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mercoledì 15 novembre 2023

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 15 novembre.
Il 15 novembre 1848 Pellegrino Rossi, primo ministro del papa Pio IX, viene assassinato sulle scale della Cancelleria, poco tempo prima della fuga del Papa verso Gaeta. Un delitto ancora avvolto nel mistero.
Chi decretò la sua condanna a morte e soprattutto quali responsabilità particolari aveva? Pellegrino Rossi non fu ministro della Giustizia, ma, nella sostanza, primo ministro del Papa: e soprattutto non fu reazionario. Chi vuole maggiori informazioni sulla sua persona e sulle circostanze del suo assassinio nel palazzo della Cancelleria, il 25 novembre 1848, potrà leggere un libro di Giulio Andreotti apparso presso Rizzoli nel 1974 («Ore 13: il ministro deve morire»). Consigliato anche agli studiosi di Andreotti. Scopriranno che il vecchio uomo politico democristiano, molto noto anche per le sue frequentazioni vaticane, non sembrava avere grande considerazione né per il talento politico né addirittura per le doti intellettuali di Pio IX. Nella storia italiana dell' Ottocento Pellegrino Rossi è un outsider, un personaggio molto interessante e difficilmente classificabile. Nacque a Carrara nel 1787, fece i suoi studi a Bologna e fu partigiano di Gioacchino Murat quando questi, dopo la caduta di Napoleone, cercò di riconquistare il trono di Napoli. Costretto a lasciare l' Italia dopo il fallimento dell'impresa, trovò asilo a Ginevra dove divenne cittadino svizzero, fece una brillante carriera accademica, fu eletto al Consiglio rappresentativo del cantone e venne incaricato di progettare una nuova Costituzione federale.
Propose un «Patto» che avrebbe modificato i rapporti di forza fra cantoni e governo centrale. Ma i cantoni reagirono polemicamente e Rossi preferì andarsene a Parigi dove divenne professore di economia politica al Collège de France e di diritto costituzionale alla Sorbona. Le sue idee piacquero al maggiore statista liberale della Francia di allora, François Guizot, e Rossi, in poco più di dieci anni, ebbe la cittadinanza francese, fu incaricato di una missione speciale presso il Vaticano, divenne conte, pari di Francia e finalmente, dal 1845, ambasciatore del suo nuovo Paese presso la Santa Sede.
Era a Roma dunque quando il Conclave elesse un nuovo Papa nella persona di Pio IX. Ed era a Roma quando la rivoluzione francese del marzo 1848 detronizzò Luigi Filippo, costrinse Guizot a fuggire in Inghilterra e instaurò la repubblica. Rossi perdette il posto, naturalmente, ma rimase a Roma, dove sapeva di poter contare sulla simpatia di un Papa a cui aveva dato molti buoni consigli nel periodo in cui Pio IX sembrò essere la guida morale di un grande Risorgimento nazionale. Fu così che nell'estate del 1848, dopo avere concesso ai suoi sudditi una Costituzione, Papa Mastai dette a Pellegrino Rossi la cittadinanza dei suoi Stati e lo chiamò a dirigere il governo. Non credo esista un altro uomo politico, nella storia dell' Ottocento, che abbia avuto tre cittadinanze e importanti incarichi politici in tre diversi Paesi.
Divenuto il Primo ministro di Pio IX, si buttò nel lavoro con grande entusiasmo. Voleva abolire i privilegi feudali, sopprimere le esenzioni fiscali, separare il potere secolare da quello ecclesiastico. E credette di potere realizzare questi obiettivi grazie al sostegno del Papa. Ma le sue riforme erano intollerabilmente liberali per la Curia, pericolosamente egualitarie per i conservatori, insufficientemente democratiche per i patrioti: troppi nemici per un uomo che Pio IX, a giudicare dal libro di Andreotti, stava gradualmente abbandonando. L' epilogo della breve carriera romana di Pellegrino Rossi cadde nel giorno in cui avrebbe dovuto pronunciare un importante discorso nel palazzo della Cancelleria di fronte ai membri, da poco eletti, del nuovo parlamento. Molti, fra cui lo stesso Papa, lo avevano esortato nelle ore precedenti a essere prudente. Erano suggerimenti amichevoli, ma anche forme di intimidazione. Rossi non volle dare retta a nessuno e mantenne l'impegno. Ma quando uscì dalla carrozza nel cortile della Cancelleria e una folla di dimostranti si strinse intorno alla sua persona, un uomo lo toccò alla gamba con un bastone. Era un segnale. Non appena Rossi si voltò di scatto, il pugnale di un assassino gli troncò la vena giugulare.
Vi fu un processo, parecchi anni dopo. I giudici esaminarono un certo numero di imputati, ritennero di avere individuato i membri del complotto e il materiale esecutore dell' assassinio. Ma non seppero o non vollero scoprire chi, dietro le quinte, avesse desiderato e progettato la morte di Pellegrino Rossi. Sembra del resto che Pio IX, quando gli fu data la notizia della morte, abbia detto: «Doveva finire così perché si era reso inviso a tutti».

mercoledì 13 ottobre 2021

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 13 ottobre.
Il 13 ottobre 1815 Gioacchino Murat viene giustiziato a Pizzo Calabro dall'esercito borbonico.
Gioacchino Murat nasce a Labastide-Fortunière, Cahors, il 25 marzo 1767. Destinato dal padre locandiere alla vita ecclesiastica, a vent'anni lascia il seminario per abbracciare quella militare. Si arruola come postiglione in un reggimento di cacciatori a cavallo e già sei anni dopo, nel 1793, raggiunge lo status di ufficiale, iniziando a collaborare con Napoleone Bonaparte che gli conferisce, nel 1796, il grado di generale di brigata fino a diventare suo aiutante di campo.
In tale veste, il 21 luglio 1798, partecipa e contribuisce in modo decisivo alla vittoria nella battaglia delle Piramidi e l'anno successivo guida la spedizione in Siria. Rientrato in Francia è fra i più efficaci collaboratori nel colpo di Stato attuato da Napoleone nel novembre 1799 quando, alla guida dei granatieri, estromette da Saint-Cloud i deputati del Consiglio dei Cinquecento guadagnandosi la nomina di Comandante della Guardia Consolare. Rinsalda ulteriormente il legame con l'imperatore sposandone la sorella Carolina Bonaparte, il 22 gennaio 1800.
Nel 1804 ottiene l'altissimo riconoscimento di Maresciallo di Francia. Quattro anni dopo l'imperatore gli offre la corona di Napoli, lasciata libera da Giuseppe Bonaparte chiamato al trono di Spagna. Si insedia, dunque, con il nome di Gioacchino Napoleone e, anche in funzione della dichiarazione dell'imperatore di riconoscere piena autonomia al regno, all'atto della sua conquista, avvia una politica di progressivo affrancamento dall'influenza - vista sempre più come ingerenza - della Francia.
In questa missione, che egli immagina proiettata verso l'unificazione nazionale italiana, trova utile supporto nel prefetto di polizia e consigliere di Stato Antonio Maghella il quale si occupa, tra l'altro, degli allacciamenti con la Carboneria.
Nel 1812 combatte in Russia al fianco dell'imperatore ma due anni dopo, in seguito alle sorti avverse di Napoleone, avvia segretamente contatti con l'Austria, inviandovi il principe di Cariati, e con gli inglesi, incontrando personalmente un delegato di lord Bentinck, a Ponza. Da tali manovre scaturisce un accordo con le due potenze che gli garantiscono la conservazione della corona. Ma il Congresso di Vienna, che apre l'età della Restaurazione, decide la restituzione ai Borboni del regno di Napoli: Murat dichiara guerra all'Austria, si riavvicina a Napoleone, che nel frattempo è fuggito dall'esilio dell'Elba, e parte con il suo esercito alla conquista dell'Italia del nord.
Al suo comando annovera, fra gli altri, i generali Caracciolo, Pignatelli, Pepe, D'Ambrosio. Dalle Marche entra nelle Romagne ed il 20 marzo del 1815, giunto a Rimini, lancia un accorato appello, redatto da Pellegrino Rossi, con il quale chiama tutti gli italiani a stringersi intorno a lui esortandoli alla rivolta per la conquista dell'unità e dell'indipendenza nazionale.
Il gesto del Murat riaccende le speranze del trentenne Alessandro Manzoni, da sempre animato da grande spirito patriottico, il quale avvia di getto la stesura della canzone "Il proclama di Rimini", rimasta poi inconclusa proprio come l'iniziativa murattiana. Manzoni a parte, però, la diffidenza italiana verso i francesi fa sì che l'appello cada inascoltato. Dopo un primo successo sugli austriaci, presso il Panaro, re Gioacchino viene sconfitto il 3 maggio, a Tolentino. Arretra fino a Pescara, dove promulga una costituzione nel tentativo di ottenere l'agognato sostegno popolare, ma tutto si rivela vano. Incarica allora i generali Carrosca e Colletta - futuro autore, quest'ultimo, della celebre "Storia del reame di Napoli" - di trattare la resa, che avviene il 20 maggio, con la sottoscrizione della convenzione di Casalanza, presso Capua, con la quale si riconsegnano ai Borboni i territori del regno.
Ripara in Corsica, mentre Napoleone si avvia verso la definitiva caduta che avverrà pochi giorni dopo, a Waterloo. In Corsica gli giungono notizie di malcontento nella popolazione del suo ex regno per cui, nel settembre 1815, riparte alla volta della Campania con sei barche a vela e duecentocinquanta uomini, con l'obiettivo di far leva sul malessere della gente per riprendere il trono perduto. Ma una tempesta disperde la piccola flotta: la sua barca, insieme ad un'altra superstite, approda l'8 ottobre a Pizzo Calabro.
Entrato in paese con una trentina di uomini trova, da parte della gente del posto, l'indifferenza di alcuni e l'ostilità di altri; mentre si appresta ad incamminarsi verso un paese vicino, con la speranza di trovare migliore accoglienza, sopraggiungono le truppe regie. Catturato, viene processato e condannato a morte da una corte marziale.
Non gli rimane che compiere un ultimo atto: scrivere poche, drammatiche righe di commiato alla moglie ed ai figli. Viene giustiziato con sei colpi di fucile, il 13 ottobre 1815, nella corte del castello di Pizzo, che da allora è detto anche castello di Murat. Ha soltanto 48 anni.
Gli anni del regno murattiano rappresentano per l'Italia Meridionale, una fase di risveglio e di rinascita: re Gioacchino porta a compimento l'Eversione della feudalità, già avviata da Giuseppe Bonaparte, favorendo la nascita della borghesia terriera e sviluppando relazioni commerciali con la Francia; attua il riordinamento amministrativo e giudiziario, con l'introduzione dei codici napoleonici; istituisce il "Corpo di Ingegneri di ponti e strade", dando così un forte impulso ai lavori pubblici; incoraggia la cultura e l'istruzione pubblica, introducendo principi di uguaglianza e di uniformità.
Il suo attaccamento viscerale al regno ed al popolo e la sua dedizione totale all'idea di unificazione nazionale lo rendono un personaggio di primo piano nella storia italiana. Il primo documento ufficiale che parla di Italia unita e libera è rappresentato proprio dal suo proclama di Rimini: per alcuni storici è proprio con il "proclama" che nasce formalmente il Risorgimento italiano.
La sua figura di sovrano rimane contrassegnata da due aspetti: la buona fede, che tanti rimbrotti gli ha procurato da parte di Napoleone e che, dalla Corsica, lo determina a credere che le popolazioni meridionali attendono il suo ritorno, e l'ardimento, che sempre agli occhi di Napoleone fa di lui un grande soldato, un eroe, ma che lo induce anche a tentare l'impresa impossibile che gli costerà la vita.

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