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martedì 17 febbraio 2026
#AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi
Il 17 febbraio 1600 a Roma, presso Campo De' Fiori, veniva mandato a morte per eresia Giordano Bruno, legato nudo a un palo e arso vivo nella piazza.
Giordano Bruno nacque a Nola, presso Napoli, nel 1548, da una famiglia di modeste condizioni. Il padre Giovanni era un militare di professione e la madre Fraulissa Savolino apparteneva ad una famiglia di piccoli proprietari terrieri. Gli fu imposto il nome di battesimo di Filippo. Compì i primi studi nella città natale, da lui molto amata e spesso ricordata anche nei lavori più tardi, ma nel 1562 si trasferì a Napoli dove frequentò gli studi superiori e seguì lezioni private e pubbliche di dialettica, logica e mnemotecnica presso l’Università. Nel giugno 1565 decise di intraprendere la carriera ecclesiastica ed entrò, col nome di Giordano, nell’ordine domenicano dei predicatori nel convento di S. Domenico Maggiore. Si fa rilevare come l’età di 17 anni sia da considerare piuttosto elevata, nel contesto, per decisioni del genere. Nel convento cominciò subito a manifestarsi il contrasto tra la sua personalità inquieta, dotata di viva intelligenza e voglia di conoscere e la necessità di sottostare alle rigorose regole di un ordine religioso: dopo circa un anno era già accusato di disprezzare il culto di Maria e dei Santi e corse il rischio di essere sottoposto a provvedimento disciplinare. Percorse peraltro rapidamente i vari gradi della carriera: suddiacono nel 1570, diacono nel 1571, sacerdote nel 1572 (celebrò la sua prima messa nella chiesa del convento di S. Bartolomeo in Campagna ), dottore in teologia nel 1575. Ma contemporaneamente allo studio serio e profondo dell’opera di S. Tommaso non rinunciò a leggere scritti di Erasmo da Rotterdam, rigorosamente proibiti e la cui scoperta causò l’apertura di un processo locale a suo carico, nel corso del quale emersero anche accuse di dubbi circa il dogma trinitario. Era il 1576 e l’Inquisizione aveva ormai da tempo dato clamorosi esempi di rigore e di efficienza per cui il B., temendo per la gravità delle accuse, fuggì da Napoli abbandonando l’abito ecclesiastico.
Ebbe così inizio la serie incredibile delle sue peregrinazioni, durante le quali si mantenne impartendo lezioni in varie discipline (geometria, astronomia, mnemotecnica, filosofia, etc.).Nell’arco di due anni (1577-1578) soggiornò a Noli, a Savona, a Torino, a Venezia e a Padova dove, su suggerimento di alcuni fratelli domenicani e pur in mancanza di una formale reintegrazione nell’ordine, rivestì l’abito. Dopo brevi soste a Bergamo e a Brescia, alla fine del 1578 si diresse verso Lione ma, giunto presso il convento domenicano di Chambery, fu sconsigliato di fermarsi in quella città di confine con i paesi riformati e soggetta a particolari controlli, per cui decise di recarsi nella non lontana Ginevra, la capitale del calvinismo.
Qui venne accolto da Gian Galeazzo Caracciolo marchese di Vico, esule dall’Italia e fondatore della locale comunità evangelica italiana. Deposto di nuovo l’abito e dopo una esperienza di "correttore di prime stampe" presso una tipografia, il B. aderì formalmente al calvinismo e fu immatricolato come docente nella locale università (maggio 1579). Già nell’agosto però, avendo pubblicato un libretto in cui stigmatizzava il titolare della cattedra di filosofia evidenziando ben venti errori nei quali costui sarebbe incorso in una sola lezione, fu accusato di diffamazione e quindi arrestato, processato e convinto a pentirsi sotto pena di scomunica. Il B. ammise la sua colpevolezza ma dovette lasciare Ginevra, non senza conservare in sé un forte risentimento. Quasi per reazione si recò allora a Tolosa, in quegli anni baluardo dell’ortodossia cattolica nella Francia meridionale, dove cercò, senza ottenerla, l’assoluzione presso un confessore gesuita, ma poté comunque ottenere un posto di lettore di filosofia nella locale università e per due anni circa commentò il "De anima" di Aristotele. Nel 1581 lasciò anche Tolosa, dove si profilava una recrudescenza delle lotte religiose tra cattolici e ugonotti e si recò a Parigi dove tenne, in qualità di "lettore straordinario" (quelli "ordinari" erano tenuti a frequentare la messa, cosa a lui interdetta come apostata e scomunicato) un corso in trenta lezioni sugli attributi divini in Tommaso d'Aquino. La notizia del successo del corso pervenne al re Enrico III al quale B. dedicò subito dopo (1582) il suo "De umbris idearum" con l’annessa "Ars memoriae" ottenendo la nomina a "lettore straordinario e provvisionato". L’appartenenza al gruppo dei "lecteurs royaux" gli consentiva una certa autonomia anche nei confronti della Sorbona, della quale non mancò di criticare il conformismo aristotelico. E’ questo un periodo di grande fecondità nella produzione filosofica e letteraria del B., che pubblica in breve successione il "Cantus circaeus", il "De compendiosa architectura et complemento artis Lullii" e "Il Candelaio". Con il favore del re divenne "gentilomo" (ma ben presto apprezzato amico) dell’ambasciatore di Francia in Inghilterra Michel de Castelnau, che raggiunse a Londra nell'aprile del 1583, e grazie al quale frequentò la corte della "diva" Elisabetta. Continuò qui a pubblicare opere importanti: "Ars reminiscendi", "Explicatio triginta sigillorum" e "Sigillus sigillorum" in unico volume e subito dopo la "Cena delle ceneri", il "De la causa, principio et uno", il "De infinito, universo et mondi" e lo "Spaccio della bestia trionfante". Nell’anno seguente, sempre a Londra, diede alle stampe "La cabala del cavallo pegaseo" e il "Degli eroici furori". Quest'ultima opera, al pari dello Spaccio, è dedicata a sir Philip Sidney, nipote di Robert Dudley conte di Leicester. Alcuni di questi testi risentono di polemiche con l’Università di Oxford e con una parte dell’aristocrazia inglese. Venuto a contatto con la famosa università oxoniana, sospinto dall’irruenza del suo carattere, durante un dibattito mise in difficoltà, senza troppi riguardi, uno stimato docente: John Underhill, e restò così inviso a una parte dei suoi colleghi che non mancarono di manifestare in seguito la loro animosità. Ottenuto infatti, dopo alcuni mesi, l’incarico di tenere una serie di conferenze in latino sulla cosmologia, nelle quali difese tra l'altro le teorie di Niccolò Copernico sul movimento della terra, fu accusato di aver plagiato alcune opere di Marsilio Ficino e costretto a interrompere le lezioni. Ma al di là dei risentimenti personali, confliggevano con la temperie culturale e religiosa inglese del tempo alcune idee di fondo del B., quali appunto la sua cosmologia ed il suo antiaristotelismo. L’episodio del giorno delle ceneri del 1584 (14 febbraio) è significativo: il B. era stato invitato dal nobile inglese Sir Fulke Greville ad esporre le sue idee sull’universo. Due dottori di Oxford presenti, anziché opporre argomento ad argomento, provocarono un acceso diverbio ed usarono espressioni che il B. ritenne offensive tanto da indurlo a licenziarsi dall’ospite. Da questo fatto nacque "La cena delle ceneri" che contiene acute e non sempre diplomatiche osservazioni sulla realtà inglese contemporanea, attenuate poi, anche per la reazione di alcuni che si sentivano ingiustamente coinvolti in tali giudizi, nel successivo "De la causa, principio et uno". Nei due dialoghi italiani, Bruno contrasta la cosmologia geocentrica di stampo aristotelico-tolemaico, ma supera anche le concezioni di Copernico, integrandole con la speculazione del "divino Cusano". Sulla scia della filosofia cusaniana, infatti, il Nolano immagina un cosmo animato, infinito, immutabile, all'interno del quale si agitano infiniti mondi simili al nostro. Tornato in Francia a seguito del rientro del Castelnau, il B. si occupò di una recente scoperta di Fabrizio Mordente, il compasso differenziale, per presentare la quale scrisse - su invito dell’inventore - una prefazione in latino nella cui stesura prevalevano talmente le applicazioni che il B. faceva dello strumento per avvalorare le sue tesi filosofiche sul limite fisico della divisibilità, da oscurare o ridurre a un fatto "meccanico" l’invenzione. Offeso, il Mordente si affrettò a comprare tutte le copie disponibili e le distrusse. Bruno rinfocolò la polemica pubblicando un dialogo dal titolo e dal tono sarcastico "Idiota triumphans seu de Mordentio inter geometras deo" che indirettamente rese più difficile la sua permanenza a Parigi, essendo il Mordente un cattolico ligio alla fazione del duca di Guisa, che di li a poco avrebbe raggiunto il massimo della sua parabola ascendente, mentre il B. ribadiva la sua fedeltà ad Enrico III. Reazioni negative suscitarono di li a poco a Cambrai le tesi fortemente antiaristoteliche contenute nell’opuscolo "Centum et viginti articuli de natura ed mundo adversos peripateticos" discusse a nome del maestro dal suo discepolo J. Hennequin. L’intervento critico di un giovane avvocato che B. sapeva appartenere alla sua stessa parte politica, convinsero il filosofo nolano che la permanenza a Parigi non era ulteriormente possibile. Di nuovo ramingo per l’Europa, il B. approda nel giugno 1586 a Wittemberg, in Germania, dove insegna per due anni nella locale università come "doctor italus", al termine dei quali si congeda (anche per il prevalere in città della parte calvinista) con una "Oratio valedictoria" con la quale ringrazia l’università per averlo accolto senza pregiudizi religiosi. L’orazione contiene anche un caloroso elogio di Martin Lutero per il suo coraggio nell’opporsi allo strapotere della Chiesa di Roma che ha grande valore come difesa della libertà religiosa ma non rinnega i convincimenti critici del B. circa la dottrina luterana rilevabili in altre opere (specialmente "Cabala" e "Spaccio"). Gli "eroici furori" sembravano al B. incompatibili con la paolina teologia della croce.
Dopo un breve soggiorno nella Praga di Rodolfo II, cui dedicò gli "Articuli adversos mathematicos", alla fine del 1588 si reca a Helmstedt dove, per poter insegnare nella locale "Accademia Iulia" aderisce al luteranesimo. Ma i problemi di fondo rimangono: dopo nemmeno un anno è scomunicato dal locale pastore Gilbert Voet per motivi non ben chiariti e che il B. sostiene fossero di natura privata. E’ in questa città comunque che vennero pubblicate gran parte delle opere c.d. "magiche": "De magia , De magia mathematica", "Theses de magia", ecc. Il 2 giugno 1590 il B. giunge a Francoforte dove chiede ma non ottiene il permesso di soggiorno e rimane precariamente ospitato in un convento di carmelitani. Pubblicati tre poemi latini (De triplice minimo, De monade, De innumerabilis) e dopo alcuni mesi di permanenza a Zurigo dove tiene lezioni di filosofia, torna a Francoforte dove nella primavera del 1591 viene raggiunto da due lettere del nobile veneziano Giovanni Mocenigo che lo invitano a Venezia per insegnargli l’arte della memoria. I motivi per i quali B. si decise ad accettare l’invito, con tutti i rischi connessi ad un rientro in Italia, sono tuttora dibattuti tra gli studiosi. Probabilmente a ragione, Michele Ciliberto è convinto che convergessero in questa scelta una pluralità di cause. Scomunicato dalle chiese riformate non meno che dalla cattolica, in rotta con gli ambienti puritani e con la fazione allora dominante in Francia, era isolato e indesiderato a livello europeo. Aveva fiducia nella tradizionale autonomia della Repubblica veneta (dove di fatto sopravvivevano circoli aristocratici orientati in senso "liberale") rispetto al Papa, ed aspirava alla cattedra di matematica dell’università Galileo Galilei di Padova, allora vacante, che sarà poi di Galileo Galilei. A queste considerazioni, peraltro, il Ciliberto ne aggiunge un’altra, direttamente connessa con gli ultimi raggiungimenti della filosofia del nolano: una sorta di forte autocoscienza, di vocazione in senso riformatore, quasi si sentisse un "Mercurio mandato dagli dei" per diradare le tenebre del presente. Una cosa, rileva ancora Ciliberto, B. non aveva previsto: "che razza di uomo fosse il Mocenigo" (Giordano Bruno, cit. pagg. 259 sgg.). Comunque sia, a fine marzo 1592 l’inquieto pellegrino giunge in casa Mocenigo a Venezia. Dopo alcuni mesi il patrizio veneziano, forse insoddisfatto nella sua aspettativa di mirabolanti tecniche magico-mnemoniche, forse anche indispettito per il carattere indipendente del B. che mal si adattava alla condizione di "famiglio", specialmente di una persona così insipiente (egli si apprestava tra l’altro ad andare a Francoforte per far stampare libri e continuava a sperare in una cattedra a Padova), contravvenendo alle più elementari regole dell’ospitalità, rinchiuse B. nelle sue stanze e lo denunciò alla locale Inquisizione asserendo di averlo sentito profferire bestemmie e frasi eretiche. Dopo un paio di mesi peraltro il processo, subito iniziato, si presentava in modo abbastanza favorevole al B., che si era difeso sostenendo di aver formulato ipotesi filosofiche e non teologiche e che per quanto riguardava le cose di fede si rimetteva pienamente alla dottrina della Chiesa chiedendo perdono per qualche frase sconsiderata che potesse aver pronunciato. Ebbe inoltre attestazioni favorevoli o per lo meno non ostili da parte di diversi testimoni del patriziato veneto. Quando tutto faceva sperare in una prossima assoluzione, giunse improvvisamente da Roma la richiesta del trasferimento del processo al tribunale centrale del S. Uffizio. La prima risposta del senato, geloso custode dell’autonomia della Serenissima, fu negativa, ma dietro le insistenze vaticane, nella considerazione che l’inquisito non era cittadino veneziano e che il suo processo era iniziato prima del suo arrivo nella città lagunare (ci si riferiva ai fatti del 1575) giunse alla fine il nulla-osta e nel febbraio 1593 il gran peregrinare del B. terminò in una cella del nuovo palazzo del S. Uffizio, fatto costruire da Pio V nei pressi di Porta Cavalleggeri. Del processo, che si protrasse per ben sei anni e durante il quale per una volta almeno si ricorse con ogni probabilità alla tortura, ci rimane una "sommario", ritrovato stranamente nell’archivio personale di Pio IX e pubblicato da A. Mercati nel 1942. Si tratta quasi certamente di una sintesi compilata ad uso dei giudici, per consentire loro una visione d’insieme che non era facile avere nella gran congerie dei documenti originali. Un fondamentale studio di questo estratto è contenuto nel libro di L. Firpo "Il processo di Giordano Bruno", Napoli, 1949, al quale si rinvia per i particolari drammatici e significativi dell’intricato procedimento che, oltre a fornire numerosi dati sulla vita del B., mostra il progressivo sgretolamento della sua tesi difensiva della separatezza tra il piano filosofico (sul quale, soltanto, lui asseriva di aver speculato) e quello teologico, che non gli interessava. Decisivo al riguardo fu l'ingresso nel tribunale nel 1597 del teologo gesuita Roberto Bellarmino, chiamato ad esaminare gli atti processuali e soprattutto le opere a stampa per enuclearne il contenuto eterodosso. Quando il nolano, che pure durante il processo aveva cercato di dissimulare, attenuare e talvolta anche accettato di ripudiare talune sue posizioni in più aperto conflitto con la dottrina cattolica si trovò di fronte alla necessità - per salvarsi - di rifiutare in blocco le sue idee, giudicate radicalmente incompatibili con l’ortodossia cristiana, si irrigidì in un fermo e sprezzante rifiuto e fu la fine. Il 20 gennaio 1600 Clemente VIII, considerando ormai provate le accuse e rifiutando la richiesta di ulteriore tortura avanzata dai cardinali, ordinò che l’imputato, "eretico impenitente", pertinace , ostinato", fosse consegnato al braccio secolare. Ciò significava, nonostante la presenza nella sentenza della solita ipocrita formula che invocava la clemenza del Governatore, la morte per rogo. L’8 febbraio la sentenza fu letta nella casa del Card. Madruzzo e fu allora che il B., come riferisce un attendibile testimone oculare (lo Schopp) rivolto ai giudici pronunciò la famosa frase "Forse avete più paura voi che emanate questa sentenza che io che la ricevo" (trad. dal latino). Il successivo giovedi 17 febbraio 1600 - anno santo - venne condotto a Campo de’ Fiori con la lingua in giova" cioè con una mordacchia che gli impediva di parlare e qui, spogliato nudo e legato a un palo venne bruciato vivo ostentatamente distogliendo lo sguardo da un crocefisso, del quale stava condividendo la sorte ma che gli volevano far apparire come carnefice. Aveva messo in pratica e purtroppo sperimentato sulla sua pelle una considerazione di molti anni prima e cioè che "dove importa l’onore, l’utilità pubblica, la dignità e perfezione del proprio essere, la cura delle divine leggi e naturali, ivi non ti smuovi per terrori che minacciano morte".
A distanza di 400 anni, il 18 febbraio 2000 il papa Giovanni Paolo II, tramite una lettera del suo segretario di Stato Sodano inviata ad un convegno che si svolse a Napoli, espresse profondo rammarico per la morte atroce di Giordano Bruno, non riabilitandone la dottrina: la morte di Giordano Bruno "costituisce oggi per la Chiesa un motivo di profondo rammarico". Tuttavia, "questo triste episodio della storia cristiana moderna" non consente la riabilitazione dell'opera del filosofo nolano arso vivo come eretico, perché "il cammino del suo pensiero lo condusse a scelte intellettuali che progressivamente si rivelarono, su alcuni punti decisivi, incompatibili con la dottrina cristiana".
sabato 26 aprile 2025
#AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi
Buongiorno, oggi è il 26 aprile.
Il 26 aprile 1518 ad Heidelberg Martin Lutero espone le sue tesi relative alla Teologia dela Croce nella omonima disputa.
La Teologia della Croce ha preso corpo e si è rivelata nella famosa “Disputa di Heidelberg” del 26 Aprile 1518. E' in questa disputa che per la prima volta Lutero manifesta pubblicamente e decisamente la sua originalità e la sua opposizione alla teologia imperante, la quale tentava di capire Dio in termini di pensiero logico, ragionando dal visibile verso l’invisibile, deducendo l'esistenza di Dio dalla realtà del creato.
La disputa fu parte dell'azione della Santa Sede romana contro Martin Lutero per screditarlo. Roma aveva assegnato il compito agli Agostiniani di effettuare una "disputatio", in cui Lutero avrebbe dovuto spiegare le sue tesi sulle indulgenze. Nella disputa Lutero entrò, ma non sulla questione delle indulgenze, ma trattando il soggetto del Principio di legalità (dal punto di vista religioso) e la theologia crucis in contrasto con la theologia gloriae. Nella tesi da lui sostenute nel corso della disputa, Lutero ha fornito l'idea di base della sua nuova teologia, la completa dipendenza dell'uomo dalla grazia di Dio. Non dalle opere degli uomini si può ottenere la grazia di Dio, ma soltanto attraverso la sua fede.
Tra i docenti coinvolti nella difesa della facoltà teologica Lutero non ha avuto consenso, ma ha guadagnato molti seguaci tra gli studenti e i maestri della Facoltà di Arti. Riformatori degli anni successivi come Martin Bucer, Erhard Schnepf, Franciscus Irenicus, Martin Frecht e Johannes Brenz erano tra il pubblico.
La Disputa di Heidelberg ha avuto grande importanza per la diffusione della dottrina della Riforma di Lutero. Molti dei suoi ascoltatori diffusero la Riforma in Germania sud-occidentale. Nella riforma nella regione del Kraichgau, in particolare, hanno avuto grande influenza Johannes Brenz ed Erhard Schnepf, che predicarono dal 1520 la dottrina luterana. La maggior parte dei pastori più tardi attivi nel Kraichgau e predicatori nelle Prädikaturen (Predicature) avevano studiato a Heidelberg nel 1518 e sono stati impegnati dalla difesa della Riforma.
Non è facile esporre in una breve sintesi sistematica un pensiero teologico, per natura sua fortemente dinamico, nato e progredito in modo vulcanico a partire da concrete situazioni storiche, sia personali che collettive. Si può dire che il nucleo centrale dell’eccezionale ricerca religiosa di Lutero, e di conseguenza, anche della sua riflessione teologica, sia la realtà, umanamente incomprensibile, di un Dio, il quale nell’insondabile mistero del suo amore totalmente gratuito, ha immolato il Figlio suo sulla croce, a favore dell’uomo peccatore.
Non è possibile comprendere Lutero senza esaminare con una certa accuratezza quella che egli chiama la “Teologia della croce”, che è il centro di tutto il suo pensiero e dalla quale scaturiscono come conseguenze logiche tutte le sue altre concezioni teologiche.
Nell’ottica di una Theologia crucis, quindi, Dio è per Lutero un Deus absconditus, che si rivela “di spalle” (posteriora Dei per passione set crucem), cioè sub opposita specie (sotto l’apparenza contraria) nell’abbassamento del Figlio. Lutero parla quindi di un Deus absconditus, un Dio nascosto. È un Dio che non possiamo afferrare con le nostre capacità razionali, un Dio che è al di sopra delle nostre categorie del bene e del male, quindi è un Dio del tutto inaccessibile a noi. Se noi conosciamo Dio, lo facciamo grazie alla sua rivelazione. In Gesù Cristo Egli si rivela come Dio d’amore. «In Gesù Cristo Dio ha scelto di soffrire con la sua creatura e di vincere la lotta contro il male nel luogo più inaspettato, scandaloso: la croce. Il Cristo in croce è la solidificazione dell’amore di Dio. Diceva il mistico Angelo Silesio: “L’amore trascina Dio nella morte”. All’apice della sofferenza, avviene la vittoria di Dio sulla sofferenza. Il redentore sofferente è la forma più sublime ed esclusiva del pensiero cristiano. Qui l’onnipotenza di Dio si mostra come la potenza della sua impotenza. Il patibolo (la croce) che doveva manifestare la vittoria della morte e la morte di Dio, svela invece la vittoria della vita e la morte della morte». (Quest’espressione viene riportata in “Giornale di Metafisica” IV, Tilgher edizioni, Genova 1982)
Non lo fa, togliendo tutta la sofferenza in un solo colpo, ma egli rivela il suo amore nella debolezza, condividendo la sofferenza umana e morendo sulla croce. Nella fede riconosciamo Dio come Dio d’amore. È una rivelazione che in un certo senso contraddice la nostra percezione della natura crudele. Lutero parlava di un credere in Dio contro Dio, cioè credere nella rivelazione di Dio contro l'impressione suscitata dai fatti incomprensibili.
«Fin dai primi scritti, Lutero affermava che in qualche modo Dio si rivela in maniera paradossale, e lo fa attraverso l’umanità sofferente di Gesù Cristo. Vale a dire che Dio si nasconde per rivelarsi, e che la sua rivelazione può essere colta soltanto dal credente che si affida alla Parola e che accetta nella vita e nella sofferenza personale la presenza paradossale di Dio». (M. Lienhard, Martin Lutero la passione di Dio)
Perciò l’uomo è sempre giusto nella fede in Cristo, ma anche sempre peccatore, se considerato in se stesso (simul iustus et peccator). Sicché è sempre in stato di penitenza, in quanto a partire dall’esame del proprio peccato è sempre di nuovo proteso verso Cristo, giustizia del peccatore. La fede, allora in ultima analisi è un comprendere, in un’appropriazione personale Cristo come dono “per me”; un Cristo “per me” morto e risorto, “per me” vincitore del peccato, della morte, della narrazione.
Certamente questa distinzione luterana tra Deus absconditus e Deus revelatus è soltanto concettuale, ma è comunque di grande valore. Essa non cerca di spiegare ciò che non è spiegabile e rispetta con ciò la “sacralità” della sofferenza umana, richiamando nello stesso tempo l’uomo all’umiltà e alla fede.
venerdì 7 febbraio 2025
#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi
Buongiorno, oggi è il 7 febbraio.
Il 7 febbraio 1478 nasce in Inghilterra Tommaso Moro.
Tommaso Moro, così viene ricordato in Italia lo scrittore e uomo politico inglese Thomas More. Nasce a Londra il giorno 7 febbraio 1478; segue le orme del padre Sir John More, avvocato e giudice di successo, intraprendendo anch'egli la professione di avvocato. Nel corso della sua vita si guadagna fama a livello europeo come autore di scritti di stampo umanista oltre che occupare numerose cariche pubbliche, compresa quella di Lord Cancelliere d'Inghilterra negli anni tra il 1529 e il 1532, sotto la monarchia di Enrico VIII. Il suo cancellierato si distinguerà anche per la sua costante caccia agli eretici e alle loro opere.
A lui viene attribuito il merito di aver coniato il vocabolo "utopia", con cui battezzò un'immaginaria isola dotata di una società ideale, di cui descrisse il sistema politico nella sua opera più famosa, "L'Utopia" appunto, pubblicata nel 1516. La derivazione del termine "utopia" viene dal greco antico, e può letteralmente significare "luogo inesistente", oppure "luogo bellissimo".
Durante la sua vita Moro diviene grande amico di Erasmo da Rotterdam, che gli dedicherà il suo "Elogio della follia". Moro contribuisce anche alla redazione de "La difesa dei sette sacramenti", polemica contro la dottrina protestante che fa guadagnare a Enrico VIII nel 1521 il titolo di "difensore della Fede" da parte di papa Leone X. Sia la risposta di Martin Lutero al re che la conseguente "Responsio ad Lutherum" ("Risposta a Lutero") furono criticate per i loro intemperanti attacchi "ad hominem".
Storicamente è ricordato per il suo forte e fermo rifiuto della rivendicazione di Enrico VIII di proclamarsi capo supremo della Chiesa d'Inghilterra: questa decisione mise fine alla carriera politica di Moro conducendolo alla pena capitale con l'accusa di tradimento.
Viene processato, poi condannato e incarcerato, quindi giustiziato a Tower Hill il giorno 6 luglio 1535. La testa viene mostrata sul Ponte di Londra per un mese; sarà poi la figlia Margaret Roper a recuperarla, dietro pagamento di una tangente.
E' venerato come san Tommaso Moro dalla Chiesa cattolica e dalla Chiesa anglicana. Moro è stato canonizzato dalla Chiesa cattolica nel 1935 da Papa Pio XI ed è commemorato il giorno 22 giugno. Dal 1980, ogni 6 luglio, è commemorato anche nel calendario dei Santi della Chiesa anglicana, assieme all'amico Giovanni Fisher, vescovo di Rochester, decapitato quindici giorni prima di Moro.
Nel 2000 papa Giovanni Paolo II ha dichiarato san Tommaso Moro patrono degli statisti e dei politici.
domenica 25 giugno 2023
#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi
Il 25 giugno 1530 il religioso Filippo Melantone legge, davanti alla Dieta di Augusta e all'imperatore Carlo V, la Confessione Augustana, in latino Confessio Augustana, la dichiarazione dottrinaria delle tesi di Lutero. Per mezzo degli articoli chiarificatori della Confessione Augustana, i Riformatori tentarono, in origine, di riottenere la comunanza con la Chiesa cattolica. Quindi è, nello scopo, un documento ecumenico. Certo, in seguito divenne lo scritto confessionale centrale delle Chiese protestanti d’impronta luterana e non poté impedire la divisione della Chiesa.
Un gruppo di principi e di città imperiali evangelici firmò la “Confessio Augustana”. La dichiarazione finale pone l’accento, ancora una volta, sulla conformità con la Sacra Scrittura e con il credo della Chiesa antica. Nella sua forma attuale, la Confessione Augustana consta di 28 articoli, di cui i primi 21 illustrano l’insegnamento di Martin Lutero e in particolare la sua dottrina della giustificazione. I restanti articoli si occupano dell’abolizione di determinati usi ecclesiastici. Nell’Apologia della Confessione Augustana, Melantone fornì la base teologica della Confessione. Le formulazioni di Melantone miravano a un dialogo di riconciliazione con gli avversari. Perciò, evitarono consapevolmente alcuni argomenti controversi, come la fede nel purgatorio o la potestà papale.
Con la pace di Augusta nel 1555, che metteva fine alla guerra civile scoppiata negli anni precedenti, si arrivò a stabilire il principio di cuius regio, eius religio, per cui ciascun principe degli stati tedeschi poteva imporre come religione il cattolicesimo o il luteranesimo.
La Confessione Augustana ha conservato fino ad oggi la sua validità. Ma le sue condanne dottrinali traggono origine dai tempi e dal pensiero del XVI secolo e, oggi, in gran parte non colpiscono più le dottrine delle Chiese cui furono rivolte. Con il dialogo dottrinario tra le diverse Chiese, le condanne non rispecchiano più lo stato attuale dei rapporti che le Chiese hanno tra loro.
sabato 17 luglio 2021
#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi
Il 17 luglio 1505 Martin Luther entra in convento a Erfurt. E' l'inizio di un cambiamento epocale della Cristianità.
Martin Lutero (Martin Luther), il grande riformatore tedesco, nacque il 10 novembre 1483 ad Eisleben, una cittadina nella Turingia, regione centro-orientale della Germania. Suo padre, Hans Luther, originariamente un contadino, fece fortuna come imprenditore nelle miniere di rame, mentre la madre, Margarethe Ziegler era una massaia.
Nel 1484, proprio poco dopo la nascita del piccolo Martin (primogenito di sette fratelli), i genitori si trasferirono nel vicino paese di Mansfeld, in seguito alla nomina del padre a magistrato - grazie alla rilevante fortuna acquisita - di quella cittadina. A Mansfeld Lutero frequentò la scuola di latino mentre nel 1497 si recò a Magdeburgo per intraprendere gli studi presso la scuola dei Fratelli della Vita Comune, fondati dal mistico Geert de Groote. Tuttavia Lutero vi rimase solo per un anno, andando a vivere successivamente da alcuni parenti ad Eisenach, dove risedette fino al 1501.
In quell'anno il padre lo inviò ad iscriversi all'università della città imperiale di Erfurt dove il giovane studiò arti liberali, conseguendo il baccalaureato nel 1502 e il titolo di magister artium nel febbraio 1505. E fu proprio il 1505 un anno cruciale per Lutero: secondo i suoi biografi, il 2 luglio, ritornando ad Erfurt dopo una visita ai genitori, vicino al villaggio di Stotternheim incappò in un violento temporale durante il quale fu quasi ucciso da un fulmine. Si racconta che nella tormenta Lutero, terrorizzato, fece voto a Sant'Anna che se fosse sopravvissuto avrebbe preso i voti.
Il temporale passò e lo studioso mantenne la promessa due settimane più tardi.
Naturalmente, l'episodio del temporale affrettò probabilmente un'evoluzione già in corso da tempo e non fu, come si vuol troppo semplicisticamente credere, un'illuminazione improvvisa.
Ad ogni modo entrò, contro la volontà paterna, nel convento agostiniano-eremitano di Erfurt, dove pronunciò i voti nel 1506, e dove venne ordinato sacerdote il 3 Aprile 1507. La regola dell'Ordine prescriveva una sistematica lettura della Bibbia. In breve Lutero acquistò una conoscenza straordinaria della Sacra Scrittura.
In convento, inoltre, sotto la guida del frate superiore Johann Staupitz, si dedicò allo studio degli scritti di Aristotele, Sant'Agostino, Pietro Lombardo e del filosofo scolastico Gabriel Biel, commentatore del pensiero nominalista di Guglielmo di Ockham, il cui orientamento teologico era dominante presso gli agostiniani.
Nel 1508, dietro raccomandazione di Staupitz, gli venne assegnata una cattedra di filosofia morale ed etica aristotelica all'università di Wittenberg, appena fondata nel 1502 dal principe elettore Federico III di Sassonia, detto il Saggio.
Nelle sue riflessioni stava prendendo corpo la convinzione che le nostre opere non possono essere altro che peccaminose, perché la natura umana è solo peccato. Il corollario, sul piano delle fede, è che la salvezza è concessa da Dio per la sola fede e la sola grazia.
Da Wittenberg il futuro riformatore si recò nel 1510 a Roma, assieme al suo maestro Johann Nathin, per portare una lettera di protesta in merito ad una diatriba interna all'ordine agostiniano. Lutero ne approfittò per visitare la città, facendo il giro dei luoghi santi, per guadagnare, come era consuetudine, indulgenze.
La prassi delle indulgenze, nata durante le crociate, prevedeva inizialmente che chi non poteva rispondere fisicamente all'appello dei Papi per la liberazione dei luoghi santi, si concedeva la possibilità di una partecipazione mediante un contributo in denaro accompagnato da pratiche spirituali. In seguito il principio andò estendendosi ad altre opere buone. Le indulgenze si trasformarono poi in un grosso affare bancario. La concessione dell'indulgenza ai vivi e ai defunti era dilatata al massimo ed era liberata in gran parte degli obblighi spirituali riducendosi al puro versamento del denaro.
Il 31 ottobre 1517 Lutero scrisse una lettera ad Alberto di Hohenzollern Brandeburgo, arcivescovo di Magdeburgo e di Magonza, e al vescovo di Brandeburgo, Schultz, chiedendo di ritirare la "Instructio" che disciplinava la concessione delle indulgenze e di dare doverose disposizioni. La lettera era accompagnata dalle famose 95 tesi, in cui si trattava il problema dell'indulgenza.
Solo in seguito, alla mancata risposta da parte dei vescovi egli si decise di far conoscere le sue tesi dentro e fuori Wittenberg. Le 95 tesi non respingono del tutto la dottrina delle indulgenze, ma ne limitano molto l'efficacia, soprattutto sottraendola al solo atto formale dell'offerta.
Le 95 tesi, tuttavia, non sembrarono ancora un aperto invito alla ribellione (vi affiora infatti l'immagine di un Papa non informato a sufficienza degli abusi).
Nell'ottobre del 1518, però, Lutero invitava il Papa a convocare un Concilio, riconoscendo ancora implicitamente un'autorità della Chiesa superiore al Papa. Si trattava in ogni caso del famoso appello al Concilio contro il Papa, già severamente condannato da Pio II con la bolla "Execrabilis" del 1459.
L'anno seguente, il 1519, Lutero negava pure l'autorità dei Concili. La Sola Scrittura, in pratica solo la Bibbia, e non il Magistero della Chiesa, dovevano considerarsi fonte di verità, tutte considerazioni poi approfondite in alcuni celebri scritti.
Con il presentare sulla base del principio "Sola fede, sola grazia, sola Scrittura", intendendo cioè il rapporto tra Dio e l'uomo come diretto e personale, Lutero eliminava la Chiesa quale mediatrice mediante i Sacramenti. Essi, infatti, erano ridotti al solo Battesimo e alla sola Eucarestia, sia quale detentrice del magistero. Affermazioni che non potevano non provocare un enorme scandalo, che infatti diede origine alla scissione da Santa Romana Chiesa e diede il via a quell'enorme rivoluzione culturale che va sotto il nome di Protestantesimo.
I capisaldi della dottrina luterana possono essere così sintetizzati:
Salvezza per sola fede: la salvezza non si ottiene a causa delle buone azioni; si ottiene solamente avendo fede in Dio, che può salvare chiunque Egli voglia.
Sufficienza delle 'Sacre Scritture': per comprendere le 'Sacre Scritture' non occorre la mediazione di concili o di papi; ciò che è necessario e sufficiente è la grazia divina e una conoscenza completa ed esatta di esse.
Libero esame delle 'Sacre Scritture': chiunque, illuminato da Dio, può sviluppare una conoscenza completa ed esatta delle 'Scritture'.
Sacerdozio universale: per ricevere la grazia divina non occorre la mediazione di un clero istituzionalizzato: tra l'uomo e Dio c'è un contatto diretto.
predestinazione del bene e del male
negazione dell'infallibilità papale
l'uomo compie azioni pie poiché è giustificato dalla grazia di Dio: non è giustificato a causa delle sue azioni pie.
i sacramenti sono ridotti al battesimo e all'eucarestia, gli unici, secondo Lutero, ad essere menzionati nella Sacra Scrittura. Essi tuttavia sono validi solo se c'è l' intenzione soggettiva del fedele, quindi perdono il loro valore oggettivo. Inoltre Lutero ritiene che nell'eucarestia vi sia la consustanziazione non la transustanziazione.
Dopo aver sconvolto con la sua Riforma l'Europa e l'equilibrio fra gli Stati, Lutero muore a Eisleben, sua città natale, il 18 febbraio 1546.
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