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mercoledì 14 gennaio 2026

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 14 gennaio.
Il 14 gennaio 1858 il repubblicano Felice Orsini attentava alla vita dell'imperatore di Francia Napoleone III.
Nato a Meldola il 10 dicembre 1819, fin da piccolo dimostrò un'indole violenta, arrivando ad uccidere a soli 17 anni un uomo di fiducia dello zio con due colpi di pistola, presumibilmente per rivalità in amore.
Successivamente si dedicò quasi completamente all'attività di rivoluzionario, sposando le tesi mazziniane. Fu condannato all'ergastolo per aver fondato una società segreta repubblicana, ma fu liberato per l'amnistia di Pio IX.
Dopo vari tentativi insurrezionali, tutti falliti, fu arrestato dagli austriaci e rinchiuso nel carcere di Mantova, famoso per la sua inespugnabilità.
Orsini fu protagonista di una rocambolesca fuga, nella notte tra il 29 e il 30 marzo 1856, grazie all'aiuto della facoltosa Emma Siegmund, che riuscì a corrompere i carcerieri e ad accompagnarlo in carrozza fino a Genova, da dove s'imbarcò per l'Inghilterra.
L'evasione da una delle fortezze del Quadrilatero, ritenute simboli della potenza austriaca nel Lombardo-Veneto, venne subito ripresa dalla stampa di tutta Europa, anche per l'incidente occorso ai fuggitivi che si tramutò in occasione di scherno verso il proverbiale rigore asburgico. Infatti, l'immediata inchiesta ordinata personalmente dal generale Radetzky, oltre alle complicità interne ed esterne al carcere, appurò che la carrozza con a bordo Orsini e la Siegmund ruppe il timone nel cremonese, davanti al posto di polizia austriaco della fortezza di Pizzighettone. I due vennero soccorsi dai gendarmi che provvidero a sostituire il timone rotto con uno nuovo, preso dai magazzini della fortezza. Dell'episodio si venne a conoscenza per il fatto che la Siegmund, presentatasi con il falso cognome di O'Meara, lasciò una somma per pagare il timone, ma la cosa non era prevista dai regolamenti militari. Il responsabile della contabilità, quindi, inviò un dettagliato rapporto all'amministrazione di polizia per sapere in quale capitolo potesse imputare l'entrata, così svelando che la fuga di Orsini era stata ingenuamente favorita proprio dalla gendarmeria austriaca. Uno dei secondini corrotti, Tommaso Frizzi, trovato in possesso della forte somma di denaro ricevuta, fu condannato a otto anni di carcere duro.
Nel 1857 Orsini ruppe i legami con Mazzini e cominciò a preparare l'assassinio di Napoleone III. Cause scatenanti dell'odio verso il monarca francese furono l'aver affossato la neonata Repubblica Romana e l'avere rotto il giuramento che lo legava alla Carboneria. Per l'occorrenza progettò e confezionò cinque bombe con innesco a fulminato di mercurio, riempite di chiodi e pezzi di ferro, poi divenute una delle armi più usate negli attentati anarchici, col nome di "Bombe all'Orsini".
Raggiunta Parigi con altri congiurati, tra i quali Giovanni Andrea Pieri, Carlo Di Rudio e Antonio Gomez, la sera del 14 gennaio 1858 il gruppetto riuscì a scagliare tre bombe contro la carrozza dell'imperatore, giunta tra ali di folla all'ingresso dell'opéra di rue Le Peletier. L'attentato provocò una carneficina, con 12 morti e 156 feriti, ma Napoleone fu protetto dalla carrozza blindata e rimase illeso, così come l'imperatrice Eugenia, anche se sbalzata sul marciapiede e completamente coperta dal sangue delle vittime. Orsini e i suoi complici, favoriti dal panico scatenatosi, riuscirono a fuggire, ma vennero arrestati dalla polizia poche ore dopo, nei rispettivi alberghi.
Pur non avendo raggiunto l'obiettivo prefissato, l'attentato di Orsini suscitò un'enorme impressione nell'opinione pubblica, offrendo all'imperatore l'occasione per attuare una fortissima azione repressiva, che portò all'arresto di moltissimi esponenti repubblicani francesi, stroncando così l'opposizione politica al proprio regime.
Nel processo che seguì, Orsini e Pieri vennero condannati a morte in quanto colpevoli di avere attentato alla vita del re, mentre agli altri cospiratori fu comminato l'ergastolo.
Dal carcere, senza chiedere la grazia, Orsini scrisse una lettera al sovrano francese, poi diventata famosa, che concluse così:
« Sino a che l'Italia non sarà indipendente, la tranquillità dell'Europa e quella Vostra non saranno che una chimera. Vostra Maestà non respinga il voto supremo d'un patriota sulla via del patibolo: liberi la mia patria e le benedizioni di 25 milioni di cittadini la seguiranno dovunque e per sempre. »
Napoleone III fu favorevolmente colpito da questa lettera e ne autorizzò la pubblicazione; i giornali presentarono Orsini come un eroe. Camillo Cavour, vista la popolarità che aveva raggiunto la missiva, sfruttò la situazione per aumentare la sua pressione politica sulla Francia, ed insistere sui Savoia convincendoli della necessità di togliere ai rivoluzionari l'iniziativa per unificare l'Italia.
Felice Orsini venne ghigliottinato a Parigi, insieme a Pieri, il 13 marzo 1858.

martedì 2 dicembre 2025

#AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi


Buongiorno, oggi è il 2 dicembre.

Il 2 dicembre 1852 Napoleone III diventa imperatore dei francesi.

Carlo Luigi Napoleone nasce a Parigi il 20 aprile 1808, anno nefasto per lo zio Napoleone I in quanto segna l'inizio, con la campagna di Spagna, dello sgretolamento dell'impero.

Terzogenito di Luigi Bonaparte, re d'Olanda, e di Ortensia di Beauharnais, ancora bambino viene portato in Svizzera dalla madre in conseguenza della caduta dell'impero. Qui frequenta ambienti vicini alla Rivoluzione francese e ne assimila le idee.

Nel 1830 è a Roma dove aderisce alla carboneria antipontificia, ma un'efficace repressione lo costringe alla fuga; si sposta in Romagna, dove replica l'esperienza carbonara ed è nuovamente obbligato a partire; nel 1831 ripara in Francia, ma anche da qui è costretto ad allontanarsi perché Luigi Filippo, "il re borghese" ed antibonapartista non tollera i suoi espliciti programmi di ascesa al trono (aspirazione peraltro legittimata dalla morte di suo fratello maggiore); nel 1836 viene mandato in esilio negli Stati Uniti, ma l'anno successivo rientra in Europa e riprende i suoi piani di conquista del potere.

Nel 1840 viene arrestato e condannato al carcere a vita, ma nel 1846 riesce ad evadere. Si trova quindi in libertà quando scoppia la rivoluzione del febbraio 1848, ed egli può, dall'Inghilterra dove si era rifugiato, precipitarsi nuovamente in Francia. Grazie al nuovo regime repubblicano, può candidarsi ed essere eletto nell'Assemblea Costituente che, nel dicembre dello stesso anno, lo elegge Presidente della Repubblica Francese.

Fra le prime iniziative intraprese, nel nuovo ruolo, vi è quella della restaurazione pontificia a Roma, dove era stata proclamata la Repubblica, a guida del triumvirato Mazzini, Armellini e Saffi: l'intervento francese consente al papa Pio IX di rientrare a Roma, il 12 aprile 1850, ed a Napoleone III di assicurarsi per circa vent'anni una notevole influenza sulla politica romana.

Trascorsi appena tre anni dall'insediamento, ricalcando le orme dello zio, nel 1851 dichiara decaduta l'Assemblea e, sostenuto dal clero, dalla borghesia e dalle forze armate, si avvia alla proclamazione dell'impero assumendo il 2 dicembre 1852 il nome di Napoleone III. Del grande avo, che egli considera un mito, replica lo stile di governo: limitazioni alla libertà di stampa e stato di polizia. Quanto alla politica estera, ne coltiva le stesse mire imperialistiche. L'anno successivo sposa Eugenia Maria di Montijo.

Nel 1856, con Gran Bretagna e Piemonte, prende parte alla spedizione in Crimea - tesa a contrastare le mire espansionistiche della Russia verso la Turchia - che si conclude con la pace di Parigi, nel 1858. Nello stesso anno, coinvolto da Cavour, sottoscrive con lo stesso i patti di Plombieres, in virtù dei quali prende parte alla seconda guerra d'indipendenza contro l'Austria: nei reali intendimenti di Napoleone III vi è quello di riprendere potere in Italia, ma la piega che ad un certo punto rischia di assumere il conflitto, con la sua estensione ad altre potenze europee, lo induce a promuovere un armistizio con l'Austria che ponga fine alla guerra. L'accordo viene stipulato a Villafranca, l'11 luglio del 1859.

Nel 1861, in seguito ad una posizione ostile assunta dal Messico nei confronti di Francia, Spagna ed Inghilterra, si determina, dietro sua iniziativa, un'alleanza fra le tre potenze che invadono con successo lo Stato d'oltreoceano e vi insediano un sovrano amico (soprattutto della Francia): Massimiliano d'Asburgo, con il titolo di imperatore del Messico. Ma l'intervento degli Stati Uniti e l'esplicita richiesta alla Francia di ritiro delle truppe - richiesta prontamente accolta - determina la caduta di Massimiliano ed un epilogo drammatico dell'intera vicenda.

Intanto in Europa va crescendo l'influenza diplomatica e la potenza militare della Prussia: un dissidio sorto intorno al trono di Spagna è causa - o pretesto - per un nuovo conflitto. Napoleone III, con un'opposizione interna sempre più vasta ed agguerrita, ed un calo notevole del suo prestigio all'estero, dichiara guerra alla Prussia, sancendo in questo modo il proprio definitivo declino.

Sconfitto più volte, imprigionato dopo una disastrosa disfatta a Sedan, nella battaglia del 2 settembre 1870, viene incarcerato nel castello di Wilhelmshohe. Da qui, dopo la proclamazione della nuova Repubblica e la dichiarazione di decadenza della dinastia napoleonica, Napoleone III è lasciato partire per l'Inghilterra, a Chislehurst, dove muore il 9 gennaio 1873, all'età di 65 anni.

In origine fu sepolto a Chislehurst, presso la chiesa cattolica di Santa Maria; tuttavia, dopo che suo figlio, ufficiale dell'esercito del Regno Unito, morì nel 1879 combattendo contro gli Zulu in Sud Africa, Eugenia decise di costruire un monastero e una cappella per le spoglie del marito e del figlio: così, nel 1888, Napoleone e il figlio furono definitivamente traslati nella cripta imperiale nell'Abbazia di San Michele a Farnborough, nella contea dello Hampshire nel Regno Unito.

Tra una guerra e l'altra è riuscito a dare, probabilmente, il meglio di sé in una produzione letteraria di un certo interesse: la sua opera più importante è una "Vita di Giulio Cesare". Fra i tanti avversari politici ne annovera uno del calibro di Victor Hugo che gli dedica la definizione, rimasta celebre, di "Napoleon le petit". 

lunedì 21 luglio 2025

#AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi


 Buongiorno, oggi è il 21 luglio.

Il 21 luglio 1858 a Plombières si tenne un riservatissimo incontro tra Cavour e Napoleone III promosso da quest’ultimo. 

"L’imperatore, appena fui introdotto nel suo gabinetto - scriveva Cavour il 24 luglio 1858 a Vittorio Emanuele, facendo una relazione in francese sull’incontro avuto con Napoleone III - abbordò la questione che è la causa del mio viaggio. Cominciò dicendo di essere deciso ad appoggiare con tutte le sue forze la Sardegna in una guerra contro l’Austria, purché la guerra fosse intrapresa per una causa non rivoluzionaria, che potesse essere giustificata agli occhi della diplomazia e, più ancora, dell’opinione pubblica in Francia ed in Europa. Poiché la ricerca di questa causa presentava la difficoltà principale, ho proposto dapprima di far valere le lagnanze cui dà luogo la poco fedele esecuzione da parte dell’Austria del suo trattato di commercio con noi. A ciò l’imperatore ha risposto che una questione commerciale di mediocre importanza non poteva provocare una grande guerra destinata a mutare la carta dell’Europa. Proposi allora di mettere nuovamente innanzi le ragioni che, al congresso di Parigi, ci avevano deciso a protestare contro la illegittima estensione della potenza austriaca in Italia; vale a dire il trattato del 1847 fra l’Austria e i duchi di Parma e di Modena, l’occupazione protratta della Romagna e delle Legazioni, le nuove fortificazioni innalzate intorno a Piacenza. L’imperatore non gradì questa proposta. Egli osservò che poiché le lagnanze da noi fatte valere nel 1856, non erano state giudicate sufficienti a indurre la Francia e l’Inghilterra a intervenire in nostro favore, non si comprenderebbe come ora esse potrebbero giustificare una chiamata alle armi. D’altra parte, aggiunse l’imperatore, finché le mie truppe sono a Roma, non ho molto il diritto di esigere che l’Austria ritiri le sue da Ancona e Bologna. L’obiezione era giusta. La mia posizione - continua la relazione di Cavour a Vittorio Emanuele - diventava imbarazzante, poiché non avevo più da proporre nulla di ben definito. L’imperatore venne in mio aiuto e ci mettemmo insieme ad esaminare tutti gli Stati d’Italia, per cercarvi questa causa di guerra così difficile da trovare. Dopo aver viaggiato senza successo in tutta la penisola, arrivammo, quasi senza accorgercene, a Massa e Carrara, e là scoprimmo quel che cercavamo con tanto ardore. [Cavour descrive così il cinico comportamento suo e di Napoleone III]. Dopo aver fatto all’imperatore una descrizione esatta di questo sventurato paese, di cui egli, del resto, aveva già un’idea abbastanza precisa, convenimmo di provocare un appello degli abitanti a Vostra Maestà per chiedere la sua protezione nonché per reclamare l’annessione di questi ducati alla Sardegna. Vostra Maestà non accetterebbe l’offerta, ma, prendendo le parti di queste popolazioni oppresse, rivolgerebbe al duca di Modena, una nota altera e minacciosa. Il duca, forte dell’appoggio dell’Austria, risponderebbe in modo impertinente. Dopo questo, Vostra Maestà farebbe occupare Massa e la guerra comincerebbe. Essendo il duca di Modena la causa della guerra - continua Cavour nella relazione - l’imperatore pensa che essa sarebbe popolare non soltanto in Francia, ma parimenti in Inghilterra e nel resto d’Europa, dato che questo principe, a torto o a ragione, è considerato come il capro espiatorio del dispotismo. D’altra parte, non avendo il duca di Modena riconosciuto alcuno dei sovrani che hanno regnato in Francia dal 1830, l’imperatore ha meno riguardi da usare verso di lui che verso qualsiasi altro principe. Risolta questa prima questione, l’imperatore mi disse: "Prima di andare avanti, bisogna pensare a due gravi difficoltà che incontreremo in Italia: il papa ed il re di Napoli. Io devo usare loro dei riguardi: al primo, per non sollevare contro di me i cattolici francesi; al secondo per conservarci le simpatie della Russia, che mette una sorta di punto di onore nel proteggere il re Ferdinando". Risposi all’imperatore che, quanto al papa, gli era facile conservargli il tranquillo possesso di Roma per mezzo della guarnigione francese ivi stanziata, purché lasciasse insorgere le Romagne; e che, non avendo il papa voluto seguire i consigli datigli dall’imperatore al riguardo, non poteva lagnarsi che queste contrade profittassero della prima occasione favorevole, per liberarsi di un detestabile sistema di governo che la corte di Roma si era ostinata a non riformare. Quanto al re di Napoli, non bisognava occuparsi di lui, a meno che non volesse prendere le parti dell’Austria, salvo a lasciar fare i suoi sudditi se per caso, profittando del momento, volessero sbarazzarsi del suo paterno dominio. Questa risposta soddisfece l’imperatore, e passammo alla grande questione: quale sarebbe lo scopo della guerra? L’imperatore ammise senza difficoltà che bisognava scacciare del tutto gli austriaci dall’Italia, e non lasciare loro neppure un pollice di terreno di qua dall’Isonzo e delle Alpi. Ma dopo, come organizzare l’Italia? Dopo lunghe discussioni, di cui risparmio il resoconto a Vostra Maestà, ci siamo accordati press’a poco sulle basi seguenti, pur riconoscendole suscettibili di essere modificate dagli avvenimenti della guerra. La valle del Po, la Romagna e le Legazioni costituirebbero il Regno dell’Alta Italia sul quale regnerebbe la casa di Savoia. Il papa conserverebbe Roma e il territorio circostante. Il resto degli Stati del papa con la Toscana formerebbe il Regno dell’Italia Centrale. La circoscrizione territoriale del Regno di Napoli non sarebbe toccata. I quattro Stati italiani formerebbero una confederazione sul modello della Confederazione germanica, la cui presidenza sarebbe data al papa per consolarlo della perdita della parte migliore dei suoi Stati. Questa sistemazione mi sembra del tutto accettabile. Vostra Maestà essendo di diritto sovrano della metà più ricca e più forte d’Italia, sarebbe di fatto sovrano di tutta la penisola. Io risposi – continua la relazione di Cavour a proposito della cessione di Nizza e della Savoia - che Vostra Maestà professava il principio di nazionalità, e che di conseguenza comprendeva come la Savoia dovesse essere riunita alla Francia; che Vostra Maestà era dunque pronta a sacrificare la Savoia, sebbene gli costasse eccessivamente rinunciare a un paese che era stato la culla della sua famiglia e ad un popolo che aveva dato ai suoi antenati tante prove di affetto e di devozione. Quanto a Nizza, la questione era differente, poiché i nizzardi, per la loro origine, la loro lingua e le loro abitudini erano più vicini al Piemonte che alla Francia, e di conseguenza la loro annessione all’Impero sarebbe contraria a quel medesimo principio per il trionfo del quale ci si accingeva a prendere le armi. A queste parole l’imperatore si accarezzò più volte i baffi e si accontentò di aggiungere che queste erano per lui questioni del tutto secondarie, di cui ci si sarebbe stato il tempo di occuparsi più tardi. Per costringere l’Austria - continuava Cavour, dopo aver relazionato sulle considerazioni fatte sulla neutralità delle altre grandi potenze - a rinunciare all’Italia, dunque, due o tre battaglie vinte nelle valli del Po e del Tagliamento non saranno sufficienti; bisognerà necessariamente penetrare nel centro dell’Impero e, con la spada sul cuore, cioè a Vienna stessa, costringerla a firmare la pace sulle basi prima decise. Per raggiungere questo scopo, sono necessarie forze considerevoli. L’imperatore le valuta ad almeno 300 mila uomini, ed io credo che abbia ragione. Con 100 mila uomini si bloccherebbero le piazzeforti del Mincio e dell’Adige e si custodirebbero i passaggi del Tirolo; 200 mila uomini marcerebbero su Vienna attraverso la Carinzia e la Stiria. La Francia fornirebbe 200 mila uomini, la Sardegna e le altre province d’Italia gli altri 100 mila. Il contingente italiano sembrerà forse debole a Vostra Maestà; ma se Ella riflette che si tratta di forze che bisogna far combattere, di forze di linea, riconoscerà che, per avere 100 mila uomini disponibili bisogna averne sotto le armi 150 mila. D’accordo sulla questione militare - il Benso di Cavour chiariva a Vittorio Emanuele il punto più importante dell’incontro - siamo stati egualmente d’accordo sulla questione finanziaria che, Vostra Maestà deve saperlo, è quella che preoccupa specialmente l’imperatore. Egli acconsente tuttavia a fornirci il materiale da guerra di cui potessimo aver bisogno, e a facilitarci a Parigi il negoziato per un prestito".

Da quel momento, gli ingranaggi incominciarono a girare. L'Italia, per dirla con le parole di Cavour, iniziava ad essere fatta.

sabato 24 giugno 2023

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 24 giugno.
Il 24 giugno 1859 la Savoia e la Francia sconfiggono l'esercito austriaco nella Battaglia di Solferino e San Martino, dando il via alla definitiva riunificazione dell'Italia.
Dopo la sanguinosa battaglia di Magenta (4 giugno) che aveva provocato la caduta di Milano nelle mani dei franco-piemontesi, il responsabile austriaco del fronte, il "lento" maresciallo Giulay, era stato sollevato dall'incarico ed il ventinovenne imperatore Francesco Giuseppe, coadiuvato dal Capo di Stato Maggiore Hess, aveva assunto personalmente la condotta della guerra in Lombardia, malgrado la nomina del conte Schilk di Bassano e Weisskirchen a comandante in capo del fronte lombardo. La notizia, dimostratasi poi falsa, di un imminente sbarco sulle coste adriatiche di 60.000 soldati francesi con il presunto obiettivo di attaccare alle spalle gli Austriaci da oriente, convinse Francesco Giuseppe a sospendere la ritirata e riattraversare il Mincio tra il 22 e 23 giugno, per battere le forze coalizzate nemiche prima di questo temuto sbarco.
L'esercito austriaco, dunque, attraversò il Mincio diviso in due Armate: a nord la 2° Armata, composta dall'VIII Corpo del Generale Benedek, dal V, dal I e dal VII Corpo; a sud la 1° Armata, composta dal IX, dal III e dall'XI Corpo, il cui obiettivo era Carpenedolo, sul fiume Chiese. Nei piani dello Stato Maggiore austriaco, la 2° Armata doveva tenere inchiodato il nemico, mentre la 1° aveva il compito di aggirarlo, avvantaggiata dalla manovra di avanzata su terreno pianeggiante. Frattanto, il 24 Giugno, i Piemontesi avevano raggiunto a nord il territorio di Pozzolengo; il I Corpo d'Armata francese (Baraguey e d'Hilliers), con la Guardia imperiale e Napoleone, erano in prossimità di Solferino, il II (MacMahon), il IV (Niel) ed il III Corpo d'Armata (Canrobert) gravitavano su Medole. Le cavallerie in ricognizione il giorno precedente avevano scorto un gran movimento di truppe nemiche sul Mincio, ma Napoleone aveva pensato che si trattasse soltanto di robuste retroguardie e sicuramente non di un movimento di avvicinamento in grande stile. D'altra parte neppure l'austriaco Hess riteneva di trovarsi di fronte l'intero esercito alleato, rimanendo convinto di dover affrontare soltanto truppe d'avanguardia.
A san Martino e Solferino, insomma, entrambi gli schieramenti erano in marcia e nessuno dei due si trovava disposto in ordine di battaglia, tanto che i sanguinosissimi scontri si sarebbero accesi all'improvviso, come sempre accade nelle battaglie d'incontro, senza, quindi, una preventiva pianificazione tattica. Al levar del sole, si verificò l'incontro tra il I Corpo francese e il V austriaco. Alle ore 6 i francesi ebbero l'amara sorpresa di trovare la collina di Solferino occupata dal nemico; così come, nello stesso momento, i Piemontesi trovavano inaspettatamente occupata dagli Austriaci San Martino, circa 6 chilometri più a nord. Lo sconcerto coglieva, naturalmente, anche gli Austriaci, convinti che l'esercito degli alleati fosse ancora sul fiume Chiese, almeno una dozzina di chilometri più a ovest. In una tale sorta di commedia degli equivoci, restava da vedere chi per primo si sarebbe ripreso dalla beffa che il destino aveva voluto giocare.
Sul campo si trovavano complessivamente 263.000 uomini con 773 cannoni: soltanto durante la Prima Guerra Mondiale sarebbero state superate in Italia cifre così cospicue di combattenti in un solo scontro. Nel loro settore gli Italiani impegnarono 34.000 uomini con 94 cannoni, mentre gli Austriaci disponevano di 32.000 soldati e 56 pezzi, con il vantaggio però di occupare forti posizioni sulle alture, che l'esercito piemontese avrebbe dovuto necessariamente espugnare, conquistandole palmo a palmo.
Sull'intero fronte i Francesi, invece, schieravano circa 100.000 uomini contro 95.000 Austriaci. Questi ultimi erano notevolmente superiori nell'artiglieria, poiché disponevano di circa 350 pezzi contro i 250 dei francesi, i quali però godevano di due notevoli vantaggi che si sarebbero rivelati poi, risolutivi. Anzitutto, Napoleone III era presente sul luogo dello scontro e avrebbe potuto dirigerlo personalmente dal monte Fienile, quasi sulla linea del fronte, mentre Francesco Giuseppe ed il generale Hess si trovavano in posizione molto più arretrata rispetto alla linea del fronte, nella località del Volta, e non sarebbero riusciti quindi, ad avere un quadro altrettanto chiaro della situazione tattica. In secondo luogo, aggregata al I Corpo francese si trovava in riserva la Guardia imperiale francese che, conservando la tradizione di Napoleone I, era costituita da truppe sceltissime, le migliori che si trovassero in Italia.
Al contrario, gli Austriaci, come avrebbe osservato il generale prussiano Moltke nel commentare Solferino, non disponevano di alcuna riserva da poter impiegare in battaglia al momento giusto. Dal suo osservatorio, dunque, Napoleone III intuì immediatamente la chiave della battaglia: la collina di Solferino era il perno dello schieramento nemico, e, sfondando in quel settore, egli avrebbe potuto mettere in crisi l'intero esercito austriaco. Per una curiosa coincidenza, la situazione sul terreno non era dissimile da quella affrontata dal suo illustre zio ad Austerlitz. In questo caso, però, il I Corpo francese non poteva ricevere rinforzi perché l'alleato piemontese, ubicato ala sua sinistra , si trovava già impegnato in combattimento contro l'VIII Corpo d'Armata austriaco a San Martino; inoltre, due delle cinque brigate del V Corpo francese erano impegnate alla Madonna della Scoperta e, infine, Napoleone III non poteva sperare neppure nel IV Corpo di Niel alla sua destra, che già si trovava in difficoltà con il III e il IX Corpo asburgico e, a sua volta, aveva bisogno del sostegno del II Corpo d'Armata di MacMahon e del III di Canrobert.
Il I Corpo, pertanto, avrebbe dovuto battersi da solo, in un attacco estremamente rischioso, contro il parere del generale Baraguey d'Hilliers. Napoleone III, perfettamente cosciente della responsabilità che si assumeva da solo e in prima persona, ma, del resto, lucidamente convinto che nessun'altra condotta gli si presentasse da scegliere, trepidante, diede l'ordine d'attacco.
Alle cinque divisioni "regolari" schierate dal Piemonte per la campagna del 1859, si aggiungeva la brigata dei cacciatori delle Alpi, composta da 3.200 uomini, esclusivamente volontari, organizzata in tre reggimenti di due battaglioni ciascuno, equipaggiata con uniforme piemontese e posta sotto il comando di Giuseppe Garibaldi. Questo contingente costituisce l'espressione concreta del segno di una rinnovata intesa, raggiunta grazie a Cavour, fra le fazioni irredentiste monarchiche e quelle degli estremisti repubblicani "mangiapreti".
I Cacciatori, durante la campagna del 1859, arrivarono a 10 km da Trento, procurando a Garibaldi una grande popolarità, ma dopo l'armistizio di Villafranca e la cessione di Nizza e Savoia alla Francia, un certo raffreddamento dei rapporti tra Casa Savoia e il nizzardo Garibaldi fu ovviamente inevitabile.
Si materializzò così, anche in forza delle argomentazioni del siciliano Crispi, il progetto di spedizione in Sicilia che seppur mosso al motto di "Italia e Vittorio Emanuele", avrebbe potuto dar luogo a complicazioni gravi, procurando a Garibaldi una fama eccessiva. Cavour quindi, cercò, senza successo, di ostacolare l'impresa dei Mille, che però, in realtà, avrebbe senza dubbio propiziato, con un modesto spargimento di sangue, l'unificazione Italiana sotto la corona sabauda.
La collina di Solferino inizialmente era difesa da due brigate austriache e da quattro battaglioni di Kaiserjager ("Cacciatori dell'Imperatore"), arroccati su tre punti chiave: le case del paese, il cimitero e il vecchio castello. Per tutta la mattinata, sino a mezzogiorno, gli Asburgici respinsero a valle ben quattro attacchi alla baionetta delle "furie francesi" ed invocarono dal comando l'intervento di rinforzi per sferrare un contrattacco che avrebbe avuto buone probabilità di successo. Il comando supremo austriaco, nel frattempo trasferitosi da Volta a Cavriana, distante solamente pochi chilometri da Solferino, non poteva però rendersi conto in tempo reale delle fasi di battaglia.
A dire il vero, l'ottantenne maresciallo Nugent era l'unico, in tutto l'entourage di Francesco Giuseppe, che consigliasse di far affluire a Solferino massicce riserve, ma l'età giocava a suo sfavore, e le sue parole non vennero ascoltate. In conclusione, al V Corpo arroccato a Solferino non giunsero gli aiuti richiesti a Benedeck, tanto impegnato dai Piemontesi a San Martino che credeva di avere addirittura dieci brigate sarde, anziché quattro, contrapposte alle sue sei. Qualche rinforzo austriaco, concesso per di più con riluttanza, giunse solo dal I Corpo, dietro al V, ma questo contingente si rivelò comunque troppo debole.
Alle 12.00 Napoleone III prese la decisione di far intervenire nella battaglia la Guardia imperiale francese, rinforzata anche con due brigate della divisione Forey: quest'ordine costituiva quella che Napoleone I, cinquant'anni prima, avrebbe chiamato la "dannata decisione". 5.000 dei migliori soldati ancora freschi, si avventarono contro gli esausti difensori austriaci di Solferino. Solo a questo punto il Comando supremo austriaco si rese conto della grave lacuna di non aver disposto una riserva che potesse gettare nella mischia al momento opportuno: Benedeck non era in condizione di distogliere neppure un uomo da San Martino e, a sud, anche il III e IX Corpo si trovavano, adesso, energicamente impegnati da violenti attacchi lanciati da MacMahon, Niel e Canrobert.
Alle 14, seppur decimate dall'artiglieria, le truppe francesi conquistavano di slancio le posizioni difensive sulla collina. Le due brigate della divisione Forey avevano assaltato alla baionetta il cimitero, la Guardia aveva raggiunto il castello, e la pur provata divisione Bazaine era riuscita a ripulire il paese dagli Austriaci.
Alle 17 Solferino si trovava in mano dei francesi, insieme ad un totale di 1.500 prigionieri asburgici, 14 cannoni e 2 bandiere nemiche. A sud, intanto, MacMahon aveva preso San Cassiano, scacciandone il VII Corpo di Zobel, Canrobert avanzava da Medole e Niel occupava Guidizzolo, sloggiando il III Corpo di Schwarzenberg e l'XI Corpo di Veigl. Soltanto verso le 15, Francesco Giuseppe si risolse a lasciare Cavriana per rincuorare le truppe con la sua presenza e con la celebre frase "Avanti miei soldati! Anch'io ho moglie e figli!". Ma era ormai troppo tardi e il cedimento della 1° Armata sarebbe stato inevitabile.
Più o meno alla stessa ora, anche Vittorio Emanuele, a San Martino, rincuorava i propri soldati. Un'ora dopo, il Comando Supremo austriaco fu costretto a sgomberare da Cavriana e, alle ore 17.30, tutto il fronte meridionale austriaco si ritirava in perfetto ordine. Il fortunale estivo che si abbatté poco dopo, sull'intera zona e l'urgente necessità di riposo per l'esercito francese, avrebbero impedito a quest'ultimo l'inseguimento degli austriaci. A nord si sarebbe ancora combattuto ferocemente sulla collina di San Martino e alla Madonna della Scoperta fino alle otto di sera, ma per gli Austriaci la battaglia era ormai perduta.
San Martino è un'ampia altura nei pressi di Peschiera e del Lago di Garda, circondata da ovest e da nord da ripide scarpate, con parecchi casolari e fattorie adatti ad essere trasformati in centri di resistenza fortificata. I Piemontesi naturalmente ignoravano che durante la notte San Martino fosse stata occupata da consistenti forze nemiche: così alle 7 del mattino poco più di 1.000 uomini della 5° divisione Cucchiari, in avanscoperta agli ordini del Tenente Colonnello Cadorna, il futuro generale di Porta Pia, si apprestavano a risalire la china, quando furono attaccati da una divisione austriaca, che li ricacciò sino alla non distante ferrovia.
Intervenuta in loro appoggio la brigata Cuneo, con 3.500 uomini e 4 cannoni, sembrò, ad un tratto, che questa riuscisse a conquistare il colle, ma fu, invece, a sua volta rigettata da 7.000 imperiali appoggiati da 29 pezzi, e dovette riunirsi, scompaginata, ai reparti di Cadorna. Alle 11 giunse a San Martino la brigata Casale, che, nonostante si fosse gettata risolutamente all'attacco, venne sopraffatta da forze fresche nemiche. Queste ultime, a loro volta, vennero ricacciate dal reggimento Acqui, appena sopraggiunto, che lentamente ma inesorabilmente procedeva risalendo le pendici.
Il generale Benedeck, il quale sottovalutata la capacità di resistenza della fanteria sarda, fece intervenire allora due brigate, schierandole alle spalle dei Piemontesi impegnati sul crinale di San Martino per prenderli tra due fuochi. L'allarmante situazione venutasi a creare spinse il Capo di Stato Maggiore Enrico Morozzo della Rocca, d'accordo con il Re e Lamarmora, a richiamare la riserva costituita dalla brigata Aosta, alla quale si aggiungeva una certa porzione della divisione Fanti. La riserva si riunì alle forze della brigata Cuneo e di Cadorna. Sulla destra si schierò la cavalleria, sulla sinistra l'artiglieria, ed al centro si dispose la fanteria, forte di 15.000 uomini.
Nella calura afosa del primo pomeriggio intervenne lo stesso Vittorio Emanuele ad incoraggiare le truppe e impartì l'ordine, rimasto celebre, di liberarsi del peso degli zaini (circa 15 chilogrammi) prima di affrontare l'ardua salita, disposizione che contravveniva al ferreo regolamento d'allora. Si racconta che anche il Re si rivolgesse in dialetto ai suoi soldati dicendo loro «O prendiamo San Martino o facciamo San Martino!», alludendo all'usanza piemontese di traslocare in occasione della festività di quel santo. Tali parole suonarono come monito estremo agli uomini che si preparavano all'ultimo attacco possibile, in alternativa alla ritirata generale e all'onta della disfatta.
L'assalto, effettuato con estremo coraggio, fu però carente nell'organizzazione, per ammissione dello Stato Maggiore stesso, e privo di compattezza. La brigata Pinerolo aveva appena conquistato la cascina Controcania, quando si scatenò un nubifragio estivo che compromise seriamente la manovrabilità dell'intero schieramento italiano. Alle 19, si raccolsero tutte le forze per l'ultimo disperato tentativo: quattro reggimenti e due brigate, 12.000 uomini complessivamente, ripresero ad avanzare sotto il fuoco di 18.000 Austriaci. Alla fine, 18 pezzi di artiglieria del tenente colonnello Ricotti riuscirono a scompaginare il fianco nemico, sul quale, allora, si avventarono i cavalleggeri del capitano Avogadro, insieme a due brigate appena sopraggiunte. Alle 20, il colle era in mano ai Piemontesi; il generale Benedeck, sconvolto dalla notizia della contemporanea sconfitta austriaca a Solferino da parte dei francesi, decise di abbandonare anche le posizioni alla Madonna della Scoperta, ritirandosi oltre il Mincio con il resto delle sue truppe.
Il periodo tra l'estate del 1859 e quella del 1860 può a ragione essere definito l'annus mirabilis del Risorgimento italiano, malgrado il voltafaccia di Napoleone III con l'armistizio di Villafranca. Da San Martino e Solferino sarebbero scaturite la liberazione e l'annessione della Lombardia al Piemonte, nonché i plebisciti con cui le popolazioni sottomesse ai ducati dell'Italia settentrionale ed alle legazioni pontificie si sarebbero espressi per l'unificazione. Nel maggio del 1860 partì la spedizione dei Mille che, con un impresa militare al limite dell'impossibile, determinò la scomparsa del Regno delle due Sicilie.
Nel settembre del 1860 l'abilità diplomatica di Cavour permise di scorporare le Marche e l'Umbria dallo Stato della Chiesa. In seguito ai plebisciti e all'annessione delle regioni dell'Italia centro-meridionale, venne dichiarata all'Europa e al mondo intero la nascita del Regno d'Italia, dopo tredici secoli in cui la nazione era stata divisa e soggiogata dalle potenze straniere.
L'ultimo personaggio italiano a fregiarsi del titolo di Re d'Italia prima di Vittorio Emanuele II era stato Arduino d'Ivrea, deposto dall'imperatore Enrico II nel 1014.
Magenta, Solferino e San Martino furono battaglie particolarmente orribili per l'assenza di soccorso medico. A San Martino, ad esempio, gli Italiani lamentarono la perdita di 869 morti, 3982 feriti e 774 dispersi e, solamente grazie agli ottimi ospedali piemontesi ed ex-asburgici, i soldati deceduti in seguito alle ferite furono poco meno di 400.
Si dice che, dalla parte austriaca, Francesco Giuseppe alla vista del macello di Solferino esclamasse: «Meglio perdere una provincia intera e non rivedere mai più una carneficina del genere!». Un filantropo ginevrino, Henri Durant, che già a Magenta aveva tentato di organizzare il soccorso ai feriti, al sentimento di orrore seppe unire anche un proposito concreto: dopo soli quattro anni a Ginevra verrà sottoscritta dalle potenze europee una prima convenzione dalla quale sarebbe poi nata la Croce Rossa Internazionale.

martedì 30 marzo 2021

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 30 marzo.
Il 30 marzo 1856 si chiude, col trattato di Parigi, la guerra di Crimea.
Verso la metà del XIX sec. Francia e Inghilterra avevano quasi completamente soppiantato la Russia sui mercati del Vicino Oriente.
Lo zar Nicola I cercava ripetutamente di proporre alle due potenze europee dei piani di spartizione dell'impero ottomano, gravemente in crisi, ma non incontrava mai dei consensi espliciti, poiché si temeva un ingresso dei russi nel Mediterraneo e nei Balcani.
Il pretesto che fece scoppiare la guerra fu trovato in una disputa che divideva il clero cattolico da quello ortodosso nell'amministrazione dei cosiddetti "luoghi santi" di Gerusalemme, a quel tempo sotto il controllo politico turco.
Luigi Napoleone, divenuto nel 1851 imperatore di Francia col nome di Napoleone III, ardeva dal desiderio di rafforzare il proprio trono con una piccola guerra vittoriosa in oriente, e per questa ragione concluse un patto militare con gli inglesi.
Riguardo alla suddetta controversia egli intervenne per primo, andando a rispolverare la Capitolazione del 1740, che poneva sotto tutela francese gli interessi dei cattolici in Palestina.
La Russia, che dopo la caduta di Costantinopoli nel 1453, si sentiva legittima erede della civiltà bizantina, chiese al sultano di poter fare altrettanto coi cristiani di religione ortodossa dell'impero turco, ponendoli sotto la propria protezione.
Questa richiesta, interpretata dai turchi come un tentativo d'ingerenza nei loro affari interni, venne rifiutata, sicché i russi, per tutta risposta, occuparono la Moldavia e la Valacchia, sotto la sovranità ottomana, ma di religione ortodossa.
Lo zar Nicola I era convinto che i turchi non avrebbero scatenato una guerra per due regioni non islamiche, di scarsa importanza e col rischio, peraltro, di perdere ulteriori e più significativi territori. Era altresì convinto che non sarebbero intervenuti i sovrani d'Austria e di Prussia, suoi stretti alleati nel blocco reazionario (l'Austria di Francesco Giuseppe, peraltro, era stata aiutata in maniera decisiva proprio dalla Russia nel 1849, durante la rivolta d'Ungheria). Inoltre pensava che il primo ministro inglese Aberdeen, convinto assertore dei buoni rapporti con la Russia, avrebbe lasciato correre. Infine era convinto, per quanto riguarda i francesi, che con la fine della repubblica il nuovo imperatore Luigi Bonaparte (Napoleone III) non avrebbe ostacolato un impero conservatore come il suo.
Insomma lo zar sognava una grande alleanza europea contro i turchi, ai quali si potevano lasciare al massimo alcune terre asiatiche e africane. Gli inglesi si potevano prendere l'Egitto, Cipro o Rodi, i francesi Creta, i greci le isole dell'Egeo, i due stretti del Bosforo e dei Dardanelli sarebbero stati gestiti da Austria e Russia e Costantinopoli sarebbe divenuta una città libera.
Non aveva tuttavia considerato che verso l'inizio degli anni '50 Francia e Inghilterra tendevano a coalizzarsi contro l'espansionismo russo e volevano anch'esse egemonizzare i traffici commerciali con l'oriente. Il regime francese non era dinastico-aristocratico come quello russo, ma borghese, e non aveva alcun interesse a difendere lo status quo del Congresso di Vienna. Quanto agli inglesi, la loro volontà di penetrare nel Vicino Oriente temeva d'incontrare ostacoli insormontabili da parte dei russi. E l'Austria molto difficilmente avrebbe accettato un'egemonia russa nei Balcani. La diplomazia negli anni 1852-53 non sortì alcun effetto concreto.
Sicché l'esercito zarista nel luglio 1853 occupò i principati danubiani di Moldavia e Valacchia, intenzionata a entrare anche nella parte settentrionale della Bulgaria. Lo zar chiese agli austriaci di occupare l'Erzegovina e la Serbia ma non lo fecero.
Appena scoppiò il conflitto russo-turco e i russi cominciarono ad avere la meglio (dal 3 luglio al 30 novembre 1853), la flotta anglo-francese entrò nel mar di Marmara (gennaio 1854), pronta a dar man forte ai turchi. Nello stesso tempo venivano intraprese trattative fra i governi inglese, francese, austriaco, prussiano e svedese per realizzare una coalizione antirussa, con l'obiettivo non tanto di por fine allo zarismo, ch'era un solido bastione contro la democrazia, quanto piuttosto di limitarne l'influenza nei commerci con l'oriente e più in generale sui mari.
Le pressioni austriache infatti sortirono l'effetto di indurre i russi a lasciare i Balcani e a concentrare le operazioni belliche nella sola Crimea. La Moldavia e la Valacchia furono occupate dagli stessi austriaci col consenso turco, i quali intervennero soltanto dopo che inglesi e francesi avevano loro assicurato che durante la guerra gli italiani non ne avrebbero approfittato per cacciarli dal Lombardo-Veneto.
L'atteggiamento dei francesi mise in difficoltà il governo sabaudo, perché contava proprio su loro per liberarsi degli austriaci nella penisola. Cavour si trovava a dover dare ragione ai mazziniani, che non nutrivano alcuna fiducia in Napoleone III.
I primi contingenti del corpo di spedizione alleato (circa 50.000 effettivi) sbarcarono tra aprile e maggio sulle coste della Crimea, dove c'era un deposito di materiale bellico di una certa importanza (da lì erano poi convinti di poter distruggere la flotta russa), ma il 30% di loro fu subito colpito da un'epidemia di colera. Le truppe anglo-francesi alla fine del conflitto arriveranno a circa 405.000 effettivi.
Durante l'estate la flotta anglo-francese attaccò alcune città costiere russe del Baltico, del mar Bianco e dell'oceano Pacifico: erano forme diversive per impedire allo zar di concentrare il grosso delle proprie truppe in Crimea.
L'esercito russo infatti, che disponeva di circa 700.000 uomini, era frantumato su più fronti: Polonia, Austria, Mar Nero, Mar di Azov e Caucaso. In Crimea, nel settembre 1865, i soldati dello zar erano circa 51.000, contro i 60.000 delle forze europee.
I russi non erano in grado di fronteggiare le forze anglo-francesi, per una serie di ragioni tecniche:
    i vascelli che usavano erano ancora a vela, mentre il nemico li aveva a vapore, per di più protetti da piastre di ferro prodotte dalla nuova siderurgia;
    non avevano cannoni a canna rigata ma liscia, con una gittata tre volte inferiore;
    i fucili non avevano l'efficienza (cioè la precisione e la gittata) di quelli del "sistema Minié", con capsula, cartuccia e pallottola;
    non usavano la ferrovia per il trasporto delle truppe, dei viveri, delle armi;
    non usavano il telegrafo per le comunicazioni;
    non disponevano di riserve addestrate per il completamento dell'esercito operante;
    di rilievo, sul piano tecnico, fu soltanto, da parte russa, l'uso delle prime mine marittime.
La ritirata dell'esercito russo convinse le forze alleate ad attaccare Sebastopoli, una base navale militare molto importante.
La città, con un esercito di circa 10.000 uomini al massimo, resistette 349 giorni ai 60.000 che l'avevano posta inizialmente sotto assedio e che arriveranno a raggiungere le 170.000 unità (anche in forza del nuovo alleato: il regno di Sardegna, le cui truppe giunsero a Balaclava nel maggio 1855). La difesa della città, da parte di semplici soldati e marinai, che suscitò ammirazione in tutta la Russia, fu immortalata dai Racconti di Sebastopoli di Tolstoj.
L'incapacità dell'esercito russo di passare alla controffensiva portò lo zar Nicola I alla disperazione e probabilmente al suicidio: le trattative dell'armistizio furono prese dal figlio Alessandro II, il quale comunque era riuscito a bloccare le forze alleate sul Caucaso.
A dir il vero lo zar avrebbe voluto continuare la guerra, ma ne fu dissuaso dalle rivolte dei contadini che mal sopportavano il servaggio ancora imperante e che rifiutavano decisamente la coscrizione obbligatoria. Se l'avesse continuata probabilmente avrebbe avuto la meglio, in quanto l'amministrazione bellica anglo-francese lasciava molto a desiderare: il colera, le infezioni, il freddo, gli stenti fecero molte più vittime delle stesse battaglie (quasi dieci volte di più), e l'organizzazione relativa alla logistica e ai rifornimenti era totalmente inadeguata.
Praticamente i piemontesi intervennero su richiesta degli inglesi, i quali volevano impedire ai francesi di sostenere quasi da soli tutto il peso della guerra (in Inghilterra non esisteva la coscrizione obbligatoria e non era facile trovare truppe fresche da mandare in Crimea). E le truppe austriache non arriveranno mai in Crimea.
Cavour aveva deciso di entrare in guerra solo ad alcune condizioni anti-austriache, ma gli anglo-francesi erano disposti al massimo a prestare ai Savoia un certo importo per coprire le spese della spedizione militare. Di fronte alle sue perplessità reagì con vigore il re Vittorio Emanuele II, che voleva assolutamente la guerra, anche a costo di far dimettere Cavour, il quale peraltro proprio nel 1853 aveva rischiato di essere ucciso a causa della sua politica di abbassamento dei dazi che, in quel periodo di carestia, aveva soltanto favorito la concorrenza straniera. Fu così che Cavour, per non essere estromesso dal governo, si decise a entrare in guerra senza condizioni.
I partiti liberal-democratici disapprovarono nettamente questa decisione, proprio perché in questa maniera l'Italia si trovava alleata col suo peggior nemico: l'Austria. Tutti erano convinti che l'Italia non avesse alcunché da guadagnarci in oriente, essendo quello un territorio su cui volevano esercitare mire imperialistiche delle nazioni e degli imperi ben più potenti di una penisola che non era neppure unificata. Cavour quindi si giocava il suo futuro e la possibilità, in caso di vittoria, di poter ottenere qualcosa, sul tavolo delle trattative, a favore dell'Italia.
Il contingente italiano era di 18.000 uomini, poco meno di quello inglese, mentre i turchi non superavano le 60.000 unità: la somma di questi contingenti non superava comunque quello francese, che arrivava a 150.000 militari.
Nel febbraio 1856 fu concluso l'armistizio, nonostante che inglesi e piemontesi volessero continuare la guerra (quest'ultimi erano stati impegnati solo nella battaglia della Cernaia). I delegati di Russia, Austria, Francia, Inghilterra, Turchia, Sardegna si riunirono a Parigi per elaborare il trattato di pace.
L'Inghilterra chiedeva il distacco della Russia dal Caucaso e il divieto di tenere una flotta sia sul mar Nero che sul Baltico. L'Austria invece pretendeva la Moldavia, la Valacchia e la Bessarabia meridionale.
Alla fine prevalsero le proposte della Francia: la Russia garantiva l'indipendenza e l'integrità dell'impero ottomano; su Moldavia e Valacchia, tornate al sultano, si stabiliva un protettorato delle grandi potenze europee; la navigazione delle navi mercantili sul Danubio fu dichiarata libera e a tale scopo si pretese il distacco della Bessarabia meridionale dalla Russia; il mar Nero veniva dichiarato "neutrale", nel senso che alla Russia e alla Turchia si vietava di tenervi una flotta da guerra e basi navali, e in tempo di pace solo le navi da guerra turche potevano attraversare gli stretti dei Dardanelli e del Bosforo; furono restituiti i restanti territori tolti, durante la guerra, alla Russia; quest'ultima ovviamente doveva rinunciare a qualunque pretesa sui cristiani ortodossi dell'impero turco.
L'Italia ottenne soltanto una vittoria morale, in quanto poté dimostrare che la situazione catastrofica in cui essa si trovava era dovuta essenzialmente alla presenza ingombrante dell'impero austriaco.
In sintesi si può dire che l'influenza internazionale dello zarismo, quale baluardo della reazione europea, fu notevolmente scossa dalla sconfitta in Crimea. Ormai i nuovi gendarmi internazionali della reazione erano diventati Francia, Inghilterra e Austria.
In Russia la sconfitta dello zarismo aggravò la crisi del servaggio e accelerò la maturazione di una situazione favorevole allo sviluppo del capitalismo.
Nei Balcani la guerra aveva suscitato una nuova ondata di lotte per l'indipendenza dal giogo turco. Negli anni 1856-61, proprio con l'appoggio della Russia, avvenne l'unificazione dei principati danubiani di Moldavia e Valacchia nello Stato unitario rumeno, che solo nominalmente riconosceva la sovranità turca.
Con la guerra di Crimea Cavour realizzò il suo programma di portare il Piemonte al rango di Stato-guida nel processo di unificazione nazionale con una politica estera abile e diplomatica.
Cavour, che non aveva previsto la neutralità austriaca, si era adoperato per stringere accordi con Francia e Inghilterra in vista di una comune azione contro Austria e Russia; e si trovò costretto a prendere parte al conflitto sollecitato dagli alleati che avevano anche l'interesse di garantire all'Austria che, se fosse intervenuta al loro fianco, nulla sarebbe accaduto alle sue spalle, cioè in Italia. Tuttavia Cavour ritenne che l'intervento piemontese, pur nella mutata situazione, fosse opportuno, ed i fatti successivi gli diedero ragione.
Così i 18.000 uomini al comando del generale Alfonso La Marmora partirono, verso la metà del 1855, per la Crimea e presero parte alla battaglia della Cernaia ed all'assedio di Sebastopoli, la potente piazzaforte russa che resistette circa un anno all'assedio delle truppe anglo-franco-piemontesi.
L'obiettivo che Cavour si prefiggeva era la partecipazione del Piemonte alle trattative di pace e la conseguente possibilità di porre le condizioni dell'Italia sul tappeto degli interessi generali delle potenze europee. Ciò avvenne al Congresso di Parigi dove, caduta Sebastopoli, i rappresentanti delle potenze europee si riunirono per le trattative di pace (1856).
Il gioco di Cavour era perfettamente riuscito: come rappresentante del piccolo Stato piemontese egli sedeva, a parità di rango, accanto a quelli di Francia, Inghilterra, Austria, Russia, e poteva illustrare, in una seduta suppletiva chiesta ed ottenuta, nonostante le proteste austriache, le penose condizioni di soggezione e vassallaggio in cui le popolazioni del Lombardo-Veneto e dell'Italia meridionale erano tenute dagli Asburgo e dai Borboni. La questione italiana era posta come qualcosa di cui l'Europa progressista doveva in qualche modo occuparsi. Oltre a ciò, con la partecipazione al Congresso di Parigi, il Piemonte si guadagnò definitivamente, agli occhi del movimento liberale italiano, il ruolo di protagonista della lotta contro l'Austria.
La guerra di Crimea aveva peraltro reso Napoleone III arbitro della politica europea. L'isolamento dell'Austria, la sconfitta dell'iniziativa russa, l'alleanza con l'Inghilterra, davano all'imperatore dei Francesi la possibilità di portare a compimento l'influenza francese sull'Europa appoggiandosi ai movimenti nazionali.
In questo quadro Francia e Piemonte firmarono a Plombières, nel luglio 1858, un trattato segreto di alleanza antiaustriaca. L'alleanza fu resa possibile dal fatto che la politica di Cavour aveva dato ampie garanzie alla Francia di muoversi su un piano antidemocratico (vedi le dure polemiche del Cavour contro Mazzini e i suoi metodi insurrezionali).
Gli accordi segreti di Plombières riguardavano l'assetto da dare al territorio italiano dopo una eventuale vittoria sull'Austria, contro la quale l'imperatore si impegnava a scendere in campo accanto al Piemonte soltanto se quella avesse dichiarato per prima la guerra. Si prevedeva una confederazione di Stati italiani comprendente il regno dell'Italia settentrionale (Piemonte, Lombardo-Veneto, Romagna, Emilia) su cui avrebbe regnato la dinastia sabauda, un regno dell'Italia centrale, da assegnare ad un principe francese ma che al proprio interno avrebbe consentito il mantenimento dell'autorità pontificia sulla città di Roma, ed il regno dell'Italia meridionale dove, ai Borboni spodestati, sarebbe succeduto un discendente di Gioacchino Murat.
Nizza e la Savoia, due province del Regno di Sardegna confinanti con la Francia, costituirono il compenso chiesto al Piemonte dall'imperatore in cambio del suo intervento.
Queste condizioni, dettate da Napoleone III, vennero accettate da Cavour, convinto che il processo di unificazione nazionale avrebbe avuto tempi più lunghi di quanto pensassero i democratici e tutto il movimento unitario, e che al Piemonte fosse possibile assumere un ruolo dominante nella confederazione italiana. Da parte francese vi era tutta l'intenzione di porre sotto la propria egemonia gli Stati italiani confederati. Ma questa intenzione si scontrerà molto presto con l'iniziativa garibaldina.

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