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martedì 5 maggio 2026

#AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 5 maggio.
Il 5 maggio 2002, si gioca l'ultima giornata di campionato. L'Inter di Ronaldo, dopo un'annata fantastica, gioca la sua ultima partita a Roma contro la Lazio; gli eterni rivali della Juventus, a inseguire, giocano a Udine.
Il primo tempo dell'Inter è una corsa senza fiato, con i polmoni chiusi, bloccati da un masso. Lo stomaco sottosopra e la gola secca da morire. La partita più strana del mondo si gioca su due campi: a Udine a e Roma, con i tifosi dell'Olimpico uniti in un incredibile gemellaggio. Tutti a tifare Inter.
Ad ascoltare urla e slogan si capisce dove sta andando la domenica. Il primo mormorio arriva dall'altro campo, quello in Friuli. Dopo due minuti segna Trezeguet e i bianconeri sono virtualmente campioni d'Italia. Il mormorio diventa urlo di gioia al 12' quando Vieri approfitta di un errore di Peruzzi e butta dentro l'1 a 0.
E' a questo punto che sembra tutto facile. Via le biro, chiusi i taccuini non è più tempo di cronaca della partita: come quasi sempre in passato (l'anno passato andò così Roma-Parma) il conteggio delle azioni non ha più senso. Conta solo far girare la palla e le lancette del cronometro. Ma questa non è una partita normale, questa è la partita più strana del mondo: cose da Osvaldo Soriano. E infatti le biro serviranno ancora.
Al 19' ci pensa Poborsky a cambiare il pomeriggio: l'esterno sfida i suoi tifosi e va a segnare l'1 a 1. La Juve è tranquilla sul 2 a 0 (il secondo è di Del Piero) e per l'Inter diventa di nuovo tutto difficile. Scudetto in altalena, si dice. Scudetto per gente dai nervi saldi, per gente alla Di Biagio che una manciata di minuti dopo ci mette la testa: è il 23' e l'Inter è di nuovo in vantaggio e campione d'Italia.
Adesso solo una squadra di masochisti potrebbe divertirsi a rovinarsi la domenica. E il gruppo Cuper non sembra avere questa predisposizione: la palla scivola con sufficiente lucidità, le gambe rispondono. Prima Ronaldo, poi Recoba hanno qualche possibilità di segnare il gol sicurezza: occasioni non eccezionali, sufficienti per rammaricarsi.
Più che sufficienti per disperarsi quando al 45' Gresko regala un pallone d'oro a Poborsky che non si fa pregare per battere Toldo. E' il 2 a 2, è di nuovo tutto difficile per l'Inter, quasi impossibile. E' la Juve sul trono d'Italia.
Favorita al primo minuto, l'Inter inizia la ripresa in rincorsa: le gambe già di legno, diventano di marmo e il pallone è una bomba che fa paura solo a sfiorarlo. La tattica non conta più, la confusione e la rabbia sono le uniche cose che ancora hanno un senso. Illogico ovviamente.
Il cronometro corre. Cuper fuma la decima sigaretta, Massimo Moratti è di pietra in tribuna. Al suo fianco Tronchetti Provera perde la proverbiale abbronzatura. Il trionfo annunciato inizia a trasformarsi sempre di più in una sconfitta storica.
Al decimo la tragedia nerazzurra ha la faccia impassibile di Simeone, l'ex interista che di testa batte Toldo e non esulta. Adesso tutto diventa impossibile, assurdamente impossibile.
Tra la squadra di Cuper e lo scudetto adesso ci sono due gol da realizzare in poco più di mezz'ora. Una corsa contro il tempo da compiere con la zavorra del rimpianto sulle spalle. Il tecnico butta dentro Dalmat al posto di Conceicao, l'Inter sembra ritrovarsi, ma è solo una fiammata. Ormai è tardi. Troppo tardi.
A Torino segna la Roma e l'Inter scivola al terzo posto. La lotta disperata di Vieri, i lampi di classe impotente di Ronaldo e le corse di Dalmat non riescono a spostare il risultato. Il cronometro che prima sembrava bloccato ora nella testa degli interisti corre veloce come mai nella loro vita.
L'ultima spallata la dà Simone Inzaghi: cross da sinistra e gol di testa per il 4 a 2 che regala lo scudetto alla Juventus e gela l'Olimpico. La partita più strana del mondo è finita: piangono i tifosi di tutte e due le squadre, festeggiano solo sull'altro campo, quello di Udine. Il campionato è finito. Vieri è immobile, Ronaldo al suo fianco si copre la faccia con le mani e piange disperato. Gresko singhiozza. Moratti non c'è più. Hector Cuper fuma da solo la millesima sigaretta. Il sogno di quest'argentino triste e testardo finisce con il campionato.
Sono passati quasi vent'anni. E chi dimentica, impossibile, quel giorno. La madre di tutte le sconfitte.
Una settimana, una stagione, in fondo quasi quindici anni di attesa. La fibrillazione che cresceva, di giorno in giorno, partita in partita. Poi, solo lacrime: d’illusa gioia, all'inizio, quando tutto sembrava andare come doveva andare; di sofferenza, amara delusione alla fine. Ma era scritto nel destino.
Dell’Inter. E di quel condottiero, tanto valoroso, tanto bistrattato dalla Fortuna. La propria fine la recava scritta nel suo nome: argentino, certo, ma di origini così classiche e lontane. Quasi meglio che in italiano, tale e quale alla latina: Hector. Ettore, l’eroe umano per antonomasia, capace – e quella fu la vera impresa – di andare incontro al suo tragico destino. La morte, lì davanti, e lui a testa alta, senza mai piegarsi. Proprio come Hector, l’hombre vertical. Davvero troppo evocativo quel suo nome epico.
E poi la data: il 5 maggio. Giorno di avvenimenti storici, per cui valga la pena scrivere pagine indimenticabili.
“Ei fu. Siccome immobile, / dato il mortal sospiro, / stette la spoglia immemore”. Della difesa dell’Inter: trafitta, a un passo dal meritato riposo, da quella maledetta ala ceca. Cieca, soprattutto, del prodigio che si stava realizzando, e che avrebbe irreparabilmente rovinato. Lui, e il suo semi-compatriota, sciagurato carneade: l’uomo sbagliato al momento sbagliato nel posto sbagliato, anche così si passa alla storia.
“Così percossa, attonita / la terra al nunzio sta”. E il suo popolo di nerazzurri: ammutoliti, increduli. Per un dolore senza precedenti, acuito dalla festa degli eterni rivali. Da allora, ogni anno, tristi ricordi, amari sfottò.
Ma di quel giorno non ci dobbiamo vergognare. Perché il destino per i grandi scrive grandi storie.
Per passare dall'inferno al paradiso ci sarebbe voluto ancora qualche anno, il tempo di festeggiare il centesimo anniversario, ed accogliere un altro condottiero, questo sì invincibile, perché baciato dalla Dea Bendata.
Ma il mito della Grande Inter è nato quel 5 maggio 2002. Già, la Grande Inter, la seconda della storia: perché quell'aggettivo sembra fatto apposta per noi. Per la nostra vicenda umana e sportiva, sempre straordinaria. Senza la disfatta epocale dell’Olimpico non sarebbe stata così grande la gioia per quello scudetto vinto a Siena. Con due gol di una bandiera che cinque anni prima piangeva disperato. Come il capitano, in lacrime ma di gioia, nell'alzare quella Coppa che attendevamo da 45 anni.
Non esiste epos senza un prologo tragico: dell’Inter fu quel dì. E otto anni e quattordici giorni dopo, gli eroi erano gli stessi: Zanetti, Matrix, tutti noi tifosi.
Insomma, il 5 maggio non è un disonore ma una cicatrice da esibire con fierezza. Perché è il marchio indelebile delle malefatte altrui, di chi oggi reclama false stelle dimenticandosi passato e processi. E perché ci ricorda la grandezza di cui solo noi siamo capaci, nel bene e nel male.
Le altre sono solo squadre, l’Inter è leggenda. E, di nuovo, risorgerà: forse con un altro 5 maggio, sicuramente con altri trionfi. Perché la sentenza non è ardua: fu vera gloria. E sempre lo sarà.

lunedì 9 marzo 2026

#AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 9 marzo.
La sera del 9 marzo 1908 al ristorante L'Orologio nacque il Football Club Internazionale Milano da una costola di 43 dissidenti, guidati dal pittore Giorgio Muggiani, del preesistente Milan Football and Cricket Club, che aveva imposto il divieto di far arruolare altri calciatori stranieri a quelli già presenti nella rosa. Gli stranieri erano per gran parte l'ossatura delle nuove società di calcio che stavano sorgendo e il fatto di non arruolarli parve essere irriconoscente verso di loro. Proprio Muggiani scelse i colori che avrebbero rappresentato l'emblema della società: il nero e l'azzurro. Il primo presidente fu Giovanni Paramithiotti, mentre il primo capitano Hernst Marktl, che tra l'altro fu uno dei fondatori del Milan.
Nel 1910 l'Inter vinse il suo primo scudetto, cui seguirono delle stagioni deludenti. Con lo scoppio della prima guerra mondiale fu interrotta l'attività sportiva che riprese nel 1920; a tale anno risale il secondo successo nazionale dei nerazzurri. A seguito della scissione tra FIGC e CCI, nella stagione 1921-1922 l'Inter si piazzò ultima nel proprio girone della CCI e doveva, per rimanere nella massima serie, disputare uno spareggio salvezza contro una squadra di Seconda Divisione.Tuttavia, prima che lo spareggio si disputasse, due mesi dopo la fine del torneo, avvenne la riunificazione del campionato, avvenuta sulla base del Compromesso Colombo che, derogando alle regole prestabilite, stabiliva degli spareggi incrociati tra squadre FIGC e squadre CCI. L'Inter riuscì a salvarsi battendo prima la cadetta S.C. Italia di Milano come stabilito dall'iniziale regolamento CCI (vinta dall'Inter a tavolino per 2-0 in quanto gli avversari non poterono schierare 11 giocatori, per motivi legati alla leva militare obbligatoria) e poi come stabilito dal Compromesso Colombo con la squadra FIGC Libertas Firenze. I nerazzurri si imposero per tre reti a zero in casa e pareggiarono per 1-1 in trasferta, rimanendo di conseguenza nella massima categoria.
Con l'inizio del ventennio fascista l'Inter, simboleggiata in questo periodo dal centravanti Giuseppe Meazza, si trovò costretta a mutare il proprio nome per ragioni politiche; troppo poco italiano e soprattutto simile al nome della Terza Internazionale Comunista. Così nel 1928 l'Inter si fuse con l'Unione Sportiva Milanese e assunse la denominazione di Società Sportiva Ambrosiana, poi mutata in Ambrosiana-Inter fino al 1945. La squadra vinse nel 1930, con due giornate d'anticipo, il primo Campionato di Serie A disputato a girone unico, successo questo impreziosito dalle 31 reti segnate da Meazza (capocannoniere stagionale). Il quarto tricolore venne conquistato nel 1938 e Meazza per la terza volta nella sua carriera si confermò miglior realizzatore della competizione (precedentemente anche nell'annata 1935-1936). L'anno successivo l'Ambrosiana vinse la sua prima Coppa Italia sconfiggendo in finale il Novara per 2-1. Dopo un solo anno di digiuno, i milanesi tornarono a conquistare lo scudetto, il quinto titolo della storia nerazzurra. Nel 1942, nel pieno del secondo conflitto mondiale, Carlo Masseroni fu nominato presidente, carica che avrebbe ricoperto per 13 anni. Fu lui ad annunciare, sabato 27 ottobre 1945, che «l'Ambrosiana sarebbe tornata a chiamarsi solo Internazionale».
Tornata alla sua antica denominazione, la squadra non andò oltre il secondo posto nel 1948-1949, la stagione della tragedia di Superga, dietro al cosiddetto Grande Torino. Ci vollero 13 anni prima che il club fosse di nuovo in grado di aggiudicarsi lo scudetto; nel 1952-1953 e nel 1953-1954 sotto la guida di Alfredo Foni. Il primo fu un successo controverso, ottenuto in buona misura grazie all'adozione della tattica del catenaccio introdotta da Foni, rivelatasi poco spettacolare ma estremamente efficace nel migliorare nettamente le prestazioni della difesa. La squadra si ripeté l'anno successivo, stavolta optando per un cambio di tattica, dunque per la rinuncia al poco spettacolare catenaccio che sì l'aveva portata al successo, ma che aveva attirato anche le critiche degli amanti dell'agonismo. In questa circostanza la squadra nerazzurra ebbe il miglior attacco del campionato.
Nel 1955 ascese alla presidenza Angelo Moratti. Dopo alcuni anni di assestamento, durante i quali Antonio Valentín Angelillo stabilì il primato di segnature, ancora imbattuto, per tornei a 18 squadre (33 reti nel 1958-1959), una finale di Coppa Italia e molti allenatori cambiati, giunse da Barcellona a Milano il mago Helenio Herrera. Fu l'inizio dell'era della Grande Inter, capace di vincere tre scudetti tra il 1963 e il 1966, due Coppe dei Campioni e due Coppe Intercontinentali. La prima Coppa dei Campioni i nerazzurri la conquistarono nella finale contro il Real Madrid, già vincente cinque volte in tale competizione, sconfitto per 3-1, mentre la seconda fu messa in bacheca dopo il successo sul Benfica di Eusébio al Meazza per 1-0.
Il 1968 segnò la fine di un ciclo, con l'abbandono di Moratti e di Herrera. La presidenza passò a Ivanoe Fraizzoli, sotto la cui guida il club tornò a vincere lo scudetto nel 1971, con Giovanni Invernizzi in panchina subentrato a metà stagione (unica squadra italiana a vincere il tricolore con un allenatore subentrato) e con Boninsegna capocannoniere. Ingaggiato nel 1977 l'allenatore Eugenio Bersellini, detto il sergente di ferro, nel 1978 l'Inter vinse di nuovo dopo 39 anni la Coppa Italia, sconfiggendo in finale il Napoli per 2-1. Durante la stagione 1979-1980 scoppiò lo scandalo del Totonero che coinvolse il mondo del calcio (e non solo) e si concluse con la retrocessione in Serie B del Milan e della Lazio. L'Inter vinse il suo dodicesimo scudetto. Nel 1982 i nerazzurri si aggiudicarono nuovamente la Coppa Italia dopo aver sconfitto in finale il Torino con i risultati di 1-0 e 1-1. Fu il terzo successo per l'Inter nella competizione.
Nel 1984 divenne presidente Ernesto Pellegrini. Nel 1989 il nuovo allenatore Giovanni Trapattoni condusse la squadra al suo tredicesimo scudetto, detto scudetto dei record. I nerazzurri, infatti, ottennero 58 punti con i 2 assegnati per ciascuna vittoria, una quota mai raggiunta da nessuna altra squadra. Nel novembre 1989 la bacheca della Beneamata accolse la prima Supercoppa italiana, conquistata contro la Sampdoria, sconfitta con il punteggio di 2-0. Gli anni novanta portarono gloria all'Inter solo in campo europeo. Alle deludenti prestazioni in campionato, infatti, fecero da contraltare i tre successi in Coppa UEFA in quattro finali disputate, vinte contro la Roma nel 1991, contro il Casino Salisburgo nel 1994 e contro la Lazio nel 1998.
Nel febbraio 1995 i Moratti tornarono al timone della società, che venne acquistata da Massimo, figlio di Angelo. La fine del millennio fu avara di soddisfazioni, eccezion fatta per la Coppa UEFA vinta nel 1998.
Nel 2004 l'avvento in panchina di Roberto Mancini aprì un ciclo di vittorie. Risalgono alla gestione dell'allenatore jesino la conquista di due Coppe Italia (su quattro finali tutte contro la Roma), due Supercoppe italiane (contro Juventus e ancora Roma) ma soprattutto tre scudetti. Il primo tricolore arrivò al termine della stagione 2005-2006, in seguito alle sentenze emesse dalla giustizia sportiva nell'ambito di Calciopoli. Nel 2007 la squadra si aggiudicò un nuovo scudetto dei record, conquistato dopo 18 anni sul campo con cinque giornate d'anticipo al termine di un campionato dominato, in cui la squadra subì una sola sconfitta contro la Roma, sconfitta a inizio stagione nella Supercoppa italiana ma che poi avrebbe battuto i nerazzurri nella finale di Coppa Italia. La stagione del centenario si aprì con la sconfitta in Supercoppa di lega, ma si chiuse con un nuovo scudetto, il sedicesimo, e un'altra battuta d'arresto in finale di Coppa Italia.
Nel 2008 giunse sulla panchina dell'Inter José Mourinho, che condusse la squadra alla vittoria della Supercoppa italiana ancora contro la Roma (questa volta ai rigori) e al diciassettesimo scudetto, il quarto consecutivo; successo che consentì ai nerazzurri di raggiungere il Milan nell'albo d'oro del campionato italiano. All'inizio della stagione 2009-2010 la squadra nerazzurra perde per 2-1 la sfida contro la Lazio in Supercoppa italiana. Il prosieguo della stessa vide l'Inter conquistare il suo diciottesimo scudetto (superando il Milan e divenendo la seconda squadra italiana per numero di scudetti, dopo la Juventus), la sua sesta Coppa Italia ma soprattutto, il 22 maggio contro il Bayern Monaco al Santiago Bernabéu di Madrid, la sua terza Coppa dei Campioni dopo 45 anni di attesa, la prima da quando ha mutato il proprio nome in Champions League, realizzando così il treble mai riuscito a nessun'altra squadra italiana. A fine maggio, il tecnico portoghese lasciò l'Inter per passare alla guida del Real Madrid.
Il 10 giugno 2010 il ruolo di tecnico fu assunto da Rafael Benítez. Lo spagnolo, dopo aver conquistato la Supercoppa italiana, la Coppa del mondo per club ma aver perso la Supercoppa UEFA, lasciò il club milanese il 23 dicembre dello stesso anno. Al madrileno subentrò il brasiliano Leonardo, ex giocatore ed allenatore del Milan, con il quale i nerazzurri vinsero la settima Coppa Italia e raggiunsero il secondo posto in campionato.
Poi una serie di stagioni deludenti, con diversi cambi di allenatore, e soprattutto il passaggio della proprietà dalla famiglia Moratti al tycoon indonesiano Erik Thohir e infine alla nuova proprietà cinese, proprietaria del colosso tecnologico Suning, la quale portò la squadra alla conquista del diciannovesimo e ventesimo scudetto, e quindi alla possibilità di fregiarsi di due stelle sulla maglia.
Oggi la società è in mano al fondo americano Oaktree e sulla panchina nerazzurra siede un ex eroe del "triplete": Christian Chivu.

mercoledì 18 dicembre 2024

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 18 dicembre.
Il 18 dicembre 2010 L'Inter Football Club diventa la squadra Campione del Mondo per Club per la terza volta.
Per tutto il mondo interista il Triplete è così forte emotivamente che quello che viene successivamente quasi perde ogni sapore. Nella notte di Madrid non solo si festeggia la grande vittoria della Champions League contro il Bayern Monaco, dopo aver vinto campionato e Coppa Italia, ma ci si immalinconisce per José Mourinho, che entra nell’auto di Florentino Perez ed esce dalla storia nerazzurra. Il portoghese sapeva che quella squadra era al massimo possibile e non poteva che iniziare a declinare. Bisognava mandare via i grandi protagonisti di quel viaggio incredibile e Moratti non è mai riuscito ad essere poco riconoscente.
Andato via Mourinho si cerca un altro profilo internazionale e in quel momento il meglio sulla piazza, libero dopo l’addio al Liverpool, è Rafa Benitez, allenatore capace di vincere inaspettatamente sia due Liga con il Valencia che una Champions League a dir poco folle ad Istanbul contro il Milan, recuperando dal 3-0 del primo tempo. Per un allenatore nuovo che prende il comando delle operazioni di una squadra che si era legata a doppia mandata con Mourinho, tanto che Sneijder affermò senza perplessità che avrebbe ucciso per il suo allenatore, il compito è difficile fin dall'inizio. L’Inter con Benitez infatti perde la Supercoppa Europa vinta dall’Atletico Madrid, in campionato però regge il colpo e in Champions League passa il primo girone. Ma fin dall’inizio tutti hanno un solo obiettivo: vincere il Mondiale per Club.
Quando la squadra parte per Abu Dhabi i problemi sono già evidenti. Contro l’allenatore c’è una parte della vecchia guardia, con Materazzi che ne porta la bandiera. Gli acquisti estivi, tra cui Coutinho,  Mariga e Suazo, non possono essere dei sostituti all’altezza dei titolari della stagione precedente. Il tecnico spagnolo non riesce a far accettare le consegne a volte anche estreme, come quelle che riguardavano Eto’o largo a sinistra che Mourinho invece riusciva a far digerire a tutti suoi campioni nella stagione precedente. Il clima è teso, ma su input presidenziale tutto deve essere messo fra parentesi perché bisogna diventare campioni del Mondo.
Come accade per tutti i Mondiali per club, il torneo inizia con le partite eliminatorie. I primi a sfidarsi sono i padroni di casa dell’Al-Wahda contro i campioni dell’Oceania, l’Hekari United della Papua Nuova Guinea. Passano i ragazzi degli Emirati nel tripudio dello Stadio Mohammed Bin Zayed.
Nei quarti scendono in campo i campioni d’Africa, il TP Mazembe della Repubblica Democratica del Congo. Ad affrontarli i superfavoriti messicani del Pachuca. Fin dall’inizio però gli africani impongono un ritmo forsennato alla gara, che i messicani non tengono. Alla fine vincerà la squadra congolese per 1-0. Nel secondo quarto i campioni asiatici del Seongnam battono l’Al-Wahda 1-4.
Le semifinali si giocano il 14 e 15 dicembre. La prima vede di nuovo in campo il TP Mazembe e tutti immaginano che sia la fine della sua avventura araba. A sfidarli la squadra vincitrice della Copa Libertadores, l’Internacional di Porto Alegre. I brasiliani puntano forte sul loro numero 10, l’argentino D’Alessandro, pronto a servire l’altra mezzapunta Taison e il ragazzo d’oro, Rafael Sobis.
Con una gara tatticamente perfetta gli africani sorprendono i brasiliani e vincono 2-0 con gol di Kabangu e Kaluyitika. Per la prima volta una squadra africana arriva in finale del Mondiale per club. Nella seconda semifinale, contro i sudcoreani del Seongnam, l’Inter sblocca subito il risultato con Stankovic e poi basta amministrare e portare a casa un 3-0 con gol di Zanetti e Milito. I nerazzurri se la giocheranno contro i misteriosi africani.
È il 18 dicembre 2010, l’Inter vuole chiudere quello che è il suo anno magico con un’ultima vittoria, ma prendere le misure ai congolesi del TP Mazambe non è un gioco da ragazzi. L’allenatore N’Diaye schiera in campo il suo compatto e sempre attento 4-5-1, mentre Benitez sceglie il 4-3-3 con Pandev ed Eto’o che girano intorno alla punta centrale, Milito.
Gli africani sono da temere per le loro capacità fisiche e il ritmo, ma l’Inter è una squadra completa e nel momento in cui si pone un obiettivo va fino in fondo. In 17 minuti va già sul 2-0. Prima segna Pandev su filtrante al bacio di Eto’o e poi è lo stesso camerunense a superare ancora il portiere Kidiaba con un destro dal limite dell’area. Da quel momento in poi all’Inter serve solo amministrare e poi chiudere il match con il 3-0 di Biabany all’85’.
La vittoria contro il TP Mazembe non avrà lo stesso fascino delle Intercontinentali vinte contro l’Indipendiente negli anni ’60, ma l’essere di nuovo campioni del mondo dopo 45 anni è una gioia che tutto il mondo interista assapora in maniera speciale. Ma a gioire più di tutti in quella serata mediorientale è di sicuro Massimo Moratti. Ha chiuso il cerchio, eguagliando suo padre alla guida della squadra del loro cuore, l’Inter.

giovedì 19 settembre 2024

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 19 settembre.
Il 19 settembre 1926 viene inaugurato lo stadio di San Siro, in un derby meneghino che vide vincere i nerazzurri sul Milan per 6 a 3.
Il più importante impianto sportivo di Milano è noto a tutti i milanesi come Stadio di San Siro. Questo nome deriva da una antica chiesetta, poi incorporata in una successiva villa padronale, che si trovava non distante all’abitato della frazione di Lampugnano ed ai margini dell’antico comune di Trenno, comune che fu accorpato all’interno del Comune di Milano con decorrenza dal 1 gennaio 1924 nell’ambito dell’ allargamento del comune principale col territorio di una serie di comuni minori limitrofi nell’ambito del progetto mussoliniano della Grande Milano.
Anche se per i milanesi il nome del loro stadio è e resta San Siro, oggi il suo nome ufficiale è Stadio Giuseppe Meazza, per ricordare forse la più grande figura di sportivo milanese purosangue di sempre, che giocò gran parte della sua carriera nell’allora Ambrosiana (il nome imposto dal regime all’Internazionale), ma anche due stagioni nel Milano (nome italianizzato del Milan) ed una nella Juventus, ed il cui nome è legato ai successi mondiali della nazionale di Vittorio Pozzo negli anni ’30 del XX secolo. A questo grande atleta è stato dedicato il 3 marzo 1980 lo stadio in cui egli giocò nei derby di casa rossonera e nelle due stagioni in cui giocò con il Milan.
La costruzione fu realizzata in un tempo oggi incredibilmente rapido per un opera pubblica: solo 13 mesi e mezzo fra la posa della prima pietra (1 agosto 1925) e l’inaugurazione, che ebbe luogo il 19 settembre 1926 con l’incontro fra le due squadre più importanti del calcio meneghino: quel derby amichevole si concluse con un rotondo 6-3 dell’Inter sul Milan. In poco più di un anno, fu eretto un impianto capace di ospitare ben 35.000 spettatori. Dall’origine e fino quasi alla fine degli anni ’40 del XX secolo lo stadio di San Siro fu utilizzato esclusivamente per le partite casalinghe del F.C. Milan (poi, dal 1936 A.S. Milan, dal 1939 A.C. Milano ed infine A.C. Milan dopo la Liberazione). L’Inter (rectius Internazionale, poi Ambrosiana, poi Ambrosiana-Inter ed infine ancora Internazionale) in quel periodo giocava all’Arena Civica di Milano al Parco Sempione, opera dell’architetto neoclassico Luigi Canonica, un complesso monumentale adattato ad impianto sportivo polifunzionale inaugurato il 18 agosto 1807 (dal 2002 l’Arena Civica è stata intitolata a Gianni Brera) in pieno centro di Milano, idoneo ad ospitare incontri di calcio e attività di atletica.
La struttura del primo San Siro era simile a quella tipica degli stadi inglesi, e fu realizzata su progetto dell’ ingegner Alberto Cugini, con quattro tribune indipendenti in cemento armato (di cui una coperta con pensilina in ferro ed eternit) per 35000-40000 spettatori.
Costruzione abbastanza modesta, ma destinata, come ben si sa, a trasformarsi e a crescere continuamente su se stessa, l’impianto era caratterizzato dal profilo spezzato delle tribune a diversa altezza corrispondenti alla tipologia cosiddetta “a segmento”, prima cioè delle parti di raccordo che configuravano l’immagine canonica della cavea racchiusa fra le linee tese ed ininterrotte degli spalti e che ne determinavano la peculiare forma compatta, autonoma e comprensibile ad un’unica occhiata.
Era questo, del resto – scriveva Giuseppe De Finetti – il dato più caratterizzante e ricco di possibilità espressive nell’architettura dello stadio, mentre San Siro rappresentava piuttosto la risposta a programmi semplificati e prudenti, non consapevoli delle potenzialità di attrazione di uno sport in rapidissima ascesa.
E’ d’altronde significativo che, nello stesso impianto, le necessità del calcio si incrociassero con quelle degli adiacenti ippodromi, adibendo gli spazi ricavati sotto gli spalti non solo a spogliatoi, docce, uffici direttivi, sala per gli arbitri e così via, ma anche a scuderie per cavalli, fienili, magazzini di foraggio, in rapporto diretto e quasi a sussidio di quelle attività che per prime avevano segnato il destino sportivo della zona.
Campo da football attento ai bisogni dell’ippica, San Siro venne ufficialmente inaugurato il 19 settembre 1926; nel 1927 ospitò la prima partita internazionale mentre nel 1934 fu teatro della semifinale dei Campionati del Mondo tra Italia ed Austria (col risultato di 1-0), raggiungendo la capienza massima di 40000 persone e confermandosi quindi come lo spazio cittadino di maggior richiamo popolare dello spettacolo sportivo.
Bisogna tuttavia sottolineare come negli stessi anni la casistica dell’architettura dello sport in Italia si fosse decisamente arricchita ed avesse sollecitato un’attenta riflessione progettuale testimoniata dal crescere di articoli a carattere generale e specialistico e dal maggiore spazio che il tema andava acquisendo sui manuali di architettura italiani e stranieri, da realizzazioni decisamente innovative (si pensi solo allo Stadio Berta di Firenze di Pierluigi Nervi). Tutto questo in contemporanea con la progressiva importanza acquisita dalle attività sportive non solo come occasione di spettacolo e di evasione, ma anche di “ortopedia” sociale, di rigenerazione fisica e morale e costruzione del consenso.
Sebbene San Siro, destinato a decine di migliaia di spettatori “non praticanti”, rientrasse meno di altre attrezzature nella mistica sportiva del regime, l’indubbio successo di pubblico, la rinomanza delle squadre ambrosiane e le previsioni urbanistiche per la zona fecero si che nel 1935 esso venisse acquistato dal Comune di Milano entrando a far parte della gamma di impianti sportivi ad interesse civico.
L’afflusso di pubblico al limite della tollerabilità, in occasione della già citata semifinale fra Italia ed Austria, aveva tuttavia segnalato come San Siro abbisognasse di lavori per aumentarne la capienza. Al 10 settembre 1937 risale la delibera comunale per l’approvazione dell’ampliamento progettato dall’ingegner Giuseppe Bertera e dall’architetto Perlasca dell’Ufficio Tecnico Comunale; essi prevedevano sostanzialmente la sopraelevazione delle tribune di testa fino al livello delle tribune principali e la costruzione di quattro nuove tribune curve di raccordo fino a raggiungere la capienza di 60000-65000 persone.
Risistemato il parterre, costruiti ex novo i servizi per gli atleti, aumentati e razionalizzati gli accessi, il cantiere del nuovo stadio iniziava nel 1938 in periodo autarchico, tra le difficoltà dell’approvvigionamento di materiali, ma riusciva a concludersi l’anno seguente per l’appuntamento con la partita inaugurale con l’Inghilterra, terminata con un’onorevole pareggio: 2-2.
Fin dall’origine, San Siro fu uno stadio concepito e realizzato esclusivamente per il gioco del calcio: infatti è del tutto privo di altri spazi aggiuntivi o ausiliari – tipo pista di atletica o zone destinate ai lanci – predisposti per ospitare altri sport olimpici, e non è possibile utilizzarlo per altri sport di squadra all’aperto tipo il rugby o il baseball. Il pubblico può arrivare praticamente a ridosso del campo di gioco – originariamente non era nemmeno prevista una solida struttura che suddividesse fisicamente gli spettatori dal terreno di gara ma un semplice cordone divisorio facilmente valicabile – e questa carenza di spazio fra le tribune ed il campo renderà sempre impossibile ogni ipotesi di ristrutturazione rivolta ad un utilizzo polisportivo.
Ciò fu un tema forte in ogni successiva discussione riguardante le ristrutturazioni e l’ampliamento dell’impianto, in quanto si porrà sempre forte l’alternativa fra ristrutturazione in ampliamento oppure costruzione ex novo di uno stadio dotato di strutture idonee agli sport atletici. Inoltre, pur avendo al suo interno strutture all’avanguardia per il confort, l’assistenza sanitaria e la preparazione dei calciatori, lo stadio fu concepito come privo di una palestra interna idonea ad ospitare eventi sportivi, azzerando ogni possibilità di utilizzo polisportivo del complesso.
Finita la guerra, e con la ripresa dell’attività sportiva, si assistette ad un’esplosione dell’interesse per il calcio. In particolare, grazie all’attività di Umberto Trabattoni il Milan, dopo decenni di mediocrità, ritornò ad essere una squadra di vertice. Giovandosi dell’opera dirigenziale di Trabattoni e del suo staff, che si appoggiava per la parte relativa alla conduzione tecnica sul genero del presidente Antonio Busini, il Milan tornò nel 1951 a vincere il Campionato Italiano, alloro che gli sfuggiva dal lontano 1907.
Con il ridestarsi dell’interesse del calcio cittadino, che si giovava sulla presenza di due squadre ai vertici nazionali e che trovava il suo apice nel derby – la sfida stracittadina per eccellenza fra Inter e Milan – ormai tornato sia per l’andata che per il ritorno a San Siro, tornò a proporsi il problema della ridotta capienza dello stadio.
Il problema cominciò ad essere dibattuto dalle Amministrazioni Comunali a partire dal 1948, e la discussione si trascinò fino al 1953, dibattendosi fra le tre ipotesi di ampliamento dello Stadio San Siro, di quello della centralissima e monumentale Arena Civica e quella della costruzione di un nuovo stadio in cui fosse possibile prevedere un’impiantistica idonea alla disputa anche di discipline atletiche in vista di una possibile candidatura olimpica di Milano. L’ipotesi della costruzione di un nuovo stadio, a sua volta, presentava le ulteriori alternative della costruzione di un nuovo stadio a breve distanza dallo stadio esistente e quella di una locazione in zona completamente diversa.
L’ipotesi dell’ampliamento di San Siro fu caldeggiata principalmente dalle amministrazioni in carica, mentre le opposizioni di sinistra propendevano per un impianto totalmente nuovo. Diversa fu la posizione delle società calcistiche del Milan e dell’Inter, che avevano in Consiglio Comunale il citato direttore sportivo del Milan Antonio Busini, che si fece portavoce nel corso del dibattito del loro orientamento favorevole ad una ristrutturazione radicale dell’antica, monumentale ma centralissima Arena Civica.
Alla fine, in ottemperanza del mandato ricevuto dal Consiglio Comunale, la Giunta, con deliberazione del 17 aprile 1953, provvide all’acquisto del progetto Calzolari-Ronca, Società Anonima Fondiaria Imprese Edili, per la cifra complessiva di 750.000.000 di lire pagabili in rate bimestrali dilazionate nel periodo di otto anni ed in relazione allo stato di avanzamento dei lavori. A conseguenza di tutto ciò, nel 1954-1955 un secondo ampliamento operò una trasformazione radicale, con l’innalzamento di un secondo anello di tribune sovrastante le tribune originarie.
Il progetto di ampliamento – studiato appunto dall’architetto Armando Ronca e dall’ingegner Ferruccio Calzolari per conto della Società Anonima Fondiaria Imprese Edili – sfruttava le strutture preesistenti che sostenevano un sistema di gradinate a sbalzo e una serie di rampe di accesso esterno.
In pratica, intorno al corpo dello stadio preesistente fu aggiunta una struttura elicoidale portante esterna al vecchio impianto, su cui vennero costruite a sbalzo le nuove gradinate che andavano così ad essere sovrapposte alle tribune esistenti, che venivano parzialmente coperte dalla balconata della tribuna sovrastante.
La nuova balconata andò a costituire il settore “Popolari”, il cui accesso aveva un prezzo inferiore del sottostante settore “Distinti” e della “Tribuna centrale numerata” che, contrariamente agli altri due settori il cui tagliando dava diritto al solo accesso e non ad uno specifico posto, aveva comodi posti riservati e dava la possibilità agli spettatori disposti a spendere di più di arrivare anche all’ultimo momento senza essere relegati agli ultimi posti disponibili, normalmente quelli con la peggiore visibilità sul campo, corrispondenti alle curve.
Furono inoltre previste una Tribuna d’Onore ed una adeguata Tribuna Stampa.
Così facendo, la parte nuova dello stadio venne a costituire una sorta di scatola-sarcofago che racchiuse la parte più vecchia, che però mantenne per intero la propria autonoma struttura e funzionalità.
Le rampe elicoidali di accesso alle nuove tribune rinnovarono così totalmente l’immagine architettonica dell’impianto, la cui capienza salì di nuovo a 100.000 spettatori; successivi provvedimenti ridussero la capienza massima a 80.000 spettatori circa, ma tale dato comprende anche i posti in piedi: in realtà si può calcolare il numero dei posti a sedere in circa 60.000.
Nel frattempo furono curati maggiormente i collegamenti con i mezzi pubblici, vero collo di bottiglia dell’impianto in quanto servito da una sola linea tranviaria, cui si pose rimedio creando nell’area antistante, insieme ad un grande parcheggio per le auto, un’area per il concentramento e l’attesa delle vetture tranviarie che, al termine della partita, avrebbero consentito un rapido sgombero dei tifosi. Un ulteriore aiuto ai collegamenti con i mezzi pubblici venne poi dalla Metropolitana Milanese, inaugurata il 1 novembre 1964, che con la sua fermata di Piazzale Lotto (che serviva e serve più direttamente anche gli altri impianti sportivi del Lido e del Palalido), consentiva ai tifosi di accedere allo stadio percorrendo a piedi Viale Caprilli che, come d’altra parte tutta la zona, nelle giornate di gara veniva chiuso al traffico veicolare.
Il primo impianto d’illuminazione dello Stadio San Siro è datato 1957, e fu il primo di questo genere in Italia a consentire di giocare partite anche in ore serali e notturne.
Su tale argomento c’è da dire che, mentre l’Internazionale non mostrò un particolare interesse alla possibilità di godere di un impianto di illuminazione, fu il Milan che si assunse l’onere di finanziare la costruzione dell’impianto anticipando la spesa di complessive lire 33.217.550 presso la ditta Buini & Grandi di Bologna installatrice e realizzatrice dell’impianto; tale somma fu progressivamente rimborsata all’AC Milan per il tramite dell’esenzione del pagamento dei diritti dovuti al Comune per le partite notturne fino ad avvenuta compensazione, mentre all’Internazionale per le partite notturne fu richiesto un sovrapprezzo pari al 3% dell’incasso. L’impianto di illuminazione fu inaugurato il 28 agosto 1957 nell’amichevole di lusso tra Milan (Campione d’Italia in carica) e Fiorentina (Campione d’Italia l’anno precedente), finita 4-0 per i padroni di casa. Nel 1967 venne invece montato il primo tabellone elettronico per la segnalazione di tempi e punteggio.
Nel 1986 il primo anello è stato interamente numerato con seggiolini colorati: rossi in tribuna centrale, arancio sul rettilineo opposto, verdi sotto la curva nord, blu sotto quella abitualmente occupata dagli ultrà milanisti (lato sud). In occasione della Coppa del Mondo del 1990, tenutosi in Italia e che comportò una ventata di lavori di ammodernamento degli stadi italiani, il Comune di Milano decise di dare inizio ad un ulteriore profondo rinnovamento dello stadio “Meazza”, dopo aver accantonato l’idea della costruzione di un nuovo impianto per motivi di costi e dei tempi ristretti a disposizione.
Il primo pensiero si rivolse alla progettazione di una soluzione avveniristica e architettonicamente sbalorditiva: la costruzione del terzo anello e della copertura di tutti i posti a sedere. Il progetto firmato dall’Architetto Giancarlo Ragazzi, dall’Architetto Enrico Hoffer e dall’Ingegnere Leo Finzi prevedeva sostegni autonomi, su cui appoggiare il nuovo anello, disposti attorno allo stadio esistente. Vengono così realizzate allo scopo, undici torri cilindriche in cemento armato che danno accesso alle gradinate, quattro di queste fungono da sostegno anche alle travi reticolari di copertura.
Ancora una volta il nuovo stadio venne concepito come una scatola sovrapposta alla struttura precedente. Una sorta di matrioska contenente, l’uno dentro l’altro, i due stadi precedenti, caratteristica pressoché unica nel panorama degli impianti sportivi mondiali e curioso esempio di riuso dell’esistente. Attualmente si vede chiaramente la vecchia struttura portante il secondo anello sottostante alla struttura ad undici pilastri che sorregge il terzo anello. La struttura del primo stadio (quello realizzato nel 1938-39), altrettanto, è tuttora visibile guardando verso l’interno dalla struttura elicoidale di accesso al secondo anello.
Per garantire il massimo del comfort agli spettatori tutti i seggiolini che vengono installati sono ergonomici, numerati e suddivisi cromaticamente in quattro settori. Gli 85.700 posti a sedere che ne risultano sono tutti coperti da lastre in policarbonato che garantiscono un maggior comfort agli spettatori. Venne realizzato un nuovo impianto di illuminazione ed un sistema di riscaldamento del manto erboso per tenere controllata costantemente la temperatura del terreno impedendo la formazione di ghiaccio. Tuttavia la tenuta del manto erboso, minato da un microclima risultato assolutamente non adatto al corretto attecchimento ed alla crescita dell’erba, sarà uno dei punti deboli dell’impianto nella sua ultima versione in quanto il campo sarà soggetto a fenomeni di rapida usura, e quindi risulterà molto spesso sconnesso rendendo necessarie continue rizollature del terreno.
L’8 giugno 1990, lo Stadio Meazza ospitò la partita di apertura dei Campionati del Mondo con Argentina-Camerun. Da allora, la “Scala del calcio” milanese ha ospitato e ospita, ogni domenica, le passioni di migliaia di tifosi. Nell’estate 2008, in seguito ai lavori di riqualificazione dello stadio per l’adeguamento della struttura agli standard Uefa, la capienza dello stadio è passata a 80.065 posti.
Attualmente lo stadio è costituito da 3 anelli. Ogni anello è diviso in 4 zone di diverso colore (colore dei seggiolini): arancione e rosso per i rettilinei, verde e blu per le curve. Unica eccezione è il terzo anello (quello più alto) nel quale manca il rettilineo arancione. La capienza dei 3 anelli è la seguente: 1° anello 28.124 posti, 2° anello 32.412posti, 3° anello 19.529 posti per un totale di 80.065 posti.

sabato 25 febbraio 2023

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 25 febbraio.
Il 25 febbraio 1995 Massimo Moratti acquista l'Inter Football Club.
20 anni ha trascorso Moratti alla guida dell’Inter e 19 sono gli allenatori passati nella sua storia in nerazzurro.
Il primo è Ottavio Bianchi, Campione d’Italia alla guida del Napoli nella stagione 1986-1987, resta all’Inter per poco più di un anno. Suo successore è Luis Suarez, leggenda nerazzurra ai tempi di Herrera e già allenatore dell’Inter nel 1974 e nel 1992. Tornato nel 1995 vivrà una brutta esperienza e da lì in poi deciderà di non allenare mai più. È Roy Hogdson, approdato nel 1996, il primo tecnico importante della storia morattiana: con l’inglese Moratti sfiora il primo trofeo della sua storia, ma soltanto i rigori impediranno ai nerazzurri di gioire in Coppa Uefa in finale contro lo Schalke. Quella finale persa porterà Hogdson a dimettersi e la società colmerà il buco lasciato dal tecnico promuovendo il preparatore dei portieri Luciano Castellini, all’Inter dal 1988.
Per la stagione successiva viene scelto Gigi Simoni, un vero signore, ancora oggi rimpianto dai tifosi della Beneamata. Guida l’Inter di Ronaldo e Recoba, stravincendo una Coppa Uefa in finale contro la Lazio a Parigi e sfiorando lo scudetto, trofeo mai accarezzato da Moratti prima di allora. È lui che regala il primo trofeo a Moratti, ma viene licenziato clamorosamente nella stagione seguente dopo aver eliminato il Real Madrid dalla Champions League grazie a Roberto Baggio in una notte che resterà sempre nella storia di questi colori. Da lì in poi verranno cambiati altri tre allenatori e la 98-99 sarà una tra le annate peggiori dell’era Moratti. Prima viene chiamato Mircea Lucescu, che alterna prestazioni favolose a flop pazzeschi come lo 0-4 in casa della Sampdoria, poi retrocessa, dopo tornerà Castellini e per le ultime partite di campionato siederà sulla panchina ancora Roy Hogdson, che chiuderà la stagione all’ottavo posto e perderà anche gli spareggi per entrare in Coppa Uefa contro il Bologna.
Nell’estate 1999 Moratti si accorda con Marcello Lippi, da tutti considerato come il miglior allenatore del momento, ma con un passato contrassegnato dall’esperienza alla Juventus, mai come in quegli anni rivale acerrima dei nerazzurri. Il presidente affida carta bianca al tecnico di Viareggio che sconvolge la rosa, privandosi di Pagliuca, Bergomi e Simeone e portando a Milano Peruzzi, Jugovic e Vieri. Gravi problemi con Baggio e Panucci portano difficoltà nello spogliatoio e la coppia Vieri-Ronaldo, che tanto accendeva le fantasie dei tifosi, non riesce ad esprimersi a causa dei gravissimi infortuni del Fenomeno che nella finale di Coppa Italia si rompe il tendine rotuleo e sta fuori per quasi 2 anni. A salvare la panchina di Lippi sarà proprio Baggio con una doppietta nello spareggio contro il Parma valido per qualificarsi ai preliminari di Champions League, ma all’inizio della stagione successiva l’eliminazione dalla Champions per mano della modesta squadra dell’Helsinborg e la sconfitta alla prima di campionato contro la Reggina, costano la panchina a Lippi. Al suo posto viene ingaggiato Marco Tardelli, proveniente da annate felici alla guida della nazionale under 21, ma la stagione sarà caratterizzata da tanti dolori e poche gioie, memorabile, in senso negativo, lo 0-6 nel derby contro il Milan.
Nell’estate 2001 si prova a dare una svolta ed insieme a tanti giocatori giovani che troveranno spazio come Kallon e Ventola, viene ingaggiato sulla panchina Hector Cuper, proveniente da due finali di Champions League con il Valencia. L’Inter acquisisce una mentalità vincente e guida in testa il campionato dalla prima fino alla penultima giornata, Ronaldo torna in campo e regala spettacolo con Vieri, ma la sconfitta per 4-2 contro la Lazio di Zaccheroni all’ultima giornata di campionato costerà il tricolore, che manca dal 1989, ai nerazzurri. Confermato Cuper, la 2002-2003 è una stagione più che positiva, ma sfortunata: in campionato arriva un secondo posto, in Champions la squadra arriva in semifinale, massimo risultato raggiunto dal 1972. Il Milan staccherà il biglietto per la finale tutta italiana di Manchester contro la Juventus, con due pareggi, in virtù del gol segnato fuori casa. Una brusca partenza nell’annata 2003-2004 costerà la panchina allo sfortunato Cuper, sostituito temporaneamente da Verdelli e definitivamente da Zaccheroni, lo stesso che aveva condannato i nerazzurri il 5 maggio. La partenza con l’allenatore romagnolo è entusiasmante e il campionato viene concluso con un positivo quarto posto.
Quella del 2004 è l’estate della svolta. Moratti affida la panchina a Roberto Mancini, da sempre stimato fin dai tempi in cui giocava. I nerazzurri, trascinati da Adriano, collezionano una serie impressionante di pareggi che da un lato sfiducia ancora i tifosi ormai stanchi di perdere, dall’altro dimostra una grande forza e tenacia nel rimanere imbattuti. Con Mancini arriverà finalmente, dopo 7 anni, un trofeo: l’Inter vince la Coppa Italia e lo farà anche l’anno successivo dopo aver sconfitto la Juventus in Supercoppa. Lo scudetto 2006 verrà assegnato all’Inter per le vicende di Calciopoli e gli acquisti di Ibrahimovic e Crespo permetteranno ai nerazzurri di trionfare in Italia anche nelle due annate successive, con il tricolore dominato del 2007 e quello sofferto del 2008, conquistato all’ultima giornata a Parma, con una doppietta di Zlatan Ibrahimovic. Le premature eliminazioni dell’Inter dalla Champions convinceranno Moratti a licenziare Mancini, ma il tecnico jesino chiude la sua esperienza in nerazzurro con 3 scudetti, 2 Coppa Italia e 2 Supercoppa Italiana. È lui il primo allenatore vincente dell’era Moratti.
Per essere protagonisti anche in Europa, Moratti decide di affidarsi al tecnico più importante dell’intero panorama calcistico internazionale: Josè Mourinho. Con il portoghese il primo anno non dimostra molti cambiamenti: l’Inter è sempre protagonista in Italia, ma in Champions arriva la solita eliminazione agli ottavi di finale, per mano del Manchester United. La vittoria in Supercoppa contro la Roma non basta per convincere i tifosi del grande cambio di rotta, l’Inter è Ibrahimovic-dipendente ed in Coppa Italia la Sampdoria di Mazzarri strapazza i nerazzurri in semifinale. L’anno successivo è quello della svolta: la società vende Ibrahimovic ed acquista elementi di grande caratura come Lucio, Thiago Motta, Sneijder, Eto’o e Milito. Sarà soprattutto grazie alla loro mentalità, oltre che alla mano dell’allenatore, che i nerazzurri riusciranno a vincere tutto. La sconfitta contro la Lazio in Supercoppa viene subito smaltita e Diego Milito sarà l’assoluto protagonista dell’anno con 30 reti stagionali. L’argentino segna contro la Roma in finale di Coppa Italia, segna contro il Siena all’ultima giornata di campionato e soprattutto segna due gol contro il Bayern Monaco nella finale di Champions League. Tre trofei vinti in meno di un mese, la Coppa dei Campioni, momenti di grande estasi e commozione per gente, come il capitano Zanetti, che aveva vissuto gli anni bui. Mourinho deciderà di andare via da vincente, in lacrime e per l’Inter si chiuderà un ciclo. Per lui 2 scudetti, 1 Champions League, 1 Coppa Italia, 1 Supercoppa Italiana.
Per il post-Mourinho, Moratti decide di confermare tutti i reduci del “triplete” ad esclusione del giovane Mario Balotelli, ceduto al Manchester City. Nonostante molti giocatori siano appagati dalle tante vittorie vengono confermati in toto. In panchina arriva un altro mostro sacro del calcio internazionale: Rafael Benitez. Lo spagnolo si presenta con una bella vittoria in Supercoppa Italiana contro la Roma, ma perde la Supercoppa europea contro l’Atletico Madrid. L’Inter non è la squadra schiacciasassi degli ultimi anni e resta indietro in campionato, dove si impone il Milan di Ibrahimovic, passato ai rossoneri. Nonostante la vittoria del Campionato del Mondo, Benitez verrà sollevato dall’incarico a dicembre del 2010 a causa di sue dichiarazioni contro la società, colpevole secondo il mister, di non aver acquistato nessun giocatore da lui richiesto. Andrà via con due trofei in pochi mesi. Sarà Leonardo, un uomo del Milan, a sostituirlo. Con il brasiliano l’Inter si rende protagonista di una rimonta favolosa in campionato che porterà i nerazzurri a -2 dal Milan prima dello scontro diretto. La squadra però crolla e perde malamente il derby, prima di essere eliminata dalla Champions ai quarti di finale in maniera ancora più umiliante, con una sconfitta 2-5 contro lo Schalke 04, dopo aver eliminato in una storica partita il Bayern Monaco agli ottavi. Leonardo vincerà la Coppa Italia e viene confermato da Moratti. Andrà via nell’estate 2011 per via dell’offerta del Psg che lo ingaggia come Ds. La Coppa Italia del 2011 è l’ultimo trofeo vinto dall’Inter di Moratti.
Al suo posto Moratti, dopo i no di Bielsa, Mihajlovic, Capello e Villas Boas, sceglie Gian Piero Gasperini, patito del 3-4-3, modulo utilizzato solo da Zaccheroni in nerazzurro prima di allora. Il presidente, legato alla difesa a 4 che ha dato tanti successi all’Inter, fa subito tanta pressione all’allenatore a riguardo e consiglia di utilizzare Pazzini come prima punta e non Milito, pupillo di Gasperini fin dai tempi del Genoa. La Supercoppa viene persa contro il Milan, il campionato inizia con una sconfitta a Palermo e la Champions comincia in maniera ancora più traumatica, con un’umiliante sconfitta casalinga contro il Trabzonspor. Un’ulteriore flop contro il Novara neopromosso costerà l’incarico a Gasperini, esonerato dopo sole tre partite di campionato. Nessun giocatore adatto al suo schema era stato acquistato da Moratti. Claudio Ranieri guiderà la squadra al suo posto, ma gli evidenti problemi manifestatisi anche con il romano, fanno luce sul vero problema dell’Inter, che non è l’allenatore. Ranieri dura fino a marzo, prima di essere sostituito in modo drastico da un giovane sconosciuto: Andrea Stramaccioni, tecnico promosso dalla primavera, per cui Moratti stravede. L’Inter decide di ricominciare da lui anche l’anno successivo e l’emergente dimostra di avere carattere e grande capacità con la squadra al completo. L’Inter sarà la prima formazione a battere la Juve di Conte e lo farà allo Juventus Stadium. Gli infortuni e tante situazioni avverse, firmeranno la sua condanna dopo una grande crisi ed un indecoroso nono posto.
Mazzarri è il tecnico della rifondazione, è su di lui che Moratti decide di puntare, ma sa già che la società verrà data in mano a Thohir. Uno screzio con lui induce il petroliere a lasciare l’Inter. A parte Mazzarri, solo con Gasperini e Lippi il presidente si è lasciato male. Simoni si chiede ancora per quale motivo sia stato licenziato, ma per il resto, è difficile sentire qualcuno parlare male di Massimo Moratti, come persona, nell’ambiente calcistico.
Oggi l'Inter è in mano ai cinesi, che hanno portato di nuovo a Milano uno scudetto, una coppa Italia e due Supercoppa Italiana, e Moratti è solo un tifoso eccellente.

sabato 10 dicembre 2022

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 10 dicembre.
Il 10 dicembre 1921 nasce a Milano Giuseppe Prisco, per tutti Peppino, padre della pungente ironia meneghina.
A diciotto anni si arruola nel corpo degli alpini: durante la Seconda Guerra Mondiale combatte sul Fronte Russo come ufficiale della divisione Julia. Partecipa alla campagna di Russia: su un gruppo di 53 ufficiali sarà uno dei tre superstiti.
Medaglia d'argento al valore militare, dalla fine della guerra sarà per lui sempre cara la periodica adunata delle "penne nere".
Si laurea in Giurisprudenza nel 1944 e viene iscritto all'Albo degli Avvocati il 10 maggio 1946. Sposato con Maria Irene, da lei avrà due figli: Luigi Maria e Anna Maria.
Principe del Foro di Milano, è stato a lungo uno dei più noti avvocati penalisti; per anni è stato presidente dell'Ordine degli Avvocati milanese.
Dal 1980 al 1982 è consigliere dell'istituto di credito Banco Ambrosiano Veneto.
Ma il grande pubblico lo ricorda soprattutto per esser stato uno dei più grandi ed emblematici tifosi interisti che la città meneghina abbia mai ospitato. Il suo nome è legato alla società calcistica dal 1963, anno in cui è diventato vicepresidente dell'Inter.
In oltre mezzo secolo di vita societaria Peppino Prisco, con brillante e intelligente cultura, e con frizzante ironia, è stato al fianco di cinque diversi presidenti: da Carlo Rinaldo Masseroni ("Guidava la società come un padre di famiglia, divenni segretario nonostante la sua diffidenza") ad Angelo Moratti ("Mi incaricò di fare il portavoce nei dopo-partita perché era stufo di pagare le multe di Herrera"), da Ivanoe Fraizzoli ("Un vero amico, in tribuna, avevamo i posti vicini, peccato non abbia avuto i trionfi che meritava") a Ernesto Pellegrini ("Mi onorava di considerarmi un fratello maggiore"), fino a Massimo Moratti ("L'erede legittimo alla presidenza").
Nel 1993 pubblica il libro "Pazzo per l'Inter. Un sogno lungo 62 anni".
Noto per la sua ironia pungente e il suo sorriso sarcastico, l'attore Teo Teocoli - notoriamente tifoso milanista - ne fa una spassosa imitazione, annoverandolo tra i suoi personaggi più riusciti, e i giornalisti sportivi fanno a gara per raccogliere le sue battute alla fine delle gare.
Il 9 dicembre 2001 appare in televisione, nella trasmissione Controcampo su Italia 1. Il giorno seguente, in occasione del suo ottantesimo compleanno, sul sito Internet di Ronaldo appare uno spiritoso messaggio in cui ringrazia "il Fenomeno" per avergli fatto il più bel regalo di compleanno, con il suo ritorno al gol dopo due anni di sofferenze ("Mi ricordi Peppino Meazza").
Due giorni dopo, il 12 dicembre 2001, alle 4 del mattino, muore a Milano a causa di un infarto.
Nel 2004 per rendere omaggio alla memoria dell'avvocato, l'Inter ha organizzato la I edizione del Premio Letterario "Peppino Prisco", dal cui brano vincitore è stata tratta ispirazione per la campagna abbonamenti F.C. Internazionale 2005/06.
Tra le sue battute più famose ricordiamo
"La gioia più grande? Scontata. Il Milan in B. E per ben due volte: una... a pagamento e una... gratis. Sono dell'idea che una retrocessione cancelli almeno cinque scudetti conquistati e che la vittoria di una Mitropa Cup elimini i residui."
"La speranza per il futuro? Vorrei che chi mi incontra per strada mi gridasse in faccia: "Peppino campione d'Italia". Sogno lo scudetto. E, visto che ci sono, anche il Milan di nuovo in serie B. Cosi mi vendico anche di Teo Teocoli. Uno bravo che mi imita bene e con simpatica correttezza. Mi mette di buon umore. Giacca da camera a parte."
"L'interista più simpatico? Giacinto Facchetti. Fece un gol al Napoli in mezzo alla nebbia e venne a cercarmi a bordo campo per abbracciarmi. Ci mise tre minuti per trovarmi.".
Di lui hanno detto:
"Un personaggio unico. Per l'Inter è davvero una grave perdita. L'avvocato incarnava quello che rappresenta questa squadra nel mondo del calcio. Era lui il vero primo tifoso nerazzurro. Sarà una mancanza importante".
Giuseppe Bergomi
"L'umanità della persona era la cosa che colpiva più di tutte. Un uomo onesto, un appassionato, un supertifoso dell'Inter che, grazie alla sua simpatia e all'ironia, sapeva conquistare tutti. Sempre con la battuta pronta."
Alessandro Altobelli
"Gli ero molto affezionato. Lo conoscevo da quando ero piccolo. Brillantissimo. Apparteneva a quel mondo di gente, intelligente, arguta, sempre spiritosa, capace di trovare l'ironia in ogni circostanza. Un dirigente che sapeva attirare l'attenzione anche dei tifosi delle altre squadre. D'altronde, le persone intelligenti e che amano la loro bandiera non possono non essere stimati dagli avversari, anche se spesso vengono contestati".
Sandro Mazzola

venerdì 5 novembre 2021

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 5 novembre.
Il 5 novembre 1909 nasce a Somma Lombardo (VA) Angelo Moratti.
Figlio di Albino (1874-1923), farmacista in piazza Fontana a Milano, rimane orfano della madre Gilda molto presto. Il rapporto difficile con la matrigna lo porta ad allontanarsi dalla casa paterna ancora ragazzo, affidandosi all'indubbio ingegno personale a supporto di una tenace forza di volontà.
Nel 1932, sposa Erminia Cremonesi (1907 - 1989). I due avranno sei figli, di cui uno adottivo: Adriana (1932), Gianmarco (1936), Mariarosa detta Bedy (1942), Massimo (1945), Gioia e Natalino.
Insieme alla moglie Erminia è stato un grande collezionista di arte antica, moderna e contemporanea.
Incomincia a lavorare a 16 anni, esercitando vari mestieri. In seguito, da rappresentante di combustibili diventa egli stesso produttore, dopo l'acquisto di una torbiera. Nel 1932 fonda a Roma, insieme all'armatore genovese Cerruti, la Petrocargom, una società di commercio di olii combustibili e raffinati dall'innovativo sistema di stoccaggio dei prodotti. La mentalità imprenditoriale intuitiva e aperta lo porta successivamente a soluzioni brillanti di fronte a scenari in evoluzione. Nel 1939 fonda la S.M.T. (Società Minerali del Trasimeno) attraverso la quale acquista e riapre una miniera di lignite all'aperto a Pietrafitta (Piegaro) sulla valle Nestore nei pressi del lago Trasimeno dando lavoro a 1600 minatori. Nelle vicinanze realizza una centrale elettrica alimentata dalla lignite che darà luce all'Urbe insieme a un centro manifatturiero che si svilupperà in vetrerie e centri di lavorazione della ceramica. Terminata la seconda guerra mondiale è il primo imprenditore a realizzare un grande insediamento industriale in Sicilia. Acquista una vecchia raffineria in Texas, trasporta via oceano i vari impianti, e fonda ad Augusta, in provincia di Siracusa, nel 1948 la Rasiom, un polo di raffinazione petrolifera al centro delle rotte nel Mediterraneo, snodo delle grandi petroliere, e successivamente ceduta alla Esso. Negli stessi anni apre una società per il trasporto petrolifero marittimo, la Prora, le cui principali navi porteranno i nomi delle tre figlie e che farà di Augusta la prima raffineria indipendente in Europa a dotarsi di navi proprie per il commercio dei prodotti. Nel 1962 a Sarroch nei pressi di Cagliari la sua ultima grande realizzazione, la Saras raffinerie sarde, che, con 15 milioni di tonnellate di petrolio lavorate annualmente, costituisce oggi la più grande raffineria petrolifera del Mediterraneo. In seguito arriverà l'acquisto della S.P.I. (Società Petrolifera Italiana) con raffinerie a Livorno e La Spezia,un grande progetto di raffinazione in Giamaica oltre che un sempre più intenso sviluppo commerciale capace di coprire il mercato petrolifero internazionale.
È stato presente nel consiglio di amministrazione di Mobil, Esso e Texaco.
Al di fuori del campo energetico, dal 1972 al 1976 fu comproprietario del Corriere della Sera insieme a Gianni Agnelli ed agli eredi della famiglia Crespi. Nel 1976, l'intera proprietà della testata fu ceduta al gruppo Rizzoli. Dal 1972 al 1974 è stato anche proprietario del giornale economico Il Globo.
Giunse al timone dell’Inter il 28 maggio 1955 attraverso un esborso di 100 milioni, ma è innegabile che il suo nome verrà ricordato in eterno soprattutto per essere stato il principale artefice del sogno chiamato Grande Inter, la magnifica compagine che nel bel mezzo dei propizi anni Sessanta avrebbe segnato un’epoca vincendo tre scudetti, due coppe Campioni e due Intercontinentali (Angelo Moratti fu infatti il primo presidente, era il 1964, capace di condurre un club italiano in vetta al mondo).
L’avvio, però, non fu affatto facile nemmeno per lui; dovette impiegare un po’ di tempo per far quadrare i conti e dare un’adeguata organizzazione alla società, strutturandola come fosse una delle sue ditte e non la squadra per cui appassionatamente tifava da quando conobbe la moglie Erminia, fervida sostenitrice della Beneamata: un iniziale lustro trascorso tra ingerimenti di bocconi amari e continui cambi d’allenatore, sino alla felicissima intuizione di portare a Milano l’argentino Helenio Herrera, carismatico e costosissimo tecnico proveniente dal pluridecorato Barcellona che, a partire dalla terza stagione all’ombra del Duomo, avrebbe contribuito in maniera sostanziale agli eclatanti trionfi nerazzurri dentro e fuori confine.
Non solo bravura, ma anche formidabile umanità. Al culmine di un periodo di scarso rendimento - ad esempio - nell’inverno 1960 Moratti convocò nel proprio studio quell’indolente fuoriclasse che era Mario Corso e, invece di una sonora strigliata che pure Corso temeva, regalò con fiducia un marengo d’oro all’allora diciannovenne ala mancina: ala che uscì dall’ufficio padronale rinvigorita all’inverosimile, incominciando da lì l’ascesa verso l’appellativo di “Piede sinistro di Dio”.
Corsi e ricorsi di una favola interrottasi il 18 maggio 1968, con la meditata decisione di passare la mano a favore dell’austero ed oculato imprenditore tessile milanese Ivanoe Fraizzoli, ma coraggiosamente ripresa ventisette primavere dopo - mentre una seria crisi tecnica ed economica stava stritolando il club meneghino - dal quartogenito Massimo, figura che, oltre all’amore per il team di famiglia e alla ferrea ostinazione mostrata nel superare le iniziali delusioni patite, dal padre ha certamente ereditato il limpido e magnanimo modo di essere, di fare, di pensare.
Sotto la sua presidenza venne costruito il centro sportivo di Appiano Gentile, noto poi negli anni come la Pinetina.
Morì a Viareggio il 12 agosto 1981.
Dal 5 novembre 2007 il piazzale antistante allo Stadio Giuseppe Meazza, in San Siro a Milano porta il suo nome. Una targa è stata posta sulla cancellata dello stadio, nella zona dell'ingresso principale. Alla cerimonia ufficiale, voluta e organizzata dal Comune di Milano, hanno partecipato figli e nipoti del presidente della Grande Inter, alcuni campioni nerazzurri del passato, Javier Zanetti e numerosi rappresentanti delle istituzioni milanesi e del club nerazzurro.
Nel 2009 il Comune di Stintino gli ha intitolato una via del paese in zona Capo Falcone. La nuova via Angelo Moratti è la via antistante all'Hotel Roccaruja, costruito da Angelo Moratti negli anni sessanta e divenuto luogo di ritrovo per le vacanze di dirigenti e giocatori della Grande Inter di quel periodo.

domenica 10 ottobre 2021

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 10 ottobre.
Il 10 ottobre 1892 nasce a Reggio Emilia Renato Dall'Ara, il "Presidentissimo", per trenta anni alla guida del Bologna Football Club, dal 1934 al 1964.
Dall'Ara, divenne ricco a miliardi con il suo celebre maglificio, che aprì una volta trasferitosi nel capoluogo Felsineo. Il successo imprenditoriale lo raggiunse mettendo in commercio una specie di giaccona a maglia, che Dall'Ara aveva visto indossare in una foto al generale Umberto Nobile (il famoso trasvolatore sul Polo Nord). La giacca a maglia venne lanciata sul mercato con il marchio "Norge" e fu un trionfo di incassi e di immagine personale; in breve divenne uno degli imprenditori più in vista della città. Dopo la caduta in digrazia presso il regime di Leandro Arpinati, serviva un nuovo uomo forte alla guida del Bologna. I gerarchi locali scelsero proprio lui, Renato Dall'Ara, 42 anni, sposato con la signora Nella e senza figli. Fu subito grande amore ma furono anche grandi trionfi. 5 scudetti, 1 Coppa Europa, il Trofeo dell'Expo di Parigi, 1 Mitropa. Un Presidente eccezionale. Non mancarono però i momenti bui e le contestazioni, soprattutto nel dopoguerra, quando la squadra stentava e i successi non arrivavano più. Ma nel momento in cui sentì la "minaccia" del petroliere Attilio Monti - che una larga maggioranza di tifoseria voleva presidente - si sentì punto nell'orgoglio e cominciò la costruzione, anno dopo anno, della squadra che portò al Bologna il 7° e ultimo scudetto, giocando un calcio meraviglioso, paradisiaco. Purtroppo non poté godere assieme ai suoi ragazzi e alla città quel trionfo; morì in Lega Calcio il 3 giugno 1964 - quattro giorni prima del trionfo rossoblù all'Olimpico di Roma -, colpito da infarto mentre discuteva animatamente con il presidente dell'Inter Angelo Moratti. Il suo cuore, già minato da un infarto precedente, non resse.
 La notizia d’agenzia fece fremere la città e suggerì al capotifoso Gino Villani la dura frase: «L’hanno fatto morire!». Il campionato di quell’anno, infatti, era stato da crepacuore. Il Bologna, incontenibile sui campi di gioco, era stato bloccato dal «caso doping» cioè dall’accusa che alcuni suoi giocatori avessero fatto uso di sostanze stimolanti. Penalizzazione di tre punti, perdita del primato in classifica poi la scoperta dell’inganno e fine campionato a pari punti con l’Inter. Il Commendatore aveva seguito l’ambaradan dalle caute relazioni del medico che gli curava il cuore malato; quasi mai allo stadio, in tribuna solo per l’ultima partita anch’essa da struggimento per un equivoco. Il Bologna stava vincendo 2 a 0 sulla Lazio e c’era attesa per quello che avrebbe fatto l’Inter con l’Atalanta. L’altoparlante dello stadio teneva informati i tifosi e alla fine urlò «spareggio!» per comunicare che anche i nerazzurri avevano vinto e così si doveva giocare la bella. Solo che nel frastuono generale tutti capirono «pareggio» (a San Siro) quindi Bologna campione e abbracciarono e festeggiarono Dall’Ara che poi ebbe la cruda amarezza della delusione. Allora il suo cuore vacillò forte e fu sopraffatto, tre giorni dopo, nel colloquio milanese per la divisione degli incassi nello spareggio da giocare all’Olimpico. Il presidentissimo aveva ritenuto i giocatori rossoblù i suoi unici e veri figli.
 La salma fu portata a Bologna la sera del 4 giugno, la camera ardente fu allestita nella villa sui colli, i funerali furono celebrati il 5 in San Pietro. Autorità civili e i più alti esponenti del mondo sportivo, assenti solo i suoi giocatori (presenti solo Pascutti e Corradi perché infortunati) chiusi nel ritiro di Fregene in vista dello scontro con l’Inter che vinceranno la domenica successiva. Una folla sconfinata, molto molto di più di quella che seguirà Giorgio Morandi due settimane dopo. Il presidentissimo era, per molti bolognesi, un vero stereotipo. Era l’industriale parsimonioso che diceva: «Sono economo ma umano» e l’uomo ricco d’umili origini, in perenne conflitto con il corretto lessico italiano. «S’attacchi ai manutengoli (invece che alle maniglie dei tram)», «Basta con le supposte (invece che con le supposizioni)», «Suonate pure la gran carcassa (invece che grancassa)» e «Fiat lux (faccia lui)». Probabilmente Dall’Ara non ha mai detto tutto quello che gli hanno fatto dire; ma anche questo sciocchezzario ha contribuito a fare di lui un vero mito popolare che perdura.


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