Buongiorno, oggi è il 10 febbraio.
Il 10 febbraio 1986 ha inizio a Palermo quello che fu poi chiamato il maxi processo a Cosa Nostra, nella famosa aula bunker, ad opera del giudice Giovanni Falcone e dei suoi collaboratori.
Nel 1983 il nuovo consigliere istruttore Antonino Caponnetto mise insieme un pool di magistrati (Giovanni Falcone, Paolo Borsellino, Giuseppe Di Lello e Leonardo Guarnotta) affinché si occupasse a tempo pieno e in via esclusiva delle inchieste riguardanti elementi mafiosi e allo scopo di mettere in comune le informazioni d'indagine, riducendo così i rischi; in poco tempo il pool acquisì altre inchieste giudiziarie, verifiche di conti correnti e le dichiarazioni di venticinque collaboratori di giustizia, suffragate da riscontri e conferme, a cui si aggiunsero quelle di Tommaso Buscetta e Salvatore Contorno, che consentirono di ricostruire per la prima volta in modo certo ed organico l'organizzazione e la struttura di Cosa Nostra.
Un totale di 474 imputati vennero rinviati a giudizio, ma 119 di loro dovettero essere processati in contumacia, dal momento che erano fuggitivi ancora latitanti (Salvatore Riina era uno di loro). Tra gli imputati presenti vi era Luciano Liggio, il predecessore di Riina, che decise di assumere autonomamente la propria difesa, Giuseppe "Pippo" Calò, Michele Greco, Leoluca Bagarella, Salvatore Montalto e molti altri.
Il maxiprocesso ebbe luogo nelle vicinanze dell'Ucciardone (il carcere di Palermo), in un bunker progettato e costruito appositamente per il processo. L'edificio era ottagonale in cemento armato in grado di resistere ad attacchi da parte di armi aria-terra; all'interno vi erano delle celle ricavate all'interno dei muri verdi, ed in esse venivano ospitati i molti imputati, suddivisi in gruppi. Più di seicento giornalisti furono presenti, insieme a molti carabinieri armati con mitragliatori e un sistema di difesa contraereo che teneva d'occhio gli imputati ed eventuali malintenzionati che volessero minare gli sforzi del collegio giudicante.
Dopo diversi anni di pianificazione, il processo iniziò il 10 febbraio 1986. La corte era presieduta da Alfonso Giordano, affiancato da due giudici a latere, uno dei quali era Piero Grasso, che erano i suoi "sostituti", in modo tale da assicurare la continuità del procedimento nel caso in cui a Giordano fosse accaduto qualcosa di irreparabile prima della fine dello stesso. Pubblico ministero era Giuseppe Ayala. Le accuse ascritte agli imputati includevano 120 omicidi, traffico di droga, estorsione, e, ovviamente, il nuovo reato di associazione mafiosa.
Il giudice Giordano si guadagnò fama per essere rimasto paziente e corretto durante un processo con così tanti imputati. Alcuni di essi si comportarono in maniera distruttiva e abbastanza pericolosa: uno si chiuse la bocca con delle graffette per segnalare il suo rifiuto di parlare, un altro mostrava segni di pazzia, urlava di continuo e ingaggiava lotte con le guardie anche quando indossava la camicia di forza, un altro ancora minacciava di tagliarsi la gola se una sua dichiarazione non fosse stata letta alla corte, per far ritardare le udienze c'era chi ingoiava dei bulloni d'acciaio per far scattare il metal detector, Luciano Liggio si lamentava di non riuscire a sentire le parole del presidente così da far spesso aggiornare le sedute mentre gli avvocati pur di ritardare chiedevano la lettura integrale di tutti gli atti.
La maggior parte delle prove più significative provenne da Tommaso Buscetta, un mafioso catturato nel 1982 in Brasile, paese in cui si era rifugiato due anni prima, da evaso, dopo essere sfuggito a una condanna per due omicidi. Costui aveva perso diversi parenti durante la guerra di mafia, tra cui due figli, e molti alleati, tra cui Stefano Bontade e Salvatore Inzerillo, ed aveva, perciò, deciso di collaborare con i magistrati siciliani. I Corleonesi continuarono la propria vendetta contro Buscetta uccidendo diversi altri suoi parenti.
Alcune prove vennero presentate postume da Leonardo Vitale. Sebbene Buscetta sia considerato il primo pentito (e certamente fu il primo ad essere preso sul serio), nel 1973 il trentaduenne Leonardo Vitale si era presentato spontaneamente in una stazione di polizia di Palermo ed aveva confessato di far parte della mafia. Disse di aver commesso molti crimini durante la sua militanza, tra cui due omicidi. Disse anche di essere in una "crisi spirituale" e di provare rimorso. Tuttavia, le sue informazioni furono in larga parte ignorate per i suoi comportamenti inusuali, tra cui l'automutilazione come forma di penitenza personale, lo portarono ad essere considerato un malato di mente, e le sue dettagliate confessioni furono quindi ritenute prive di seri fondamenti.
Gli unici mafiosi coinvolti dalla sua testimonianza erano Vitale stesso e suo zio. Vitale venne internato in un manicomio, e fu quindi rilasciato nel Giugno del 1984; sei mesi dopo fu ucciso a colpi di pistola. Molti assunsero un atteggiamento critico nei riguardi del maxiprocesso. Il Cardinale Salvatore Pappalardo della Chiesa cattolica rilasciò una controversa intervista in cui disse che il maxiprocesso era "uno spettacolo oppressivo" e in cui affermava che l'aborto uccideva più persone che non la mafia.
Altri critici suggerirono che la parola degli informatori - in primis Buscetta - non fosse la maniera ideale per giudicare altri individui, dal momento che anche un informatore che si fosse sinceramente pentito era comunque un criminale, uno spergiuro ed un omicida, e poteva avere ancora un velato interesse a modificare la propria testimonianza per adattarla alle proprie necessità, se non per portare a termine le proprie vendette. Si disse anche che un processo così imponente con così tanti imputati non dava sufficienti garanzie a ciascuno di essi come individui, e si trattava di un tentativo di "fare giustizia in serie", come scrisse un giornalista.
Le informazioni che Buscetta fornì ai giudici Falcone e Borsellino furono molto importanti; prese nel loro complesso esse andavano a formare il cosiddetto "teorema Buscetta", nel senso che ritenere vere le sue affermazioni era fondamentale per l'intero caso. Buscetta fornì una nuova consapevolezza del funzionamento della mafia, e di come i gruppi clandestini di potere della Cupola Siciliana (la Commissione della Mafia Siciliana) si mettessero d'accordo sulle politiche da adottare e sugli affari da intraprendere. Per la prima volta la Mafia veniva perseguita come entità, piuttosto che come insieme di crimini separati. Il giorno in cui la corte si ritirò in camera di consiglio per emettere la sentenza, il capo della cupola di Cosa Nostra, Michele Greco, si avvicinò al microfono e pronunciò poche frasi rivolto a Giordano: "Signor giudice, io vi auguro la pace, perché solo con la pace si può giudicare. Non sono parole mie, ma del Signore Dio a Mosè".
Il processo terminò il 16 dicembre 1987, circa due anni dopo il suo inizio. La sentenza fu letta alle 19:30, e ci volle un'ora perché venisse letta completamente. Dei 475 imputati - presenti e no - 360 vennero condannati. 2665 anni di condanne al carcere vennero divisi fra i colpevoli, non includendo gli ergastoli comminati ai diciannove boss di punta della Mafia e ai killer, tra cui Michele Greco, Giuseppe Marchese, Giovan Battista Pullarà e - in contumacia - Salvatore Riina, Giuseppe Lucchese Miccichè e Bernardo Provenzano. Solo Lucchese Miccichè venne assolto da questi crimini in Cassazione.
La corte era all'oscuro del fatto che alcuni tra quelli che erano stati condannati in absentia fossero già morti al momento della lettura della sentenza. Tra di essi si annoverano Filippo Marchese, Rosario Riccobono e Giuseppe Greco. Mario Prestifilippo, invece, fu trovato morto ammazzato nelle strade della città mentre il procedimento penale era ancora in corso.
114 imputati vennero assolti, tra cui Luciano Liggio, che era stato accusato di aver contribuito a gestire la famiglia mafiosa dei Corleonesi dall'interno del carcere, e per avere ordinato l'omicidio di Cesare Terranova, che l'aveva inquisito nel 1970. Il collegio giudicante decise che non vi erano prove sufficienti. Tuttavia, questo non cambiava di molto la posizione di Liggio, dal momento che era stato condannato all'ergastolo per omicidio: morì in carcere sei anni dopo. Tra gli assolti, diciotto vennero in seguito uccisi dalla Mafia, tra cui Antonino Ciulla, che fu colpito a morte un'ora dopo il rilascio, mentre tornava a casa per partecipare a una festa in onore della sua liberazione.
In Cassazione ulteriori sentenze di condanna furono annullate ad opera di una Sezione della Corte presieduta dal giudice Corrado Carnevale, in seguito anch'egli accusato di collusione con la mafia ed infine prosciolto dopo un lungo ed articolato iter processuale che vide alternarsi condanne ed assoluzioni (la tesi dell'accusa era che, essendo colluso, venissero dati alla Sezione da lui presieduta la maggior parte dei ricorsi nei processi di Mafia, grazie all'influenza del politico Salvatore Lima).
Carnevale fu soprannominato dai suoi detrattori come l'ammazzasentenze per via della sua tendenza a cancellare le condanne per Mafia anche per piccoli vizi di forma, confermando invece quasi sempre le assoluzioni. Carnevale cancellò alcune condanne per traffico di droga, ad esempio, perché le conversazioni intercettate presentate come prova si riferivano allo spostamento di "camicie" e "completi" invece che a narcotici; sebbene fosse noto che talvolta alcuni trafficanti utilizzassero tali nomi in codice per riferirsi allo stupefacente, nel caso concreto, tuttavia, non vi erano prove ulteriori (come ad es. il sequestro di una partita di sostanza) che permettessero di affermare che gli interlocutori non stessero parlando di capi d'abbigliamento.
Nel 1989, solo 60 imputati rimanevano dietro le sbarre. Giovanni Falcone e Paolo Borsellino si lamentarono dell'annullamento di diverse delle condanne inflitte in primo grado, ma non furono ascoltati: sembrava che la crociata dello stato contro la Mafia avesse perso vigore, e le loro opinioni rimasero in gran parte inascoltate. Il 9 agosto 1991 viene assassinato nei pressi di Campo Calabro Antonino Scopelliti titolare della pubblica accusa in Cassazione del Maxiprocesso siciliano. L'intento della mafia era quello di arrestare con ogni mezzo l'iter processuale, ma nonostante l'eliminazione del giudice Scopelliti, uomo di punta della procura generale, il 30 gennaio 1992 anche la Corte di Cassazione conferma le condanne di primo e secondo grado.
La condanna definitiva scatenò una feroce reazione contro esponenti della politica e della magistratura. Il 12 marzo 1992 viene assassinato a Palermo Salvo Lima, deputato siciliano che in base agli atti di alcuni processi sarebbe stato un collaboratore stabile di Cosa Nostra, e che presumibilmente avrebbe perso la fiducia dell'organizzazione per non essere riuscito a impedire la condanna definitiva in Cassazione. Tra la primavera e l'estate del 1992, i giudici Giovanni Falcone e Paolo Borsellino vennero uccisi insieme agli agenti delle loro scorte nelle stragi di Capaci e di via D'Amelio.
Lo sdegno pubblico generato da questa ondata di stragi, insieme all'implicita conferma della correttezza delle tesi accusatorie del maxiprocesso, portò a un riacutizzarsi della lotta a Cosa Nostra che indebolì pesantemente l'organizzazione. Nel 1993 viene arrestato Salvatore Riina, poi nel 1996 anche Giovanni Brusca viene assicurato alla giustizia e nel 1997 è il turno di Pietro Aglieri. Il giudice Corrado Carnevale è stato assolto con formula piena nel 2000, dopo che la Cassazione a Sezioni Unite ha stabilito l'inutilizzabilità delle dichiarazioni dei giudici che componevano i collegi di cui faceva parte Carnevale per violazione del segreto della camera di consiglio.
È impossibile giudicare se il maxiprocesso sia stato o meno un successo senza considerare gli eventi successivi. Il successo più importante del processo fu il fatto di riconoscere l'esistenza della Mafia come un'organizzazione compatta e gerarchica, piuttosto che i suoi singoli membri per crimini isolati (quest'approccio veniva già utilizzato negli USA dal RICO Act). Alcuni potrebbero affermare che i processi d'appello corrotti annullarono in larga parte l'esito del processo, ma, sebbene ci siano voluti diversi anni e la vita di due giudici, il maxiprocesso generò, alla fine, una reazione a catena che portò a un importante indebolimento della Mafia e alla cattura di coloro che erano sfuggiti alla giustizia per lunghissimi periodi di latitanza, come Riina e Brusca, fino a Bernardo Provenzano, che sarà catturato nel 2006.
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giovedì 10 febbraio 2022
domenica 4 aprile 2021
#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi
Buongiorno, oggi è il 4 aprile.
Il 4 aprile 2000 muore a New York Tommaso Buscetta, detto Don Masino.
Tommaso Buscetta nasce il 13 luglio 1928 ad Agrigento, in un quartiere popolare, da una modesta famiglia del posto. La madre è una semplice casalinga mentre il padre fa il vetraio.
Ragazzo sveglio e dalla pronta intelligenza, brucia le tappe di una vita intensa sposandosi molto presto, a soli sedici anni, anche se nella Sicilia di allora i matrimoni fra giovanissimi non erano così infrequenti.
Ad ogni modo il matrimonio procura delle precise responsabilità a Tommaso, fra tutte quella di assicurare il pane alla sua giovane sposa. Si tenga presenta che nella Sicilia profonda degli anni '30 non era concepibile che una donna svolgesse un qualunque lavoro....
Buscetta, quindi, per campare intraprende attività legate al mercato nero; in particolare, smercia clandestinamente tessere per il razionamento della farina: è il 1944, la guerra sfianca i civili e devasta le città, non esclusa Palermo, soffocata sotto un cumulo di macerie, quelle del bombardamento dell'anno prima.
Malgrado questo quadro apparentemente poco felice, l'anno dopo i Buscetta mettono al mondo una bambina, Felicia, mentre due anni dopo arriva anche Benedetto. Con i due figli, crescono anche le esigenze economiche. A Palermo, però, di lavoro regolare proprio non se ne trova; si fa avanti allora lo spettro dell'unica soluzione possibile, anche se dolorosa: l'immigrazione. Cosa che puntualmente, come per tantissimi italiani degli anni '40, si verifica. Saputo che in Argentina c'è buona possibilità di sistemazione per gli italiani, don Masino si imbarca dunque a Napoli per poi sbarcare a Buenos Aires, dove si inventa un lavoro originale sulle orma dell'antica professione paterna: apre una vetreria nella capitale sudamericana. L'attività non fa certo affari d'oro. Deluso, nel '57 fa ritorno nella "sua" Palermo, deciso a ritentare nuovamente la strada della ricchezza e del successo con...altri mezzi.
In effetti, Palermo in quel periodo stava cambiando non poco, usufruendo anch'essa, seppure in maniere limitata, del Boom economico di cui stava beneficiando l'Italia, grazie allo sforzo di milioni di lavoratori intelligenti e capaci. Una febbre di rinascita sembra avere sanamente attanagliato la città siciliana: dovunque si costruiscono nuove opere, si demoliscono antichi palazzi per farne sorgere di nuovi e insomma dappertutto ferve una grande voglia di riscatto, di ricostruzione e di benessere.
Purtroppo, la mafia aveva già steso i suoi lunghi tentacoli su gran parte delle attività allora avviate, soprattutto sui numerosi palazzi in cemento armato, il nuovo materiale per le costruzioni di massa e popolari, che spuntavano come funghi qua e là. Don Masino intravede soldi facili in quel mercato e si inserisce nelle attività controllate da La Barbera, boss di Palermo centro. Inizialmente Don Masino è affidato alla "divisione tabacchi", con funzioni di contrabbando e simili ma poi si farà strada con incarichi più importanti. Per ciò che riguarda le gerarchie, La Barbera controllava la città mentre alla sommità della cupola mafiosa, invece, vi era Salvatore Greco detto Cicchiteddu, il boss dei boss.
Nel 1961 esplode la prima guerra di mafia, la quale vede pesantemente coinvolte le famiglie che si spartiscono il territorio palermitano. La situazione, in mezzo a vari morti ammazzati, si fa rischiosa anche per Don Masino che, saggiamente, decide di sparire per un bel po'. La latitanza di Buscetta, a conti fatti, si protrarrà per ben dieci anni, ossia dal 1962 fino al 2 novembre del 1972. Nel lungo lasso di tempo si sposta in continuazione fino ad arrivare, nei primi anni '70, a Rio De Janeiro. In questa situazione precaria e infernale, anche la vita familiare non poteva che essere rivoluzionata. Infatti cambia per due volte moglie fino a costruire due altre famiglie. Con la seconda moglie, Vera Girotti, condivide un'esistenza scapestrata e pericolosa, sempre sul filo dell'agguato e dell'arresto. Con lei, alla fine del 1964 fugge in Messico per poi approdare a New York, importando per vie illegali anche i figli di primo letto.
Due anni dopo, nel municipio di New York, col nome di Manuele Lopez Cadena la sposa civilmente. Nel 1968, sempre nel tentativo di sfuggire alla giustizia, indossa i nuovi panni di Paulo Roberto Felici. Con questa nuova identità sposa la brasiliana Cristina de Almeida Guimares. La differenza di età è notevole. Buscetta è un mafioso quarantenne mentre lei è solo una ragazza di ventuno anni, ma le differenze non spaventano Don Masino. La latitanza, fra mille difficoltà, continua.
Finalmente, il 2 novembre del 1972, la polizia brasiliana riesce a mettere le manette ai polsi all'imprendibile mafioso, accusandolo di traffico internazionale di narcotici. Il Brasile non lo processa ma lo spedisce a Fiumicino dove lo attendono altre manette. Nel dicembre del 1972 si apre per lui la porta di una cella del terzo braccio del carcere dell'Ucciardone. In carcere rimane sino al 13 febbraio 1980, deve scontare la condanna del processo di Catanzaro, 14 anni ridotti a 5 in appello.
In carcere Don Masino cerca di non perdere la calma interiore e la forma fisica. Insomma, cerca di non farsi travolgere dagli eventi. Il suo regime di vita è esemplare: si sveglia molto presto e dedica un'ora o più, agli esercizi fisici. Il fatto è che, pur restando in carcere, la mafia lo aiutava a mantenere una vita più che dignitosa. Colazione, pranzo e cena erano direttamente fornite dalle cucine di uno dei più noti ristoranti di Palermo...
Ad ogni buon conto, gli anni che Buscetta trascorre all'Ucciardone sono cruciali per la mafia. Vengono uccisi magistrati, investigatori, giornalisti, innocenti cittadini. Sul piano personale, invece, sposa per la seconda volta Cristina e ottiene la semilibertà, facendo il vetraio presso un artigiano.
Ma nelle strade di Palermo si torna a sparare. L'assassinio di Stefano Bontade indica a Buscetta con chiarezza quanto la sua posizione sia ormai precaria. Ha paura. Torna quindi in clandestinità. È l'8 giugno del 1980. Rientra in Brasile via Paraguay, porto franco per avventurieri di mezzo mondo. Tre anni dopo, la mattina del 24 ottobre del 1983 quaranta uomini circondano la sua abitazione di San Paolo: scattano ancora le manette. Condotto al più vicino commissariato don Masino propone: "Sono ricco, posso darvi tutti i soldi che vorrete, a patto che mi lasciate andare".
Nel giugno del 1984 due magistrati palermitani vanno a trovarlo nelle carceri di di San Paolo. Sono il giudice istruttore Giovanni Falcone ed il sostituto procuratore Vincenzo Geraci. Buscetta durante lo storico colloquio non ammette nulla ma, proprio quando i magistrati si stavano allontanando, lancia un segnale: "Spero potremo rivederci presto". Il 3 luglio il tribunale supremo brasiliano concede la sua estradizione.
Durante il tragitto verso l'Italia Buscetta ingerisce un milligrammo e mezzo di stricnina. Si salva. Quattro giorni d'ospedale, poi finalmente è pronto per il volo fino a Roma. Quando il Dc 10 Alitalia tocca la pista di Fiumicino, il 15 luglio 1984, l'aeroporto è circondato da squadre speciali. Tre giorni dopo, il mafioso Tommaso Buscetta è di fronte al Falcone. Con il giudice scatta un'intesa profonda, un senso di fiducia che sfocerà in un rapporto del tutto particolare. Non è esagerato affermare che fra i due vi fosse stima reciproca (sicuramente da parte di Buscetta). E' la base fondamentale per le prime rivelazioni di Don Masino, che presto diventeranno come un fiume in piena. E', di fatto, il primo "pentito" della storia, un ruolo che si assume con grande coraggio e una scelta che pagherà a caro prezzo (praticamente, con gli anni, la famiglia Buscetta è stata sterminata per ritorsione dalla mafia).
Nelle intense sedute con Falcone, Buscetta svela gli organigrammi delle cosche avversarie, poi quelle dei suoi alleati. Consegna ai giudici gli esattori Nino ed Ignazio Salvo, quindi Vito Ciancimino. Nel 1992, quando viene assassinato il parlamentare europeo della Democrazia Cristiana Salvo Lima dirà che "era uomo d'onore". In seguito, le sue dichiarazione hanno puntato sempre più in alto, fino ad indicare in Giulio Andreotti il riferimento più importante, a livello istituzionale, di Cosa nostra nella politica.
Buscetta è stato per gli ultimi quattordici anni della sua vita un cittadino americano quasi libero. Estradato negli Usa dopo avere testimoniato in Italia, ha da quel governo ottenuto, in cambio della sua collaborazione contro la presenza mafiosa negli Usa, cittadinanza, nuova identità sotto copertura, protezione per sè e per la sua famiglia. Dal 1993 ha beneficiato di un "contratto" con il governo italiano, grazie ad una legge approvata da un governo presieduto proprio da Giulio Andreotti, in base alla quale ha ricevuto anche un cospicuo vitalizio.
Il 4 aprile del 2000, all'età di 72 anni e ormai irriconoscibile per via delle numerose plastiche facciali affrontate allo scopo di sfuggire ai killer della mafia, Don Masino è deceduto a New York per un male incurabile.
Il 4 aprile 2000 muore a New York Tommaso Buscetta, detto Don Masino.
Tommaso Buscetta nasce il 13 luglio 1928 ad Agrigento, in un quartiere popolare, da una modesta famiglia del posto. La madre è una semplice casalinga mentre il padre fa il vetraio.
Ragazzo sveglio e dalla pronta intelligenza, brucia le tappe di una vita intensa sposandosi molto presto, a soli sedici anni, anche se nella Sicilia di allora i matrimoni fra giovanissimi non erano così infrequenti.
Ad ogni modo il matrimonio procura delle precise responsabilità a Tommaso, fra tutte quella di assicurare il pane alla sua giovane sposa. Si tenga presenta che nella Sicilia profonda degli anni '30 non era concepibile che una donna svolgesse un qualunque lavoro....
Buscetta, quindi, per campare intraprende attività legate al mercato nero; in particolare, smercia clandestinamente tessere per il razionamento della farina: è il 1944, la guerra sfianca i civili e devasta le città, non esclusa Palermo, soffocata sotto un cumulo di macerie, quelle del bombardamento dell'anno prima.
Malgrado questo quadro apparentemente poco felice, l'anno dopo i Buscetta mettono al mondo una bambina, Felicia, mentre due anni dopo arriva anche Benedetto. Con i due figli, crescono anche le esigenze economiche. A Palermo, però, di lavoro regolare proprio non se ne trova; si fa avanti allora lo spettro dell'unica soluzione possibile, anche se dolorosa: l'immigrazione. Cosa che puntualmente, come per tantissimi italiani degli anni '40, si verifica. Saputo che in Argentina c'è buona possibilità di sistemazione per gli italiani, don Masino si imbarca dunque a Napoli per poi sbarcare a Buenos Aires, dove si inventa un lavoro originale sulle orma dell'antica professione paterna: apre una vetreria nella capitale sudamericana. L'attività non fa certo affari d'oro. Deluso, nel '57 fa ritorno nella "sua" Palermo, deciso a ritentare nuovamente la strada della ricchezza e del successo con...altri mezzi.
In effetti, Palermo in quel periodo stava cambiando non poco, usufruendo anch'essa, seppure in maniere limitata, del Boom economico di cui stava beneficiando l'Italia, grazie allo sforzo di milioni di lavoratori intelligenti e capaci. Una febbre di rinascita sembra avere sanamente attanagliato la città siciliana: dovunque si costruiscono nuove opere, si demoliscono antichi palazzi per farne sorgere di nuovi e insomma dappertutto ferve una grande voglia di riscatto, di ricostruzione e di benessere.
Purtroppo, la mafia aveva già steso i suoi lunghi tentacoli su gran parte delle attività allora avviate, soprattutto sui numerosi palazzi in cemento armato, il nuovo materiale per le costruzioni di massa e popolari, che spuntavano come funghi qua e là. Don Masino intravede soldi facili in quel mercato e si inserisce nelle attività controllate da La Barbera, boss di Palermo centro. Inizialmente Don Masino è affidato alla "divisione tabacchi", con funzioni di contrabbando e simili ma poi si farà strada con incarichi più importanti. Per ciò che riguarda le gerarchie, La Barbera controllava la città mentre alla sommità della cupola mafiosa, invece, vi era Salvatore Greco detto Cicchiteddu, il boss dei boss.
Nel 1961 esplode la prima guerra di mafia, la quale vede pesantemente coinvolte le famiglie che si spartiscono il territorio palermitano. La situazione, in mezzo a vari morti ammazzati, si fa rischiosa anche per Don Masino che, saggiamente, decide di sparire per un bel po'. La latitanza di Buscetta, a conti fatti, si protrarrà per ben dieci anni, ossia dal 1962 fino al 2 novembre del 1972. Nel lungo lasso di tempo si sposta in continuazione fino ad arrivare, nei primi anni '70, a Rio De Janeiro. In questa situazione precaria e infernale, anche la vita familiare non poteva che essere rivoluzionata. Infatti cambia per due volte moglie fino a costruire due altre famiglie. Con la seconda moglie, Vera Girotti, condivide un'esistenza scapestrata e pericolosa, sempre sul filo dell'agguato e dell'arresto. Con lei, alla fine del 1964 fugge in Messico per poi approdare a New York, importando per vie illegali anche i figli di primo letto.
Due anni dopo, nel municipio di New York, col nome di Manuele Lopez Cadena la sposa civilmente. Nel 1968, sempre nel tentativo di sfuggire alla giustizia, indossa i nuovi panni di Paulo Roberto Felici. Con questa nuova identità sposa la brasiliana Cristina de Almeida Guimares. La differenza di età è notevole. Buscetta è un mafioso quarantenne mentre lei è solo una ragazza di ventuno anni, ma le differenze non spaventano Don Masino. La latitanza, fra mille difficoltà, continua.
Finalmente, il 2 novembre del 1972, la polizia brasiliana riesce a mettere le manette ai polsi all'imprendibile mafioso, accusandolo di traffico internazionale di narcotici. Il Brasile non lo processa ma lo spedisce a Fiumicino dove lo attendono altre manette. Nel dicembre del 1972 si apre per lui la porta di una cella del terzo braccio del carcere dell'Ucciardone. In carcere rimane sino al 13 febbraio 1980, deve scontare la condanna del processo di Catanzaro, 14 anni ridotti a 5 in appello.
In carcere Don Masino cerca di non perdere la calma interiore e la forma fisica. Insomma, cerca di non farsi travolgere dagli eventi. Il suo regime di vita è esemplare: si sveglia molto presto e dedica un'ora o più, agli esercizi fisici. Il fatto è che, pur restando in carcere, la mafia lo aiutava a mantenere una vita più che dignitosa. Colazione, pranzo e cena erano direttamente fornite dalle cucine di uno dei più noti ristoranti di Palermo...
Ad ogni buon conto, gli anni che Buscetta trascorre all'Ucciardone sono cruciali per la mafia. Vengono uccisi magistrati, investigatori, giornalisti, innocenti cittadini. Sul piano personale, invece, sposa per la seconda volta Cristina e ottiene la semilibertà, facendo il vetraio presso un artigiano.
Ma nelle strade di Palermo si torna a sparare. L'assassinio di Stefano Bontade indica a Buscetta con chiarezza quanto la sua posizione sia ormai precaria. Ha paura. Torna quindi in clandestinità. È l'8 giugno del 1980. Rientra in Brasile via Paraguay, porto franco per avventurieri di mezzo mondo. Tre anni dopo, la mattina del 24 ottobre del 1983 quaranta uomini circondano la sua abitazione di San Paolo: scattano ancora le manette. Condotto al più vicino commissariato don Masino propone: "Sono ricco, posso darvi tutti i soldi che vorrete, a patto che mi lasciate andare".
Nel giugno del 1984 due magistrati palermitani vanno a trovarlo nelle carceri di di San Paolo. Sono il giudice istruttore Giovanni Falcone ed il sostituto procuratore Vincenzo Geraci. Buscetta durante lo storico colloquio non ammette nulla ma, proprio quando i magistrati si stavano allontanando, lancia un segnale: "Spero potremo rivederci presto". Il 3 luglio il tribunale supremo brasiliano concede la sua estradizione.
Durante il tragitto verso l'Italia Buscetta ingerisce un milligrammo e mezzo di stricnina. Si salva. Quattro giorni d'ospedale, poi finalmente è pronto per il volo fino a Roma. Quando il Dc 10 Alitalia tocca la pista di Fiumicino, il 15 luglio 1984, l'aeroporto è circondato da squadre speciali. Tre giorni dopo, il mafioso Tommaso Buscetta è di fronte al Falcone. Con il giudice scatta un'intesa profonda, un senso di fiducia che sfocerà in un rapporto del tutto particolare. Non è esagerato affermare che fra i due vi fosse stima reciproca (sicuramente da parte di Buscetta). E' la base fondamentale per le prime rivelazioni di Don Masino, che presto diventeranno come un fiume in piena. E', di fatto, il primo "pentito" della storia, un ruolo che si assume con grande coraggio e una scelta che pagherà a caro prezzo (praticamente, con gli anni, la famiglia Buscetta è stata sterminata per ritorsione dalla mafia).
Nelle intense sedute con Falcone, Buscetta svela gli organigrammi delle cosche avversarie, poi quelle dei suoi alleati. Consegna ai giudici gli esattori Nino ed Ignazio Salvo, quindi Vito Ciancimino. Nel 1992, quando viene assassinato il parlamentare europeo della Democrazia Cristiana Salvo Lima dirà che "era uomo d'onore". In seguito, le sue dichiarazione hanno puntato sempre più in alto, fino ad indicare in Giulio Andreotti il riferimento più importante, a livello istituzionale, di Cosa nostra nella politica.
Buscetta è stato per gli ultimi quattordici anni della sua vita un cittadino americano quasi libero. Estradato negli Usa dopo avere testimoniato in Italia, ha da quel governo ottenuto, in cambio della sua collaborazione contro la presenza mafiosa negli Usa, cittadinanza, nuova identità sotto copertura, protezione per sè e per la sua famiglia. Dal 1993 ha beneficiato di un "contratto" con il governo italiano, grazie ad una legge approvata da un governo presieduto proprio da Giulio Andreotti, in base alla quale ha ricevuto anche un cospicuo vitalizio.
Il 4 aprile del 2000, all'età di 72 anni e ormai irriconoscibile per via delle numerose plastiche facciali affrontate allo scopo di sfuggire ai killer della mafia, Don Masino è deceduto a New York per un male incurabile.
martedì 27 ottobre 2020
#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi
Buongiorno, oggi è il 27 ottobre.
La sera del 27 ottobre 1962 nelle campagne di Bascapè, un piccolo paese in provincia di Pavia, precipitava in fase d'atterraggio a Linate l'aereo su cui volava da Catania il presidente dell'Eni Enrico Mattei, il pilota Irnerio Bertuzzi e il giornalista William Mc Hale.
L'inchiesta fu rapidamente archiviata come un incidente dovuto alle pessime condizioni del tempo.
Successivamente nuovi reperti rinvenuti nel 1997 e l'uso di tecnologie di indagini impossibili nel 62 portarono a provare che l'aereo precipitò per l'esplosione di un ordigno nascosto nel cruscotto ed azionato dal meccanismo di apertura del carrello.
Le dichiarazioni del pentito Tommaso Buscetta consentirono di supporre che fu la mafia, per fare un favore a qualcuno, a sabotare il velivolo. Il pubblico ministero Calìa appurò che Mario Ronchi, un agricoltore che abitava in una cascina in località Albaredo, a 300 metri dal punto d’impatto dell’aereo, rilasciò a caldo una dichiarazione a un giornalista televisivo della Rai secondo cui aveva visto l'aereo precipitare già avvolto nelle fiamme. Ma davanti alla commissione d’inchiesta ritrattò. Calìa appurò che l’agricoltore, in cambio del silenzio, aveva goduto per tutti questi anni di benefici economici, tra cui l’assunzione della figlia, Giovanna, per sedici anni in una società riconducibile a Cefis, la Pro.De. E scoprì che la parte sonora del nastro che era stato utilizzato per le riprese della Rai risultava cancellata proprio nel punto in cui Ronchi descriveva la dinamica dell’accaduto. La verità emerse dall’esame labiale delle immagini video nonostante l’agricoltore si ostinasse a negare, davanti al magistrato, ciò che aveva visto quella sera.
Mattei, che aveva creato dalle ceneri dell'Agip il colosso ENI, era un uomo fastidioso per le "sette sorelle americane", le grandi compagnie petrolifere che detenevano il controllo dell'oro nero e decidevano la politica estera della Casa Bianca. Mattei aveva surrogato la politica estera del Governo italiano, scompaginato i giochi delle major petrolifere, disturbato gli interessi degli Stati Uniti e dell’Alleanza Atlantica per le sue posizioni terzomondiste e le sue aperture all’Urss e agli Stati mediorientali; esercitava una forte influenza su chi avrebbe dovuto controllarlo, il ministro delle Partecipazioni statali Giorgio Bo; aveva un forte ascendente su Giovanni Gronchi, Presidente della Repubblica, ruolo al quale sembrava aspirasse; aveva creato dal nulla la corrente democristiana di Base, guidata da Giovanni Marcora. E con la forza e il denaro dell’Eni alimentava la politica, i partiti. E a differenza degli altri lo dichiarava.
Secondo molti osservatori, la vicenda di Mattei non si concluse con la sua morte, anzi avrebbe avuto echi e conseguenze di variegata natura, nell'immediato come a lungo termine. Innanzitutto va detto che l'incidente di Bascapé impedì di perfezionare un accordo di produzione con l'Algeria, indubbiamente un legame in potenza contrastante con gli interessi delle sette sorelle. Inoltre, alcune delle persone che ebbero a che fare con Mattei e con l'inchiesta sull'incidente morirono in circostanze misteriose. Il caso più noto è certamente quello del giornalista Mauro De Mauro, il quale si era mostrato assai disponibile a fornire a Francesco Rosi, autore del noto film, materiale (probabilmente nastri magnetici audio) ritenuto di estremo interesse per la ricostruzione dei fatti che il regista andava raccogliendo come base documentale per la sceneggiatura. Pochissimo prima dell'incontro previsto con Rosi, De Mauro (che aveva lavorato anche a "Il Giorno") scomparve nel nulla. Ufficialmente considerato un delitto di mafia, il caso De Mauro è riemerso in tempi recenti a seguito delle dichiarazioni di un pentito, Tommaso Buscetta, il quale lo poneva in collegamento con la morte di Mattei e al "favore" reso dalla mafia a ignoti, forse stranieri.
Per combinazione, la maggior parte degli investigatori che si occuparono della scomparsa di De Mauro, tanto della Polizia quanto dei Carabinieri, effettivamente morirono a loro volta assassinati dalla mafia; il più famoso fra loro era il generale Carlo Alberto Dalla Chiesa, nel frattempo divenuto prefetto di Palermo, e la stessa fine toccò al vicequestore Boris Giuliano, capo della Squadra Mobile della stessa città.
Curiosamente, una delle ultime opere di Pier Paolo Pasolini fu un romanzo dal titolo Petrolio. Lo stesso Pasolini si interessò molto alla figura di Mattei, ma anche e soprattutto al mistero della sua morte.
La sera del 27 ottobre 1962 nelle campagne di Bascapè, un piccolo paese in provincia di Pavia, precipitava in fase d'atterraggio a Linate l'aereo su cui volava da Catania il presidente dell'Eni Enrico Mattei, il pilota Irnerio Bertuzzi e il giornalista William Mc Hale.
L'inchiesta fu rapidamente archiviata come un incidente dovuto alle pessime condizioni del tempo.
Successivamente nuovi reperti rinvenuti nel 1997 e l'uso di tecnologie di indagini impossibili nel 62 portarono a provare che l'aereo precipitò per l'esplosione di un ordigno nascosto nel cruscotto ed azionato dal meccanismo di apertura del carrello.
Le dichiarazioni del pentito Tommaso Buscetta consentirono di supporre che fu la mafia, per fare un favore a qualcuno, a sabotare il velivolo. Il pubblico ministero Calìa appurò che Mario Ronchi, un agricoltore che abitava in una cascina in località Albaredo, a 300 metri dal punto d’impatto dell’aereo, rilasciò a caldo una dichiarazione a un giornalista televisivo della Rai secondo cui aveva visto l'aereo precipitare già avvolto nelle fiamme. Ma davanti alla commissione d’inchiesta ritrattò. Calìa appurò che l’agricoltore, in cambio del silenzio, aveva goduto per tutti questi anni di benefici economici, tra cui l’assunzione della figlia, Giovanna, per sedici anni in una società riconducibile a Cefis, la Pro.De. E scoprì che la parte sonora del nastro che era stato utilizzato per le riprese della Rai risultava cancellata proprio nel punto in cui Ronchi descriveva la dinamica dell’accaduto. La verità emerse dall’esame labiale delle immagini video nonostante l’agricoltore si ostinasse a negare, davanti al magistrato, ciò che aveva visto quella sera.
Mattei, che aveva creato dalle ceneri dell'Agip il colosso ENI, era un uomo fastidioso per le "sette sorelle americane", le grandi compagnie petrolifere che detenevano il controllo dell'oro nero e decidevano la politica estera della Casa Bianca. Mattei aveva surrogato la politica estera del Governo italiano, scompaginato i giochi delle major petrolifere, disturbato gli interessi degli Stati Uniti e dell’Alleanza Atlantica per le sue posizioni terzomondiste e le sue aperture all’Urss e agli Stati mediorientali; esercitava una forte influenza su chi avrebbe dovuto controllarlo, il ministro delle Partecipazioni statali Giorgio Bo; aveva un forte ascendente su Giovanni Gronchi, Presidente della Repubblica, ruolo al quale sembrava aspirasse; aveva creato dal nulla la corrente democristiana di Base, guidata da Giovanni Marcora. E con la forza e il denaro dell’Eni alimentava la politica, i partiti. E a differenza degli altri lo dichiarava.
Secondo molti osservatori, la vicenda di Mattei non si concluse con la sua morte, anzi avrebbe avuto echi e conseguenze di variegata natura, nell'immediato come a lungo termine. Innanzitutto va detto che l'incidente di Bascapé impedì di perfezionare un accordo di produzione con l'Algeria, indubbiamente un legame in potenza contrastante con gli interessi delle sette sorelle. Inoltre, alcune delle persone che ebbero a che fare con Mattei e con l'inchiesta sull'incidente morirono in circostanze misteriose. Il caso più noto è certamente quello del giornalista Mauro De Mauro, il quale si era mostrato assai disponibile a fornire a Francesco Rosi, autore del noto film, materiale (probabilmente nastri magnetici audio) ritenuto di estremo interesse per la ricostruzione dei fatti che il regista andava raccogliendo come base documentale per la sceneggiatura. Pochissimo prima dell'incontro previsto con Rosi, De Mauro (che aveva lavorato anche a "Il Giorno") scomparve nel nulla. Ufficialmente considerato un delitto di mafia, il caso De Mauro è riemerso in tempi recenti a seguito delle dichiarazioni di un pentito, Tommaso Buscetta, il quale lo poneva in collegamento con la morte di Mattei e al "favore" reso dalla mafia a ignoti, forse stranieri.
Per combinazione, la maggior parte degli investigatori che si occuparono della scomparsa di De Mauro, tanto della Polizia quanto dei Carabinieri, effettivamente morirono a loro volta assassinati dalla mafia; il più famoso fra loro era il generale Carlo Alberto Dalla Chiesa, nel frattempo divenuto prefetto di Palermo, e la stessa fine toccò al vicequestore Boris Giuliano, capo della Squadra Mobile della stessa città.
Curiosamente, una delle ultime opere di Pier Paolo Pasolini fu un romanzo dal titolo Petrolio. Lo stesso Pasolini si interessò molto alla figura di Mattei, ma anche e soprattutto al mistero della sua morte.
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