Buongiorno, oggi è il 25 maggio.
Il 25 maggio 1992, a Palermo, si svolgono i funerali di Stato del giudice Giovanni Falcone.
Se potesse, ci entrerebbe tutta Palermo – tutta la Sicilia – in quella chiesa per i funerali di Giovanni Falcone, di Francesca Morvillo e dei tre agenti Antonio Montinaro, Vito Schifani, Rocco Di Cillo. E i palermitani, i politici non ce li vogliono. Un sussulto che sa di ribellione, fatto di orgoglio e stanchezza, una rabbia che molti si portavano dietro dalla morte del generale Dalla Chiesa e che diventa matura. Il sentimento dei “Vespri” si rinnova, e il nemico ora non è francese, ma “romano”.
Così racconta quelle ore un’Ansa delle 14.22: «Si sono assiepati a migliaia sotto la pioggia, nella porzione di piazza lasciata libera dalla forze dell’ ordine e in un lunghissimo tratto di via Roma. Sono studenti, gente comune, lavoratori in un atmosfera di tensione contenuta e di commozione. Si sono aperti solo pochi varchi per far passare i sindaci che indossavano le fasce tricolori seguiti dai gonfaloni dei loro comuni. La folla ha sottolineato con applausi o con fischi l’arrivo di quelle personalità che hanno preferito entrare nella basilica di San Domenico dalla porta principale.
Gerardo Chiaromonte, presidente della commissione parlamentare antimafia, viene accolto da fischi; riceve applausi invece Leoluca Orlando che preferisce poi confondersi tra la folla e Marco Pannella che entra per pochi minuti nella Chiesa. ”Buffoni-buffoni”, ”Giustizia-giustizia”, ”Fuori la mafia dallo Stato”, ”Falcone- Falcone”, sono gli slogan più ripetuti. C’è anche chi saltella, come negli stadi, al ritmo di ”Chi non salta è mafioso”. Si è consumata così un’attesa di oltre un’ora e mezza, tutti gli occhi rivolti verso l’ ingresso della basilica in attesa dell’uscita delle bare.
Alle 12.06 esce la prima e dalla piazza di leva un applauso commovente, scrosciante, liberatorio che continua, con brevissime interruzioni, fino alle 12.30 quando si è fatto frenetico all’uscita del feretro del giudice Falcone».
È Rosaria Costa, vedova Schifani, che segna il tempo: “Io vi perdono, però vi dovete mettere in ginocchio”; le sue parole, il suo pianto, il suo sconforto, il suo sembrar cedere, il suo resistere sono il simbolo di quel giorno, di quei giorni. Tutti sanno che il peggio dovrà ancora venire. Tutti hanno smesso di accettare senza proferir parola.
Di quel giorno, Manfredi Borsellino dice del padre Paolo: «Lo spettacolo di un apparato istituzionale così fragile, ma allo stesso tempo così distante dal sentimento popolare sembrava averlo annientato».
E l’apparato, a Roma, intanto, al sedicesimo scrutinio sceglie il suo Capo dello Stato. Il nome c’è e non è quello di Andreotti né quello di Forlani: è Oscar Luigi Scalfaro, in quel momento presidente della Camera. Il Palazzo trova la quadra per salvarsi nella conservazione: un democristiano di sinistra, un tassello che il tempo inserirà in un mosaico più complesso. Una scelta non casuale. Dal giorno dopo nulla sarà come prima, ma molti agiranno perché lo rimanga.
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sabato 25 maggio 2024
martedì 23 maggio 2023
#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi
Buongiorno, oggi è il 23 maggio.
Il 23 maggio del 1992, alle ore 17.58, i sismografi della stazione dell'Istituto Nazionale di Geofisica di Monte Cammarata registrano un sussulto della terra. Non è il terremoto; è l'esplosione di un quintale di tritolo che scava un cratere profondo quasi quattro metri e solleva in aria un intero tratto dell'autostrada Palermo-Punta Raisi, all'altezza di Capaci, uccidendo Giovanni Falcone, 54 anni, direttore degli Affari Penali al Ministero della Giustizia. Con lui, perdono la vita la moglie Francesca Morvillo, magistrato, e gli agenti di scorta Rocco Di Cillo, Antonio Montinaro e Vito Schifani.
Per uccidere il suo primo, pericoloso e più agguerrito nemico, l'organizzazione mafiosa mette in moto un'organizzazione logistica che coinvolge ben cinque "mandamenti" mafiosi (Corleone, San Lorenzo, San Giuseppe Jato, Porta Nuova, Noce) e che richiede il supporto di numerosi uomini e mezzi.
Gli spostamenti del magistrato vengono seguiti a Roma e a Palermo. I killer sanno anche che Falcone doveva tornare a Palermo con un aereo speciale noleggiato dai "servizi" il giorno prima, senza la moglie; ma il ritorno a Palermo era stato rinviato all'indomani.
Due giorni prima della strage, una comunicazione fra due telefonini viene casualmente intercettata a Catania; i due interlocutori annunciano per venerdì 22 maggio alle ore 15.15 un attentato "al secondo ponte dell'autostrada". L'interpretazione della conversazione viene limitata alla possibilità di un attentato nella sola zona di Catania, dove vengono effettuati controlli: ma non vengono avvertite altre Questure.
Appena sceso dall’aereo, Falcone si sistema alla guida della vettura bianca e, accanto a lui, prende posto la moglie Francesca Morvillo, mentre l’autista giudiziario Giuseppe Costanza occupa il sedile posteriore. Nella Croma marrone c’è alla guida Vito Schifani, con accanto l’agente scelto Antonio Montinaro e, sul retro, Rocco Di Cillo. Nella vettura azzurra ci sono Paolo Capuzzo, Gaspare Cervello e Angelo Corbo. La Croma marrone è in testa al gruppo, segue la Croma bianca, guidata da Falcone e, in coda, la Croma azzurra. Alcune telefonate avvisano i sicari che hanno già sistemato l’esplosivo per la strage, della partenza delle automobili.
I particolari sull’arrivo del giudice dovevano essere coperti dal più rigido riserbo; indicativo del clima di sospetto che si viveva nel Paese è il fatto che nell’aereo di Stato che lo riportava a Palermo avevano avuto un passaggio diversi "grandi elettori" (deputati, senatori e delegati regionali) siciliani, reduci dagli scrutini di Montecitorio per l’elezione del Capo dello Stato, prolungatisi invano fino al sabato mattina. Uno di essi sarebbe stato addirittura inquisito per associazione a delinquere di stampo mafioso tre anni dopo; ma nessuna verità definitiva fu acquisita in sede processuale sull’identità della fonte che aveva comunicato ai mafiosi informazioni circa la partenza di Falcone da Roma e l’arrivo a Palermo per l’ora stabilita.
Le auto lasciano l’aeroporto imboccando l’autostrada in direzione Palermo. La situazione appare tranquilla, tanto che non vengono attivate neppure le sirene. Su una strada parallela, una macchina si affianca agli spostamenti delle tre Croma blindate, per darne segnalazione ai killer in agguato sulle alture sovrastanti il litorale; sono gli ultimi secondi prima della strage.
Otto minuti dopo, alle ore 17.58, presso il chilometro 5 della A29, una carica di cinque quintali di tritolo, posizionata in un tunnel scavato sotto la sede stradale nei pressi dello svincolo di Capaci-Isola delle Femmine, viene azionata per telecomando da Giovanni Brusca, il sicario incaricato da Totò Riina. Pochissimi istanti prima della detonazione, Falcone si era accorto che le chiavi di casa erano nel mazzo assieme alle chiavi della macchina e le aveva tolte dal cruscotto, provocando un rallentamento improvviso del mezzo. Brusca, rimasto spiazzato, preme il pulsante in ritardo, sicché l’esplosione investe in pieno solo La Croma marrone, prima auto del gruppo, scaraventandone i resti oltre la carreggiata opposta di marcia, sin su un piano di alberi; i tre agenti di scorta muoiono sul colpo.
La seconda auto, la Croma bianca guidata dal giudice, si schianta invece contro il muro di cemento e detriti improvvisamente innalzatosi per via dello scoppio. Falcone e la moglie, che non indossano le cinture di sicurezza, vengono proiettati violentemente contro il parabrezza. Falcone, che riporta ferite solo in apparenza non gravi, muore dopo il trasporto in ospedale a causa di emorragie interne. Rimangono feriti gli agenti della terza auto, la Croma azzurra, e si salvano miracolosamente anche un’altra ventina di persone che al momento dell’attentato si trovano a transitare con le proprie autovetture sul luogo dell’eccidio.
La detonazione provoca un’esplosione immane e una voragine enorme sulla strada. In un clima irreale, e di iniziale disorientamento, altri automobilisti e abitanti dalle villette vicine danno l’allarme alle autorità e prestano i primi soccorsi tra la strada sventrata e una coltre di polvere.
Circa venti minuti dopo, Giovanni Falcone viene trasportato sotto stretta scorta di un corteo di vetture e di un elicottero dell’Arma dei Carabinieri, presso l’ospedale Civico di Palermo. Gli altri agenti e i civili coinvolti vengono anch’essi trasportati in ospedale mentre la Polizia Scientifica esegue i primi rilievi e i Vigili del Fuoco espletano il triste compito di estrarre i corpi irriconoscibili di Schifani, Montinaro e Di Cillo.
Intanto i media iniziano a diffondere la notizia di un attentato a Palermo e il nome del giudice Falcone trova via via conferma. L’Italia intera, sgomenta, trattiene il fiato per la sorte delle vittime con tensione sempre più viva. Alle 19.05, ad un’ora e sette minuti dall’attentato, dopo alcuni disperati tentativi di rianimazione Giovanni Falcone muore a causa della gravità del trauma cranico e delle lesioni interne. La moglie - Francesca Morvillo - morirà anch’essa poche ore dopo.
Volantini recanti una citazione del giudice Falcone: "Gli uomini passano, le idee restano. Restano le loro tensioni morali e continueranno a camminare sulle gambe di altri uomini".
Due giorni dopo, mentre a Roma viene eletto Presidente della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro, a Palermo si svolgono i funerali delle vittime, ai quali partecipa l’intera città, assieme a colleghi, familiari e personalità come Giuseppe Ayala e Tano Grasso. I più alti rappresentanti del mondo politico, come Giovanni Spadolini, Claudio Martelli, Vincenzo Scotti, Giovanni Galloni, vengono duramente contestati dalla cittadinanza. Le immagini televisive delle parole e del pianto straziante della vedova Schifani susciteranno particolare emozione nell’opinione pubblica.
Così muore Giovanni Falcone, mentre ancora a Palermo e in tutto il Paese riecheggiano le polemiche ingenerose e vili, che lo hanno accompagnato a Roma, accusandolo di essersi "arreso", di aver preferito "flirtare" con la politica del Palazzo, piuttosto che continuare nell'impegno antimafia. Muore così il depositario di mille segreti, l'uomo che aveva compreso l'importanza di un salto di qualità nella lotta alla mafia, la necessità di riorganizzare il sistema di lavoro, coordinandolo a livello centrale, da Roma. Muore così il protagonista di una stagione giudiziaria, l'uomo che era riuscito a far parlare Buscetta e Contorno, ch'era riuscito per la prima volta a far luce sull'organizzazione e sulle dinamiche di funzionamento dell'universo mafioso, arrivando a istruire il primo, grande processo di mafia, conclusosi con l'individuazione di precise responsabilità e con pesanti condanne per centinaia di uomini d'onore, che avevano retto anche al vaglio della Cassazione.
Nell'aprile 2006 la Corte d'assise d'appello di Catania condannò dodici persone in quanto ritenute mandanti della strage di Capaci e di quella di Via D'Amelio: Giuseppe e Salvatore Montalto, Giuseppe Farinella, Salvatore Buscemi, Benedetto Spera, Giuseppe Madonia, Carlo Greco, Stefano Ganci, Antonino Giuffrè, Pietro Aglieri, Benedetto Santapaola, Mariano Agate mentre Giuseppe Lucchese venne assolto; nel 2008 la prima sezione penale della Cassazione confermò la sentenza.
Nel maggio 2014 ebbe inizio il secondo troncone del processo per la strage di Capaci, denominato "Capaci bis", che aveva come imputati Salvatore Madonia, Cosimo Lo Nigro, Giorgio Pizzo, Vittorio Tutino e Lorenzo Tinnirello; a novembre il giudice dell'udienza preliminare di Caltanissetta condannò con il rito abbreviato Giuseppe Barranca e Cristofaro Cannella all'ergastolo mentre Cosimo D'Amato e il collaboratore Gaspare Spatuzza vennero condannati rispettivamente a trent'anni e a dodici anni di carcere.
Il 23 maggio del 1992, alle ore 17.58, i sismografi della stazione dell'Istituto Nazionale di Geofisica di Monte Cammarata registrano un sussulto della terra. Non è il terremoto; è l'esplosione di un quintale di tritolo che scava un cratere profondo quasi quattro metri e solleva in aria un intero tratto dell'autostrada Palermo-Punta Raisi, all'altezza di Capaci, uccidendo Giovanni Falcone, 54 anni, direttore degli Affari Penali al Ministero della Giustizia. Con lui, perdono la vita la moglie Francesca Morvillo, magistrato, e gli agenti di scorta Rocco Di Cillo, Antonio Montinaro e Vito Schifani.
Per uccidere il suo primo, pericoloso e più agguerrito nemico, l'organizzazione mafiosa mette in moto un'organizzazione logistica che coinvolge ben cinque "mandamenti" mafiosi (Corleone, San Lorenzo, San Giuseppe Jato, Porta Nuova, Noce) e che richiede il supporto di numerosi uomini e mezzi.
Gli spostamenti del magistrato vengono seguiti a Roma e a Palermo. I killer sanno anche che Falcone doveva tornare a Palermo con un aereo speciale noleggiato dai "servizi" il giorno prima, senza la moglie; ma il ritorno a Palermo era stato rinviato all'indomani.
Due giorni prima della strage, una comunicazione fra due telefonini viene casualmente intercettata a Catania; i due interlocutori annunciano per venerdì 22 maggio alle ore 15.15 un attentato "al secondo ponte dell'autostrada". L'interpretazione della conversazione viene limitata alla possibilità di un attentato nella sola zona di Catania, dove vengono effettuati controlli: ma non vengono avvertite altre Questure.
Appena sceso dall’aereo, Falcone si sistema alla guida della vettura bianca e, accanto a lui, prende posto la moglie Francesca Morvillo, mentre l’autista giudiziario Giuseppe Costanza occupa il sedile posteriore. Nella Croma marrone c’è alla guida Vito Schifani, con accanto l’agente scelto Antonio Montinaro e, sul retro, Rocco Di Cillo. Nella vettura azzurra ci sono Paolo Capuzzo, Gaspare Cervello e Angelo Corbo. La Croma marrone è in testa al gruppo, segue la Croma bianca, guidata da Falcone e, in coda, la Croma azzurra. Alcune telefonate avvisano i sicari che hanno già sistemato l’esplosivo per la strage, della partenza delle automobili.
I particolari sull’arrivo del giudice dovevano essere coperti dal più rigido riserbo; indicativo del clima di sospetto che si viveva nel Paese è il fatto che nell’aereo di Stato che lo riportava a Palermo avevano avuto un passaggio diversi "grandi elettori" (deputati, senatori e delegati regionali) siciliani, reduci dagli scrutini di Montecitorio per l’elezione del Capo dello Stato, prolungatisi invano fino al sabato mattina. Uno di essi sarebbe stato addirittura inquisito per associazione a delinquere di stampo mafioso tre anni dopo; ma nessuna verità definitiva fu acquisita in sede processuale sull’identità della fonte che aveva comunicato ai mafiosi informazioni circa la partenza di Falcone da Roma e l’arrivo a Palermo per l’ora stabilita.
Le auto lasciano l’aeroporto imboccando l’autostrada in direzione Palermo. La situazione appare tranquilla, tanto che non vengono attivate neppure le sirene. Su una strada parallela, una macchina si affianca agli spostamenti delle tre Croma blindate, per darne segnalazione ai killer in agguato sulle alture sovrastanti il litorale; sono gli ultimi secondi prima della strage.
Otto minuti dopo, alle ore 17.58, presso il chilometro 5 della A29, una carica di cinque quintali di tritolo, posizionata in un tunnel scavato sotto la sede stradale nei pressi dello svincolo di Capaci-Isola delle Femmine, viene azionata per telecomando da Giovanni Brusca, il sicario incaricato da Totò Riina. Pochissimi istanti prima della detonazione, Falcone si era accorto che le chiavi di casa erano nel mazzo assieme alle chiavi della macchina e le aveva tolte dal cruscotto, provocando un rallentamento improvviso del mezzo. Brusca, rimasto spiazzato, preme il pulsante in ritardo, sicché l’esplosione investe in pieno solo La Croma marrone, prima auto del gruppo, scaraventandone i resti oltre la carreggiata opposta di marcia, sin su un piano di alberi; i tre agenti di scorta muoiono sul colpo.
La seconda auto, la Croma bianca guidata dal giudice, si schianta invece contro il muro di cemento e detriti improvvisamente innalzatosi per via dello scoppio. Falcone e la moglie, che non indossano le cinture di sicurezza, vengono proiettati violentemente contro il parabrezza. Falcone, che riporta ferite solo in apparenza non gravi, muore dopo il trasporto in ospedale a causa di emorragie interne. Rimangono feriti gli agenti della terza auto, la Croma azzurra, e si salvano miracolosamente anche un’altra ventina di persone che al momento dell’attentato si trovano a transitare con le proprie autovetture sul luogo dell’eccidio.
La detonazione provoca un’esplosione immane e una voragine enorme sulla strada. In un clima irreale, e di iniziale disorientamento, altri automobilisti e abitanti dalle villette vicine danno l’allarme alle autorità e prestano i primi soccorsi tra la strada sventrata e una coltre di polvere.
Circa venti minuti dopo, Giovanni Falcone viene trasportato sotto stretta scorta di un corteo di vetture e di un elicottero dell’Arma dei Carabinieri, presso l’ospedale Civico di Palermo. Gli altri agenti e i civili coinvolti vengono anch’essi trasportati in ospedale mentre la Polizia Scientifica esegue i primi rilievi e i Vigili del Fuoco espletano il triste compito di estrarre i corpi irriconoscibili di Schifani, Montinaro e Di Cillo.
Intanto i media iniziano a diffondere la notizia di un attentato a Palermo e il nome del giudice Falcone trova via via conferma. L’Italia intera, sgomenta, trattiene il fiato per la sorte delle vittime con tensione sempre più viva. Alle 19.05, ad un’ora e sette minuti dall’attentato, dopo alcuni disperati tentativi di rianimazione Giovanni Falcone muore a causa della gravità del trauma cranico e delle lesioni interne. La moglie - Francesca Morvillo - morirà anch’essa poche ore dopo.
Volantini recanti una citazione del giudice Falcone: "Gli uomini passano, le idee restano. Restano le loro tensioni morali e continueranno a camminare sulle gambe di altri uomini".
Due giorni dopo, mentre a Roma viene eletto Presidente della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro, a Palermo si svolgono i funerali delle vittime, ai quali partecipa l’intera città, assieme a colleghi, familiari e personalità come Giuseppe Ayala e Tano Grasso. I più alti rappresentanti del mondo politico, come Giovanni Spadolini, Claudio Martelli, Vincenzo Scotti, Giovanni Galloni, vengono duramente contestati dalla cittadinanza. Le immagini televisive delle parole e del pianto straziante della vedova Schifani susciteranno particolare emozione nell’opinione pubblica.
Così muore Giovanni Falcone, mentre ancora a Palermo e in tutto il Paese riecheggiano le polemiche ingenerose e vili, che lo hanno accompagnato a Roma, accusandolo di essersi "arreso", di aver preferito "flirtare" con la politica del Palazzo, piuttosto che continuare nell'impegno antimafia. Muore così il depositario di mille segreti, l'uomo che aveva compreso l'importanza di un salto di qualità nella lotta alla mafia, la necessità di riorganizzare il sistema di lavoro, coordinandolo a livello centrale, da Roma. Muore così il protagonista di una stagione giudiziaria, l'uomo che era riuscito a far parlare Buscetta e Contorno, ch'era riuscito per la prima volta a far luce sull'organizzazione e sulle dinamiche di funzionamento dell'universo mafioso, arrivando a istruire il primo, grande processo di mafia, conclusosi con l'individuazione di precise responsabilità e con pesanti condanne per centinaia di uomini d'onore, che avevano retto anche al vaglio della Cassazione.
Nell'aprile 2006 la Corte d'assise d'appello di Catania condannò dodici persone in quanto ritenute mandanti della strage di Capaci e di quella di Via D'Amelio: Giuseppe e Salvatore Montalto, Giuseppe Farinella, Salvatore Buscemi, Benedetto Spera, Giuseppe Madonia, Carlo Greco, Stefano Ganci, Antonino Giuffrè, Pietro Aglieri, Benedetto Santapaola, Mariano Agate mentre Giuseppe Lucchese venne assolto; nel 2008 la prima sezione penale della Cassazione confermò la sentenza.
Nel maggio 2014 ebbe inizio il secondo troncone del processo per la strage di Capaci, denominato "Capaci bis", che aveva come imputati Salvatore Madonia, Cosimo Lo Nigro, Giorgio Pizzo, Vittorio Tutino e Lorenzo Tinnirello; a novembre il giudice dell'udienza preliminare di Caltanissetta condannò con il rito abbreviato Giuseppe Barranca e Cristofaro Cannella all'ergastolo mentre Cosimo D'Amato e il collaboratore Gaspare Spatuzza vennero condannati rispettivamente a trent'anni e a dodici anni di carcere.
giovedì 10 febbraio 2022
#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi
Buongiorno, oggi è il 10 febbraio.
Il 10 febbraio 1986 ha inizio a Palermo quello che fu poi chiamato il maxi processo a Cosa Nostra, nella famosa aula bunker, ad opera del giudice Giovanni Falcone e dei suoi collaboratori.
Nel 1983 il nuovo consigliere istruttore Antonino Caponnetto mise insieme un pool di magistrati (Giovanni Falcone, Paolo Borsellino, Giuseppe Di Lello e Leonardo Guarnotta) affinché si occupasse a tempo pieno e in via esclusiva delle inchieste riguardanti elementi mafiosi e allo scopo di mettere in comune le informazioni d'indagine, riducendo così i rischi; in poco tempo il pool acquisì altre inchieste giudiziarie, verifiche di conti correnti e le dichiarazioni di venticinque collaboratori di giustizia, suffragate da riscontri e conferme, a cui si aggiunsero quelle di Tommaso Buscetta e Salvatore Contorno, che consentirono di ricostruire per la prima volta in modo certo ed organico l'organizzazione e la struttura di Cosa Nostra.
Un totale di 474 imputati vennero rinviati a giudizio, ma 119 di loro dovettero essere processati in contumacia, dal momento che erano fuggitivi ancora latitanti (Salvatore Riina era uno di loro). Tra gli imputati presenti vi era Luciano Liggio, il predecessore di Riina, che decise di assumere autonomamente la propria difesa, Giuseppe "Pippo" Calò, Michele Greco, Leoluca Bagarella, Salvatore Montalto e molti altri.
Il maxiprocesso ebbe luogo nelle vicinanze dell'Ucciardone (il carcere di Palermo), in un bunker progettato e costruito appositamente per il processo. L'edificio era ottagonale in cemento armato in grado di resistere ad attacchi da parte di armi aria-terra; all'interno vi erano delle celle ricavate all'interno dei muri verdi, ed in esse venivano ospitati i molti imputati, suddivisi in gruppi. Più di seicento giornalisti furono presenti, insieme a molti carabinieri armati con mitragliatori e un sistema di difesa contraereo che teneva d'occhio gli imputati ed eventuali malintenzionati che volessero minare gli sforzi del collegio giudicante.
Dopo diversi anni di pianificazione, il processo iniziò il 10 febbraio 1986. La corte era presieduta da Alfonso Giordano, affiancato da due giudici a latere, uno dei quali era Piero Grasso, che erano i suoi "sostituti", in modo tale da assicurare la continuità del procedimento nel caso in cui a Giordano fosse accaduto qualcosa di irreparabile prima della fine dello stesso. Pubblico ministero era Giuseppe Ayala. Le accuse ascritte agli imputati includevano 120 omicidi, traffico di droga, estorsione, e, ovviamente, il nuovo reato di associazione mafiosa.
Il giudice Giordano si guadagnò fama per essere rimasto paziente e corretto durante un processo con così tanti imputati. Alcuni di essi si comportarono in maniera distruttiva e abbastanza pericolosa: uno si chiuse la bocca con delle graffette per segnalare il suo rifiuto di parlare, un altro mostrava segni di pazzia, urlava di continuo e ingaggiava lotte con le guardie anche quando indossava la camicia di forza, un altro ancora minacciava di tagliarsi la gola se una sua dichiarazione non fosse stata letta alla corte, per far ritardare le udienze c'era chi ingoiava dei bulloni d'acciaio per far scattare il metal detector, Luciano Liggio si lamentava di non riuscire a sentire le parole del presidente così da far spesso aggiornare le sedute mentre gli avvocati pur di ritardare chiedevano la lettura integrale di tutti gli atti.
La maggior parte delle prove più significative provenne da Tommaso Buscetta, un mafioso catturato nel 1982 in Brasile, paese in cui si era rifugiato due anni prima, da evaso, dopo essere sfuggito a una condanna per due omicidi. Costui aveva perso diversi parenti durante la guerra di mafia, tra cui due figli, e molti alleati, tra cui Stefano Bontade e Salvatore Inzerillo, ed aveva, perciò, deciso di collaborare con i magistrati siciliani. I Corleonesi continuarono la propria vendetta contro Buscetta uccidendo diversi altri suoi parenti.
Alcune prove vennero presentate postume da Leonardo Vitale. Sebbene Buscetta sia considerato il primo pentito (e certamente fu il primo ad essere preso sul serio), nel 1973 il trentaduenne Leonardo Vitale si era presentato spontaneamente in una stazione di polizia di Palermo ed aveva confessato di far parte della mafia. Disse di aver commesso molti crimini durante la sua militanza, tra cui due omicidi. Disse anche di essere in una "crisi spirituale" e di provare rimorso. Tuttavia, le sue informazioni furono in larga parte ignorate per i suoi comportamenti inusuali, tra cui l'automutilazione come forma di penitenza personale, lo portarono ad essere considerato un malato di mente, e le sue dettagliate confessioni furono quindi ritenute prive di seri fondamenti.
Gli unici mafiosi coinvolti dalla sua testimonianza erano Vitale stesso e suo zio. Vitale venne internato in un manicomio, e fu quindi rilasciato nel Giugno del 1984; sei mesi dopo fu ucciso a colpi di pistola. Molti assunsero un atteggiamento critico nei riguardi del maxiprocesso. Il Cardinale Salvatore Pappalardo della Chiesa cattolica rilasciò una controversa intervista in cui disse che il maxiprocesso era "uno spettacolo oppressivo" e in cui affermava che l'aborto uccideva più persone che non la mafia.
Altri critici suggerirono che la parola degli informatori - in primis Buscetta - non fosse la maniera ideale per giudicare altri individui, dal momento che anche un informatore che si fosse sinceramente pentito era comunque un criminale, uno spergiuro ed un omicida, e poteva avere ancora un velato interesse a modificare la propria testimonianza per adattarla alle proprie necessità, se non per portare a termine le proprie vendette. Si disse anche che un processo così imponente con così tanti imputati non dava sufficienti garanzie a ciascuno di essi come individui, e si trattava di un tentativo di "fare giustizia in serie", come scrisse un giornalista.
Le informazioni che Buscetta fornì ai giudici Falcone e Borsellino furono molto importanti; prese nel loro complesso esse andavano a formare il cosiddetto "teorema Buscetta", nel senso che ritenere vere le sue affermazioni era fondamentale per l'intero caso. Buscetta fornì una nuova consapevolezza del funzionamento della mafia, e di come i gruppi clandestini di potere della Cupola Siciliana (la Commissione della Mafia Siciliana) si mettessero d'accordo sulle politiche da adottare e sugli affari da intraprendere. Per la prima volta la Mafia veniva perseguita come entità, piuttosto che come insieme di crimini separati. Il giorno in cui la corte si ritirò in camera di consiglio per emettere la sentenza, il capo della cupola di Cosa Nostra, Michele Greco, si avvicinò al microfono e pronunciò poche frasi rivolto a Giordano: "Signor giudice, io vi auguro la pace, perché solo con la pace si può giudicare. Non sono parole mie, ma del Signore Dio a Mosè".
Il processo terminò il 16 dicembre 1987, circa due anni dopo il suo inizio. La sentenza fu letta alle 19:30, e ci volle un'ora perché venisse letta completamente. Dei 475 imputati - presenti e no - 360 vennero condannati. 2665 anni di condanne al carcere vennero divisi fra i colpevoli, non includendo gli ergastoli comminati ai diciannove boss di punta della Mafia e ai killer, tra cui Michele Greco, Giuseppe Marchese, Giovan Battista Pullarà e - in contumacia - Salvatore Riina, Giuseppe Lucchese Miccichè e Bernardo Provenzano. Solo Lucchese Miccichè venne assolto da questi crimini in Cassazione.
La corte era all'oscuro del fatto che alcuni tra quelli che erano stati condannati in absentia fossero già morti al momento della lettura della sentenza. Tra di essi si annoverano Filippo Marchese, Rosario Riccobono e Giuseppe Greco. Mario Prestifilippo, invece, fu trovato morto ammazzato nelle strade della città mentre il procedimento penale era ancora in corso.
114 imputati vennero assolti, tra cui Luciano Liggio, che era stato accusato di aver contribuito a gestire la famiglia mafiosa dei Corleonesi dall'interno del carcere, e per avere ordinato l'omicidio di Cesare Terranova, che l'aveva inquisito nel 1970. Il collegio giudicante decise che non vi erano prove sufficienti. Tuttavia, questo non cambiava di molto la posizione di Liggio, dal momento che era stato condannato all'ergastolo per omicidio: morì in carcere sei anni dopo. Tra gli assolti, diciotto vennero in seguito uccisi dalla Mafia, tra cui Antonino Ciulla, che fu colpito a morte un'ora dopo il rilascio, mentre tornava a casa per partecipare a una festa in onore della sua liberazione.
In Cassazione ulteriori sentenze di condanna furono annullate ad opera di una Sezione della Corte presieduta dal giudice Corrado Carnevale, in seguito anch'egli accusato di collusione con la mafia ed infine prosciolto dopo un lungo ed articolato iter processuale che vide alternarsi condanne ed assoluzioni (la tesi dell'accusa era che, essendo colluso, venissero dati alla Sezione da lui presieduta la maggior parte dei ricorsi nei processi di Mafia, grazie all'influenza del politico Salvatore Lima).
Carnevale fu soprannominato dai suoi detrattori come l'ammazzasentenze per via della sua tendenza a cancellare le condanne per Mafia anche per piccoli vizi di forma, confermando invece quasi sempre le assoluzioni. Carnevale cancellò alcune condanne per traffico di droga, ad esempio, perché le conversazioni intercettate presentate come prova si riferivano allo spostamento di "camicie" e "completi" invece che a narcotici; sebbene fosse noto che talvolta alcuni trafficanti utilizzassero tali nomi in codice per riferirsi allo stupefacente, nel caso concreto, tuttavia, non vi erano prove ulteriori (come ad es. il sequestro di una partita di sostanza) che permettessero di affermare che gli interlocutori non stessero parlando di capi d'abbigliamento.
Nel 1989, solo 60 imputati rimanevano dietro le sbarre. Giovanni Falcone e Paolo Borsellino si lamentarono dell'annullamento di diverse delle condanne inflitte in primo grado, ma non furono ascoltati: sembrava che la crociata dello stato contro la Mafia avesse perso vigore, e le loro opinioni rimasero in gran parte inascoltate. Il 9 agosto 1991 viene assassinato nei pressi di Campo Calabro Antonino Scopelliti titolare della pubblica accusa in Cassazione del Maxiprocesso siciliano. L'intento della mafia era quello di arrestare con ogni mezzo l'iter processuale, ma nonostante l'eliminazione del giudice Scopelliti, uomo di punta della procura generale, il 30 gennaio 1992 anche la Corte di Cassazione conferma le condanne di primo e secondo grado.
La condanna definitiva scatenò una feroce reazione contro esponenti della politica e della magistratura. Il 12 marzo 1992 viene assassinato a Palermo Salvo Lima, deputato siciliano che in base agli atti di alcuni processi sarebbe stato un collaboratore stabile di Cosa Nostra, e che presumibilmente avrebbe perso la fiducia dell'organizzazione per non essere riuscito a impedire la condanna definitiva in Cassazione. Tra la primavera e l'estate del 1992, i giudici Giovanni Falcone e Paolo Borsellino vennero uccisi insieme agli agenti delle loro scorte nelle stragi di Capaci e di via D'Amelio.
Lo sdegno pubblico generato da questa ondata di stragi, insieme all'implicita conferma della correttezza delle tesi accusatorie del maxiprocesso, portò a un riacutizzarsi della lotta a Cosa Nostra che indebolì pesantemente l'organizzazione. Nel 1993 viene arrestato Salvatore Riina, poi nel 1996 anche Giovanni Brusca viene assicurato alla giustizia e nel 1997 è il turno di Pietro Aglieri. Il giudice Corrado Carnevale è stato assolto con formula piena nel 2000, dopo che la Cassazione a Sezioni Unite ha stabilito l'inutilizzabilità delle dichiarazioni dei giudici che componevano i collegi di cui faceva parte Carnevale per violazione del segreto della camera di consiglio.
È impossibile giudicare se il maxiprocesso sia stato o meno un successo senza considerare gli eventi successivi. Il successo più importante del processo fu il fatto di riconoscere l'esistenza della Mafia come un'organizzazione compatta e gerarchica, piuttosto che i suoi singoli membri per crimini isolati (quest'approccio veniva già utilizzato negli USA dal RICO Act). Alcuni potrebbero affermare che i processi d'appello corrotti annullarono in larga parte l'esito del processo, ma, sebbene ci siano voluti diversi anni e la vita di due giudici, il maxiprocesso generò, alla fine, una reazione a catena che portò a un importante indebolimento della Mafia e alla cattura di coloro che erano sfuggiti alla giustizia per lunghissimi periodi di latitanza, come Riina e Brusca, fino a Bernardo Provenzano, che sarà catturato nel 2006.
Il 10 febbraio 1986 ha inizio a Palermo quello che fu poi chiamato il maxi processo a Cosa Nostra, nella famosa aula bunker, ad opera del giudice Giovanni Falcone e dei suoi collaboratori.
Nel 1983 il nuovo consigliere istruttore Antonino Caponnetto mise insieme un pool di magistrati (Giovanni Falcone, Paolo Borsellino, Giuseppe Di Lello e Leonardo Guarnotta) affinché si occupasse a tempo pieno e in via esclusiva delle inchieste riguardanti elementi mafiosi e allo scopo di mettere in comune le informazioni d'indagine, riducendo così i rischi; in poco tempo il pool acquisì altre inchieste giudiziarie, verifiche di conti correnti e le dichiarazioni di venticinque collaboratori di giustizia, suffragate da riscontri e conferme, a cui si aggiunsero quelle di Tommaso Buscetta e Salvatore Contorno, che consentirono di ricostruire per la prima volta in modo certo ed organico l'organizzazione e la struttura di Cosa Nostra.
Un totale di 474 imputati vennero rinviati a giudizio, ma 119 di loro dovettero essere processati in contumacia, dal momento che erano fuggitivi ancora latitanti (Salvatore Riina era uno di loro). Tra gli imputati presenti vi era Luciano Liggio, il predecessore di Riina, che decise di assumere autonomamente la propria difesa, Giuseppe "Pippo" Calò, Michele Greco, Leoluca Bagarella, Salvatore Montalto e molti altri.
Il maxiprocesso ebbe luogo nelle vicinanze dell'Ucciardone (il carcere di Palermo), in un bunker progettato e costruito appositamente per il processo. L'edificio era ottagonale in cemento armato in grado di resistere ad attacchi da parte di armi aria-terra; all'interno vi erano delle celle ricavate all'interno dei muri verdi, ed in esse venivano ospitati i molti imputati, suddivisi in gruppi. Più di seicento giornalisti furono presenti, insieme a molti carabinieri armati con mitragliatori e un sistema di difesa contraereo che teneva d'occhio gli imputati ed eventuali malintenzionati che volessero minare gli sforzi del collegio giudicante.
Dopo diversi anni di pianificazione, il processo iniziò il 10 febbraio 1986. La corte era presieduta da Alfonso Giordano, affiancato da due giudici a latere, uno dei quali era Piero Grasso, che erano i suoi "sostituti", in modo tale da assicurare la continuità del procedimento nel caso in cui a Giordano fosse accaduto qualcosa di irreparabile prima della fine dello stesso. Pubblico ministero era Giuseppe Ayala. Le accuse ascritte agli imputati includevano 120 omicidi, traffico di droga, estorsione, e, ovviamente, il nuovo reato di associazione mafiosa.
Il giudice Giordano si guadagnò fama per essere rimasto paziente e corretto durante un processo con così tanti imputati. Alcuni di essi si comportarono in maniera distruttiva e abbastanza pericolosa: uno si chiuse la bocca con delle graffette per segnalare il suo rifiuto di parlare, un altro mostrava segni di pazzia, urlava di continuo e ingaggiava lotte con le guardie anche quando indossava la camicia di forza, un altro ancora minacciava di tagliarsi la gola se una sua dichiarazione non fosse stata letta alla corte, per far ritardare le udienze c'era chi ingoiava dei bulloni d'acciaio per far scattare il metal detector, Luciano Liggio si lamentava di non riuscire a sentire le parole del presidente così da far spesso aggiornare le sedute mentre gli avvocati pur di ritardare chiedevano la lettura integrale di tutti gli atti.
La maggior parte delle prove più significative provenne da Tommaso Buscetta, un mafioso catturato nel 1982 in Brasile, paese in cui si era rifugiato due anni prima, da evaso, dopo essere sfuggito a una condanna per due omicidi. Costui aveva perso diversi parenti durante la guerra di mafia, tra cui due figli, e molti alleati, tra cui Stefano Bontade e Salvatore Inzerillo, ed aveva, perciò, deciso di collaborare con i magistrati siciliani. I Corleonesi continuarono la propria vendetta contro Buscetta uccidendo diversi altri suoi parenti.
Alcune prove vennero presentate postume da Leonardo Vitale. Sebbene Buscetta sia considerato il primo pentito (e certamente fu il primo ad essere preso sul serio), nel 1973 il trentaduenne Leonardo Vitale si era presentato spontaneamente in una stazione di polizia di Palermo ed aveva confessato di far parte della mafia. Disse di aver commesso molti crimini durante la sua militanza, tra cui due omicidi. Disse anche di essere in una "crisi spirituale" e di provare rimorso. Tuttavia, le sue informazioni furono in larga parte ignorate per i suoi comportamenti inusuali, tra cui l'automutilazione come forma di penitenza personale, lo portarono ad essere considerato un malato di mente, e le sue dettagliate confessioni furono quindi ritenute prive di seri fondamenti.
Gli unici mafiosi coinvolti dalla sua testimonianza erano Vitale stesso e suo zio. Vitale venne internato in un manicomio, e fu quindi rilasciato nel Giugno del 1984; sei mesi dopo fu ucciso a colpi di pistola. Molti assunsero un atteggiamento critico nei riguardi del maxiprocesso. Il Cardinale Salvatore Pappalardo della Chiesa cattolica rilasciò una controversa intervista in cui disse che il maxiprocesso era "uno spettacolo oppressivo" e in cui affermava che l'aborto uccideva più persone che non la mafia.
Altri critici suggerirono che la parola degli informatori - in primis Buscetta - non fosse la maniera ideale per giudicare altri individui, dal momento che anche un informatore che si fosse sinceramente pentito era comunque un criminale, uno spergiuro ed un omicida, e poteva avere ancora un velato interesse a modificare la propria testimonianza per adattarla alle proprie necessità, se non per portare a termine le proprie vendette. Si disse anche che un processo così imponente con così tanti imputati non dava sufficienti garanzie a ciascuno di essi come individui, e si trattava di un tentativo di "fare giustizia in serie", come scrisse un giornalista.
Le informazioni che Buscetta fornì ai giudici Falcone e Borsellino furono molto importanti; prese nel loro complesso esse andavano a formare il cosiddetto "teorema Buscetta", nel senso che ritenere vere le sue affermazioni era fondamentale per l'intero caso. Buscetta fornì una nuova consapevolezza del funzionamento della mafia, e di come i gruppi clandestini di potere della Cupola Siciliana (la Commissione della Mafia Siciliana) si mettessero d'accordo sulle politiche da adottare e sugli affari da intraprendere. Per la prima volta la Mafia veniva perseguita come entità, piuttosto che come insieme di crimini separati. Il giorno in cui la corte si ritirò in camera di consiglio per emettere la sentenza, il capo della cupola di Cosa Nostra, Michele Greco, si avvicinò al microfono e pronunciò poche frasi rivolto a Giordano: "Signor giudice, io vi auguro la pace, perché solo con la pace si può giudicare. Non sono parole mie, ma del Signore Dio a Mosè".
Il processo terminò il 16 dicembre 1987, circa due anni dopo il suo inizio. La sentenza fu letta alle 19:30, e ci volle un'ora perché venisse letta completamente. Dei 475 imputati - presenti e no - 360 vennero condannati. 2665 anni di condanne al carcere vennero divisi fra i colpevoli, non includendo gli ergastoli comminati ai diciannove boss di punta della Mafia e ai killer, tra cui Michele Greco, Giuseppe Marchese, Giovan Battista Pullarà e - in contumacia - Salvatore Riina, Giuseppe Lucchese Miccichè e Bernardo Provenzano. Solo Lucchese Miccichè venne assolto da questi crimini in Cassazione.
La corte era all'oscuro del fatto che alcuni tra quelli che erano stati condannati in absentia fossero già morti al momento della lettura della sentenza. Tra di essi si annoverano Filippo Marchese, Rosario Riccobono e Giuseppe Greco. Mario Prestifilippo, invece, fu trovato morto ammazzato nelle strade della città mentre il procedimento penale era ancora in corso.
114 imputati vennero assolti, tra cui Luciano Liggio, che era stato accusato di aver contribuito a gestire la famiglia mafiosa dei Corleonesi dall'interno del carcere, e per avere ordinato l'omicidio di Cesare Terranova, che l'aveva inquisito nel 1970. Il collegio giudicante decise che non vi erano prove sufficienti. Tuttavia, questo non cambiava di molto la posizione di Liggio, dal momento che era stato condannato all'ergastolo per omicidio: morì in carcere sei anni dopo. Tra gli assolti, diciotto vennero in seguito uccisi dalla Mafia, tra cui Antonino Ciulla, che fu colpito a morte un'ora dopo il rilascio, mentre tornava a casa per partecipare a una festa in onore della sua liberazione.
In Cassazione ulteriori sentenze di condanna furono annullate ad opera di una Sezione della Corte presieduta dal giudice Corrado Carnevale, in seguito anch'egli accusato di collusione con la mafia ed infine prosciolto dopo un lungo ed articolato iter processuale che vide alternarsi condanne ed assoluzioni (la tesi dell'accusa era che, essendo colluso, venissero dati alla Sezione da lui presieduta la maggior parte dei ricorsi nei processi di Mafia, grazie all'influenza del politico Salvatore Lima).
Carnevale fu soprannominato dai suoi detrattori come l'ammazzasentenze per via della sua tendenza a cancellare le condanne per Mafia anche per piccoli vizi di forma, confermando invece quasi sempre le assoluzioni. Carnevale cancellò alcune condanne per traffico di droga, ad esempio, perché le conversazioni intercettate presentate come prova si riferivano allo spostamento di "camicie" e "completi" invece che a narcotici; sebbene fosse noto che talvolta alcuni trafficanti utilizzassero tali nomi in codice per riferirsi allo stupefacente, nel caso concreto, tuttavia, non vi erano prove ulteriori (come ad es. il sequestro di una partita di sostanza) che permettessero di affermare che gli interlocutori non stessero parlando di capi d'abbigliamento.
Nel 1989, solo 60 imputati rimanevano dietro le sbarre. Giovanni Falcone e Paolo Borsellino si lamentarono dell'annullamento di diverse delle condanne inflitte in primo grado, ma non furono ascoltati: sembrava che la crociata dello stato contro la Mafia avesse perso vigore, e le loro opinioni rimasero in gran parte inascoltate. Il 9 agosto 1991 viene assassinato nei pressi di Campo Calabro Antonino Scopelliti titolare della pubblica accusa in Cassazione del Maxiprocesso siciliano. L'intento della mafia era quello di arrestare con ogni mezzo l'iter processuale, ma nonostante l'eliminazione del giudice Scopelliti, uomo di punta della procura generale, il 30 gennaio 1992 anche la Corte di Cassazione conferma le condanne di primo e secondo grado.
La condanna definitiva scatenò una feroce reazione contro esponenti della politica e della magistratura. Il 12 marzo 1992 viene assassinato a Palermo Salvo Lima, deputato siciliano che in base agli atti di alcuni processi sarebbe stato un collaboratore stabile di Cosa Nostra, e che presumibilmente avrebbe perso la fiducia dell'organizzazione per non essere riuscito a impedire la condanna definitiva in Cassazione. Tra la primavera e l'estate del 1992, i giudici Giovanni Falcone e Paolo Borsellino vennero uccisi insieme agli agenti delle loro scorte nelle stragi di Capaci e di via D'Amelio.
Lo sdegno pubblico generato da questa ondata di stragi, insieme all'implicita conferma della correttezza delle tesi accusatorie del maxiprocesso, portò a un riacutizzarsi della lotta a Cosa Nostra che indebolì pesantemente l'organizzazione. Nel 1993 viene arrestato Salvatore Riina, poi nel 1996 anche Giovanni Brusca viene assicurato alla giustizia e nel 1997 è il turno di Pietro Aglieri. Il giudice Corrado Carnevale è stato assolto con formula piena nel 2000, dopo che la Cassazione a Sezioni Unite ha stabilito l'inutilizzabilità delle dichiarazioni dei giudici che componevano i collegi di cui faceva parte Carnevale per violazione del segreto della camera di consiglio.
È impossibile giudicare se il maxiprocesso sia stato o meno un successo senza considerare gli eventi successivi. Il successo più importante del processo fu il fatto di riconoscere l'esistenza della Mafia come un'organizzazione compatta e gerarchica, piuttosto che i suoi singoli membri per crimini isolati (quest'approccio veniva già utilizzato negli USA dal RICO Act). Alcuni potrebbero affermare che i processi d'appello corrotti annullarono in larga parte l'esito del processo, ma, sebbene ci siano voluti diversi anni e la vita di due giudici, il maxiprocesso generò, alla fine, una reazione a catena che portò a un importante indebolimento della Mafia e alla cattura di coloro che erano sfuggiti alla giustizia per lunghissimi periodi di latitanza, come Riina e Brusca, fino a Bernardo Provenzano, che sarà catturato nel 2006.
domenica 4 aprile 2021
#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi
Buongiorno, oggi è il 4 aprile.
Il 4 aprile 2000 muore a New York Tommaso Buscetta, detto Don Masino.
Tommaso Buscetta nasce il 13 luglio 1928 ad Agrigento, in un quartiere popolare, da una modesta famiglia del posto. La madre è una semplice casalinga mentre il padre fa il vetraio.
Ragazzo sveglio e dalla pronta intelligenza, brucia le tappe di una vita intensa sposandosi molto presto, a soli sedici anni, anche se nella Sicilia di allora i matrimoni fra giovanissimi non erano così infrequenti.
Ad ogni modo il matrimonio procura delle precise responsabilità a Tommaso, fra tutte quella di assicurare il pane alla sua giovane sposa. Si tenga presenta che nella Sicilia profonda degli anni '30 non era concepibile che una donna svolgesse un qualunque lavoro....
Buscetta, quindi, per campare intraprende attività legate al mercato nero; in particolare, smercia clandestinamente tessere per il razionamento della farina: è il 1944, la guerra sfianca i civili e devasta le città, non esclusa Palermo, soffocata sotto un cumulo di macerie, quelle del bombardamento dell'anno prima.
Malgrado questo quadro apparentemente poco felice, l'anno dopo i Buscetta mettono al mondo una bambina, Felicia, mentre due anni dopo arriva anche Benedetto. Con i due figli, crescono anche le esigenze economiche. A Palermo, però, di lavoro regolare proprio non se ne trova; si fa avanti allora lo spettro dell'unica soluzione possibile, anche se dolorosa: l'immigrazione. Cosa che puntualmente, come per tantissimi italiani degli anni '40, si verifica. Saputo che in Argentina c'è buona possibilità di sistemazione per gli italiani, don Masino si imbarca dunque a Napoli per poi sbarcare a Buenos Aires, dove si inventa un lavoro originale sulle orma dell'antica professione paterna: apre una vetreria nella capitale sudamericana. L'attività non fa certo affari d'oro. Deluso, nel '57 fa ritorno nella "sua" Palermo, deciso a ritentare nuovamente la strada della ricchezza e del successo con...altri mezzi.
In effetti, Palermo in quel periodo stava cambiando non poco, usufruendo anch'essa, seppure in maniere limitata, del Boom economico di cui stava beneficiando l'Italia, grazie allo sforzo di milioni di lavoratori intelligenti e capaci. Una febbre di rinascita sembra avere sanamente attanagliato la città siciliana: dovunque si costruiscono nuove opere, si demoliscono antichi palazzi per farne sorgere di nuovi e insomma dappertutto ferve una grande voglia di riscatto, di ricostruzione e di benessere.
Purtroppo, la mafia aveva già steso i suoi lunghi tentacoli su gran parte delle attività allora avviate, soprattutto sui numerosi palazzi in cemento armato, il nuovo materiale per le costruzioni di massa e popolari, che spuntavano come funghi qua e là. Don Masino intravede soldi facili in quel mercato e si inserisce nelle attività controllate da La Barbera, boss di Palermo centro. Inizialmente Don Masino è affidato alla "divisione tabacchi", con funzioni di contrabbando e simili ma poi si farà strada con incarichi più importanti. Per ciò che riguarda le gerarchie, La Barbera controllava la città mentre alla sommità della cupola mafiosa, invece, vi era Salvatore Greco detto Cicchiteddu, il boss dei boss.
Nel 1961 esplode la prima guerra di mafia, la quale vede pesantemente coinvolte le famiglie che si spartiscono il territorio palermitano. La situazione, in mezzo a vari morti ammazzati, si fa rischiosa anche per Don Masino che, saggiamente, decide di sparire per un bel po'. La latitanza di Buscetta, a conti fatti, si protrarrà per ben dieci anni, ossia dal 1962 fino al 2 novembre del 1972. Nel lungo lasso di tempo si sposta in continuazione fino ad arrivare, nei primi anni '70, a Rio De Janeiro. In questa situazione precaria e infernale, anche la vita familiare non poteva che essere rivoluzionata. Infatti cambia per due volte moglie fino a costruire due altre famiglie. Con la seconda moglie, Vera Girotti, condivide un'esistenza scapestrata e pericolosa, sempre sul filo dell'agguato e dell'arresto. Con lei, alla fine del 1964 fugge in Messico per poi approdare a New York, importando per vie illegali anche i figli di primo letto.
Due anni dopo, nel municipio di New York, col nome di Manuele Lopez Cadena la sposa civilmente. Nel 1968, sempre nel tentativo di sfuggire alla giustizia, indossa i nuovi panni di Paulo Roberto Felici. Con questa nuova identità sposa la brasiliana Cristina de Almeida Guimares. La differenza di età è notevole. Buscetta è un mafioso quarantenne mentre lei è solo una ragazza di ventuno anni, ma le differenze non spaventano Don Masino. La latitanza, fra mille difficoltà, continua.
Finalmente, il 2 novembre del 1972, la polizia brasiliana riesce a mettere le manette ai polsi all'imprendibile mafioso, accusandolo di traffico internazionale di narcotici. Il Brasile non lo processa ma lo spedisce a Fiumicino dove lo attendono altre manette. Nel dicembre del 1972 si apre per lui la porta di una cella del terzo braccio del carcere dell'Ucciardone. In carcere rimane sino al 13 febbraio 1980, deve scontare la condanna del processo di Catanzaro, 14 anni ridotti a 5 in appello.
In carcere Don Masino cerca di non perdere la calma interiore e la forma fisica. Insomma, cerca di non farsi travolgere dagli eventi. Il suo regime di vita è esemplare: si sveglia molto presto e dedica un'ora o più, agli esercizi fisici. Il fatto è che, pur restando in carcere, la mafia lo aiutava a mantenere una vita più che dignitosa. Colazione, pranzo e cena erano direttamente fornite dalle cucine di uno dei più noti ristoranti di Palermo...
Ad ogni buon conto, gli anni che Buscetta trascorre all'Ucciardone sono cruciali per la mafia. Vengono uccisi magistrati, investigatori, giornalisti, innocenti cittadini. Sul piano personale, invece, sposa per la seconda volta Cristina e ottiene la semilibertà, facendo il vetraio presso un artigiano.
Ma nelle strade di Palermo si torna a sparare. L'assassinio di Stefano Bontade indica a Buscetta con chiarezza quanto la sua posizione sia ormai precaria. Ha paura. Torna quindi in clandestinità. È l'8 giugno del 1980. Rientra in Brasile via Paraguay, porto franco per avventurieri di mezzo mondo. Tre anni dopo, la mattina del 24 ottobre del 1983 quaranta uomini circondano la sua abitazione di San Paolo: scattano ancora le manette. Condotto al più vicino commissariato don Masino propone: "Sono ricco, posso darvi tutti i soldi che vorrete, a patto che mi lasciate andare".
Nel giugno del 1984 due magistrati palermitani vanno a trovarlo nelle carceri di di San Paolo. Sono il giudice istruttore Giovanni Falcone ed il sostituto procuratore Vincenzo Geraci. Buscetta durante lo storico colloquio non ammette nulla ma, proprio quando i magistrati si stavano allontanando, lancia un segnale: "Spero potremo rivederci presto". Il 3 luglio il tribunale supremo brasiliano concede la sua estradizione.
Durante il tragitto verso l'Italia Buscetta ingerisce un milligrammo e mezzo di stricnina. Si salva. Quattro giorni d'ospedale, poi finalmente è pronto per il volo fino a Roma. Quando il Dc 10 Alitalia tocca la pista di Fiumicino, il 15 luglio 1984, l'aeroporto è circondato da squadre speciali. Tre giorni dopo, il mafioso Tommaso Buscetta è di fronte al Falcone. Con il giudice scatta un'intesa profonda, un senso di fiducia che sfocerà in un rapporto del tutto particolare. Non è esagerato affermare che fra i due vi fosse stima reciproca (sicuramente da parte di Buscetta). E' la base fondamentale per le prime rivelazioni di Don Masino, che presto diventeranno come un fiume in piena. E', di fatto, il primo "pentito" della storia, un ruolo che si assume con grande coraggio e una scelta che pagherà a caro prezzo (praticamente, con gli anni, la famiglia Buscetta è stata sterminata per ritorsione dalla mafia).
Nelle intense sedute con Falcone, Buscetta svela gli organigrammi delle cosche avversarie, poi quelle dei suoi alleati. Consegna ai giudici gli esattori Nino ed Ignazio Salvo, quindi Vito Ciancimino. Nel 1992, quando viene assassinato il parlamentare europeo della Democrazia Cristiana Salvo Lima dirà che "era uomo d'onore". In seguito, le sue dichiarazione hanno puntato sempre più in alto, fino ad indicare in Giulio Andreotti il riferimento più importante, a livello istituzionale, di Cosa nostra nella politica.
Buscetta è stato per gli ultimi quattordici anni della sua vita un cittadino americano quasi libero. Estradato negli Usa dopo avere testimoniato in Italia, ha da quel governo ottenuto, in cambio della sua collaborazione contro la presenza mafiosa negli Usa, cittadinanza, nuova identità sotto copertura, protezione per sè e per la sua famiglia. Dal 1993 ha beneficiato di un "contratto" con il governo italiano, grazie ad una legge approvata da un governo presieduto proprio da Giulio Andreotti, in base alla quale ha ricevuto anche un cospicuo vitalizio.
Il 4 aprile del 2000, all'età di 72 anni e ormai irriconoscibile per via delle numerose plastiche facciali affrontate allo scopo di sfuggire ai killer della mafia, Don Masino è deceduto a New York per un male incurabile.
Il 4 aprile 2000 muore a New York Tommaso Buscetta, detto Don Masino.
Tommaso Buscetta nasce il 13 luglio 1928 ad Agrigento, in un quartiere popolare, da una modesta famiglia del posto. La madre è una semplice casalinga mentre il padre fa il vetraio.
Ragazzo sveglio e dalla pronta intelligenza, brucia le tappe di una vita intensa sposandosi molto presto, a soli sedici anni, anche se nella Sicilia di allora i matrimoni fra giovanissimi non erano così infrequenti.
Ad ogni modo il matrimonio procura delle precise responsabilità a Tommaso, fra tutte quella di assicurare il pane alla sua giovane sposa. Si tenga presenta che nella Sicilia profonda degli anni '30 non era concepibile che una donna svolgesse un qualunque lavoro....
Buscetta, quindi, per campare intraprende attività legate al mercato nero; in particolare, smercia clandestinamente tessere per il razionamento della farina: è il 1944, la guerra sfianca i civili e devasta le città, non esclusa Palermo, soffocata sotto un cumulo di macerie, quelle del bombardamento dell'anno prima.
Malgrado questo quadro apparentemente poco felice, l'anno dopo i Buscetta mettono al mondo una bambina, Felicia, mentre due anni dopo arriva anche Benedetto. Con i due figli, crescono anche le esigenze economiche. A Palermo, però, di lavoro regolare proprio non se ne trova; si fa avanti allora lo spettro dell'unica soluzione possibile, anche se dolorosa: l'immigrazione. Cosa che puntualmente, come per tantissimi italiani degli anni '40, si verifica. Saputo che in Argentina c'è buona possibilità di sistemazione per gli italiani, don Masino si imbarca dunque a Napoli per poi sbarcare a Buenos Aires, dove si inventa un lavoro originale sulle orma dell'antica professione paterna: apre una vetreria nella capitale sudamericana. L'attività non fa certo affari d'oro. Deluso, nel '57 fa ritorno nella "sua" Palermo, deciso a ritentare nuovamente la strada della ricchezza e del successo con...altri mezzi.
In effetti, Palermo in quel periodo stava cambiando non poco, usufruendo anch'essa, seppure in maniere limitata, del Boom economico di cui stava beneficiando l'Italia, grazie allo sforzo di milioni di lavoratori intelligenti e capaci. Una febbre di rinascita sembra avere sanamente attanagliato la città siciliana: dovunque si costruiscono nuove opere, si demoliscono antichi palazzi per farne sorgere di nuovi e insomma dappertutto ferve una grande voglia di riscatto, di ricostruzione e di benessere.
Purtroppo, la mafia aveva già steso i suoi lunghi tentacoli su gran parte delle attività allora avviate, soprattutto sui numerosi palazzi in cemento armato, il nuovo materiale per le costruzioni di massa e popolari, che spuntavano come funghi qua e là. Don Masino intravede soldi facili in quel mercato e si inserisce nelle attività controllate da La Barbera, boss di Palermo centro. Inizialmente Don Masino è affidato alla "divisione tabacchi", con funzioni di contrabbando e simili ma poi si farà strada con incarichi più importanti. Per ciò che riguarda le gerarchie, La Barbera controllava la città mentre alla sommità della cupola mafiosa, invece, vi era Salvatore Greco detto Cicchiteddu, il boss dei boss.
Nel 1961 esplode la prima guerra di mafia, la quale vede pesantemente coinvolte le famiglie che si spartiscono il territorio palermitano. La situazione, in mezzo a vari morti ammazzati, si fa rischiosa anche per Don Masino che, saggiamente, decide di sparire per un bel po'. La latitanza di Buscetta, a conti fatti, si protrarrà per ben dieci anni, ossia dal 1962 fino al 2 novembre del 1972. Nel lungo lasso di tempo si sposta in continuazione fino ad arrivare, nei primi anni '70, a Rio De Janeiro. In questa situazione precaria e infernale, anche la vita familiare non poteva che essere rivoluzionata. Infatti cambia per due volte moglie fino a costruire due altre famiglie. Con la seconda moglie, Vera Girotti, condivide un'esistenza scapestrata e pericolosa, sempre sul filo dell'agguato e dell'arresto. Con lei, alla fine del 1964 fugge in Messico per poi approdare a New York, importando per vie illegali anche i figli di primo letto.
Due anni dopo, nel municipio di New York, col nome di Manuele Lopez Cadena la sposa civilmente. Nel 1968, sempre nel tentativo di sfuggire alla giustizia, indossa i nuovi panni di Paulo Roberto Felici. Con questa nuova identità sposa la brasiliana Cristina de Almeida Guimares. La differenza di età è notevole. Buscetta è un mafioso quarantenne mentre lei è solo una ragazza di ventuno anni, ma le differenze non spaventano Don Masino. La latitanza, fra mille difficoltà, continua.
Finalmente, il 2 novembre del 1972, la polizia brasiliana riesce a mettere le manette ai polsi all'imprendibile mafioso, accusandolo di traffico internazionale di narcotici. Il Brasile non lo processa ma lo spedisce a Fiumicino dove lo attendono altre manette. Nel dicembre del 1972 si apre per lui la porta di una cella del terzo braccio del carcere dell'Ucciardone. In carcere rimane sino al 13 febbraio 1980, deve scontare la condanna del processo di Catanzaro, 14 anni ridotti a 5 in appello.
In carcere Don Masino cerca di non perdere la calma interiore e la forma fisica. Insomma, cerca di non farsi travolgere dagli eventi. Il suo regime di vita è esemplare: si sveglia molto presto e dedica un'ora o più, agli esercizi fisici. Il fatto è che, pur restando in carcere, la mafia lo aiutava a mantenere una vita più che dignitosa. Colazione, pranzo e cena erano direttamente fornite dalle cucine di uno dei più noti ristoranti di Palermo...
Ad ogni buon conto, gli anni che Buscetta trascorre all'Ucciardone sono cruciali per la mafia. Vengono uccisi magistrati, investigatori, giornalisti, innocenti cittadini. Sul piano personale, invece, sposa per la seconda volta Cristina e ottiene la semilibertà, facendo il vetraio presso un artigiano.
Ma nelle strade di Palermo si torna a sparare. L'assassinio di Stefano Bontade indica a Buscetta con chiarezza quanto la sua posizione sia ormai precaria. Ha paura. Torna quindi in clandestinità. È l'8 giugno del 1980. Rientra in Brasile via Paraguay, porto franco per avventurieri di mezzo mondo. Tre anni dopo, la mattina del 24 ottobre del 1983 quaranta uomini circondano la sua abitazione di San Paolo: scattano ancora le manette. Condotto al più vicino commissariato don Masino propone: "Sono ricco, posso darvi tutti i soldi che vorrete, a patto che mi lasciate andare".
Nel giugno del 1984 due magistrati palermitani vanno a trovarlo nelle carceri di di San Paolo. Sono il giudice istruttore Giovanni Falcone ed il sostituto procuratore Vincenzo Geraci. Buscetta durante lo storico colloquio non ammette nulla ma, proprio quando i magistrati si stavano allontanando, lancia un segnale: "Spero potremo rivederci presto". Il 3 luglio il tribunale supremo brasiliano concede la sua estradizione.
Durante il tragitto verso l'Italia Buscetta ingerisce un milligrammo e mezzo di stricnina. Si salva. Quattro giorni d'ospedale, poi finalmente è pronto per il volo fino a Roma. Quando il Dc 10 Alitalia tocca la pista di Fiumicino, il 15 luglio 1984, l'aeroporto è circondato da squadre speciali. Tre giorni dopo, il mafioso Tommaso Buscetta è di fronte al Falcone. Con il giudice scatta un'intesa profonda, un senso di fiducia che sfocerà in un rapporto del tutto particolare. Non è esagerato affermare che fra i due vi fosse stima reciproca (sicuramente da parte di Buscetta). E' la base fondamentale per le prime rivelazioni di Don Masino, che presto diventeranno come un fiume in piena. E', di fatto, il primo "pentito" della storia, un ruolo che si assume con grande coraggio e una scelta che pagherà a caro prezzo (praticamente, con gli anni, la famiglia Buscetta è stata sterminata per ritorsione dalla mafia).
Nelle intense sedute con Falcone, Buscetta svela gli organigrammi delle cosche avversarie, poi quelle dei suoi alleati. Consegna ai giudici gli esattori Nino ed Ignazio Salvo, quindi Vito Ciancimino. Nel 1992, quando viene assassinato il parlamentare europeo della Democrazia Cristiana Salvo Lima dirà che "era uomo d'onore". In seguito, le sue dichiarazione hanno puntato sempre più in alto, fino ad indicare in Giulio Andreotti il riferimento più importante, a livello istituzionale, di Cosa nostra nella politica.
Buscetta è stato per gli ultimi quattordici anni della sua vita un cittadino americano quasi libero. Estradato negli Usa dopo avere testimoniato in Italia, ha da quel governo ottenuto, in cambio della sua collaborazione contro la presenza mafiosa negli Usa, cittadinanza, nuova identità sotto copertura, protezione per sè e per la sua famiglia. Dal 1993 ha beneficiato di un "contratto" con il governo italiano, grazie ad una legge approvata da un governo presieduto proprio da Giulio Andreotti, in base alla quale ha ricevuto anche un cospicuo vitalizio.
Il 4 aprile del 2000, all'età di 72 anni e ormai irriconoscibile per via delle numerose plastiche facciali affrontate allo scopo di sfuggire ai killer della mafia, Don Masino è deceduto a New York per un male incurabile.
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