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domenica 13 aprile 2025

#AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi


 Buongiorno, oggi è il 13 aprile.

Il 13 aprile 1919 avvenne ciò che Theresa May, in occasione del centenario della ricorrenza,  ha definito una “cicatrice vergognosa nella storia delle relazioni anglo-indiane”: il massacro di Amritsar.

 Quel giorno il generale di brigata dell’esercito inglese Reginald Dyer ordinò infatti di aprire il fuoco su una folla di civili disarmati riunitasi in un parco della città di Amritsar, nell’attuale Stato del Punjab (nord-ovest dell’India).

I dati ufficiali parlano di 379 morti e 1200 feriti, ma ulteriori accertamenti non sono mai stati fatti ed è convinzione ormai diffusa che in realtà si sia trattato di diverse centinaia in più. L’atto compiuto da Dyer venne giudicato disumano e sleale soprattutto per la mancanza di preavviso: il generale non ritenne necessario sparare colpi di avvertimento per disperdere la folla, ma ordinò di sparare ad altezza uomo fino a esaurimento delle munizioni. Inoltre non vennero risparmiati donne e bambini, che costituivano buona parte dei presenti, né venne tenuto in considerazione il carattere pacifico della manifestazione, i cui partecipanti erano del tutto disarmati.

La folla si era riunita a nel piccolo parco di Jalianwalla Bagh ad Amritsar in occasione della festività Sikh di Baisakhi, che celebra l’inizio della primavera; con questo pretesto era stato organizzato parallelamente un comizio per protestare pacificamente contro l’arresto immotivato di due leader nazionalisti. Gli inglesi giudicarono la manifestazione provocatoria, in quanto violava la legge marziale instaurata appena un mese prima in seguito ai ripetuti attacchi subiti dall’amministrazione britannica; essa vietava riunioni pubbliche di qualsiasi genere che comprendessero più di quattro persone.

A marzo era stato infatti approvato il Rowlatt Act, che permetteva di incarcerare in modo arbitrario coloro i quali venivano etichettati come dissidenti, senza bisogno di sottoporli a processo. Il Partito del Congresso, guidato da Mohandas Gandhi, aveva criticato questa decisione e organizzato una serie di manifestazioni pacifiche di dissenso. In alcuni casi però le proteste erano sfociate in scontri violenti con ripetuti attentati contro i funzionari britannici e le sedi dell’amministrazione; fu per questo motivo che in alcune regioni dell’India come il Punjab venne istituita la legge marziale, riducendo le poche concessioni fatte agli indiani dalla fine della prima guerra mondiale e che avevano fatto sperare in una maggiore autonomia in futuro.

Il massacro di Amritsar ha costituito secondo molti il punto di svolta nel tragitto verso l’Indipendenza indiana. Innanzitutto ha significato un netto cambio di rotta nelle relazioni anglo-indiane: se fino a quel momento gli indiani avevano mostrato rispetto per gli inglesi e in certi casi persino ammirazione per le loro istituzioni, il tragico evento ha messo punto all’apparenza filantropica che fino ad allora avevano avuto i colonizzatori agli occhi dei colonizzati. Gandhi e il suo partito in primis hanno subito condannato duramente l’operato dell’esercito, affermando che da quel momento gli inglesi avevano dimostrato di non avere moralmente più alcun diritto di governare l’India.

In realtà l’azione intrapresa dal generale Dyer fu subito condannata dall’amministrazione britannica stessa, che lo costrinse a dimettersi. Dyer venne sottoposto a processo, sia in Inghilterra che in India, dove fu costituita una commissione apposita che lo giudicò colpevole all’unanimità e gli vietò da quel momento in poi di ricoprire qualsiasi tipo di incarico ufficiale. Durante il processo il generale non mostrò alcun segno di pentimento: alle domande “Generale, è vero che ha ordinato di sparare dove la folla era più fitta? Era consapevole della presenza di donne e bambini?” Dyer ha risposto affermativamente entrambe le volte, aggiungendo che era sua intenzione dare una lezione all’India intera. È vero che ci fu chi lo dipinse come un eroe e lo elogiò, ma la gran parte degli inglesi criticò il suo operato e ne prese immediatamente le distanze.

Il gesto sul momento venne comunque attribuito ai dominatori britannici nel complesso, la cui presenza già sempre meno tollerata dagli indiani divenne inaccettabile. Per questo motivo il massacro ha rappresentato un punto di svolta, che ha dato un forte impulso ai movimenti nazionalisti di tutta l’India. La nascita del movimento di non-cooperazione, scaturita dalla dichiarazione di Gandhi e del Partito del Congresso di non voler più collaborare con l’amministrazione britannica, contribuì alla presa di coscienza di un sentimento nazionalista in tutto il Paese. Espandendosi in poco tempo da nord a sud, il movimento ebbe infatti la funzione di unire il subcontinente indiano intero: i suoi abitanti iniziarono a provare un senso di appartenenza alla stessa nazione, che li spinse a rivendicare con forza l’indipendenza, rifiutando di accontentarsi semplicemente di una maggiore autonomia come ipotizzato in passato.

Conseguenza a catena di un simile processo è stata l’ascesa immediata del Partito del Congresso, che si è imposto come principale promotore dell’indipendenza. La decisione di non-cooperazione con il governo britannico ha infatti consolidato le istanze nazionaliste del suo partito, che pian piano ha finito con il rappresentare il fulcro dei movimenti indipendentisti di tutto il Paese. Ponendosi alla guida del movimento di non-cooperazione, Gandhi ha fatto sì che il suo partito finisse per coincidere col movimento indipendentista, venendo identificato come tale a livello nazionale. In questo senso dunque il massacro di Amritsar è stato considerato da molti come un punto di svolta cruciale anche per la storia del Partito del Congresso.

Come fatto notare da molti in occasione dell’enorme fiaccolata che ha ricordato il 13 aprile del 2019 le vittime della strage, il centesimo anniversario avrebbe potuto rappresentare il momento ideale per presentare le dovute scuse. Ma la allora premier inglese Theresa May ha solamente espresso dispiacere per l’accaduto, definendo l’evento un “esempio doloroso del passato inglese in India”.

Ogni anno, le celebrazioni in memoria delle vittime di Amritsar riportano alla luce frizioni tra i due Paesi, che nonostante si cerchi di nascondere o attutire ricordano inevitabilmente come questo evento abbia lasciato una cicatrice indelebile nelle relazioni anglo-indiane. È vero dunque che il massacro di Amritsar ha portato all’ottenimento dell’indipendenza indiana in tempi più rapidi, ma il prezzo che il Paese ha dovuto pagare è stato alto e rimarrà sempre uno degli episodi più sanguinosi della storia recente indiana, ricordato ogni anno con orrore e dolore.

venerdì 19 novembre 2021

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 19 novembre.
Il 19 novembre 1917 nasce ad Allahabad, in India, Indira Gandhi.
Indira era l'unica figlia di Kamla e Jawaharlal Nehru. Quest'ultimo fu il primo presidente dell'India indipendente e tale fatto fu solo l'apogeo di una vita completamente pervasa dalla politica. Fin dalla più tenera età Indira non poté fare a meno di rimanere coinvolta nella lotta per l'indipendenza dell'India che vide in concreto ogni membro della sua famiglia parteciparvi attivamente. I nonni, gli zii (tra i quali Vija Lakshmi Pandit, prima donna chiamata a presiedere l'ONU) e i genitori, ciclicamente venivano arrestati per reati contro l'Impero Britannico, costringendola fin da subito ad assumersi diverse responsabilità come donna di casa.
Capitava addirittura che in alcune occasioni tutti i componenti della famiglia fossero agli arresti e lei fosse l'unica rimasta libera. Ciò avvenne già all'età di quattro anni e nel decennio che seguì fu un'eventualità piuttosto frequente. Il duro trattamento cui furono sottoposti i suoi genitori durante i lunghi periodi di prigionia, indebolì notevolmente la salute della madre che fu costretta a trascorrere una lunga convalescenza in Svizzera, accompagnata dalla piccola Indira che aveva compiuto da poco gli otto anni.
La lontananza dal paese natio e gli studi in un collegio svizzero modificarono per sempre la sua visione del mondo. Infatti, provenendo da una famiglia molto ricca e culturalmente all'avanguardia, avrebbe potuto adagiarsi nel tradizionale riserbo delle donne indiane, in attesa di un buon matrimonio che gli garantisse un futuro prospero. Al contrario, trascorrere i primi anni dell'adolescenza in una nazione straniera gli permise di vedere la realtà della sua nazione con gli occhi di un'osservatrice distaccata, capace di vedere i difetti e i problemi pur mantenendo inalterato l'amor patrio trasmessole dal padre.
Rientrata in India divenne attiva nella guerriglia contro gli Inglesi già a 11 anni. Fondò la Monkey Brigade, una formazione costituita interamente da ragazzi che si ispirava all'esercito Monkey del poema epico Ramayana. Composto da più di seimila membri, il movimento ebbe ruolo attivo nella lotta per l'indipendenza sia fornendo un servizio accurato e sicuro di trasmissione delle comunicazioni tra i delegati dei movimenti per l'indipendenza sia attaccando impunemente alcune caserme inglesi. Come lei stessa ricorda, in questa prima parte della sua vita fu d'enorme importanza la vicinanza di suo padre e del Mahatma Gandhi che non la esclusero mai dalle discussioni politiche né dalla partecipazione attiva nelle azioni di protesta e di lotta. A proposito ella disse: " le mie scelte furono influenzate da loro, dallo spirito d'uguaglianza che essi infusero in me; la mia ossessione per la giustizia viene da mio padre che a sua volta la ricevette dal Mahatma Gandhi. Però non è giusto dire che mio padre mi influenzò più degli altri. Furono tutti, fu un tutto..."
Lo stretto legame col padre, già profondamente chiaro dalle lettere che le scrisse dal carcere durante il tempo della Monkey Brigade, poi raccolte in due libri divenuti famosi, fu ulteriormente aumentato dalla prematura scomparsa della madre (1934) dovuta ad un cancro. L'improvvisa mancanza della figura materna sconvolse a lungo Indira che fino all'inizio della Seconda Guerra Mondiale si disinteressò della vita politica, dedicandosi unicamente agli studi superiori, diplomandosi prima alla Visva-Bharati University, nello stato del Bengala, per poi continuare i propri studi di nuovo all'estero presso il Sommersville College di Oxford in Gran Bretagna.
La permanenza sul suolo inglese fu particolarmente fruttuoso per quel che riguarda l'attività politica della futura leader. Si iscrisse al partito laburista e cominciò un'intensa attività d'appoggio al movimento del Congresso indiano in cui era entrata nel 1938. L'impegnativo lavoro le permise di entrare in contatto con altri esponenti indiani del Movimento anch'essi in Gran Bretagna per motivi di studio e di lavoro. Tra loro v'era uno sconosciuto avvocato di Bombay, Ferozi Gandhi, omonimo, ma non parente, del Mahatma che riuscì a far breccia nel cuore della giovane Indira che fino ai diciotto anni si era professata profondamente convinta di poter fare a meno degli uomini. Quell'amore che poi sarebbe culminato nel matrimonio nel 1942 fu fortemente osteggiato addirittura da tutta l'India. I motivi erano semplici: Indira apparteneva ad una famiglia di Brahamini, di religione Indù, mentre Ferozi era un Parsi, discendente di un gruppo culturale fuggito secoli addietro dalla Persia per evitare le persecuzioni musulmane. La differenza di religione, uno dei mali oscuri che affliggono ancora oggi l'India, costituiva un insormontabile problema per qualunque persona nata laggiù, tranne per Indira. Il padre Nehru fu in principio contrario ad un matrimonio che provocava dissidi persino tra i sostenitori del suo partito e faceva ricevere alla sposa centinaia di lettere minatorie al giorno, ma fu costretto a cedere all'ostinato rifiuto della figlia di rinviare le nozze anche di un solo giorno. La cerimonia avvenne nel Febbraio del 1942.
Se Nehru aveva creduto che la vita coniugale avrebbe potuto cambiare almeno parzialmente il carattere troppo irrequieto della figlia, si dovette ricredere ben presto. Anche Ferozi era impegnato politicamente quanto la moglie. Da un'unione del genere non ci si poteva aspettare altro se non una dura lotta d'opposizione all'occupazione britannica. Già sei mesi dopo le nozze, le autorità di Sua Maestà li avevano arrestati con l'accusa di attività sovversiva. Indira fu condannata a 7 anni di reclusione che furono poi convertiti in tredici mesi di cui solo nove effettivamente scontati nelle prigioni indiane. Il suo coinvolgimento nella lotta per l'indipendenza dell'India fu via via maggiore e quando il grande paese finalmente la ottenne nel 1947, la nomina di suo padre a primo presidente della repubblica indiana sembrava preludere ad una sua attiva partecipazione al governo. Invece là dove non erano riusciti né i fanatici religiosi né la polizia britannica, riuscì la nascita in rapida successione dei suoi due figli. Il nuovo ruolo di madre la convinse a mettere momentaneamente da parte le sue aspettative politiche per dedicarsi alla vita familiare. Nei suoi ricordi quegli anni vengono dipinti come i più felici della sua vita e non c'è motivo di dubitarne, potendo vedere quale amore legò alla madre entrambi i figli.
Il distacco dalla vita pubblica durò fino al 1955, quando le fu affidato l'incarico di prima collaboratrice del padre. Come segretaria e consigliere personale dell'illustre genitore ebbe modo di abituarsi al potere senza dover subire gli aspetti negativi della pressione causata dal suo diretto esercizio. Già nel 1957 a Chamba parlò per la prima volta ufficialmente in un comizio elettorale al posto del padre, raccogliendo grandi consensi. Il successo era proprio dietro l'angolo. Come sovente accade, le fortune professionali non coincidono con quelle familiari. Il sempre maggiore coinvolgimento di Indira negli affari di stato causò un progressivo allontanamento dal marito che, abituato a un ménage tranquillo e compassato aveva mal digerito i continui spostamenti della moglie. La separazione fu inevitabile, ma nessuno dei due volle mai divorziare. C'è chi dice che rimasero sposati per convenienza, ma Indira stessa affermò che l'amore non era finito e che la lontananza era causata solo dal suo lavoro col padre. Comunque sia, tale condotta durò poco, perché Ferozi Gandhi morì nel 1960.
L'anno precedente Indira aveva ottenuto la nomina a Presidente del Partito del Congresso, primo passo verso posti di maggiore responsabilità. Nel 1964 Nehru morì improvvisamente, lasciando la figlia, appena eletta al Parlamento indiano, priva della sua ala protettrice. Per la successione al grande statista non fu presa in considerazione Indira che ancora non aveva sufficiente carisma per pretenderla. Fu nominato Primo Ministro Lal Bahadur Shastri che comunque non dimenticò la fazione del partito che era fedele alla famiglia di Nehru, concedendo ad Indira di diventare Ministro dell'Informazione.
L'abilità e la determinazione di Indira sarebbero forse passate inosservate se Shastri avesse mantenuto la carica più a lungo. Gli equilibri di potere si sarebbero consolidati escludendo l'erede di Nehru dal potere, anche a causa del fatto di essere una donna in una nazione profondamente tradizionalista. Invece nel 1966, il Primo Ministro moriva per un attacco di cuore, lasciando vacante l'incarico più importante dell'India. Il partito del Congresso che possedeva saldamente la maggioranza all'interno del Parlamento era però diviso al suo interno tra un'ala di tendenze socialiste cui si richiamavano anche i seguaci della corrente di Nehru ed una di destra moderata guidata da Moraji Desai. Entrambe disponevano di largo appoggio tra la popolazione, ma nessuna delle due aveva voti sufficienti per eleggere il proprio rappresentante. Per non correre il rischio che l'opposizione approfittasse di queste discussioni interne si acconsentì a designare Primo Ministro una figura di compromesso che rispecchiasse la continuità col passato. Quale scelta migliore di Indira Gandhi, figlia di Nehru?
In aggiunta a tali motivazioni chiaramente d'opportunità ve ne erano altre più difficili da confessare. Desai era convinto che Indira fosse facilmente controllabile ed influenzabile, quindi l'ideale per esercitare il potere restando nell'ombra. Raramente nella storia moderna un giudizio personale fu così errato. Una volta conquistato il posto, Indira ebbe circa un anno per prepararsi alle elezioni del 1967. Durante quel periodo mise in pratica una politica decisamente aggressiva contro tutti i mali che attanagliavano il suo paese, primo fra tutti la povertà diffusa. Procedette ad una nazionalizzazione delle risorse minerarie e finanziarie, rendendo finalmente indipendente dall'estero anche l'economia indiana. Le nazionalizzazioni non furono però fini a se stesse, ma preordinate ad un più vasto progetto di ridistribuzione delle ricchezze che le fece guadagnare l'appellativo di "Comunista" che la irritava alquanto, poiché ella si sentiva più socialista, dove per socialismo intendeva una politica di giustizia più che un'ideologia. In un periodo in cui nel mondo si poteva essere o con i Sovietici o con gli Statunitensi, l'India cercò una terza via, quella del non-allineamento.
Il 1966 fu anche l'anno in cui si svolse una delle più gravi carestie che abbia mai colpito l'India. Ebbene, seppure provata dalla fame e dalla sofferenza, il governo di Indira rifiutò ogni aiuto dall'estero. Il brillante superamento di quelle difficoltà fu seguito da una pianificazione accurata delle nascite, attraverso una politica demografica all'avanguardia. Conscia dell'impossibilità di sostenere un tasso di crescita pari ad un quinto della popolazione ogni quindici anni, Indira adottò provvedimenti estremamente drastici che in paesi europei non sarebbero mai stati accettati, ma che si addicevano alla gravità della situazione indiana. Giunse persino alla sterilizzazione maschile decretata per legge in casi limite. Seppure a fatica cominciò a insegnare al proprio popolo che i figli sono una ricchezza non perché possono portare a casa un nuovo stipendio già a sei o sette anni d'età, ma piuttosto per il futuro migliore che potevano garantire all'India.
La risposta dei Sikh fu univoca: vendetta. Una vendetta affidata a tutti gli appartenenti al popolo, una vendetta di razza. Indira non si curò di quelle minacce di morte che considerava parole dette al vento, tanto che prese la decisione di mantenere nella propria scorta personale due Sikh. Fu il più grave errore di valutazione della sua vita. Il 31 Ottobre 1984, mentre si stava recando in visita all'attore americano Peter Ustinov a New Dehli, fu assassinata da quelle stesse due persone che non ebbero nessuna esitazione a scaricare contro di lei i loro revolver, pur sapendo che li avrebbero immediatamente arrestati, come poi effettivamente avvenne. La vendetta promessa era stata ottenuta. Però la linea familiare al governo dell'India non si interruppe. Rajiv Gandhi sostituì la madre come Primo Ministro.

lunedì 25 ottobre 2021

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 25 ottobre.
Il 25 ottobre 1920 Terence Joseph MacSwiney muore in carcere alla Brixton Prison inglese dopo 74 giorni di sciopero della fame.
MacSwiney era il primo di 8 fratelli. Suo padre, John MacSwiney di Cork, aveva combattuto da volontario nel 1868 nelle truppe papaline contro Garibaldi, poi divenne maestro di scuola a Londra e infine aprì una fabbrica di tabacco a Cork. Fallita la sua impresa, emigrò in Australia nel 1885 lasciando i bambini alle cure della madre e della sorella più grande. La madre, Mary Wilkinson, era una cattolica inglese con un forte spirito nazionalistico irlandese.
Terence fu educato dai Fratelli Cristiani della North Monastery School a Cork, scuola che abbandonò quindicenne per aiutare in famiglia dopo la partenza del padre. Mentre lavorava da commesso, continuò gli studi privatamente raggiungendo il diploma e in seguito, sempre lavorando full time, laureandosi in Scienza Mentale e Morale alla Royal University di Cork nel 1907.
Nel 1901 fu uno dei fondatori della Associazione Letteraria Celtica e nel 1908 fondò la Associazione Drammatica di Cork con Daniel Corkery, insieme al quale scrisse numerosi pezzi teatrali, e in seguito anche poesie e libretti di storia irlandese.
Il suo primo dramma, l'ultimo guerriero di Coole, fu prodotto nel 1910. Il suo quinto, il Rivoluzionario (1915) ebbe un successo travolgente.
I suoi articoli sul giornale "Irish Freedom" (libertà irlandese) lo portarono all'attenzione della Fratellanza Repubblicana Irlandese. Fu tra i fondatori della Brigata Cork dei Volontari Irlandesi nel 1913, e presidente del ramo di Cork del Sinn Féin.
Fondò una rivista, Fianna Fail, nel 1914, subito soppresso dopo solo 11 uscite. Venne arrestato e deportato dall'Irlanda nei campi di confino di Shrewsbury e Bromyard fino al suo rilascio nel giugno 1917.
Durante questo confino conobbe e sposò Muriel Murphy, figlia del titolare delle famose distillerie di Cork. Nel novembre 1917 fu nuovamente arrestato a Cork perchè indossava un'uniforme dell'esercito repubblicano irlandese (IRA, Irish Republican Army) e, ispirato dall'esempio di Thomas Ashe, iniziò uno sciopero della fame di 3 giorni prima di venire nuovamente rilasciato.
Nelle elezioni generali del 1918, MacSwiney venne nuovamente eletto come rappresentante del Sinn Féin senza alcuna opposizione. A seguito dell'omicidio del suo amico Tomas Mac Curtain, sindaco di Cork, il 20 marzo 1920, venne eletto al suo posto. Il 12 agosto 1920 venne arrestato a Dublino per possesso di documenti e articoli sediziosi, nonchè di una chiave di cifratura. Venne giudicato in modo sommario da una corte marziale il 16 agosto e condannato a 2 anni di prigione nella prigione di Brixton.
In prigione cominciò immediatamente uno sciopero della fame come protesta per la sua condanna e per essere stato giudicato da una corte militare. Altri 11 prigionieri repubblicani iniziarono con lui lo sciopero della fame. Il 26 agosto il governo Britannico decise che "il rilascio del sindaco avrebbe conseguenze disastrose in Irlanda con possibili ammutinamenti sia dell'esercito che della polizia nel sud dell'Irlanda".
Lo sciopero della fame di MacSwiney attirò l'attenzione di tutto il mondo. Gli americani iniziarono un boicottaggio di merci inglesi, quattro nazioni in Sud America chiesero al Papa di intervenire. Vi furono proteste anche in Francia e in Germania; un parlamentare australiano, Hugh Manon, venne espulso dal parlamento per "comportamento antibritannico e sedizioso durante una seduta pubblica", dopo aver protestato per le azioni del governo di Sua Maestà.
Negli ultimi giorni dello sciopero furono fatti alcuni tentativi di cibare a forza MacSwiney. Il 20 ottobre 1920 cadde in coma e morì cinque giorni dopo, dopo 74 giorni di sciopero della fame. Il suo corpo venne portato nella Southwark Cathedral di Londra, dove 30.000 persone vennero a porgere il loro saluto. Temendo dimostrazioni di massa a Dublino, le autorità portarono la sua bara direttamente a Cork, dove il suo funerale il 31 ottobre attrasse grandi folle. Terence MacSwiney fu sepolto nella cappella Repubblicana del cimitero di San Finbarr a Cork. L'orazione funebre venne tenuta da Arthur Griffith.
Un'antologia dei suoi scritti, intitolata Princìpi di Libertà, fu pubblicata postuma nel 1921. La vita e le opere di MacSwiney ebbero un impatto particolare in India; Jawaharlal Nehru si ispirò a lui, e il Mahatma Gandhi lo inserì tra coloro che influenzarono il suo pensiero. L'antologia fu tradotta in numerosi idiomi indiani.
Il rivoluzionario indiano Bhagat Singh era un suo ammiratore e in prigione fece anche lui uno sciopero della fame per protestare contro le condizioni di detenzione dei rivoluzionari indiani.
Il padre di Singh chiese al governo britannico la grazia per suo figlio, ma questi citando MacSwiney rispose che "sono sicuro che la mia morte avrà conseguenze peggiori che il mio rilascio per l'Impero Britannico" e disse al padre di ritirare la richiesta.
Il 23 marzo 1931 Bhagat Singh venne giustiziato insieme a due suoi complici per l'uccisione di un ufficiale britannico.
Anche altre grandi figure furono influenzate da MacSwiney, tra cui Ho Chi Minh che lavorava a Londra al tempo della morte dell'irlandese, ed ebbe a dire "una nazione che ha di questi abitanti non si arrenderà mai".


sabato 2 ottobre 2021

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 2 ottobre.
Il 2 ottobre 1869 nasce Mohandas Gandhi.
Mohandas Karamchard Gandhi, detto il Mahatma (in sanscrito significa Grande Anima, soprannome datogli dal poeta indiano R. Tagore), è il fondatore della nonviolenza e il padre dell'indipendenza indiana.
Il nome Gandhi in lingua indiana significa 'droghiere': la sua famiglia dovette esercitare per un breve periodo un piccolo commercio di spezie.
Nato il 2 ottobre 1869 a Portbandar in India, dopo aver studiato nelle università di Ahmrdabad e Londra ed essersi laureato in giurisprudenza, esercita brevemente l'avvocatura a Bombay.
Di origini benestanti, nelle ultime generazioni la sua famiglia ricoprì alcune cariche importanti nelle corti del Kathiawar, tanto che il padre Mohandas Kaba Gandhi era stato primo ministro del principe Rajkot. I Gandhi tradizionalmente erano di religione Vaishnava; appartenevano cioè ad una setta Hindù con particolare devozione per Vishnù.
Nel 1893 si reca in Sud Africa con l'incarico di consulente legale per una ditta indiana: vi rimarrà per ventuno anni. Qui si scontra con una realtà terribile, in cui migliaia di immigrati indiani sono vittime della segregazione razziale. L'indignazione per le discriminazioni razziali subite dai suoi connazionali (e da lui stesso) da parte delle autorità britanniche, lo spingono alla lotta politica.
Il Mahatma si batte per il riconoscimento dei diritti dei suoi compatrioti e dal 1906 lancia, a livello di massa, il suo metodo di lotta basato sulla resistenza nonviolenta, denominato anche Satyagraha: una forma di non-collaborazione radicale con il governo britannico, concepita come mezzo di pressione di massa.
Gandhi giunge all'uguaglianza sociale e politica tramite le ribellioni pacifiche e le marce.
Alla fine il governo sudafricano attua importanti riforme a favore dei lavoratori indiani: eliminazione di parte delle vecchie leggi discriminatorie, riconoscimento ai nuovi immigrati della parità dei diritti e validità dei matrimoni religiosi.
Nel 1915 Gandhi torna in India dove circolano già da tempo fermenti di ribellione contro l'arroganza del dominio britannico, in particolare per la nuova legislazione agraria, che prevedeva il sequestro delle terre ai contadini in caso di scarso o mancato raccolto, e per la crisi dell'artigianato.
Diventa il leader del Partito del Congresso, partito che si batte per la liberazione dal colonialismo britannico.
Nel 1919 prende il via la prima grande campagna satyagraha di disobbedienza civile, che prevede il boicottaggio delle merci inglesi e il non-pagamento delle imposte. Il Mahatma subisce un processo ed è arrestato. Viene tenuto in carcere pochi mesi, ma una volta uscito riprende la sua battaglia con altri satyagraha. Nuovamente incarcerato e poi rilasciato, Gandhi partecipa alla Conferenza di Londra sul problema indiano, chiedendo l'indipendenza del suo paese.
Del 1930 è la terza campagna di resistenza. Organizza la marcia del sale: disobbedienza contro la tassa sul sale, la più iniqua perché colpiva soprattutto le classi povere. La campagna si allarga con il boicottaggio dei tessuti provenienti dall'estero. Gli inglesi arrestano Gandhi, sua moglie e altre 50.000 persone. Spesso incarcerato anche negli anni successivi, la "Grande Anima" risponde agli arresti con lunghissimi scioperi della fame (importante è quello che egli intraprende per richiamare l'attenzione sul problema della condizione degli intoccabili, la casta più bassa della società indiana).
All'inizio della Seconda Guerra Mondiale Gandhi decide di non sostenere l'Inghilterra se questa non garantirà all'India l'indipendenza. Il governo britannico reagisce con l'arresto di oltre 60.000 oppositori e dello stesso Mahatma, che è rilasciato dopo due anni.
Il 15 agosto 1947 l'India conquista l'indipendenza. Gandhi vive questo momento con dolore, pregando e digiunando. Il subcontinente indiano è diviso in due stati, India e Pakistan, la cui creazione sancisce la separazione fra indù e musulmani e culmina in una violenta guerra civile che costa, alla fine del 1947, quasi un milione di morti e sei milioni di profughi.
L'atteggiamento moderato di Gandhi sul problema della divisione del paese suscita l'odio di un fanatico indù che lo uccide il 30 gennaio 1948, durante un incontro di preghiera.
Seguendo le volontà di Gandhi, le sue ceneri furono ripartite tra varie urne e disperse nei maggiori fiumi del mondo tra i quali il Nilo, il Tamigi, il Volga e il Gange. Due milioni di indiani assistettero ai funerali, durante i quali la bara del Mahatma fu trasportata su e giù per il Gange per consentire a coloro che stavano sulle sponde di rendergli omaggio.
Il 30 gennaio 2008, in occasione del sessantesimo anniversario della sua morte, sono state versate nel mare davanti a Mumbai le ceneri contenute nell'unica urna non ancora svuotata.

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