Buongiorno, oggi è il 23 maggio.
Il 23 maggio 1934, in un'imboscata ad opera dei Texas Rangers, vengono uccisi Bonnie & Clyde.
A tutti è capitato almeno una volta nella vita di sentire i nomi Bonnie e Clyde, magari in una canzone o forse in uno dei numerosi film che sono stati dedicati a questa coppia.
Bonnie Elizabeth Parker nacque a Rowena (Texas) il 1 ottobre del 1910. Seconda di tre figli e orfana di padre a soli quattro anni si trasferì a Dallas con la madre; nonostante provenisse da una famiglia poverissima riuscì ugualmente a realizzarsi negli studi, vinse un concorso letterario e iniziò a scrivere i discorsi per i politici della città.
Lavorando come cameriera a 16 anni incontra e sposa Roy Thornton. Il matrimonio durerà solo tre anni, ma nonostante tutto lei non chiederà mai il divorzio. Roy morirà in prigione nel 1937 cercando d’evadere dal carcere dove stava scontando una condanna per furto.
Clyde Chestnut Barrow nacque a Telico nel 1909 da una famiglia poverissima di contadini. La sua carriera di ladro iniziò presto: il primo arresto risale al 1926 per un furto d’auto. Clyde sopravviveva compiendo furti in negozi e banche. Si dice che Clyde incontrò Bonnie nel bar dove lavorava quest’ultima, la loro folle storia di fughe iniziò in seguito a una rapina in cui Clyde uccise il propietario del negozio.
In due anni di fuga Bonnie e Clyde si erano lasciati alle spalle la morte di ben 9 poliziotti e numerosi civili. Rubavano automobili e cambiavano di continuo le targhe per non essere rintracciati dalla polizia.
Nel 1933 si unirono alla coppia anche il fratello di Clyde, Buck, la moglie Blanche e Henry Methvin. Sempre nel 1933 Buck perse la vita durante una sparatoria, Henry rimase colpito dalla morte del suo amico, tanto che decise di collaborare con la polizia per la cattura dei suoi amici in cambio di far cadere le accuse a suo carico.
Nel 1934 i poliziotti decisero di usare come esca il furgone del padre di Henry abbandonandolo lungo una strada, in modo che Clyde riconoscendo il furgone si fermasse per vedere cosa stesse succedendo. Fu proprio cosi che Bonnie e Clyde a bordo della loro auto passando da quella strada riconobbero il furgone e rallentarono; i poliziotti nascosti, al loro passaggio iniziarono a sparare su i due scariche e scariche di proiettili fino ad ucciderli. Furono uccisi da 50 proiettili ciascuno, Clyde stringeva in mano il suo fucile e Bonnie fu ritrovata con la testa china su una rivista che aveva comprato poco prima. Dentro la macchina vennero ritrovate tantissime targhe, armi e più di 3.000 proiettili. Furono seppelliti entrambi nel cimitero di Dallas, il desiderio di Bonnie era quello di essere seppellita accanto al suo Clyde, desiderio che non fu mai rispettato per volere della madre di Bonnie.
Clyde aveva 25 anni quando morì e Bonnie 23.
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giovedì 23 maggio 2024
venerdì 22 luglio 2022
#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi
Buongiorno, oggi è il 22 luglio.
Il 22 luglio 1934, a Chicago, John Dillinger viene ferito a morte durante un conflitto a fuoco con la polizia.
John Herbert Dillinger, personaggio tristemente noto per la sua carriera criminale di rapinatore di banche, nasce a Indianapolis (Indiana, USA) il giorno 22 giugno 1903. E' il 6 settembre 1924 quando all'età di vent'anni a Mooresville, rapina la drogheria vicino casa; viene arrestato e successivamente rilasciato grazie all'intercessione della matrigna. Nonostante ciò non ha nessuna intenzione di togliersi dalla cattiva strada: continua ad organizzare e mettere in atto rapine.
Viene nuovamente arrestato a Dayton, nell'Ohio: dal carcere viene trasferito nella prigione di Michigan City; in combutta con alcuni uomini della sua banda, Dillinger riesce a fuggire. Torna quindi sul campo e ricomincia la sua attività di rapinatore. L'immagine di Dillinger rimane impressa nelle menti delle sue vittime per l'elegante foggia dei suoi abiti: il suo cappello e il suo cappotto di alta sartoria sono ancora oggi simboli che fanno identificare nell'immaginario popolare la figura dal gangster. Questo stile fascinoso di fatto ha contribuito a fare di Dillinger un mito del suo tempo.
Considerato dall'FBI e dal suo storico direttore John Edgar Hoover il "nemico pubblico numero 1", Dillinger si guadagna addirittura la fama di "moderno Robin Hood del crimine": gli anni in cui opera sono quelli della grande depressione, storico periodo di profonda crisi degli Stati Uniti; al termine delle abituali rapine prende l'abitudine di dare fuoco ai registri contabili su cui sono annotati i debiti e le ipoteche delle persone in difficoltà economiche. In questo modo Dillinger attira su di sé la riconoscenza di tanti clienti a corto di denaro così come la simpatia di buona parte dell'opinione pubblica.
Nonostante il suo carattere brillante ed il suo stile mai eccessivamente brutale, quando le sue "attività" cominciano a conoscere una curva discendente, viene isolato dalla malavita, che teme di attirare su di sé l'attenzione della polizia; viene isolato anche grazie agli innovativi metodi di ricerca dell'FBI. Dillinger cerca di reagire e decide di allearsi con la gang di un altro noto criminale dell'epoca, "Baby Face" Nelson, individuo ben più rude di Dillinger e sicuramente privo di scrupoli rispetto a lui (e che insieme a lui arriva a dividersi la fama di "nemico pubblico").
Negli anni Trenta cerca di far perdere le sue tracce all'FBI, che gli sta alle calcagna, persino utilizzando dell'acido per cancellare le proprie impronte digitali. Nel mese di marzo 1934, a Tucson, viene arrestato in un hotel assieme a buona parte della sua gang, grazie a circostanze fortuite. Passano solo pochi giorni ed evade nuovamente arrivando a scatenare un vero e proprio caso politico nazionale: la prigione da cui scappa questa volta è quella di Crown Point, nell'Indiana (qui viene inoltre immortalato in alcune foto - divenute poi famose - che lo ritraggono ironicamente abbracciato al direttore del carcere).
Per portare a termine questa ennesima evasione prende in ostaggio alcuni agenti e ruba addirittura l'auto del direttore dell'istituto carcerario. Varcando il confine dello stato dell'Indiana Dillinger commette un reato federale: questo fatto - unitamente a una recente legge sul furto d'auto varata dal Congresso americano - permette all'FBI di poter intervenire organizzandosi tempestivamente.
Dopo quattro mesi dalla sua fuga, Dillinger viene identificato a Chicago. Mentre si trova all'esterno di un cinema, da dove stava uscendo assieme alle prostitute Polly Hamilton e Ana Cumpanas (dopo aver assistito alla proiezione del film poliziesco "Manhattan Melodrama", con Clark Gable - la cui trama include una storia di gangster), alcuni agenti dell'FBI uccidono a tradimento John Dillinger. Muore assassinato dall'esplosione di cinque colpi d'arma da fuoco, il giorno 22 luglio 1934, all'età di soli 31 anni.
A tradire il gangster è stata proprio Ana Cumpanas, conosciuta nell'ambiente dell'epoca anche come Anna Sage ed in seguito nota come la "Donna in Rosso" (per via del colore sgargiante dell'abito indossato per farsi riconoscere dalla polizia). Ana aveva passato ai servizi segreti le informazioni per incastrare Dillinger, in cambio della sua permanenza in America: voleva evitare di essere espulsa verso la sua terra natale, la Romania, ma sarebbe stato tutto inutile in quanto sarebbe poi stata espulsa ugualmente.
All'agguato fatale partecipa anche Melvin Purvis, giovane G-Man nominato dal direttore John Edgar Hoover per coordinare le ricerche assieme agli uomini della nuova FBI, tra cui l'esperto investigatore Charles Winstead. Purvis lascera l'FBI solo un anno dopo la morte di Dillinger: morirà nel 1960 a causa di un colpo partito accidentalmente dalla propria pistola, anche se non si esclude l'ipotesi del suicidio.
Negli Stati Uniti esiste un museo dedicato a John Dillinger. Ricca è anche la filmografia a lui dedicata, da "Lo sterminatore" (1945, di Max Nosseck), passando per numerose pellicole durante gli anni Sessanta e Settanta, fino a "Dillinger: nemico pubblico numero uno" (1991, di Rupert Wainwright, interpretato da Mark Harmon), "Dillinger and Capone" (1995, di Jon Purdy, interpretato da Martin Sheen), "Nemico pubblico - Public Enemies" (2009, di Michael Mann, interpretato da Johnny Depp).
Il 22 luglio 1934, a Chicago, John Dillinger viene ferito a morte durante un conflitto a fuoco con la polizia.
John Herbert Dillinger, personaggio tristemente noto per la sua carriera criminale di rapinatore di banche, nasce a Indianapolis (Indiana, USA) il giorno 22 giugno 1903. E' il 6 settembre 1924 quando all'età di vent'anni a Mooresville, rapina la drogheria vicino casa; viene arrestato e successivamente rilasciato grazie all'intercessione della matrigna. Nonostante ciò non ha nessuna intenzione di togliersi dalla cattiva strada: continua ad organizzare e mettere in atto rapine.
Viene nuovamente arrestato a Dayton, nell'Ohio: dal carcere viene trasferito nella prigione di Michigan City; in combutta con alcuni uomini della sua banda, Dillinger riesce a fuggire. Torna quindi sul campo e ricomincia la sua attività di rapinatore. L'immagine di Dillinger rimane impressa nelle menti delle sue vittime per l'elegante foggia dei suoi abiti: il suo cappello e il suo cappotto di alta sartoria sono ancora oggi simboli che fanno identificare nell'immaginario popolare la figura dal gangster. Questo stile fascinoso di fatto ha contribuito a fare di Dillinger un mito del suo tempo.
Considerato dall'FBI e dal suo storico direttore John Edgar Hoover il "nemico pubblico numero 1", Dillinger si guadagna addirittura la fama di "moderno Robin Hood del crimine": gli anni in cui opera sono quelli della grande depressione, storico periodo di profonda crisi degli Stati Uniti; al termine delle abituali rapine prende l'abitudine di dare fuoco ai registri contabili su cui sono annotati i debiti e le ipoteche delle persone in difficoltà economiche. In questo modo Dillinger attira su di sé la riconoscenza di tanti clienti a corto di denaro così come la simpatia di buona parte dell'opinione pubblica.
Nonostante il suo carattere brillante ed il suo stile mai eccessivamente brutale, quando le sue "attività" cominciano a conoscere una curva discendente, viene isolato dalla malavita, che teme di attirare su di sé l'attenzione della polizia; viene isolato anche grazie agli innovativi metodi di ricerca dell'FBI. Dillinger cerca di reagire e decide di allearsi con la gang di un altro noto criminale dell'epoca, "Baby Face" Nelson, individuo ben più rude di Dillinger e sicuramente privo di scrupoli rispetto a lui (e che insieme a lui arriva a dividersi la fama di "nemico pubblico").
Negli anni Trenta cerca di far perdere le sue tracce all'FBI, che gli sta alle calcagna, persino utilizzando dell'acido per cancellare le proprie impronte digitali. Nel mese di marzo 1934, a Tucson, viene arrestato in un hotel assieme a buona parte della sua gang, grazie a circostanze fortuite. Passano solo pochi giorni ed evade nuovamente arrivando a scatenare un vero e proprio caso politico nazionale: la prigione da cui scappa questa volta è quella di Crown Point, nell'Indiana (qui viene inoltre immortalato in alcune foto - divenute poi famose - che lo ritraggono ironicamente abbracciato al direttore del carcere).
Per portare a termine questa ennesima evasione prende in ostaggio alcuni agenti e ruba addirittura l'auto del direttore dell'istituto carcerario. Varcando il confine dello stato dell'Indiana Dillinger commette un reato federale: questo fatto - unitamente a una recente legge sul furto d'auto varata dal Congresso americano - permette all'FBI di poter intervenire organizzandosi tempestivamente.
Dopo quattro mesi dalla sua fuga, Dillinger viene identificato a Chicago. Mentre si trova all'esterno di un cinema, da dove stava uscendo assieme alle prostitute Polly Hamilton e Ana Cumpanas (dopo aver assistito alla proiezione del film poliziesco "Manhattan Melodrama", con Clark Gable - la cui trama include una storia di gangster), alcuni agenti dell'FBI uccidono a tradimento John Dillinger. Muore assassinato dall'esplosione di cinque colpi d'arma da fuoco, il giorno 22 luglio 1934, all'età di soli 31 anni.
A tradire il gangster è stata proprio Ana Cumpanas, conosciuta nell'ambiente dell'epoca anche come Anna Sage ed in seguito nota come la "Donna in Rosso" (per via del colore sgargiante dell'abito indossato per farsi riconoscere dalla polizia). Ana aveva passato ai servizi segreti le informazioni per incastrare Dillinger, in cambio della sua permanenza in America: voleva evitare di essere espulsa verso la sua terra natale, la Romania, ma sarebbe stato tutto inutile in quanto sarebbe poi stata espulsa ugualmente.
All'agguato fatale partecipa anche Melvin Purvis, giovane G-Man nominato dal direttore John Edgar Hoover per coordinare le ricerche assieme agli uomini della nuova FBI, tra cui l'esperto investigatore Charles Winstead. Purvis lascera l'FBI solo un anno dopo la morte di Dillinger: morirà nel 1960 a causa di un colpo partito accidentalmente dalla propria pistola, anche se non si esclude l'ipotesi del suicidio.
Negli Stati Uniti esiste un museo dedicato a John Dillinger. Ricca è anche la filmografia a lui dedicata, da "Lo sterminatore" (1945, di Max Nosseck), passando per numerose pellicole durante gli anni Sessanta e Settanta, fino a "Dillinger: nemico pubblico numero uno" (1991, di Rupert Wainwright, interpretato da Mark Harmon), "Dillinger and Capone" (1995, di Jon Purdy, interpretato da Martin Sheen), "Nemico pubblico - Public Enemies" (2009, di Michael Mann, interpretato da Johnny Depp).
giovedì 17 febbraio 2022
#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi
Buongiorno, oggi è il 17 febbraio.
Il 17 febbraio 1984, in Canada, ha luogo la prima mondiale di "C'era una volta in America".
"C'era una volta il West" doveva essere l'ultima fatica nel genere di Sergio Leone, il suo epitaffio: era il momento di voltare pagina, lanciarsi in una nuova avventura. Le cose non andarono così e tornò al western, rivisitato in salsa rivoluzionaria, col sottovalutato "Giù la testa!". Poi dodici anni di silenzio durante i quali il regista si dedicò soprattutto alla produzione: gran parte della commedia western "Il mio nome è nessuno" è attribuibile a lui e come tutti sanno contribuì a lanciare Carlo Verdone nel mondo di Cinecittà. In realtà per tutto questo tempo il regista romano ha cullato l'idea di un gangster movie, del suo gangster movie visto che aveva rifiutato la possibilità di dirigere addirittura "The Godfather".
Tutto era cominciato con la lettura quasi per caso di "The Hood", autobiografia romanzata di Harry Grey, che ricordava i suoi trascorsi da gangster nell'America del proibizionismo. I contorni nebulosi, come quelli di un sogno oppiaceo, si coloravano lentamente di un paesaggio umano e sociale, nonché di un contesto storico ben definito. Dieci anni di travaglio per problemi di diritti d'autore e non, finché nel 1982, grazie al produttore Arnon Milchan, Leone poté far partire la lenta macchina produttiva che gli permise di realizzare la sua opera più ambiziosa.
Il regista mise in piedi un cast di prim'ordine che diresse col suo solito tono burbero in un clima che dovette essere tutt'altro che semplice (Leone era capace di recitare l'intero copione per tutti i personaggi), tanto che De Niro stesso entrò presto in rotta col regista. Eppure il risultato è eccellente. Robert De Niro, scelto per dare corpo a Noodles, offre un'interpretazione di grande finezza psicologica e di fortissima maturità. Lui stesso a quanto pare suggerì James Woods nel ruolo di Max, il quale diede probabilmente la sua miglior prova in carriera. Poi un cast di ragazzi per interpretare i personaggi da giovani, tra cui spicca l'oggi famosa Jennifer Connelly scelta perché sapeva danzare e per - a suo dire - la somiglianza del suo naso con quello di Elizabeth Mcgovern, che interpreta Deborah da adulta.
Plasmando le coordinate del cinema gangster, Leone compie il saggio definitivo sui due fuochi intorno al quale è ruotata l'ellisse del suo cinema: il Tempo e il Mito. Un'epica gangster che attraversava quasi cinquant'anni di storia americana, ma che, soprattutto, rileggeva col suoi inimitabile sguardo un immaginario già assorbito come quello dei gangster. Una fiaba amorale che chiude la riflessione post-moderna di Leone sul cinema americano. Non per niente, il progetto successivo sarebbe stato di altro respiro, con una diversa impostazione: il racconto della resistenza di Leningrado durante l'assedio Nazista.
Noodles: I vincenti si riconoscono alla partenza. Riconosci i vincenti e i brocchi. Chi avrebbe puntato su di te?
Fat Moe: Io avrei puntato tutto su di te.
Noodles: E avresti perso.
(Robert De Niro e Larry Rapp nel film)
All'inizio, lo sguardo interno al racconto è un'assenza: Noodles, ricercato dai sicari del sindacato, dagli amici come dai nemici, è nascosto nel retro di un teatro di ombre cinesi, dove Leone evitò di mostrare la sin troppo esplicita "lotta tra il Bene e il male". Là dove gli uomini si perdono nell'oppio che obnubila le coscienze, Noodles cerca di soffocare i sensi di colpa, metaforizzati dal rintronante trillo del telefono che collega frammenti degli eventi accaduti la notte precedente. Un assaggio dell'intreccio che si farà strada più avanti, dove si tenterà di rimettere ordine al caos dei ricordi che si affollano e il cinema viene usato come teatro in cui si rivelano le ombre del passato. Dopo la fuga Noodles va alla stazione per prendere i soldi ereditati dalla defunta società, ma ci trova solo vecchi giornali: spiazzato e amareggiato prende il primo treno per non fare più ritorno. La macchina da presa accompagna fuori dall'inquadratura il protagonista e con un breve stacco fa un salto di trentacinque anni: Noodles, ora sessantenne, torna a New York perché è stato richiamato da una misteriosa lettera che ratificava lo spostamento delle tombe del cimitero ebraico. Senza più nulla da perdere e forse stanco di scappare, David Aaronson vuole capire chi ha speso tante energie per scovarlo dopo trentacinque anni. L'unico a essere rimasto nel Lower East Side è il vecchio Fat Moe, dal quale Noodles si fa ospitare: la notte si ritrova a vagare per il locale dell'amico e a guardare dopo tanti anni dal buco intagliato nella parete del bagno, dove, da ragazzo, spiava l'amata Deborah: attraverso un falso raccordo, il suo sguardo genera il flashback che ci proietta negli anni '20 mostrandoci proprio la ragazza che prova dei passi di danza.
La parte della gioventù, ambientata nel brulicante quartiere ebraico, possiede i toni nostalgici del romanzo di formazione: questa linea narrativa si ricollegherà all'età adulta dell'incipit, più dura e incattivita dai tempi, in cui l'anima di Max, corrotta dall'avidità, comincia a entrare in contrasto col più moderato Noodles, che al contrario non possiede grandi ambizioni (non a caso dirà a Deborah che lei e Max si odiano perché troppo simili). Infine il blocco posizionato nel 1968 e introdotto da "Yesterday" ci porta in una New York radicalmente mutata, che mostra come gli antichi gangster, cambiato volto, siano diventati l'anima della politica americana. Guarda caso, nell'anno delle grandi speranze di una generazione, Leone situa il ritorno a casa del loner, simbolo di una America giovane ma già decadente. Quella di Noodles è un'indagine dentro e fuori di sé, e va a costituire il malinconico bilancio esistenziale di uno sconfitto.
«Quando scatta in me l'idea di un nuovo film ne vengo totalmente assorbito e vivo maniacalmente per quell'idea. Mangio e penso al film, cammino e penso al film, vado al cinema e non vedo il film ma vedo il mio...Non ho mai visto De Niro sul set ma sempre il mio Noodles. Sono certo di aver fatto con lui "C'era una volta il mio cinema", più che "C'era una volta in America"»
Sergio Leone
L'ambiguità di lettura ha fatto la fortuna, oltre che ampliarne il fascino, dell'epopea criminale di Leone. Da una parte possiamo vedere un film la cui premessa è posta alla fine: la visione che Noodles inizia ad avere nella fumeria d'oppio dove è andato distrutto dal dolore e dai sensi di colpa e che, in uno stato di incoscienza, salta indietro e avanti nel tempo immaginando anche un epilogo in cui entrambi gli amici, sia lui che Max, hanno pagato lo scotto del loro tradimento. Dall'altra abbiamo davanti un'opera che ha fatto affermare ad alcuni che "C'era una volta in America" sia l'oggetto filmico più vicino alla "Reserche" di Proust mai realizzato. In fondo l'ambiguità del sorriso di Noodles che riporta alla mente i misteri intorno alla "Gioconda" di Leonardo o al "Ritratto d'ignoto marinaio" di Antonello non può avere un'univoca spiegazione: è il sorriso di chi ha vissuto e di chi vivrà ma anche un prolettico ammiccamento al pubblico che conosce già il destino del povero Noodles, che pagherà il suo essere Giusto.
Non v'è dubbio che l'uso del tempo nella narrazione di "C'era una volta in America" costituisca non solo una delle invenzioni leoniane più originali ma possa anche essere considerato il punto d'arrivo di una ricerca che era iniziata ben presto e che si protraeva sin da "Per qualche dollaro in più". Nel secondo capitolo della "trilogia del dollaro" la musica, quella del carillon, trasportava sia il torvo Colonnello che l'Indio interpretato da Volontè (altro personaggio "drogato") al momento che li legò per sempre in un destino di morte. Il leitmotiv di "C'era una volta in America" è consegnato all'armonica di Cockney: quelle poche note, nelle variazioni morriconiane, ci raccontano il tempo di un'innocenza perduta che fino a quel momento era solo giovanile incoscienza. Al contrario degli onirici flashback di "Giù la testa!", introdotti dal famoso brano "Sean Sean", il meccanismo di emersione dei ricordi va per continue associazione mentali e ridisegna la mappatura esistenziale del protagonista.
Il momento che preannuncia il contrappasso che subirà Noodles lo si può individuare nella serata che Deborah gli concede: un sogno ingenuo che spezza quella flebile linea tra desiderio e possesso, tra amore e violenza, e che porterà l'uomo a stuprare Deborah sui sedili del taxi. Le luci si spengono e l'obiettivo di Leone ritrae l'atto nella sua squallida violenza e il personaggio di De Niro in tutto la sua deprimente insoddisfazione per una possibilità per sempre sfumata. Il protagonista si ritroverà a vivere senza amico (e doppio), senza la donna che ama, senza i soldi. Il disincanto di Leone si manifesta ancora più marcatamente e il suo cinismo lascia spazio per la più lirica elegia.
"C'era una volta in America" si ricompone come noir della memoria, psicologicamente basato sull'opposizione dei caratteri e su atmosferici elementi che tendono allo "svelamento": si noti come Leone (aiutato dalla fotografia di Delli Colli) faccia fuoriuscire molto spesso i propri personaggi dagli angoli della strada, dalla nebbia, da sbuffi di fumo; persino nell'ultima immagine il volto di Noodles è letteralmente velato da una tendina. In qualche modo lo sguardo viene ostacolato nel suo tentativo di sciogliere i nodi del racconto che, d'altra parte, svicola sempre rispetto alle soluzioni più ovvie. La vendetta sembra essere la destinazione finale dell'anziano Noodles ma nel finale, quando decide di non riconoscere nel senatore Bailey l'invecchiato Max, rifiuta anche questa istanza. Si prova tenerezza per una scelta mitopoietica che raccoglie il senso ultimo della pellicola: egli preferisce la sua storia, alla realtà. E attraverso l'ultima grande battuta di Noodles, intravediamo Leone accomiatarsi dicendoci "E' solo il mio modo di vedere le cose".
"C'era una volta in America" non fu solo un film complesso da elaborare e difficile da produrre ma a causa del suo intreccio anche la distribuzione comportò alcune controversie. La produzione per l'uscita americana tagliò le parti dedicate all'infanzia, mandando su tutte le furie il regista romano, e montò il film cronologicamente riducendone la durata a 139 minuti, rispetto alle tre ore e quaranta circa della presentazione cannense e della release europea. Il film al primo montaggio contava ben 10 ore (oggi si sarebbe fatta tranquillamente una serie televisiva) poi ridotte a 6 con l'idea, bocciata dalla produzione, di far uscire due capitoli. Dopodichè Leone passò da un minutaggio di 269' a quello attuale di 220'.
Nel 2011 i figli di Sergio Leone hanno acquistato i diritti del film per l'Italia e hanno annunciato un'opera di restauro della pellicola. L'operazione ha previsto anche l'aggiunta di 25 minuti di scene eliminate, presenti nel primo montaggio realizzato dal regista, e il ripristino del doppiaggio originale, grazie all'aiuto del fonico di mix Fausto Ancillai e del montatore del suono Stefano Di Fiore. La pellicola, restaurata dalla Cineteca di Bologna, è stata proiettata il 18 maggio 2012 al 65º Festival di Cannes, con la presenza in sala di Robert De Niro, James Woods, Jennifer Connelly, Elizabeth McGovern ed Ennio Morricone. Il film in versione restaurata è stato proiettato al cinema dal 18 al 21 ottobre 2012 e dall'8 all'11 novembre 2012. È uscito in DVD e Blu-Ray il 4 dicembre 2012. In questo modo il ridoppiaggio è stato definitivamente eliminato.
Il 17 febbraio 1984, in Canada, ha luogo la prima mondiale di "C'era una volta in America".
"C'era una volta il West" doveva essere l'ultima fatica nel genere di Sergio Leone, il suo epitaffio: era il momento di voltare pagina, lanciarsi in una nuova avventura. Le cose non andarono così e tornò al western, rivisitato in salsa rivoluzionaria, col sottovalutato "Giù la testa!". Poi dodici anni di silenzio durante i quali il regista si dedicò soprattutto alla produzione: gran parte della commedia western "Il mio nome è nessuno" è attribuibile a lui e come tutti sanno contribuì a lanciare Carlo Verdone nel mondo di Cinecittà. In realtà per tutto questo tempo il regista romano ha cullato l'idea di un gangster movie, del suo gangster movie visto che aveva rifiutato la possibilità di dirigere addirittura "The Godfather".
Tutto era cominciato con la lettura quasi per caso di "The Hood", autobiografia romanzata di Harry Grey, che ricordava i suoi trascorsi da gangster nell'America del proibizionismo. I contorni nebulosi, come quelli di un sogno oppiaceo, si coloravano lentamente di un paesaggio umano e sociale, nonché di un contesto storico ben definito. Dieci anni di travaglio per problemi di diritti d'autore e non, finché nel 1982, grazie al produttore Arnon Milchan, Leone poté far partire la lenta macchina produttiva che gli permise di realizzare la sua opera più ambiziosa.
Il regista mise in piedi un cast di prim'ordine che diresse col suo solito tono burbero in un clima che dovette essere tutt'altro che semplice (Leone era capace di recitare l'intero copione per tutti i personaggi), tanto che De Niro stesso entrò presto in rotta col regista. Eppure il risultato è eccellente. Robert De Niro, scelto per dare corpo a Noodles, offre un'interpretazione di grande finezza psicologica e di fortissima maturità. Lui stesso a quanto pare suggerì James Woods nel ruolo di Max, il quale diede probabilmente la sua miglior prova in carriera. Poi un cast di ragazzi per interpretare i personaggi da giovani, tra cui spicca l'oggi famosa Jennifer Connelly scelta perché sapeva danzare e per - a suo dire - la somiglianza del suo naso con quello di Elizabeth Mcgovern, che interpreta Deborah da adulta.
Plasmando le coordinate del cinema gangster, Leone compie il saggio definitivo sui due fuochi intorno al quale è ruotata l'ellisse del suo cinema: il Tempo e il Mito. Un'epica gangster che attraversava quasi cinquant'anni di storia americana, ma che, soprattutto, rileggeva col suoi inimitabile sguardo un immaginario già assorbito come quello dei gangster. Una fiaba amorale che chiude la riflessione post-moderna di Leone sul cinema americano. Non per niente, il progetto successivo sarebbe stato di altro respiro, con una diversa impostazione: il racconto della resistenza di Leningrado durante l'assedio Nazista.
Noodles: I vincenti si riconoscono alla partenza. Riconosci i vincenti e i brocchi. Chi avrebbe puntato su di te?
Fat Moe: Io avrei puntato tutto su di te.
Noodles: E avresti perso.
(Robert De Niro e Larry Rapp nel film)
All'inizio, lo sguardo interno al racconto è un'assenza: Noodles, ricercato dai sicari del sindacato, dagli amici come dai nemici, è nascosto nel retro di un teatro di ombre cinesi, dove Leone evitò di mostrare la sin troppo esplicita "lotta tra il Bene e il male". Là dove gli uomini si perdono nell'oppio che obnubila le coscienze, Noodles cerca di soffocare i sensi di colpa, metaforizzati dal rintronante trillo del telefono che collega frammenti degli eventi accaduti la notte precedente. Un assaggio dell'intreccio che si farà strada più avanti, dove si tenterà di rimettere ordine al caos dei ricordi che si affollano e il cinema viene usato come teatro in cui si rivelano le ombre del passato. Dopo la fuga Noodles va alla stazione per prendere i soldi ereditati dalla defunta società, ma ci trova solo vecchi giornali: spiazzato e amareggiato prende il primo treno per non fare più ritorno. La macchina da presa accompagna fuori dall'inquadratura il protagonista e con un breve stacco fa un salto di trentacinque anni: Noodles, ora sessantenne, torna a New York perché è stato richiamato da una misteriosa lettera che ratificava lo spostamento delle tombe del cimitero ebraico. Senza più nulla da perdere e forse stanco di scappare, David Aaronson vuole capire chi ha speso tante energie per scovarlo dopo trentacinque anni. L'unico a essere rimasto nel Lower East Side è il vecchio Fat Moe, dal quale Noodles si fa ospitare: la notte si ritrova a vagare per il locale dell'amico e a guardare dopo tanti anni dal buco intagliato nella parete del bagno, dove, da ragazzo, spiava l'amata Deborah: attraverso un falso raccordo, il suo sguardo genera il flashback che ci proietta negli anni '20 mostrandoci proprio la ragazza che prova dei passi di danza.
La parte della gioventù, ambientata nel brulicante quartiere ebraico, possiede i toni nostalgici del romanzo di formazione: questa linea narrativa si ricollegherà all'età adulta dell'incipit, più dura e incattivita dai tempi, in cui l'anima di Max, corrotta dall'avidità, comincia a entrare in contrasto col più moderato Noodles, che al contrario non possiede grandi ambizioni (non a caso dirà a Deborah che lei e Max si odiano perché troppo simili). Infine il blocco posizionato nel 1968 e introdotto da "Yesterday" ci porta in una New York radicalmente mutata, che mostra come gli antichi gangster, cambiato volto, siano diventati l'anima della politica americana. Guarda caso, nell'anno delle grandi speranze di una generazione, Leone situa il ritorno a casa del loner, simbolo di una America giovane ma già decadente. Quella di Noodles è un'indagine dentro e fuori di sé, e va a costituire il malinconico bilancio esistenziale di uno sconfitto.
«Quando scatta in me l'idea di un nuovo film ne vengo totalmente assorbito e vivo maniacalmente per quell'idea. Mangio e penso al film, cammino e penso al film, vado al cinema e non vedo il film ma vedo il mio...Non ho mai visto De Niro sul set ma sempre il mio Noodles. Sono certo di aver fatto con lui "C'era una volta il mio cinema", più che "C'era una volta in America"»
Sergio Leone
L'ambiguità di lettura ha fatto la fortuna, oltre che ampliarne il fascino, dell'epopea criminale di Leone. Da una parte possiamo vedere un film la cui premessa è posta alla fine: la visione che Noodles inizia ad avere nella fumeria d'oppio dove è andato distrutto dal dolore e dai sensi di colpa e che, in uno stato di incoscienza, salta indietro e avanti nel tempo immaginando anche un epilogo in cui entrambi gli amici, sia lui che Max, hanno pagato lo scotto del loro tradimento. Dall'altra abbiamo davanti un'opera che ha fatto affermare ad alcuni che "C'era una volta in America" sia l'oggetto filmico più vicino alla "Reserche" di Proust mai realizzato. In fondo l'ambiguità del sorriso di Noodles che riporta alla mente i misteri intorno alla "Gioconda" di Leonardo o al "Ritratto d'ignoto marinaio" di Antonello non può avere un'univoca spiegazione: è il sorriso di chi ha vissuto e di chi vivrà ma anche un prolettico ammiccamento al pubblico che conosce già il destino del povero Noodles, che pagherà il suo essere Giusto.
Non v'è dubbio che l'uso del tempo nella narrazione di "C'era una volta in America" costituisca non solo una delle invenzioni leoniane più originali ma possa anche essere considerato il punto d'arrivo di una ricerca che era iniziata ben presto e che si protraeva sin da "Per qualche dollaro in più". Nel secondo capitolo della "trilogia del dollaro" la musica, quella del carillon, trasportava sia il torvo Colonnello che l'Indio interpretato da Volontè (altro personaggio "drogato") al momento che li legò per sempre in un destino di morte. Il leitmotiv di "C'era una volta in America" è consegnato all'armonica di Cockney: quelle poche note, nelle variazioni morriconiane, ci raccontano il tempo di un'innocenza perduta che fino a quel momento era solo giovanile incoscienza. Al contrario degli onirici flashback di "Giù la testa!", introdotti dal famoso brano "Sean Sean", il meccanismo di emersione dei ricordi va per continue associazione mentali e ridisegna la mappatura esistenziale del protagonista.
Il momento che preannuncia il contrappasso che subirà Noodles lo si può individuare nella serata che Deborah gli concede: un sogno ingenuo che spezza quella flebile linea tra desiderio e possesso, tra amore e violenza, e che porterà l'uomo a stuprare Deborah sui sedili del taxi. Le luci si spengono e l'obiettivo di Leone ritrae l'atto nella sua squallida violenza e il personaggio di De Niro in tutto la sua deprimente insoddisfazione per una possibilità per sempre sfumata. Il protagonista si ritroverà a vivere senza amico (e doppio), senza la donna che ama, senza i soldi. Il disincanto di Leone si manifesta ancora più marcatamente e il suo cinismo lascia spazio per la più lirica elegia.
"C'era una volta in America" si ricompone come noir della memoria, psicologicamente basato sull'opposizione dei caratteri e su atmosferici elementi che tendono allo "svelamento": si noti come Leone (aiutato dalla fotografia di Delli Colli) faccia fuoriuscire molto spesso i propri personaggi dagli angoli della strada, dalla nebbia, da sbuffi di fumo; persino nell'ultima immagine il volto di Noodles è letteralmente velato da una tendina. In qualche modo lo sguardo viene ostacolato nel suo tentativo di sciogliere i nodi del racconto che, d'altra parte, svicola sempre rispetto alle soluzioni più ovvie. La vendetta sembra essere la destinazione finale dell'anziano Noodles ma nel finale, quando decide di non riconoscere nel senatore Bailey l'invecchiato Max, rifiuta anche questa istanza. Si prova tenerezza per una scelta mitopoietica che raccoglie il senso ultimo della pellicola: egli preferisce la sua storia, alla realtà. E attraverso l'ultima grande battuta di Noodles, intravediamo Leone accomiatarsi dicendoci "E' solo il mio modo di vedere le cose".
"C'era una volta in America" non fu solo un film complesso da elaborare e difficile da produrre ma a causa del suo intreccio anche la distribuzione comportò alcune controversie. La produzione per l'uscita americana tagliò le parti dedicate all'infanzia, mandando su tutte le furie il regista romano, e montò il film cronologicamente riducendone la durata a 139 minuti, rispetto alle tre ore e quaranta circa della presentazione cannense e della release europea. Il film al primo montaggio contava ben 10 ore (oggi si sarebbe fatta tranquillamente una serie televisiva) poi ridotte a 6 con l'idea, bocciata dalla produzione, di far uscire due capitoli. Dopodichè Leone passò da un minutaggio di 269' a quello attuale di 220'.
Nel 2011 i figli di Sergio Leone hanno acquistato i diritti del film per l'Italia e hanno annunciato un'opera di restauro della pellicola. L'operazione ha previsto anche l'aggiunta di 25 minuti di scene eliminate, presenti nel primo montaggio realizzato dal regista, e il ripristino del doppiaggio originale, grazie all'aiuto del fonico di mix Fausto Ancillai e del montatore del suono Stefano Di Fiore. La pellicola, restaurata dalla Cineteca di Bologna, è stata proiettata il 18 maggio 2012 al 65º Festival di Cannes, con la presenza in sala di Robert De Niro, James Woods, Jennifer Connelly, Elizabeth McGovern ed Ennio Morricone. Il film in versione restaurata è stato proiettato al cinema dal 18 al 21 ottobre 2012 e dall'8 all'11 novembre 2012. È uscito in DVD e Blu-Ray il 4 dicembre 2012. In questo modo il ridoppiaggio è stato definitivamente eliminato.
martedì 4 maggio 2021
#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi
Buongiorno, oggi è il 4 maggio.
Il 4 maggio 1932 Al Capone inizia a scontare la sua pena di 11 anni nel carcere di Atlanta, per evasione fiscale.
Il noto gangster italo-americano Alphonse Gabriel Capone nasce nel quartiere di Brooklyn, a New York (USA) il 17 gennaio del 1899, da genitori emigranti provenienti da Castellammare di Stabia: la madre è Teresa Raiola, il padre di professione barbiere è Gabriele Caponi (il cognome di Al viene modificato presumibilmente per errore dall'anagrafe americana).
Al Capone cresce in un ambiente degradato e prende presto contatto con piccole gang di microcriminalità minorile; tra i suoi compagni di scuola c'è Salvatore Lucania, meglio noto come Lucky Luciano. Alphonse viene espulso dalla scuola in seguito alle percosse perpetrate ai danni di un docente: entra in seguito nella banda dei "Five Pointers" di Frankie Yale.
In questo periodo gli viene affibbiato il soprannome di "Scarface" (faccia con cicatrice) a causa di una vistosa cicatrice sulla guancia causata da una coltellata infertagli da Frank Galluccio, sulla cui sorella Al aveva espresso commenti pesanti.
Lavorando per Frankie Yale, Capone viene arrestato una prima volta per reati minori; in seguito uccide due uomini, ma nessuna accusa viene mossa contro di lui, protetto dall'omertà.
Dopo aver gravemente ferito un membro di una banda rivale, nel 1919 Yale lo allontana per far calmare le acque, mandando Capone a Chicago, nell'Illinois. Nella sua nuova base operativa, Capone si mette al servizio di Johnny Torrio, discepolo di Big Jim Colosimo.
Torrio gli affida la gestione delle scommesse clandestine e nel tempo diventa il suo braccio destro, acquisendo la direzione di tutte le attività illegali della banda. Accade poi che una lunga tregua tra bande rivali venga violata: Torrio viene ferito in un attentato; psicologicamente scosso, il boss fa ritorno in Italia e il comando passa ad Al Capone, con il consenso anche della banda rivale di Chicago: il suo soprannome ora è "the big fellow" (il bravo ragazzo).
L'idea innovativa e vincente per Capone è quella di investire parte dei ricavati delle attività illegali, in attività canoniche e legali, separando la gestione contabile: questa mossa porta all'organizzazione rilevanti introiti leciti che coprono quelli illeciti. Questi sono gli anni del proibizionismo: Capone può tranquillamente controllare la distribuzione e il commercio degli alcoolici, grazie alla corruzione degli ambienti politici.
Tra i politici pagati c'è anche il primo cittadino, il sindaco William Hale Thompson, Jr. ("Big Bill"). Chicago ad un certo momento è sotto i riflettori di tutti gli Stati Uniti per l'alto tasso di criminalità e per l'impudenza ormai leggendaria delle gang. Nonostante nessuna accusa formale raggiunga Al Capone, questi viene da tutti considerato il personaggio di spicco della malavita organizzata di Chicago.
Una delle pratiche ricorrenti di Capone è quella di ordinare numerosi omicidi (sovente la vittime sono testimoni di altri crimini commessi) che avvengono prendendo in affitto un appartamento di fronte all'abitazione della vittima e facendola colpire con fucili di precisione da abili tiratori scelti.
Sebbene nel frattempo Al Capone si sia trasferito in Florida, è lui il mandante della famigerata "strage di San Valentino": il 14 febbraio 1929 quattro uomini di Capone, travestiti da poliziotti, irrompono in un garage al numero 2212 di North Clark Street, indirizzo del quartier generale di George "Bugs" Moran, il suo principale concorrente nel mercato degli alcolici; i sette presenti vengono allineati lungo un muro, come per un normale controllo di polizia e subito fucilati con colpi alla schiena. L'episodio viene ricordato ancora oggi come uno dei più cruenti regolamenti di conti malavitosi.
Nella storia di questo famigerato criminale c'è anche un gesto che appare caritatevole: durante la gravissima crisi economica del 1929, in cui milioni di americani sono costretti alla fame, Capone ordina che le sue aziende che operano nel campo della ristorazione e dell'abbigliamento, distribuiscano gratuitamente cibi e vestiti ai più bisognosi.
Tuttavia l'espansione dell'impero malavitoso prosegue con violenza arrivando anche ad acquisire nuovi insediamenti: il sobborgo di Forest View viene da tutti ribattezzato in "Caponeville", un luogo dove gli uomini della banda girano armati per le strade al pari di una forza di polizia. Nello stesso luogo, sempre nel 1929, accade che Al Capone venga arrestato per possesso illegale di un'arma da fuoco, ma presto rilasciato.
Nel 1930 Al Capone è nella lista dei maggiori ricercati dell'FBI e viene dichiarato "nemico pubblico numero 1" della città di Chicago. Le difficoltà di catturare Capone e incriminarlo per i gravi reati a cui fa capo, risiedono nella precisa organizzazione malavitosa costruita, ma soprattutto per la protezione omertosa che fornisce sempre solidi alibi. L'America intanto dibatte sulla possibilità di tassare i redditi provenienti da attività illecite: ottenuto l'avallo legislativo, una squadra di agenti federali dell'ufficio delle imposte, comandata da Elliot Ness e composta da un pool di super-esperti e incorruttibili funzionari, si guadagna l'opportunità di indagare sulle attività di Capone. La squadra viene definita degli "Intoccabili": la loro storia viene ben raffigurata nel film "The Untouchables" del 1987 diretto da Brian De Palma (Elliot Ness è interpretato da Kevin Costner; nella squadra ci sono Andy Garcia e Sean Connery, vincitore dell'Oscar come attore non protagonista; Robert De Niro veste i panni di Al Capone).
Gli intoccabili, sempre alle costole di Capone, analizzano ogni più piccolo movimento finanziario sospetto senza arrivare però a nulla: nulla infatti è direttamente intestato a Capone, il quale agisce sempre attraverso prestanome. Viene sfruttato un piccolissimo errore, un minuscolo foglietto di carta nel quale compare il nome di Al Capone. Il foglio diventa la chiave di volta dell'intera indagine e viene sfruttato per arrivare ad altre prove e alla fine ad un vasto impianto accusatorio. Grazie al lavoro del pool, Al Capone viene rinviato a giudizio per evasione fiscale, con ben ventitre capi d'accusa.
In ambito processuale gli avvocati difensori propongono un patteggiamento, che tuttavia il giudice rifiuta. Capone allora corrompe la giuria popolare però questa all'ultimo istante, la sera prima del processo, viene sostituita completamente. La nuova giuria raggiunge un verdetto di colpevolezza solo per una parte dei reati di cui Capone è accusato, ad ogni modo sufficiente perché gli venga assegnata una condanna a undici anni di carcere ed una sanzione economica nell'ordine degli 80 mila dollari.
Viene inviato ad Atlanta, in Georgia, in uno dei carceri statunitensi più duri; Capone senza grandi fatiche, attraverso la corruzione degli alti piani del carcere, ottiene lussi e privilegi. Di fatto anche dal carcere continua a gestire i suoi interessi. Viene allora trasferito nel noto carcere di Alcatraz, isola al largo di San Francisco (California): tutti i contatti con l'esterno vengono interrotti e Capone non ha altra speranza che seguire le regole di una buona condotta.
Mentre è ad Alcatraz gli vengono diagnosticati i primi segni di una forma di demenza causata dalla sifilide, contratta in precedenza. Viene così internato in una struttura ospedaliera carceraria. Viene liberato nel 1939 e si ritira in Florida, dove convive con il suo problema mentale, che gli impedisce di seguire le attività criminali che aveva lasciato.
In seguito ad un colpo apoplettico e dopo una breve agonia Al Capone muore di arresto cardiaco il giorno 25 gennaio 1947 a Miami.
Il 4 maggio 1932 Al Capone inizia a scontare la sua pena di 11 anni nel carcere di Atlanta, per evasione fiscale.
Il noto gangster italo-americano Alphonse Gabriel Capone nasce nel quartiere di Brooklyn, a New York (USA) il 17 gennaio del 1899, da genitori emigranti provenienti da Castellammare di Stabia: la madre è Teresa Raiola, il padre di professione barbiere è Gabriele Caponi (il cognome di Al viene modificato presumibilmente per errore dall'anagrafe americana).
Al Capone cresce in un ambiente degradato e prende presto contatto con piccole gang di microcriminalità minorile; tra i suoi compagni di scuola c'è Salvatore Lucania, meglio noto come Lucky Luciano. Alphonse viene espulso dalla scuola in seguito alle percosse perpetrate ai danni di un docente: entra in seguito nella banda dei "Five Pointers" di Frankie Yale.
In questo periodo gli viene affibbiato il soprannome di "Scarface" (faccia con cicatrice) a causa di una vistosa cicatrice sulla guancia causata da una coltellata infertagli da Frank Galluccio, sulla cui sorella Al aveva espresso commenti pesanti.
Lavorando per Frankie Yale, Capone viene arrestato una prima volta per reati minori; in seguito uccide due uomini, ma nessuna accusa viene mossa contro di lui, protetto dall'omertà.
Dopo aver gravemente ferito un membro di una banda rivale, nel 1919 Yale lo allontana per far calmare le acque, mandando Capone a Chicago, nell'Illinois. Nella sua nuova base operativa, Capone si mette al servizio di Johnny Torrio, discepolo di Big Jim Colosimo.
Torrio gli affida la gestione delle scommesse clandestine e nel tempo diventa il suo braccio destro, acquisendo la direzione di tutte le attività illegali della banda. Accade poi che una lunga tregua tra bande rivali venga violata: Torrio viene ferito in un attentato; psicologicamente scosso, il boss fa ritorno in Italia e il comando passa ad Al Capone, con il consenso anche della banda rivale di Chicago: il suo soprannome ora è "the big fellow" (il bravo ragazzo).
L'idea innovativa e vincente per Capone è quella di investire parte dei ricavati delle attività illegali, in attività canoniche e legali, separando la gestione contabile: questa mossa porta all'organizzazione rilevanti introiti leciti che coprono quelli illeciti. Questi sono gli anni del proibizionismo: Capone può tranquillamente controllare la distribuzione e il commercio degli alcoolici, grazie alla corruzione degli ambienti politici.
Tra i politici pagati c'è anche il primo cittadino, il sindaco William Hale Thompson, Jr. ("Big Bill"). Chicago ad un certo momento è sotto i riflettori di tutti gli Stati Uniti per l'alto tasso di criminalità e per l'impudenza ormai leggendaria delle gang. Nonostante nessuna accusa formale raggiunga Al Capone, questi viene da tutti considerato il personaggio di spicco della malavita organizzata di Chicago.
Una delle pratiche ricorrenti di Capone è quella di ordinare numerosi omicidi (sovente la vittime sono testimoni di altri crimini commessi) che avvengono prendendo in affitto un appartamento di fronte all'abitazione della vittima e facendola colpire con fucili di precisione da abili tiratori scelti.
Sebbene nel frattempo Al Capone si sia trasferito in Florida, è lui il mandante della famigerata "strage di San Valentino": il 14 febbraio 1929 quattro uomini di Capone, travestiti da poliziotti, irrompono in un garage al numero 2212 di North Clark Street, indirizzo del quartier generale di George "Bugs" Moran, il suo principale concorrente nel mercato degli alcolici; i sette presenti vengono allineati lungo un muro, come per un normale controllo di polizia e subito fucilati con colpi alla schiena. L'episodio viene ricordato ancora oggi come uno dei più cruenti regolamenti di conti malavitosi.
Nella storia di questo famigerato criminale c'è anche un gesto che appare caritatevole: durante la gravissima crisi economica del 1929, in cui milioni di americani sono costretti alla fame, Capone ordina che le sue aziende che operano nel campo della ristorazione e dell'abbigliamento, distribuiscano gratuitamente cibi e vestiti ai più bisognosi.
Tuttavia l'espansione dell'impero malavitoso prosegue con violenza arrivando anche ad acquisire nuovi insediamenti: il sobborgo di Forest View viene da tutti ribattezzato in "Caponeville", un luogo dove gli uomini della banda girano armati per le strade al pari di una forza di polizia. Nello stesso luogo, sempre nel 1929, accade che Al Capone venga arrestato per possesso illegale di un'arma da fuoco, ma presto rilasciato.
Nel 1930 Al Capone è nella lista dei maggiori ricercati dell'FBI e viene dichiarato "nemico pubblico numero 1" della città di Chicago. Le difficoltà di catturare Capone e incriminarlo per i gravi reati a cui fa capo, risiedono nella precisa organizzazione malavitosa costruita, ma soprattutto per la protezione omertosa che fornisce sempre solidi alibi. L'America intanto dibatte sulla possibilità di tassare i redditi provenienti da attività illecite: ottenuto l'avallo legislativo, una squadra di agenti federali dell'ufficio delle imposte, comandata da Elliot Ness e composta da un pool di super-esperti e incorruttibili funzionari, si guadagna l'opportunità di indagare sulle attività di Capone. La squadra viene definita degli "Intoccabili": la loro storia viene ben raffigurata nel film "The Untouchables" del 1987 diretto da Brian De Palma (Elliot Ness è interpretato da Kevin Costner; nella squadra ci sono Andy Garcia e Sean Connery, vincitore dell'Oscar come attore non protagonista; Robert De Niro veste i panni di Al Capone).
Gli intoccabili, sempre alle costole di Capone, analizzano ogni più piccolo movimento finanziario sospetto senza arrivare però a nulla: nulla infatti è direttamente intestato a Capone, il quale agisce sempre attraverso prestanome. Viene sfruttato un piccolissimo errore, un minuscolo foglietto di carta nel quale compare il nome di Al Capone. Il foglio diventa la chiave di volta dell'intera indagine e viene sfruttato per arrivare ad altre prove e alla fine ad un vasto impianto accusatorio. Grazie al lavoro del pool, Al Capone viene rinviato a giudizio per evasione fiscale, con ben ventitre capi d'accusa.
In ambito processuale gli avvocati difensori propongono un patteggiamento, che tuttavia il giudice rifiuta. Capone allora corrompe la giuria popolare però questa all'ultimo istante, la sera prima del processo, viene sostituita completamente. La nuova giuria raggiunge un verdetto di colpevolezza solo per una parte dei reati di cui Capone è accusato, ad ogni modo sufficiente perché gli venga assegnata una condanna a undici anni di carcere ed una sanzione economica nell'ordine degli 80 mila dollari.
Viene inviato ad Atlanta, in Georgia, in uno dei carceri statunitensi più duri; Capone senza grandi fatiche, attraverso la corruzione degli alti piani del carcere, ottiene lussi e privilegi. Di fatto anche dal carcere continua a gestire i suoi interessi. Viene allora trasferito nel noto carcere di Alcatraz, isola al largo di San Francisco (California): tutti i contatti con l'esterno vengono interrotti e Capone non ha altra speranza che seguire le regole di una buona condotta.
Mentre è ad Alcatraz gli vengono diagnosticati i primi segni di una forma di demenza causata dalla sifilide, contratta in precedenza. Viene così internato in una struttura ospedaliera carceraria. Viene liberato nel 1939 e si ritira in Florida, dove convive con il suo problema mentale, che gli impedisce di seguire le attività criminali che aveva lasciato.
In seguito ad un colpo apoplettico e dopo una breve agonia Al Capone muore di arresto cardiaco il giorno 25 gennaio 1947 a Miami.
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sabato 16 gennaio 2021
#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi
Buongiorno, oggi è il 16 gennaio.
Il 16 gennaio 1920 entra in vigore negli USA il cosiddetto Proibizionismo.
Con il termine Proibizionismo si intende il periodo della storia americana che va dal 16 gennaio 1920 al 5 dicembre 1933.
La nascita del proibizionismo, come sempre, ha concause culturali, sociali e religiose. Da una parte il problema dell’alcool nella società, soprattutto nei maltrattamenti sulle donne all’interno delle mura domestiche da parte di padri o mariti ubriachi. Dall’altra il consolidarsi, anche a livello politico, delle famose Società di Temperanza, gruppi religiosi o gruppi politici moralisti e fondamentalisti, le quali affermavano che la causa dell’assenteismo e dello scarso rendimento sul lavoro, nonchè dei maltrattamenti domestici, nonchè addirittura della criminalità stessa, fosse da ricercare nell’uso di alcool.
In tale senso, il XVIII emendamento trovò forti sostenitori anche tra i grandi industriali, tra cui John D. Rockefeller, Henry Ford ed Henry Joy, i quali aderirono all’Anti Saloon League apportando notevoli quantità di denaro.
Per avere un’idea del potere raggiunto da questi gruppi religiosi a livello politico, basti pensare che ad esempio riuscirono a far bandire dall’America l’Ulisse di James Joyce in quanto il protagonista, nel corso della storia, si masturba.
Con i fondi a disposizione e idee ben radicate, le società di temperanza cominciarono a parlare al popolo usando i numeri e promuovendo il regime “dry” (asciutto).
"I liquori sono responsabili del 25% della miseria, del 37% del depauperamento, del 45,8% della nascita di bambini deformi, del 25% delle malattie mentali, del 19,5% dei divorzi e del 50% dei crimini commessi nel nostro Paese", citano le statistiche del Congresso fornite dalla Anti-Saloon League nel 1914.
"I quartieri umili presto apparterranno al passato. Le prigioni e i riformatori resteranno vuoti. Tutti gli uomini cammineranno di nuovo eretti, tutte le donne sorrideranno e tutti i bambini rideranno. Le porte dell'inferno si sono chiuse per sempre", dichiarò il Senatore Andrew Volsted il 17 gennaio del 1919, all’indomani dell’entrata in vigore della legge da lui stesso promossa.
La legge, come detto, entrò in vigore il 16 gennaio 1920. Il 15 gennaio vi fu quindi l’assalto ai saloon da parte dei bevitori, che fecero incetta delle ultime bottiglie rimaste.
Per capire quanto questa legge fosse ben vista anche dalla mafia locale per le prospettive di guadagno, basti pensare che già nella notte tra il 15 e il 16 gennaio, a mezzanotte e trequarti (45 minuti dopo l’entrata in vigore), a Chicago una banda armata assaltò un treno e rapinò un carico di whiskey del valore di 100.000 dollari, dando così il via ufficiale al traffico degli alcoolici.
Va da se infatti che le prime conseguenze di un regime di proibizione, di qualunque sostanza, sono la sua comparsa sul mercato nero (in forma spesso nociva ed adulterata) e il suo aumento esponenziale di prezzo.
Il prezzo ad esempio del whiskey canadese nel mercato nero americano era di dieci volte il prezzo di acquisto in Canada (dove era ancora legale). Stessa cosa accadeva per il rum, portato al confine delle acque territoriali dai contrabandieri e infine portato su suolo americano dai rumrunners, che facevano la spola tra le imbarcazioni cariche al largo della costa e i porti.
Uno dei tentativi di ridurre quest’ultimo fenomeno, fu quello di duplicare la distanza dalla costa delle acque territoriali, ma come sempre in questi casi, si rende la cosa più complicata ma non la si risolve. Certo è che questa manovra consentì di avere presto un declino a questo tipo di importazione, preferendo il passaggio di confine con il Canada o il Messico e vedendo così il declino anche dell’importazione clandestina di rum in favore di whiskey canadese, tequila e mezcal.
Va da se quindi alla luce di tutto questo che il proibizionismo e i “ruggenti anni venti” furono indissolubilmente legati alla nascita del “Gangsterismo”, del quale la figura di spicco è senza dubbio Alphonse Capone. La sua fortuna infatti, come quella di molti altri criminali di spicco di quegli anni, fu raggiunta tramite il commercio di alcool nel mercato nero.
Al Capone si riforniva di alcool dalla Florida, dal Messico e dal Canada, nonchè da alcuni distillatori clandestini di Chicago, rivendendo poi queste bottiglie agli Speakeasy, ovvero locali in cui gli alcoolici venivano venduti al pubblico illegalmente.
La nascita di questi locali, ramificati sul territorio, portava ovviamente le bande rivali allo scontro per il controllo del territorio stesso. Così cominciarono a vedersi per strada i primi scontri a fuoco, sempre più frequenti.
Al Capone, ormai personaggio pubblico, in una delle sue interviste rilasciò una dichiarazione sconcertante in merito: “Ho fatto i soldi fornendo un prodotto richiesto dalla gente. Se questo è illegale, anche i miei clienti, centinaia di persone della buona società, infrangono la legge. La sola differenza fra noi è che io vendo e loro comprano. Tutti mi chiamano gangster. Io mi definisco un uomo d'affari"
Nel 1929 il Congresso votò un ampliamento alla legge sul Proibizionismo, ritenendo che la stessa non avesse funzionato per quasi un decennio a causa della sua blandezza, approvando una norma che prevedeva pene detentive anche per chi consumasse alcool e non solo per chi lo fabbricava/vendeva/deteneva. La teoria era la solita: “se arrestiamo chi beve, limitiamo i clienti ed il traffico”.
Ma in verità a distanza di anni il proibizionismo mostrò effetti diametralmente opposti a quelli tanto decantati al varo della legge, tanto che si cominciò a discutere sull’abolizione della legge. La gente cominciò a scendere in piazza per dimostrare contro il regime di intolleranza e gli stessi industriali “sostenitori” dell’anti-saloon league, si accorsero ben presto che il Governo degli Stati Uniti, non ricevendo più proventi dalla tassa sull’importazione di alcool, cominciò ad aumentare la pressione fiscale sulle grandi aziende, tra cui le loro.
Questo portò personaggi del calibro di Rockefeller e Joy a fare un passo indietro e ad ammettere il loro errore.
Dopo il fallimento del Proibizionismo anche in Norvegia (1919-1926) e Finlandia (1919-1932), con il 73% dei voti, nel 1933, il Congresso degli Stati Uniti votò a favore del ventunesimo emendamento che interdiva ciò che era sancito nel diciottesimo emendamento, cioè di fatto sanciva la fine del proibizionismo, ad un anno dall’elezione di Roosvelt alla Casa Bianca.
Il 16 gennaio 1920 entra in vigore negli USA il cosiddetto Proibizionismo.
Con il termine Proibizionismo si intende il periodo della storia americana che va dal 16 gennaio 1920 al 5 dicembre 1933.
La nascita del proibizionismo, come sempre, ha concause culturali, sociali e religiose. Da una parte il problema dell’alcool nella società, soprattutto nei maltrattamenti sulle donne all’interno delle mura domestiche da parte di padri o mariti ubriachi. Dall’altra il consolidarsi, anche a livello politico, delle famose Società di Temperanza, gruppi religiosi o gruppi politici moralisti e fondamentalisti, le quali affermavano che la causa dell’assenteismo e dello scarso rendimento sul lavoro, nonchè dei maltrattamenti domestici, nonchè addirittura della criminalità stessa, fosse da ricercare nell’uso di alcool.
In tale senso, il XVIII emendamento trovò forti sostenitori anche tra i grandi industriali, tra cui John D. Rockefeller, Henry Ford ed Henry Joy, i quali aderirono all’Anti Saloon League apportando notevoli quantità di denaro.
Per avere un’idea del potere raggiunto da questi gruppi religiosi a livello politico, basti pensare che ad esempio riuscirono a far bandire dall’America l’Ulisse di James Joyce in quanto il protagonista, nel corso della storia, si masturba.
Con i fondi a disposizione e idee ben radicate, le società di temperanza cominciarono a parlare al popolo usando i numeri e promuovendo il regime “dry” (asciutto).
"I liquori sono responsabili del 25% della miseria, del 37% del depauperamento, del 45,8% della nascita di bambini deformi, del 25% delle malattie mentali, del 19,5% dei divorzi e del 50% dei crimini commessi nel nostro Paese", citano le statistiche del Congresso fornite dalla Anti-Saloon League nel 1914.
"I quartieri umili presto apparterranno al passato. Le prigioni e i riformatori resteranno vuoti. Tutti gli uomini cammineranno di nuovo eretti, tutte le donne sorrideranno e tutti i bambini rideranno. Le porte dell'inferno si sono chiuse per sempre", dichiarò il Senatore Andrew Volsted il 17 gennaio del 1919, all’indomani dell’entrata in vigore della legge da lui stesso promossa.
La legge, come detto, entrò in vigore il 16 gennaio 1920. Il 15 gennaio vi fu quindi l’assalto ai saloon da parte dei bevitori, che fecero incetta delle ultime bottiglie rimaste.
Per capire quanto questa legge fosse ben vista anche dalla mafia locale per le prospettive di guadagno, basti pensare che già nella notte tra il 15 e il 16 gennaio, a mezzanotte e trequarti (45 minuti dopo l’entrata in vigore), a Chicago una banda armata assaltò un treno e rapinò un carico di whiskey del valore di 100.000 dollari, dando così il via ufficiale al traffico degli alcoolici.
Va da se infatti che le prime conseguenze di un regime di proibizione, di qualunque sostanza, sono la sua comparsa sul mercato nero (in forma spesso nociva ed adulterata) e il suo aumento esponenziale di prezzo.
Il prezzo ad esempio del whiskey canadese nel mercato nero americano era di dieci volte il prezzo di acquisto in Canada (dove era ancora legale). Stessa cosa accadeva per il rum, portato al confine delle acque territoriali dai contrabandieri e infine portato su suolo americano dai rumrunners, che facevano la spola tra le imbarcazioni cariche al largo della costa e i porti.
Uno dei tentativi di ridurre quest’ultimo fenomeno, fu quello di duplicare la distanza dalla costa delle acque territoriali, ma come sempre in questi casi, si rende la cosa più complicata ma non la si risolve. Certo è che questa manovra consentì di avere presto un declino a questo tipo di importazione, preferendo il passaggio di confine con il Canada o il Messico e vedendo così il declino anche dell’importazione clandestina di rum in favore di whiskey canadese, tequila e mezcal.
Va da se quindi alla luce di tutto questo che il proibizionismo e i “ruggenti anni venti” furono indissolubilmente legati alla nascita del “Gangsterismo”, del quale la figura di spicco è senza dubbio Alphonse Capone. La sua fortuna infatti, come quella di molti altri criminali di spicco di quegli anni, fu raggiunta tramite il commercio di alcool nel mercato nero.
Al Capone si riforniva di alcool dalla Florida, dal Messico e dal Canada, nonchè da alcuni distillatori clandestini di Chicago, rivendendo poi queste bottiglie agli Speakeasy, ovvero locali in cui gli alcoolici venivano venduti al pubblico illegalmente.
La nascita di questi locali, ramificati sul territorio, portava ovviamente le bande rivali allo scontro per il controllo del territorio stesso. Così cominciarono a vedersi per strada i primi scontri a fuoco, sempre più frequenti.
Al Capone, ormai personaggio pubblico, in una delle sue interviste rilasciò una dichiarazione sconcertante in merito: “Ho fatto i soldi fornendo un prodotto richiesto dalla gente. Se questo è illegale, anche i miei clienti, centinaia di persone della buona società, infrangono la legge. La sola differenza fra noi è che io vendo e loro comprano. Tutti mi chiamano gangster. Io mi definisco un uomo d'affari"
Nel 1929 il Congresso votò un ampliamento alla legge sul Proibizionismo, ritenendo che la stessa non avesse funzionato per quasi un decennio a causa della sua blandezza, approvando una norma che prevedeva pene detentive anche per chi consumasse alcool e non solo per chi lo fabbricava/vendeva/deteneva. La teoria era la solita: “se arrestiamo chi beve, limitiamo i clienti ed il traffico”.
Ma in verità a distanza di anni il proibizionismo mostrò effetti diametralmente opposti a quelli tanto decantati al varo della legge, tanto che si cominciò a discutere sull’abolizione della legge. La gente cominciò a scendere in piazza per dimostrare contro il regime di intolleranza e gli stessi industriali “sostenitori” dell’anti-saloon league, si accorsero ben presto che il Governo degli Stati Uniti, non ricevendo più proventi dalla tassa sull’importazione di alcool, cominciò ad aumentare la pressione fiscale sulle grandi aziende, tra cui le loro.
Questo portò personaggi del calibro di Rockefeller e Joy a fare un passo indietro e ad ammettere il loro errore.
Dopo il fallimento del Proibizionismo anche in Norvegia (1919-1926) e Finlandia (1919-1932), con il 73% dei voti, nel 1933, il Congresso degli Stati Uniti votò a favore del ventunesimo emendamento che interdiva ciò che era sancito nel diciottesimo emendamento, cioè di fatto sanciva la fine del proibizionismo, ad un anno dall’elezione di Roosvelt alla Casa Bianca.
sabato 17 ottobre 2020
#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi
Buongiorno, oggi è il 17 ottobre.
Il 17 ottobre del 1931 a Chicago, in Illinois, Alphonse Capone veniva condannato a 11 di carcere e a una multa di 80000 dollari per evasione fiscale.
Figlio di emigranti, Al Capone detto scarface a causa di una cicatrice rimediata in gioventù con un rivale, costruì la sua fortuna a Chicago lavorando per Johnny Torrio nel campo nelle scommesse clandestine, fino a quando lo stesso Torrio si ritirò a seguito di un attentato e gli lasciò le sue attività illecite. Capone fece fortuna con il business del commercio illegale di alcolici (si era nel proibizionismo) affiancando alle sue attività illecite altre attività di copertura, di ristorazione e abbigliamento, che gli rendevano altrettanto.
Il segreto del suo successo era basato sulle centinaia di politici e poliziotti corrotti e a suo libro paga (tra cui il sindaco William Thompson) e sull'eliminazione di tutti coloro che ostacolavano il suo successo; a lui è attribuita la celebre strage di San Valentino, in cui alcuni sicari vestiti da poliziotti irruppero in un garage e fingendo un controllo uccisero a colpi di mitra sette persone.
Per contrastare Capone l'FBI costituì un pool di super poliziotti considerati incorruttibili che in una località segreta si dedicarono esclusivamente a tentare di incastrare Capone, detti gli intoccabili. Non era facile perchè il mafioso non era intestatario di nulla o quasi. Fu soltanto la scoperta casuale di un foglietto che, quasi come una stele di Rosetta, consentì di decifrare i codici permettendo agli intoccabili di dipanare una fitta trama di imbrogli e violenze.
Tuttavia, non fu possibile trovare alcuna prova degli oltre 200 omicidi attribuibili agli ordini di Capone, e l'unica accusa che fu possibile dimostrare fu l'evasione fiscale.
Inizialmente inviato nel carcere di Atlanta, fu presto trasferito in quello di Alcatraz non appena fu chiaro che, sempre corrompendo poliziotti e secondini, Capone viveva con agio e continuava a gestire anche dal carcere i suoi traffici.
Ad Alcatraz invece si ammalò di demenza (forse dovuta alla sifilide contratta anni prima) e fu liberato nel 39. Morì di arresto cardiaco a seguito di un ictus in Florida nel 1947 a soli 48 anni.
Il 17 ottobre del 1931 a Chicago, in Illinois, Alphonse Capone veniva condannato a 11 di carcere e a una multa di 80000 dollari per evasione fiscale.
Figlio di emigranti, Al Capone detto scarface a causa di una cicatrice rimediata in gioventù con un rivale, costruì la sua fortuna a Chicago lavorando per Johnny Torrio nel campo nelle scommesse clandestine, fino a quando lo stesso Torrio si ritirò a seguito di un attentato e gli lasciò le sue attività illecite. Capone fece fortuna con il business del commercio illegale di alcolici (si era nel proibizionismo) affiancando alle sue attività illecite altre attività di copertura, di ristorazione e abbigliamento, che gli rendevano altrettanto.
Il segreto del suo successo era basato sulle centinaia di politici e poliziotti corrotti e a suo libro paga (tra cui il sindaco William Thompson) e sull'eliminazione di tutti coloro che ostacolavano il suo successo; a lui è attribuita la celebre strage di San Valentino, in cui alcuni sicari vestiti da poliziotti irruppero in un garage e fingendo un controllo uccisero a colpi di mitra sette persone.
Per contrastare Capone l'FBI costituì un pool di super poliziotti considerati incorruttibili che in una località segreta si dedicarono esclusivamente a tentare di incastrare Capone, detti gli intoccabili. Non era facile perchè il mafioso non era intestatario di nulla o quasi. Fu soltanto la scoperta casuale di un foglietto che, quasi come una stele di Rosetta, consentì di decifrare i codici permettendo agli intoccabili di dipanare una fitta trama di imbrogli e violenze.
Tuttavia, non fu possibile trovare alcuna prova degli oltre 200 omicidi attribuibili agli ordini di Capone, e l'unica accusa che fu possibile dimostrare fu l'evasione fiscale.
Inizialmente inviato nel carcere di Atlanta, fu presto trasferito in quello di Alcatraz non appena fu chiaro che, sempre corrompendo poliziotti e secondini, Capone viveva con agio e continuava a gestire anche dal carcere i suoi traffici.
Ad Alcatraz invece si ammalò di demenza (forse dovuta alla sifilide contratta anni prima) e fu liberato nel 39. Morì di arresto cardiaco a seguito di un ictus in Florida nel 1947 a soli 48 anni.
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