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giovedì 16 ottobre 2025

#AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi


 Buongiorno, oggi è il 16 ottobre.

Il 16 ottobre 2002 viene inaugurata ad Alessandria d'Egitto la nuova Biblioteca Alexandrina, a ricordo della grande biblioteca dell'antichità.

La Biblioteca di Alessandria ha origini molto antiche. Essa infatti fu opera dei Tolomei e in particolare di Tolomeo I. Egli diede l’ordine di costruire la Biblioteca di Alessandria, nel III Secolo a.C.. In quel momento, infatti, aveva in mente un progetto particolarmente arduo cioè quello di custodire tutta la sapienza umana, rendendo così questo posto un fiore all’occhiello nonché la culla della cultura dei paesi del Mediterraneo.

L’idea iniziale era quella di conservare le nozioni attraverso la scrittura e raccogliere in veri e propri volumi partendo dall’Antica Grecia con le celeberrime opere di Aristotele.

La realtà però fu molto diversa. Infatti, fu solo Tolomeo a capire quanto fosse utile conservare il sapere, cristallizzandolo, non solo per i colti del tempo ma soprattutto per tramandarlo intatto alle generazioni future.

Anche se fino ad allora la conservazione dei testi veniva comunque effettuata, essa era riservata solo agli scribi o ai sacerdoti che avevano le competenze adeguate, con pergamene e papiri.

Tolomeo prese ispirazione dalla biblioteca aristotelica, fu proprio un greco a collaborare con lui per realizzare questo progetto. L’idea era quella di mettere a disposizione tutti i testi per un pubblico molto più vasto, infatti si credeva già allora nel forte potere della cultura, dunque si voleva arrivare a istruire il popolo rendendolo saggio e sapiente.

La Biblioteca di Alessandria era molto estesa e presentava una struttura che comprendeva al suo interno anche un museo. Essa era situata nell’area che ospitava il Palazzo dell’Imperatore.

Nel museo venivano custodite per lo più le critiche alle opere presenti nella biblioteca. La crescita della popolarità di questa magnifica struttura andava di pari passo con l’aumento delle raccolte, non solo quelle classiche greche ma anche le più moderne pseudo scientifiche.

Il nome del primo custode, nonché bibliotecario fu Zenodoto di Efeso, in seguito a lui successe un poeta molto famoso ancora oggi cioè Callimaco, il quale ebbe la grande idea dell’inserimento di un apposito catalogo per trovare le opere da leggere e studiare, dato che il numero delle raccolte presenti era sempre più vasto.

Alessandria grazie a questa struttura divenne una vera e propria culla per la cultura classica, infatti divenne una tappa fissa per tutti i poeti e gli scienziati del tempo.

Durante il corso degli anni, questo suggestivo luogo fu cornice di numerosi incendi e ricostruzioni. Il primo avvenne nel 48 a.C., sotto l’impero di Giulio Cesare. Fonti ufficiali sostengono che solo una parte dei testi conservati andò bruciata durante un tragico incendio.

Il secondo evento che portò alla parziale distruzione della biblioteca fu l’attacco di Aureliano contro la regina Zenobia di Palmira del 270 d.C. In quell’occasione, gli scontri portarono alla distruzione dell’intero quartiere in cui aveva sede la biblioteca.

Purtroppo la gloria di questo posto era destinata a decadere, e con l’avvento dei romani venne incendiata per la terza volta un’area della biblioteca, per poi susseguirsi tutta una serie di saccheggi e danni dolosi fino alla totale distruzione dopo il 300 d.C. da parte dei turchi.

Nel 391 d.C., infatti, fu emanato l’editto dell’imperatore romano Teodosio I, il quale stabilì la distruzione di quella che veniva chiamata saggezza pagana custodita e promulgata dai testi.

I resti della biblioteca poi si sono conservati nel tempo, nonostante l’incendio abbia avuto notevole importanza, in quanto alimentato dai volumi stessi. Dopo la distruzione è rimasta nel tempo, nell’immaginario collettivo, l’idea di questo luogo come culla della cultura.

Nel 2002 è stata inaugurata una nuova biblioteca. La costruzione di essa è stata gestita da architetti di tutto il mondo che hanno saputo creare una miscela tra classico e moderno, tradizione e prospettiva per il futuro, per dare a questo luogo finalmente la vita che merita.

Negli anni si sono anche susseguite diverse teorie e leggende sulla distruzione di questo luogo che sembra aver acquisito una connotazione mistica.

venerdì 12 aprile 2024

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 12 aprile.
Il 12 aprile 1175 termina l'assedio di Alessandria da parte delle truppe dell'imperatore Federico Barbarossa, che ne esce sconfitto.
Alessandria, città di medie dimensioni adagiata sulla pianura padana, alla confluenza del Bormida e del Tanaro, porta d’ingresso del Monferrato, offre una leggenda molto suggestiva.
Alessandria nacque nella seconda metà del secolo XII, con il nome di Civitas Nova, su un nucleo urbano già esistente costituito dall’antico borgo di Rovereto con l’aiuto dei feudi vicini di Marengo, Borgoglio, Gamondio, Solero, Villa del Foro, Oviglio e Quargnento, che intendevano ribellarsi degli Aleramici, allora signori del Monferrato.
In questo le popolazioni furono supportate dai comuni della Lega Lombarda, in contrasto con il marchesato del Monferrato, principale alleato del Barbarossa.
La città, fondata ufficialmente nel 1168, in quell’anno assunse il nome attuale in onore di Papa Alessandro III, ampio sostenitore in quel periodo delle azioni della Lega Lombarda contro il Sacro Romano Impero che aveva scomunicato Federico Barbarossa.
Il 29 ottobre 1174 Alessandria subì un attacco delle forze imperiali: cominciò così un lungo assedio che terminò il 12 aprile 1175, con la resa degli uomini del Barbarossa, attaccati e colti impreparati dagli alessandrini.
E’ proprio durante l’assedio, che inizia la nostra storia.
Cinta da mura di pietra, e fatte di paglia i tetti delle sue case, Alessandria era sotto l’assedio duro delle truppe di Federico Imperatore, solo venti chicchi di grano a testa erano rimasti agli abitanti mentre fuori dalle mura l’esercito dell’Imperatore aveva cibo a volontà. Il Barbarossa ogni giorno saliva al colle di San Salvatore per guardare di lontano la lenta morte della città assediata.
Sulle mura, ogni sera faceva la sua comparsa un suonatore, e la musica in lontananza lasciava strani effetti anche sugli assedianti che alle note di quella dolce melodia sentivano salire la malinconia della lontananza dalle loro case.
Viveva nel borgo un contadino, Galgliaudo Aulari, e la sua mucca e, se non fosse stato perché era la sola che possedeva, era persino la sua preferita, ma era così magra e denutrita da far spavento; da quando la città era sotto assedio non poteva più farla pascolare nella campagna e il buon Gagliaudo si tormentava nel vederla così.
Dall’alto delle mura Gagliaudo guardava i cavalli dell’esercito di Barbarossa pascolare liberi poi, guardando la sua mucca sentiva una gran pena in cuore a vederla ridotta pelle e ossa a morir di fame e parlando sottovoce disse tra sé e sé… “Bisogna pur trovare una soluzione…”
Mentre Gagliaudo era intento nei suoi pensieri a cercare soluzioni per poter far pascolare la sua mucca, si teneva il Consiglio dei Sapienti di Alessandria. ” Alessandria è condannata” brontola un consigliere, “ci resta un solo sacco di grano”, dice l’abate Leone, “domani ci dovremo arrendere all’imperatore “ ma, mentre si sta prendendo questa grave decisione bussa alla porta Gagliaudo con il cappello in mano e la mucca al fianco.
“Che vuoi Gagliaudo, vieni qui a far pascolare la tua mucca?”  “non sono qui per chiedere”, disse Gagliaudo, “ma per fare una proposta che se accetterete farà libera Alessandria”. Un mormorio si diffuse presto tra i presenti, Gagliaudo non era certo stimato come un pensatore ma, visto che non c’erano altre soluzioni all’orizzonte, decisero di starlo ad ascoltare. Così, quello che tutti consideravano uno sciocco contadino al contrario propose un trucco furbo e un po’ birbante per ingannare il Barbarossa . Dopo una lunga discussione e visto che comunque tutto era ormai perduto il Consiglio decise di tentare.
Ecco che Gagliaudo uscito con la sua mucca ed il sacco di grano versò gran parte del grano dentro la greppia e lo diede da mangiare alla mucca trattenendone per sé un paio di chili; uomini donne e bambini affamati guardavano mangiare l’animale furiosi nel vedere un tale affronto e le guardie riuscirono a stento ad impedire una vera ribellione; Gagliaudo invece uomo di rispetto andò a mangiare di nascosto dagli altri che certo non avrebbero potuto comprendere il suo intento.
Quando l’animale fu sazio di frumento la spinse a una delle porte e spaventatala con un gran urlo la fece scappare per poi mettersi a correrle dietro gridandole: “Torna che non hai ancora finito la tua biada!”
Mucca e contadino finirono ben presto tra le spade dei soldati del Barbarossa ed in fine al cospetto di lui che con stupore chiese da dove provenivano. “Da Alessandria, Imperatore!”. “E come mai questa vacca non è magra e stecchita? Cos’ ha mangiato?” “Grano”, disse Gagliaudo e nel dire la gran frottola levò il mantello per far vedere la sua pancia ben piena e tonda dal grano che aveva anche lui mangiato.
“Bugiardo!” disse l’imperatore, “chi mente a me merita la morte!”
“No sire, giuro! Il grano è la sua biada, ne abbiamo tanto che persino cani e porci lo mangiano ma questa disgraziata è scappata perché stanca del grano voleva fieno e l’erba fresca del prato”.
Barbarossa fu colto da mille ire ed esplose dicendo: “Bene ora la tagliamo in due e vediamo se dici il vero, chiamate un macellaio”.
Ma Gagliaudo che aveva a cuore la vita della sua mucca disse all’imperatore: “Sire anche la vita di una vacca è sacra al cuore del nostro Creatore perché sia tolta senza un buon motivo, tu puoi sapere la verità anche senza ucciderla, ciò che entra da una parte esce dall’altra se avrai la pazienza di aspettare un poco”.
L’imperatore trovata la proposta convincente convenne d’aspettare che uscisse la sostanza; ed ecco che nell’accampamento si trovarono tutti in attesa dell’evento e, dopo aver atteso il giusto tempo, si sciolse il mistero!!
“allora è vero”, disse il Barbarossa, “nella città c’è cibo in quantità se viene dato da mangiare agli animali!”
Ecco che scoppiò una gran protesta tra le truppe ormai stanche e Federico Barbarossa convinto che la città avrebbe resistito ancora per troppo lungo tempo, decise di togliere l’assedio.
Ancora oggi, Gagliaudo è stato immortalato in due sculture, una all’angolo del Duomo che da su Via Parma, ed un’altra, sempre in Piazza Duomo, con un’iscrizione di Umberto Eco che recita così:
“A Gagliaudo Aulari, che ci ha insegnato come si possa risolvere un conflitto senza uccidere alcun essere umano. Se il mondo lo ha dimenticato, ricordiamolo noi.”

venerdì 5 aprile 2024

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 5 aprile.
Il 5 aprile 1945 Alessandria fu bombardata dall'aviazione alleata.
Mancavano 20 giorni alla cosiddetta liberazione dell’Italia dall’occupazione tedesca, 23 ne mancavano alla fine di Mussolini e 24 alla definitiva resa delle truppe germaniche in Italia quando, il pomeriggio del 5 aprile 1945, Alessandria fu colpita da un feroce e brutale bombardamento angloamericano che causò la morte di 160 persone quasi tutte civili. Tra essi, quaranta, tra bambini e suore, dell’asilo di Via Gagliaudo.
Erode e la strage degli innocenti. Ma questa volta il volto dell’assassino non ha le sembianze del re della Giudea, ma si identifica nelle carlinghe degli aerei bombardieri. La morte giunge dall’alto. Non solo Dresda e Gorla, ma anche Alessandria. E tantissime altre città della Germania e dell’Italia.
Il 5 aprile del 1945 a Seconda guerra mondiale praticamente finita, gli angloamericani effettuarono un nuovo bombardamento sulla città piemontese nell’intento di sbarrare la strada ai tedeschi in ritirata, che cercavano di raggiungere Valenza per guadare il Po.
Il bilancio di morti fu pesantissimo: 160, quasi tutti civili e tra essi quaranta, tra bambini e suore dell’asilo di via Gagliaudo (vicino al Duomo), oltre mille vani distrutti o resi inabitabili, oltre seicento feriti.
Il dolore e la rabbia della gente per questo atto di barbarie totalmente ingiustificato fiaccò ulteriormente il morale della popolazione che era solo in attesa della fine delle ostilità.
Nonostante questo atto brutale e “vigliacco” la città non venne risparmiata e fu ancora oggetto di mitragliamenti a bassa quota fino al 29 aprile, giorno della resa di Caserta.

sabato 29 maggio 2021

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 29 maggio.
Il 29 maggio del 1176 venne combattuta una delle più incredibili battaglie tra un esercito professionista ed uno decisamente più numeroso, ma meno equipaggiato: la battaglia di Legnano tra l’imperatore Federico Barbarossa ed i Comuni della Lega Lombarda. La sconfitta del primo fu clamorosa, ma la storia è vera o è soltanto una leggenda in funzione anti-tedesca?
Con la “costituzione delle regalie” emanata a Roncaglia nel 1158 l’imperatore si attribuì maggiori diritti fiscali ed amministrativi, una grande mazzata per i Comuni dell’impero che furono costretti a versare ogni anno una cifra davvero grande all’autorità centrale. Il peggio però doveva ancora arrivare con la distruzione di Milano del 1162 e con l’aumento della leva fiscale per portare più denaro nelle casse dell’impero che doveva servire per la conquista di Roma, il vero sogno di Federico Barbarossa. Nel 1167 però le truppe tedesche vennero falcidiate da un nemico invisibile, una misteriosa epidemia che costrinse l’imperatore a fare ritorno a nord.
Nel frattempo al nord un gruppo consistente di Comuni aveva stretto un patto per riconquistare l’autonomia perduta, la Lega Lombarda, nella scenografica e leggendaria abbazia di Pontida. L’intento di questo accordo era di ritornare alla situazione politico-tributaria prima di Federico, quella avuta con Enrico V e per questo ambizioso progetto avevano anche l’appoggio del pontefice Alessandro III, ufficializzato nel 1170 con la bolla Non est dubium. In onore del pontefice allora fu fondata la città di Alessandria che a Federico non piacque mai, ma nel tentativo di distruggerla conobbe una delle sue più brucianti disfatte.
Nel tentativo di resistere all’imperatore teutonico la lega aveva imposto la chiamata obbligatoria alla leva tranne che per gli ultrasessantenni ed aveva in questo modo riunito un esercito di 30.000 uomini, quasi tutti fanti o anche meno. Di contro nell’armata tedesca c’erano solo cavalieri super corazzati e professionisti di lignaggio nobile. Le forze della lega avevano comunque ottenuto un risultato significativo, la liberazione di Alessandria dagli assedianti. Si andava verso la battaglia decisiva e Federico Barbarossa non aveva abbastanza forze, quindi chiese ai nobili tedeschi un aiuto, che fu però rifiutato dal cugino Enrico il Leone (in seguito egli perse tutti i suoi territori per questo affronto verso il sovrano). L’imperatore cominciò le grandi manovre per il combattimento, da Pavia si spostò a Como transitando per Busto Arsizio ed accampandosi a Cairate. Anche la lega si mosse confluendo il suo esercito prima a Milano e poi a Legnano in una posizione strategica favorevole per bloccare alle truppe imperiali la via d’accesso a Milano.
Nel borgo di Legnano arrivò prima la cavalleria ed in seguito il “Carroccio” con parte della fanteria. Il Carroccio era un carro trainato dai buoi con il simbolo della lega e che rivestiva funzioni di punto di riferimento, in quanto visibile su tutto il campo di battaglia.
Tra Legnano e Borsano l’esercito della lega si trovò di fronte l’avanguardia tedesca costituita da 300 cavalieri, si venne subito alle armi; l’irruzione di Federico Barbarossa nel campo di battaglia spostò gli equilibri dalla parte degli imperiali, mandando in rotta l’esercito nemico, i cavalieri bresciani e milanesi fuggirono verso Milano lasciando i fanti privi di copertura alle cariche dei teutonici. Vista la debolezza del nemico i tedeschi ed i loro alleati comaschi pensarono di approfittare del momento e caricarono con tutto l’esercito. I tentativi di sfondamento da parte dei cavalieri germanici fu ostacolato dal muro di scudi e lance eretto dai Lombardi a difesa del Carroccio. La loro resistenza diede modo alla cavalleria in fuga di ritornare ed unirsi ai contingenti da poco usciti da Milano e di contrattaccare, piombando improvvisamente sul fianco degli imperiali scompaginandone i ranghi. Gli imperiali non resistettero e cadde il loro portastendardo che finì sotto gli zoccoli del cavallo, dopo che una lancia lo aveva trapassato. Il colpo definitivo al morale dei tedeschi fu però la caduta dello stesso Federico Barbarossa, che provocò, nel primo pomeriggio, la fuga in massa dell’esercito germanico.
Ancora oggi per i Legnanesi quel 29 maggio del 1176 è un giorno importante che viene celebrato ogni anno con il palio cittadino a testimoniare la vittoria sul Barbarossa. La commemorazione, la cui prima edizione nelle forme attuali risale al 1932, consta di una sfilata in costume d’epoca ed una gara ippica a pelo tra le otto contrade in cui è suddiviso il territorio: La Flora, Legnarello, San Bernardino, San Domenico, San Magno, San Martino, Sant’Ambrogio e Sant’Erasmo. Di solito la festa inizia la mattina con la celebrazione della Messa sul tradizionale Carroccio, simbolo della resistenza lombarda, per poi proseguire con l’investitura religiosa dei Capitani delle contrade. Abbiamo quindi la benedizione dei cavalli e dei fantini. Nel primo pomeriggio il corteo storico composto da oltre 1.200 figuranti Legnanesi in costume medievale, parte da piazza Carroccio e, dopo aver attraversato la città e reso omaggio alla statua di Alberto da Giussano, giunge al campo di gara dove ha luogo il Palio delle Contrade, al vincitore l’onore di conservare nella propria chiesa della contrada la Croce di Ariberto fino alla prossima manifestazione.
Alberto da Giussano è stato un eroe leggendario della lega, che con la sua “Compagnia della morte”, un manipolo di un migliaio di arditi, fece delle imprese memorabili nella battaglia. In realtà nella storia della battaglia di Legnano non vi è traccia di questo eroe, che sembra sia stato inserito successivamente nei romanzi storici, poichè nella battaglia mancava un vero capo carismatico per la Lega Lombarda, che doveva fare da contraltare al Barbarossa.
A partire dall’Ottocento, in Italia la battaglia di Legnano fu utilizzata per fini propagandistici dalle forze patriottiche. Si vedeva nell’affermazione dei Comuni un prototipo di Stato che si ribella ad un dominatore straniero, tuttavia le città della lega in verità non volevano vivere sole, ma desideravano essere libere all’interno dell’impero, che vedevano come un loro difensore.

venerdì 6 novembre 2020

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 6 novembre.
Il 5 e il 6 novembre 1994 la provincia di Alessandria (in particolare il quartiere Orti, oltre a tanti paesi come San Michele, Casalbagliano, Solero e Castelceriolo) fu flagellata da un’alluvione causata dall’esondazione del Tanaro.
In tutto il Piemonte ci furono 70 vittime (14 solo ad Alessandria, 11 già nella giornata del 6 novembre ed altre 3 nei giorni successivi), più di 2000 sfollati e circa 5500 miliardi di danni, ovviamente in lire.
Numeri freddi, ma al tempo stesso imprescindibili per dare un’idea delle proporzioni di quanto accaduto. Dino Crocco, un giornalista locale oggi scomparso, nell’edizione straordinaria fatta in diretta dagli studi di Telecity commentò così le immagini trasmesse insieme al giornalista Franco Capone, appena tornato da un viaggio su un elicottero dell’Aeronautica Militare insieme ad alcuni Vigili del Fuoco e Militari che erano andati a salvare dalla furia delle acque, alte 3 metri, un’intera famiglia di Astuti: “A tutte le domande, queste persone non possono fare altro che rispondere: ‘Ho paura!’ Sarà questa l’immagine, il ricordo che avranno anche tra 10 o 20 anni. Una cosa completamente diversa da chi sta vedendo le immagini da casa.
Non per mancanza di sensibilità, ovviamente, ma per effetto della vita attuale hanno quasi la sensazione di assistere ad un telefilm: invece questa è la realtà drammatica che sta vivendo in questo momento la comunità di Alessandria”. O come lo stesso Capone, che ripensando a quelle drammatiche ore vissute in prima persona, ancora oggi definisce quell’eperienza “una delle più sconvolgenti e sconcertanti” per una terra, il Piemonte, che già allora aveva iniziato ad essere “martoriata dalla crisi occupazionale, industriale ed economica”. Oppure come il giornalista e radiocronista Fausto Mamberti, che ricorda come “quel giorno” ci abbia praticamente “rimesso l’auto per raggiungere Radio Cosmo e poter raccontare quanto stava accadendo”. O ancora come Vincenzo Pescolla, allora massaggiatore dell’Alessandria Calcio, che con la consueta bonomia oggi afferma di aver fatto “ciò che in quel momento era semplicemente l’unica cosa giusta da fare”. Anche se, in realtà, contribuì in maniera determinante al salvataggio di due persone che cercavano di raggiungere le rispettive abitazioni vicino allo stadio.
Al Moccagatta la partita Alessandria-Bologna fu ovviamente rinviata, come ricorda anche l’ex giocatore Salvatore Avallone: “Mia moglie era in attesa di quello che poi sarebbe stato il mio primogenito. Una giornata drammatica, che rimarrà impressa per sempre nella mia memoria. Abitavamo proprio a metà di Corso Roma, e ricordo come se fosse ieri il momento in cui scesi con mia moglie per strada: c’era dappertutto acqua mista a fango e un odore di gasolio fortissimo. Per fortuna riuscimmo a raggiungere la parte del Corso in cui non era arrivata l’acqua”. I mesi successivi furono molto duri, ma, come ha giustamente ricordato lo stesso Avallone, tutti gli abitanti di Alessandria “seppero rialzare la testa e tornare in breve tempo ad una vita il più possibile normale”.
È una tarda mattinata di una domenica autunnale umida e piovosa di inizio novembre come tante altre. Eppure, osservando in alcune zone della città il livello dell’acqua nei pressi dei tombini, ti accorgi che sta salendo lentamente ma in modo inesorabile.
Non è la solita storia delle fogne intasate, come del resto succede ancora oggi in tutta Italia quando piove per qualche ora in modo violento e ininterrotto. No, questa volta basta davvero poco per intuire che la situazione è destinata a sfuggire completamente di mano: il fiume è esondato e sta per allagare molte zone della periferia e almeno mezza città.
Ed ecco allora tornare alla mente, in modo assolutamente indelebile, il celeberrimo anatema televisivo “Peste li colga!” rivolto più volte dal già citato Dino Crocco a tutti gli “sciacalli” in cerca di refurtiva, al quale fecero da ideale compendio, a carattere nazionale, sia le dirette fatte dal Gabibbo di “Striscia la Notizia” in Piazza Garibaldi per denunciare lo scandalo delle bottiglie di acqua vendute a 8.000 lire, sia le testimonianze di alcuni gestori delle bancarelle del Mercato di Piazza Garibaldi ospiti nel salotto di Maurizio Costanzo, per raccontare la disperata storia di chi in quel momento aveva perso davvero tutto. Restano nella memoria, in maniera forse un po’ isterica e irrazionale, anche gli interventi televisivi dell’allora sottosegretario alla Protezione Civile, Ombretta Fumagalli Carulli e di Roberto Maroni, a quel tempo Ministro dell’Interno, che come riportato da “La Stampa” dell’8 novembre 1994, esortò subito “un’inchiesta sulle responsabilità di chi ci ha preceduto”. Ad Alessandria, in particolare, ci furono grandi polemiche per i fax delle autorità che, pur invitando giustamente all’evacuazione e alle operazioni di soccorso, arrivarono però a destinazione negli uffici vuoti, perché quel giorno era domenica. Anche se il dopo-alluvione, per fortuna, fu anche l’occasione per avviare le innumerevoli gare di solidarietà, come i tantissimi volontari arrivati da ogni parte di Italia e gli autobus targati Ferrara, messi a disposizione dal capoluogo emiliano e utilizzati nei mesi successivi all’alluvione. Ma forse, ancora oggi, per tutti gli alessandrini che hanno vissuto quella tragedia, più ancora del richiamo mediatico, il ricordo più forte e drammatico resta quello legato alla discesa spontanea di tantissimi cittadini nelle vie del centro che nel frattempo erano restate al buio e allagate, con quell’odore acre di petrolio e fango che ti entrava nel naso e non ti abbandonava più.
Proviamo a questo punto a fare mente locale: alla fine del 1994 la lira sta proseguendo con tenacia il suo percorso autonomo, l’idea di Europa è ancora molto lontana, per non parlare poi del concetto di mondo globale: è già tanto che 5 anni prima sia stato finalmente abbattuto a Berlino un muro assurdo e ormai totalmente anacronistico. Nessuno, poi avrebbe potuto prevedere anche solo lontanamente la rivoluzione tecnologica che avrebbe poi accompagnato in maniera inesorabile la nostra attuale vita quotidiana, con telefonini, tablet e quant'altro diventati oggi ormai assolutamente imprescindibili per l’illusione di vivere un comunque sempre virtuale “qui e ora”, anche solo per controllare le previsioni del tempo a pochi chilometri di distanza in tempo praticamente reale. Nel frattempo, sono passati più di vent'anni da quei giorni tristissimi e, per una serie di motivi che un meteorologo o un geologo saprebbero sicuramente spiegare molto meglio di noi, in Italia e nel mondo si sono purtroppo verificati tanti fenomeni simili a quello accaduto ad Alessandria. È vero, rispetto ad allora, alcuni tratti degli argini del fiume sono stati rinforzati e la situazione può essere monitorata in ogni momento e molto più facilmente. Eppure, tutte le volte che inizia a piovere con una certa consistenza per qualche ora di fila, ad ogni alessandrino è sufficiente percorrere il ponte che collega la città a Via Giordano Bruno e porta verso San Michele, per osservare come il fiume Tanaro sia ancora lì, pronto ad ingrossarsi a vista d’occhio e ad assumere subito tonalità scure e inquietanti, come un silenzioso ma assordante monito a non dimenticare.

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