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lunedì 28 febbraio 2022

#Almanaccoquotdiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 28 febbraio.
Il 28 febbraio 2013, alle ore 20.00, ha inizio la sede vacante papale, dopo la rinuncia annunciata l'11 febbraio da parte di Benedetto XVI.
 Quando Ratzinger venne eletto nell'aprile 2005 in molti parlarono di sorpresa. Ci si attendeva che accadesse qualcosa di inedito, ma nessuno riuscì allora a definire la qualità e la portata della sorpresa. Ogni cosa che Joseph Ratzinger diceva e faceva sorprendeva perché andava fuori dagli schemi pregiudiziali che avevano sempre accompagnato la sua figura di cardinale preposto a guardia della dottrina cattolica. Il suo pontificato, più lungo delle previsioni, si è rivelato più difficile e contrastato di quanto lui stesso poteva aspettarsi. In tutti i modi il papa ha cercato di disincagliare la barca di Pietro e rimetterla in piena navigazione. In parte è stato compreso, ma la sua predicazione dell'amore come rimedio al declino spirituale dei credenti cattolici e delle stesse istituzioni è rimasta per buona parte epidermica.
Servirà nel prossimo futuro, forse. Intanto Benedetto XVI ha spinto in quella direzione ricorrendo all'ultima sorpresa: la rinuncia al pontificato, riaprendo in maniera imprevista ma significativa la stagione della responsabilità e della riforma per non ridurre la Chiesa al puro ruolo amministrativo del patrimonio evangelico. Il pontificato di Benedetto, concluso in umiltà e mitezza, è un lascito da ripensare seriamente per non cambiare direzione di marcia e facendo perdere alla Chiesa un'occasione di rinascita spirituale.
"Benedetto ha speso il suo pontificato per sollecitare la riflessione dei cristiani verso il passaggio da una fede ereditata a una fede personale- evidenzia Di Cicco- Quella di Ratzinger è la testimonianza convinta del Vangelo di Gesù, del Vangelo dell'amore: "Deus caritas est". Ratzinger è stato un Papa di pace in tempi di guerra, ossia nelle stagioni, come la nostra, in cui prevalgono le polemiche, le incomprensioni sino al ricorso alle armi invece che alla verità e ai diritti umani".
La fede in Papa Ratzinger è, infatti, discorso sulla speranza che apre a quello sul senso di ogni esistenza. Chi ci aiuta a vivere? È la questione che percorre l'intera riflessione cristiana di Benedetto XVI. Si tratta di una domanda che egli ha posto sempre anzitutto a se stesso, ma che "rivolge alla Chiesa e a ciascun credente". È una prospettiva esistenziale, incarnata nella vita di ogni giorno. "È un dialogo sulla vita e le sue vicissitudini che il Papa intende tenere aperto con tutti- puntualizza l'autore-. Senza segreti obiettivi o ricerca di egemonie. Tutti i cristiani e, prima di ogni altro, il successore di Pietro sono chiamati ad annunciare il Vangelo perché "noi esistiamo per mostrare Dio agli uomini". Ratzinger ha detto e ripetuto di voler mettere a confronto la vita di ogni giorno con Dio, presentato come un caso serio, l'unico capace di portare gioia duratura". Quindi più che intransigente, Benedetto XVI appare esigente, a cominciare dalla sua Chiesa:
"Il dover mettere Dio al centro richiede conversione negli uomini e nelle strutture". Ma esigente Ratzinger si è rivelato pure nel rapporto tra fede e ragione a motivo della importanza stessa del dialogo proposto. Insomma un uomo di Chiesa che diagnostica con occhi limpidi i problemi della Chiesa e del mondo, si interroga sulle loro cause e cerca le possibili soluzioni. In Ratzinger, dunque, è dominante la preoccupazione per affermare una vita spirituale nella Chiesa e nel mondo. Ciò appare evidente dai suoi insegnamenti. Al centro della speranza cristiana vi è Cristo, colui che nel pensiero di Ratzinger giudicherà la storia con il metro dell'amore. È una visione ottimistica del futuro.
"Nel momento del giudizio sperimentiamo e accogliamo questo prevalere del suo amore su tutto il male del mondo ed in noi. Il dolore dell'amore diventa la nostra salvezza e la nostra gioia", insegna Ratzinger. La rinuncia al Soglio di Pietro, chiarisce Di Cicco, è un atto di riforma, un atto fondativo. "La pubblica opinione ha fatto pace con Ratzinger proprio all'annuncio della rinuncia che ha colto di sorpresa quanti non lo conoscevano. Le parole si sono fatte azione- aggiunge-. Adesso non si può tornare indietro nella riforme. Il capo della Chiesa ha posto sul piatto della bilancia la necessità di riformare le strutture a partire dalla sua persona".
Benedetto XVI ha espresso la volontà di risiedere nella Città del Vaticano, nel monastero Mater Ecclesiae. Attendendo la fine di alcuni lavori di ristrutturazione all'interno del monastero, prevista per il mese di maggio 2013, ha soggiornato nelle ville pontificie di Castel Gandolfo. Qui è giunto alle 17,30 del 28 febbraio 2013; circa mezz'ora prima ha lasciato il Vaticano in elicottero, partendo dal suo eliporto: l'intero abbandono degli appartamenti pontifici è stato ripreso da 19 telecamere del Centro Televisivo Vaticano e trasmesso in diretta televisiva. A Castel Gandolfo il papa ha salutato per l'ultima volta la folla con un breve intervento in cui ha parlato a braccio.
Allo scoccare delle ore 20.00, gli atti che hanno formalmente segnato l'avvio della sede vacante sono stati la chiusura del portone di accesso al Palazzo Pontificio, il passaggio di consegne tra la Guardia Svizzera Pontificia e la Gendarmeria Vaticana che ha assunto i compiti di protezione dell'ormai pontefice emerito, l'ammainabandiera al Palazzo Pontificio di Castel Gandolfo (la bandiera issata indica infatti la presenza del papa nell'edificio), la sigillatura dell'appartamento papale del Palazzo Apostolico, la dismissione degli abiti pontifici da parte di Benedetto XVI. L'annullamento dell'anello piscatorio è avvenuto il 5 marzo tramite rigatura.
L'appellativo ufficiale di Benedetto XVI è divenuto "sommo pontefice emerito" o "papa emerito", mentre la titolazione è rimasta Sua Santità; continua ad indossare l'abito talare bianco semplice, senza tuttavia la pellegrina bianca e la fascia, mentre all'anulare destro è tornato a portare l'anello vescovile.
Il 23 marzo 2013 papa Francesco si è recato a Castel Gandolfo presso il Palazzo Pontificio per fare visita al papa emerito Benedetto XVI. Dopo essersi abbracciati, i due papi hanno pregato insieme, inginocchiati uno accanto all'altro. Storicamente si è trattato del primo incontro fra due pontefici.
Il 2 maggio 2013, dopo due mesi trascorsi a Castel Gandolfo, ha fatto il suo ritorno in Vaticano, andando a vivere nel Monastero Mater Ecclesiae così come precedentemente previsto, al termine dei lavori di ristrutturazione.

domenica 29 agosto 2021

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 29 agosto.
Il 29 agosto 1294 viene eletto papa Pietro Angeleri, col nome di Celestino V.
Pietro Angeleri, in seguito chiamato fra' Pietro da Morrone, poi divenuto papa col nome di Celestino V e infine canonizzato come San Pietro Celestino, nacque ad Isernia nel 1215 da Angelo Angelerio e Maria Leone, contadini poveri, onesti e profondamente religiosi. Penultimo nato di 12 fratelli, dopo la morte prematura del padre, si dedicò fin da ragazzo al lavoro dei campi. Pur non essendo nato a Sulmona, la sua storia si intrecciò fortemente con la città.
Nel 1231 decise di vestire l'abito benedettino ma a 20 anni, insoddisfatto della vita spirituale dell'ordine, si ritirò da eremita in una grotta nelle vicinanze del fiume Aventino, nei pressi di Palena. Nel 1238 andò a Roma dove fu ordinato sacerdote nel 1241. Celebrò la prima messa nella chiesa di San Pietro in Montorio e tornò in Abruzzo, stabilendosi alle falde del monte Morrone, prendendo come modello di vita S. Giovanni Battista: non beveva vino, non mangiava carne e praticava quattro quaresime l'anno.
Nel 1259 fra' Pietro da Morrone ottene i finanziamenti per costruire l'Abbazia morronese che sorse attorno all'antica chiesetta di S. Maria del Morrone, poi detta di Santo Spirito. Poi verso il 1265 fra' Pietro fece costruire l'Eremo di Sant'Onofrio (patrono degli eremiti), dove si ritirò in preghiera ed eremitaggio solitario. Qui nel luglio del 1294 fu informato dell'avvenuta elezione a Pontefice. La decisione venne presa nel Conclave di Perugia il 5 luglio del 1294. La cerimonia di inconorazione avvenne il 29 agosto nella basilica di S. Maria di Collemaggio a L'Aquila, sede ancora oggi della "Perdonanza Celestiniana", e che egli stesso aveva fatto costruire qualche anno prima.
Il fatto rimasto alla storia non è tanto la sua elezione quanto la celebre rinuncia al papato avvenuta dopo soli cinque mesi e precisamente il 13 dicembre 1294, allorchè in concistoro disse:
"Io Celestino V, mosso da ragioni legittime, per bisogno di umiltà, di perfezionamento morale e per obbligo di coscienza, per debolezza del corpo, per difetto di dottrina e per cattiveria del mondo, per l'infermità della persona, al fine di recuperare la pace e le consolazioni del mio precedente modo di vivere, liberamente e spontaneamente, mi dimetto dal Pontificato..."
Celestino V si alzò dopo aver finito di leggere l'atto papale, scese dal trono, si tolse mitra, manto porporino e insegne e le depose per terra. Si rivestì del suo rozzo mantello e uscì dal Concistoro. Così si concluse l'avventura di fra' Pietro da Morrone, dopo soli cinque mesi di tormentato pontificato, primo esempio di dimissioni dalla carica di pontefice, fino a quelle recenti di Benedetto XVI. Per capire i motivi della rinuncia bisogna compredere il particolare momento che attraversava la chiesa in quel periodo, segnato dalla feroce lotta tra la famiglia degli Orsini, guelfi, e dei Colonna, ghibellini.
Dopo la morte di Nicolò IV nell'aprile del 1292, le riunioni del Conclave (l'organo predisposto all'elezione del papa) furono spostate da Roma a Rieti e infine a Perugia. Dopo 27 mesi di discussioni, con le quali non si riusciva a ottenere un'accordo, giunse al cardinale Malabranca, decano del Sacro Collegio, una lettera di fra' Pietro da Morrone, che lo pregava di giungere in fretta alla nomina, pena gravi castighi a lui rivelati da Dio in un sogno. La lettera fu letta nel Conclave e, raggiunta l'unanimità dei consensi sul nome di fra' Pietro, fu stilato il decreto di elezione in data 5 luglio 1294. L'annuncio venne inviato all' eremo di Sant'Onofrio, dove l'eremita si trovava, tramite una delegazione di cui facevano parte Carlo II d'Angiò e suo figlio Carlo Martello.
L'episodio della rinuncia al papato è entrato nella storia anche grazie alla Divina Commedia nella quale Dante narra di aver visto "colui che fece per viltà il gran rifiuto" (Inf III, 58-60). Il personaggio, volutamente ignoto, venne identificato in Celestino V, ma ci sono diversi studiosi che appoggiano tesi diverse: Dante, che sceglieva nel modo più preciso possibile le parole, scrive di un " rifiuto" mentre fu quella del papa fu una "rinuncia" che è cosa ben diversa. Inoltre Dante era profondamente religioso e non avrebbe mai posto all'inferno un santo (il poema venne pubblicato nel 1319, sei anni dopo la proclamazione di santità di Celestino).
Oggi le ipotesi più accreditate sono quelle che riferiscono il personaggio a Ponzio Pilato o al cardinale Matteo Rosso Orsini. Quest'ultimo, subito dopo la rinuncia di Celestino, era stato eletto al primo scrutinio dal Conclave ma rifiutò l'elezione per poi sostenere con forza la candidatura del futuro papa Bonifacio VIII. Infatti se avvesse accettato il papato avrebbe dovuto mettersi al di sopra delle parti, mentre, con l'elezione dell'amico Caetani, riuscì a far espellere la famiglia dei Colonna, sequestrandone i beni e privandone dei titoli.
Al di là di queste vicende però rimane l'atto di umiltà e fede di Celestino, che rifiutava la "chiesa politica" a favore di una più alta spiritualità. Inoltre la figura di umile e sprovveduto frate di provincia non corrisponde a realtà: infatti Celestino fondò un proprio ordine e guidò monasteri. Il motivo vero della rinuncia è dunque riconducibile alla sua limpida condotta morale che è anche la ragione per la quale questo papa viene ancora oggi ricordato con ammirazione e a titolo d'esempio.
Il suo successore, Bonifacio VIII, protagonista di numerose e poco nobili vicende, arrivò ad imprigionarlo nella rocca di Fumone (Frosinone) dove morì solo e dimenticato il 19 maggio del 1296.
La fama di Celestino, tuttavia, non morì e nel maggio del 1313, fra' Pietro venne elevato agli onori degli altari col nome di San Pietro del Morrone, con solenne cerimonia nella cattedrale di Avignone e alla presenza di Clemente V. Il festeggiamento avviene il 12 giugno, ma i pellegrini si recano negli eremi della regione anche il 19 maggio, giorno della sua morte. L'ordine dei Celestini fu istituito nel 1274 da Gregorio X (prima quindi della sua elezione) e arrivò a contare 96 monasteri italiani e 21 francesi. L'ordine scomparve in Francia nel 1789 e in Italia nel 1807.
A seguito del terremoto dell'Aquila del 2009, il crollo della volta della basilica ha provocato il seppellimento della teca con le spoglie, recuperate poi dai Vigili del Fuoco, dalla Protezione Civile e con la collaborazione della Guardia di Finanza.

Con la peregrinatio delle spoglie di Celestino V per le diocesi di Abruzzo e Molise, avvenuta dopo il terremoto, la maschera di cera che ricopriva il volto del Santo mostrava evidenti segni di scioglimento.
Per fronteggiare questo problema, l'Arcidiocesi di L'Aquila ha effettuato nel 2013 una ricognizione canonica dei resti mortali di Celestino, in particolare della scatola cranica, al fine di poter ricostruire, grazie all'aiuto di strumentazione scientifica, le vere fattezze del suo volto. La maschera in cera, irrimediabilmente deteriorata, è stata pertanto sostituita da una nuova in argento. Anche i paramenti settecenteschi del Santo sono stati sostituiti con altri di produzione moderna, e che richiamano stilisticamente le fattezze dei signa pontificalia medioevali. Questa ricognizione è stata inoltre l'occasione per porre sul corpo di san Pietro Celestino il pallio che papa Benedetto XVI aveva indossato il giorno dell'inizio del suo ministero petrino e che egli stesso aveva donato al suo predecessore in occasione della sua visita a L'Aquila il 28 aprile 2009, pochi giorni dopo il sisma.
Il corpo di Celestino V è stato restituito alla sua Basilica di Santa Maria di Collemaggio in L'Aquila il 5 maggio 2013, in occasione del settecentesimo anniversario della sua canonizzazione, avvenuta il 5 maggio 1313 da parte di papa Clemente V.
Il gesto del pallio donato da Benedetto XVI verrà poi ripreso nel 2013, quando darà come il suo predecessore Celestino V le dimissioni al Soglio Petrino, ciò da come supposizione che Benedetto XVI aveva già da tempo l'idea delle dimissioni.




giovedì 24 dicembre 2020

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi


Buongiorno, oggi è il 24 dicembre.
Il 24 dicembre 2009, durante la solenne messa di Natale in Vaticano, l'allora venticinquenne italo-svizzera Susanna Maiolo saltò con un balzo felino le transenne che dividevano il pubblico dall'area in cui stava passando il Papa, e si gettò verso di lui. Le guardie riuscirono a fermarla, ma gettandola a terra essa riuscì ad aggrapparsi ai vestiti di Benedetto XVI facendolo cadere, insieme al cardinale Roger Echegaray che era al suo fianco. Il papa non si fece nulla, mentre il cardinale ebbe la peggio fratturandosi un femore nella caduta.
La ragazza, che anche l'anno prima aveva tentato di avvicinarsi al papa ma era stata fermata, è stata trattenuta in una clinica di Subiaco per un trattamento sanitario obbligatorio, durante il quale si è appreso che è una persona mentalmente instabile, e che già due anni prima era stata ricoverata per un anno e mezzo in una struttura svizzera per le malattie mentali. A suo dire non aveva intenzioni cattive, bensì la volontà di chiedere a Ratzinger maggiore impegno della Chiesa per la povertà nel mondo.
Il 1 Gennaio 2010 il segretario del papa Monsignor Georg Gaenswein è andato a trovarla in clinica portandole i saluti del pontefice, il quale ha manifestato la sua preoccupazione per lei e, credendo nelle sue buone intenzioni, il suo totale perdono.
Successivamente il 13 Gennaio, dopo l'udienza generale, il Papa ha incontrato personalmente la Maiolo e i suoi genitori in una saletta adiacente la sala Paolo VI, e in tale incontro la ragazza si è scusata per l'incidente ed ha ricevuto la benedizione del Papa e i suoi auguri per la salute. Nessun'altra iniziativa è stata presa da parte della magistratura vaticana, che ha preferito chiudere l'incidente senza processo.
Il maggiore scalpore in Italia si è avuto successivamente, quando su Facebook sono nati alcuni gruppi che inneggiavano alla Maiolo come un'eroina, sulla falsariga di quelli a Tartaglia in occasione dell'aggressione a Berlusconi.
Diverse interrogazioni parlamentari da parte di deputati vicini al mondo cattolico hanno chiesto ripetutamente la censura su Facebook e la chiusura dei gruppi blasfemi e inneggianti alla violenza. Poi, come sempre accade, una volta sceso l'interesse mediatico sulla vicenda, tutto è tornato nell'oblio.
Oggi Susanna Maiolo vive in Svizzera nel suo paese, ed è seguita periodicamente dall'istituto che l'ha avuta in cura in passato.

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