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domenica 15 febbraio 2026

#AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 15 febbraio.
Il 15 febbraio 1936 si concluse, nei pressi di Amba Aradam, un villaggio etiope a 100 km da Addis Abeba, una cruenta battaglia tra le truppe italiane comandate da Pietro Badoglio, e quelle locali guidate dal Ras Mulugeta.
Alle 8.00 del mattino del 10 febbraio, Badoglio lanciò il primo attacco della Battaglia di Amba Aradam. L'esercito era composto da soldati regolari e da volontari delle camice nere, mentre gli ascari formavano la riserva. Il I e III corpo italiani si spostarono sulla piana di Calamino e quando calò la notte entrambi i corpi si accamparono lungo le rive del fiume Gabat.
Badoglio aveva avuto una formazione come generale d'artiglieria e come tale era fortemente intenzionato a promuovere l'utilizzo di questa arma. Il suo quartiere generale fungeva poi anche da posto di osservazione della battaglia e da luogo di partenza degli aerei mandati in ricognizione sul fronte ogni cinque minuti. Questi aerei identificarono le posizioni delle forze etiopi per gli artiglieri italiani.
Gli aerei italiani, inoltre, mapparono l'area attorno all'Amba Aradam e scoprirono le varie debolezze delle difese di Ras Mulugeta. Fotografie aeree mostrarono che l'attacco dal piano di Antalo a sud dell'Ambaradam sarebbe stato il migliore. Badoglio, pertanto, decise di accerchiare l'Amba Aradam e di attaccare Mulugeta dal retro così da forzare le sue truppe a spostarsi verso il piano di Antalo dove sarebbero state distrutte dai restanti corpi d'armata italiani.
L'11 febbraio la 4^ divisione camice nere e la 5^ divisione alpina Pusteria del III corpo avanzarono da Gabat presso la parte ovest dell'Amba Aradam. Nello stesso tempo, il I corpo si mosse a est del monte. Troppo tardi il Ras Mulugeta realizzò il piano degli italiani per accerchiare le sue posizioni.
Al mezzogiorno del 12 febbraio, gran parte delle forze etiopi scese dal fianco occidentale dell'Amba Aradam e attaccò la divisione camice nere le quali vennero in gran parte distrutte, ma così non fu per la divisione alpina Pusteria che continuò l'avanzata verso Antalo. I continui bombardamenti d'aria e d'artiglieria da parte degli italiani, provarono duramente le posizioni dei nemici.
Alla sera del 14 febbraio, gli italiani avevano raggiunto le posizioni desiderate e si raggrupparono con l'artiglieria per l'assalto finale.
Dalla mattina del 15 febbraio, sotto la copertura dell'oscurità e di una densa nebbia, gli italiani completarono l'accerchiamento della montagna. Quando giunse la luce del giorno e le dense nubi si diradarono, gli etiopi decisero di attaccare nuovamente ma senza successo. Al calar della sera la battaglia poteva dirsi conclusa.
La vittoria italiana diede il via alla campagna che portò poi alla conquista di Addis Abeba, e fu celebrata da Mussolini dando a diverse vie di città italiane il nome "via dell'Amba Aradam", tra cui la più famosa è certamente a Roma, grazie alla sede dell'Inps sita al civico 5.
Da questa battaglia cruenta e confusa inoltre è nato il termine, divenuto popolare in Italia negli anni precedenti la seconda guerra mondiale, AMBARADAN, atto ad indicare un insieme disordinato e confuso di elementi.

venerdì 25 aprile 2025

#AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi


 Buongiorno, oggi è il 25 aprile.

Il 25 aprile 2005 viene completato il ritorno in Etiopia della stele di Axum.

La cosiddetta stele di Axum è un obelisco in pietra basaltica a sezione rettangolare conservato ad Axum, in Etiopia.

Il monumento è alto 23,40 metri e pesa circa 150 tonnellate.

La stele fu realizzata tra il I e il IV secolo dagli abitanti del Regno di Axum. In epoca moderna venne rinvenuta semi-interrata e spezzata in tre tronconi alla fine del 1935 da soldati italiani impegnati nella guerra d'Etiopia. La stele era una dei circa cinquanta obelischi che si trovavano nella città di Axum al momento del ritrovamento.

I frammenti della stele furono trascinati da centinaia di soldati italiani ed eritrei con un viaggio di due mesi fino al porto di Massaua, trasportati fino a Napoli a bordo del piroscafo Adua, dove giunsero il 27 marzo 1937.

Vennero quindi trasportati a Roma, dove furono restaurati e ricomposti. L'obelisco fu collocato il 28 ottobre 1937 in Piazza di Porta Capena in occasione dei 15 anni della Marcia su Roma e del primo anniversario dell'Impero, di fronte al Ministero delle Colonie (oggi sede della FAO) e al Circo Massimo, e le cui operazioni furono coordinate da Ugo Monneret de Villard.

Assieme alla stele arrivò in Italia anche il monumento al Leone di Giuda, per anni esposto alla Stazione Termini e infine restituito all'Etiopia nel 1970 e collocato di fronte alla Stazione di Addis Abeba.

Per assicurarne la tenuta, l'obelisco fu rinforzato dall'interno con cunei di metallo, mentre la superficie dovette essere restaurata in più punti.

Il 10 settembre 1943 l'obelisco, colpito da raffiche di armi automatiche durante la battaglia di Porta San Paolo, subì ulteriori danni, e negli anni successivi il suo posizionamento ai margini di una zona di grande traffico lo espose a un forte inquinamento atmosferico.

L'Italia si propose di restituire la stele all'Etiopia, in quanto prelevato come bottino di guerra, il 15 settembre 1947, data di entrata in vigore del trattato di pace del 10 febbraio 1947, con la promessa di restituzione in diciotto mesi di tutto il bottino della Guerra di Etiopia. Nel 1969 il Ministero degli Affari Esteri decise di rinviarlo alla corte dell'imperatore Hailé Selassié.

Questi tuttavia, di fronte agli enormi costi relativi al trasporto, lo dichiarò un suo dono personale agli italiani, lasciandolo quindi sul territorio italiano stesso. Un'altra versione recita che la Farnesina addirittura pagò l'equivalente stimato per il trasporto all'Etiopia, la quale, al momento di riprendere il monumento, non avendo più la somma concessagli, decise di lasciarlo all'Italia come pegno della rinnovata amicizia. Le successive vicende politiche etiopiche, la deposizione dell'imperatore nel 1974 e la rinnovata richiesta di restituzione del nuovo governo rimisero in moto l'obelisco. In Italia ci furono tuttavia vari tentennamenti e perplessità sull'opportunità di restituire il monumento, che alla fine venne prima restaurato nell'ottobre 2002, e poi smontato in 3 parti il 7 novembre dell'anno successivo.

Numerose polemiche accompagnarono lo smantellamento, che fu contestato in particolare dal critico d'arte Vittorio Sgarbi, argomentando che un legittimo governo etiope lo avrebbe, infine, donato all'Italia, come testimoniato anche dal duca Amedeo d'Aosta, il quale in un'intervista aveva parlato di «un dono del clero di Axum alla città di Roma».

Il primo frammento dell'obelisco ripartì per l'Etiopia il 18 aprile 2005 dall'aeroporto di Pratica di Mare. L'aereo utilizzato fu l'Antonov An-124. Il suo ritorno fu accolto in Etiopia con grandi festeggiamenti, anche se nei primi tempi la stele rimase ancora smontata, abbandonata ed esposta alle intemperie sotto una tettoia nel Parco Archeologico di Axum. Ciò diede fiato, in Italia, a nuove polemiche sulla restituzione: non mancarono proposte di ricostruirne una copia nel luogo dove si trovava davanti alla sede della FAO, o di richiederla indietro (nel 2008 Vittorio Sgarbi incoraggiava il neosindaco di Roma Gianni Alemanno a tentare di riavere indietro l'obelisco dall'Etiopia, dato lo stato di degrado in cui si trovava).

Il 4 giugno 2008 fu aperto ad Axum il cantiere per ricomporre il monumento, con l'assistenza dell'Istituto Centrale per il Restauro come da accordi fra il governo etiope e quello italiano. La rierezione dell'obelisco fu ufficialmente celebrata il 4 settembre 2008 alla presenza di migliaia di persone, delle massime autorità etiopi e della delegazione italiana guidata dal sottosegretario agli Esteri Alfredo Mantica (compagno di partito dell'allora neo-sindaco di Roma), e la stele ricollocata accanto alla stele gemella nella valle del Tigrè.

mercoledì 27 novembre 2024

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 27 novembre.
Il 27 novembre 1941 a Gondar, avviene l'ultima battaglia il cui esito porterà l'Italia ad abbandonare definitivamente l'Africa Orientale.
La battaglia di Gondar fu una battaglia della seconda guerra mondiale combattuta in Etiopia, a Gondar, nella regione dell'Amhara dal 10 maggio al 30 novembre 1941. Rappresentò la fase finale della Campagna dell'Africa Orientale Italiana (1940-1942) e vide contrapposti gli schieramenti italiani e anglo-abissini.
Di fronte alla travolgente Controffensiva britannica in Africa Orientale Italiana il Viceré d'Etiopia Amedeo di Savoia diede alle sue truppe l'ordine di proseguire la lotta nei ridotti dell'Amba Alagi, del Galla Sidama e dell'Amhara.
Il ridotto di Gondar, situato nell'Amhara, già mesi prima era stato fortificato dal generale Nasi e comprendeva un'area centrale con Gondar Azozo dove risiedeva il comando e quattro capisaldi esterni: Culqualber, Blagir, Tucul e Ualag. Inoltre due presidi a Debrà Tabor e Uolchefit. La ridotta era difesa da 13 battaglioni nazionali, 15 battaglioni coloniali e pochi squadroni di cavalleria indigena. All'incirca 40.000 uomini. Le truppe italiane al comando del generale Guglielmo Nasi vennero schierate nell'Amhara. Il generale Nasi, persi i rifornimenti da Addis Abeba, dovette amministrare le poche scorte rimaste per farle durare il più a lungo possibile riducendo le razioni e organizzando un mercato indigeno, una sezione recuperi per sfruttare ogni materiale e una sezione pesca sul lago Tana. Furono anche realizzati degli improvvisati carri armati riutilizzando trattori agricoli opportunamente blindati. Nei mesi di settembre e ottobre, tramite voli segreti dalla Libia, Nasi ricevette denaro dall'Italia per comprare derrate alimentari. Il 19 luglio il generale Nasi lanciò una canzone intitolata "I gondarini".
Se non ci conoscete, guardate il nostro pane,
noi siamo i gondarini che sanno far la fame.
Se non ci conoscete, tenetelo a memoria,
noi siamo i gondarini che fuman la cicoria.
L'inglese ci conosce, si morde i pugni e ringhia,
noi siamo i gondarini che stringono la cinghia.
Gl'indiani ci conoscono e anche i sudanesi,
noi siamo i gondarini incubo degli inglesi
Se non ci conoscete, leggete i nostri casi,
noi siamo i gondarini del generale Nasi.
Se non ci conoscete, lasciatevelo dire,
noi siamo i gondarini, i duri da morire
Il primo attacco britannico fu scatenato il 17 maggio 1941 e portò alla momentanea occupazione di Anguavà, ripresa subito dopo grazie all'azione della brigata del colonnello Torelli. Nei giorni seguenti, altri attacchi britannici in altri settori portarono all'occupazione del presidio di Debrà Tabor, comandato dal colonnello Angelini, che si arrese quasi senza combattere a differenza del presidio di Uolchefit. All'inizio dell'assedio, le forze aeree presenti nella base aerea di Gondar - Azozo era formata da due caccia Fiat CR.42 "Falco" ed un bombardiere Caproni Ca.133. Il Caproni venne utilizzato per rifornire dal cielo il presidio di Uolchefit, fino al suo danneggiamento da parte degli aerei inglesi l'8 agosto e la sua distruzione per probabile sabotaggio il 21 settembre.
Il presidio di Uolchefit, composto da due battaglioni di Camicie Nere al comando del tenente colonnello Mario Gonella invece resistette a oltranza. Alle Camicie Nere si affiancarono due gruppi di bande, formate da irregolari indigeni, di cui una era la leggendaria "banda Bastiani" al comando dell'allora sergente maggiore Angelo Bastiani, e l'altra la 1^ banda Amhara al comando del tenente Enrico Calenda. Già dal 17 aprile, a seguito del tradimento di ras Ajaleu Burrù, il presidio fu completamente isolato e il 10 maggio il tenente colonnello Gonella rifiutò una prima richiesta di resa pervenuta dai britannici, così il 28 maggio un duro assalto inglese obbligò gli italiani ad abbandonare le posizioni più avanzate a passo Ciank e Debarech. Il 22 giugno un nuovo contrattacco italiano, effettuato all'arma bianca dalle Camicie Nere e dalla "banda Bastiani", portò alla distruzione del presidio e alla rioccupazione del passo Ciank. Nel corso di questa operazione Angelo Bastiani, in combinazione con gli uomini di Calenda, catturò personalmente ras Ajaleu Burrù. Il comandante inglese Ringrose sfuggì alla cattura nascondendosi in un cespuglio. Informato della cattura di ras Ajaleu Burrù, il generale Nasi ordinò di non fucilarlo. In Italia Achille Beltrame dedicò all'azione una delle sue celebri copertine sulla Domenica del Corriere e Bastiani ottenne la Medaglia d'oro al Valor Militare.
Il 19 luglio il comando inglese, inviò al colonnello Gonella una seconda intimazione di resa, che fu respinta. In agosto il presidio di Uolchefit fu posto sotto assedio anche dalla 12ª divisione al comando del generale Charles Fowkes. Il tenente Calenda cadde durante un bombardamento al passo Mecan, venendo insignito anch'egli della Medaglia d'oro al Valor militare. Per integrare gli scarsi viveri ci si adattò a procurarseli con scorribande notturne per alcuni giorni, ma il 25 settembre questi furono esauriti completamente. Il 18 e il 25 settembre furono effettuate le ultime due sortite poi il 28 settembre il presidio, dopo 165 giorni di battaglia, si arrese con l'onore delle armi. La resa del presidio di Uolchefit permise agli inglesi di completare l'accerchiamento della ridotta di Gondar e molte truppe furono destinate alla successiva Battaglia di Culqualber.
Nel corso degli scontri di Culqualber il Primo Gruppo Mobilitato dei Carabinieri e il CCXL Battaglione Camicie Nere si immolò quasi al completo. Si distinse in particolare il muntaz Unatù Endisciau che rifiutando di arrendersi agli inglesi, in seguito alla capitolazione del ridotto avanzato di Debre Tabor, oltrepassate le linee nemiche raggiunse le linee italiane per portare in salvo il gagliardetto del battaglione. Ferito a morte nell'adempimento della missione, unico soldato di colore, fu decorato con la medaglia d'oro al valor militare. Il 21 novembre 1941, la caduta del presidio di Culqualber spianò definitivamente la strada all'assedio della ridotta di Gondar.
Il 23 novembre gli inglesi arrivarono sotto Gondar, il cui presidio era sguarnito poiché diversi ascari avevano disertato non avendo più ricevuto la paga. L'unico caccia Fiat CR.42 "Falco" ancora funzionante partì per un'azione sul più vicino campo di aviazione inglese, e il pilota, Ildebrando Malavolta, morì nell'azione. I sudafricani resero onore il giorno seguente lanciando sul campo un messaggio con scritto "Un omaggio al pilota del Fiat; è stato un valoroso - South African Air Force".
Il 27 novembre 1941 iniziò l'attacco finale degli inglesi diretto subito sull'aeroporto di Azozo. Nella mattinata cadde Azozo e le truppe britanniche raggiunsero il castello di Fasilades. Alle 14.30 il generale Guglielmo Nasi inviò in Italia l'ultimo dispaccio: "La brigata di riserva, lanciata sul fronte sud, non è riuscita a contenere l'attacco. Il nemico ha già superato il reticolato e i mezzi blindati sono penetrati in città. Ritengo esaurito ogni mezzo per un'ulteriore resistenza ed invio i parlamentari". Poco dopo il comando italiano di Gondar, locato nella Banca d'Italia, fu preso d'assalto e costretto alla resa. Il 30 novembre deposero le armi gli italiani negli ultimi presidi che ancora resistevano. L'ultima piazzaforte nell'Africa Orientale Italiana fu completamente conquistata degli inglesi.

giovedì 2 novembre 2023

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 2 novembre.
Il 2 novembre 1930 Hailé Selassié viene incoronato imperatore dell'Etiopia.
L’imperatore d’Etiopia Hailé Selassié è una delle figure più celebri e discusse della recente storia africana. Non è facile dare un giudizio esauriente ed oggettivo.
Tafari Maconnen, questo il suo vero nome, sale al trono imperiale nel 1930 con il nome di Hailé Selassié. Le cronache riportano che tramò la sua ascesa contro il cugino Ligg Jasu allora reggente dopo Menelik II. La congiura era stata ordita con l’accordo di Italia, Francia e Gran Bretagna con la scusa di una non confermata conversione dell’imperatore all’Islam. Dopo un periodo di co-reggenza insieme all’imperatrice Zauditù (figlia di Menelik II) durato fino al 1930, con una sontuosissima incoronazione, Ras Tafari diventa l’Imperatore Hailé Selassié I, duecentoventicinquesimo discendente della dinastia Salomonica. La cerimonia attira centinaia di dignitari da tutto il mondo e segna un momento fondamentale nella storia del movimento rastafariano e di tutti i fenomeni culturali che vanno sotto il nome di etiopismo.
Il neo imperatore, pur mantenendo intatta la struttura feudale di ripartizione del potere attraverso le relazioni con la classe notabile, inizia una nuova stagione di riforme che porteranno il paese a uscire dal secolare isolamento internazionale e dalla medioevale struttura economica. Già prima della sua incoronazione era riuscito a far ammettere l’Etiopia alla Società delle Nazioni nel 1923 come unico paese africano quando ancora i membri erano poco più di venti. L’ammodernamento dello stato così come l’apertura internazionale, rappresentano due solide ed oggettive ragioni di merito: sebbene Tafari fosse molto giovane (diventa imperatore a 38 anni, ma come abbiamo visto già a 22 è reggente), aveva capito l’importanza di un riconoscimento internazionale ufficiale dopo quello implicito della vittoria di Adua sulle truppe italiane che dall’Eritrea avevano tentato l’invasione nel 1898.
Dal 1923 in avanti saranno decine i viaggi compiuti in tutto il mondo. Su invito dei vari governi Ras Tafari fa visita in Gran Bretagna, Francia, Italia, Egitto, Belgio, Lussemburgo e Grecia convinto di poter spiegare finalmente le ragioni dell’Etiopia ai grandi della terra e di poter stringere con loro importanti accordi economici e politici. Non bisogna infatti dimenticare che egli rappresenta l’unico stato indipendente  del continente (insieme alla Liberia, ma dalla storia completamente diversa). Dal 1885, data della Conferenza di Berlino e della cosiddetta spartizione dell’Africa, l’Etiopia rimane fuori dalle carte dei colonizzatori. Già respinta l’invasione italiana ad Adua, il giovane reggente sa quanto precaria sia la condizione d’indipendenza in un quadro che vede tutto il continente sotto il potere coloniale degli stati europei.
Nel 1936 lo slancio riformistico del giovane imperatore viene bruscamente interrotto dall’invasione dell'Italia fascista. A nulla sono serviti gli appelli alla Società delle Nazioni che sanzionano blandamente Mussolini e che sostanzialmente danno il via libera alla conquista con il tacito accordo di Francia e Gran Bretagna. Anche in questa occasione l’imperatore Selassié dimostrò una non comune abilità diplomatica ed una lungimiranza da illuminato statista. Nella contesa con l’Italia che riguardava una questione di confini tra l’Eritrea Italiana e l’Etiopia (già all’epoca dimostrata come una scusa in cui Mussolini ingiustamente rivendicava territori etiopi), Selassié utilizza ogni possibile canale ivi compresa la diplomazia ecclesiastica per evitare il conflitto. L’appello alla Società delle Nazioni del 1935, insieme allo storico discorso del 1963 alle Nazioni Unite, sono due delle numerosissime dimostrazioni della statura politica con cui da subito si presentò sulla scena diplomatica internazionale.
Dopo gli inutili tentativi di resistenza all’avanzata italiana (il generale Badoglio con l’autorizzazione di Mussolini utilizzò in più occasioni le letali bombe all’iprite, gas  vietati dalla convenzione di Ginevra del 1925), l’Imperatore è costretto suo malgrado a scappare in treno a Gibuti dove lo attende una nave inglese che lo porterà prima in Israele e poi a Bath, il suo esilio.
Seguirà l’avanzata dell’esercito invasore da questa piccola località inglese in cui il governo di sua maestà gli concede una modesta residenza. Continuerà ad appellarsi alla Società delle Nazioni senza risultati fino allo scoppio della seconda guerra mondiale quando, con l’entrata in guerra dell’Italia contro Francia ed Inghilterra, la sua posizione di Imperatore in esilio verrà sapientemente sfruttata da Churchill. Nel 1940 verrà armato di un efficientissimo reparto di soldati chiamato Gideon Force, volerà in Sudan a Kartoum ed inizierà la riconquista dell’Etiopia che si concluderà nel 1941.
E’ chiaro che, dal suo trionfale ingresso in Addis Abeba il 5 Maggio 1941, l’Imperatore Selassié godette di una infinita stima sconfinante nell’adorazione da parte di tutta la nazione. Aveva liberato l’Etiopia dall’invasore e ridato prestigio alla corona imperiale come mai prima. Per percorrere l’ultimo chilometro di strada fino al palazzo imperiale (trasformato in seguito in sede universitaria e museo) il convoglio impiegava più di un’ora attraverso una folla in delirio. Finalmente giunto l’Imperatore non perdette occasione per un breve discorso che rimarrà celebre:
“Poiché oggi è un giorno di felicità per tutti noi, dal momento che abbiamo battuto il nemico, rallegriamoci nello spirito di Cristo. Non ripagate dunque il male con il male. Non vi macchiate di atti di crudeltà, così come ha fatto sino all'ultimo istante il vostro avversario. State attenti a non guastare il buon nome dell’Etiopia. Prenderemo le armi al nemico e lo lasceremo ritornare a casa per la stessa via dalla quale è venuto.”
Gli anni successivi, con l’annessione dell’Eritrea (fino ad allora italiana) alla fine della II guerra Mondiale, rappresentano l’apogeo del regno di Selassié. Il successo segue una rafforzata posizione internazionale che lo porta a viaggiare sempre di più ed a intrattenere relazioni sempre più strette sia con i paesi occidentali che con i vicini africani. Completò l’ammodernamento dello stato dotandolo della prima costituzione nel 1955. La fondazione dell’Unione Africana del 1960 rappresenta forse il momento di maggior prestigio della sua intera carriera: Addis Abeba diventa metaforicamente la capitale del continente, essendo la prima sede del’UA. Ma è anche l’anno del primo colpo di stato a cui ne seguiranno altri da qui al 1974.
Dopo i mille successi ottenuti fino alla fine degli anni 50, inizia una fase della vita di Selassié e dell’Etiopia che verrà ricordata con meno enfasi e che getterà ombre sul governo dell’Imperatore. Sebbene l’Etiopia venga seguita dai media internazionali con ammirazione, il sovrano sia corteggiato dai reggenti di tutto il mondo e l’indipendenza sia presa ad esempio dalle nazioni vicine che man mano aspirano e raggiungono lo stesso stato, il malcontento della popolazione etiope cresce sempre più rivendicando riforme democratiche. La politica riformista di Selassié infatti, sebbene innovatrice, tese a non cambiare la società etiope che era sostanzialmente regolata da sistemi feudali in cui nobili e dignitari gestivano il potere concesso direttamente dall’imperatore. Quest’ultimo inoltre gestiva direttamente la giustizia in maniera assolutamente arbitraria, favorendo i propri fedeli in base a logiche di potere. Viveva circondato da una corte che non aveva nulla da invidiare a quelle europee del 700: se da una parte poteva essere giustificabile nell’Etiopia del 1930, lo era molto meno negli anni 60.
La politica di riforme prudenti in ambito sociale e fondiario poneva le basi nell’estrema frammentazione del potere: una delle abilità riconosciute a Selassié fu sempre quella di gestire sapientemente le velleità espansionistiche dei vari Ras a cui affidava il governo delle province (anche se spesso fu costretto ad utilizzare l’esercito ed a reprimere le rivolte nel sangue).
Con l’apertura internazionale degli scambi, l’invio di studenti all’estero, la modernizzazione del paese e la connessione alla rete di telecomunicazioni, si ruppe quel muro che aveva isolato il paese per secoli e si ampliarono le sacche di malcontento che mal sopportavano la dispotica gestione del potere da parte dell'imperatore. Complotti e colpi di stato militare rischiarono di cambiare la forma monarchica dello Stato e sebbene repressi con durezza essi rappresentarono un campanello d’allarme a cui Selassié non seppe rispondere adeguatamente. Ma più di tutto all’offuscamento dell’immagine di sovrano illuminato contribuì la carestia nella regione Wallo del 1973. Interi villaggi morirono di fame senza che il governo dell’Imperatore prendesse urgenti provvedimenti. Un famoso reportage di Jonathan Dimbleby della BBC, “Ethiopia, the hidden famine” (Etiopia, la carestia nascosta), fece vedere al mondo immagini di morte e desolazione. Questo episodio insieme alla spietata repressione dei movimenti indipendentistici dell’Eritrea rappresentano il momento più basso della parabola umana di Selassié.
Le foto dei suntuosi banchetti a palazzo in contrapposizione alla carestia delle regioni periferiche dell’impero furono massicciamente utilizzate dai cospiratori del futuro DERG, il regime di stampo marxista-leninista, che prese il potere con un colpo di stato nel 1974. Sebbene i segnali di importanti cambiamenti nel paese come rivolte militari e manifestazioni studentesche fossero ormai all’ordine del giorno, negli ultimi mesi precedenti al putsch, l’Imperatore si rifiutò di porvi rimedio concedendo maggiori libertà o abdicando. Del Boca nel suo saggio storico-biografico sulla figura del Negus, riporta come in molti, vicini all'imperatore, abbiamo tentato di smuoverlo dal suo immobilismo, ma senza successo. A questo punto non è chiaro se fosse pienamente in possesso delle sue facoltà mentali o il prolungato esercizio del potere assoluto ed il distacco tra la sua condizione e la realtà non gli abbiano permesso una reazione efficace in tempi utili. A nulla infatti valsero i tentativi di concessioni a maggiori libertà o il rimpasto di governo dell’ultimissimo periodo di reggenza. La rivoluzione era ormai in atto e non conosceva sosta. Ma sebbene la rivoluzione incontrasse i favori della maggior parte della popolazione, l’imperatore possedeva ancora un ascendente troppo potente, ed i membri del DERG non ebbero l’ardire di eliminare subito l’anziano sovrano. Una campagna di propaganda dipinse l’Imperatore come un impostore, possessore di immense ricchezze trafugate all’estero e colpevole di aver ignorato la carestia del Wallo dalla sua dorata residenza di Addis Abeba.
Il 12 settembre 1974 venne ufficialmente deposto nel giorno in cui prendeva il potere Mengistu Haile Mariam. Il 25 agosto 1975 veniva data notizia della morte dell’Imperatore: come si seppe in seguito era stato soffocato nel sonno e sepolto in un luogo segreto per evitare fenomeni di culto popolare.
Così conclude Del Boca, il suo appassionante ritratto ne “Il Negus, vita e morte dell’ultimo Re dei Re“
“Hailè Selassiè ha sicuramente commesso molti errori durante il suo lunghissimo regno, primo fra tutti quello di essere stato sempre in bilico tra riforma e conservazione, senza mai operare una scelta definitiva. Ma la rivoluzione che lo ha travolto nel nome della libertà e del progresso si è rivelata cento volte più infausta del suo regime; ha causato danni irreparabili; l’ha sprofondata in una guerra civile che Hailè Selassiè aveva sempre cercato di scongiurare; ha accelerato, anziché bloccare il processo di disgregazione del paese. (…)
Qualunque sia il giudizio finale su Hailè Selassiè, la sua figura merita rispetto e considerazione. E’ impossibile non provare un senso di grande ammirazione e di riconoscenza verso l’uomo che il 30 giugno 1936, dalla tribuna ginevrina della Società delle Nazioni, denunciava al mondo i crimini del fascismo e avvertiva che l’Etiopia non sarebbe stata che la prima vittima di quella funesta ideologia. Per questo suo messaggio, malauguratamente non ascoltato, gli siamo un po' tutti debitori.”

domenica 2 ottobre 2022

Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 2 ottobre.
Il 2 ottobre 1935 le truppe italiane invadono l'Etiopia e danno inizio alla guerra.
La politica coloniale dell'Italia aveva ripreso slancio negli anni Venti, trovando una sua coerente giustificazione nell'ideologia fascista. Subito dopo l'avvento di Mussolini, la presenza italiana in Libia fu consolidata: fu ampliata l'occupazione della Tripolitania settentrionale (1923-1925) e della Tripolitania meridionale, mentre una dura repressione fu avviata in Cirenaica, guidata con successo dal generale Graziani.
Tra il 1923 ed il 1928 fu inoltre completata la conquista della Somalia, fino a quel momento limitata alla parte centrale del Paese.
In Etiopia, invece, il fascismo non ritenne, in questa prima fase, di modificare la situazione. Anzi, nel 1928 Italia ed Etiopia stipularono un patto di amicizia ed una convenzione stradale.
La decisione di intraprendere una campagna militare in Etiopia iniziò a maturare a partire dal 1930.
Il pretesto per l'avvio delle operazioni militari, i cui piani erano stati preparati già da tempo, fu offerto il 5 dicembre 1934 da un incidente presso la località di Ual-Ual, lungo la frontiera somala. L'imperatore d'Etiopia, Hailè Selassiè, preoccupato dai progetti italiani, si rivolse alla Società delle Nazioni, di cui il suo Paese era membro dal 1923. Ma Inghilterra e Francia, che non volevano alienarsi l'appoggio di Mussolini nel nuovo scenario politico d'Europa, impedirono di fatto che l'azione italiana fosse ostacolata. Solo in un secondo tempo, quando l'opinione pubblica internazionale iniziò a mobilitarsi contro la violenta aggressione dell'Italia, la Società delle Nazioni approvò una serie di sanzioni economiche contro l'Italia (ottobre 1935).
Il 2 ottobre 1935, in un famoso discorso pubblicato il giorno successivo su tutti i giornali italiani, Mussolini annunciò l'inizio di una guerra provocata senza alcuna causa plausibile, rispolverando come giustificazione la bruciante sconfitta subita dall'Italia alla fine del secolo precedente:
«Con l'Etiopia abbiamo pazientato quaranta anni! Ora basta!»
L'esito della guerra era facilmente immaginabile considerato l'enorme dispiegamento di mezzi disposto dall'Italia.
Le truppe italiane invasero l'Etiopia dall'Eritrea, occupando in breve tempo Adua, Axum, Adigrat, Macallè.
A metà novembre la direzione delle operazioni fu affidata al generale Pietro Badoglio, che, dopo aver affrontato la controffensiva etiopica, entrò ad Addis Abeba il 5 maggio 1936.
Il 9 maggio 1936 Mussolini poté proclamare la costituzione dell'Impero italiano di Etiopia, attribuendone la corona al Re d'Italia Vittorio Emanuele III.
Sono derivate molte canzoni dalla Guerra etiope: tra questa la più famosa è certamente Faccetta nera, cantata anche in dialetto romanesco, tedesco, inglese e francese.
Si ricordano anche Topolino va in Abissinia, Povero Selassiè, O morettina, Noi tireremo dritto, In Africa si va, Adua, Stornelli neri e L'ha detto Mussolini.
La Germania, aiutando segretamente l'Italia in questa impresa, si era avvicinata al nostro Paese ed insieme iniziarono a rappresentare un pericolo per la pace nel mondo. Mussolini prese accordi con la Germania anche in occasione della guerra civile scoppiata in Spagna nel 1936, inviando al capo delle "falangi" nazionaliste Francisco Franco, armi e volontari. Contemporaneamente, il ministro degli esteri Ciano, firmava con la Germania la convenzione denominata Asse Roma- Berlino, che rappresentava un'intesa politica e militare tra i due Paesi. Nel 1939, l'Asse venne rafforzato con il Patto D'Acciaio, con il quale Italia e Germania si appoggiavano a vicenda nel caso in cui una delle due si trovasse ad entrare in un conflitto. Nel trattato non si specificava se riguardava una guerra offensiva o aggressiva, perciò l'Italia si impegnava ad accettare qualsiasi decisione tedesca perdendo di fatto ogni autonomia politica. Hitler si proclamò Führer della Germania, nel 1933, e cominciò immediatamente una politica di forza. Nel 1938, l'Austria fu annessa alla Germania e, nello stesso anno, la stessa sorte toccò al territorio dei Sudeti. Nel 1939, attuò la spartizione della Cecoslovacchia, che fu divisa in due Stati dipendenti dalla Germania. Non soddisfatto, Hitler chiese alla Polonia la restituzione di Danzica, con la minaccia di una guerra. Quindi Inghilterra e Francia stipularono con la Polonia un'alleanza, per aiutare la Polonia in caso di guerra. La Russia, nel frattempo, trattava segretamente con la Germania giungendo ad un accordo russo-tedesco, dopo il quale la Germania invase la Polonia. Era l'inizio della seconda guerra mondiale.

sabato 21 maggio 2022

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 21 maggio.
Il 21 maggio 1937 l'Italia si macchia di un delitto orribile quanto dimenticato: il massacro in Etiopia dei religiosi del monastero di Debre Libanos.
Il 19 febbraio 1937 ad Addis Abeba, il generale Graziani organizzò una grande festa per onorare la nascita dell’erede al trono di casa Savoia.
Invitò un certo numero di notabili del luogo e qualche centinaio di poveri a cui aveva promesso una congrua elemosina. Mentre erano in corso i festeggiamenti, alcuni etiopi che si erano nascosti tra la folla, lanciarono delle granate verso la tribuna delle autorità. Il risultato di tale attentato fu di sette morti e di cinquanta feriti tra i quali, in modo lieve, persino il viceré Rodolfo Graziani. A questo episodio, seguì una feroce rappresaglia da parte degli italiani.
Il monastero di Debre Libanos, fondato nel XIII secolo da S. Tekle Haymanot, era situato a 90 chilometri da Addis Abeba, nella parte settentrionale dello Scioa, all’epoca dell’attentato a graziani teatro di aspri combattimenti da parte della resistenza etiopica. Oltre ad essere meta di pellegrinaggi, era il più autorevole centro di insegnamento teologico del paese, e godeva di legami assai stretti con il notabilato amhara, al governo con Hayla Sellase, oltre che con l’abuna Petros, vescovo del Wallo e fiero oppositore dell’invasione italiana.
Nel corso delle indagini sommarie e febbrili successive all’attentato, e sulla base di sospetti mai provati, si dà corpo tra l’altro alla tesi del coinvolgimento del monastero in un piano insurrezionale di cui l’attentato rappresenterebbe il momento scatenante. Il monastero viene inoltre accusato di aver offerto ospitalità ai due attentatori, che lì si sarebbero anche esercitati nel lancio delle bombe nei giorni precedenti l’attentato, ritornandovi subito dopo, come prima tappa dopo la fuga da Addis Abeba.
In effetti dal 1881 il monastero godeva di una sorta di extraterritorialità giudiziaria -essendo stato autorizzato ad accogliere fuggitivi, inclusi ladri ed assassini, e dar loro asilo – circostanza che renderebbe ragione della presenza dei due attentatori a Dabra Libanos. Tuttavia va sottolineato come all’epoca dei fatti non esistesse alcuna prova, al di fuori delle ricostruzioni dei servizi di polizia politica italiana, peraltro screditati dalla loro incapacità di prevedere l’attentato, che Abraha Daboch e Mogas Asgadom, i due eritrei ritenuti responsabili dell’attentato al viceré, avessero soggiornato – assieme ad altri che si considerano colpevoli – presso il monastero, né soprattutto che le complicità nell’attentato includessero l’intera comunità dei monaci.
In realtà è proprio il monastero, già guardato con sospetto, il vero obiettivo di Graziani che attraverso di esso intende colpire la chiesa copta nel suo complesso e, più in generale, l’aristocrazia tradizionale etiopica – in particolare quella amhara – per costringere entrambi alla collaborazione. “Non si sarebbe potuta avere opportunità migliore per sbarazzarci di loro”, afferma infatti il 1° marzo in un telegramma al generale Nasi, ordinandogli di fucilare tutti i notabili (e i loro seguaci) fatti prigionieri, assieme a quanti si sono costituiti.
Dopo il fallimento di un primo attacco al monastero nella notte del 22 febbraio, in cui molti dei religiosi riescono a mettersi in salvo, il secondo tentativo è pianificato con cura scrupolosa. Viene scelta, non a caso, la data del 20 maggio (12 Genbot), festa di S. Mikael e ricorrenza della traslazione delle spoglie di S. Tekle Haymanot; data rilevante nel calendario religioso etiopico e la più importante fra le festività celebrate dal monastero, che per tale ragione avrebbe accolto un numero considerevole di persone, peraltro richiamate anche dall’offerta di doni promessa per quel giorno particolare dalle autorità fasciste a coloro che avessero preso parte alle celebrazioni.
Le operazioni contro il monastero vengono dirette dal generale Pietro Maletti al quale il viceré non aveva mancato di far presente in un foglio di istruzioni telegrafato il 7 aprile che “[...] più vostra signoria distruggerà nello Scioa e più acquisterà benemerenze nei riguardi pacificazione territorio impero”.
In aggiunta ai carabinieri già presenti, e ad altri fatti confluire da Dabra Berhan, Maletti concentra nella zona tre battaglioni di truppe coloniali che il 18 maggio costringono i religiosi, i visitatori e i pellegrini all’interno della chiesa, sigillandone i portali. Il 19 maggio i prigionieri vengono interrogati, sommariamente identificati e la gran parte di essi caricata su camion diretti a Chagel, una località poco distante, dove il giorno successivo sono raggiunti da altri prigionieri fatti tra i visitatori nel frattempo giunti a Debre Libanos.
Il 20 maggio coloro che sono stati lasciati al monastero, per lo più ammalati e disabili, vengono uccisi sul posto. Il giorno 21, dopo aver provveduto a ‘selezionare’ fra i prigionieri di Chagel quelli apparentemente identificabili come religiosi (uno dei criteri sembra sia stato anche quello relativo all’uso o al possesso di un copricapo, come nella tradizione del clero copto), i prigionieri così individuati vengono caricati su camion e trasportati a Laga Wolde, una piana disabitata e ben protetta alla vista da colline, scelta per l’operazione. La località risponde infatti alla necessità di evitare testimoni che possano, da un lato, considerare i giustiziati come martiri e, dall’altro, essere fonte di notizie per la stampa estera, pronta a denunciare i massacri perpetrati dagli italiani. Una indiretta conferma alla decisione di evitare pericolose pubblicità è nelle pagine del diario segreto di Ciro Poggiali che il 1° giugno annota, a proposito di altre sommarie esecuzioni, che “[...] non si sono potute eseguire le fucilazioni coram populo perché i condannati danno esempi superlativamente eroici di coraggio e di dedizione alla causa abissina, e questa sarebbe stata una pericolosa propaganda contro di noi”. Del resto lo stesso Graziani, in un telegramma del 19 marzo, aveva provveduto a fornire a Lessona assicurazioni che: ” [...] le esecuzioni ordinate in conseguenza del noto attentato vengono fatte in località appartate e che nessuno, dico nessuno, può assistervi”.
Così a Laga Wolde i camion dei ‘condannati’ giungono a intervalli regolari scaricando i prigionieri che vengono subito passati per le armi dagli ascari. L’operazione dura l’intero pomeriggio. A esecuzione conclusa Graziani può telegrafare a Lessona comunicando di aver “destinato al plotone di esecuzione 297 monaci, incluso il vicepriore, e 23 laici sospetti di connivenza”, aggiungendo anche: “sono stati risparmiati i giovani diaconi, i maestri e altro personale d’ordine che verranno tradotti e trattenuti nelle chiese di Dabra Berhan”. Tuttavia qualche giorno dopo Graziani ingiunge a Maletti di “passare immediatamente per le armi tutti i diaconi” col pretesto di aver avuto conferma della “piena responsabilità del convento di Debrà Libanòs”. Qualche giorno dopo comunica a Roma di aver giustiziato 129 diaconi: ” [...] sono rimasti così in vita [aggiunge] solo trenta ragazzi seminaristi che sono stati rinviati alle loro case di origine nei vari paesi dello Scioa. In tal modo del convento di Debrà Libanòs [...] non rimane più traccia”.
Solo di recente un’indagine condotta negli anni Novanta da Ian Campbell e Degife Gabre-Tsadik ha consentito di gettare qualche luce in più sulla strage di Debre Libanos, accertandone tra l’altro, anche se per inevitabile approssimazione, l’entità. Stando alla loro ricostruzione dei fatti, a Laga Wolde sono state massacrate in realtà tra le 1.000 e le 1.600 persone.
Del gruppo di diaconi, pellegrini, insegnanti e studenti di teologia, non inclusi nella prima ‘selezione’ effettuata a Chagel, circa 400 (e non 129 come affermato da Graziani) vengono giustiziati a Dabra Berhan. Quanto alla sorte dei “trenta ragazzi seminaristi rinviati alle loro case”, questi, in realtà, sono deportati nel lager di Danane, assieme ad altri 94 monaci dei conventi di Assabot e Zuquala chiusi, con la chiesa di Ekka Micael di Addis Abeba, nei giorni successivi.
Alla luce dei fatti accertati la decisione di Graziani di sottostimare nei suoi rapporti a Roma l’entità delle esecuzioni e tacerne una parte, viene ricondotta alla consapevolezza che egli evidentemente ha di agire con una spietatezza che persino a Roma rischia di essere giudicata eccessiva, e soprattutto controproducente, non facendo che alimentare, esasperandola, la rivolta etiopica all’occupazione fascista. Per questa ragione, in occasione dello sterminio della comunità di Debre Libanos, il viceré, da un lato, tace a Roma la reale dimensione delle esecuzioni e, dall’altro, si sforza di fornire assicurazioni sulla colpevolezza dei condannati, evitando ogni riferimento ai pellegrini, agli insegnanti, ai semplici visitatori, pure eliminati, il cui coinvolgimento nell’attentato sarebbe stato effettivamente impossibile da provare.
I timori del viceré non sono infondati. Di lì a qualche mese sarà sollevato dall’incarico e richiamato dall’Etiopia.
Nel dopoguerra, nonostante le richieste etiopiche, nessun italiano venne mai punito per questi e per altri massacri, favorendo la rimozione dalla memoria collettiva dei crimini compiuti dagli italiani durante le guerre fasciste.

lunedì 1 marzo 2021

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il primo marzo.
Il primo marzo 1896 l'Etiopia sconfigge definitivamente le truppe italiane ad Adua, ponendo fine alla campagna coloniale italiana.
Dopo la resa del battaglione Galliano asserragliato nel forte di Macallé, l'imperatore Menelik decide di “scortare” il maggiore e i suoi uomini sulla strada del ripiegamento verso le postazioni italiane di Edagà Hamùs. Lasciati gli italiani lungo il tragitto, si dirige, con gran parte delle proprie truppe, verso la regione di Adua dove prende posizione nella piana di Ghendepta, proprio a ridosso delle linee italiane e al loro campo di Saurià. In molti pensano che Menelik abbia intenzione di affrontare le truppe del generale Baratieri in uno scontro imminente, tuttavia, di li a poco (il 20 febbraio) l'imperatore d'Etiopia decide di ripiegare verso l'abitato di Adua e di accamparsi in posizione più favorevole in vista di una possibile invasione della colonia Eritrea.
A questo punto però, per comprendere la futura evoluzione degli avvenimenti che porteranno alle improvvide decisioni del comando italiano e alla conseguente disfatta di Adua bisogna fare un salto a Roma e seguire le azioni politiche del governo e lo stato emotivo di alcuni suoi componenti di spicco dettate dai recenti rovesci militari avvenuti oltremare.
Il 21 febbraio il ministro della guerra Stanislao Mocenni propone al Consiglio dei ministri, l'invio di altre truppe in Africa (12 battaglioni e 4 batterie di artiglieria) e la sostituzione del governatore Baratieri che non sembra più in grado di reggere le sorti del governo in colonia con il generale Baldissera. Il 23 febbraio il governatore designato si imbarca a Brindisi per Massaua sotto il falso nome di commendatore Palamidessi. L'escamotage viene impiegato per evitare che Barattieri venga a conoscenza, in anticipo rispetto ai tempi previsti dal governo, della propria sostituzione. In molti, a Roma, sono convinti che a causa di questo provvedimento possa prendere decisioni affrettate o dettate dal risentimento.
Il giorno seguente, 24 febbraio, Mocenni comunica per telegramma a Baratieri che sono in partenza i rinforzi richiesti ma non fa cenno della sostituzione e, in separata sede, intima al vice governatore Lamberti che si trova a Massaua di mettere a tacere eventuali voci in tal senso che possano essere intanto giunte dall'Italia.
In questa atmosfera di segretezza anche il Presidente del consiglio Crispi farà sentire la sua voce per mezzo del telegrafo: il 25, il politico siciliano invia a Baratieri il famoso e controverso telegramma della “Tisi militare” che arreca alle già precarie condizioni psicofisiche del governatore il colpo finale.
Il Baratieri che affronta, il giorno 28 febbraio a Saurià, il consiglio di guerra con i suoi generali, è un uomo distrutto e non in grado di valutare con sufficiente freddezza la situazione in campo (alcuni studiosi sono convinti che il governatore, contrariamente alle aspettative del governo, fosse già venuto a conoscenza della sua sostituzione grazie ad informatori personali e questo abbia pesato sulla sua decisione di dare battaglia all'esercito di Menelik).
Il giorno seguente si tiene un nuovo consiglio di guerra. Quello definitivo. Baratieri consegna ai generali convenuti, Albertone, Arimondi, Dabormida e Ellena, l'ordine operazioni numero 87 dove si dice che le truppe italo-eritree si metteranno in marcia, suddivise in tre colonne distinte comandate dai generali Albertone, Arimonti e Dabormida dirette verso le postazioni abissine. Le brigate dovranno procedere in sincrono su percorsi paralleli. Albertone sulla sinistra dello schieramento italiano dovrà occupare il colle Chidane Meret; Arimondi al centro si posizionerà a ridosso del monte Raio e Dabormida a destra si dirigerà, invece, verso il colle Rebbi Arieni. Nelle intenzioni del governatore c'è la volontà di creare un fronte unico all'altezza del Raio da cui attendere le mosse del nemico. Le tre brigate si metteranno in movimento quella stessa sera alle ore 21.00 in punto. Subito dopo partirà anche una quarta colonna, condotta dal generale Ellena, con compiti di riserva e rincalzo. Insieme all'ordine, ai generali viene consegnata anche una mappa della zona, elaborata dallo Stato Maggiore su cui è tracciata in maniera grossolana (e, soprattutto errata) la topografia del territorio da attraversare e l'ubicazione dei rilievi da occupare.
Alle ore 3.00 del 1° marzo la colonna indigeni di Albertone, in virtù della sua maggiore agilità su terreno assicurata dagli ascari, scende nella piana di Ghendepta in anticipo rispetto al resto del corpo di spedizione italiano e, anche grazie ad una errata lettura della famosa carta topografica, mette in difficoltà la marcia della colonna Arimondi e della colonna Ellena che sono costrette a fermarsi per far passare la brigata indigena. Alle ore 3.30 la colonna Albertone si trova a sud di monte Raio e a ridosso del monte Erarà (il falso Chidane Meret della mappa). Il generale concede una sosta giusto il tempo per verificare che la mappa di Baratieri è sbagliata e che il vero l'obiettivo è ancora piuttosto distante. Sollecitato anche dalle guide locali che conoscono alla perfezione il terreno Albertone da l'ordine di avanzare in direzione del vero Chidane Meret.
E' in questo preciso momento che si decide il destino del corpo di spedizione coloniale: Albertone si è reso conto che il colle su cui si trovava fosse il vero obiettivo assegnatogli dal comando, ma decide, deliberatamente, di credere alla mappa sbagliata. Questo gli consente di effettuare una puntata offensiva in grado di provocare il nemico e costringere Baratieri ad ingaggiare battaglia. Era opinione condivisa dai generali che, anche ancora una volta, il governatore volesse fare solo un'azione dimostrativa per poi ripiegare sulle postazioni di partenza senza entrare in contatto con il nemico.
Alle 4.00 Baratieri, che viaggia alla testa della colonna di rincalzo (Colonna Ellena), si rende conto dell'errore di Albertone ma non prende provvedimenti perché convinto di ritrovarlo già in posizione sul colle Chidane Meret (ovvero sul monte Erarà).
Alle 5.30 la colonna Dabormida ha raggiunto la sua posizione alle pendici del colle Rebbi Arieni mentre la colonna Arimondi che, ricordiamo, si era fermata in attesa del passaggio della colonna Albertone, si trova ancora nella piana di Ghendepta mentre la brigata Ellena la segue in coda.
Alle ore 6.00 la brigata indigeni di Albertone raggiunge le pendici di Adi Becci e del monte Chidane Meret. Nel frattempo, l'avanguardia della colonna, il battaglione del maggiore Turitto, che, dopo essersi accorto della repentina avanzata della colonna, avverte il generale Albertone che lo sprona ad andare avanti senza discutere (“Vada avanti non abbia paura”), si trova nella piana di Adua, tanto che alcuni suoi reparti hanno già raggiunto la periferia dell'abitato.
Gli abissini messi in allarme attaccano il battaglione Turitto che, dopo un tentativo di resistenza, è costretto ad indietreggiare e a ricongiungersi con il grosso della colonna posta sulle alture. In breve tempo anche queste posizioni verranno impegnate duramente dall'attacco delle forze abissine.
Alle ore 6.50 il generale, finalmente decide di avvertire Baratieri con un biglietto per mezzo del quale chiede rinforzi e “suggerisce” l'avanzata, sulla destra, della brigata Arimondi in modo che possa attaccare le forze di Menelik alle spalle.
Alle ore 8.30 l'attacco massiccio delle truppe del negus si attenua e poi si arresta perché fermato dalla resistenza dei battaglioni eritrei e dalla forte azione di contrasto dell'artiglieria italiana.
Dopo attimi di profonda esitazione (nell'attacco alle postazioni italiane viene ucciso il fitaurari Gabeiehù e un gran numero di guerrieri abissini tanto che Menelik era propenso ad ordinare un ripiegamento dell'esercito scioano ma l'imperatrice Taitù lo sprona al combattimento e getta nella mischia la guardia personale) l'attacco alle postazioni italiane riprende con più vigore ma con una diversa strategia: l'imperatore e i suoi comandanti lanciano la classica manovra avvolgente tanto cara ai comandanti abissini. Una colonna comandata dal fitaurari Taclé attacca le truppe di Albertone sulla sua destra e prende possesso del monte Monoxeitò mentre, alla sinistra dello schieramento italiano, una seconda colonna formata dal grosso delle truppe di Menelik, si incunea alle spalle degli italiani risalendo la valle del torrente Mai Tucul. Nella stessa azione una terza colonna si spinge più avanti e seguendo il corso del Mai Codò aggirerà il massiccio del monte Semaita e arriverà, come vedremo in seguito, ad impegnare la parte dello schieramento italiano, presso al monte Raio.
I combattimenti del monte Chidane Meret proseguono violenti fino alle 10.45-11.00, ovvero, fino a quando gli abissini non travolgeranno la resistenza italo-eritrea e dilagheranno anch'essi, verso la zona del monte Raio.
Prima che cominciassero gli scontri presso l'Abba Garima, Baratieri e gli altri ufficiali dello stato maggiore si erano incontrati alle pendici del monte Raio per fare il punto della situazione e prendere le opportune contromisure necessarie dopo le “scomparsa” della colonna Albertone. Nella riunione si giunge, con una certa difficoltà di vedute tra i vari convenuti, alla conclusione di riposizionare i reparti in modo da fare fronte unico tra il monte Erarà, il Raio e le pendici di monte Bellah (ovvero, provare a mettere in pratica l'originario piano di Baratieri con qualche variazione per quanto riguarda la brigata Dabormida riposizionata leggermente più in avanti). Il governatore ordina, pertanto, al generale Dabormida di prendere posizione sul monte Bellah, a ridosso della via per Adua, dove questa si incontra con il tracciato che conduce all'Abba Garima. Alle ore 7.00 Dabormida da ordine di avanzare ma, incredibilmente, non riuscendo ad orientarsi nel dedalo di colli e montagne (ancora a causa della mappa errata fornita dallo Stato Maggiore ?) porta i suoi uomini ad “impantanarsi” sul fondo del vallone di Mariam Scioaitù.
Alle ore 9.00 le avanguardie della colonna Dabormida prendono contatto con l'accampamento del ras Maconnen posto all'ingresso della valle verso Adua. Alle 9.30 la colonna Dabormida viene attaccata sia frontalmente che dalle alture dalle truppe dei ras Mangascià e Alula che impegnano gli italiani fino a verso le 13.00. Mentre gli italiani rimangono inchiodati nel vallone impossibilitati a manovrare, sul monte Raio si assiste all'assalto del grosso dell'esercito di Menelik che travolge le colonne Arimondi ed Ellena.
Verso le 16.00 dopo che l'esercito imperiale ha annientato le resistenze italiane nel centro dello schieramento messo in atto da Baratieri, la massa dei combattenti etiopici si riverserà (e sono circa 50,000!) nella vallata di Mariam Scioaitù e, nel giro di un paio di ore, annienterà anche la brigata Dabormida.
Ritornando alle postazioni italiane presso il monte Raio si è visto come queste dovettero, a loro volta, affrontare gli uomini dell'imperatore nel momento in cui venne a mancare la resistenza della brigata indigena.
Senza più contrasti le avanguardie abissine possono dilagare oltre il colle Adi Becci e il colle Monoxeitò, mentre sulla destra, come si è visto, il grosso delle truppe aggira il massiccio del monte Semaita e, seguendo la valle del torrente Mai Codò, raggiunge le pendici del monte Erarà dove si scontra con il battaglione indigeni comandato dal tenente Galliano (che viene ucciso).
Superate anche le difese del monte Erarà gli abissini trovano la strada spianata per investire il fianco destro dello schieramento italiano. Baratieri cerca di organizzare una strategia di contrasto chiedendo rinforzi al generale Ellena e facendo affidamento sul fatto che il generale Dabormida con la sua brigata si trovasse effettivamente nella posizione assegnata alle pendici del monte Bellah.
La realtà, come abbiamo visto, era completamente diversa: la colonna Ellena non era in grado di garantire una sufficiente massa d'urto perché assottigliata da continue richieste di reparti di rincalzo, mentre Dabormida era, oramai, legato al suo destino sul fondo della vallata di Mariam Scioaitù.
Alle 12.00 la battaglia del monte Raio si poteva considerare terminata: i soldati italiani e i reparti indigeni, sbandati, si ritirano in disordine verso Saurià e Adi Chilté inseguiti dalle bande di ras Alula, e dalla cavalleria Galla che aveva già raggiunto le retrovie italiane seminando morte e distruzione.
Anche nella sconfitta l'imprevidenza del generale Baratieri si è fatta sentire: il comando italiano non aveva preparato nessun ordine contenente disposizioni relative ad un eventuale ripiegamento e, pertanto, in quel momento, ognuno cercò di imboccare le vie di fuga che ritenne praticabili. Va, tuttavia, rimarcata la gravità di questa mancanza: le compagnie del genio che, tre mesi dopo la disfatta di Adua, furono impegnate nella pietosa raccolta dei resti, trovarono oltre un migliaio di corpi lungo le vie della ritirata italiana.

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