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domenica 30 marzo 2025

#AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi


 Buongiorno, oggi è il 30 marzo.

Il 30 marzo 1985 Pippo Calò, il tesoriese di Cosa Nostra, viene arrestato.

Giuseppe Calò, soprannominato Pippo (Palermo, 30 settembre 1931), è un mafioso italiano, legato a Cosa nostra. A lui si fa riferimento come il "cassiere di Cosa nostra" perché era fortemente coinvolto nella parte finanziaria dell'organizzazione, soprattutto nel riciclaggio di denaro.

Nato e cresciuto a Palermo, ha lavorato come commesso in un negozio di vendita di tessuti ed in seguito lavorò anche come macellaio e barista. All'età di diciotto anni, Calò si segnalò per aver inseguito e ferito a colpi di pistola l'assassino del padre. Per queste sue "qualità", all'età di 23 anni venne affiliato nella cosca mafiosa di Porta Nuova dal suo associato Tommaso Buscetta e iniziò numerose attività in imprese legali come rappresentante di tessuti a Palermo, aprì un bar e si occupò di una pompa di benzina. Giuseppe Calò ha avuto due figli, da uno di questi è nato il criminale italiano associato a Cosa nostra Leonardo Calò, condannato per riciclaggio, pluriomicidio, occultamento di cadaveri e sequestro di persona. 

Nel 1969 Calò venne scelto come nuovo capo della cosca di Porta Nuova in seguito alla morte di vecchiaia del boss Giuseppe Corvaia. In questo periodo Calò divenne il principale fiancheggiatore del boss Luciano Liggio e del suo vice Salvatore Riina: l'omicidio del procuratore Pietro Scaglione venne eseguito dagli stessi Liggio e Riina nel territorio della cosca di Calò, che fornì anche i suoi uomini per il sequestro del costruttore Luciano Cassina ordinato da Riina. Nel 1974, quando venne ricostruita la "Commissione", Calò entrò a farne parte come capo del mandamento di Porta Nuova, che comprendeva le cosche di Borgo Vecchio, Palermo centro e Porta Nuova.

All'inizio degli anni settanta Calò si trasferì a Roma. Sotto la falsa identità di Mario Aglialoro, investì in beni immobiliari e operò nel riciclaggio di denaro per conto delle cosche dello schieramento dei Corleonesi, legandosi alla Banda della Magliana, a frange eversive dell'Estrema destra e ad ambienti finanziari, in particolare con i faccendieri Umberto Ortolani, Ernesto Diotallevi e Flavio Carboni; inoltre Calò era in stretti rapporti d'amicizia con l'onorevole Francesco Cosentino. Nel primo periodo a Roma Calò si occupò inizialmente del gioco clandestino e poi, insieme al boss Stefano Bontate, controllò la distribuzione dell'eroina ai gruppi malavitosi di Testaccio, della Magliana e di Ostia-Acilia; dopo l'uccisione di Bontate, il traffico di eroina dalla Sicilia a Roma continuò, controllato soltanto da Calò.

In particolare Calò, grazie alle sue conoscenze negli ambienti finanziari, si avvaleva di Roberto Calvi e Licio Gelli per il riciclaggio di denaro sporco, che veniva investito nello IOR e nel Banco Ambrosiano, la banca di Calvi. Nel 1981, a seguito del fallimento definitivo del Banco Ambrosiano, Calvi cercherà di salvare il denaro investito da Calò per conto degli altri boss andato perduto nella bancarotta, però i suoi tentativi falliranno. Nel 1982 Roberto Rosone, vicepresidente del Banco Ambrosiano subentrato a Calvi, sopravvisse ad un agguato compiuto da esponenti della banda della Magliana legati a Calò; Calvi partì per Londra, forse per tentare un'azione di ricatto dall'estero verso i suoi precedenti alleati politici, tra cui l'onorevole Giulio Andreotti, ma il 18 giugno 1982 venne ritrovato impiccato sotto il Blackfriars Bridge.

Calò organizzò il 23 dicembre 1984 l'esplosione di una bomba sul treno Napoli-Milano con 17 morti e 267 feriti (la cosiddetta Strage del Rapido 904 o strage di Natale), per deviare l'attenzione dell'opinione pubblica dalle rivelazioni date dal pentito Tommaso Buscetta.

Calò fu arrestato il 30 marzo 1985 nel suo appartamento in Viale Tito Livio a Roma, in zona Balduina, mentre era in compagnia del mafioso Antonino Rotolo. L'11 maggio la polizia perquisì un edificio rustico presso Poggio San Lorenzo in provincia di Rieti, acquistato da Calò attraverso il suo prestanome Guido Cercola: furono trovati alcuni chili di eroina, un apparato ricetrasmittente, delle batterie, alcuni apparecchi radio, antenne, cavi, armi e diversi tipi di esplosivo.

Calò fu uno tra le centinaia di imputati sottoposti a giudizio durante il Maxiprocesso che iniziò l'anno seguente, nel quale dovette difendersi dalle accuse di associazione mafiosa, riciclaggio di denaro, e della responsabilità della strage del Rapido 904. Al termine del processo, nel 1987, Calò, riconosciuto colpevole, si vide infliggere una pena detentiva di due ergastoli.

Nel 1997 Calò e altri quattro (il faccendiere Flavio Carboni, la sua ex fidanzata Manuela Kleinszig, l'ex affarista della banda della MaglianaErnesto Diotallevi e Silvano Vittor) coinvolti nell'omicidio di Roberto Calvi furono indagati ed il loro processo, cominciato nell'ottobre 2005, si è concluso nel giugno 2007 con l'assoluzione degli imputati per «insufficienza di prove» da parte della Corte d'Assise. Sul caso rimane invece aperta l'indagine-stralcio presso la procura di Roma sui mandanti dell'omicidio che vede indagate una decina di persone tra cui Licio Gelli, l'ex capo della P2.

Secondo alcuni collaboratori di giustizia, Calò sarebbe uno dei responsabili dell'omicidio del giornalista Mino Pecorelli (assassinato il 20 marzo 1979 a Roma) per via dei suoi legami con la banda della Magliana.«La tesi accusatoria nel processo prospettava che il delitto sarebbe stato deciso dal senatore Andreotti il quale, attraverso l’on. Vitalone, avrebbe chiesto ai cugini Salvo l’eliminazione di Pecorelli. I Salvo avrebbero attivato Stefano Bontate e Gaetano Badalamenti, i quali, attraverso la mediazione di Giuseppe Calò, avrebbero incaricato Danilo Abbruciati e Franco Giuseppucci di organizzare il delitto che sarebbe stato eseguito da Massimo Carminati e da Michelangelo La Barbera.»(Documento del Senato della Repubblica)Dopo tre gradi di giudizio, nell'ottobre del 2003, la Corte di Cassazione emanò una sentenza di assoluzione "per non avere commesso il fatto" nei confronti di Calò, imputato insieme a Giulio Andreotti, Claudio Vitalone e Gaetano Badalamenti (accusati di essere i mandanti) e per Massimo Carminati e Michelangelo La Barbera da quella di essere gli esecutori materiali dell'omicidio, bollando le testimonianze dei collaboratori di giustizia come non attendibili..Il legame di Calò con la Banda della Magliana è testimoniato anche dai rapporti con Danilo Abbruciati (boss della Banda ucciso a Milano nell'attentato a Roberto Rosone): infatti Calò era il principale fornitore di eroina alla Banda. Lo stesso Abbruciati uccise poi Domenico Balducci, usuraio di Roma, che riciclava denaro sia per conto della Banda, sia per conto di Calò. Si dice che i motivi dell'uccisione siano in un favore fatto da Danilo Abbruciati proprio a Pippo Calò che aveva deciso di chiudere il rapporto con Domenico Balducci.

Nel 1995, nel processo per gli omicidi di Piersanti Mattarella, Pio La Torre e Michele Reina, Calò venne condannato all'ergastolo insieme ai boss Salvatore Riina, Michele Greco, Bernardo Brusca, Bernardo Provenzano, Francesco Madonia e Nenè Geraci. Sempre nel 1995, nel processo per l'omicidio del generale Carlo Alberto Dalla Chiesa, del capo della mobile Boris Giuliano e del professor Paolo Giaccone, Calò fu condannato all'ergastolo insieme a Bernardo Provenzano, Salvatore Riina, Bernardo Brusca, Francesco Madonia, Nenè Geraci e Francesco Spadaro. Nel 1996 fu nuovamente condannato all'ergastolo per l'omicidio del giudice Antonino Scopelliti insieme ai boss Salvatore Riina, Francesco Madonia, Giuseppe Giacomo Gambino, Giuseppe Lucchese, Bernardo Brusca, Salvatore Montalto, Salvatore Buscemi, Nenè Geraci e Pietro Aglieri.

Nel 1997, nel processo per la strage di Capaci in cui persero la vita il giudice Giovanni Falcone, la moglie e la scorta, Calò venne condannato all'ergastolo insieme ai boss Salvatore Riina, Pietro Aglieri, Bernardo Brusca, Raffaele Ganci, Nenè Geraci, Benedetto Spera, Nitto Santapaola, Bernardo Provenzano, Salvatore Montalto, Giuseppe Graviano e Matteo Motisi[16]. Lo stesso anno, nel processo per l'omicidio del giudice Cesare Terranova, Calò ricevette un altro ergastolo insieme a Michele Greco, Bernardo Brusca, Salvatore Riina, Nenè Geraci, Francesco Madonia e Bernardo Provenzano.

Inoltre nel 2004 viene accusato dal collaboratore Salvatore Cancemi di aver strangolato i due figli del pentito Tommaso Buscetta, scomparsi nel 1982 e mai più ritrovati.

Attualmente si trova in carcere a Bollate.


martedì 11 aprile 2023

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è l'11 aprile.
L'11 aprile 2006 viene arrestato, dopo 43 anni di latitanza, il super boss mafioso Bernardo Provenzano.
Ritenuto uno dei capi di Cosa nostra (la mafia siciliana), succeduto a Totò Riina negli anni '90, Bernardo Provenzano nasce a Corleone il 31 gennaio 1933. Soprannominato Zu Binu, oppure Binnu u tratturi (Bernardo il trattore, per la violenza con cui stroncava le vite dei nemici), è stato arrestato il giorno 11 aprile 2006, dopo una latitanza record durata oltre quarant'anni (era ricercato dal 9 maggio 1963).
Inizialmente Provenzano apparteneva assieme a Riina alla cosca mafiosa del boss corleonese Luciano Liggio; negli anni '60 commette i suoi primi omicidi. Già da questo periodo la sua fama è quella di terribile killer sanguinario.
In questo periodo si è nel corso della prima guerra di mafia palermitana contro i Navarra. Giuseppe Ruffino, Calogero Bagarella, Giovanni e Bernardo Provenzano, sono quattro tra i sicari i più temuti: la mattina del 9 maggio tendono un agguato a tre esponenti del clan Navarra (Francesco Streva, Biagio Pomilla e Antonino Piraino), eliminandoli.
Dopo aver ricevuto una denuncia per la strage, Bernardo Provenzano fa perdere le sue tracce.
Per i quarant'anni che seguiranno di Provenzano rimarranno solo alcune brevi registrazioni vocali (poi scomparse misteriosamente dal tribunale di Agrigento) e una foto segnaletica risalente al 18 settembre 1959 che raffigurava il volto sbarbato di un uomo elegante, con i capelli ordinati e lucidi di brillantina.
Il suo nome torna prepotentemente nelle cronache il 10 dicembre del 1969 quando cinque uomini con la divisa da finanzieri entrano in una palazzina per eliminare Michele Cavataio, detto "Il Cobra". Provenzano è fra questi: uccide tutti sparando all'impazzata.
Approda ai vertici di Cosa nostra all'inizio degli anni '80. Non è d'accordo con Riina per gli omicidi di Falcone e Borsellino, ma lascia fare. Dopo la risposta dello Stato dell'eliminazione di Leoluca Bagarella (arrestato il 24 giugno 1995), diventa il nuovo capo di Cosanostra; in breve Provenzano cambierà radicalmente il modo d'agire tipico della mafia corleonese. Applica la mediazione, consentendo alla Mafia di rimanere quasi invisibile per oltre un decennio.
Provenzano si considera un ministro investito dall'alto, alla maniera dei vecchi padrini, e come loro si sente come un padre che cresce una famiglia: tipico è riscontrare questa sua tendenza nelle lettere che scrive. In questo sta una differenza fondamentale con il predecessore Riina.
Introduce anche un sistema amministrativo che redistribuisce i proventi alle cosche, organizzandole in organismi spezzati ma ampi, abolendo di fatto la gerarchia tipica della cupola. Suo mezzo di comunicazione sono i cosiddetti "pizzini" (da lui stesso così chiamati), termine siciliano per indicare bigliettini di carta con brevi appunti, nello specifico utilizzati dal boss per comunicare gli ordini.
Provenzano viene segnalato nel 2003 presso una clinica francese vicino Marsiglia, dove si era recato per sottoporsi ad un intervento chirurgico alla prostata. Probabilmente viene accompagnato da Attilio Manca, urologo italiano poi trovato misteriosamente morto a Viterbo per overdose.
E' la mattina dell'11 aprile 2006 quando Bernardo Provenzano viene catturato in località Contrada dei Cavalli, a Corleone, in un casolare di campagna. Solo due settimane prima del ritrovamento, il suo avvocato Salvatore Traina aveva sostenuto che Provenzano era morto da anni. A tradire il boss pare sia stato l'ultimo suo pizzino, inviato alla moglie la mattina stessa dell'arresto, tramite il quale gli investigatori sono risaliti all'abitazione nella quale il boss si rifugiava. Un'altra versione vorrebbe che siano stati seguiti i pacchi di biancheria partiti da casa della moglie verso il casolare.
In precedenza già condannato in contumacia a tre ergastoli (oltre ad altri procedimenti in corso) il giorno successivo all'arresto Provenzano è stato trasferito dal carcere palermitano dell'Ucciardone, al carcere di massima sicurezza di Vocabolo Sabbione (Terni), sottoposto al regime carcerario del 41bis.
Dopo un anno di carcere a Terni, viene trasferito al carcere di Novara a seguito di alcuni malumori degli agenti di Polizia Penitenziaria che si occupavano della sua detenzione.
Dal carcere di Novara, il boss ha più volte tentato di comunicare con l'esterno in codice. Il ministero della Giustizia ha deciso di aggravare il carcere duro per Provenzano, applicandogli il regime di 14 bis in aggiunta al 41 bis dell'ordinamento penitenziario, che prevede l'isolamento in una cella in cui sono vietate la televisione e la radio portatile.
Il 19 marzo 2011 viene confermata la notizia di un cancro alla vescica.
Inoltre, sempre lo stesso giorno, è stato dichiarato che il boss di Cosa Nostra verrà trasferito dal Carcere di Novara al Carcere di Parma. Nel carcere di Parma il 9 maggio 2012 il boss tenta il suicidio infilando la testa in una busta di plastica con l'obiettivo di soffocarsi ma il tutto viene sventato da un poliziotto penitenziario. Il 23 maggio 2013 la trasmissione televisiva Servizio Pubblico manda in onda un video che ritrae Bernardo Provenzano nel carcere di Parma durante un incontro con la moglie e il figlio datato 15 dicembre 2012; l'ex boss appare fisicamente irriconoscibile, affaticato e mentalmente confuso, tanto da non riuscire a prendere in mano la cornetta del citofono per parlare con il figlio. Durante il colloquio Provenzano non riesce neanche a spiegare con chiarezza al figlio l'origine di una evidente ferita alla testa, prima dichiara di essere stato vittima di percosse, e successivamente di essere caduto accidentalmente. Il 26 luglio 2013 la procura di Palermo dà l'ok per la revoca del 41 Bis a Bernardo Provenzano per le sue condizioni mediche.
Ricoverato all'ospedale San Paolo di Milano, muore il 13 luglio 2016 all'età di 83 anni. I funerali furono vietati per motivi di ordine pubblico dal questore di Palermo. La salma venne quindi cremata nel crematorio del cimitero di Milano. Il 18 luglio le sue ceneri furono sepolte nella tomba di famiglia nel cimitero di Corleone.

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