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martedì 17 febbraio 2026

#AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 17 febbraio.
Il 17 febbraio 1600 a Roma, presso Campo De' Fiori, veniva mandato a morte per eresia Giordano Bruno, legato nudo a un palo e arso vivo nella piazza.
Giordano Bruno nacque a Nola, presso Napoli, nel 1548, da una famiglia di modeste condizioni. Il padre Giovanni era un militare di professione e la madre Fraulissa Savolino apparteneva ad una famiglia di piccoli proprietari terrieri. Gli fu imposto il nome di battesimo di Filippo. Compì i primi studi nella città natale, da lui molto amata e spesso ricordata anche nei lavori più tardi, ma nel 1562 si trasferì a Napoli dove frequentò gli studi superiori e seguì lezioni private e pubbliche di dialettica, logica e mnemotecnica presso l’Università. Nel giugno 1565 decise di intraprendere la carriera ecclesiastica ed entrò, col nome di Giordano, nell’ordine domenicano dei predicatori nel convento di S. Domenico Maggiore. Si fa rilevare come l’età di 17 anni sia da considerare piuttosto elevata, nel contesto, per decisioni del genere. Nel convento cominciò subito a manifestarsi il contrasto tra la sua personalità inquieta, dotata di viva intelligenza e voglia di conoscere e la necessità di sottostare alle rigorose regole di un ordine religioso: dopo circa un anno era già accusato di disprezzare il culto di Maria e dei Santi e corse il rischio di essere sottoposto a provvedimento disciplinare. Percorse peraltro rapidamente i vari gradi della carriera: suddiacono nel 1570, diacono nel 1571, sacerdote nel 1572 (celebrò la sua prima messa nella chiesa del convento di S. Bartolomeo in Campagna ), dottore in teologia nel 1575. Ma contemporaneamente allo studio serio e profondo dell’opera di S. Tommaso non rinunciò a leggere scritti di Erasmo da Rotterdam, rigorosamente proibiti e la cui scoperta causò l’apertura di un processo locale a suo carico, nel corso del quale emersero anche accuse di dubbi circa il dogma trinitario. Era il 1576 e l’Inquisizione aveva ormai da tempo dato clamorosi esempi di rigore e di efficienza per cui il B., temendo per la gravità delle accuse, fuggì da Napoli abbandonando l’abito ecclesiastico.
Ebbe così inizio la serie incredibile delle sue peregrinazioni, durante le quali si mantenne impartendo lezioni in varie discipline (geometria, astronomia, mnemotecnica, filosofia, etc.).Nell’arco di due anni (1577-1578) soggiornò a Noli, a Savona, a Torino, a Venezia e a Padova dove, su suggerimento di alcuni fratelli domenicani e pur in mancanza di una formale reintegrazione nell’ordine, rivestì l’abito. Dopo brevi soste a Bergamo e a Brescia, alla fine del 1578 si diresse verso Lione ma, giunto presso il convento domenicano di Chambery, fu sconsigliato di fermarsi in quella città di confine con i paesi riformati e soggetta a particolari controlli, per cui decise di recarsi nella non lontana Ginevra, la capitale del calvinismo.
Qui venne accolto da Gian Galeazzo Caracciolo marchese di Vico, esule dall’Italia e fondatore della locale comunità evangelica italiana. Deposto di nuovo l’abito e dopo una esperienza di "correttore di prime stampe" presso una tipografia, il B. aderì formalmente al calvinismo e fu immatricolato come docente nella locale università (maggio 1579). Già nell’agosto però, avendo pubblicato un libretto in cui stigmatizzava il titolare della cattedra di filosofia evidenziando ben venti errori nei quali costui sarebbe incorso in una sola lezione, fu accusato di diffamazione e quindi arrestato, processato e convinto a pentirsi sotto pena di scomunica. Il B. ammise la sua colpevolezza ma dovette lasciare Ginevra, non senza conservare in sé un forte risentimento. Quasi per reazione si recò allora a Tolosa, in quegli anni baluardo dell’ortodossia cattolica nella Francia meridionale, dove cercò, senza ottenerla, l’assoluzione presso un confessore gesuita,  ma poté comunque ottenere un posto di lettore di filosofia nella locale università e per due anni circa commentò il "De anima" di Aristotele. Nel 1581 lasciò anche Tolosa, dove si profilava una recrudescenza delle lotte religiose tra cattolici e ugonotti e si recò a Parigi dove tenne, in qualità di "lettore straordinario" (quelli "ordinari" erano tenuti a frequentare la messa, cosa a lui interdetta come apostata e scomunicato) un corso in trenta lezioni sugli attributi divini in Tommaso d'Aquino. La notizia del successo del corso pervenne al re Enrico III al quale B. dedicò subito dopo (1582) il suo "De umbris idearum" con l’annessa "Ars memoriae" ottenendo la nomina a "lettore straordinario e provvisionato". L’appartenenza al gruppo dei "lecteurs royaux" gli consentiva una certa autonomia anche nei confronti della Sorbona, della quale non mancò di criticare il conformismo aristotelico. E’ questo un periodo di grande fecondità nella produzione filosofica e letteraria del B., che pubblica in breve successione il "Cantus circaeus", il "De compendiosa architectura et complemento artis Lullii" e "Il Candelaio". Con il favore del re divenne "gentilomo" (ma ben presto apprezzato amico) dell’ambasciatore di Francia in Inghilterra Michel de Castelnau, che raggiunse a Londra nell'aprile del 1583, e grazie al quale frequentò la corte della "diva" Elisabetta. Continuò qui a pubblicare opere importanti: "Ars reminiscendi", "Explicatio triginta sigillorum" e "Sigillus sigillorum" in unico volume e subito dopo la "Cena delle ceneri", il "De la causa, principio et uno", il "De infinito, universo et mondi" e lo "Spaccio della bestia trionfante". Nell’anno seguente, sempre a Londra, diede alle stampe "La cabala del cavallo pegaseo" e il "Degli eroici furori". Quest'ultima opera, al pari dello Spaccio, è dedicata a sir Philip Sidney, nipote di Robert Dudley conte di Leicester. Alcuni di questi testi risentono di polemiche con l’Università di Oxford e con una parte dell’aristocrazia inglese. Venuto a contatto con la famosa università oxoniana, sospinto dall’irruenza del suo carattere, durante un dibattito mise in difficoltà, senza troppi riguardi, uno stimato docente: John Underhill, e restò così inviso a una parte dei suoi colleghi che non mancarono di manifestare in seguito la loro animosità. Ottenuto infatti, dopo alcuni mesi, l’incarico di tenere una serie di conferenze in latino sulla cosmologia, nelle quali difese tra l'altro le teorie di Niccolò Copernico sul movimento della terra, fu accusato di aver plagiato alcune opere di Marsilio Ficino e costretto a interrompere le lezioni. Ma al di là dei risentimenti personali, confliggevano con la temperie culturale e religiosa inglese del tempo alcune idee di fondo del B., quali appunto la sua cosmologia ed il suo antiaristotelismo. L’episodio del giorno delle ceneri del 1584 (14 febbraio) è significativo: il B. era stato invitato dal nobile inglese Sir Fulke Greville ad esporre le sue idee sull’universo. Due dottori di Oxford presenti, anziché opporre argomento ad argomento, provocarono un acceso diverbio ed usarono espressioni che il B. ritenne offensive tanto da indurlo a licenziarsi dall’ospite. Da questo fatto nacque "La cena delle ceneri" che contiene acute e non sempre diplomatiche osservazioni sulla realtà inglese contemporanea, attenuate poi, anche per la reazione di alcuni che si sentivano ingiustamente coinvolti in tali giudizi, nel successivo "De la causa, principio et uno". Nei due dialoghi italiani, Bruno contrasta la cosmologia geocentrica di stampo aristotelico-tolemaico, ma supera anche le concezioni di Copernico, integrandole con la speculazione del "divino Cusano". Sulla scia della filosofia cusaniana, infatti, il Nolano immagina un cosmo animato, infinito, immutabile, all'interno del quale si agitano infiniti mondi simili al nostro. Tornato in Francia a seguito del rientro del Castelnau, il B. si occupò di una recente scoperta di Fabrizio Mordente, il compasso differenziale, per presentare la quale scrisse - su invito dell’inventore - una prefazione in latino nella cui stesura prevalevano talmente le applicazioni che il B. faceva dello strumento per avvalorare le sue tesi filosofiche sul limite fisico della divisibilità, da oscurare o ridurre a un fatto "meccanico" l’invenzione. Offeso, il Mordente si affrettò a comprare tutte le copie disponibili e le distrusse. Bruno rinfocolò la polemica pubblicando un dialogo dal titolo e dal tono sarcastico "Idiota triumphans seu de Mordentio inter geometras deo" che indirettamente rese più difficile la sua permanenza a Parigi, essendo il Mordente un cattolico ligio alla fazione del duca di Guisa, che di li a poco avrebbe raggiunto il massimo della sua parabola ascendente, mentre il B. ribadiva la sua fedeltà ad Enrico III. Reazioni negative suscitarono di li a poco a Cambrai le tesi fortemente antiaristoteliche contenute nell’opuscolo "Centum et viginti articuli de natura ed mundo adversos peripateticos" discusse a nome del maestro dal suo discepolo J. Hennequin. L’intervento critico di un giovane avvocato che B. sapeva appartenere alla sua stessa parte politica, convinsero il filosofo nolano che la permanenza a Parigi non era ulteriormente possibile. Di nuovo ramingo per l’Europa, il B. approda nel giugno 1586 a Wittemberg, in Germania, dove insegna per due anni nella locale università come "doctor italus", al termine dei quali si congeda (anche per il prevalere in città della parte calvinista) con una "Oratio valedictoria" con la quale ringrazia l’università per averlo accolto senza pregiudizi religiosi. L’orazione contiene anche un caloroso elogio di Martin Lutero per il suo coraggio nell’opporsi allo strapotere della Chiesa di Roma che ha grande valore come difesa della libertà religiosa ma non rinnega i convincimenti critici del B. circa la dottrina luterana rilevabili in altre opere (specialmente "Cabala" e "Spaccio"). Gli "eroici furori" sembravano al B. incompatibili con la paolina teologia della croce.
Dopo un breve soggiorno nella Praga di Rodolfo II, cui dedicò gli "Articuli adversos mathematicos", alla fine del 1588 si reca a Helmstedt dove, per poter insegnare nella locale "Accademia Iulia" aderisce al luteranesimo. Ma i problemi di fondo rimangono: dopo nemmeno un anno è scomunicato dal locale pastore Gilbert Voet per motivi non ben chiariti e che il B. sostiene fossero di natura privata. E’ in questa città comunque che vennero pubblicate gran parte delle opere c.d. "magiche": "De magia , De magia mathematica", "Theses de magia", ecc. Il 2 giugno 1590 il B. giunge a Francoforte dove chiede ma non ottiene il permesso di soggiorno e rimane precariamente ospitato in un convento di carmelitani. Pubblicati tre poemi latini (De triplice minimo, De monade, De innumerabilis) e dopo alcuni mesi di permanenza a Zurigo dove tiene lezioni di filosofia, torna a Francoforte dove nella primavera del 1591 viene raggiunto da due lettere del nobile veneziano Giovanni Mocenigo che lo invitano a Venezia per insegnargli l’arte della memoria. I motivi per i quali B. si decise ad accettare l’invito, con tutti i rischi connessi ad un rientro in Italia, sono tuttora dibattuti tra gli studiosi. Probabilmente a ragione, Michele Ciliberto è convinto che convergessero in questa scelta una pluralità di cause. Scomunicato dalle chiese riformate non meno che dalla cattolica, in rotta con gli ambienti puritani e con la fazione allora dominante in Francia, era isolato e indesiderato a livello europeo. Aveva fiducia nella tradizionale autonomia della Repubblica veneta (dove di fatto sopravvivevano circoli aristocratici orientati in senso "liberale") rispetto al Papa, ed aspirava alla cattedra di matematica dell’università Galileo Galilei di Padova, allora vacante, che sarà poi di Galileo Galilei. A queste considerazioni, peraltro, il Ciliberto ne aggiunge un’altra, direttamente connessa con gli ultimi raggiungimenti della filosofia del nolano: una sorta di forte autocoscienza, di vocazione in senso riformatore, quasi si sentisse un "Mercurio mandato dagli dei" per diradare le tenebre del presente. Una cosa, rileva ancora Ciliberto, B. non aveva previsto: "che razza di uomo fosse il Mocenigo" (Giordano Bruno, cit. pagg. 259 sgg.). Comunque sia, a fine marzo 1592 l’inquieto pellegrino giunge in casa Mocenigo a Venezia. Dopo alcuni mesi il patrizio veneziano, forse insoddisfatto nella sua aspettativa di mirabolanti tecniche magico-mnemoniche, forse anche indispettito per il carattere indipendente del B. che mal si adattava alla condizione di "famiglio", specialmente di una persona così insipiente (egli si apprestava tra l’altro ad andare a Francoforte per far stampare libri e continuava a sperare in una cattedra a Padova), contravvenendo alle più elementari regole dell’ospitalità, rinchiuse B. nelle sue stanze e lo denunciò alla locale Inquisizione asserendo di averlo sentito profferire bestemmie e frasi eretiche. Dopo un paio di mesi peraltro il processo, subito iniziato, si presentava in modo abbastanza favorevole al B., che si era difeso sostenendo di aver formulato ipotesi filosofiche e non teologiche e che per quanto riguardava le cose di fede si rimetteva pienamente alla dottrina della Chiesa chiedendo perdono per qualche frase sconsiderata che potesse aver pronunciato. Ebbe inoltre attestazioni favorevoli o per lo meno non ostili da parte di diversi testimoni del patriziato veneto. Quando tutto faceva sperare in una prossima assoluzione, giunse improvvisamente da Roma la richiesta del trasferimento del processo al tribunale centrale del S. Uffizio. La prima risposta del senato, geloso custode dell’autonomia della Serenissima, fu negativa, ma dietro le insistenze vaticane, nella considerazione che l’inquisito non era cittadino veneziano e che il suo processo era iniziato prima del suo arrivo nella città lagunare (ci si riferiva ai fatti del 1575) giunse alla fine il nulla-osta e nel febbraio 1593 il gran peregrinare del B. terminò in una cella del nuovo palazzo del S. Uffizio, fatto costruire da Pio V nei pressi di Porta Cavalleggeri. Del processo, che si protrasse per ben sei anni e durante il quale per una volta almeno si ricorse con ogni probabilità alla tortura, ci rimane una "sommario", ritrovato stranamente nell’archivio personale di Pio IX e pubblicato da A. Mercati nel 1942. Si tratta quasi certamente di una sintesi compilata ad uso dei giudici, per consentire loro una visione d’insieme che non era facile avere nella gran congerie dei documenti originali. Un fondamentale studio di questo estratto è contenuto nel libro di L. Firpo "Il processo di Giordano Bruno", Napoli, 1949, al quale si rinvia per i particolari drammatici e significativi dell’intricato procedimento che, oltre a fornire numerosi dati sulla vita del B., mostra il progressivo sgretolamento della sua tesi difensiva della separatezza tra il piano filosofico (sul quale, soltanto, lui asseriva di aver speculato) e quello teologico, che non gli interessava. Decisivo al riguardo fu l'ingresso nel tribunale nel 1597 del teologo gesuita Roberto Bellarmino, chiamato ad esaminare gli atti processuali e soprattutto le opere a stampa per enuclearne il contenuto eterodosso. Quando il nolano, che pure durante il processo aveva cercato di dissimulare, attenuare e talvolta anche accettato di ripudiare talune sue posizioni in più aperto conflitto con la dottrina cattolica si trovò di fronte alla necessità - per salvarsi - di rifiutare in blocco le sue idee, giudicate radicalmente incompatibili con l’ortodossia cristiana, si irrigidì in un fermo e sprezzante rifiuto e fu la fine. Il 20 gennaio 1600 Clemente VIII, considerando ormai provate le accuse e rifiutando la richiesta di ulteriore tortura avanzata dai cardinali, ordinò che l’imputato, "eretico impenitente", pertinace , ostinato", fosse consegnato al braccio secolare. Ciò significava, nonostante la presenza nella sentenza della solita ipocrita formula che invocava la clemenza del Governatore, la morte per rogo. L’8 febbraio la sentenza fu letta nella casa del Card. Madruzzo e fu allora che il B., come riferisce un attendibile testimone oculare (lo Schopp) rivolto ai giudici pronunciò la famosa frase "Forse avete più paura voi che emanate questa sentenza che io che la ricevo" (trad. dal latino). Il successivo giovedi 17 febbraio 1600 - anno santo - venne condotto a Campo de’ Fiori con la lingua in giova" cioè con una mordacchia che gli impediva di parlare e qui, spogliato nudo e legato a un palo venne bruciato vivo ostentatamente distogliendo lo sguardo da un crocefisso, del quale stava condividendo la sorte ma che gli volevano far apparire come carnefice. Aveva messo in pratica e purtroppo sperimentato sulla sua pelle una considerazione di molti anni prima e cioè che "dove importa l’onore, l’utilità pubblica, la dignità e perfezione del proprio essere, la cura delle divine leggi e naturali, ivi non ti smuovi per terrori che minacciano morte".
A distanza di 400 anni, il 18 febbraio 2000 il papa Giovanni Paolo II, tramite una lettera del suo segretario di Stato Sodano inviata ad un convegno che si svolse a Napoli, espresse profondo rammarico per la morte atroce di Giordano Bruno, non riabilitandone la dottrina: la morte di Giordano Bruno "costituisce oggi per la Chiesa un motivo di profondo rammarico". Tuttavia, "questo triste episodio della storia cristiana moderna" non consente la riabilitazione dell'opera del filosofo nolano arso vivo come eretico, perché "il cammino del suo pensiero lo condusse a scelte intellettuali che progressivamente si rivelarono, su alcuni punti decisivi, incompatibili con la dottrina cristiana".

sabato 18 ottobre 2025

#AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi


 Buongiorno, oggi è il 18 ottobre.

La notte del 18 ottobre 1534, i protestanti francesi pubblicarono proclami contro la Messa in varie parti del paese e persino sulla porta della stanza di Francesco I ad Amboise.

Fu la prima manifestazione di ostilità tra protestanti e cattolici in Francia. Venticinque anni dopo, condusse alle guerre di religione…

Nata in Germania circa quindici anni prima, la Riforma luterana era entrata lentamente in Francia. Nel 1522, un monaco francese scomunicato si  sposò a Wittenberg, la "Roma" della nuova religione. Altri chierici seguirono le sue orme e formarono la nuova dottrina che tornarono a insegnare in Francia.

Contro questi eretici, i teologi della Sorbona e del Parlamento adottarono una vecchia ricetta, usata anche contro la stregoneria: la pira.

Il primo a pagare il prezzo, l'8 agosto 1523, di fronte a Notre-Dame de Paris, fu un ex monaco di Livry-en-Aulnois (ora Livry-Gargan), Jean Vallière. A Meaux, a est di Parigi, Jean Leclerc, un ex cardatore di lana, fu torturato e ucciso il 29 luglio 1525. Ma la maggior parte dei processi per eresia ebbero un esito meno tragico.

La notte del 10 giugno 1528, la mutilazione di una statua della Vergine (i protestanti sfidarono il culto rivolto alla madre di Cristo) commosse i parigini e il re. Francesco I stesso condusse una processione di espiazione. Il passare degli anni ammorbidì gli animi, ma inaspettatamente  il "caso dei manifesti", che minava l'istituzione ecclesiastica e, di conseguenza, la monarchia per diritto divino, riportò a una recrudescenza dei malumori.

Questi manifesti furono scritti da Antoine Marcourt, un pastore di Neuchàtel, Svizzera, un seguace di Ewingli, e stampati nella stessa città.

Su di essi era scritto: "Veri articoli sugli orribili, grandi e insopportabili abusi della Messa papista, inventati direttamente contro la Santa Cena di Nostro Signore, l'unico mediatore e salvatore Gesù Cristo".

I manifesti insultavano la religione cattolica, il suo clero e i suoi riti in termini così offensivi che anche i protestanti li disapprovarono. Così denunciavano la Messa: "Non dobbiamo ripetere il sacrificio di Cristo" e il dogma dell'Eucaristia che afferma la presenza reale del corpo di Cristo nell'ospite consacrato: "Non può essere che un uomo di venti o trent'anni sia nascosto in un pezzo di pasta".

Non è il re stesso "re per grazia di Dio", l'unico laico autorizzato alla comunione con pane e vino, al momento dell'incoronazione? L'idea che tutti i seguaci di Lutero si permettano la comunione contribuì ad accrescere la sua rabbia.

Per rappresaglia, il re giurò di reprimere i "mali della fede". Emise un bando che prometteva 200 scudi  a chiunque avesse denunciato gli autori dei manifesti: gli arresti si moltiplicarono.

Il 13 novembre fu bruciato un primo eretico. Il 13 gennaio 1535, il Parlamento di Parigi creò una commissione speciale, la "camera ardente" per rintracciare libri sediziosi. Un editto reale vietò la stampa e chiuse le librerie. Fu il primo atto di censura dall'invenzione della macchina da stampa.

Infine, il 21 gennaio 1535, un giorno di solenne espiazione terminò con la morte sul rogo di sei nuovi eretici protestanti. La sera stessa, il re dichiarò davanti a un'assemblea di notabili: "Se il mio braccio fosse stato infettato da tale marciume, lo avrei separato dal mio corpo".

Il giurista Jean Calvin, padre del Calvinismo, che viveva a Nérac, sotto la protezione della sorella del re, Margherita di Navarra, si vide improvvisamente in pericolo. Preferì rifugiarsi a Basilea, dove pubblicò L'Istituzione della Religione Cristiana nel tentativo di convincere il re dei meriti della Riforma.

A quel punto, la rabbia del re svanì, specialmente sotto l'influenza di sua sorella, che era vicina ai circoli protestanti. Il 29 luglio 1535, mentre rafforzava la sua alleanza con i principi protestanti di Germania contro il suo rivale Carlo V, pubblicò l'editto di Coucy, che emise un'amnistia generale.

Un nuovo colpo di scena si ebbe con un editto pubblicato a Fontainebleau nel 1541, che ordinò agli inquisitori di riprendere la caccia agli eretici. Nel 1546, il parroco di Meaux, fratello del martire Jean Leclerc, fu arrestato e condotto al rogo insieme ad altri tredici fedeli.

Tra il 15 e il 20 aprile 1545, Francesco I acconsentì al massacro di 3000 Valdesi che vivevano nel sud della Francia. Circa 20 villaggi furono devastati, su ordine del parlamento di Aix. 600 sopravvissuti vennero inviati nelle galere.

Questa azione offuscò gli ultimi anni del re, che morì due anni dopo con, si dice, un forte rammarico per questa decisione.

La scomparsa di Francesco I fu seguita da una breve tregua, ma l'intolleranza religiosa riacquistò il sopravvento dopo la morte del suo successore Enrico II e portò alle guerre di religione.

giovedì 1 giugno 2023

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il primo giugno.
Il primo giugno 1307 Fra Dolcino muore sul rogo, accusato di eresia dall'Inquisizione.
Tutto era cominciato con il Concilio di Lione (1274), che ereticizzava il dissenso, introduceva l’Inquisizione, imponeva una teologia di carattere teocratico che non poteva che scontrarsi con altre ed opposte istanze pure presenti da gran tempo tra il “popolo di Dio” e nella stessa Chiesa gerarchica.
La frattura prodotta da questo Concilio fu di portata storica: basti pensare che esso pose le basi per una successiva identificazione tra “eresia” e “magia - stregoneria”, dei cui frutti avvelenati patirà l’intera Europa con roghi isolati, dapprima, e con la caccia a streghe e stregoni poi e per lungo tempo (XV-XVII secolo).
Dolcino fu dapprima seguace e poi erede spirituale di Gherardino Segalello da Parma, passato alla storia per la penna non propriamente a lui favorevole di Salimbene de Adam. Gherardino aveva dato vita agli Apostolici, un movimento di penitenza e di ritorno alle origini dell’uguaglianza cristiana e della più stretta povertà francescana.
Mal gliene incolse, perché, dopo il carcere duro e la successiva condanna a quello perpetuo, fu mandato a morte il 18 luglio del 1300, e a nulla gli valse la protezione del vescovo di Parma, Obizzo Sanvitali, che aveva cercato di proteggerlo ricorrendo all’espediente di farlo passare per “ydiota”, come potevano suggerire i comportamenti giullareschi di Gherardino, in tutto imitatore di Francesco, il secondo Cristo.
Dolcino Torielli (o Tornielli) nacque, intorno al 1250/1260, probabilmente a Prato Sesia (Novara) e si dice fosse il figlio illegittimo di un prete spretato. Crebbe a Vercelli educato dal maestro Sion. In gioventù fu probabilmente un francescano o perlomeno compì degli studi regolari, perché mostrò sempre una certa cultura e una buona conoscenza del latino e delle Sacre Scritture.
Nel 1290 entrò nel movimento degli apostolici di Gherardo Segarelli, ma per diversi anni non si fece particolarmente notare.
Il cambiamento avvenne nel 1300 dopo la morte sul rogo del Segarelli: la repressione da parte della Chiesa cattolica fu molto brutale e lo stesso Dolcino riparò per qualche tempo in Dalmazia. Da qui scrisse la prima delle sue lettere a tutti i seguaci del movimento, presentando la sua idea sullo sviluppo delle ere della Storia rielaborando le ben note teorie di Gioacchino da Fiore. Il concetto e semplice ed interessante: la setta degli Apostolici è totalmente spirituale, non vi sono vincoli esteriori. E' uno strumento di Dio per salvare le anime. I "cattivi" per Dolcino sono i preti ed i frati francescani e domenicani. Nell'interminabile lettera scritta da Dolcino si afferma che il quarto ed ultimo Stato della Chiesa è stato annunciato da segni inequivocabili. Tutti i religiosi (frati ed ecclesiastici) verranno sterminati da Federico d'Aragona, re di Sicilia; Bonifacio VIII sarà assassinato ed al suo posto andrà un Papa eletto da Dio ed allora tornerà la pace tra i Cristiani. Sempre all'interno della lettera sono elencati i sette angeli dell'Apocalisse (L'angelo di Efaso fu S. Benedetto; L'angelo di Pergamo fu S. Silvestro; L'angelo di Sardi fu S. Francesco; L'angelo di Laodicea fu S. Domenico, che aveva fondato l'ordine antieretico dei Domenicani; L'angelo di Smirne fu Gerardo; L'angelo di Tiatira fu Fra Dolcino; L'angelo di Filadelfia sarebbe stato un Papa successore di Bonifacio VIII).
Ben presto Dolcino fu nominato capo del movimento degli apostolici e nei primi mesi del 1303, egli trasferì il movimento sulle montagne del Trentino, vicino ad Arco sul Lago di Garda, dove conobbe Margherita di Trento, figlia della contessa Oderica di Arco ed educanda in un convento. La fanciulla sarebbe diventata la futura compagna di Dolcino, nella vita e nella morte.
La rigorosa coerenza nell'essere sempre aderente con l'azione da lui predicata, in tempi in cui questo esercizio - stando a quanto racconta la storia - era disatteso in primis proprio dai grandi prelati, fece sì che il seguito che raccolse durante l'incessante peregrinare in alta Italia (ben presto tramutatosi in vera e propria fuga dalle autorità) aumentasse giorno dopo giorno.
Come sempre avveniva in casi simili, molti - avvinti dalla sincerità e coerenza del predicatore di passaggio - decidevano di seguirlo, finendo anche per vendere ciò che possedevano per versare il ricavato nelle casse del trascinatore.
Perseguitato dalla Chiesa corrotta trovò sostegno e rifugio in svariati luoghi dell'Italia settentrionale, dove continuò a predicare le sue convinzioni. Gli inquisitori avevano ormai istituito numerosi processi contro Dolcino ed i suoi seguaci.
Dolcino non dovette scappare da Vercelli per via dei furti come viene spesso scritto, ma per ragioni politiche. L'instaurazione guelfa aveva appunto fatto scappare le famiglie ghibelline. Da Arco, Dolcino scrisse la seconda delle sue lettere agli apostolici dove pubblicò anche il numero di seguaci in Italia, oltre quattromila fratelli e sorelle, con i nomi degli esponenti di maggior rilievo. Ribadiva la sua profezia di sterminio di preti e monaci ad opera di Federico re di Sicilia e che nel 1305 avrebbe ottenuto giustizia e pace tra i Cristiani. Purtroppo però il suo gruppo era ormai alle strette. Dolcino pensò così di trovare rifugio tra le montagne dove trascorse la sua giovinezza. Pensava di potersi difendere, attendendo che le sue profezie si fossero avverate.
Tuttavia poiché la lunga mano dell'Inquisizione era giunta fino in Trentino con il rogo di tre apostolici, Dolcino decise nel 1304, per organizzare meglio la resistenza, di guidare i suoi seguaci (ben tremila persone) con una epica marcia attraverso le montagne lombarde fino in Val Sesia, la sua terra natia. Si dice che il nome di Campodolcino, un paese vicino a Chiavenna, sia una diretta testimonianza di questo esodo di massa dei dolciniani.
In Val Sesia i dolciniani si insediarono dapprima nella parte bassa della valle tra Gattinara e Serravalle, in località Piano di Cordova, nel feudo dei conti di Biandrate, e grazie all'apporto di servi fuggiaschi dei vescovi di Novara e di Vercelli, arrivarono ad essere una schiera di circa 4.000 persone. Si unirono anche diversi letterati provenienti da varie parti d'Italia (Bologna, Toscana e Umbria), come Bentivegna da Gubbio. Nei suoi spostamenti Dolcino continuò la sua predicazione ed aggregava persone al suo movimento. La sua grande abilità consisteva nell'essere efficace e convincente, sebbene dovesse agire di nascosto. Riuscì infatti a corrompere il rettore della chiesa di Serravalle.
Successivamente sotto l'incalzare delle truppe dei vescovi di Novara e Vercelli, essi si spinsero più in su nella valle, nei possedimenti di un ricco valligiano, di nome Milano Sola, di Campertogno, un paese pochi chilometri prima di Alagna. Da lì, per difendersi meglio dapprima si trasferirono sulle pendici della Cima Balme ed infine in Val Rassa, vicino a Quare, su una montagna denominata Parete Calva, dove i superstiti (circa 1.500 persone) si asserragliarono per tutto l'inverno del 1304. Da qui scendevano per saccheggiare e rubare nei villaggi sottostanti.
Ogni azione malvagia compiuta dai dolciniani in questo periodo fu giustificata da Dolcino. Egli riteneva che essi fossero talmente perfetti da poter commettere qualsiasi atto contro i fedeli a Santa Romana Chiesa senza correre il rischio di peccare, secondo il detto di San Paolo: Tutto è puro per i puri (Lettera a Tito 1,15) ed in questo essi assomigliarono molto ai Fratelli del Libero Spirito.
Ma nel rigido inverno del 1305 la morsa dell'assedio delle truppe cattoliche e dei valligiani fu talmente incisiva che Margherita di Trento, con inaspettato coraggio, decise lei stessa di guidare il gruppo in una disperata azione di sgancio dall'assedio attraverso montagne e passi innevati fino alla loro nuova roccaforte, il monte Rubello (oggi San Bernardo), vicino a Trivero, in provincia di Vercelli, dove giunsero nel Marzo 1306. Ranieri Avogadro di Pezzana, vescovo di Vercelli, nonché signore di Biella, organizzò le prime difese.
Nel frattempo, nello stesso 1306, volendo definitivamente farla finita con questa setta, il Papa Clemente V (1305-1314) aveva bandito una crociata, cui avevano aderito gli Inquisitori di Lombardia, l'arcivescovo di Milano, e Ludovico di Savoia. Addirittura furono reclutati uomini persino a Genova da inviare contro Dolcino.
Le bolle papali, emesse da Bordeaux, da papa Clemente V, il 26 agosto del 1306 fecero accorrere ancora più gente in difesa della Chiesa Romana. Veniva raccontato che gli uomini di Dolcino fossero spietati criminali, che razziassero, uccidessero, mutilassero ed incendiassero ogni cosa che trovavano sul loro cammino. Chiunque indossi la veste con croce e si appresti a partire verso le valli del Novarese e Vercellese per combattere l'eresia dolciniana - questo il senso della disposizione delle autorità ecclesiastiche - avrà rimessa la totalità dei peccati.
I dolciniani, completamente circondati e posti d'assedio dalle truppe cattoliche, resistettero per circa un anno. Con una resistenza disperata gli uomini di Dolcino riuscirono a respingere l'esercito, facendo anche diversi prigionieri, tenuti per il riscatto, ma poi, oramai ridotti in condizioni disumane (mangiavano carne di topi e di cani e ci furono perfino episodi di cannibalismo), dopo un ultimo assalto, costato la morte a 800 dolciniani, si arresero alfine nel 1307.  La battaglia ebbe luogo il 23 Marzo (giovedì santo), l'esercito cristiano fece 140 prigionieri, trovando sulle montagne oltre 400 morti, dalla fame e dal freddo.
Dolcino, Margherita e Longino Cattaneo di Bergamo, luogotenente di Dolcino, vennero catturati vivi e il 25 marzo furono portati al castello di Biella, dove Longino e Margherita furono arsi sul rogo il 1° Giugno 1307, nonostante i tentativi di alcuni nobili locali di salvare la vita della donna, facendola abiurare. Longino fu arso vivo sulle rive del Torrente Cervo. Dolcino fu costretto ad assistere al rogo della sua compagna (Darà - come dice un cronista anonimo del tempo - continuo conforto alla sua donna in modo dolcissimo e tenero") e successivamente portato a Vercelli per essere, a sua volta, arso (1° giugno del 1307). A sentenza emessa e prima che fosse giustiziato, Dolcino su sottoposto ad una sorta di tortura: incatenato su un carro tirato da due lenti buoi farà un interminabile percorso per le vie cittadine mentre due aguzzini con tenaglie arroventate strapperanno, di tanto in tanto, parti del suo corpo. Il cronista anonimo - che assistette alla scena - scrisse che "mai un solo lamento uscì dalla bocca del frate, e solo quando gli fu strappato il pene si sentì un verso rauco come di animale ferito". Quindi Dolcino fu issato sul rogo e arso vivo. Nonostante questa atroce tortura, Dolcino non si lamentò mai, eccetto quando si strinse nelle spalle all'amputazione del naso o quando sospirò profondamente al momento dell'evirazione. Nessuno di loro rinnegò le proprie dottrine, nemmeno durante le precedenti torture ed il rogo.
Uno tra i più crudeli inquisitori della storia della Chiesa, Bernardo Gui, disse:
"Dolcino radunò nella sua setta ereticale molte migliaia di persone di entrambi i sessi, da ogni dove, soprattutto in Italia settentrionale e in Toscana e nelle altre regioni vicine, e a loro trasmise una dottrina pestifera e predisse molti avvenimenti futuri con spirito, non tanto profetico quanto fanatico ed insensato, affermando e fingendo di avere da Dio delle rivelazioni e uno spirito profetico. Ma in tutte queste cose fu trovato falso, ingannatore ed illuso, insieme con Margherita, sua malefica ed eretica compagna nei delitti e nell'errore..." (Bernardo Gui, De secta illorum qui se dicunt esse de ordine apostolorum).
La tragica vicenda di Dolcino suscitò l'interesse di diversi letterati nel corso dei secoli come Nietzsche che ha esaltato la figura di Dolcino come quella di un prototipo ideale del super-uomo, così come egli lo immaginava:
    "Dolce e spietato, al di sopra di ogni miserabile morale, praticamente l'individuo che può porsi al di là del bene e del male".
e Dante Alighieri, che lo descrisse nell'Inferno nel canto XXVIII ai versi 55-60
Siamo tra gli scismatici e seminatori di discordie e parla a Dante nientemeno che Maometto:
Or di’ a fra Dolcin dunque che s’armi,
Tu che forse vedrai lo sole in breve,
S’egli non vuol qui tosto seguitarmi,
Sì di vivanda, che stretta di neve
Non rechi la vittoria al Noarese,
Ch’altrimenti acquistar non saria a lieve.
Nel 1907 sul luogo della sua ultima resistenza fu eretto un obelisco commemorativo, che fu abbattuto a cannonate durante il fascismo per essere poi ricostruito negli anni '60.
Come si diceva, Dolcino si ispirò alle dottrine millenariste di Gioacchino da Fiore. Secondo Dolcino, la storia dell'umanità era contraddistinta da quattro periodi:
- Quello del Vecchio Testamento, caratterizzato dalla moltiplicazione del genere umano,
- Quello di Gesù Cristo e degli Apostoli, caratterizzato dalla castità e povertà,
- Quello iniziato al tempo dell'imperatore Costantino e di Papa Silvestro I, caratterizzato da una decadenza della Chiesa a causa dell'accumulo delle ricchezze e dell'ambizione,
- Quello degli apostolici Segalelli e Dolcino, caratterizzato dal modo di vivere apostolico, dalla povertà, dalla castità e dall'assenza di forme di governo ed esso sarebbe durato fino alla fine dei tempi.
Inoltre, nelle sue lettere, egli fece ampio accenno all'Apocalisse di Giovanni e in particolare ai sette angeli delle sette chiese, precursori della propria setta. Egli infatti attendeva il settimo angelo, cioè di un papa, finalmente eletto da Dio e non dai cardinali: questi ultimi sarebbero stati distrutti, assieme a Papa Bonifacio VIII (1294-1303), da Federico III d'Aragona e di Sicilia (1296-1337), re nel quale erano state riposte le speranze dei ghibellini italiani.
Nonostante le profezie di Dolcino su Federico III non si avverassero, Dolcino rimase sempre un riferimento per i suoi seguaci ai quali aveva predetto che, sotto questo nuovo papa, gli apostolici avrebbero potuto ricevere la grazia dello Spirito Santo e predicare e vivere in pace fine alla fine dei tempi.
La vicenda degli Apostolici si inscrive nella grande crisi della cristianità tra XIII e XIV secolo, ben rappresentata dalla disputa interna all'ordine francescano tra conventuali e spirituali. Da un lato i fautori di una canonizzazione e di un'equiparazione agli altri ordini monastici, dall'altro i partigiani dell'adesione letterale al messaggio e all'esempio di Francesco, che rifiutavano proprietà, beni, inserimento nella gerarchia e nel "sistema" Chiesa. Un conflitto che si trascinerà per oltre un secolo a suon d'inquisizioni, e da cui a loro volta si diramano altri conflitti e movimenti.
Tra questi, gli Apostolici di Gerardo Segarelli prima e di Dolcino poi predicavano e praticavano una separazione totale dalla Chiesa romana, vista come un'istituzione corrotta e putrescente, destinata ad essere abbattuta da un nuovo potere statale, un nuovo Imperatore, che avrebbe finalmente strappato la sposa di Cristo al suo declino, privandola delle proprietà e del potere secolare. In questo modo essa sarebbe tornata a essere santa, a occuparsi dello spirito. Posizione questa, condivisa da molti intellettuali dell'epoca, tra cui Dante Alighieri, solo per citarne uno.
Così, con più di duecento anni d'anticipo su Martin Lutero, gli Apostolici proclamarono il sacerdozio universale, ovvero la necessità che il cristiano dovesse vivere direttamente il rapporto con Dio, senza bisogno di una struttura ecclesiastica che pascolasse il suo gregge.
Dolcino e i suoi scelsero di praticare già questa nuova dimensione, di tagliare i ponti con la Chiesa e di vivere liberi e sciolti da ogni vincolo. Saldarono il loro credo con le istanze delle popolazioni povere delle valli alpine e alla lotta di quest'ultime contro i grandi feudatari ecclesiastici e i loro interessi. Diedero vita a un piccolo modello di società comunistica e – come avrebbe scritto Calvino due secoli più tardi riferendosi ad altri eretici – "libertina". Basti pensare al ruolo fondamentale che ebbero le emancipate figure femminili all'interno delle comunità apostoliche, prima fra tutte Margherita da Trento, la compagna di Dolcino. Ma anche al ruolo strategico che gli "eretici" svolsero nell'organizzare la resistenza montana contro le rappresaglie dei nobili. Non violenti per vocazione, i dolciniani scelsero di autodifendersi, quando il papa bandì la crociata contro di loro. Fino alle estreme conseguenze.
Il sacerdozio universale, l'idea di una Chiesa costruita dal basso, un certo "comunismo" cristiano, sono ad esempio capisaldi della Teologia della Liberazione che ancora oggi ha una parte politica assai importante in molte zone del mondo. Così l'idea di una fraternitas universale, posta dal cristianesimo e a cui tanti eretici si rifacevano, si ritrova sui vessilli della Rivoluzione francese in veste laica e resta ancora oggi uno dei parti migliori della cultura occidentale. Allo stesso modo l'idea di un ambito religioso separato da quello politico-istituzionale, una Chiesa che abbandona il potere secolare, si è potuta affermare tardi e anche in questo caso a prezzi altissimi, ma rimane più che mai epicentro della nostra peculiarità culturale.
Non solo. Oggi il sistema economico che l'Occidente ha esteso al mondo intero vive una crisi epocale. In questo passaggio, i movimenti di contestazione e rinnovamento che aspirano a un altro mondo possibile sono spesso propensi a ricercare altrove, in spazi geopolitici lontani dal nostro, elementi di una sensibilità diversa, che immetta sangue e idee nuove nel modo tradizionale, stantio, che abbiamo di rapportarci alla politica. In tempi di globalizzazione questo non solo è assolutamente giustificato, ma anche giusto. Tuttavia dovremmo essere capaci di guardare alla nostra storia e leggere i germi di quelle alternative di pensiero, se non ancora pratiche, che ci hanno preceduto suggerendo altri percorsi. Questo senza bisogno di mancare a una doverosa storicizzazione e contestualizzazione delle esperienze passate. Quando ancora certe forme dello sfruttamento e dell'alienazione non erano che in potenza, qualcuno aveva immaginato un mondo diverso. Altri rapporti sociali, altre concezioni della vita associata, un altro destino per l'umanità.

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