Buongiorno, oggi è il 16 dicembre.
Il 16 dicembre 1989 muore Lee Van Cleef.
Lee Van Cleef, all’anagrafe Clarence LeRoy Van Cleef Jr., nasce a Somerville, New Jersey, il 9 gennaio 1925.
Da ragazzo lavora come ragioniere, attività che abbandona all’insorgere del secondo conflitto mondiale per servire la patria nella marina. A guerra conclusa trova un impiego statale come commercialista, coltiva la passione per il teatro a livello amatoriale e, nel 1943, sposa Patsy Ruth, dalla quale ha avuto tre figli: Deborah, Alan e David.
Nonostante Lee nulla faccia per sfruttare le sue capacità recitative in qualcosa che vada oltre il semplice hobby, il suo talento non passa inosservato. Il debutto cinematografico è del 1952, nel western di culto di Fred Zinnemann, “Mezzogiorno di fuoco”, nel quale interpreta il cattivo. Da questo momento le offerte si moltiplicano, e tra piccoli ruoli e parti da protagonista, intraprende una carriera intensa, che lo porta a lasciare il lavoro d’impiegato.
La sua stazza fisica, ben un metro e novanta, il fisico asciutto, gli occhi stretti incorniciati dallo sguardo intenso, lo rendono particolarmente adatto ai ruoli da cattivo, in film western o d’azione. Tra i tanti film di questo periodo ricordiamo: “I senza legge”, di Nathan Juran, del 1953; “La polizia bussa alla porta”, di Joseph H. Lewis, del 1955; “L’uomo solitario”, di Henry Levin, del 1957; il famoso “Sfida all’Ok Corral”, di John Sturges, del 1957; “L’uomo che uccise Liberty Valance”, di John Ford, del 1962.
La svolta arriva nel 1964, con l’incontro con Sergio Leone, che, alla ricerca di attori per il suo film, ma con a disposizione un budget molto ridotto, si ricorda della bravura con la quale l’attore dava vita al cattivo di turno e lo contatta per il ruolo del Colonnello Douglas Mortimer in “Per qualche dollaro in più”, del 1965, a fianco di Clint Eastwood. Per Lee arriva la meritata popolarità, che, per quanto apprezzata, non lo cambia nei modi, sempre affabili, e nella dedizione con la quale affrontava ogni interpretazione, dalla più piccola alla più grande. Leone, l’anno successivo, lo vuole nuovamente con se, accanto a Eastwood ed a Eli Wallach, ne “Il buono, il brutto, il cattivo”, un capolavoro del genere western, dove Lee impersona Sentenza, uno dei cattivi cinematografici per antonomasia, icona indimenticabile della storia del cinema. La crudezza, il cinismo, l’incapacità di provare un qualsiasi tipo di solidarietà nei confronti di un altro essere umano, sono portati sullo schermo dall’attore con una maestria impareggiabile. Impossibile dimenticare lo sguardo pietrificato, con gli occhi che si stringono, diventando quasi piccole fessure, col quale fissa lo sfortunato che intralcia il suo cammino.
Eppure l’indole dell’attore è talmente dolce e amorevole che sul set, in una scena in cui deve schiaffeggiare Rada Rassimov, che interpreta l’amica di Bill Carson, l’attrice racconta che, nonostante lei lo spronasse, dicendogli che se anche la sberla fosse stata vera non cascava il mondo, Lee arrossiva e diceva che non riusciva neppure per finta a maltrattare una donna. I due film della ‘trilogia del dollaro’ di Leone gli donano un posto tra i grandi del cinema western e lo rendono un’icona incontrastata per gli appassionati del genere. La sua carriera continua tra western e action-movie. Ricordiamo: “La resa dei conti”, di Sergio Sollima, del 1967; “I magnifici sette cavalcano ancora”, di George McGowan, del 1972; “L’uomo di Santa Cruz”, di Joseph Manduke, del 1976; “1987: Fuga da New York”, del 1981, uno dei migliori film di John Carpenter, dove affianca un muscoloso Kurt Russell; “Arcobaleno selvaggio”, del 1985, di Antonio Margheriti; “La corsa più pazza del mondo 2”, di Jim Drake, del 1989, con John Candy; “Thieves of Fortune”, di Michael MacCarthy, uscito postumo, nel 1990. L’attore infatti, muore per un attacco cardiaco a Oxnard, in California, il 16 dicembre del 1989, lasciando nello sconforto Barbara Havelone, sposata in terze nozze il 13 luglio del 1976.
E’ sepolto nel cimitero di Forest Lawn, Hollywood Hills, a Los Angeles; sulla lapide è scritto ‘Best of the Bad-Love and Light’. Durante le riprese dei film si adoperavano per non farlo notare, ma l’attore aveva due occhi molto particolari, uno blu e uno verde. A dimostrazione di quanto il suo lavoro abbia influito sulla storia del cinema, basta pensare che Quentin Tarantino inserisce il suo nome accanto a quello di Sergio Leone nella dedica che appare nei titolo di coda di “Kill Bill 2”. Van Cleef ha persino ispirato Leo Ortolani per un personaggio dei suoi fumetti, il signor Hauk, nella ‘Quadrilogia di Dio’, storia della serie Rat-Man.
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venerdì 16 dicembre 2022
giovedì 17 febbraio 2022
#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi
Buongiorno, oggi è il 17 febbraio.
Il 17 febbraio 1984, in Canada, ha luogo la prima mondiale di "C'era una volta in America".
"C'era una volta il West" doveva essere l'ultima fatica nel genere di Sergio Leone, il suo epitaffio: era il momento di voltare pagina, lanciarsi in una nuova avventura. Le cose non andarono così e tornò al western, rivisitato in salsa rivoluzionaria, col sottovalutato "Giù la testa!". Poi dodici anni di silenzio durante i quali il regista si dedicò soprattutto alla produzione: gran parte della commedia western "Il mio nome è nessuno" è attribuibile a lui e come tutti sanno contribuì a lanciare Carlo Verdone nel mondo di Cinecittà. In realtà per tutto questo tempo il regista romano ha cullato l'idea di un gangster movie, del suo gangster movie visto che aveva rifiutato la possibilità di dirigere addirittura "The Godfather".
Tutto era cominciato con la lettura quasi per caso di "The Hood", autobiografia romanzata di Harry Grey, che ricordava i suoi trascorsi da gangster nell'America del proibizionismo. I contorni nebulosi, come quelli di un sogno oppiaceo, si coloravano lentamente di un paesaggio umano e sociale, nonché di un contesto storico ben definito. Dieci anni di travaglio per problemi di diritti d'autore e non, finché nel 1982, grazie al produttore Arnon Milchan, Leone poté far partire la lenta macchina produttiva che gli permise di realizzare la sua opera più ambiziosa.
Il regista mise in piedi un cast di prim'ordine che diresse col suo solito tono burbero in un clima che dovette essere tutt'altro che semplice (Leone era capace di recitare l'intero copione per tutti i personaggi), tanto che De Niro stesso entrò presto in rotta col regista. Eppure il risultato è eccellente. Robert De Niro, scelto per dare corpo a Noodles, offre un'interpretazione di grande finezza psicologica e di fortissima maturità. Lui stesso a quanto pare suggerì James Woods nel ruolo di Max, il quale diede probabilmente la sua miglior prova in carriera. Poi un cast di ragazzi per interpretare i personaggi da giovani, tra cui spicca l'oggi famosa Jennifer Connelly scelta perché sapeva danzare e per - a suo dire - la somiglianza del suo naso con quello di Elizabeth Mcgovern, che interpreta Deborah da adulta.
Plasmando le coordinate del cinema gangster, Leone compie il saggio definitivo sui due fuochi intorno al quale è ruotata l'ellisse del suo cinema: il Tempo e il Mito. Un'epica gangster che attraversava quasi cinquant'anni di storia americana, ma che, soprattutto, rileggeva col suoi inimitabile sguardo un immaginario già assorbito come quello dei gangster. Una fiaba amorale che chiude la riflessione post-moderna di Leone sul cinema americano. Non per niente, il progetto successivo sarebbe stato di altro respiro, con una diversa impostazione: il racconto della resistenza di Leningrado durante l'assedio Nazista.
Noodles: I vincenti si riconoscono alla partenza. Riconosci i vincenti e i brocchi. Chi avrebbe puntato su di te?
Fat Moe: Io avrei puntato tutto su di te.
Noodles: E avresti perso.
(Robert De Niro e Larry Rapp nel film)
All'inizio, lo sguardo interno al racconto è un'assenza: Noodles, ricercato dai sicari del sindacato, dagli amici come dai nemici, è nascosto nel retro di un teatro di ombre cinesi, dove Leone evitò di mostrare la sin troppo esplicita "lotta tra il Bene e il male". Là dove gli uomini si perdono nell'oppio che obnubila le coscienze, Noodles cerca di soffocare i sensi di colpa, metaforizzati dal rintronante trillo del telefono che collega frammenti degli eventi accaduti la notte precedente. Un assaggio dell'intreccio che si farà strada più avanti, dove si tenterà di rimettere ordine al caos dei ricordi che si affollano e il cinema viene usato come teatro in cui si rivelano le ombre del passato. Dopo la fuga Noodles va alla stazione per prendere i soldi ereditati dalla defunta società, ma ci trova solo vecchi giornali: spiazzato e amareggiato prende il primo treno per non fare più ritorno. La macchina da presa accompagna fuori dall'inquadratura il protagonista e con un breve stacco fa un salto di trentacinque anni: Noodles, ora sessantenne, torna a New York perché è stato richiamato da una misteriosa lettera che ratificava lo spostamento delle tombe del cimitero ebraico. Senza più nulla da perdere e forse stanco di scappare, David Aaronson vuole capire chi ha speso tante energie per scovarlo dopo trentacinque anni. L'unico a essere rimasto nel Lower East Side è il vecchio Fat Moe, dal quale Noodles si fa ospitare: la notte si ritrova a vagare per il locale dell'amico e a guardare dopo tanti anni dal buco intagliato nella parete del bagno, dove, da ragazzo, spiava l'amata Deborah: attraverso un falso raccordo, il suo sguardo genera il flashback che ci proietta negli anni '20 mostrandoci proprio la ragazza che prova dei passi di danza.
La parte della gioventù, ambientata nel brulicante quartiere ebraico, possiede i toni nostalgici del romanzo di formazione: questa linea narrativa si ricollegherà all'età adulta dell'incipit, più dura e incattivita dai tempi, in cui l'anima di Max, corrotta dall'avidità, comincia a entrare in contrasto col più moderato Noodles, che al contrario non possiede grandi ambizioni (non a caso dirà a Deborah che lei e Max si odiano perché troppo simili). Infine il blocco posizionato nel 1968 e introdotto da "Yesterday" ci porta in una New York radicalmente mutata, che mostra come gli antichi gangster, cambiato volto, siano diventati l'anima della politica americana. Guarda caso, nell'anno delle grandi speranze di una generazione, Leone situa il ritorno a casa del loner, simbolo di una America giovane ma già decadente. Quella di Noodles è un'indagine dentro e fuori di sé, e va a costituire il malinconico bilancio esistenziale di uno sconfitto.
«Quando scatta in me l'idea di un nuovo film ne vengo totalmente assorbito e vivo maniacalmente per quell'idea. Mangio e penso al film, cammino e penso al film, vado al cinema e non vedo il film ma vedo il mio...Non ho mai visto De Niro sul set ma sempre il mio Noodles. Sono certo di aver fatto con lui "C'era una volta il mio cinema", più che "C'era una volta in America"»
Sergio Leone
L'ambiguità di lettura ha fatto la fortuna, oltre che ampliarne il fascino, dell'epopea criminale di Leone. Da una parte possiamo vedere un film la cui premessa è posta alla fine: la visione che Noodles inizia ad avere nella fumeria d'oppio dove è andato distrutto dal dolore e dai sensi di colpa e che, in uno stato di incoscienza, salta indietro e avanti nel tempo immaginando anche un epilogo in cui entrambi gli amici, sia lui che Max, hanno pagato lo scotto del loro tradimento. Dall'altra abbiamo davanti un'opera che ha fatto affermare ad alcuni che "C'era una volta in America" sia l'oggetto filmico più vicino alla "Reserche" di Proust mai realizzato. In fondo l'ambiguità del sorriso di Noodles che riporta alla mente i misteri intorno alla "Gioconda" di Leonardo o al "Ritratto d'ignoto marinaio" di Antonello non può avere un'univoca spiegazione: è il sorriso di chi ha vissuto e di chi vivrà ma anche un prolettico ammiccamento al pubblico che conosce già il destino del povero Noodles, che pagherà il suo essere Giusto.
Non v'è dubbio che l'uso del tempo nella narrazione di "C'era una volta in America" costituisca non solo una delle invenzioni leoniane più originali ma possa anche essere considerato il punto d'arrivo di una ricerca che era iniziata ben presto e che si protraeva sin da "Per qualche dollaro in più". Nel secondo capitolo della "trilogia del dollaro" la musica, quella del carillon, trasportava sia il torvo Colonnello che l'Indio interpretato da Volontè (altro personaggio "drogato") al momento che li legò per sempre in un destino di morte. Il leitmotiv di "C'era una volta in America" è consegnato all'armonica di Cockney: quelle poche note, nelle variazioni morriconiane, ci raccontano il tempo di un'innocenza perduta che fino a quel momento era solo giovanile incoscienza. Al contrario degli onirici flashback di "Giù la testa!", introdotti dal famoso brano "Sean Sean", il meccanismo di emersione dei ricordi va per continue associazione mentali e ridisegna la mappatura esistenziale del protagonista.
Il momento che preannuncia il contrappasso che subirà Noodles lo si può individuare nella serata che Deborah gli concede: un sogno ingenuo che spezza quella flebile linea tra desiderio e possesso, tra amore e violenza, e che porterà l'uomo a stuprare Deborah sui sedili del taxi. Le luci si spengono e l'obiettivo di Leone ritrae l'atto nella sua squallida violenza e il personaggio di De Niro in tutto la sua deprimente insoddisfazione per una possibilità per sempre sfumata. Il protagonista si ritroverà a vivere senza amico (e doppio), senza la donna che ama, senza i soldi. Il disincanto di Leone si manifesta ancora più marcatamente e il suo cinismo lascia spazio per la più lirica elegia.
"C'era una volta in America" si ricompone come noir della memoria, psicologicamente basato sull'opposizione dei caratteri e su atmosferici elementi che tendono allo "svelamento": si noti come Leone (aiutato dalla fotografia di Delli Colli) faccia fuoriuscire molto spesso i propri personaggi dagli angoli della strada, dalla nebbia, da sbuffi di fumo; persino nell'ultima immagine il volto di Noodles è letteralmente velato da una tendina. In qualche modo lo sguardo viene ostacolato nel suo tentativo di sciogliere i nodi del racconto che, d'altra parte, svicola sempre rispetto alle soluzioni più ovvie. La vendetta sembra essere la destinazione finale dell'anziano Noodles ma nel finale, quando decide di non riconoscere nel senatore Bailey l'invecchiato Max, rifiuta anche questa istanza. Si prova tenerezza per una scelta mitopoietica che raccoglie il senso ultimo della pellicola: egli preferisce la sua storia, alla realtà. E attraverso l'ultima grande battuta di Noodles, intravediamo Leone accomiatarsi dicendoci "E' solo il mio modo di vedere le cose".
"C'era una volta in America" non fu solo un film complesso da elaborare e difficile da produrre ma a causa del suo intreccio anche la distribuzione comportò alcune controversie. La produzione per l'uscita americana tagliò le parti dedicate all'infanzia, mandando su tutte le furie il regista romano, e montò il film cronologicamente riducendone la durata a 139 minuti, rispetto alle tre ore e quaranta circa della presentazione cannense e della release europea. Il film al primo montaggio contava ben 10 ore (oggi si sarebbe fatta tranquillamente una serie televisiva) poi ridotte a 6 con l'idea, bocciata dalla produzione, di far uscire due capitoli. Dopodichè Leone passò da un minutaggio di 269' a quello attuale di 220'.
Nel 2011 i figli di Sergio Leone hanno acquistato i diritti del film per l'Italia e hanno annunciato un'opera di restauro della pellicola. L'operazione ha previsto anche l'aggiunta di 25 minuti di scene eliminate, presenti nel primo montaggio realizzato dal regista, e il ripristino del doppiaggio originale, grazie all'aiuto del fonico di mix Fausto Ancillai e del montatore del suono Stefano Di Fiore. La pellicola, restaurata dalla Cineteca di Bologna, è stata proiettata il 18 maggio 2012 al 65º Festival di Cannes, con la presenza in sala di Robert De Niro, James Woods, Jennifer Connelly, Elizabeth McGovern ed Ennio Morricone. Il film in versione restaurata è stato proiettato al cinema dal 18 al 21 ottobre 2012 e dall'8 all'11 novembre 2012. È uscito in DVD e Blu-Ray il 4 dicembre 2012. In questo modo il ridoppiaggio è stato definitivamente eliminato.
Il 17 febbraio 1984, in Canada, ha luogo la prima mondiale di "C'era una volta in America".
"C'era una volta il West" doveva essere l'ultima fatica nel genere di Sergio Leone, il suo epitaffio: era il momento di voltare pagina, lanciarsi in una nuova avventura. Le cose non andarono così e tornò al western, rivisitato in salsa rivoluzionaria, col sottovalutato "Giù la testa!". Poi dodici anni di silenzio durante i quali il regista si dedicò soprattutto alla produzione: gran parte della commedia western "Il mio nome è nessuno" è attribuibile a lui e come tutti sanno contribuì a lanciare Carlo Verdone nel mondo di Cinecittà. In realtà per tutto questo tempo il regista romano ha cullato l'idea di un gangster movie, del suo gangster movie visto che aveva rifiutato la possibilità di dirigere addirittura "The Godfather".
Tutto era cominciato con la lettura quasi per caso di "The Hood", autobiografia romanzata di Harry Grey, che ricordava i suoi trascorsi da gangster nell'America del proibizionismo. I contorni nebulosi, come quelli di un sogno oppiaceo, si coloravano lentamente di un paesaggio umano e sociale, nonché di un contesto storico ben definito. Dieci anni di travaglio per problemi di diritti d'autore e non, finché nel 1982, grazie al produttore Arnon Milchan, Leone poté far partire la lenta macchina produttiva che gli permise di realizzare la sua opera più ambiziosa.
Il regista mise in piedi un cast di prim'ordine che diresse col suo solito tono burbero in un clima che dovette essere tutt'altro che semplice (Leone era capace di recitare l'intero copione per tutti i personaggi), tanto che De Niro stesso entrò presto in rotta col regista. Eppure il risultato è eccellente. Robert De Niro, scelto per dare corpo a Noodles, offre un'interpretazione di grande finezza psicologica e di fortissima maturità. Lui stesso a quanto pare suggerì James Woods nel ruolo di Max, il quale diede probabilmente la sua miglior prova in carriera. Poi un cast di ragazzi per interpretare i personaggi da giovani, tra cui spicca l'oggi famosa Jennifer Connelly scelta perché sapeva danzare e per - a suo dire - la somiglianza del suo naso con quello di Elizabeth Mcgovern, che interpreta Deborah da adulta.
Plasmando le coordinate del cinema gangster, Leone compie il saggio definitivo sui due fuochi intorno al quale è ruotata l'ellisse del suo cinema: il Tempo e il Mito. Un'epica gangster che attraversava quasi cinquant'anni di storia americana, ma che, soprattutto, rileggeva col suoi inimitabile sguardo un immaginario già assorbito come quello dei gangster. Una fiaba amorale che chiude la riflessione post-moderna di Leone sul cinema americano. Non per niente, il progetto successivo sarebbe stato di altro respiro, con una diversa impostazione: il racconto della resistenza di Leningrado durante l'assedio Nazista.
Noodles: I vincenti si riconoscono alla partenza. Riconosci i vincenti e i brocchi. Chi avrebbe puntato su di te?
Fat Moe: Io avrei puntato tutto su di te.
Noodles: E avresti perso.
(Robert De Niro e Larry Rapp nel film)
All'inizio, lo sguardo interno al racconto è un'assenza: Noodles, ricercato dai sicari del sindacato, dagli amici come dai nemici, è nascosto nel retro di un teatro di ombre cinesi, dove Leone evitò di mostrare la sin troppo esplicita "lotta tra il Bene e il male". Là dove gli uomini si perdono nell'oppio che obnubila le coscienze, Noodles cerca di soffocare i sensi di colpa, metaforizzati dal rintronante trillo del telefono che collega frammenti degli eventi accaduti la notte precedente. Un assaggio dell'intreccio che si farà strada più avanti, dove si tenterà di rimettere ordine al caos dei ricordi che si affollano e il cinema viene usato come teatro in cui si rivelano le ombre del passato. Dopo la fuga Noodles va alla stazione per prendere i soldi ereditati dalla defunta società, ma ci trova solo vecchi giornali: spiazzato e amareggiato prende il primo treno per non fare più ritorno. La macchina da presa accompagna fuori dall'inquadratura il protagonista e con un breve stacco fa un salto di trentacinque anni: Noodles, ora sessantenne, torna a New York perché è stato richiamato da una misteriosa lettera che ratificava lo spostamento delle tombe del cimitero ebraico. Senza più nulla da perdere e forse stanco di scappare, David Aaronson vuole capire chi ha speso tante energie per scovarlo dopo trentacinque anni. L'unico a essere rimasto nel Lower East Side è il vecchio Fat Moe, dal quale Noodles si fa ospitare: la notte si ritrova a vagare per il locale dell'amico e a guardare dopo tanti anni dal buco intagliato nella parete del bagno, dove, da ragazzo, spiava l'amata Deborah: attraverso un falso raccordo, il suo sguardo genera il flashback che ci proietta negli anni '20 mostrandoci proprio la ragazza che prova dei passi di danza.
La parte della gioventù, ambientata nel brulicante quartiere ebraico, possiede i toni nostalgici del romanzo di formazione: questa linea narrativa si ricollegherà all'età adulta dell'incipit, più dura e incattivita dai tempi, in cui l'anima di Max, corrotta dall'avidità, comincia a entrare in contrasto col più moderato Noodles, che al contrario non possiede grandi ambizioni (non a caso dirà a Deborah che lei e Max si odiano perché troppo simili). Infine il blocco posizionato nel 1968 e introdotto da "Yesterday" ci porta in una New York radicalmente mutata, che mostra come gli antichi gangster, cambiato volto, siano diventati l'anima della politica americana. Guarda caso, nell'anno delle grandi speranze di una generazione, Leone situa il ritorno a casa del loner, simbolo di una America giovane ma già decadente. Quella di Noodles è un'indagine dentro e fuori di sé, e va a costituire il malinconico bilancio esistenziale di uno sconfitto.
«Quando scatta in me l'idea di un nuovo film ne vengo totalmente assorbito e vivo maniacalmente per quell'idea. Mangio e penso al film, cammino e penso al film, vado al cinema e non vedo il film ma vedo il mio...Non ho mai visto De Niro sul set ma sempre il mio Noodles. Sono certo di aver fatto con lui "C'era una volta il mio cinema", più che "C'era una volta in America"»
Sergio Leone
L'ambiguità di lettura ha fatto la fortuna, oltre che ampliarne il fascino, dell'epopea criminale di Leone. Da una parte possiamo vedere un film la cui premessa è posta alla fine: la visione che Noodles inizia ad avere nella fumeria d'oppio dove è andato distrutto dal dolore e dai sensi di colpa e che, in uno stato di incoscienza, salta indietro e avanti nel tempo immaginando anche un epilogo in cui entrambi gli amici, sia lui che Max, hanno pagato lo scotto del loro tradimento. Dall'altra abbiamo davanti un'opera che ha fatto affermare ad alcuni che "C'era una volta in America" sia l'oggetto filmico più vicino alla "Reserche" di Proust mai realizzato. In fondo l'ambiguità del sorriso di Noodles che riporta alla mente i misteri intorno alla "Gioconda" di Leonardo o al "Ritratto d'ignoto marinaio" di Antonello non può avere un'univoca spiegazione: è il sorriso di chi ha vissuto e di chi vivrà ma anche un prolettico ammiccamento al pubblico che conosce già il destino del povero Noodles, che pagherà il suo essere Giusto.
Non v'è dubbio che l'uso del tempo nella narrazione di "C'era una volta in America" costituisca non solo una delle invenzioni leoniane più originali ma possa anche essere considerato il punto d'arrivo di una ricerca che era iniziata ben presto e che si protraeva sin da "Per qualche dollaro in più". Nel secondo capitolo della "trilogia del dollaro" la musica, quella del carillon, trasportava sia il torvo Colonnello che l'Indio interpretato da Volontè (altro personaggio "drogato") al momento che li legò per sempre in un destino di morte. Il leitmotiv di "C'era una volta in America" è consegnato all'armonica di Cockney: quelle poche note, nelle variazioni morriconiane, ci raccontano il tempo di un'innocenza perduta che fino a quel momento era solo giovanile incoscienza. Al contrario degli onirici flashback di "Giù la testa!", introdotti dal famoso brano "Sean Sean", il meccanismo di emersione dei ricordi va per continue associazione mentali e ridisegna la mappatura esistenziale del protagonista.
Il momento che preannuncia il contrappasso che subirà Noodles lo si può individuare nella serata che Deborah gli concede: un sogno ingenuo che spezza quella flebile linea tra desiderio e possesso, tra amore e violenza, e che porterà l'uomo a stuprare Deborah sui sedili del taxi. Le luci si spengono e l'obiettivo di Leone ritrae l'atto nella sua squallida violenza e il personaggio di De Niro in tutto la sua deprimente insoddisfazione per una possibilità per sempre sfumata. Il protagonista si ritroverà a vivere senza amico (e doppio), senza la donna che ama, senza i soldi. Il disincanto di Leone si manifesta ancora più marcatamente e il suo cinismo lascia spazio per la più lirica elegia.
"C'era una volta in America" si ricompone come noir della memoria, psicologicamente basato sull'opposizione dei caratteri e su atmosferici elementi che tendono allo "svelamento": si noti come Leone (aiutato dalla fotografia di Delli Colli) faccia fuoriuscire molto spesso i propri personaggi dagli angoli della strada, dalla nebbia, da sbuffi di fumo; persino nell'ultima immagine il volto di Noodles è letteralmente velato da una tendina. In qualche modo lo sguardo viene ostacolato nel suo tentativo di sciogliere i nodi del racconto che, d'altra parte, svicola sempre rispetto alle soluzioni più ovvie. La vendetta sembra essere la destinazione finale dell'anziano Noodles ma nel finale, quando decide di non riconoscere nel senatore Bailey l'invecchiato Max, rifiuta anche questa istanza. Si prova tenerezza per una scelta mitopoietica che raccoglie il senso ultimo della pellicola: egli preferisce la sua storia, alla realtà. E attraverso l'ultima grande battuta di Noodles, intravediamo Leone accomiatarsi dicendoci "E' solo il mio modo di vedere le cose".
"C'era una volta in America" non fu solo un film complesso da elaborare e difficile da produrre ma a causa del suo intreccio anche la distribuzione comportò alcune controversie. La produzione per l'uscita americana tagliò le parti dedicate all'infanzia, mandando su tutte le furie il regista romano, e montò il film cronologicamente riducendone la durata a 139 minuti, rispetto alle tre ore e quaranta circa della presentazione cannense e della release europea. Il film al primo montaggio contava ben 10 ore (oggi si sarebbe fatta tranquillamente una serie televisiva) poi ridotte a 6 con l'idea, bocciata dalla produzione, di far uscire due capitoli. Dopodichè Leone passò da un minutaggio di 269' a quello attuale di 220'.
Nel 2011 i figli di Sergio Leone hanno acquistato i diritti del film per l'Italia e hanno annunciato un'opera di restauro della pellicola. L'operazione ha previsto anche l'aggiunta di 25 minuti di scene eliminate, presenti nel primo montaggio realizzato dal regista, e il ripristino del doppiaggio originale, grazie all'aiuto del fonico di mix Fausto Ancillai e del montatore del suono Stefano Di Fiore. La pellicola, restaurata dalla Cineteca di Bologna, è stata proiettata il 18 maggio 2012 al 65º Festival di Cannes, con la presenza in sala di Robert De Niro, James Woods, Jennifer Connelly, Elizabeth McGovern ed Ennio Morricone. Il film in versione restaurata è stato proiettato al cinema dal 18 al 21 ottobre 2012 e dall'8 all'11 novembre 2012. È uscito in DVD e Blu-Ray il 4 dicembre 2012. In questo modo il ridoppiaggio è stato definitivamente eliminato.
giovedì 23 dicembre 2021
#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi
Buongiorno, oggi è il 23 dicembre.
Il 23 dicembre 1966 viene proiettato per la prima volta "Il buono, il brutto e il cattivo" di Sergio Leone.
Tre pistoleri - il buono (Clint Eastwood), il brutto (Eli Wallach) e il cattivo (Lee Van Cleef) - sono in cerca di fortuna durante la guerra civile americana. La fortuna consiste in un forziere pieno d'oro dell'esercito dei confederati, sepolto in un cimitero. Il problema è che nessuno conosce l'esatta ubicazione dell'oro, dato che la conoscenza dei dettagli è divisa tra loro; dunque sono costretti a lavorare insieme per trovarli. Esiste una sorta di patto tra gentiluomini per dividere l'oro equamente, ma nessuno di loro è in effetti un gentiluomo. Non sembrerebbe una trama così profonda da riempire un film di tre ore, ma quando sei Sergio Leone non hai bisogno di una trama profonda.
La trilogia di Leone del Pugno di Dollari, di cui questo film è l'ultimo capitolo, rappresenta lo spartiacque nel genere dei western, offrendosi come ponte di congiunzione tra John Ford e, successivamente, lo stesso Clint Eastwood. Ford lavorava con un forte senso di economia, sfruttando i grandi paesaggi e pochi tagli; Leone no. Non faceva nulla a metà; al contrario abbracciava l'eccesso dove i suoi predecessori lo evitavano. Per questo sceglieva i migliori attori anzichè quelli scarsi.
Hollywood stava per mettere da parte Eastwood quando venne selezionato per L'uomo senza nome. A quel tempo gli attori non passavano facilmente dalla tv al cinema e Eastwood, dopo essere stato tra i protagonisti di Rawhide, non stava trovando lavoro nel cinema, mentre Leone non riusciva a trovare grandi attori; in qualche modo si può dire che fu inevitabile incontrarsi. Fu un matrimonio strano, ma pieno di successo tra un regista che non aveva tempo per le mezze misure e un attore che poteva stare ad occhi socchiusi per tutto il film, se gli veniva richiesto. Clint fu utile a Leone come zavorra, ad impedire che volasse troppo alto nella sua follia. Lo stesso effetto che fa il personaggio di Clint con quello di Eli, a controllare la situazione mentre Wallach fa i conti con il suo passato.
Qualche critico ha osservato che nel mondo di Leone se qualcosa non è nello schermo, allora non è visibile ai personaggi. Perciò se Tuco scava in una tomba non vede Eastwood che arriva, così come né lui né Eastwood vedono l'arrivo di Sentenza, sebbene sembrerebbe impossibile non farlo. Ciò si deve al fatto che per Leone l'impossibile non è assolutamente più importante dell'effetto cinematografico. Un regista normale avrebbe speso un tempo enorme a giustificare, in qualche modo, come Sentenza arrivi così vicino; per Leone la plausibilità non conta di fronte all'effetto drammatico dei protagonisti colti alla sprovvista. La scena funziona, quindi perchè preoccuparsi di spiegarla? Come spesso accade, questo modo di dirigere nasce dalla necessità. Nei suoi primi film Leone non aveva il budget per preoccuparsi della continuità, e sviluppò uno stile che gli permettesse di gettare la prudenza alle ortiche e trovare modi perchè la sospensione di incredulità funzionasse.
Per lo stesso motivo la colonna sonora ossessionante di Ennio Morricone si deve in parte alle difficoltà di girare i dialoghi a causa del budget ridotto. Grandi porzioni dei dialoghi esistenti furono doppiati, ma mostrare lunghe sequenze senza dialoghi riempite di musica ha un impatto molto più forte sullo spettatore. Perciò più era efficace la colonna sonora (e il suo grande brano musicale iniziale, che evoca l'ululato di un coyote), meno necessario era il doppiaggio di Leone, e più efficace il film nel suo complesso.
Uno dei segni che contraddistingue un grande regista è l'aver fatto un film che pochi altri avrebbero potuto fare. Non c'è dubbio che Il buono, il brutto e il cattivo sia uno di quei film. Prendete ad esempio la scena dei tre pistoleri immobili al cimitero, in attesa di affrontarsi. Pochi registi avrebbero avuto il coraggio di estendere la scena tanto quanto lui, o di spendere tanto tempo a costruire la suspense intervallando i primi piani dei tre attori; e ancora meno sarebbero quelli in grando di far funzionare quella scena, mentre Leone ci riesce creando forse la miglior scena di un film pieno di grandi scene. Tutti questi accorgimenti fanno del film un grande film, senza il quale avremmo forse perduto l'eredità di Clint Eastwood e forse il genere Westerne stesso. E per questo dobbiamo a Leone più di quanto possiamo immaginare.
Il 23 dicembre 1966 viene proiettato per la prima volta "Il buono, il brutto e il cattivo" di Sergio Leone.
Tre pistoleri - il buono (Clint Eastwood), il brutto (Eli Wallach) e il cattivo (Lee Van Cleef) - sono in cerca di fortuna durante la guerra civile americana. La fortuna consiste in un forziere pieno d'oro dell'esercito dei confederati, sepolto in un cimitero. Il problema è che nessuno conosce l'esatta ubicazione dell'oro, dato che la conoscenza dei dettagli è divisa tra loro; dunque sono costretti a lavorare insieme per trovarli. Esiste una sorta di patto tra gentiluomini per dividere l'oro equamente, ma nessuno di loro è in effetti un gentiluomo. Non sembrerebbe una trama così profonda da riempire un film di tre ore, ma quando sei Sergio Leone non hai bisogno di una trama profonda.
La trilogia di Leone del Pugno di Dollari, di cui questo film è l'ultimo capitolo, rappresenta lo spartiacque nel genere dei western, offrendosi come ponte di congiunzione tra John Ford e, successivamente, lo stesso Clint Eastwood. Ford lavorava con un forte senso di economia, sfruttando i grandi paesaggi e pochi tagli; Leone no. Non faceva nulla a metà; al contrario abbracciava l'eccesso dove i suoi predecessori lo evitavano. Per questo sceglieva i migliori attori anzichè quelli scarsi.
Hollywood stava per mettere da parte Eastwood quando venne selezionato per L'uomo senza nome. A quel tempo gli attori non passavano facilmente dalla tv al cinema e Eastwood, dopo essere stato tra i protagonisti di Rawhide, non stava trovando lavoro nel cinema, mentre Leone non riusciva a trovare grandi attori; in qualche modo si può dire che fu inevitabile incontrarsi. Fu un matrimonio strano, ma pieno di successo tra un regista che non aveva tempo per le mezze misure e un attore che poteva stare ad occhi socchiusi per tutto il film, se gli veniva richiesto. Clint fu utile a Leone come zavorra, ad impedire che volasse troppo alto nella sua follia. Lo stesso effetto che fa il personaggio di Clint con quello di Eli, a controllare la situazione mentre Wallach fa i conti con il suo passato.
Qualche critico ha osservato che nel mondo di Leone se qualcosa non è nello schermo, allora non è visibile ai personaggi. Perciò se Tuco scava in una tomba non vede Eastwood che arriva, così come né lui né Eastwood vedono l'arrivo di Sentenza, sebbene sembrerebbe impossibile non farlo. Ciò si deve al fatto che per Leone l'impossibile non è assolutamente più importante dell'effetto cinematografico. Un regista normale avrebbe speso un tempo enorme a giustificare, in qualche modo, come Sentenza arrivi così vicino; per Leone la plausibilità non conta di fronte all'effetto drammatico dei protagonisti colti alla sprovvista. La scena funziona, quindi perchè preoccuparsi di spiegarla? Come spesso accade, questo modo di dirigere nasce dalla necessità. Nei suoi primi film Leone non aveva il budget per preoccuparsi della continuità, e sviluppò uno stile che gli permettesse di gettare la prudenza alle ortiche e trovare modi perchè la sospensione di incredulità funzionasse.
Per lo stesso motivo la colonna sonora ossessionante di Ennio Morricone si deve in parte alle difficoltà di girare i dialoghi a causa del budget ridotto. Grandi porzioni dei dialoghi esistenti furono doppiati, ma mostrare lunghe sequenze senza dialoghi riempite di musica ha un impatto molto più forte sullo spettatore. Perciò più era efficace la colonna sonora (e il suo grande brano musicale iniziale, che evoca l'ululato di un coyote), meno necessario era il doppiaggio di Leone, e più efficace il film nel suo complesso.
Uno dei segni che contraddistingue un grande regista è l'aver fatto un film che pochi altri avrebbero potuto fare. Non c'è dubbio che Il buono, il brutto e il cattivo sia uno di quei film. Prendete ad esempio la scena dei tre pistoleri immobili al cimitero, in attesa di affrontarsi. Pochi registi avrebbero avuto il coraggio di estendere la scena tanto quanto lui, o di spendere tanto tempo a costruire la suspense intervallando i primi piani dei tre attori; e ancora meno sarebbero quelli in grando di far funzionare quella scena, mentre Leone ci riesce creando forse la miglior scena di un film pieno di grandi scene. Tutti questi accorgimenti fanno del film un grande film, senza il quale avremmo forse perduto l'eredità di Clint Eastwood e forse il genere Westerne stesso. E per questo dobbiamo a Leone più di quanto possiamo immaginare.
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