Buongiorno, oggi è il 6 maggio.
Il 6 maggio 1937 nei pressi della stazione aeronavale di Lakehurst, in USA, si consumava la tragedia dell'Hindenburg.
In un'epoca in cui l'aviazione era ancora nella sua infanzia, la società tedesca Luftschiffbau Zeppelin creò il più grande dirigibile mai prodotto in grado di solcare i cieli. Lo LZ129 Hindenburg era 245 metri di lunghezza (25 meno del Titanic) e 41 metri di circonferenza massima. Compì con successo molti viaggi nel suo primo anno di servizio e fu il primo dirigibile commerciale transatlantico, ma in una sera piovosa in una base aerea navale a Lakehurst, New Jersey, l'Hindenburg trovò la sua fine in modo spettacolare. Alla partenza dei 3 giorni di traversata atlantica iniziati il lunedi sera, 3 maggio, il tempo era buono, ma poco dopo peggiorò. A mezzanotte, l'Hindenburg incontrò una prima tempesta sul Mare del Nord, e prima dell'alba era salito dalla sua usuale altitudine di crociera tra 800 e 1.000 piedi (244-305 metri) a 2.100 piedi (640 metri) per volare sopra le tempeste alla latitudine del Canale della Manica. Martedì a mezzogiorno l'Hindenburg era tornato a riprendere una normale quota di crociera, mentre passava a sud-ovest dell'Irlanda, ma di nuovo aveva incontrato forte vento contrario prima di lasciare l'Europa sopra l'Atlantico. Il mercoledì era trascorso senza eventi di rilievo, giungendo in serata nei pressi di Terranova in Canada. Secondo quanto riferito, il capitano Lehmann aveva trascorso qualche ora quella sera nella sala a suonare la sua fisarmonica per i passeggeri. Il giorno successivo, 6 maggio alle 15:00 circa (orario della costa orientale), la grande ombra dell'Hindenburg aveva maestosamente attraversato New York City. I passeggeri hanno potuto vedere l'Empire State Building, la Statua della Libertà, Harlem, il Bronx e una partita di baseball in corso tra i Pittsburgh Pirates e il Brooklyn Dodgers sul campo Ebbets. L'atterraggio era previsto alle 4 del pomeriggio, ma una tempesta di fulmini nella zona costrinse il comandante Pruss ad optare per un giro panoramico fino alla costa orientale, sperando che le condizioni meteorologiche migliorassero prima di dover scendere. Come sperato, le nuvole cominciarono a diradarsi, e alle 7:00 pm il potente Hindenburg si avvicinò alla base aerea della Marina a Lakehurst, New Jersey, per atterrare. Una folla di giornalisti e curiosi erano in zona per assistere all'arrivo di questo colosso da vicino. Non appena la fune di ormeggio di prua fu gettata a terra, alle ore 19,23, diversi testimoni dissero di aver visto un arco azzurro propagarsi dalla pinna di coda, seguita da una grande esplosione di fuoco. Le fiamme inghiottirono l'intera parte posteriore del dirigibile Hindenburg che cominciò a cadere a terra iniziando dalla poppa. Il fuoco si propagò per tutta la superficie del dirigibile, alimentato dall'idrogeno contenuto al suo interno (a causa dell'embargo statunitense sull'elio, l'Hindenburg era pieno di idrogeno, altamente infiammabile) che precipitò a terra e si distrusse completamente in meno di un minuto. Dei 36 passeggeri e 61 membri dell'equipaggio morirono in 35, chi a causa delle fiamme, chi saltando dalle finestre quando ancora il dirigibile era troppo in alto, chi a causa dell'inalazione dei gas. L'intero disastro si svolse in soli 32 secondi. Sul luogo erano presenti diverse troupe cinematografiche che registrarono molti cinegiornali con le spettacolari immagini del disastro Hindenburg; vi era anche una trasmissione radiofonica in diretta da Chicago a cura del giornalista Herbert Morrison, il quale fece un recosonto accorato della tragedia pronunciando una frase che divenne poi famosa (Oh, humanity!). Ci sono molte teorie su ciò che ha causato il disastro dell'Hindenburg, anche se nessuna è mai stata considerata ufficialmente provata. La più probabile, la "teoria dell'elettricità statica", afferma che un accumulo di carica carica elettrostatica dovuta al maltempo ha scatenato il disastro nel momento in cui agganciando la fune al pilone di attracco, quest'ultimo ha agito come messa a terra generando scintille che hanno poi dato fuoco all'idrogeno contenuto nel dirigibile. Una seconda ipotesi parla di sabotaggio, poichè il proprietario della compagnia, Hugo Eckener, era un uomo pacifista in forte e risaputo contrasto con il crescente partito Nazional Socialista in Germania. Nonostante il suo disprezzo per Hitler fosse noto, egli fu costretto a malincuore ad accettare somme di denaro dal partito per poter costruire l'Hindenburg. Per questo motivo, il mezzo portava svastiche naziste sul suo alettoni. Secondo Hitler, l'Hindenburg doveva essere concepito come un mezzo di propaganda della potenza della Germania. Gli oppositori del nascente regime avrebbero sabotato il mezzo per far fallire il piano di Hitler. Il disastro di Lakehurst, amplificato dalle immagini trasmesse in tutto il mondo, pose definitivamente fine alla breve popolarità dei dirigibili per il volo commerciale che dopo questo incidente cessarono completamente.
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mercoledì 6 maggio 2026
lunedì 4 maggio 2026
#AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi
Buongiorno, oggi è il 4 maggio.
Sono le diciassette del 4 maggio 1949. Torino, così come buona parte dell'Italia del Nord, è avvolta in una straordinaria cappa di maltempo. Il muratore Amilcare Rocco, che abita a un tiro di schioppo dalla cima di Superga, sente un rombo divenire via via sempre più forte fino a farsi assordante. Il fragore che gli passa in un lampo sopra la testa si trasforma subito dopo in un tonfo sinistro. L'uomo esce di casa, solcando la cortina di nebbia. Sulla strada incrocia alcuni contadini della zona, tutti usciti per lo stesso motivo. Correndo sgomenti verso la basilica che domina il colle, gli uomini scorgono sempre più nitido il profilo scomposto di una carlinga, sormontata da una colonna di fumo nero.
Il cappellano, don Tancredi Ricca, è già lì che si aggira tra miseri resti di corpi umani, sparsi tra lamiere arroventate e focolai di incendio. Capisce ben presto che per quelle povere anime non si può che pregare.
Il giardino che sorge ai piedi della basilica è delimitato da un poderoso bastione: proprio contro di esso si era schiantato l'aereo, un Fiat G 212, provocando un foro circolare di quattro metri di diametro e proiettandosi poi sulla spianata.
Nel frattempo, poco distante, al campo dell'Aeritalia, ci si comincia a preoccupare: perché ancora non si sente il rumore del G 212? E perché dalla radio del velivolo nessuno risponde più? L'ultimo contatto è avvenuto qualche minuto prima: «Visibilità zero - aveva scandito in Morse il radiotelegrafista del campo - se volete atterrare dovete volare alla cieca».
In quel momento l'aereo era già in vista di Torino. In vista si fa per dire, perché in realtà viaggiava sballottato fra nubi nerissime e raffiche di vento. Ma dopo qualche attimo di silenzio, la risposta proveniente dall'aria aveva sciolto ogni dubbio sulle intenzioni del comandante: «Quota duemila, tagliamo su Superga». Il volo sopra il colle era un fatto abituale per chi si preparava all'atterraggio. Erano le 16,58: di lì a poco si sarebbe compreso il tragico errore, causato forse da un guasto delle apparecchiature di bordo: credendosi a duemila metri di altezza, il pilota viaggiava invece a poco più di duecento. Non stava sorvolando la collina di Superga, stava per colpirla in pieno.
Contrariamente agli addetti dell'Aeritalia, i clienti del ristorante di Superga hanno invece già percepito i contorni del dramma. Anche loro hanno sentito il rombo e il tonfo, e dopo pochissimo un uomo proveniente in automobile dal luogo della sciagura li ha messi al corrente dell'accaduto. Una decina di minuti dopo le diciassette la notizia corre via telefono dal ristorante a Torino, da dove partono tredici ambulanze, vigili del fuoco e polizia.
Sul colle, attorno alle salme, si continua a rovistare. Alcuni dei corpi sono quasi completamente svestiti per l'urto. Alcuni non hanno più volto. Valigie e pacchi regalo sono sparsi d'intorno. A un tratto qualcuno scorge due maglie di colore granata con lo scudetto tricolore e la verità passa davanti alle menti in un baleno: «E' il Torino! E' l'aereo del Torino che tornava da Lisbona!». La stessa verità che viene urlata di lì a poco in tutta Italia. E da tutta Italia risponde un mare di telefonate a giornali, vigili del fuoco, Aeronautica: «Ma è proprio vero? Sono loro? Sono morti proprio tutti?». I quotidiani della sera, usciti poco dopo in edizione straordinaria, vengono letteralmente strappati di mano agli strilloni.
Già: al cospetto della Basilica di Superga, quella sera del 4 maggio 1949, si era immolata una squadra leggendaria, capace di dominare il calcio italiano come mai più sarebbe accaduto. Una squadra e una società assurti a modello assoluto e intoccabile. E proprio il grande prestigio internazionale sarebbe stato indiretto motivo della rovina. La scintilla era scoccata nel febbraio precedente, quando l'Italia marcata Torino vinse facile, 4 a 1, con il Portogallo.
Era quella la prima esperienza del dopo-Pozzo: il ciclo del vecchio alpino, straordinario artefice dei massimi successi, era giunto al tramonto.
La Nazionale era stata affidata a una commissione tecnica federale presieduta da Ferruccio Novo, vale a dire il presidente del Torino. Proprio in quell' occasione, il capitano del Portogallo, Ferreira, in cerca di un grande partner per la sua partita d'addio, convinse Valentino Mazzola a portare il Torino a Lisbona, per giocare contro il suo Benfica nel maggio successivo.
Novo si era subito mostrato in disaccordo con la promessa fatta dal suo capitano. La trasferta lusitana si incrociava infatti con il finale di campionato e, anche se il Toro era in testa per l'ennesimo anno, gli avversari incalzavano e le distrazioni potevano risultare pericolose. «Va bene - aveva detto Mazzola - facciamo così: se a San Siro contro l'Inter non perderemo, andremo in Portogallo». Novo aveva accettato: del resto non perdere a Milano avrebbe significato scudetto pressoché sicuro, con i nerazzurri tenuti a cinque punti con sole quattro partite da giocare.
Non erano più di primo pelo le colonne storiche di quella macchina micidiale. Mazzola, Loik, Menti e Grezar avevano toccato la sponda dei trent'anni, Gabetto era già sui trentatré. Gli altri erano più giovani ma sulle loro spalle pesavano quattro campionati consecutivi a far da lepri irraggiungibili. Sicché la minaccia di quell'Inter, che dopo la guerra aveva smesso di chiamarsi "autarchicamente" Ambrosiana per riappropriarsi del suo vecchio nome, era parsa quanto mai fondata.
San Siro traboccava per la partita più importante del campionato. Finalmente c'era la possibilità di mettere paura a quegli undici marziani, che l'anno prima avevano vinto il campionato con sedici punti di vantaggio sulla seconda. L'Inter calava il suo tris d'attacco, formato da Nyers, Amadei e Lorenzi (in tre andarono a segno quell'anno 65 volte). Una trazione anteriore formidabile. Il Toro doveva lasciare in tribuna un febbricitante Mazzola e non era certo una prospettiva gradevole fare a meno del superuomo, dell'atleta capace di dispensare saggezza, potenza e meraviglie tecniche in ogni parte del campo.
Ma alla fine, la missione fu compiuta: 0 a 0, con qualche patema.
La strada era ormai in discesa fino alla fine. «Nell'ora del pericolo - scrisse quel giorno il direttore di Tuttosport, Renato Casalbore - la squadra granata ha svelato una potente freschezza atletica e anche questi sono segni della classe di una squadra; voglio dire: saper essere tempestivamente al momento giusto, sempre aderenti alla situazione. Ed era una situazione difficile per il Torino. Domani i campioni partono per Lisbona».
Partono, annotò Casalbore. In realtà avrebbe dovuto scrivere "partiamo", perché sull'aereo dei granata, il 2 maggio, stava per imbarcarsi anche lui. Intorno a quell'aereo, a dire il vero, si svolse una singolare danza di appuntamenti mancati o centrati in extremis: il giovane granata Giuliano, per esempio, che già da un po' bazzicava la comitiva dei "grandi", fu bloccato da problemi di passaporto e lasciò il posto proprio a Casalbore. A terra rimase anche Gandolfi, il portiere di riserva che presentatosi all'aeroporto scoprì con dispetto che al suo posto era stato convocato Dino Ballarin, fratello minore di Aldo.
Così come restarono in Italia Nicolò Carosio e Ferruccio Novo: la "voce" del calcio italiano era inizialmente della partita, ma la prima Comunione del figlio lo convinse a rinunciare in favore di Renato Tosatti, della Gazzetta del Popolo. Novo, invece, era a letto malato. E infine, non partì uno dei rincalzi, Sauro Toma: qualche giorno prima, vittima di una distorsione, si era fatto visitare insieme con Maroso. Per Lisbona il medico bloccò Toma e diede via libera a Maroso. Peraltro, il fine terzino sinistro, che ad appena 24 anni aveva già le stimmate del fuoriclasse, sarebbe partito solo per ingrossare la schiera dei rincalzi.
Neanche Mazzola era ancora del tutto guarito dalla sua influenza, ma come poteva rinunciare a quella trasferta che proprio lui aveva organizzato? Invano un altro grande giornalista e disegnatore di Tuttosport, Carlin Bergoglio, aveva cercato di persuaderlo: «Non andare, sei ancora malato». «I campioni e lo sport vanno onorati degnamente», sosteneva capitan Valentino. La partita non aveva tradito le attese del pubblico. Del resto, se il Torino era un punto di riferimento internazionale, anche il prestigio del Benfica era molto alto. I granata avevano perduto di misura, anche perché la fatica di San Siro non poteva essere svanita in tre giorni, ma lo spettacolo offerto sul campo era stato divertente e di buon livello.
Il giorno dopo, sulla Stampa Sera, Luigi Cavallero, che con Casalbore e Tosatti componeva il terzetto di giornalisti al seguito del Toro, aveva scritto: «Stamane i granata si sono alzati presto per prepararsi al ritorno. Tra poche ore l'aereo, che ha trasportato a Lisbona dirigenti, giocatori e giornalisti, spiccherà il volo per atterrare all'Aeronautica di Torino, tempo permettendo, verso le 17. Che le nubi ed i venti ci siano propizi e non facciano troppo ballare...».
La mattina del 4, erano infatti giunte dall'Italia notizie poco rassicuranti. Pioveva a catini, il Po era gonfio come mai negli ultimi 50 anni e tracimava rovinosamente sulla piana. In migliaia abbandonavano le loro case. Il Fiat G 212, velivolo ad elica fabbricato solo due anni prima, era decollato in direzione Milano Malpensa, dove i giocatori avrebbero trovato il celebre "Conte Rosso", il pullman che sempre li accompagnava in trasferta. A Barcellona, dove aveva fatto scalo per il rifornimento, il comandante Meroni era stato avvertito delle critiche condizioni meteorologiche di Torino. Eppure, chissà perché, aveva deciso di ignorare il previsto arrivo a Milano per atterrare proprio nel capoluogo piemontese. Su questa decisione fioriranno poi sospetti romanzeschi.
Nell'aeroporto catalano i granata avevano incrociato i giocatori del Milan, diretti a Madrid per affrontare il Real: «Loro erano stravolti - ricorderà il milanista Carapellese - avevano già avuto un brutto trasferimento da Lisbona a Barcellona. Parlammo di cose comuni, della loro partita con il Benfica, della nostra con il Real Madrid, della rabbia che certamente gli spagnoli avrebbero avuto per vendicare il 3-1 che l'Italia aveva inflitto proprio a Madrid alla Spagna qualche tempo prima. Parlammo pochi minuti poi ciascuno si diresse verso il proprio aereo».
A Montecitorio, la notizia della sciagura arriva mentre è in atto una discussione animata. Immediatamente i lavori vengono sospesi in segno di lutto. Il presidente del Consiglio De Gasperi è in Sardegna. Al posto suo, per Torino parte il sottosegretario Andreotti. Intanto, la strada per Superga è ormai preda di un gigantesco ingorgo: centinaia di automobili, migliaia di ciclisti, gente che a piedi sfida la pioggia. Tutti vogliono constatare di persona, ma tutti, compresi i familiari delle vittime, vengono bloccati ai cancelli della Basilica.
I vigili del fuoco hanno ormai spento gli ultimi, flebili focolai. E' arrivato anche Vittorio Pozzo. Antica anima granata, conosce e ama quella squadra che anche lui ha contribuito a formare e che ha trasferito in azzurro quasi in blocco nell'ultima parte della sua epopea azzurra. Dal Torino il vecchio maestro si è distaccato a causa di un dissidio personale con Novo, proprio l'uomo che lo ha sostituito alla guida della Nazionale. Ma i ragazzi no, non c'entrano, per lui sono come figli.
Pozzo avanza con passo eretto fra i rottami, incrociando gente che corre, che grida, che piange. «Su un lato del terrazzo - ricorderà dieci anni dopo - spazzando i rottami, qualcuno aveva già disposto quattro o cinque cadaveri. Erano i corpi, non martoriati, di Loik, di Ballarin, di Castigliano... Li riconobbi, e li nominai, sentendo uno dei presenti che aveva dato un'indicazione errata. Li conoscevo, oltre che dal viso, dagli abiti, dalle cravatte, da tutto. Fu allora che mi accorsi di un maresciallo dei carabinieri, che mi seguiva e prendeva nota di quanto dicevo. "Nessuno meglio di lei...", sussurrò, mettendosi sull'attenti. Fu allora, mentre rovistavo fra i resti di un po' di tutto che giacevano al suolo, che un uomo più alto di me ed avvolto in un impermeabile, mi mise una mano sulla spalla e mi disse in inglese: 'Your boys", i suoi ragazzi. Era John Hansen della Juventus, accorso fin lassù. Non so se piangessi, in quel momento. Dopo sì».
Pioggia, nebbia e vento, compagni maledetti di quella giornata, non danno tregua: i morti vengono via via raggruppati sul piccolo piazzale dietro la canonica e coperti da un grande telone impermeabile. Quattro di essi sono stati scagliati molto lontano dal luogo dell'impatto. Ai piedi di Renato Tosatti viene trovata una foto del Torino edizione '46-47. E' appena bruciacchiata ai margini, solo il viso di Castigliano è stato mangiato. Dopo tre ore l'opera di ricomposizione è compiuta: si decide di trasferire il riconoscimento ufficiale al cimitero di Torino, dove il tragico corteo arriva alle 21.
E' ancora Pozzo, assieme ad altre due persone e a due medici, a farsi carico del triste compito. L'ex commissario azzurro ha un paio di cedimenti, ma procede nell'identificazione. In molti casi si deve riconoscere la salma da un anello, da un documento, da qualche oggetto personale. Martelli e Maroso, riconosciuti solo per eliminazione, mettono a dura prova l'animo e la scorza di Pozzo.
Quella sera, in una casa di Torino, il piccolo Sandro nota uno strano via vai di gente. In quella casa vive con una donna che non è sua madre, mentre sua madre è a Cassano d'Adda con il fratellino Ferruccio. A Sandrino nessuno dice quella sera che suo padre, il grande, generoso, infedele Mazzola, non tornerà mai più. Il figlio di Ossola, invece, non può avere di questi problemi, visto che è stato appena concepito. E pensare che suo padre, appresa la lieta novella, era così eccitato che per farlo partire per Lisbona avevano dovuto faticare.
A poche ore dall'incidente, l'Italia è già in lutto: il Grande Torino era da tempo al di sopra del tifo di parte e delle beghe di campanile. Era l'orgoglio di tutti; un simbolo della rinascita italiana dopo le piaghe di guerra; un inno alla gioventù, alla forza, alla lealtà. In un attimo era finito tutto, per un guasto, un errore o chissà che altro. L'aereo sembrava ora un'invenzione perversa: Carapellese e Lorenzi, compagni in azzurro dei granata, non vorranno più salirci, per tutta la vita. Boniperti ricorderà le parole che un giorno gli disse Loik, durante una trasferta della Nazionale: «Questa - e si riferiva all'aereo - sarà la nostra bara». Il trauma sarà così forte che un anno più tardi l'Italia partirà per i mondiali brasiliani in nave anziché in aereo. Risultato: durante il viaggio tutti i palloni d'allenamento finiranno in mare e tutti gli atleti arriveranno sballottati e fuori forma.
«Siamo vecchi torinesi - annota ancora Carlin - ma non ricordiamo di aver mai visto nulla di simile, una unanimità così commossa, una vibrazione così profonda».
Salutato il Grande Torino, il calcio italiano non ritroverà più per anni un modello di squadra così compatta e vincente. Anzi, di lì in poi salirà alla ribalta un ben diverso stereotipo di calciatore italico: il bambino viziato, superpagato, isterico, individualista, refrattario al sacrificio.
La gente conserverà la passione per il calcio, ma perderà in buona misura la stima del calciatore. La Nazionale, infarcita di oriundi poco interessati alla causa, passerà da una delusione all'altra. Ci vorrà l'Inter di Moratti ed Herrera per riportare il nostro calcio alla gloria. E nella notte di Vienna, 27 maggio 1964, i nerazzurri vinceranno la loro prima Coppa dei Campioni ai danni del leggendario Real Madrid con due reti di Sandro Mazzola.
Al termine della gara, un ormai invecchiato Puskas, che da ragazzino, in un'Italia-Ungheria del 1947, aveva incrociato la sua rotta con gli uomini del Grande Torino, si sfilerà la maglia a la donerà a Sandrino: «Ho conosciuto tuo padre - gli dirà - e oggi ho capito che tu sei degno di lui».
La sciagura di Superga, nell'immaginazione popolare, rese eroi immortali i componenti di quella squadra. Si seppe poi che Novo, notando degli scricchiolii nella macchina perfetta che aveva costruito, aveva in mente dei ritocchi sostanziali. Esistevano già trattative per il milanista Annovazzi e per uno scambio fra Castigliano e il centrocampista dell'Inter Campatelli. Inoltre, si ipotizzava un futuro rimpiazzo di Loik, apparso fra i più logori, e dell'anziano Gabetto.
Ma chissà con quale rammarico il presidentissimo si sarebbe separato dai suoi ragazzi. Raccontano che da quando il fato glieli strappò d'un colpo, Novo si perse nel dolore. Aveva azzeccato tutto prima, sbagliò tutto dopo. Come se ai piedi della Basilica fosse rimasta anche la sua anima...
Già, i mondiali: sarebbe stata forse quella la consacrazione del Grande Torino, chiamato a difendere in azzurro il titolo conquistato da Meazza e compagni nell'ormai lontana ultima edizione del 1938. Giocatori che in tempi normali avrebbero partecipato a due o tre edizioni del torneo più prestigioso, non fecero in tempo a viverne una. Prima la guerra, poi la morte.
Proprio in Brasile, nel 1947, i granata in tournée avevano lasciato negli occhi della "torcida" riflessi entusiasmanti. Tanto che anni dopo il giovane talento Altafini venne soprannominato "Mazzola". Anche in occasione della trasferta brasiliana, peraltro, l'aereo che portava il Torino a Rio volteggiò pericolosamente per tre ore su un cielo in burrasca alla ricerca dell'atterraggio.
Il giorno del funerale, Torino è una città distrutta: al passaggio delle salme in molti si inginocchiano singhiozzando, come se in quelle bare ognuno avesse lasciato un pezzo della propria giovinezza. Carlin, su Tuttosport, riferisce il toccante discorso del presidente federale Barassi: «Egli aveva parlato agli atleti racchiusi tutt'intorno (sorridevano i loro ritratti sulle bare) come se sentissero, e ci era parso veramente che sentissero. Aveva assegnato ad essi, ufficialmente, il quinto scudetto consecutivo, li aveva premiati simbolicamente per nome, uno per uno, chiamando anche i giornalisti, i dirigenti, gli uomini dell'equipaggio, infine aveva ancora chiamato Mazzola: "La vedi questa bella Coppa? (e disegnava con le braccia aperte una gran coppa nell'aria). La vedi com'è bella? E' per te, è per voi. E' molto grande, è più grande di questa stanza, è grande come il mondo: e dentro ci sono i nostri cuori».
Una vicino all'altra, le bare di Bacigalupo, Martelli e Rigamonti, quelli del "trio Nizza", com'erano chiamati dalla via in cui abitavano. «Noi tre dobbiamo morire insieme - diceva Rigamonti - perché siamo troppo amici; e tu Martelli, che sei piccolo, ti porteremo in tasca dal Signore Iddio».
Sono le diciassette del 4 maggio 1949. Torino, così come buona parte dell'Italia del Nord, è avvolta in una straordinaria cappa di maltempo. Il muratore Amilcare Rocco, che abita a un tiro di schioppo dalla cima di Superga, sente un rombo divenire via via sempre più forte fino a farsi assordante. Il fragore che gli passa in un lampo sopra la testa si trasforma subito dopo in un tonfo sinistro. L'uomo esce di casa, solcando la cortina di nebbia. Sulla strada incrocia alcuni contadini della zona, tutti usciti per lo stesso motivo. Correndo sgomenti verso la basilica che domina il colle, gli uomini scorgono sempre più nitido il profilo scomposto di una carlinga, sormontata da una colonna di fumo nero.
Il cappellano, don Tancredi Ricca, è già lì che si aggira tra miseri resti di corpi umani, sparsi tra lamiere arroventate e focolai di incendio. Capisce ben presto che per quelle povere anime non si può che pregare.
Il giardino che sorge ai piedi della basilica è delimitato da un poderoso bastione: proprio contro di esso si era schiantato l'aereo, un Fiat G 212, provocando un foro circolare di quattro metri di diametro e proiettandosi poi sulla spianata.
Nel frattempo, poco distante, al campo dell'Aeritalia, ci si comincia a preoccupare: perché ancora non si sente il rumore del G 212? E perché dalla radio del velivolo nessuno risponde più? L'ultimo contatto è avvenuto qualche minuto prima: «Visibilità zero - aveva scandito in Morse il radiotelegrafista del campo - se volete atterrare dovete volare alla cieca».
In quel momento l'aereo era già in vista di Torino. In vista si fa per dire, perché in realtà viaggiava sballottato fra nubi nerissime e raffiche di vento. Ma dopo qualche attimo di silenzio, la risposta proveniente dall'aria aveva sciolto ogni dubbio sulle intenzioni del comandante: «Quota duemila, tagliamo su Superga». Il volo sopra il colle era un fatto abituale per chi si preparava all'atterraggio. Erano le 16,58: di lì a poco si sarebbe compreso il tragico errore, causato forse da un guasto delle apparecchiature di bordo: credendosi a duemila metri di altezza, il pilota viaggiava invece a poco più di duecento. Non stava sorvolando la collina di Superga, stava per colpirla in pieno.
Contrariamente agli addetti dell'Aeritalia, i clienti del ristorante di Superga hanno invece già percepito i contorni del dramma. Anche loro hanno sentito il rombo e il tonfo, e dopo pochissimo un uomo proveniente in automobile dal luogo della sciagura li ha messi al corrente dell'accaduto. Una decina di minuti dopo le diciassette la notizia corre via telefono dal ristorante a Torino, da dove partono tredici ambulanze, vigili del fuoco e polizia.
Sul colle, attorno alle salme, si continua a rovistare. Alcuni dei corpi sono quasi completamente svestiti per l'urto. Alcuni non hanno più volto. Valigie e pacchi regalo sono sparsi d'intorno. A un tratto qualcuno scorge due maglie di colore granata con lo scudetto tricolore e la verità passa davanti alle menti in un baleno: «E' il Torino! E' l'aereo del Torino che tornava da Lisbona!». La stessa verità che viene urlata di lì a poco in tutta Italia. E da tutta Italia risponde un mare di telefonate a giornali, vigili del fuoco, Aeronautica: «Ma è proprio vero? Sono loro? Sono morti proprio tutti?». I quotidiani della sera, usciti poco dopo in edizione straordinaria, vengono letteralmente strappati di mano agli strilloni.
Già: al cospetto della Basilica di Superga, quella sera del 4 maggio 1949, si era immolata una squadra leggendaria, capace di dominare il calcio italiano come mai più sarebbe accaduto. Una squadra e una società assurti a modello assoluto e intoccabile. E proprio il grande prestigio internazionale sarebbe stato indiretto motivo della rovina. La scintilla era scoccata nel febbraio precedente, quando l'Italia marcata Torino vinse facile, 4 a 1, con il Portogallo.
Era quella la prima esperienza del dopo-Pozzo: il ciclo del vecchio alpino, straordinario artefice dei massimi successi, era giunto al tramonto.
La Nazionale era stata affidata a una commissione tecnica federale presieduta da Ferruccio Novo, vale a dire il presidente del Torino. Proprio in quell' occasione, il capitano del Portogallo, Ferreira, in cerca di un grande partner per la sua partita d'addio, convinse Valentino Mazzola a portare il Torino a Lisbona, per giocare contro il suo Benfica nel maggio successivo.
Novo si era subito mostrato in disaccordo con la promessa fatta dal suo capitano. La trasferta lusitana si incrociava infatti con il finale di campionato e, anche se il Toro era in testa per l'ennesimo anno, gli avversari incalzavano e le distrazioni potevano risultare pericolose. «Va bene - aveva detto Mazzola - facciamo così: se a San Siro contro l'Inter non perderemo, andremo in Portogallo». Novo aveva accettato: del resto non perdere a Milano avrebbe significato scudetto pressoché sicuro, con i nerazzurri tenuti a cinque punti con sole quattro partite da giocare.
Non erano più di primo pelo le colonne storiche di quella macchina micidiale. Mazzola, Loik, Menti e Grezar avevano toccato la sponda dei trent'anni, Gabetto era già sui trentatré. Gli altri erano più giovani ma sulle loro spalle pesavano quattro campionati consecutivi a far da lepri irraggiungibili. Sicché la minaccia di quell'Inter, che dopo la guerra aveva smesso di chiamarsi "autarchicamente" Ambrosiana per riappropriarsi del suo vecchio nome, era parsa quanto mai fondata.
San Siro traboccava per la partita più importante del campionato. Finalmente c'era la possibilità di mettere paura a quegli undici marziani, che l'anno prima avevano vinto il campionato con sedici punti di vantaggio sulla seconda. L'Inter calava il suo tris d'attacco, formato da Nyers, Amadei e Lorenzi (in tre andarono a segno quell'anno 65 volte). Una trazione anteriore formidabile. Il Toro doveva lasciare in tribuna un febbricitante Mazzola e non era certo una prospettiva gradevole fare a meno del superuomo, dell'atleta capace di dispensare saggezza, potenza e meraviglie tecniche in ogni parte del campo.
Ma alla fine, la missione fu compiuta: 0 a 0, con qualche patema.
La strada era ormai in discesa fino alla fine. «Nell'ora del pericolo - scrisse quel giorno il direttore di Tuttosport, Renato Casalbore - la squadra granata ha svelato una potente freschezza atletica e anche questi sono segni della classe di una squadra; voglio dire: saper essere tempestivamente al momento giusto, sempre aderenti alla situazione. Ed era una situazione difficile per il Torino. Domani i campioni partono per Lisbona».
Partono, annotò Casalbore. In realtà avrebbe dovuto scrivere "partiamo", perché sull'aereo dei granata, il 2 maggio, stava per imbarcarsi anche lui. Intorno a quell'aereo, a dire il vero, si svolse una singolare danza di appuntamenti mancati o centrati in extremis: il giovane granata Giuliano, per esempio, che già da un po' bazzicava la comitiva dei "grandi", fu bloccato da problemi di passaporto e lasciò il posto proprio a Casalbore. A terra rimase anche Gandolfi, il portiere di riserva che presentatosi all'aeroporto scoprì con dispetto che al suo posto era stato convocato Dino Ballarin, fratello minore di Aldo.
Così come restarono in Italia Nicolò Carosio e Ferruccio Novo: la "voce" del calcio italiano era inizialmente della partita, ma la prima Comunione del figlio lo convinse a rinunciare in favore di Renato Tosatti, della Gazzetta del Popolo. Novo, invece, era a letto malato. E infine, non partì uno dei rincalzi, Sauro Toma: qualche giorno prima, vittima di una distorsione, si era fatto visitare insieme con Maroso. Per Lisbona il medico bloccò Toma e diede via libera a Maroso. Peraltro, il fine terzino sinistro, che ad appena 24 anni aveva già le stimmate del fuoriclasse, sarebbe partito solo per ingrossare la schiera dei rincalzi.
Neanche Mazzola era ancora del tutto guarito dalla sua influenza, ma come poteva rinunciare a quella trasferta che proprio lui aveva organizzato? Invano un altro grande giornalista e disegnatore di Tuttosport, Carlin Bergoglio, aveva cercato di persuaderlo: «Non andare, sei ancora malato». «I campioni e lo sport vanno onorati degnamente», sosteneva capitan Valentino. La partita non aveva tradito le attese del pubblico. Del resto, se il Torino era un punto di riferimento internazionale, anche il prestigio del Benfica era molto alto. I granata avevano perduto di misura, anche perché la fatica di San Siro non poteva essere svanita in tre giorni, ma lo spettacolo offerto sul campo era stato divertente e di buon livello.
Il giorno dopo, sulla Stampa Sera, Luigi Cavallero, che con Casalbore e Tosatti componeva il terzetto di giornalisti al seguito del Toro, aveva scritto: «Stamane i granata si sono alzati presto per prepararsi al ritorno. Tra poche ore l'aereo, che ha trasportato a Lisbona dirigenti, giocatori e giornalisti, spiccherà il volo per atterrare all'Aeronautica di Torino, tempo permettendo, verso le 17. Che le nubi ed i venti ci siano propizi e non facciano troppo ballare...».
La mattina del 4, erano infatti giunte dall'Italia notizie poco rassicuranti. Pioveva a catini, il Po era gonfio come mai negli ultimi 50 anni e tracimava rovinosamente sulla piana. In migliaia abbandonavano le loro case. Il Fiat G 212, velivolo ad elica fabbricato solo due anni prima, era decollato in direzione Milano Malpensa, dove i giocatori avrebbero trovato il celebre "Conte Rosso", il pullman che sempre li accompagnava in trasferta. A Barcellona, dove aveva fatto scalo per il rifornimento, il comandante Meroni era stato avvertito delle critiche condizioni meteorologiche di Torino. Eppure, chissà perché, aveva deciso di ignorare il previsto arrivo a Milano per atterrare proprio nel capoluogo piemontese. Su questa decisione fioriranno poi sospetti romanzeschi.
Nell'aeroporto catalano i granata avevano incrociato i giocatori del Milan, diretti a Madrid per affrontare il Real: «Loro erano stravolti - ricorderà il milanista Carapellese - avevano già avuto un brutto trasferimento da Lisbona a Barcellona. Parlammo di cose comuni, della loro partita con il Benfica, della nostra con il Real Madrid, della rabbia che certamente gli spagnoli avrebbero avuto per vendicare il 3-1 che l'Italia aveva inflitto proprio a Madrid alla Spagna qualche tempo prima. Parlammo pochi minuti poi ciascuno si diresse verso il proprio aereo».
A Montecitorio, la notizia della sciagura arriva mentre è in atto una discussione animata. Immediatamente i lavori vengono sospesi in segno di lutto. Il presidente del Consiglio De Gasperi è in Sardegna. Al posto suo, per Torino parte il sottosegretario Andreotti. Intanto, la strada per Superga è ormai preda di un gigantesco ingorgo: centinaia di automobili, migliaia di ciclisti, gente che a piedi sfida la pioggia. Tutti vogliono constatare di persona, ma tutti, compresi i familiari delle vittime, vengono bloccati ai cancelli della Basilica.
I vigili del fuoco hanno ormai spento gli ultimi, flebili focolai. E' arrivato anche Vittorio Pozzo. Antica anima granata, conosce e ama quella squadra che anche lui ha contribuito a formare e che ha trasferito in azzurro quasi in blocco nell'ultima parte della sua epopea azzurra. Dal Torino il vecchio maestro si è distaccato a causa di un dissidio personale con Novo, proprio l'uomo che lo ha sostituito alla guida della Nazionale. Ma i ragazzi no, non c'entrano, per lui sono come figli.
Pozzo avanza con passo eretto fra i rottami, incrociando gente che corre, che grida, che piange. «Su un lato del terrazzo - ricorderà dieci anni dopo - spazzando i rottami, qualcuno aveva già disposto quattro o cinque cadaveri. Erano i corpi, non martoriati, di Loik, di Ballarin, di Castigliano... Li riconobbi, e li nominai, sentendo uno dei presenti che aveva dato un'indicazione errata. Li conoscevo, oltre che dal viso, dagli abiti, dalle cravatte, da tutto. Fu allora che mi accorsi di un maresciallo dei carabinieri, che mi seguiva e prendeva nota di quanto dicevo. "Nessuno meglio di lei...", sussurrò, mettendosi sull'attenti. Fu allora, mentre rovistavo fra i resti di un po' di tutto che giacevano al suolo, che un uomo più alto di me ed avvolto in un impermeabile, mi mise una mano sulla spalla e mi disse in inglese: 'Your boys", i suoi ragazzi. Era John Hansen della Juventus, accorso fin lassù. Non so se piangessi, in quel momento. Dopo sì».
Pioggia, nebbia e vento, compagni maledetti di quella giornata, non danno tregua: i morti vengono via via raggruppati sul piccolo piazzale dietro la canonica e coperti da un grande telone impermeabile. Quattro di essi sono stati scagliati molto lontano dal luogo dell'impatto. Ai piedi di Renato Tosatti viene trovata una foto del Torino edizione '46-47. E' appena bruciacchiata ai margini, solo il viso di Castigliano è stato mangiato. Dopo tre ore l'opera di ricomposizione è compiuta: si decide di trasferire il riconoscimento ufficiale al cimitero di Torino, dove il tragico corteo arriva alle 21.
E' ancora Pozzo, assieme ad altre due persone e a due medici, a farsi carico del triste compito. L'ex commissario azzurro ha un paio di cedimenti, ma procede nell'identificazione. In molti casi si deve riconoscere la salma da un anello, da un documento, da qualche oggetto personale. Martelli e Maroso, riconosciuti solo per eliminazione, mettono a dura prova l'animo e la scorza di Pozzo.
Quella sera, in una casa di Torino, il piccolo Sandro nota uno strano via vai di gente. In quella casa vive con una donna che non è sua madre, mentre sua madre è a Cassano d'Adda con il fratellino Ferruccio. A Sandrino nessuno dice quella sera che suo padre, il grande, generoso, infedele Mazzola, non tornerà mai più. Il figlio di Ossola, invece, non può avere di questi problemi, visto che è stato appena concepito. E pensare che suo padre, appresa la lieta novella, era così eccitato che per farlo partire per Lisbona avevano dovuto faticare.
A poche ore dall'incidente, l'Italia è già in lutto: il Grande Torino era da tempo al di sopra del tifo di parte e delle beghe di campanile. Era l'orgoglio di tutti; un simbolo della rinascita italiana dopo le piaghe di guerra; un inno alla gioventù, alla forza, alla lealtà. In un attimo era finito tutto, per un guasto, un errore o chissà che altro. L'aereo sembrava ora un'invenzione perversa: Carapellese e Lorenzi, compagni in azzurro dei granata, non vorranno più salirci, per tutta la vita. Boniperti ricorderà le parole che un giorno gli disse Loik, durante una trasferta della Nazionale: «Questa - e si riferiva all'aereo - sarà la nostra bara». Il trauma sarà così forte che un anno più tardi l'Italia partirà per i mondiali brasiliani in nave anziché in aereo. Risultato: durante il viaggio tutti i palloni d'allenamento finiranno in mare e tutti gli atleti arriveranno sballottati e fuori forma.
«Siamo vecchi torinesi - annota ancora Carlin - ma non ricordiamo di aver mai visto nulla di simile, una unanimità così commossa, una vibrazione così profonda».
Salutato il Grande Torino, il calcio italiano non ritroverà più per anni un modello di squadra così compatta e vincente. Anzi, di lì in poi salirà alla ribalta un ben diverso stereotipo di calciatore italico: il bambino viziato, superpagato, isterico, individualista, refrattario al sacrificio.
La gente conserverà la passione per il calcio, ma perderà in buona misura la stima del calciatore. La Nazionale, infarcita di oriundi poco interessati alla causa, passerà da una delusione all'altra. Ci vorrà l'Inter di Moratti ed Herrera per riportare il nostro calcio alla gloria. E nella notte di Vienna, 27 maggio 1964, i nerazzurri vinceranno la loro prima Coppa dei Campioni ai danni del leggendario Real Madrid con due reti di Sandro Mazzola.
Al termine della gara, un ormai invecchiato Puskas, che da ragazzino, in un'Italia-Ungheria del 1947, aveva incrociato la sua rotta con gli uomini del Grande Torino, si sfilerà la maglia a la donerà a Sandrino: «Ho conosciuto tuo padre - gli dirà - e oggi ho capito che tu sei degno di lui».
La sciagura di Superga, nell'immaginazione popolare, rese eroi immortali i componenti di quella squadra. Si seppe poi che Novo, notando degli scricchiolii nella macchina perfetta che aveva costruito, aveva in mente dei ritocchi sostanziali. Esistevano già trattative per il milanista Annovazzi e per uno scambio fra Castigliano e il centrocampista dell'Inter Campatelli. Inoltre, si ipotizzava un futuro rimpiazzo di Loik, apparso fra i più logori, e dell'anziano Gabetto.
Ma chissà con quale rammarico il presidentissimo si sarebbe separato dai suoi ragazzi. Raccontano che da quando il fato glieli strappò d'un colpo, Novo si perse nel dolore. Aveva azzeccato tutto prima, sbagliò tutto dopo. Come se ai piedi della Basilica fosse rimasta anche la sua anima...
Già, i mondiali: sarebbe stata forse quella la consacrazione del Grande Torino, chiamato a difendere in azzurro il titolo conquistato da Meazza e compagni nell'ormai lontana ultima edizione del 1938. Giocatori che in tempi normali avrebbero partecipato a due o tre edizioni del torneo più prestigioso, non fecero in tempo a viverne una. Prima la guerra, poi la morte.
Proprio in Brasile, nel 1947, i granata in tournée avevano lasciato negli occhi della "torcida" riflessi entusiasmanti. Tanto che anni dopo il giovane talento Altafini venne soprannominato "Mazzola". Anche in occasione della trasferta brasiliana, peraltro, l'aereo che portava il Torino a Rio volteggiò pericolosamente per tre ore su un cielo in burrasca alla ricerca dell'atterraggio.
Il giorno del funerale, Torino è una città distrutta: al passaggio delle salme in molti si inginocchiano singhiozzando, come se in quelle bare ognuno avesse lasciato un pezzo della propria giovinezza. Carlin, su Tuttosport, riferisce il toccante discorso del presidente federale Barassi: «Egli aveva parlato agli atleti racchiusi tutt'intorno (sorridevano i loro ritratti sulle bare) come se sentissero, e ci era parso veramente che sentissero. Aveva assegnato ad essi, ufficialmente, il quinto scudetto consecutivo, li aveva premiati simbolicamente per nome, uno per uno, chiamando anche i giornalisti, i dirigenti, gli uomini dell'equipaggio, infine aveva ancora chiamato Mazzola: "La vedi questa bella Coppa? (e disegnava con le braccia aperte una gran coppa nell'aria). La vedi com'è bella? E' per te, è per voi. E' molto grande, è più grande di questa stanza, è grande come il mondo: e dentro ci sono i nostri cuori».
Una vicino all'altra, le bare di Bacigalupo, Martelli e Rigamonti, quelli del "trio Nizza", com'erano chiamati dalla via in cui abitavano. «Noi tre dobbiamo morire insieme - diceva Rigamonti - perché siamo troppo amici; e tu Martelli, che sei piccolo, ti porteremo in tasca dal Signore Iddio».
sabato 18 aprile 2026
#AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi
Buongiorno, oggi è il 18 aprile.
Il 18 aprile 2002 alle 17.15 un imprenditore italo-svizzero, Luigi Fasulo, decolla da Lugano alla volta di Linate con il suo piccolo aereo privato. La sua intenzione è quella di andare a fare il pieno in Italia, che gli costa meno in quanto sdoganato, per poi utilizzarlo nei giorni successivi dovendo fare un viaggio lungo.
Durante il tragitto la torre di controllo di Linate gli comunica che la pista è impegnata, e lo invita a dirigersi nell'anello di attesa ATA, una speciale rotta ellittica nella periferia di Milano utilizzata appunto per attendere il via libera per l'atterraggio.
Fasulo comunica di avere problemi a un carrello; forse nel tentativo di mettere a posto l'avaria, disturbato anche dal sole che lo abbagliava, non si accorge di aver sbagliato rotta. All'ultimo momento vede davanti a sè la sagoma imponente del "pirellone", il palazzo costruito tra il 56 e il 61 per ospitare gli uffici della Pirelli (sul modello del celebre Pan Am Building di New York, ora Metlife) ed oggi sede dell'amministrazione della Regione Lombardia.
Un ultimo disperato tentativo di accelerare e virare non ha effetto: il Piper centra il ventiseiesimo piano del grattacielo, uccidendo il pilota stesso, due dipendenti della regione che si trovavano al piano e ferendo una trentina di persone anche in virtù dell'incendio che ne scaturì.
Gli echi dell'11 settembre, 7 mesi prima, sono ancora troppo forti per non pensare a un attentato.
Ma l'inchiesta, sebbene non chiarì completamente l'evento, portò ad escludere questa ipotesi. I figli sostenevano che Fasulo si fosse suicidato perchè messo sul lastrico da soci in affari non propriamente cristallini, ma la ricostruzione più accreditata parla di una concatenazione di tragici eventi che hanno portato alla tragedia.
L'edificio fu ripristinato a tempo di record, e già 2 anni più tardi veniva inaugurato il nuovo 26esimo piano, che oggi ospita un memoriale in ricordo delle vittime: Luigi Fasulo, pilota di 67 anni, l'avvocato Anna Maria Rapetti di 41 anni e la signora Alessandra Santonocito, di 39.
Il 18 aprile 2002 alle 17.15 un imprenditore italo-svizzero, Luigi Fasulo, decolla da Lugano alla volta di Linate con il suo piccolo aereo privato. La sua intenzione è quella di andare a fare il pieno in Italia, che gli costa meno in quanto sdoganato, per poi utilizzarlo nei giorni successivi dovendo fare un viaggio lungo.
Durante il tragitto la torre di controllo di Linate gli comunica che la pista è impegnata, e lo invita a dirigersi nell'anello di attesa ATA, una speciale rotta ellittica nella periferia di Milano utilizzata appunto per attendere il via libera per l'atterraggio.
Fasulo comunica di avere problemi a un carrello; forse nel tentativo di mettere a posto l'avaria, disturbato anche dal sole che lo abbagliava, non si accorge di aver sbagliato rotta. All'ultimo momento vede davanti a sè la sagoma imponente del "pirellone", il palazzo costruito tra il 56 e il 61 per ospitare gli uffici della Pirelli (sul modello del celebre Pan Am Building di New York, ora Metlife) ed oggi sede dell'amministrazione della Regione Lombardia.
Un ultimo disperato tentativo di accelerare e virare non ha effetto: il Piper centra il ventiseiesimo piano del grattacielo, uccidendo il pilota stesso, due dipendenti della regione che si trovavano al piano e ferendo una trentina di persone anche in virtù dell'incendio che ne scaturì.
Gli echi dell'11 settembre, 7 mesi prima, sono ancora troppo forti per non pensare a un attentato.
Ma l'inchiesta, sebbene non chiarì completamente l'evento, portò ad escludere questa ipotesi. I figli sostenevano che Fasulo si fosse suicidato perchè messo sul lastrico da soci in affari non propriamente cristallini, ma la ricostruzione più accreditata parla di una concatenazione di tragici eventi che hanno portato alla tragedia.
L'edificio fu ripristinato a tempo di record, e già 2 anni più tardi veniva inaugurato il nuovo 26esimo piano, che oggi ospita un memoriale in ricordo delle vittime: Luigi Fasulo, pilota di 67 anni, l'avvocato Anna Maria Rapetti di 41 anni e la signora Alessandra Santonocito, di 39.
giovedì 20 ottobre 2022
#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi
Buongiorno, oggi è il 20 ottobre.
Il 20 ottobre 1977, tre anni dopo aver inciso il loro maggior successo, Sweet home Alabama, il gruppo rock dei Lynyrd Skynyrd precipitò con l’aereo che aveva affittato per spostarsi durante il loro tour. Nell’incidente morirono il cantante, Ronnie Van Zant, il chitarrista Steve Gaines, la corista Cassie Gaines, il manager e due piloti. Anche se altri sei membri del gruppo sopravvissero, i Lynyrd Skynyrd si sciolsero fino al 1987, quando il fratello minore del cantante, Johnny Van Zant, riunì alcuni vecchi membri sotto lo stesso nome.
Quando precipitò, il gruppo si trovava su un vecchio aereo bimotore CV-300 e si stavano dirigendo verso Baton Rouge, in Louisiana, dopo cinque date di un tour che aveva avuto un grosso successo: i Lynyrd Skynyrd stavano attraversando uno dei loro momenti migliori. Lo stesso aereo su cui si imbarcarono era stato scartato proprio poche settimane prima dai manager degli Aerosmith, perchè gli era sembrato che né l’equipaggio né l’aereo stesso rispettassero gli standard di sicurezza. Sembra che, durante quell’ispezione, i due piloti si passassero di frequente una bottiglia di Jack Daniel’s.
L’aereo precipitò perché aveva terminato il carburante. L’equipaggio tentò un atterraggio di emergenza, senza riuscirci, e l’aereo si schiantò su una zona paludosa coperta di alberi. Secondo la commissione d’inchiesta che indagò sul caso, la caduta fu causata dalla disattenzione dell’equipaggio nel rifornire adeguatamente i serbatoi per il piano di volo previsto, oltre che da un problema al motore. A quanto pare i piloti avevano in programma di far riparare un piccolo guasto una volta arrivati a Baton Rouge, ma non si erano accorti che quel guasto causava un consumo anomalo di carburante. Sembra anche che, a causa del panico, quando i motori cominciarono a rallentare, uno dei piloti abbia scaricato per sbaglio il carburante di riserva, invece che dirottarlo verso i motori.
Quando precipitarono, i Lynyrd Skynyrd erano arrivati all’apice della loro fama. Erano stati il primo gruppo a rendere popolare il Southern rock, un misto di rock, blues e musica country nato nel sud degli Stati Uniti. Il gruppo venne fondato in Florida, nel 1964, e divenne famoso nel 1973, quando aprì i concerti degli Who durante il tour Quadrophenia. Il successo mondiale arrivò l’anno successivo, quando uscì il disco Second Helping, che conteneva quella che ancora oggi è la loro canzone più famosa: Sweet home Alabama.
Nella canzone, come nel resto del disco, ci sono molti degli elementi che diedero il successo al gruppo. Il suo suono era caratterizzato da tre chitarre elettriche, da una forte sezione ritmica e da un coro. Ciascun membro del gruppo, composto da una decina di persone, aveva una sua parte e il risultato era uno stile senza fronzoli, assoli o primedonne. Uno stile che veniva definito a volte con l’etichetta di redneck – “collo rosso”, l’appellativo dispregiativo con cui vengono indicati gli abitanti del sud degli Stati Uniti- tutto l’opposto del progressive rock che andava di moda in quegli anni.
La scelta di intitolare una delle loro canzoni all’Alabama, uno degli stati simbolo del deep south, e quella di cantare in concerto davanti a grandi bandiere degli stati Confederati avevano all’epoca un significato politico. In quegli anni infatti, negli stati del sud, era ancora in vigore la segregazione tra bianchi e afroamericani, mentre il movimento per i diritti civili aveva cominciato le sue manifestazioni. L’altro elemento – presente nella canzone come in quasi tutta l’opera del gruppo – fu una certa ambiguità per cui non era facile distinguere da quale parte si fossero schierati.
All’inizio i Lynyrd Skynyrd furono subito arruolati nel campo dei conservatori, caso quasi unico per un gruppo rock di quegli anni – Sweet home Alabama è stata recentemente inserita nella lista delle 50 più importanti canzoni dei conservatori americani. Nel testo, infatti, ci sono diversi riferimenti che fanno pensare che il gruppo avesse scelto come parte politica la destra conservatrice. Una strofa recita:
Ho sentito il signor Young cantare di lei [l'Alabama]
Ho sentito il vecchio Neil mortificarla,
Spero che il vecchio Neil Young si ricordi
che un uomo del sud non ha bisogno di averlo intorno.
Con queste parole Van Zant voleva rispondere a Neil Young, un cantante molto liberal e vicino al movimento per i diritti civili, che in un paio di canzoni aveva parlato proprio dell’Alabama e degli uomini del sud, criticando entrambi per le loro scelte segregazioniste. In un’altra strofa, i Lynyrd Skynyrd sembrano apprezzare l’allora governatore dell’Alabama, l’ultraconservatore George Wallace (che di certo si sentì apprezzato visto che nominò i componenti del gruppo colonnelli onorari della milizia dello stato). In un’altra strofa ancora, infine, sembrava che il gruppo esprimesse il suo disinteresse per lo scandalo Watergate che aveva appena colpito il presidente repubblicano Nixon.
Poco tempo tempo dopo, quando queste interpretazioni avevano già conquistato al gruppo una grossa base di fan tra i cosiddetti redneck e i conservatori degli stati del sud, Van Zant e gli altri membri del gruppo cominciarono a spiegare che alcune strofe della canzone non erano state comprese. Tra Van Zant e Neil Young non c’era nessun problema: Van Zant fu spesso fotografato con magliette di Young, il quale scrisse una canzone (poi mai registrata) per il gruppo. La strofa incriminata fu spiegata da Van Zant come una risposta alla generalizzazione fatta da Young: non tutti gli uomini del sud hanno bisogno della morale di Young, perché non tutti sono razzisti.
Per quanto riguarda il governatore Wallace, il gruppo spiegò che nessuno aveva notato come dopo la strofa in cui si diceva che a Birmingham (sede di molte manifestazioni di diritti civili e di un attentato in cui morirono quattro bambini afromericani) “amano il governatore”, seguiva un coro di «boo boo boo». A proposito del Watergate spiegarono che non intendevano dire che non si sentivano toccati dallo scandalo, ma solo che non giudicavano tutti gli yankees – il nomignolo per gli americani del nord – da quel caso e quindi chiedevano di non essere giudicati per la scelta segregazionista di alcuni abitanti del sud.
Ma su questi temi il gruppo rimase sempre ambiguo. Un giorno i musicisti dichiaravano di non approvare le scelte del governatore Wallace a proposito degli afroamericani, ma poco dopo dicevano di rispettarlo e che era un uomo di solidi principi (e d’altro canto non rifiutarono mai il grado di colonnelli della milizia). L’ambiguità era probabilmente fondamentale per il gruppo: essere apertamente segregazionisti li avrebbe trasformati in intoccabili per il circuito musicale dell’epoca, che era assolutamente liberal, mentre prendere posizioni di sinistra gli avrebbe tenuto lontano il loro pubblico. Inoltre, come disse in un’intervista Van Zant: «Io di politica non capisco proprio un cazzo».
L’ambiguità, la qualità delle canzoni, la fine tragica e il forte legame con la cultura del sud hanno mantenuto fino ai giorni nostri il successo del gruppo. Da qualche anno, ad esempio, sulle targhe delle automobili registrate in Alabama, lo stato fa incidere la scritta Sweet home Alabama. Mentre l’altra famosissima canzone del gruppo, Freebird, per una curiosa tradizione viene richiesta dal pubblico anche ai concerti di gruppi che con i Lynyrd Skynyrd non hanno niente a che fare.
Il 20 ottobre 1977, tre anni dopo aver inciso il loro maggior successo, Sweet home Alabama, il gruppo rock dei Lynyrd Skynyrd precipitò con l’aereo che aveva affittato per spostarsi durante il loro tour. Nell’incidente morirono il cantante, Ronnie Van Zant, il chitarrista Steve Gaines, la corista Cassie Gaines, il manager e due piloti. Anche se altri sei membri del gruppo sopravvissero, i Lynyrd Skynyrd si sciolsero fino al 1987, quando il fratello minore del cantante, Johnny Van Zant, riunì alcuni vecchi membri sotto lo stesso nome.
Quando precipitò, il gruppo si trovava su un vecchio aereo bimotore CV-300 e si stavano dirigendo verso Baton Rouge, in Louisiana, dopo cinque date di un tour che aveva avuto un grosso successo: i Lynyrd Skynyrd stavano attraversando uno dei loro momenti migliori. Lo stesso aereo su cui si imbarcarono era stato scartato proprio poche settimane prima dai manager degli Aerosmith, perchè gli era sembrato che né l’equipaggio né l’aereo stesso rispettassero gli standard di sicurezza. Sembra che, durante quell’ispezione, i due piloti si passassero di frequente una bottiglia di Jack Daniel’s.
L’aereo precipitò perché aveva terminato il carburante. L’equipaggio tentò un atterraggio di emergenza, senza riuscirci, e l’aereo si schiantò su una zona paludosa coperta di alberi. Secondo la commissione d’inchiesta che indagò sul caso, la caduta fu causata dalla disattenzione dell’equipaggio nel rifornire adeguatamente i serbatoi per il piano di volo previsto, oltre che da un problema al motore. A quanto pare i piloti avevano in programma di far riparare un piccolo guasto una volta arrivati a Baton Rouge, ma non si erano accorti che quel guasto causava un consumo anomalo di carburante. Sembra anche che, a causa del panico, quando i motori cominciarono a rallentare, uno dei piloti abbia scaricato per sbaglio il carburante di riserva, invece che dirottarlo verso i motori.
Quando precipitarono, i Lynyrd Skynyrd erano arrivati all’apice della loro fama. Erano stati il primo gruppo a rendere popolare il Southern rock, un misto di rock, blues e musica country nato nel sud degli Stati Uniti. Il gruppo venne fondato in Florida, nel 1964, e divenne famoso nel 1973, quando aprì i concerti degli Who durante il tour Quadrophenia. Il successo mondiale arrivò l’anno successivo, quando uscì il disco Second Helping, che conteneva quella che ancora oggi è la loro canzone più famosa: Sweet home Alabama.
Nella canzone, come nel resto del disco, ci sono molti degli elementi che diedero il successo al gruppo. Il suo suono era caratterizzato da tre chitarre elettriche, da una forte sezione ritmica e da un coro. Ciascun membro del gruppo, composto da una decina di persone, aveva una sua parte e il risultato era uno stile senza fronzoli, assoli o primedonne. Uno stile che veniva definito a volte con l’etichetta di redneck – “collo rosso”, l’appellativo dispregiativo con cui vengono indicati gli abitanti del sud degli Stati Uniti- tutto l’opposto del progressive rock che andava di moda in quegli anni.
La scelta di intitolare una delle loro canzoni all’Alabama, uno degli stati simbolo del deep south, e quella di cantare in concerto davanti a grandi bandiere degli stati Confederati avevano all’epoca un significato politico. In quegli anni infatti, negli stati del sud, era ancora in vigore la segregazione tra bianchi e afroamericani, mentre il movimento per i diritti civili aveva cominciato le sue manifestazioni. L’altro elemento – presente nella canzone come in quasi tutta l’opera del gruppo – fu una certa ambiguità per cui non era facile distinguere da quale parte si fossero schierati.
All’inizio i Lynyrd Skynyrd furono subito arruolati nel campo dei conservatori, caso quasi unico per un gruppo rock di quegli anni – Sweet home Alabama è stata recentemente inserita nella lista delle 50 più importanti canzoni dei conservatori americani. Nel testo, infatti, ci sono diversi riferimenti che fanno pensare che il gruppo avesse scelto come parte politica la destra conservatrice. Una strofa recita:
Ho sentito il signor Young cantare di lei [l'Alabama]
Ho sentito il vecchio Neil mortificarla,
Spero che il vecchio Neil Young si ricordi
che un uomo del sud non ha bisogno di averlo intorno.
Con queste parole Van Zant voleva rispondere a Neil Young, un cantante molto liberal e vicino al movimento per i diritti civili, che in un paio di canzoni aveva parlato proprio dell’Alabama e degli uomini del sud, criticando entrambi per le loro scelte segregazioniste. In un’altra strofa, i Lynyrd Skynyrd sembrano apprezzare l’allora governatore dell’Alabama, l’ultraconservatore George Wallace (che di certo si sentì apprezzato visto che nominò i componenti del gruppo colonnelli onorari della milizia dello stato). In un’altra strofa ancora, infine, sembrava che il gruppo esprimesse il suo disinteresse per lo scandalo Watergate che aveva appena colpito il presidente repubblicano Nixon.
Poco tempo tempo dopo, quando queste interpretazioni avevano già conquistato al gruppo una grossa base di fan tra i cosiddetti redneck e i conservatori degli stati del sud, Van Zant e gli altri membri del gruppo cominciarono a spiegare che alcune strofe della canzone non erano state comprese. Tra Van Zant e Neil Young non c’era nessun problema: Van Zant fu spesso fotografato con magliette di Young, il quale scrisse una canzone (poi mai registrata) per il gruppo. La strofa incriminata fu spiegata da Van Zant come una risposta alla generalizzazione fatta da Young: non tutti gli uomini del sud hanno bisogno della morale di Young, perché non tutti sono razzisti.
Per quanto riguarda il governatore Wallace, il gruppo spiegò che nessuno aveva notato come dopo la strofa in cui si diceva che a Birmingham (sede di molte manifestazioni di diritti civili e di un attentato in cui morirono quattro bambini afromericani) “amano il governatore”, seguiva un coro di «boo boo boo». A proposito del Watergate spiegarono che non intendevano dire che non si sentivano toccati dallo scandalo, ma solo che non giudicavano tutti gli yankees – il nomignolo per gli americani del nord – da quel caso e quindi chiedevano di non essere giudicati per la scelta segregazionista di alcuni abitanti del sud.
Ma su questi temi il gruppo rimase sempre ambiguo. Un giorno i musicisti dichiaravano di non approvare le scelte del governatore Wallace a proposito degli afroamericani, ma poco dopo dicevano di rispettarlo e che era un uomo di solidi principi (e d’altro canto non rifiutarono mai il grado di colonnelli della milizia). L’ambiguità era probabilmente fondamentale per il gruppo: essere apertamente segregazionisti li avrebbe trasformati in intoccabili per il circuito musicale dell’epoca, che era assolutamente liberal, mentre prendere posizioni di sinistra gli avrebbe tenuto lontano il loro pubblico. Inoltre, come disse in un’intervista Van Zant: «Io di politica non capisco proprio un cazzo».
L’ambiguità, la qualità delle canzoni, la fine tragica e il forte legame con la cultura del sud hanno mantenuto fino ai giorni nostri il successo del gruppo. Da qualche anno, ad esempio, sulle targhe delle automobili registrate in Alabama, lo stato fa incidere la scritta Sweet home Alabama. Mentre l’altra famosissima canzone del gruppo, Freebird, per una curiosa tradizione viene richiesta dal pubblico anche ai concerti di gruppi che con i Lynyrd Skynyrd non hanno niente a che fare.
sabato 10 aprile 2021
#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi
Buongiorno, oggi è il 10 aprile.
Il 10 aprile 2010, alle 10 e 41, ora locale, l’aereo del presidente polacco Lech Kaczynski si schianta al suolo dopo un fallito tentativo di atterraggio all’aeroporto di Smolensk, in Russia.
Nessun superstite. Tra le novantasei vittime, il capo dello stato, sua moglie, il capo di stato maggiore dell’esercito, dei membri del governo e del parlamento, e anche il governatore della Banca di Polonia.
La delegazione perita nel tragico incidente stava andando a commemorare il 70. anniversario del massacro di Katyn, un triste episodio che per anni ha avvelenato le relazioni tra Varsavia e Mosca.
Ancora oggi non si è fatta piena luce sull’incidente di Smolensk, vissuto come una catastrofe nazionale.
Inchiesta russa, inchiesta polacca: i rapporti sullo schianto del Tupolev elencano i fattori critici: un errore umano del pilota, la fitta nebbia, la velocità alta, la scarsa illuminazione della pista d’atterraggio, informazioni errate dai controllori russi… una girandola di ipotesi che i polacchi seguono con attenzione.
Le ultime rivelazioni si trasformano in una bomba a tempo per il governo di Varsavia. Ancora oggi, lo schianto continua a pesare, e tanto, nei dibattiti della vita politica.
A Donald Tusk, allora primo ministro e in seguito presidente del Consiglio Europeo, si rimprovera che la Polonia non abbia potuto avere accesso ai resti del Tupolev, rimasto ancora in mano ai russi.
Nessun investigatore polacco si è mai recato sui luoghi dell’incidente, e nessuno ha partecipato alle autopsie sul corpo delle vittime.
Uno dei magistrati, il colonnello Ireneusz Szelag, ha detto che l’inchiesta – conclusa dopo quasi cinque anni – ha stabilito che la causa principale dell’incidente fu il brutto tempo, ma ha aggiunto che i controllori del traffico non hanno fatto il proprio dovere: uno dei due russi è stato incriminato per avere avuto una diretta responsabilità nell’incidente, mentre l’altro per responsabilità indiretta. Se condannati, i due rischiano fino a otto anni di prigione. Reuters ha comunque spiegato che è molto difficile che la Russia consenta che i due controllori partecipino al processo.
Per il fratello gemello del presidente una buona occasione politica. Col suo partito di destra, Diritto e Giustizia, il secondo del paese, puntava alle presidenziali nel 2015, poi vinte da Andrzej Duda. Parla perfino di attentato, e considera Tusk responsabile della morte del fratello.
Secondo un sondaggio il 32 per cento dei polacchi pensa che lo schianto sia stato causato dai russi, il 28 per cento crede che sia stata colpa dei piloti.
Per il 27 per cento ci sono responsabilità del governo di Varsavia e secondo il 18 per cento si è trattato di un attentato.
Il 10 aprile 2010, alle 10 e 41, ora locale, l’aereo del presidente polacco Lech Kaczynski si schianta al suolo dopo un fallito tentativo di atterraggio all’aeroporto di Smolensk, in Russia.
Nessun superstite. Tra le novantasei vittime, il capo dello stato, sua moglie, il capo di stato maggiore dell’esercito, dei membri del governo e del parlamento, e anche il governatore della Banca di Polonia.
La delegazione perita nel tragico incidente stava andando a commemorare il 70. anniversario del massacro di Katyn, un triste episodio che per anni ha avvelenato le relazioni tra Varsavia e Mosca.
Ancora oggi non si è fatta piena luce sull’incidente di Smolensk, vissuto come una catastrofe nazionale.
Inchiesta russa, inchiesta polacca: i rapporti sullo schianto del Tupolev elencano i fattori critici: un errore umano del pilota, la fitta nebbia, la velocità alta, la scarsa illuminazione della pista d’atterraggio, informazioni errate dai controllori russi… una girandola di ipotesi che i polacchi seguono con attenzione.
Le ultime rivelazioni si trasformano in una bomba a tempo per il governo di Varsavia. Ancora oggi, lo schianto continua a pesare, e tanto, nei dibattiti della vita politica.
A Donald Tusk, allora primo ministro e in seguito presidente del Consiglio Europeo, si rimprovera che la Polonia non abbia potuto avere accesso ai resti del Tupolev, rimasto ancora in mano ai russi.
Nessun investigatore polacco si è mai recato sui luoghi dell’incidente, e nessuno ha partecipato alle autopsie sul corpo delle vittime.
Uno dei magistrati, il colonnello Ireneusz Szelag, ha detto che l’inchiesta – conclusa dopo quasi cinque anni – ha stabilito che la causa principale dell’incidente fu il brutto tempo, ma ha aggiunto che i controllori del traffico non hanno fatto il proprio dovere: uno dei due russi è stato incriminato per avere avuto una diretta responsabilità nell’incidente, mentre l’altro per responsabilità indiretta. Se condannati, i due rischiano fino a otto anni di prigione. Reuters ha comunque spiegato che è molto difficile che la Russia consenta che i due controllori partecipino al processo.
Per il fratello gemello del presidente una buona occasione politica. Col suo partito di destra, Diritto e Giustizia, il secondo del paese, puntava alle presidenziali nel 2015, poi vinte da Andrzej Duda. Parla perfino di attentato, e considera Tusk responsabile della morte del fratello.
Secondo un sondaggio il 32 per cento dei polacchi pensa che lo schianto sia stato causato dai russi, il 28 per cento crede che sia stata colpa dei piloti.
Per il 27 per cento ci sono responsabilità del governo di Varsavia e secondo il 18 per cento si è trattato di un attentato.
martedì 27 ottobre 2020
#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi
Buongiorno, oggi è il 27 ottobre.
La sera del 27 ottobre 1962 nelle campagne di Bascapè, un piccolo paese in provincia di Pavia, precipitava in fase d'atterraggio a Linate l'aereo su cui volava da Catania il presidente dell'Eni Enrico Mattei, il pilota Irnerio Bertuzzi e il giornalista William Mc Hale.
L'inchiesta fu rapidamente archiviata come un incidente dovuto alle pessime condizioni del tempo.
Successivamente nuovi reperti rinvenuti nel 1997 e l'uso di tecnologie di indagini impossibili nel 62 portarono a provare che l'aereo precipitò per l'esplosione di un ordigno nascosto nel cruscotto ed azionato dal meccanismo di apertura del carrello.
Le dichiarazioni del pentito Tommaso Buscetta consentirono di supporre che fu la mafia, per fare un favore a qualcuno, a sabotare il velivolo. Il pubblico ministero Calìa appurò che Mario Ronchi, un agricoltore che abitava in una cascina in località Albaredo, a 300 metri dal punto d’impatto dell’aereo, rilasciò a caldo una dichiarazione a un giornalista televisivo della Rai secondo cui aveva visto l'aereo precipitare già avvolto nelle fiamme. Ma davanti alla commissione d’inchiesta ritrattò. Calìa appurò che l’agricoltore, in cambio del silenzio, aveva goduto per tutti questi anni di benefici economici, tra cui l’assunzione della figlia, Giovanna, per sedici anni in una società riconducibile a Cefis, la Pro.De. E scoprì che la parte sonora del nastro che era stato utilizzato per le riprese della Rai risultava cancellata proprio nel punto in cui Ronchi descriveva la dinamica dell’accaduto. La verità emerse dall’esame labiale delle immagini video nonostante l’agricoltore si ostinasse a negare, davanti al magistrato, ciò che aveva visto quella sera.
Mattei, che aveva creato dalle ceneri dell'Agip il colosso ENI, era un uomo fastidioso per le "sette sorelle americane", le grandi compagnie petrolifere che detenevano il controllo dell'oro nero e decidevano la politica estera della Casa Bianca. Mattei aveva surrogato la politica estera del Governo italiano, scompaginato i giochi delle major petrolifere, disturbato gli interessi degli Stati Uniti e dell’Alleanza Atlantica per le sue posizioni terzomondiste e le sue aperture all’Urss e agli Stati mediorientali; esercitava una forte influenza su chi avrebbe dovuto controllarlo, il ministro delle Partecipazioni statali Giorgio Bo; aveva un forte ascendente su Giovanni Gronchi, Presidente della Repubblica, ruolo al quale sembrava aspirasse; aveva creato dal nulla la corrente democristiana di Base, guidata da Giovanni Marcora. E con la forza e il denaro dell’Eni alimentava la politica, i partiti. E a differenza degli altri lo dichiarava.
Secondo molti osservatori, la vicenda di Mattei non si concluse con la sua morte, anzi avrebbe avuto echi e conseguenze di variegata natura, nell'immediato come a lungo termine. Innanzitutto va detto che l'incidente di Bascapé impedì di perfezionare un accordo di produzione con l'Algeria, indubbiamente un legame in potenza contrastante con gli interessi delle sette sorelle. Inoltre, alcune delle persone che ebbero a che fare con Mattei e con l'inchiesta sull'incidente morirono in circostanze misteriose. Il caso più noto è certamente quello del giornalista Mauro De Mauro, il quale si era mostrato assai disponibile a fornire a Francesco Rosi, autore del noto film, materiale (probabilmente nastri magnetici audio) ritenuto di estremo interesse per la ricostruzione dei fatti che il regista andava raccogliendo come base documentale per la sceneggiatura. Pochissimo prima dell'incontro previsto con Rosi, De Mauro (che aveva lavorato anche a "Il Giorno") scomparve nel nulla. Ufficialmente considerato un delitto di mafia, il caso De Mauro è riemerso in tempi recenti a seguito delle dichiarazioni di un pentito, Tommaso Buscetta, il quale lo poneva in collegamento con la morte di Mattei e al "favore" reso dalla mafia a ignoti, forse stranieri.
Per combinazione, la maggior parte degli investigatori che si occuparono della scomparsa di De Mauro, tanto della Polizia quanto dei Carabinieri, effettivamente morirono a loro volta assassinati dalla mafia; il più famoso fra loro era il generale Carlo Alberto Dalla Chiesa, nel frattempo divenuto prefetto di Palermo, e la stessa fine toccò al vicequestore Boris Giuliano, capo della Squadra Mobile della stessa città.
Curiosamente, una delle ultime opere di Pier Paolo Pasolini fu un romanzo dal titolo Petrolio. Lo stesso Pasolini si interessò molto alla figura di Mattei, ma anche e soprattutto al mistero della sua morte.
La sera del 27 ottobre 1962 nelle campagne di Bascapè, un piccolo paese in provincia di Pavia, precipitava in fase d'atterraggio a Linate l'aereo su cui volava da Catania il presidente dell'Eni Enrico Mattei, il pilota Irnerio Bertuzzi e il giornalista William Mc Hale.
L'inchiesta fu rapidamente archiviata come un incidente dovuto alle pessime condizioni del tempo.
Successivamente nuovi reperti rinvenuti nel 1997 e l'uso di tecnologie di indagini impossibili nel 62 portarono a provare che l'aereo precipitò per l'esplosione di un ordigno nascosto nel cruscotto ed azionato dal meccanismo di apertura del carrello.
Le dichiarazioni del pentito Tommaso Buscetta consentirono di supporre che fu la mafia, per fare un favore a qualcuno, a sabotare il velivolo. Il pubblico ministero Calìa appurò che Mario Ronchi, un agricoltore che abitava in una cascina in località Albaredo, a 300 metri dal punto d’impatto dell’aereo, rilasciò a caldo una dichiarazione a un giornalista televisivo della Rai secondo cui aveva visto l'aereo precipitare già avvolto nelle fiamme. Ma davanti alla commissione d’inchiesta ritrattò. Calìa appurò che l’agricoltore, in cambio del silenzio, aveva goduto per tutti questi anni di benefici economici, tra cui l’assunzione della figlia, Giovanna, per sedici anni in una società riconducibile a Cefis, la Pro.De. E scoprì che la parte sonora del nastro che era stato utilizzato per le riprese della Rai risultava cancellata proprio nel punto in cui Ronchi descriveva la dinamica dell’accaduto. La verità emerse dall’esame labiale delle immagini video nonostante l’agricoltore si ostinasse a negare, davanti al magistrato, ciò che aveva visto quella sera.
Mattei, che aveva creato dalle ceneri dell'Agip il colosso ENI, era un uomo fastidioso per le "sette sorelle americane", le grandi compagnie petrolifere che detenevano il controllo dell'oro nero e decidevano la politica estera della Casa Bianca. Mattei aveva surrogato la politica estera del Governo italiano, scompaginato i giochi delle major petrolifere, disturbato gli interessi degli Stati Uniti e dell’Alleanza Atlantica per le sue posizioni terzomondiste e le sue aperture all’Urss e agli Stati mediorientali; esercitava una forte influenza su chi avrebbe dovuto controllarlo, il ministro delle Partecipazioni statali Giorgio Bo; aveva un forte ascendente su Giovanni Gronchi, Presidente della Repubblica, ruolo al quale sembrava aspirasse; aveva creato dal nulla la corrente democristiana di Base, guidata da Giovanni Marcora. E con la forza e il denaro dell’Eni alimentava la politica, i partiti. E a differenza degli altri lo dichiarava.
Secondo molti osservatori, la vicenda di Mattei non si concluse con la sua morte, anzi avrebbe avuto echi e conseguenze di variegata natura, nell'immediato come a lungo termine. Innanzitutto va detto che l'incidente di Bascapé impedì di perfezionare un accordo di produzione con l'Algeria, indubbiamente un legame in potenza contrastante con gli interessi delle sette sorelle. Inoltre, alcune delle persone che ebbero a che fare con Mattei e con l'inchiesta sull'incidente morirono in circostanze misteriose. Il caso più noto è certamente quello del giornalista Mauro De Mauro, il quale si era mostrato assai disponibile a fornire a Francesco Rosi, autore del noto film, materiale (probabilmente nastri magnetici audio) ritenuto di estremo interesse per la ricostruzione dei fatti che il regista andava raccogliendo come base documentale per la sceneggiatura. Pochissimo prima dell'incontro previsto con Rosi, De Mauro (che aveva lavorato anche a "Il Giorno") scomparve nel nulla. Ufficialmente considerato un delitto di mafia, il caso De Mauro è riemerso in tempi recenti a seguito delle dichiarazioni di un pentito, Tommaso Buscetta, il quale lo poneva in collegamento con la morte di Mattei e al "favore" reso dalla mafia a ignoti, forse stranieri.
Per combinazione, la maggior parte degli investigatori che si occuparono della scomparsa di De Mauro, tanto della Polizia quanto dei Carabinieri, effettivamente morirono a loro volta assassinati dalla mafia; il più famoso fra loro era il generale Carlo Alberto Dalla Chiesa, nel frattempo divenuto prefetto di Palermo, e la stessa fine toccò al vicequestore Boris Giuliano, capo della Squadra Mobile della stessa città.
Curiosamente, una delle ultime opere di Pier Paolo Pasolini fu un romanzo dal titolo Petrolio. Lo stesso Pasolini si interessò molto alla figura di Mattei, ma anche e soprattutto al mistero della sua morte.
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