faceva parte della vita e in quanto tale poteva essere raccontata senza censure.

Un’importante battaglia era stata vinta. La letteratura, attraverso la sua peculiare capacità di nominare l’indicibile, aveva comportato una ridefinizione del senso di pubblico pudore. Il verdetto di assoluzione di Lady Chatterley’s Lover assunse un valore emblematico: era l’inizio di una nuova Era di liberalizzazione dei costumi e della morale.

Gli anni Sessanta avrebbero in seguito portato molte altre innovazioni sulla strada dei diritti: sarebbero stati l’epoca della prima pillola contraccettiva, della legalizzazione dell’aborto, della depenalizzazione dell’omosessualità. È bello pensare che il cammino verso la modernità sia iniziato grazie a un romanzo: la gente lo leggeva ovunque, sulle panchine del parco, durante le pause in ufficio, in metropolitana, scoprendo un senso di rinnovata libertà. Lady Chatterley’s Lover ha rappresentato la necessità dello scandalo in letteratura: l’importanza di dire, di affermare, di nominare perché solo l’arte può valicare il confine del proibito e rendere l’osceno accettabile.  Come ha notato il premio Nobel J. M. Coetzee in un saggio dedicato all’opera di Lawrence: «Ogni volta che il libro viene riaperto, in epoche successive, anche quando i tabù hanno perso la loro forza, ogni volta che il libro viene riletto quei tabù si rianimano e riassumono la loro cupa forza.»

Leggere L’amante di Lady Chatterley oggi è un privilegio, una libertà conquistata, e ogni volta che sfogliamo questo libro – malgrado le tematiche trasgressive ci appaiano ormai superate alla luce della contemporaneità – dovremmo ricordarci l’importanza benefica dello scandalo, l’urgenza di nominare le cose per conferir loro il diritto di esistere.

giovedì 24 aprile 2025

#AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi


 Buongiorno, oggi è il 24 aprile.

Il 24 aprile 1953 la regina Elisabetta II nomina cavaliere Winston Churchill.

Sir Leonard Winston Churchill Spencer, uno dei più importanti uomini di Stato della storia inglese, nasce a Woodstock, nell'Oxfordshire, il 30 novembre 1874.

I genitori provengono da due ambienti molto diversi tra loro: Lord Randolph Churchill, il padre, appartiene alla migliore aristocrazia britannica, mentre la madre, Jenny Jerome, è figlia del proprietario del New York Times; il sangue americano che scorre nelle vene di Winston ne farà sempre un fervente sostenitore dell'amicizia dei popoli anglosassoni e dei particolari vincoli che legano tra loro Gran Bretagna e Stati Uniti.

Trascorsa l'infanzia in Irlanda, studia presso la celebre scuola di Harrow e nel 1893 è ammesso alla scuola di Sandhurst, nonostante la sua scarsa inclinazione allo studio. Il giovane cadetto insegue sogni di gloria. Nominato sottotenente nel IV battaglione ussari, parte come osservatore al seguito dell'esercito spagnolo incaricato di reprimere la rivolta di Cuba. Poi è inviato in India e partecipa a una campagna contro le tribù afgane alla frontiera nord-occidentale: questa spedizione gli ispirerà il suo primo libro. In seguito fa poi parte di una missione come ufficiale e corrispondente di guerra del Morning Post nel Sudan dove assiste alla carica a cavallo dei dervisci nella battaglia di Omdurman che farà da spunto al suo secondo servizio giornalistico. Tentato dall'attività politica, Churchill si ritira dalla vita militare e si presenta come candidato alle elezioni a Oldham. Non è eletto, ma nuove occasioni gli si offriranno in Africa del Sud. La guerra del Transvaal è appena scoppiata e Churchill si reca in quei luoghi e vi assiste in qualità di corrispondente di guerra.

È fatto prigioniero dai Boeri ma presto riesce a evadere e può in questo modo inviare al suo giornale il racconto delle proprie esperienze. Così l'Inghilterra conosce l'avventuroso discendente di Malborough. Furbescamente, Churchill approfitta immediatamente della notorietà acquisita per lanciarsi nella campagna elettorale (sono le elezioni "kaki" del 1900): è eletto deputato conservatore di Oldham. Sicuro di sé, affascinante e arrogante, non resta a lungo conservatore: nel 1904 si avvicina ai liberali e si lega d'amicizia con i rappresentanti radicali del partito, in particolare con Lloyd George; nel 1906 viene eletto deputato liberale di Manchester. Gli viene in seguito assegnato il posto di segretario di Stato presso il gabinetto di Campbell-Bannerman, iniziando così la sua carriera ministeriale.

Nel 1908 viene nominato ministro del Commercio nel governo liberale di Herbert Henry Asquith. Con questa carica e poi come ministro dell'Interno (1910-11) si impegna in una serie di riforme collaborando con David Lloyd George. Come primo lord dell'Ammiragliato (1911-1915) Churchill avvia un processo di profonda modernizzazione della Marina militare.

Il ruolo di Churchill nella prima guerra mondiale è contraddittorio e rischia di compromettere la sua carriera politica. I problemi con la Marina militare e il suo appoggio alla disastrosa campagna di Gallipoli lo costringono a dimettersi dall'Ammiragliato. Dopo aver trascorso un periodo al comando di un battaglione in Francia, entra a far parte del gabinetto di coalizione di Lloyd George e tra il 1917 e il 1922 ricopre numerosi incarichi di rilievo, fra cui quello di ministro dei Rifornimenti e di ministro della Guerra.

Dopo la caduta di Lloyd George e il collasso del Partito liberale nel 1922, Churchill rimane escluso dal parlamento per tre anni. Entrato nuovamente a farvi parte, è nominato cancelliere dello Scacchiere nel governo conservatore di Stanley Baldwin (1924-1929). Tra le misure da lui adottate in questo periodo vi sono la reintroduzione della parità aurea e la decisa opposizione ai sindacati in occasione dello sciopero generale del 1926.

Negli anni della Grande Depressione (1929-1939) a Churchill vengono preclusi incarichi di governo. Baldwin e successivamente Neville Chamberlain, figura di rilievo nella vita politica del paese dal 1931 al 1940, non approvano la sua opposizione all'autogoverno dell'India e il sostegno da lui espresso nei confronti di Edoardo VIII in occasione della crisi del 1936, conclusasi con l'abdicazione del re. La sua insistenza sulla necessità del riarmo e l'aperta condanna del patto di Monaco, firmato nel 1938, erano guardate con sospetto. Quando però, nel settembre del 1939, l'Inghilterra dichiara guerra alla Germania, il punto di vista di Churchill viene rivalutato e l'opinione pubblica si esprime apertamente a favore del suo ritorno all'Ammiragliato.

Churchill succede a Chamberlain come primo ministro nel 1940. Nei difficili giorni di guerra che seguono la rotta di Dunkerque, la battaglia d'Inghilterra e la guerra lampo, la sua combattività e i suoi discorsi incitano gli inglesi a continuare la lotta. Collaborando con il presidente americano Franklin Delano Roosevelt, Churchill riesce a ottenere aiuti militari e il sostegno degli Stati Uniti.

Dalle sue stesse parole apprendiamo: "Da questi primi inizi" - scrive Churchill dopo avere descritto gli sforzi del presidente Roosevelt per aiutare l'Inghilterra con la legge sugli affitti e prestiti, ai primi del 1940, e per aggirare gli isolazionisti del Congresso - "nacque il vasto disegno di una difesa combinata dell'Oceano Atlantico da parte delle due potenze di lingua inglese". L'anno di nascita della Nato è ufficialmente il 1949, ma l'Alleanza informale risale al luglio 1940, quando Roosevelt manda in Inghilterra, quasi segretamente, una missione militare ad altissimo livello.

Quando nel 1941 l'Unione Sovietica e gli Stati Uniti entrano in guerra, Churchill stabilisce rapporti molto stretti con i leader di quella che definisce la "grande alleanza". Spostandosi incessantemente da un paese all'altro fornisce un contributo importante al coordinamento della strategia militare nel corso del conflitto e alla sconfitta di Hitler.

Le conferenze con Roosevelt e Stalin, in particolare il vertice di Jalta del 1945, serviranno a ridisegnare la carta dell'Europa postbellica.

Nel 1945 Churchill è ammirato in tutto il mondo, anche se ormai il ruolo militare della Gran Bretagna è diventato secondario. Ciononostante, a causa della sua scarsa attenzione alla richiesta popolare di riforme sociali nel dopoguerra, viene sconfitto dal Partito laburista nelle elezioni del 1945.

Terminato il conflitto Churchill vuole comunque raccontare la seconda guerra mondiale a modo suo, scrivendo migliaia di pagine. Studiando questo monumento storico e letterario (il cui autore verrà premiato nel 1953 con il Nobel) possiamo seguire, giorno per giorno, il nascere e l'evolversi dell'atlantismo anglo-americano come fatto, oltre che morale, anche politico.

In seguito Churchill avrebbe criticato gli interventi sullo stato sociale attuati dal suo successore Clement Attlee. Nel discorso di Fulton (Missouri) del 1946, detto "della cortina di ferro", mette inoltre in guardia dai pericoli legati all'espansione sovietica.

Viene nuovamente eletto primo ministro e rimane in carica dal 1951 al 1955 (nel 1953 è decorato cavaliere dell'ordine della Giarrettiera, diventando "Sir"), ma l'età avanzata e i problemi di salute lo inducono a ritirarsi a vita privata.

Ormai privato della stimolante attività politica, sotto il peso dell'età e della malattia, trascorre gli ultimi dieci anni della sua esistenza nella casa di campagna di Chartwell, nel Kent, e nella Francia meridionale.

Winston Churchill si spegne a Londra il 24 gennaio 1965. Le sue esequie, alla presenza della regina, sono trionfali.

Dal suo matrimonio con Clementine Hozier, avvenuto nel 1908, sono nati un figlio, giornalista e scrittore, Randolph Churchill (1911-1968) e tre figlie.

Le opere scritte da Winston Churchill sono considerevoli e varie. Da ricordare: My African Journey (1908), The World Crisis, 1911-1918 (La crisi mondiale 6 voll., 1923-31), il suo diario politico (Step by Step 1936-1939, 1939), War speeches (6 voll., 1941-46), A History of the English-speaking Peoples (Storia dei popoli di lingua inglese 4 voll., 1956-58) e la Seconda guerra mondiale (1948-54).

sabato 29 marzo 2025

#AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi


 Buongiorno, oggi è il 29 marzo.

Il 29 marzo 1871 apre a Londra la Royal Albert Hall.

La Royal Albert Hall è uno dei monumenti più rappresentativi della Londra vittoriana e ancora oggi ospita alcuni degli eventi di spettacolo più importanti di Londra.

Lo splendido edificio è situato all'estremità nord del quartiere di South Kensington, in un'area nota un tempo come Albertopolis. Infatti la nota arteria stradale Kensigton Gore separa la Royal Albert Hall dall'Albert Memorial, un altro monumento eretto in onore del principe Alberto, consorte della regina Vittoria. Ci troviamo al confine con Hyde Park, vicino ad importanti musei come il Natural History Museum, lo Science Museum e il Victoria & Albert Museum.

L'edificio della Royal Albert Hall, un Grade I Listed Building (vincolo di primo grado) è una fondazione culturale ed una 'registered charity' finanziariamente autosufficiente che non riceve fondi dal governo. Fu edificato per ospitare una serie notevole di eventi: concerti di musica classica (ma attualmente anche rock e pop), mostre, balletti, festival, conferenze, gare di ballo, rassegne di poesia, e persino un circo. Il teatro ha visto le esibizioni degli artisti più famosi del mondo ed ogni estate ospita, per otto settimane consecutive, la popolare rassegna nota come "The Proms" (The BBC Promenade Concerts) con concerti, rappresentazioni teatrali ed altri eventi culurali di alto livello. Vi sono ospitate anche alcune manifestazioni sportive come incontri di boxe, di wrestling, tennis e sumo.

La Royal Albert Hall nacque da un'idea dal principe Alberto, marito della regina Vittoria, dopo la Great Exhibition di Londra del 1851. Egli voleva creare una sorta di polo culturale nato con l'obiettivo di promuovere la conoscenza, la comprensione e l'apprezzamento delle Arti e delle Scienze. Il nome originario dell'edificio, infatti, avrebbe dovuto essere 'The Central Hall of Arts and Sciences' ma fu cambiato in onore del principe consorte al momento della sua morte prematura. Subito dopo, un suo stretto collaboratore, Henry Cole, si incaricò di portare a compimento l'opera e, ispirandosi alla struttura degli anfiteatri romani, diede l'incarico di eseguire i lavori prima a Francis Fowke e, in seguito, a un altro ingegnere di corte, Henry Darracott Scott. Il 20 maggio del 1867 la regina Vittoria pose la prima pietra dell'opera che venne inaugurata dalla regina stessa il 29 marzo 1871.

Oltre ad assistere ai concerti e alle svariate rappresentazioni è possibile visitare la Royal Albert Hall prendendo parte ad un Tour a pagamento con guide esperte che, durante il giorno, narrano non solo la storia dell'edificio ma portano i visitatori ad esplorare anche le parti più nascoste e normalmente inaccessibili della Hall (la Galleria, gli appartamenti privati della regina) oltre ai segreti del backstage e dei meccanismi del palcoscenico. 

La planimetria della sala ha la forma di un'ellisse, il cui asse maggiore misura 83m mentre quello minore 72m. La grande cupola realizzata in vetro e ferro battuto è alta 41m e quando venne realizzata causò notevoli fenomeni di riverbero; rimedi temporanei furono messi in atto fino alla sostituzione, nel 1949, della cupola di vetro con una di alluminio e di materiale fonoassorbente, e alla successiva installazione a fine anni sessanta di dischi acustici sospesi al soffitto (tuttora esistenti) che eliminarono il problema del suono distorto. Al tempo dell'inaugurazione, l'organo ospitato nella costruzione risultava essere il più grande del mondo. L'edificio, originariamente ideato per accogliere circa 9000 spettatori, venne ridimensionato, per motivi finanziari, in modo da poterne contenere 7.000, oggi ridotti a circa 5.500 per motivi di sicurezza.

La struttura fu realizzata con circa sei milioni di mattoni rossi (Fareham Red brick) e con decorazioni in terracotta. All'esterno, un grande fregio in mosaico circonda l'intero edificio, con scene e testi che descrivono il Trionfo delle Arti e delle Scienze: la Musica, la Scultura, la Pittura, l'Architettura, i Patroni delle Arti, i Filosofi, gli Ingegneri, i lavoratori di pietra, legno e mattoni, l'Astronomia, la Navigazione, l'Agricoltura ed altre scienze. Sopra il fregio è un'iscrizione (altra circa 3m) in cui si narra la storia della Hall (la fondazione, l'idea del principe Alberto, le finalità dell'opera) insieme ad alcune citazioni bibliche.

venerdì 7 febbraio 2025

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 7 febbraio.

Il 7 febbraio 1478 nasce in Inghilterra Tommaso Moro.

Tommaso Moro, così viene ricordato in Italia lo scrittore e uomo politico inglese Thomas More. Nasce a Londra il giorno 7 febbraio 1478; segue le orme del padre Sir John More, avvocato e giudice di successo, intraprendendo anch'egli la professione di avvocato. Nel corso della sua vita si guadagna fama a livello europeo come autore di scritti di stampo umanista oltre che occupare numerose cariche pubbliche, compresa quella di Lord Cancelliere d'Inghilterra negli anni tra il 1529 e il 1532, sotto la monarchia di Enrico VIII. Il suo cancellierato si distinguerà anche per la sua costante caccia agli eretici e alle loro opere.

A lui viene attribuito il merito di aver coniato il vocabolo "utopia", con cui battezzò un'immaginaria isola dotata di una società ideale, di cui descrisse il sistema politico nella sua opera più famosa, "L'Utopia" appunto, pubblicata nel 1516. La derivazione del termine "utopia" viene dal greco antico, e può letteralmente significare "luogo inesistente", oppure "luogo bellissimo".

Durante la sua vita Moro diviene grande amico di Erasmo da Rotterdam, che gli dedicherà il suo "Elogio della follia". Moro contribuisce anche alla redazione de "La difesa dei sette sacramenti", polemica contro la dottrina protestante che fa guadagnare a Enrico VIII nel 1521 il titolo di "difensore della Fede" da parte di papa Leone X. Sia la risposta di Martin Lutero al re che la conseguente "Responsio ad Lutherum" ("Risposta a Lutero") furono criticate per i loro intemperanti attacchi "ad hominem".

Storicamente è ricordato per il suo forte e fermo rifiuto della rivendicazione di Enrico VIII di proclamarsi capo supremo della Chiesa d'Inghilterra: questa decisione mise fine alla carriera politica di Moro conducendolo alla pena capitale con l'accusa di tradimento.

Viene processato, poi condannato e incarcerato, quindi giustiziato a Tower Hill il giorno 6 luglio 1535. La testa viene mostrata sul Ponte di Londra per un mese; sarà poi la figlia Margaret Roper a recuperarla, dietro pagamento di una tangente.

E' venerato come san Tommaso Moro dalla Chiesa cattolica e dalla Chiesa anglicana. Moro è stato canonizzato dalla Chiesa cattolica nel 1935 da Papa Pio XI ed è commemorato il giorno 22 giugno. Dal 1980, ogni 6 luglio, è commemorato anche nel calendario dei Santi della Chiesa anglicana, assieme all'amico Giovanni Fisher, vescovo di Rochester, decapitato quindici giorni prima di Moro.

Nel 2000 papa Giovanni Paolo II ha dichiarato san Tommaso Moro patrono degli statisti e dei politici.

 

sabato 1 febbraio 2025

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi


 Buongiorno, oggi è il primo febbraio.

Il primo febbraio 1884 viene pubblicata la prima edizione dell'Oxford English Dictionary.

Già a metà del Settecento c’erano stati diversi e utili tentativi – talora di successo – di far nascere nuovi dizionari; nel 1746 la casa editrice Longman aveva ad esempio incaricato Samuel Johnson, un giornalista parlamentare, di occuparsene. Anche i grandi del tempo, tra cui Jonathan Swift e Daniel Defoe, sottolineavano la necessità di “fissare” la lingua, di “stabilirne i limiti, di creare un inventario del suo patrimonio lessicale, forgiare la sua cosmologia…l’inglese era oramai sufficientemente perfezionato e puro, da poter soltanto rimanere statico, o altrimenti, da allora in poi deteriorarsi”. C’era insomma bisogno di definire una lingua nazionale (aggettivo non casuale) che diventasse indelebile: nessun dizionario, sino ad allora, era riuscito in una tale impresa. Il primo a provarci fu proprio Johnson, pur conscio del fatto che non era possibile sistematizzare una lingua affinché rimanesse “pura” come avrebbero invece voluto i Titani della cultura. Johnson assunse 6 aiutanti tra cui 5 scozzesi, per aiutarlo a leggere lo scibile letterario – a partire dalla fine del Sedicesimo secolo con l’eccezione (quasi ovvia) di Geoffrey Chaucer -, allo scopo di stilare un elenco di parole, comprese quelle presenti in dizionari esistenti. I 43,500 lemmi da lui scelti vennero pubblicati nel 1755 e rimasero un punto di riferimento per tutto il secolo successivo.

Solo nel 1857 si iniziò a parlare di un progetto lessicografico senza precedenti, in fin dei conti Johnson aveva optato per una selezione della lingua, ora la si voleva finalmente presentare tutta, lo avrebbero chiamato il “Grande Dizionario”, ci sarebbero voluti circa settant’anni! Primo incaricato fu Richard Chevenix Trench il quale considerava un dizionario “la storia di una nazione contemplata da un certo punto di vista”. Ma per ricostruire la storia di ogni parola era necessario leggere, catalogare e infine citare ogni suo possibile uso. Si trattava di un lavoro apparentemente insormontabile, sino a quando Trench non propose di farlo diventare collettivo assoldando come volontari centinaia di lettori non retribuiti. Ci vollero più di vent’anni per mettere quest’idea in pratica.

Nei primi anni Ottanta una copia dell’appello lanciato dal nuovo Direttore James Murray ad appassionati lettori finì persino nel manicomio in cui viveva William Chester Minor, nel Berkshire. Come cittadino americano e con l’aiuto dell’Ambasciata del suo paese egli aveva ottenuto molti privilegi tra cui quello di trasformare le sue celle in una biblioteca dotata di sedie e scrivanie. E fu proprio così che entrò in scena Minor: nato in Sri Lanka, era divenuto ufficiale medico col grado di capitano durante la guerra di Secessione le cui violenze lo avevano portato alla follia e a vivere in un manicomio britannico quasi sino alla fine dei suoi giorni a causa di un omicidio. Dalle due celle a lui riservate, Minor lavorò instancabilmente per più di 20 anni; quel lavoro fu per lui una ragione di vita, quando finalmente decise di entrare in gioco si erano susseguiti già 4 direttori dell’Oxford English Dictionary oramai guidato dallo scozzese Murray dal 1879.

L’appello del Direttore conteneva anche indicazioni su come inviare citazioni e selezionare le proprie letture, ma Minor decise di disattenderle inventando un metodo che si rivelò molto più efficace. Se Murray aveva suggerito ai volontari di cercare citazioni per ogni singola parola – obsoleta, antiquata, nuova o usata in modo inconsueto – di un libro, oltre alle parole più comuni, Minor escogitò una metodologia in grado di permettergli di stare al passo con Murray e i suoi collaboratori, di non essere un mero, seppur utilissimo, informatore: inseriva in un quaderno le parole che gli sembravano degne di nota scegliendo di posizionarle ad una precisa altezza del foglio in considerazione di quelle che avrebbe trovato prima e dopo, se per esempio aveva scritto “buffon”, sapeva che con la b avrebbe avuto almeno due o tre parole prima di quella, accanto inseriva anche la o le pagina/e del libro in cui quella parola era stata trovata e annotava le sue diverse accezioni.

Non scrisse subito al Direttore, voleva dimostrare di poter essere più utile degli altri, lavorare con lui e la sua squadra di pari passo. Quando infine decise di rivolgersi alla redazione del dizionario per chiedere su quale parola stessero lavorando aveva già accumulato decine di quaderni che consultava per poter rispondere nel modo più esaustivo possibile a Murray. Nel 1888 venne pubblicato il volume I e la squadra di Oxford menzionò Minor nel testo, pur ignorando ancora la verità su chi fosse. Murray e Minor si sarebbero incontrati per la prima volta solo 3 anni dopo, ma le loro frequentazioni sarebbero diventate molto assidue. Solo nel 1910 Winston Churchill, allora Ministro dell’Interno, firmò un mandato di scarcerazione soggetto alla condizione che il Minor lasciasse il Regno Unito per sempre.

Secondo Winchester, già nel Diciottesimo secolo gli inglesi avevano capito che la loro lingua sarebbe diventata globale grazie ai grandi navigatori che “scorrazzavano per i mari”…”stava iniziando ad essere un veicolo importante per lo svolgimento dei commerci internazionali, per le guerre…stava spodestando il francese, lo spagnolo, l’italiano…” Lingue, secondo l’autore che erano già molto avanti nella “salvaguardia del loro patrimonio”. Nel 1582 era stata fondata a Firenze l’Accademia della Crusca e nel 1634 era nata l’Académie française grazie a Richelieu. Decenni prima, gli stessi Shakespeare, Drake e Bacon avevano scritto le loro opere senza avere a disposizione alcuna guida alla lingua che desideravano fuori dalla sua “meravigliosa confusione”.

Nelle pagine di Winchester ricorre più e più volte l’associazione fra lingua e nazione: fare la prima significava realizzare, o meglio rafforzare la seconda…”Solo nel Settecento si fece strada l’idea che la nazione avesse bisogno di sapere più nel dettaglio cosa fosse la lingua e che cosa significasse”. Per questi motivi “un dizionario è un monumento storico, la storia di una nazione contemplata da un certo punto di vista”. Era passato quasi un secolo dalla pace di Westphalia.

Nessuno di noi ricorda gli autori dei dizionari dei secoli precedenti, nonostante la fatica, il lavoro e la straordinarietà dei risultati raggiunti in decenni di duro lavoro impregnato di spirito combattivo ed estremamente paziente. Il romanzo "Il professore e il pazzo" e in seguito l'omonimo film, ridando voce a Murray e Minor, costituiscono quindi un’idea felice in grado di rendere giustizia alle numerose dimenticanze che attraversano la storia. La biblioteca Minor è oggi conservata, insieme ai suoi quaderni, presso le Bodleain Libraries (le più grandi del Regno Unito) dell’Università di Oxford.

Sorto da una vicenda realmente accaduta, il romanzo merita, anche se a tratti si lascia rapire da piccoli eccessi di entusiasmo per la superiorità della lingua inglese oggi così fondamentale e imprescindibile. Una lingua splendida, forse troppo prigioniera di un uso commerciale a scapito di quello letterario di cui è invece ricchissima, anche per i numerosi luoghi del mondo in cui si parla, dalla stessa Inghilterra al Sudafrica che ci ha regalato lo straordinario Coetzee. Ogni capitolo è preceduto da una voce in originale dell’Oxford English Dictionary, poi tradotte in appendice.


mercoledì 22 gennaio 2025

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi


 Buongiorno, oggi è il 22 gennaio.

Il 22 gennaio 1901 Edoardo VII sale al trono di Inghilterra dopo la morte della madre, la Regina Vittoria.

Figlio primogenito della regina Vittoria d'Inghilterra e di Alberto-Francesco-Augusto, principe di Sassonia-Coburgo e principe consorte d'Inghilterra, nacque a Londra il 9 novembre 1841. Frequentò successivamente le due grandi università d'Oxford e di Cambridge, ma il suo vero educatore fu il padre che, schietto temperamento di principe tedesco, uomo di rigida coscienza, diresse la formazione morale e intellettuale del figlio e ne vigilò in tutti i più minuti particolari gli studi teorici e pratici. Bertie però (così veniva designato nell'intimità il principe Edoardo) non fu allievo disciplinato né molto studioso: acquistò tuttavia abitudini di serietà e un concetto sano della missione d'un principe moderno, che si ritrovarono interi in lui quando a sessant'anni egli cinse la corona. Cosicché egli nel suo breve regno di nove anni poté segnare un'impronta personale che non era stata lasciata prima di lui da alcun sovrano inglese dopo Guglielmo III.

Alla morte del principe consorte, avvenuta quando Edward era appena ventenne, la regina Vittoria, pur riservandosi intero l'esercizio delle sue prerogative regali, trasferì al principe di Galles il compito di rappresentare la corona in quasi tutte le cerimonie pubbliche. Edoardo fu da giovane un instancabile viaggiatore e taluno dei suoi viaggi ebbe importanza politica non comune. Così a 19 anni visitò il Canada e in quell'occasione si recò a Washington, ospite del presidente Buchanan. Le colonie ribellatesi poco meno d'un secolo addietro all'Inghilterra e costituitesi in una grande nazione indipendente, ebbero così il miglior pegno di piena riconciliazione con l'antica metropoli. Dopo la morte del padre, il principe compì lunghe escursioni in Oriente, ma il più importante dei suoi viaggi fu la visita che egli fece nel 1875 ai possedimenti indiani, visita che fu preludio alla proclamazione della regina Vittoria a imperatrice delle Indie.

Nel 1863 sposò la principessa Alessandra di Danimarca, figlia di re Cristiano IX, matrimonio che doveva pochi anni dopo (1866) farlo cognato del granduca ereditario di Russia, che fu poi l'imperatore Alessandro III. Il matrimonio dell'erede del trono inglese, figlio d'un principe tedesco, con una principessa danese, mentre la questione dei ducati dell'Elba si trovava nello stadio più acuto riuscì mal gradito in Germania, e il principe Ernesto di Sassonia Coburgo, zio paterno di Edoardo, lo qualifica nelle sue memorie un colpo di fulmine. Timori infondati, perché la politica inglese, sempre informata sotto la regina Vittoria a simpatie germaniche, non si fece per quel matrimonio più favorevole alla Danimarca.

Nel dicembre del 1871 il principe fu colto da una grave malattia che mise la sua vita in pericolo. La sua guarigione diede luogo a grandi manifestazioni di giubilo, e la stessa rispondenza d'affetto trovò presso la nazione la sventura che lo colpì più tardi nella persona del suo primogenito, il duca di Clarence, morto nel 1891 dopo breve malattia. Nel 1899 Edoardo fu oggetto a Bruxelles da parte d'un anarchico, certo Sipido, d'un attentato andato a vuoto.

La regina Vittoria morì il 22 gennaio 1901. Non era facile per il nuovo sovrano sostituirla degnamente sul trono; tanto meno facile che quel glorioso regno si chiudeva fra gli ultimi lampi della lunga guerra boera. Fu ventura grande per il nuovo sovrano di poter prontamente concludere, grazie all'abilità di lord Kitchener, la pace di Pretoria (31 maggio 1902), che assicurò alla Gran Bretagna tutti gli utili d'una vittoria rimasta fino all'ultimo momento indecisa. Il regno di Edward s'iniziava in singolare contrasto con il regno precedente. A una sovrana più che ottuagenaria, chiusa nei concetti austeri della vecchia aristocrazia britannica, succedeva un principe che frequentava i campi di corse e altri sport, che manteneva amicizie personali e contatti assidui in circoli mondani inglesi ed esteri, che continuava a essere nel mondo cosmopolita l'arbiter elegantiarum, al quale si era perfino rimproverato di non essere abbastanza severo nella scelta delle persone che ammetteva nella sua società. Tutto ciò gli aveva creato una falsa riputazione di frivolezza che aveva fatto dubitare che egli potesse continuare sul trono le vecchie tradizioni vittoriane care al popolo inglese. Egli si rivelò invece fino dai primi mesi del suo regno all'altezza della sua missione, conquistandosi rapidamente l'animo della nazione.

Re Edoardo VII si rinchiuse per quanto riguardava la politica interna nella scrupolosa osservanza delle norme che presiedono ai regimi parlamentari, accettando, senza palesare preferenze o antipatie, l'avvicendarsi al governo dei due grandi partiti che si contendevano in quel tempo il potere. In ciò differì dalla madre, la quale manifestò in più occasioni le proprie simpatie ora all'uno ora all'altro dei due partiti in contesa. Ciò non gli impedì di prendere vivo interesse all'evoluzione economico-sociale che, da tempo iniziata, assunse sotto il suo regno un ritmo più accelerato. La maggior crisi di politica interna del suo regno si produsse poco prima della sua morte, nel 1909, quando i due rami del parlamento si trovarono in conflitto circa i progetti finanziari del governo liberale, e s'iniziò nella camera dei comuni e nel paese un'agitazione per la limitazione dei poteri della Camera dei lord. Questa campagna amareggiò gli ultimi mesi di vita di Edoardo, il quale non poté nascondere il suo rammarico nel vedere pericolanti le secolari prerogative della camera alta.

Ma il terreno sul quale diede tutta la misura del suo valore fu quello della politica estera. Egli fin dai primissimi anni di regno trasse profitto dalle relazioni di personale amicizia che esistevano tra lui e il re D. Carlos per rinsaldare la vacillante fedeltà portoghese, e lasciò, dopo la sua visita a Lisbona (1903), quel paese rassicurato sull'avvenire delle proprie colonie e più che mai stretto alla alleanza inglese. Nello stesso anno fece il viaggio a Roma, dove visitò il re d'Italia e il sommo pontefice, dando prova di molto tatto politico nella difficile situazione esistente allora nella capitale d'Italia a ragione del conflitto tuttora acuto tra la S. Sede e il governo nazionale. Compì il suo giro d'Europa con un breve soggiorno a Parigi, dove covavano ancora i risentimenti di Fashoda. Egli seppe attutirli ponendo le prime basi d'un ravvicinamento che doveva avere un giorno una capitale influenza sui destini d'Europa.

La nota principale del regno di Edoardo fu infatti l'inversione completa della politica estera inglese. Orientata tradizionalmente contro la Francia fino alla metà del sec. XIX, essa si era, dalla crisi di Crimea in poi, rivolta contro la Russia. Fu merito suo di vedere come il vero pericolo per la potenza britannica non venisse più da Parigi o da Pietroburgo, ma da Berlino, e dagli sforzi assidui e fortunati onde, dopo il ritiro del principe di Bismarck, l'imperatore Guglielmo II si adoperava a fare della Germania una grande potenza marittima e coloniale. L'Inghilterra aveva seguito per quasi due secoli una politica d'intima cordialità verso le potenze germaniche. Edward cambiò interamente di rotta e ricercò l'amicizia francese, avviamento a quella russa. Così s'iniziò a Londra quella politica di nuove intese, abilmente condotta da lord Lansdowne e da sir Edward Grey, che, qualificata a Berlino insidioso accerchiamento, parve a Londra legittima difesa. Se ne videro i primi effetti nell'accordo franco-britannico dell'8 aprile 1905, che regolò le antiche Competizioni africane delle due potenze, e nell'appoggio che la Gran Bretagna portò alla Francia nella conferenza di Algesiras (1906) per gli affari del Marocco. Attraverso la rinnovata amicizia francese la politica del Re mise le basi d'un riavvicinamento alla Russia. Dopo il viaggio a Reval (luglio 1908) era nata la Triplice Intesa per fare equilibrio al binomio degl'Imperi centrali.

Questa geniale politica estera fu seguita da Edoardo con metodi di rigida correttezza costituzionale, benché egli ne fosse a un tempo il primo ispiratore e un prezioso strumento nei contatti che, durante i suoi viaggi all'estero, egli prendeva con sovrani e uomini di stato. Questa politica non assunse mai carattere aggressivo, anzi uno degli ultimi atti del suo regno fu una visita ufficiale a Berlino (febbraio 1909), intonata a piena cordialità con il nipote rivale. Onde egli apparve ai contemporanei uno strenuo difensore della pace e i suoi Sudditi lo chiamarono a titolo d'onore Edward the peacemaker.

Edoardo morì a Buckingham Palace il 6 maggio 1910, lasciando quattro figli; il principe di Galles, ora re Giorgio V, le principesse Luisa duchessa di Fife, Vittoria, e Maud, regina di Norvegia. Riposa nella Cappella di San Giorgio, presso il Castello di Windsor.

lunedì 6 gennaio 2025

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi


 Buongiorno, oggi è il 6 gennaio.

Il 6 gennaio 1661 alcuni esponenti del "fifth monarchy man" tentano di prendere il controllo di Londra.

I Fifth Monarchy Men o Fifth Monarchists (Quinto-monarchisti) furono un movimento religioso millenarista inglese, attivo dal 1649 dal 1661, cioè per tutto il periodo del Commonwealth del Lord Protettore Oliver Cromwell (1599-1658). Il nome di quinto-monarchisti della setta prese origine dall'episodio del libro di Daniele, nell'Antico Testamento, dove il profeta interpretò il sogno del re Nabucodonosor, profetizzando l'avvento di un quinto regno, fatto sorgere da Dio e che avrebbe distrutto i precedenti e sarebbe durato per sempre.

Questi riferimenti al millenarismo furono molto frequenti durante gli anni 1640-1660, il ventennio della storia inglese che comprendeva la guerra civile, la decapitazione del re Carlo I (1625-1649), e il successivo interregno, periodo nel quale proliferarono sette e pubblicazioni apocalittiche, come il popolare The personal reign of Christ upon Earth (il regno personale di Cristo in terra) del 1642, scritto dal reverendo Henry Archer, il quale profetizzò la conversione dei giudei e la distruzione di turchi nel 1650 e la parusia (seconda venuta in terra di Cristo) per il 1700.

La setta generò intorno al 1649 da alcuni predicatori laici e religiosi indipendenti e battisti, che avevano in comune lo spirito millenarista, il cui messaggio era di prepararsi alla parusia, riformando il parlamento ed il governo inglese. Altri elementi erano l'amore fraterno per i poveri, il rilascio dal carcere dei debitori, l'abolizione delle tasse.

Il un primo momento i quinto monarchisti appoggiarono Oliver Cromwell, con la speranza che egli avrebbe riformato la società corrotta, e in ciò essi si allinearono alle attese del levellers di John Lilburne, ma quando Cromwell decise di perseguitare i levellers e di reprimere un tentativo di ammutinamento di solidarietà nell'esercito, usando la parte rimastagli fedele del New Model Army [l'esercito parlamentare, comandato da Sir Thomas Faifax (1601-1671)], nella battaglia di Burford del maggio 1649, essi si trovarono ad essere l'unica forza di opposizione al futuro Lord Protettore. Cromwell tuttavia li isolò progressivamente, dapprima sciogliendo nel dicembre 1653 il parlamento Barebone [chiamato così dal nome da uno dei suoi più influenti membri: Praise-God Barebone (ca.1596-1680)], dove i quinto monarchisti avevano un notevole appoggio dai delegati radicali, poi varando un nuovo parlamento e governo favorevoli alla sua politica.

Alfiere della protesta del movimento fu l'ex generale di brigata Thomas Harrison (1610-1660), deputato nel parlamento Barebone ed amico intimo di Cromwell. Forte della sua immagine di eroe nazionale, Harrison poté parlare a nome della setta, aiutando la loro causa, ma Cromwell spazzò via anche la sua opposizione, facendolo degradare ed arrestare per ben due volte pretestuosamente per sovversione. Ironia della sorte, Harrison fu fatto impiccare, e poi squartare mentre era ancora moribondo, non da già Cromwell, bensì nel 1660 dai realisti di Carlo II (1649-1685), che non gli avevano mai perdonato di aver firmato nel 1649 la condanna a morte di Carlo I.

Alla morte di Harrison, la leadership dell'ala più oltranzista della setta fu assunta dal commerciante in botti Thomas Venner (m.1661), che aveva già organizzato dei complotti, falliti, contro Cromwell nel 1657 e 1659. Venner tentò una disperata insurrezione nel gennaio 1661, ma, com'era prevedibile, il colpo fallì e Venner e gli altri capi della rivolta furono decapitati. Le successive repressioni stroncarono definitivamente il movimento, oltre a perseguitare anche altre sette, a causa delle loro dottrine simili, come i quaccheri, i giacobiti e i sabbatariani.

martedì 31 dicembre 2024

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 31 dicembre.
Il 31 dicembre 1600 nasce la Compagnia Britannica delle Indie Orientali.
È la società di mercanti londinesi più famosa della storia. La Compagnia Britannica delle Indie Orientali (British East India Company) nasce il 31 dicembre 1600, quando la Regina Elisabetta I pone la firma sul primo statuto (detto anche patente reale) e le riconosce un monopolio della durata di 15 anni del commercio nella zona compresa tra lo stretto di Magellano e il Capo di Buona Speranza (la zona delle Indie Orientali).
L’associazione nazionale dei mercanti inizia però la sua attività, estremamente proficua, già alla fine del Cinquecento. Si narra che il capitale iniziale fosse pari a 72mila sterline, diviso tra 125 azionisti, e che in meno di 50 anni l’ammortare si fosse notevolmente moltiplicato, superando le 740 mila sterline.
Costituita la società, il primo scoglio dagli inglesi è la rivalità con gli olandesi nelle Indie: la Compagnia Olandese delle Indie Orientali dà filo da torcere a quella britannica fino al massacro dei mercanti inglesi di Amboina nel 1623, che porta a una tacita divisione delle aree: gli olandesi prendono l’Indonesia e Ceylon, mentre gli inglesi si aggiudicano l’India continentale.
Gli uffici principali della Compagnia delle Indie sono a Londra (con un distaccamento a Surat), ma nel 1616 aprono, su autorizzazione della dinastia del Gran Moghūl delle sedi anche nelle città indiane più importanti, come Calcutta, Madras e Bombay. In Cina, invece, la sede più grande è quella di Canton. Inoltre, la British East India Company può far valere, anche in questi territori, la legislazione inglese, nei confronti dei suoi traffici.
Nel giro di pochi anni le attività in Oriente diventano un fiore all’occhiello per l’Inghilterra, tanto che Carlo II decide di trasferirsi in India. La figura di Carlo trasforma moltissimo l’organizzazione della Compagnia, che oltre a forza economica, diventa anche una forza militare. Infatti, dopo il crollo dell’impero dei Moghūl e la guerra dei Sette anni, che ferma la concorrenza francese, il potere locale inglese diventa dominante in tutto il territorio. Si aggiungono a questo quadro, estremamente favorevole, alcune vittorie militari, come quella a Plassey (1757) e Buxar (1764) e, grazie agli intrighi di Robert Clive, un impiegato dell’associazione, la Compagnia ottiene pure il controllo del Bengala e Clive ne è eletto governatore.
L’associazione nazionale dei mercanti inglesi permette la creazione del Raj, ovvero l’India britannica. Ma c’è di più. È grazie proprio a questa forza che viene sradicata la pirateria. In questo contesto si afferma la figura del Captain William Kidd, ingaggiato proprio dagli inglesi per sgominare i pirati. La sua missione è catturare le navi nemiche al largo delle coste del Madagascar, a bordo della sua Adventure Galley, imbarcazione dotata di 34 cannoni e un equipaggio di 80 uomini. In realtà, Kidd si rivela un pirata corrotto nell’animo e tenta di far fortuna attaccando proprio le navi della Compagnia, ma gli inglesi scoprono l’inganno e lo impiccano a Londra.
In meno di due secoli, la Compagnia diventa vastissima, estendendo i suoi territori e trasformandosi in una sorta di governo locale. Ovviamente, la gestione amministrativa si presenta più complicata del dovuto e sorgono le prime accuse di corruzione a causa di briganti e funzionari inclini al malaffare. Il Governo inglese è obbligato a prendere in mano la situazione e nel 1784 si vota la Indian Act, la legge che separa il governo dei territori delle Indie Orientali dalle attività commerciali. Le prime spettano alla Corona, mentre i traffici mercantili alla Compagnia, che in questo modo perde la sua totale autonomia.
La British East India Company, nonostante la situazione politica, non smette di crescere in tutto l’Oriente: arriva in Birmania, fonda Singapore e Hong Kong, occupa le Filippine e Giava. Il declino inizia i primi anni dell’Ottocento, quando si scontra con la Cina per l’esportazione dell’oppio indiano. La Cina vuole fermare l’egemonia inglese a tutti i costi, tanto da scatenare le famose guerre dell’oppio (1840-’42). Nel 1813 La Compagnia perde il monopolio commerciale e qualche anno dopo, nel 1857 a seguito della Rivolta dei Sepoy (Guerra d’indipendenza indiana), perde anche i suoi poteri amministrativi. Nel 1860, infine, la Corona prende il controllo di tutti possedimenti della Compagnia, che si scioglie definitivamente il giorno 1 gennaio 1874.
La Compagnia delle indie, definita da molti esperti la prima e la più longeva multinazionale della storia, ha rifornito per quasi due secoli l’Europa di molti prodotti preziosi come le spezie (dalla noce moscata ai chiodi di garofano), i tessuti preziosi (dalle sete ai filati di cotone), il caffè, lo zucchero e il tè. Sono stati proprio i mercanti inglesi a impiantare la coltura del tè in India ed è stato proprio il monopolio della vendita di questa tipica pianta a far scoppiare la rivoluzione americana (il famoso “Boston Tea Party” del 1773).

martedì 10 dicembre 2024

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 10 dicembre.
Il 10 dicembre 1936 Re Edoardo VIII di Inghilterra firma l'abdicazione, lasciando il regno a suo fratello Giorgio VI, padre della futura Elisabetta II.
Nato nel 1894, Edoardo Duca di Windsor era il primogenito di Giorgio V e nipote della regina Vittoria. Fu con i Grenadiers Guard durante la Grande Guerra. Nonostante gli fosse impedita l'azione diretta, divenne popolare tra i soldati per le sue frequenti visite al fronte, un'ammirazione che fu rinforzata in patria e nel Commonwealth per la sua vicinanza ai sudditi più umili nelle frequenti visite alla popolazione più in difficoltà.
Caratterizzato dal marcato "dandismo" e dall'eleganza impeccabile che il futuro sovrano coltivava con estrema dedizione, Edoardo ebbe da sempre un debole per le donne sposate. Già negli anni '20 ebbe diverse liaison clandestine e nel 1931 conobbe la donna che avrebbe stravolto la sua vita di erede al trono: l'americana Wallis Simpson, nata Warfield, donna brillante ed estremamente colta. Quando conobbe nel 1931 il futuro re, lei aveva già alle spalle un divorzio con un ufficiale della Marina Americana violento ed alcolista e stava già rompendo il legame con Ernest Simpson, direttore di una grande azienda di trasporti marittimi. Il Principe fu rapito dalla personalità magnetica di quella borghese divorziata, e i due iniziarono poco dopo una relazione clandestina. Nel febbraio 1935 la coppia gemerò il primo scandalo internazionale per aver passato assieme le vacanze in giro per l'Europa.
Giorgio V moriva il 20 gennaio 1936. All'atto dell'incoronazione di Edoardo VIII, la Simpson fu sempre in sua compagnia, rompendo i protocolli della Corona e attirando l'astio di buona parte dei Tories. Già dai primi mesi dopo la nomina, Wallis si comportava da "first lady" costantemente seguita dalla stampa mondiale, in modo particolare quando i due partirono per una crociera nel mediterraneo nell'estate del 1936. Ad ottobre, la svolta: la Simpson ottenne infatti il divorzio dal marito. Divenne da quel momento sempre più chiaro l'intento di re Edoardo di coronare la relazione con il matrimonio, tuttavia il fatto che il re fosse anche il capo della Chiesa Anglicana rendeva impossibile la scelta di unirsi ad una donna divorziata.
Ogni tentativo di mediazione fallì anche per la risoluta ostilità della Corte ed il 10 dicembre 1936 il sovrano, salito sul trono da meno di un anno, annunciava l'abdicazione in favore del fratello Albert, che diverrà Giorgio VI.
Le nozze tra Edoardo e Wallis si celebrarono il 3 giugno 1937, anno in cui la coppia si trasferirà definitivamente in Francia con il titolo di Duchi di Windsor. L'estensione del titolo alla donna fu fonte di infinite discussioni a Londra e Buckingham Palace, mentre ai membri della famiglia Reale fu proibito di partecipare alle empie nozze.
Nel 1937 la coppia compì un viaggio in Germania dove l'ex sovrano incontrò Hitler senza nascondere la sua ammirazione per il Fuhrer, né il braccio teso nel saluto nazista. Due anni più tardi la coppia sarà costretta a lasciare la Francia, invasa l'anno successivo dal Terzo Reich. Nel frattempo l'ex sovrano fu insignito del titolo di Governatore delle Bahamas, anche per allontanare un potenziale sostenitore del fascismo dal teatro di guerra europeo.
Edoardo ritornerà in Francia dopo il 1945, visitando una sola volta (e senza la moglie) Buckingham Palace in occasione dei funerali del fratello Giorgio V morto nel 1952.  La coppia dei Duchi di Windsor diventerà una colonna portante nel jet-set parigino, declinando tutti gli inviti da parte della regina Elisabetta II alle cerimonie ufficiali come l'investitura del Principe Carlo nel 1969.
La salute di Edoardo cominciò a deteriorarsi alla fine degli anni '60, per poi sfociare in un tumore alla gola che lo porterà alla morte il 28 maggio 1972. Wallis Simpson, mai digerita fino in fondo dalla Royal family, gli sopravviverà per 15 anni durante i quali sarà consumata dal morbo di Alzheimer.

mercoledì 20 novembre 2024

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 20 novembre.
Il 20 novembre 1947 la principessa Elisabeth Windsor e il Tenente Philip Mountbatten si sposano.
Sposi il 20 Novembre 1947, hanno superato l'ennesimo record del regno di The Queen: è stato il matrimonio più longevo di un monarca inglese.
Un legame, quello tra la sovrana e il Duca di Edimburgo, spesso dato per scontato, ma che negli anni passati ha fatto discutere allo stesso modo in cui si è parlato delle nottate con gli amici di William e delle intemperanze di Meghan Markle, sposa di Harry.
Non fu un matrimonio combinato, anzi.
Era il 1934 quando Elisabetta II e Filippo Mountbatten si incontrano al matrimonio della cugina di lui.
All'epoca la futura sovrana aveva appena 8 anni.
Nel 1939 si rincontrano, lei 13enne lui già maggiorenne.
È qui che scatta la scintilla, nonostante la differenza d'età e nonostante la sua imminente partenza per la guerra.
Re Giorgio VI non era per niente convinto che quel giovane marinaio potesse essere l'uomo giusto per la figlia, colui che sarebbe dovuto starle accanto mentre lei prendeva il suo posto sul trono.
Ma Elisabetta non ha voluto sentire ragioni e questa, per i tempi, fu una delle sue più grosse conquiste: riuscire a sposare l'uomo che amava.
Solo a guerra ormai finita, Elisabetta e Filippo riescono a frequentarsi con assiduità.
Prima, come riportato dalla stessa Regina in alcune lettere, i due si erano riusciti a vedere giusto un paio di volte in tre anni.
Bisogna aspettare il 1946 perché la loro storia prenda la giusta piega, quando il giovane chiese la mano della futura sovrana a Giorgio VI con un anello di fidanzamento di tre diamanti.
Ottenuta l'approvazione, però, la coppia mantenne la cosa segreta fino al luglio del 1947 quando il re ne diede annuncio.
Il matrimonio si celebrò nel novembre dello stesso anno, nell'Abbazia di Westminster.
Per l'occasione Elisabetta decise di indossare un abito sfarzoso, ispirato - si disse - alla Primavera di Botticelli, come simbolo di rinascita per la fine della guerra.
Ad accompagnarla all'altare ben otto damigelle, che ebbero anche il compito di calmarla e aiutarla durante una piccola crisi pre-cerimonia, quando la sua corona proprio non ne voleva sapere di stare su.
Le nozze vennero trasmesse in radio e seguite da 200 milioni di persone.
Fin dal primo momento in cui Elisabetta e Filippo annunciarono il matrimonio a corte iniziarono i pettegolezzi, specie sul conto del Principe, che aveva un passato da sciupafemmine.
Voci che sono andate avanti negli anni e che sono diventate sempre più insistenti con l'uscita di libri e biografie non autorizzate.
Negli anni Novanta, in particolare, fece discutere, tanto da essere ripresa persino dal Times, quella firmata da Sarah Bradford che definì Filippo «impenitente farfallone, difficilissimo di carattere», mentre di Elisabetta diceva: «capisce il suo desiderio di indipendenza», «gli lascia i suoi spazi», «vede ma non vuole sapere».
Nel libro si sosteneva che il Duca di Edimburgo avesse avuto diverse relazioni, con attrici e donne di vario tipo, fin dall'anno successivo alle nozze.
Storie di cui Sua Maestà sarebbe stata a conoscenza, ma che fingeva di ignorare.
Versione ovviamente sempre smentita da Buckingham Palace.
Che qualche problema i due lo abbiano avuto è innegabile e normale, in 74 anni di rapporto.
In particolare, secondo fonti vicine a Palazzo, inizialmente non fu facile per Filippo rinunciare alla carriera militare in marina e accettare che nessuno dei suoi figli avrebbe preso il suo cognome.
Sacrifici cui la Regina ha sempre cercato di compensare, per esempio con il decreto emesso nel 1955 che prevedeva la possibilità di usare il cognome Mountbatten-Windsor.
Se in pubblico Filippo doveva stare sempre un passo indietro rispetto a Elisabetta per onorare l'etichetta, questo non avveniva a porte chiuse, quando i due erano semplicemente marito e moglie.
Diverse fonti, infatti, hanno sottolineato come il Duca di Edimburgo abbia sempre adempiuto al suo compito di Principe consorte, ma come sia stato influente nella gestione della monarchia:
«La Regina indossa la corona, ma suo marito indossa i pantaloni. È lui la vera forza dietro il trono: fermo e sempre di supporto nelle scelte di Sua Maestà», scriveva il loro biografo ufficiale Gyles Brandreth.
Non solo: «Dato che è la Regina, nessuno al mondo può trattare Elisabetta normalmente, ad eccezione del Principe Filippo.
Viceversa, Sua Maestà è l'unica persona al mondo che può dire al Duca di Edimburgo di stare zitto. E lo fa».
Trascorrere una vita insieme, per di più con gli occhi di tutto il mondo sempre puntati addosso, non dev'essere stato semplice.
Ma se c'è una cosa che tutti abbiamo imparato ad apprezzare è il senso dell'umorismo del Principe Filippo, l'unico in grado di portare sempre il sorriso sul volto della Regina.
«L'ha fatta ridere per oltre 70 anni», scrive Brandreth.
Un altro degli ingredienti del successo della loro unione, sostiene il biografo, era il fatto che si accettassero per quello che sono:
«Filippo è dinamico, avventuroso, ama i viaggi e le sfide. Elisabetta, d'altro canto, è una conservatrice, pacata, che vuole che le cose siano fatte come sempre sono state fatte.
Come coppia sono alleati, ma questo non significa che non abbiano le loro idee e le loro differenze».
Filippo di Edimburgo è venuto a mancare il 9 aprile 2021, quando gli mancavano 2 mesi per compiere 100 anni. 
La regina Elisabetta lo ha raggiunto l'8 settembre dell'anno successivo, all'età di 96 anni. 

martedì 9 luglio 2024

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 9 luglio.
Il 9 luglio 1540 Enrico VIII annulla il matrimonio con la quarta moglie, Anna di Cleves.
Su Enrico VIII gli storici e gli scrittori hanno versato fiumi d’inchiostro. Colto e raffinato esponente della dinastia Tudor, ma anche sovrano dispotico e sanguinario con il procedere degli anni, Enrico VIII è ricordato per un evento che cambiò il corso della storia in Inghilterra e nel mondo: lo scisma religioso che sancì il distacco dalla chiesa cattolica di Roma. Enrico viene certamente ricordato anche per la sua turbolenta vita privata, segnata da sei matrimoni e da una lista senza fine di amanti e di figli illegittimi, tempestosa con le donne quasi quanto quella di un suo famoso contemporaneo, Ivan il Terribile.
La lunga serie di matrimoni, celebratisi tra il 1509 ed il 1543, costò la vita a ben tre consorti su sei, e si snodò attraverso il divorzio da Caterina d’Aragona, la decapitazione di Anna Bolena, la morte per complicanze da parto di Jane Seymour, il ripudio di Anna di Clèves e la decapitazione di Katherine Howard. Solo l’ultima moglie accompagnò, da sposata, la salma di Enrico, anche perché il re era stanco e malato e Katherine Parr fu per lui più un’infermiera che una coniuge.
Tra i tanti matrimoni di Enrico VIII finiti tragicamente, uno si distinse per la particolarità dei rapporti che legarono il sovrano inglese alla consorte, il quarto matrimonio, quello con Anna di Cleves. Curiosamente, una delle ragioni del fallimento dell’unione del sovrano fu dovuta al pittore di corte Hans Holbein il Giovane, il celebre artista tedesco riparato a Londra per sottrarsi alla Riforma Luterana, che divenne ritrattista ufficiale della corte inglese nel 1536.
Spedito in avanscoperta in vista del matrimonio del suo sovrano, Holbein fu incaricato di dipingere il ritratto della duchessa di Clèves, secondogenita di Giovanni III, duca di Jülich-Kleve-Berg, e della principessa Maria di Jülich-Berg, signori di un ducato attualmente situato tra la Germania ed i Paesi Bassi. Nel ritratto la giovane, riccamente vestita secondo l’uso della sua terra di origine, appare nel fiore degli anni e la sua bellezza è appena offuscata dal velo di malinconia presente nello sguardo. Le mani, affusolate ed eleganti, quasi abbandonate sul grembo, risaltano contro il carminio e l’oro dell’abito. Ciò che Enrico non poteva sapere tuttavia, è che il pittore di cui aveva tanta stima aveva fortemente idealizzato la sua modella. L’effetto finale del ritratto fu tuttavia così convincente, che il sovrano, rapito ed entusiasta, acconsentì immediatamente alle nozze.
Certo, alla base della scelta c’era soprattutto la ragion di stato: Anna, sorella del duca di Clèves, feudatario imperiale, doveva infatti suggellare l’alleanza della Germania con l’Inghilterra, isolata dopo la Riforma e canzonata anche da strane armature, ma è innegabile anche che Enrico desiderasse al contempo una consorte avvenente e che ravvisasse questa caratteristica nella giovane.
Nonostante avesse ormai 49 anni, quasi il doppio dell’età della futura sposa, e fosse ormai in sovrappeso e lontano dall’aspetto da rubacuori della gioventù, le pretese del re in fatto di donne restavano ancora alte e, essendo vanitoso, interpretò come un affronto personale il fatto che Anna non lo riconobbe quando, sotto mentite spoglie, si recò a Rochester ad accoglierla.
Il primo incontro tra i due si rivelò del resto, secondo tutte le fonti dell’epoca, un vero e proprio disastro: la giovane sapeva leggere e scrivere in Dutch, il dialetto germanico dei Paesi Bassi, sapeva cucire, ricamare e giocare a carte, ma i suoi talenti non andavano oltre. Non conosceva né il latino, né l’inglese, né il francese, non sapeva suonare o cantare e la sua prima conversazione con il raffinato sovrano d’oltremanica consistette in poche, stentate parole con forte accento straniero.
Ma fu soprattutto l’aspetto fisico a lasciare a bocca aperta per il disappunto il monarca inglese: completamente diversa dalle leggiadre sembianze del ritratto di Holbein, la giovane che Enrico VIII incontrò a Rochester si rivelò alta e sgraziata, con il volto deturpato dal vaiolo. Ritiratosi in fretta e furia nelle sue stanze, Enrico dichiarò pubblicamente che l’aspetto della “cavallona fiamminga” lo disgustava e chiese ai suoi consiglieri di essere immediatamente liberato dalla promessa di matrimonio. Ebbe ad affermare:
Se non fosse già arrivata fin qua in Inghilterra, se non fosse per il rischio di spingere suo fratello tra le braccia del re di Francia o dell’Imperatore, non vorrei saperne di prendere in moglie “quella cavallona fiamminga”
Tutte le possibili scappatoie al matrimonio vennero però esaminate invano dalla diplomazia inglese, che considerò improponibile l’eventualità di rimandare indietro la promessa sposa. Così, il 6 gennaio 1540 un riluttante Enrico VIII, in scandaloso ritardo e con la fronte aggrottata, fu costretto a sposare Anna di Clèves.
Ai cortigiani che, con la brutale disinvoltura dell’epoca, chiesero al loro sovrano se trovasse la moglie più attraente dopo la prima notte di nozze, Enrico replicò tetro che la vicinanza della fiamminga lo aveva privato di qualsiasi desiderio di intimità con lei, aggiungendo imbarazzanti particolari circa i seni cascanti ed il ventre flaccido di Anna, dettagli che, assicurò, non gli consentivano di consumare il matrimonio.
La curiosa coppia seguitò comunque a condividere il letto reale per sei mesi. Nel frattempo il Consiglio del Re, con il pretesto ufficiale che un precedente contratto di fidanzamento tra Anna ed il duca Francesco I di Lorena fosse valido, annullò le nozze contratte in Inghilterra. Holbein e coloro che avevano consigliato al sovrano le nozze con la straniera, inutile dirlo, caddero in disgrazia.
Chi se la cavò meglio di tutti fu l’imperturbabile Anna.
Il re, soddisfatto della sua mansuetudine, le attribuì una rendita di 4000 sterline annue, con diritto di precedenza su ogni altra dama d’Inghilterra, oltre alle proprietà di Richmond Palace e del Castello di Hever, già appartenute alla famiglia di Anna Bolena.
Dopo il divorzio i rapporti tra Enrico VIII ed Anna rimasero sempre cordiali e la ex regina fu ricevuta a corte con ogni riguardo, stabilendo ottimi rapporti con le figlie del sovrano, Maria ed Elisabetta, e con la diciottenne Katherine Howard, sua ex dama di compagnia e nuova regina, incoronata solo venti giorni dopo il divorzio da Anna.
Lo sfortunato ritratto di Anna eseguito da Holbein venne rapidamente alienato da Enrico VIII e finì, nel 1671, acquistato dal Luigi XIV, il Re Sole. Oggi lo si può ammirare al Louvre, nella sezione dei pittori fiamminghi.

martedì 4 giugno 2024

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 4 giugno.
Il 4 giugno 1913 la suffragetta Emily Davison si para per protesta davanti al cavallo di re Giorgio V durante un derby, e viene terribilmente calpestata.
Era decisa, combattiva. Emily Davison era una delle femministe più famose d’Inghilterra, (femministe che allora si chiamavano “suffragette” perché la loro principale battaglia era combattuta per l’ottenimento del suffragio, del voto, alle donne). Il 4 Giugno 1913 va incontro alla morte in modo tanto clamoroso quanto aveva vissuto e portato avanti la sua causa fino ad allora: Emily si getterà davanti ad Anmer, il cavallo del re d’Inghilterra, Giorgio V, in piena corsa nel Derby di Epsom. Verrà calpestata e travolta dal possente animale, che le cadrà addosso procurandole una frattura cranica ed altre gravi lesioni interne. Morirà quattro giorni dopo, senza aver mai ripreso conoscenza. Un’altra vittima di questo incidente fu il fantino del cavallo del re. Si chiamava Herbert Jones. Riportò lui stesso un lieve trauma cranico (mentre il cavallo Anmer non ebbe alcuna grave conseguenza e ritornò presto alle corse), ma fu soprattutto la sua psiche a rimanere segnata. Continuò per lungo tempo, a rivedere il volto della donna che aveva ucciso suo malgrado. Ancora molti anni dopo ne era ancora ossessionato: nel 1928 al funerale di un’altra nota femminista inglese, Emmeline Pankhurst, Jones volle depositare una corona in memoria della stessa Pankhurst “e di Miss Emily Davison”. Nel 1951 lo stesso Jones si suicidò nella propria abitazione con il gas.
Sul gesto e la morte di Emily Davison si fecero a suo tempo svariate congetture. Si arrivò a pensare che la stessa Emily, personaggio assai “scomodo” a quel tempo per l’establishment britannico, non si fosse gettata, ma fosse stata spinta sotto le gambe del cavallo. Questo perché le fu trovato un biglietto ferroviario di ritorno e per un ballo di suffragette previsto per la stessa sera, biglietti che non facevano certo pensare all’intenzione di attuare quel giorno un suicidio-kamikaze. Ma le indagini non trovarono alcun altro riscontro sulla tesi del suicidio “indotto”. Le testimonianze oculari dell’incidente stabilirono comunque che Emily aveva con se la bandiera della Wspu, l’Unione Sociale e Politica delle Donne (Women’s Social and Political Union) alla quale si era iscritta fin dal 1906.
La stessa Emily Davison era diventata famosa già nel 1911, quando, in occasione del censimento, riuscì a nascondersi in un armadio del Palazzo di Westminster, sede del parlamento inglese, in modo da poter indicare su un atto governativo, in questo caso il modulo del censimento, che quella notte una donna era stata nella Camera dei Comuni. In altre parole la certificazione che il tempio maschile della politica inglese non era più “inviolato”. Recentemente a Westminster è stata posta una targa per ricordare l’episodio, con questa scritta: “Questo è il modesto tributo ad una grande donna che si è dedicata ad una grande causa, che non ha vissuto abbastanza per vederla realizzata, ma che ha avuto un ruolo importante nel renderla possibile”.
Ma Emily Davison era un’autentica e risoluta testa calda, e non si limitò a semplici e pacifici gesti dimostrativi. Era infatti già finita in carcere più volte: dapprima per l’aggressione ad un uomo che aveva scambiato per Cancelliere dello Scacchiere, David Lloyd George; successivamente, pochi mesi prima di morire, per aver attentato con una bomba alla casa in costruzione dello stesso uomo politico. Anche in prigione aveva continuato la sua protesta, attuando uno sciopero della fame. Tutto questo fa comprendere quanto fosse “scomoda” per l’Inghilterra del suo tempo, e quanto fosse ritenuta una autentica bandiera del movimento femminile che stava lottando per la completa emancipazione della donna.

lunedì 29 gennaio 2024

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 29 gennaio.
Il 29 gennaio 1856 la Regina Vittoria istituisce la Victoria Cross, come onorificenza dedicata ai valorosi che si sarebbero distinti in guerra.
Il 26 giugno 1857, durante una cerimonia ad Hyde Park, la regina consegnò le prime 62 croci davanti a una folla festante di circa 100.000 persone. Un secolo e mezzo più tardi, la medaglia è ancora la più alta onorificenza per coraggio e valore di cui un membro delle Forze Armate britanniche può fregiarsi.
La storia della Victoria Cross comincia nel 1854, quando la Gran Bretagna stava combattendo una grande guerra contro la Russia.
La guerra di Crimea fu una delle prime "guerre moderne", in cui reporter dei maggiori quotidiani raccontavano storie dal fronte ai lettori affamati di notizie a casa. Mentre gli ufficiali coraggiosi potevano fregiarsi dell'"order of the Bath", un'onorificenza istituita da Giorgio I nel 1725, non c'era alcun premio per consentire ai soldati ordinari di dimostrare il proprio eroismo.
Altre nazioni europee avevano invece onorificenze che non discriminavano le truppe per classe o grado. Perciò, all'inizio del 1856 la regina Vittoria ordinò al ministero della guerra di istituire una nuova medaglia, la Victoria Cross, che potesse essere assegnata a qualunque membro delle Forze Armate senza distinzione di grado. La medaglia doveva essere retrodatata al 1854, così da poter essere assegnata per atti di eroismo durante la guerra di Crimea.
L'ufficiale Charles David Lucas a bordo della HMS Hecla fu l'autore dell'atto che gli diede l'onore di essere il primo vincitore della Victoria Cross, il 21 giugno 1854. Durante l'attacco alla fortezza russa di Bomarsund nelle isole Aland, un grande proiettile delle batterie di cannoni della fortezza cadde sul ponte della Helca, inesploso. Ignorando gli ordini di mettersi al riparo, Lucas raccolse il proiettile ancora rovente e si diresse con calma ai bordi del ponte buttandolo in mare. Il proiettile esplose appena raggiunse l'acqua. In questo modo fu deciso lo "standard" per le onorificenze seguenti.
Da allora, 1357 Victoria Cross sono state consegnate nei suoi oltre 150 anni di storia. Nei primi anni, l'assegnazione del premio fu assai frequente; molte medaglie furono consegnate ai soldati che combatterono l'ammutinamento indiano, poi a quelli coinvolti nella seconda guerra mondiale. In un solo giorno, il 16 novembre 1857, furono assegnate ben 24 Croci.
In origine si credeva che le medaglie venissero forgiate dal bronzo di due cannoni russi catturati a Sebastopoli durante la guerra di Crimea. Ricerche recenti dimostrano invece che le medaglie sono fatte di metallo di origine cinese, forse di armi cinesi riutilizzate dai russi a Sebastopoli.
Dopo la seconda guerra mondiale sono state assegnate solo 13 Victoria Cross. Il conferimento più recente è relativo al caporale Bill Apiata dello Special Air Service neozelandese, per aver trasportato un compagno gravemente ferito per 70 metri su un terreno roccioso sotto il fuoco nemico di una mitragliatrice pesante durante il conflitto in Afghanistan nel 2004.

sabato 6 gennaio 2024

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 6 gennaio.
Il 6 gennaio 1661 alcuni esponenti del "fifth monarchy man" tentano di prendere il controllo di Londra.
I Fifth Monarchy Men o Fifth Monarchists (Quinto-monarchisti) furono un movimento religioso millenarista inglese, attivo dal 1649 dal 1661, cioè per tutto il periodo del Commonwealth del Lord Protettore Oliver Cromwell (1599-1658). Il nome di quinto-monarchisti della setta prese origine dall'episodio del libro di Daniele, nell'Antico Testamento, dove il profeta interpretò il sogno del re Nabucodonosor, profetizzando l'avvento di un quinto regno, fatto sorgere da Dio e che avrebbe distrutto i precedenti e sarebbe durato per sempre.
Questi riferimenti al millenarismo furono molto frequenti durante gli anni 1640-1660, il ventennio della storia inglese che comprendeva la guerra civile, la decapitazione del re Carlo I (1625-1649), e il successivo interregno, periodo nel quale proliferarono sette e pubblicazioni apocalittiche, come il popolare The personal reign of Christ upon Earth (il regno personale di Cristo in terra) del 1642, scritto dal reverendo Henry Archer, il quale profetizzò la conversione dei giudei e la distruzione di turchi nel 1650 e la parusia (seconda venuta in terra di Cristo) per il 1700.
La setta generò intorno al 1649 da alcuni predicatori laici e religiosi indipendenti e battisti, che avevano in comune lo spirito millenarista, il cui messaggio era di prepararsi alla parusia, riformando il parlamento ed il governo inglese. Altri elementi erano l'amore fraterno per i poveri, il rilascio dal carcere dei debitori, l'abolizione delle tasse.
Il un primo momento i quinto monarchisti appoggiarono Oliver Cromwell, con la speranza che egli avrebbe riformato la società corrotta, e in ciò essi si allinearono alle attese del levellers di John Lilburne, ma quando Cromwell decise di perseguitare i levellers e di reprimere un tentativo di ammutinamento di solidarietà nell'esercito, usando la parte rimastagli fedele del New Model Army [l'esercito parlamentare, comandato da Sir Thomas Faifax (1601-1671)], nella battaglia di Burford del maggio 1649, essi si trovarono ad essere l'unica forza di opposizione al futuro Lord Protettore. Cromwell tuttavia li isolò progressivamente, dapprima sciogliendo nel dicembre 1653 il parlamento Barebone [chiamato così dal nome da uno dei suoi più influenti membri: Praise-God Barebone (ca.1596-1680)], dove i quinto monarchisti avevano un notevole appoggio dai delegati radicali, poi varando un nuovo parlamento e governo favorevoli alla sua politica.
Alfiere della protesta del movimento fu l'ex generale di brigata Thomas Harrison (1610-1660), deputato nel parlamento Barebone ed amico intimo di Cromwell. Forte della sua immagine di eroe nazionale, Harrison poté parlare a nome della setta, aiutando la loro causa, ma Cromwell spazzò via anche la sua opposizione, facendolo degradare ed arrestare per ben due volte pretestuosamente per sovversione. Ironia della sorte, Harrison fu fatto impiccare, e poi squartare mentre ancora moribondo, non da già Cromwell, bensì nel 1660 dai realisti di Carlo II (1649-1685), che non gli avevano mai perdonato di aver firmato nel 1649 la condanna a morte di Carlo I.
Alla morte di Harrison, la leadership dell'ala più oltranzista della setta fu assunta dal commerciante in botti Thomas Venner (m.1661), che aveva già organizzato dei complotti, falliti, contro Cromwell nel 1657 e 1659. Venner tentò una disperata insurrezione nel gennaio 1661, ma, com'era prevedibile, il colpo fallì e Venner e gli altri capi della rivolta furono decapitati. Le successive repressioni stroncarono definitivamente il movimento, oltre a perseguitare anche altre sette, a causa delle loro dottrine simili, come i quaccheri, i giacobiti e i sabbatariani.

sabato 29 luglio 2023

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 29 luglio.
Il 29 luglio 1981 Diana Spencer sposa Charles, principe di Galles ed erede al trono d'Inghilterra.
Diana Spencer nasce il 1 luglio 1961 a Parkhouse proprio vicino la residenza reale di Sadringham.
Fin da piccola Diana soffre della mancanza della figura materna: la madre è spesso assente e trascura la famiglia.
Non solo, ma Lady Frances Bounke Roche, questo il suo nome, lascia Parkhouse quando Diana ha solo sei anni per vivere con un facoltoso proprietario terriero, Peter Shaud Kidd.
A dodici anni Diana viene iscritta alle scuole secondarie presso l'istituto di West Heoth nel Kent; dopo poco lascia l'amatissima residenza di Parkhouse e si trasferisce nel castello di Althorp nella contea del Northamptonshire. La famiglia degli Spencer, a ben vedere, è addirittura più antica e blasonata di quella dei Windsor... Il padre Lord John diventa l'ottavo Conte di Althorp. Il figlio Charles diventa visconte e le tre sorelle Diana, Sarah e Jane sono elevate al rango di Lady.
Quando la futura principessa compie sedici anni in occasione di una cena per la visita della regina di Norvegia incontra il Principe di Galles ma fra i due, al momento, non scatta alcun colpo di fulmine. Solamente un desiderio di approfondire la conoscenza. Intanto, com'è normale, la giovane Diana, nel tentativo di condurre una vita il più possibile vicina, per quanto possibile, a quella dei suoi coetanei (è ancora ben lungi dall'immaginare che diverrà, invece, addirittura principessa e pretendente al trono d'Inghilterra), si trasferisce in un appartamento di Coleherm Court, un quartiere residenziale di Londra. Certo, non si tratta di un appartamento povero e di basso livello, ma pur sempre di una prestigiosa abitazione.
Ad ogni buon conto, questo suo desiderio interiore di "normalità" la induce a cercare l'indipendenza e a cercare di cavarsela con le sue forze. Si adatta a svolgere lavori anche non prestigiosi, come quelli della cameriera e della babysitter, e a dividere la sua casa con altre tre studentesse. Fra un lavoro e l'altro trova anche il tempo di dedicarsi ai bambini dell'asilo a due isolati da casa sua.
La compagnia delle altre ragazze ha comunque un effetto positivo in tutti i sensi. E' proprio grazie al loro aiuto e al loro sostegno psicologico che Lady Diana affronta il corteggiamento di Carlo, il principe del Galles conosciuto a quella famosa festa. A dire il vero, su queste prime fasi iniziali circolano molte voci contraddittorie: c'è chi dice che il più intraprendente fosse lui, mentre altri sostengono che fosse lei ad aver portato avanti la vera opera di corteggiamento.
Ad ogni modo, i due si fidanzano e, nel giro di breve tempo, convolano a nozze. La cerimonia è uno degli eventi mediatici più attesi e seguiti del globo, anche per la massiccia presenza di personalità di altissimo rango provenienti di tutto il mondo. Inoltre, la differenza di età della coppia non può che sollevare inevitabili pettegolezzi. Quasi dieci anni separano il principe Carlo da Lady D. Lei: ventiduenne appena uscita dall'adolescenza. Lui: trentatreenne già avviato alla maturità. Il 29 luglio 1981, nella cattedrale di St. Paul, si trovano convenuti sovrani, capi di stato e tutta la società internazionale osservata dagli occhi mediatici di oltre ottocento milioni di spettatori.
E anche il seguito del corteo reale, la gente in carne e ossa che seguirà la vettura con i due sposi, non è da meno: lungo il percorso che la carrozza intraprende, si contano qualcosa come due milioni di persone.
Dopo la cerimonia Diana è ufficialmente Sua Altezza Reale Principessa di Galles e futura Regina d'Inghilterra.
Grazie al suo comportamento informale, Lady D (come viene soprannominata dai tabloid con un tocco fiabesco), entra subito nel cuore dei sudditi e del mondo intero. Purtroppo il matrimonio non va così bene come le immagini della cerimonia lasciavano sperare, anzi, è palesemente in crisi. Nemmeno la nascita dei figli William e Harry riesce a salvare un'unione già compromessa.
Ricostruendo sul piano cronologico questo complesso intreccio di eventi vediamo che già nel settembre del 1981 viene annunciato ufficialmente che la principessa è incinta ma fra i due si era già insinuata da tempo Camilla Parker-Bowles, un'ex compagna di Carlo che il principe non ha mai smesso di frequentare e di cui Lady D è (giustamente, come si vedrà in seguito), assai gelosa. Tale è lo stato di tensione della principessa, il suo grado di infelicità e di rancore che tenta più volte il suicidio, con forme che vanno dai disturbi nervosi alla bulimia.
Nel dicembre 1992 viene annunciata ufficialmente la separazione. Lady Diana si trasferisce a Kensington Palace, mentre il principe Carlo continua a vivere ad Highgrove. Nel novembre 1995 Diana rilascia un'intervista televisiva. Parla della sua infelicità e del rapporto con Carlo.
Carlo e Diana divorziano il 28 agosto 1996. Negli anni del matrimonio, Diana compie numerose visite ufficiali. Si reca in Germania, negli Stati Uniti, nel Pakistan, in Svizzera, Ungheria, Egitto, Belgio, Francia, Sud Africa, nello Zimbabwe e in Nepal. Numerose sono le sue attività di beneficenza e solidarietà in cui oltre a prestare la propria immagine, si impegna attivamente con l'esempio.
Dopo la separazione Lady D continua ad apparire accanto alla famiglia reale nelle celebrazioni ufficiali. Il 1997 è l'anno in cui Lady Diana sostiene attivamente la campagna contro le mine anti-uomo.
Intanto, dopo una serie non precisata di flirt, prende corpo la relazione con Dodi al Fayed, miliardario arabo di religione musulmana. Non è uno dei soliti colpi di testa ma un vero e proprio amore. Nel caso il rapporto si concretizzasse in qualcosa di ufficiale sul piano istituzionale, i commentatori sostengono che questo sarebbe un duro colpo per la già vacillante corona britannica.
E' proprio mentre la "coppia dello scandalo" tenta di seminare i paparazzi che avviene il terribile incidente nel tunnel dell'Alma a Parigi: entrambi, alla fine di un'estate trascorsa insieme, perdono la vita. E' il 31 agosto 1997.
Un'irriconoscibile Mercedes blindata, con all'interno i corpi dei viaggiatori, viene recuperata in seguito allo spaventoso incidente stradale.
Il corpo della principessa viene sepolto in un minuscolo isolotto al centro di un laghetto ovale che abbellisce la sua casa ad Althorp Park, a circa 130 chilometri a nord-ovest di Londra.
Da allora, anche a distanza di anni, regolarmente si susseguono ipotesi per spiegare l'incidente. Qualcuno sospetta addirittura che la Principessa in quel periodo fosse incinta: il fatto che il principino William avrebbe avuto un fratellastro musulmano, sarebbe stato considerato un vero proprio scandalo per la famiglia reale. Questa come altre varie ipotesi intendono spesso puntare alla presenza di complotti, creando sempre più un denso alone di mistero attorno alla vicenda. Le indagini ad oggi non si fermano: sembra tuttavia improbabile che si arriverà un giorno a conoscere tutta la verità.

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