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martedì 17 febbraio 2026

#AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 17 febbraio.
Il 17 febbraio 1600 a Roma, presso Campo De' Fiori, veniva mandato a morte per eresia Giordano Bruno, legato nudo a un palo e arso vivo nella piazza.
Giordano Bruno nacque a Nola, presso Napoli, nel 1548, da una famiglia di modeste condizioni. Il padre Giovanni era un militare di professione e la madre Fraulissa Savolino apparteneva ad una famiglia di piccoli proprietari terrieri. Gli fu imposto il nome di battesimo di Filippo. Compì i primi studi nella città natale, da lui molto amata e spesso ricordata anche nei lavori più tardi, ma nel 1562 si trasferì a Napoli dove frequentò gli studi superiori e seguì lezioni private e pubbliche di dialettica, logica e mnemotecnica presso l’Università. Nel giugno 1565 decise di intraprendere la carriera ecclesiastica ed entrò, col nome di Giordano, nell’ordine domenicano dei predicatori nel convento di S. Domenico Maggiore. Si fa rilevare come l’età di 17 anni sia da considerare piuttosto elevata, nel contesto, per decisioni del genere. Nel convento cominciò subito a manifestarsi il contrasto tra la sua personalità inquieta, dotata di viva intelligenza e voglia di conoscere e la necessità di sottostare alle rigorose regole di un ordine religioso: dopo circa un anno era già accusato di disprezzare il culto di Maria e dei Santi e corse il rischio di essere sottoposto a provvedimento disciplinare. Percorse peraltro rapidamente i vari gradi della carriera: suddiacono nel 1570, diacono nel 1571, sacerdote nel 1572 (celebrò la sua prima messa nella chiesa del convento di S. Bartolomeo in Campagna ), dottore in teologia nel 1575. Ma contemporaneamente allo studio serio e profondo dell’opera di S. Tommaso non rinunciò a leggere scritti di Erasmo da Rotterdam, rigorosamente proibiti e la cui scoperta causò l’apertura di un processo locale a suo carico, nel corso del quale emersero anche accuse di dubbi circa il dogma trinitario. Era il 1576 e l’Inquisizione aveva ormai da tempo dato clamorosi esempi di rigore e di efficienza per cui il B., temendo per la gravità delle accuse, fuggì da Napoli abbandonando l’abito ecclesiastico.
Ebbe così inizio la serie incredibile delle sue peregrinazioni, durante le quali si mantenne impartendo lezioni in varie discipline (geometria, astronomia, mnemotecnica, filosofia, etc.).Nell’arco di due anni (1577-1578) soggiornò a Noli, a Savona, a Torino, a Venezia e a Padova dove, su suggerimento di alcuni fratelli domenicani e pur in mancanza di una formale reintegrazione nell’ordine, rivestì l’abito. Dopo brevi soste a Bergamo e a Brescia, alla fine del 1578 si diresse verso Lione ma, giunto presso il convento domenicano di Chambery, fu sconsigliato di fermarsi in quella città di confine con i paesi riformati e soggetta a particolari controlli, per cui decise di recarsi nella non lontana Ginevra, la capitale del calvinismo.
Qui venne accolto da Gian Galeazzo Caracciolo marchese di Vico, esule dall’Italia e fondatore della locale comunità evangelica italiana. Deposto di nuovo l’abito e dopo una esperienza di "correttore di prime stampe" presso una tipografia, il B. aderì formalmente al calvinismo e fu immatricolato come docente nella locale università (maggio 1579). Già nell’agosto però, avendo pubblicato un libretto in cui stigmatizzava il titolare della cattedra di filosofia evidenziando ben venti errori nei quali costui sarebbe incorso in una sola lezione, fu accusato di diffamazione e quindi arrestato, processato e convinto a pentirsi sotto pena di scomunica. Il B. ammise la sua colpevolezza ma dovette lasciare Ginevra, non senza conservare in sé un forte risentimento. Quasi per reazione si recò allora a Tolosa, in quegli anni baluardo dell’ortodossia cattolica nella Francia meridionale, dove cercò, senza ottenerla, l’assoluzione presso un confessore gesuita,  ma poté comunque ottenere un posto di lettore di filosofia nella locale università e per due anni circa commentò il "De anima" di Aristotele. Nel 1581 lasciò anche Tolosa, dove si profilava una recrudescenza delle lotte religiose tra cattolici e ugonotti e si recò a Parigi dove tenne, in qualità di "lettore straordinario" (quelli "ordinari" erano tenuti a frequentare la messa, cosa a lui interdetta come apostata e scomunicato) un corso in trenta lezioni sugli attributi divini in Tommaso d'Aquino. La notizia del successo del corso pervenne al re Enrico III al quale B. dedicò subito dopo (1582) il suo "De umbris idearum" con l’annessa "Ars memoriae" ottenendo la nomina a "lettore straordinario e provvisionato". L’appartenenza al gruppo dei "lecteurs royaux" gli consentiva una certa autonomia anche nei confronti della Sorbona, della quale non mancò di criticare il conformismo aristotelico. E’ questo un periodo di grande fecondità nella produzione filosofica e letteraria del B., che pubblica in breve successione il "Cantus circaeus", il "De compendiosa architectura et complemento artis Lullii" e "Il Candelaio". Con il favore del re divenne "gentilomo" (ma ben presto apprezzato amico) dell’ambasciatore di Francia in Inghilterra Michel de Castelnau, che raggiunse a Londra nell'aprile del 1583, e grazie al quale frequentò la corte della "diva" Elisabetta. Continuò qui a pubblicare opere importanti: "Ars reminiscendi", "Explicatio triginta sigillorum" e "Sigillus sigillorum" in unico volume e subito dopo la "Cena delle ceneri", il "De la causa, principio et uno", il "De infinito, universo et mondi" e lo "Spaccio della bestia trionfante". Nell’anno seguente, sempre a Londra, diede alle stampe "La cabala del cavallo pegaseo" e il "Degli eroici furori". Quest'ultima opera, al pari dello Spaccio, è dedicata a sir Philip Sidney, nipote di Robert Dudley conte di Leicester. Alcuni di questi testi risentono di polemiche con l’Università di Oxford e con una parte dell’aristocrazia inglese. Venuto a contatto con la famosa università oxoniana, sospinto dall’irruenza del suo carattere, durante un dibattito mise in difficoltà, senza troppi riguardi, uno stimato docente: John Underhill, e restò così inviso a una parte dei suoi colleghi che non mancarono di manifestare in seguito la loro animosità. Ottenuto infatti, dopo alcuni mesi, l’incarico di tenere una serie di conferenze in latino sulla cosmologia, nelle quali difese tra l'altro le teorie di Niccolò Copernico sul movimento della terra, fu accusato di aver plagiato alcune opere di Marsilio Ficino e costretto a interrompere le lezioni. Ma al di là dei risentimenti personali, confliggevano con la temperie culturale e religiosa inglese del tempo alcune idee di fondo del B., quali appunto la sua cosmologia ed il suo antiaristotelismo. L’episodio del giorno delle ceneri del 1584 (14 febbraio) è significativo: il B. era stato invitato dal nobile inglese Sir Fulke Greville ad esporre le sue idee sull’universo. Due dottori di Oxford presenti, anziché opporre argomento ad argomento, provocarono un acceso diverbio ed usarono espressioni che il B. ritenne offensive tanto da indurlo a licenziarsi dall’ospite. Da questo fatto nacque "La cena delle ceneri" che contiene acute e non sempre diplomatiche osservazioni sulla realtà inglese contemporanea, attenuate poi, anche per la reazione di alcuni che si sentivano ingiustamente coinvolti in tali giudizi, nel successivo "De la causa, principio et uno". Nei due dialoghi italiani, Bruno contrasta la cosmologia geocentrica di stampo aristotelico-tolemaico, ma supera anche le concezioni di Copernico, integrandole con la speculazione del "divino Cusano". Sulla scia della filosofia cusaniana, infatti, il Nolano immagina un cosmo animato, infinito, immutabile, all'interno del quale si agitano infiniti mondi simili al nostro. Tornato in Francia a seguito del rientro del Castelnau, il B. si occupò di una recente scoperta di Fabrizio Mordente, il compasso differenziale, per presentare la quale scrisse - su invito dell’inventore - una prefazione in latino nella cui stesura prevalevano talmente le applicazioni che il B. faceva dello strumento per avvalorare le sue tesi filosofiche sul limite fisico della divisibilità, da oscurare o ridurre a un fatto "meccanico" l’invenzione. Offeso, il Mordente si affrettò a comprare tutte le copie disponibili e le distrusse. Bruno rinfocolò la polemica pubblicando un dialogo dal titolo e dal tono sarcastico "Idiota triumphans seu de Mordentio inter geometras deo" che indirettamente rese più difficile la sua permanenza a Parigi, essendo il Mordente un cattolico ligio alla fazione del duca di Guisa, che di li a poco avrebbe raggiunto il massimo della sua parabola ascendente, mentre il B. ribadiva la sua fedeltà ad Enrico III. Reazioni negative suscitarono di li a poco a Cambrai le tesi fortemente antiaristoteliche contenute nell’opuscolo "Centum et viginti articuli de natura ed mundo adversos peripateticos" discusse a nome del maestro dal suo discepolo J. Hennequin. L’intervento critico di un giovane avvocato che B. sapeva appartenere alla sua stessa parte politica, convinsero il filosofo nolano che la permanenza a Parigi non era ulteriormente possibile. Di nuovo ramingo per l’Europa, il B. approda nel giugno 1586 a Wittemberg, in Germania, dove insegna per due anni nella locale università come "doctor italus", al termine dei quali si congeda (anche per il prevalere in città della parte calvinista) con una "Oratio valedictoria" con la quale ringrazia l’università per averlo accolto senza pregiudizi religiosi. L’orazione contiene anche un caloroso elogio di Martin Lutero per il suo coraggio nell’opporsi allo strapotere della Chiesa di Roma che ha grande valore come difesa della libertà religiosa ma non rinnega i convincimenti critici del B. circa la dottrina luterana rilevabili in altre opere (specialmente "Cabala" e "Spaccio"). Gli "eroici furori" sembravano al B. incompatibili con la paolina teologia della croce.
Dopo un breve soggiorno nella Praga di Rodolfo II, cui dedicò gli "Articuli adversos mathematicos", alla fine del 1588 si reca a Helmstedt dove, per poter insegnare nella locale "Accademia Iulia" aderisce al luteranesimo. Ma i problemi di fondo rimangono: dopo nemmeno un anno è scomunicato dal locale pastore Gilbert Voet per motivi non ben chiariti e che il B. sostiene fossero di natura privata. E’ in questa città comunque che vennero pubblicate gran parte delle opere c.d. "magiche": "De magia , De magia mathematica", "Theses de magia", ecc. Il 2 giugno 1590 il B. giunge a Francoforte dove chiede ma non ottiene il permesso di soggiorno e rimane precariamente ospitato in un convento di carmelitani. Pubblicati tre poemi latini (De triplice minimo, De monade, De innumerabilis) e dopo alcuni mesi di permanenza a Zurigo dove tiene lezioni di filosofia, torna a Francoforte dove nella primavera del 1591 viene raggiunto da due lettere del nobile veneziano Giovanni Mocenigo che lo invitano a Venezia per insegnargli l’arte della memoria. I motivi per i quali B. si decise ad accettare l’invito, con tutti i rischi connessi ad un rientro in Italia, sono tuttora dibattuti tra gli studiosi. Probabilmente a ragione, Michele Ciliberto è convinto che convergessero in questa scelta una pluralità di cause. Scomunicato dalle chiese riformate non meno che dalla cattolica, in rotta con gli ambienti puritani e con la fazione allora dominante in Francia, era isolato e indesiderato a livello europeo. Aveva fiducia nella tradizionale autonomia della Repubblica veneta (dove di fatto sopravvivevano circoli aristocratici orientati in senso "liberale") rispetto al Papa, ed aspirava alla cattedra di matematica dell’università Galileo Galilei di Padova, allora vacante, che sarà poi di Galileo Galilei. A queste considerazioni, peraltro, il Ciliberto ne aggiunge un’altra, direttamente connessa con gli ultimi raggiungimenti della filosofia del nolano: una sorta di forte autocoscienza, di vocazione in senso riformatore, quasi si sentisse un "Mercurio mandato dagli dei" per diradare le tenebre del presente. Una cosa, rileva ancora Ciliberto, B. non aveva previsto: "che razza di uomo fosse il Mocenigo" (Giordano Bruno, cit. pagg. 259 sgg.). Comunque sia, a fine marzo 1592 l’inquieto pellegrino giunge in casa Mocenigo a Venezia. Dopo alcuni mesi il patrizio veneziano, forse insoddisfatto nella sua aspettativa di mirabolanti tecniche magico-mnemoniche, forse anche indispettito per il carattere indipendente del B. che mal si adattava alla condizione di "famiglio", specialmente di una persona così insipiente (egli si apprestava tra l’altro ad andare a Francoforte per far stampare libri e continuava a sperare in una cattedra a Padova), contravvenendo alle più elementari regole dell’ospitalità, rinchiuse B. nelle sue stanze e lo denunciò alla locale Inquisizione asserendo di averlo sentito profferire bestemmie e frasi eretiche. Dopo un paio di mesi peraltro il processo, subito iniziato, si presentava in modo abbastanza favorevole al B., che si era difeso sostenendo di aver formulato ipotesi filosofiche e non teologiche e che per quanto riguardava le cose di fede si rimetteva pienamente alla dottrina della Chiesa chiedendo perdono per qualche frase sconsiderata che potesse aver pronunciato. Ebbe inoltre attestazioni favorevoli o per lo meno non ostili da parte di diversi testimoni del patriziato veneto. Quando tutto faceva sperare in una prossima assoluzione, giunse improvvisamente da Roma la richiesta del trasferimento del processo al tribunale centrale del S. Uffizio. La prima risposta del senato, geloso custode dell’autonomia della Serenissima, fu negativa, ma dietro le insistenze vaticane, nella considerazione che l’inquisito non era cittadino veneziano e che il suo processo era iniziato prima del suo arrivo nella città lagunare (ci si riferiva ai fatti del 1575) giunse alla fine il nulla-osta e nel febbraio 1593 il gran peregrinare del B. terminò in una cella del nuovo palazzo del S. Uffizio, fatto costruire da Pio V nei pressi di Porta Cavalleggeri. Del processo, che si protrasse per ben sei anni e durante il quale per una volta almeno si ricorse con ogni probabilità alla tortura, ci rimane una "sommario", ritrovato stranamente nell’archivio personale di Pio IX e pubblicato da A. Mercati nel 1942. Si tratta quasi certamente di una sintesi compilata ad uso dei giudici, per consentire loro una visione d’insieme che non era facile avere nella gran congerie dei documenti originali. Un fondamentale studio di questo estratto è contenuto nel libro di L. Firpo "Il processo di Giordano Bruno", Napoli, 1949, al quale si rinvia per i particolari drammatici e significativi dell’intricato procedimento che, oltre a fornire numerosi dati sulla vita del B., mostra il progressivo sgretolamento della sua tesi difensiva della separatezza tra il piano filosofico (sul quale, soltanto, lui asseriva di aver speculato) e quello teologico, che non gli interessava. Decisivo al riguardo fu l'ingresso nel tribunale nel 1597 del teologo gesuita Roberto Bellarmino, chiamato ad esaminare gli atti processuali e soprattutto le opere a stampa per enuclearne il contenuto eterodosso. Quando il nolano, che pure durante il processo aveva cercato di dissimulare, attenuare e talvolta anche accettato di ripudiare talune sue posizioni in più aperto conflitto con la dottrina cattolica si trovò di fronte alla necessità - per salvarsi - di rifiutare in blocco le sue idee, giudicate radicalmente incompatibili con l’ortodossia cristiana, si irrigidì in un fermo e sprezzante rifiuto e fu la fine. Il 20 gennaio 1600 Clemente VIII, considerando ormai provate le accuse e rifiutando la richiesta di ulteriore tortura avanzata dai cardinali, ordinò che l’imputato, "eretico impenitente", pertinace , ostinato", fosse consegnato al braccio secolare. Ciò significava, nonostante la presenza nella sentenza della solita ipocrita formula che invocava la clemenza del Governatore, la morte per rogo. L’8 febbraio la sentenza fu letta nella casa del Card. Madruzzo e fu allora che il B., come riferisce un attendibile testimone oculare (lo Schopp) rivolto ai giudici pronunciò la famosa frase "Forse avete più paura voi che emanate questa sentenza che io che la ricevo" (trad. dal latino). Il successivo giovedi 17 febbraio 1600 - anno santo - venne condotto a Campo de’ Fiori con la lingua in giova" cioè con una mordacchia che gli impediva di parlare e qui, spogliato nudo e legato a un palo venne bruciato vivo ostentatamente distogliendo lo sguardo da un crocefisso, del quale stava condividendo la sorte ma che gli volevano far apparire come carnefice. Aveva messo in pratica e purtroppo sperimentato sulla sua pelle una considerazione di molti anni prima e cioè che "dove importa l’onore, l’utilità pubblica, la dignità e perfezione del proprio essere, la cura delle divine leggi e naturali, ivi non ti smuovi per terrori che minacciano morte".
A distanza di 400 anni, il 18 febbraio 2000 il papa Giovanni Paolo II, tramite una lettera del suo segretario di Stato Sodano inviata ad un convegno che si svolse a Napoli, espresse profondo rammarico per la morte atroce di Giordano Bruno, non riabilitandone la dottrina: la morte di Giordano Bruno "costituisce oggi per la Chiesa un motivo di profondo rammarico". Tuttavia, "questo triste episodio della storia cristiana moderna" non consente la riabilitazione dell'opera del filosofo nolano arso vivo come eretico, perché "il cammino del suo pensiero lo condusse a scelte intellettuali che progressivamente si rivelarono, su alcuni punti decisivi, incompatibili con la dottrina cristiana".

sabato 18 ottobre 2025

#AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi


 Buongiorno, oggi è il 18 ottobre.

La notte del 18 ottobre 1534, i protestanti francesi pubblicarono proclami contro la Messa in varie parti del paese e persino sulla porta della stanza di Francesco I ad Amboise.

Fu la prima manifestazione di ostilità tra protestanti e cattolici in Francia. Venticinque anni dopo, condusse alle guerre di religione…

Nata in Germania circa quindici anni prima, la Riforma luterana era entrata lentamente in Francia. Nel 1522, un monaco francese scomunicato si  sposò a Wittenberg, la "Roma" della nuova religione. Altri chierici seguirono le sue orme e formarono la nuova dottrina che tornarono a insegnare in Francia.

Contro questi eretici, i teologi della Sorbona e del Parlamento adottarono una vecchia ricetta, usata anche contro la stregoneria: la pira.

Il primo a pagare il prezzo, l'8 agosto 1523, di fronte a Notre-Dame de Paris, fu un ex monaco di Livry-en-Aulnois (ora Livry-Gargan), Jean Vallière. A Meaux, a est di Parigi, Jean Leclerc, un ex cardatore di lana, fu torturato e ucciso il 29 luglio 1525. Ma la maggior parte dei processi per eresia ebbero un esito meno tragico.

La notte del 10 giugno 1528, la mutilazione di una statua della Vergine (i protestanti sfidarono il culto rivolto alla madre di Cristo) commosse i parigini e il re. Francesco I stesso condusse una processione di espiazione. Il passare degli anni ammorbidì gli animi, ma inaspettatamente  il "caso dei manifesti", che minava l'istituzione ecclesiastica e, di conseguenza, la monarchia per diritto divino, riportò a una recrudescenza dei malumori.

Questi manifesti furono scritti da Antoine Marcourt, un pastore di Neuchàtel, Svizzera, un seguace di Ewingli, e stampati nella stessa città.

Su di essi era scritto: "Veri articoli sugli orribili, grandi e insopportabili abusi della Messa papista, inventati direttamente contro la Santa Cena di Nostro Signore, l'unico mediatore e salvatore Gesù Cristo".

I manifesti insultavano la religione cattolica, il suo clero e i suoi riti in termini così offensivi che anche i protestanti li disapprovarono. Così denunciavano la Messa: "Non dobbiamo ripetere il sacrificio di Cristo" e il dogma dell'Eucaristia che afferma la presenza reale del corpo di Cristo nell'ospite consacrato: "Non può essere che un uomo di venti o trent'anni sia nascosto in un pezzo di pasta".

Non è il re stesso "re per grazia di Dio", l'unico laico autorizzato alla comunione con pane e vino, al momento dell'incoronazione? L'idea che tutti i seguaci di Lutero si permettano la comunione contribuì ad accrescere la sua rabbia.

Per rappresaglia, il re giurò di reprimere i "mali della fede". Emise un bando che prometteva 200 scudi  a chiunque avesse denunciato gli autori dei manifesti: gli arresti si moltiplicarono.

Il 13 novembre fu bruciato un primo eretico. Il 13 gennaio 1535, il Parlamento di Parigi creò una commissione speciale, la "camera ardente" per rintracciare libri sediziosi. Un editto reale vietò la stampa e chiuse le librerie. Fu il primo atto di censura dall'invenzione della macchina da stampa.

Infine, il 21 gennaio 1535, un giorno di solenne espiazione terminò con la morte sul rogo di sei nuovi eretici protestanti. La sera stessa, il re dichiarò davanti a un'assemblea di notabili: "Se il mio braccio fosse stato infettato da tale marciume, lo avrei separato dal mio corpo".

Il giurista Jean Calvin, padre del Calvinismo, che viveva a Nérac, sotto la protezione della sorella del re, Margherita di Navarra, si vide improvvisamente in pericolo. Preferì rifugiarsi a Basilea, dove pubblicò L'Istituzione della Religione Cristiana nel tentativo di convincere il re dei meriti della Riforma.

A quel punto, la rabbia del re svanì, specialmente sotto l'influenza di sua sorella, che era vicina ai circoli protestanti. Il 29 luglio 1535, mentre rafforzava la sua alleanza con i principi protestanti di Germania contro il suo rivale Carlo V, pubblicò l'editto di Coucy, che emise un'amnistia generale.

Un nuovo colpo di scena si ebbe con un editto pubblicato a Fontainebleau nel 1541, che ordinò agli inquisitori di riprendere la caccia agli eretici. Nel 1546, il parroco di Meaux, fratello del martire Jean Leclerc, fu arrestato e condotto al rogo insieme ad altri tredici fedeli.

Tra il 15 e il 20 aprile 1545, Francesco I acconsentì al massacro di 3000 Valdesi che vivevano nel sud della Francia. Circa 20 villaggi furono devastati, su ordine del parlamento di Aix. 600 sopravvissuti vennero inviati nelle galere.

Questa azione offuscò gli ultimi anni del re, che morì due anni dopo con, si dice, un forte rammarico per questa decisione.

La scomparsa di Francesco I fu seguita da una breve tregua, ma l'intolleranza religiosa riacquistò il sopravvento dopo la morte del suo successore Enrico II e portò alle guerre di religione.

mercoledì 17 gennaio 2024

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 17 gennaio.
Il 17 gennaio 1562 l'editto di Saint Germain concede alcuni diritti agli ugonotti di  Francia.
Fu soprattutto in Francia dove si giocò una partita senza esclusione di colpi tra calvinisti e cattolicesimo. Benché l'inizio della diffusione della Riforma in Francia avesse prevalentemente un indirizzo luterano, in seguito fu il calvinismo a prendere il sopravvento finché, intorno al 1560, i regnanti francesi incominciarono a preoccuparsi della diffusione del nuovo credo: alla fine del 1561 vi erano più di 670 chiese calviniste in Francia. I protestanti francesi, oramai un quarto della popolazione, si denominavano ugonotti (dal tedesco eidgenosse = confederato) e avevano posto le basi per un vero e proprio partito ugonotto, che, raccogliendo le richieste borghesi, faceva opposizione alla politica del re.
Già nel 1534 l'affissione di manifesti (placards) protestanti contro la Messa, posti perfino sulla porta della stanza da letto del re Francesco I (1515-1547), aveva provocato una violenta campagna anti-protestante. In quel periodo la reazione cattolica aveva portato sul rogo diversi protestanti, tra cui il noto uomo d'affari Étienne de la Forge, e lo stesso Calvino, di passaggio nella capitale francese in quel momento, riuscì, un po' avventurosamente, a scappare dalla Francia per recarsi nel gennaio 1535 a Basilea. Nel 1559 morì il re Enrico II (1547-1559), persecutore degli ugonotti, e nel 1561 la vedova Caterina de Medici cercò di organizzare una riunione, senza risultato utile, a Poissy tra i teologi cattolici e quelli protestanti, cui partecipò il noto teologo di Ginevra Théodore de Béze.
Nonostante i protestanti fossero finalmente riusciti ad ottenere un primo riconoscimento dei loro diritti nell'Editto di Saint-Germain del 1562, proprio da quell'anno scoppiò una guerra civile senza quartiere tra le fazioni ugonotte, guidate da Luigi di Navarra, principe di Condé (catturato e ucciso nel 1569), e i cattolici, guidati dai Duchi di Guisa. Il pretesto fu uno scontro tra le opposte fazioni il 1 marzo 1562 a Vassy, nella Champagne, dove la scorta armata dei Guisa attaccò un gruppo di protestanti riuniti per una funzione religiosa, uccidendone 48. Dopo otto anni di dura lotta, contraddistinta da atrocità da una parte e dall'altra, nel 1570 i cattolici giunsero ad una fragile pace a Saint-Germain con i protestanti guidati dall'ammiraglio Gaspard de Coligny (1519-1572), calvinista dal 1560, il cui prestigio e influenza a corte era tale da convincere la Francia ad aiutare gli olandesi nella loro lotta per la libertà contro gli spagnoli.
I cattolici tentarono diverse volte di eliminare Coligny, ma l'occasione d'oro per Caterina e i Guisa per organizzare un regolamento di conti con gli ugonotti si presentò in coincidenza del matrimonio tra Margherita di Valois, sorella del re Carlo IX (1560-1574), ed il protestante Enrico di Borbone e Navarra (il fratello del principe di Condé). Tutta la nobiltà protestante venne a Parigi per le nozze, cadendo nell'atroce trappola, che scattò nella notte del 23 agosto 1572 (la notte di San Bartolomeo), dove i cattolici scatenarono una vera e propria caccia all'uomo, uccidendo de Coligny, massacrando più di tremila protestanti a Parigi, tra cui l'umanista Pierre de la Ramée (Petrus Ramus), autore di riferimento per il Puritanesimo inglese, e quasi trentamila (secondo alcuni autori, anche oltre quarantamila) ugonotti in tutta la Francia. La guerra civile riprese, più violenta che mai, e durò fino al 1576.
Il nuovo re Enrico III (1574-1589), pressato da più parti per favorire ora i cattolici ora i protestanti, alla morte prematura nel 1584 dell'erede al trono, il fratello Duca d'Angiò, nominò suo successore il cognato protestante Enrico di Borbone, ma i cattolici, organizzati dai Guisa nella Santa Unione, o Lega, obbligarono il re a fuggire da Parigi nel maggio 1588 e lo forzarono a nominare un nuovo erede nel cardinale di Borbone. Il re si vendicò dell'umiliazione, facendo assassinare i due fratelli Duchi di Guisa nel dicembre 1588, ma fu, a sua volta, ucciso dal pugnale di un fanatico domenicano, Jacques Clément, nell'agosto 1589.
Gli successe allora proprio Enrico di Borbone, con il titolo di Enrico IV (1589-1610), ma la lega cattolica non lo riconobbe come sovrano, facendo incoronare il cardinale Carlo di Borbone con il titolo di Carlo X (1523-1590, re: 1589-1590). Enrico IV, abile politico e militare, riuscì comunque a riunificare la Francia in pochi anni. Resisteva solo la città di Parigi, roccaforte cattolica: per poter entrare nella capitale e farsi incoronare, Enrico dovette abiurare dalla propria fede riformatrice nel 1593 per convertirsi al cattolicesimo. Fu in quell'occasione che avrebbe pronunciato (ma la cosa non è storicamente accertata) la famosa frase "Parigi vale bene una messa!".
Tuttavia nell'Editto di Nantes del 1598, il re proclamò una tolleranza abbastanza ampia per i suoi ex compagni di fede, che potevano ricoprire cariche pubbliche, aprire scuole, avere un esercito e delle roccaforti di difesa e perfino godere di un contributo statale per il mantenimento dei pastori. L'editto rimase valido fino al 1685, anno in cui il re Luigi XIV (1654-1715) lo abolì, scatenando una campagna repressiva contro gli ugonotti talmente crudele che lo stesso Papa Innocenzo XI (1676-1689) criticò i metodi addottati.

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