Buongiorno, oggi è l'8 aprile.
L'8 aprile 1877 un gruppo di 26 anarchici occupa il municipio di Letino (BN), per protesta contro l'iniqua tassa sul macinato.
Protagonista del tentativo insurrezionale fu la cosiddetta Banda del Matese che contava tra i suoi militanti Errico Malatesta, Carlo Cafiero, gli imolesi Giuseppe Bennati, Luigi Castellazzi, Ugo Conti, Sante Celoni, Francesco Ginnasi , Luigi e Domenico Poggi, Pietro Gagliardi; i bolognesi Ariodante Facchini e Uberto Lazzati; i ravennati Domenico Bezzi; i toscani Alamiro Bianchi, Guglielmo Sbigoli, Giuseppe Volponi, Gaetano Grassi, Leopoldo Ardinghi e Massimo Innocenti; i marchigiani Napoleone Papini, Sisto Buscarini; gli umbri Angelo Lazzari e Carlo Pallotta, entrambi di Terni e Florido Matteucci; e tanti altri.
Il Matese fu ritenuta zona adatta alla guerriglia. Da qui - nel cuore del Mezzogiorno - gli anarchici intendevano far scoccare la scintilla della rivoluzione. Non pensavano ad un'insurrezione generale, bensì ad un'azione di vera e propria guerriglia. Lo scopo era quello di occupare, con pochi uomini, una zona simbolicamente importante perché inespugnabile, e da lì incitare all'azione chi agognava alla libertà. L'operazione era prevista a marzo, ma la neve ancora presente nel Matese fece rallentare i piani degli anarchici (e permise al ministero degli Interni, debitamente informato, di studiare delle contromosse). Il luogo dell'incontro dei cospiratori doveva essere San Lupo, un piccolo paesello. Ma invece di cento - come preventivato - si presentarono solo ventisei compagni. Si decise di continuare comunque e il piccolo gruppo di uomini cominciò a marciare, naturalmente ognuno con la sua bella sciarpa rossa in evidenza.
Le guide non si presentarono, i viveri non giunsero a destinazione. La leggenda dice che i rivoluzionari avessero deciso di passare agli espropri, ma quando - alla prima pecora sequestrata - il piccolo pastore, tale Purchia, cominciò a piangere, la restituirono. Dopo tre giorni di marcia, la mattina dell'8 aprile 1877 entrarono a Letino in armi. Dichiararono decaduta la monarchia sabauda e distrussero i ritratti di Vittorio Emanuele, dando alle fiamme, tra il giubilo degli abitanti di Letino, sia i registri fiscali che tutte le carte dell'archivio comunale. Vennero distrutti i titoli di proprietà (catasto, ipoteche, gravami a favore della Santa Chiesa) e ufficialmente proclamata la rivoluzione sociale. Il popolo plaudente salutò il lancio dalle finestre del municipio di grossi fasci di cartaccia che alimentano un grande falò acceso sulla pubblica piazza. Vennero, infine, guastati, sui mulini, i contatori dell'iniqua tassa sul macinato.
La rivoluzione venne spiegata con pochi esempi pratici, e in dialetto. Carlo Cafiero saltò sul basamento di una grossa croce divelta, e sul quale sventolava la bandiera rossa e nera dell'Anarchia. Spiegò cosa fosse la rivoluzione sociale, i suoi fini e i suoi metodi. illustrando, sempre in dialetto stretto, il programma dell'Internazionale: non più soldati, non più prefetti, non più proprietari. E, secondo le testimonianze registrate dai carabinieri, il popolo di Letino, quello della santa religione, gridava: "Evviva l'Internazionale! Evviva la repubblica comunista di Letino!".
Lo stesso parroco del paese, don Raffaele Fortini (cognome diffusissimo a Letino e nel Matese), spiegò come Vangelo e socialismo fossero la stessa cosa e che gli anarchici erano i "veri apostoli mandati dal Signore per predicare le sue leggi divine". Il popolo applaudiva. né servi né padroni; la terra in comune, il potere a tutti. E a gran voce si chiedeva ai rivoluzionari di completare l'opera iniziata, confiscando le terre e ridistribuendole. Ma Cafiero, a nome della Banda, rifiutò decisamente sia perché il gruppo doveva andare in altri paesi a portare la scintilla della rivoluzione, sia soprattutto, perché i contadini dovevano imparare a far da soli, sfruttando le loro forze. "I fucili e le scuri ve li aviamo dati, i coltelli li avite - se vulite facite e si no, vi futtite".
Alla fine i rivoluzionari lasciarono il paese tra gli applausi dei contadini diretti verso Gallo. Qui furono ripetuti gli stessi atti compiuti a Letino tra un analogo entusiasmo da parte dei contadini e del parroco Vincenzo Tamburri. Intanto si stava organizzando la reazione del governo che, a detta di alcuni storici era già informato da tempo del progetto di rivoluzione sociale preparato dagli internazionalisti.
Pare infatti che la persona scelta come guida perché a conoscenza dei luoghi impervi del Matese, tal Farina di Maddaloni, avesse tradito rivelando tutto al ministro degli interni Nicotera, ex Mazziniano come lui. Dopo gli eventi di Letino e Gallo, la banda vagò per tre giorni sui monti del Matese, sorpresa dal freddo e dalla neve, senza guide né carte, né viveri, con i paesi resi ormai inaccessibili dall'arrivo dei soldati e con tutte le vie di fuga, sia verso Isernia che verso Piedimonte Matese e Benevento sbarrate dall'esercito (circa 12.000 uomini) che avevano ormai circondato tutto il territorio.
La mattina dell'11 aprile un contingente di bersaglieri, a quanto pare partiti proprio, ironia della sorte, da Pontelandolfo, localizzò la banda in una masseria alla contrada Rava della Noce quindi arrestò i rivoluzionari. Un sogno di riscatto, recita la lapide a San Lupo, rimasto senza compimento.
Cerca nel web
Visualizzazione post con etichetta Tassa sul macinato. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Tassa sul macinato. Mostra tutti i post
sabato 8 aprile 2023
venerdì 1 aprile 2022
#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi
Buongiorno, oggi è il primo aprile.
Il primo aprile 1870 in Italia viene approvata la cosiddetta "tassa sul macinato".
Con un regio decreto, il 1° aprile 1870, veniva approvato l’inasprimento di quella controversa imposta indiretta – introdotta, nel sistema fiscale del Regno d’Italia già a partire dal 1869 per iniziativa di Luigi Menabrea e poi perpetuata dai vari governi della “destra storica” che si erano fino ad allora succeduti – passata alla storia con l’epiteto poco lusinghiero di “tassa sul macinato”, proposta dall’allora ministro delle Finanze Quintino Sella del governo della “destra storica” guidato da Giovanni Lanza, per conseguire il pareggio del bilancio statale e risanare, in tal modo, le finanze pubbliche del Regno oberate dagli ingenti costi causati dalle varie guerre d’Indipendenza.
Questa manovra economica, secondo quanto paventato dal suo estensore, avrebbe garantito alle scarne casse dello Stato un introito annuo che ammontava a circa cento milioni. Tuttavia, come gli eventi successivi si incaricheranno di dimostrare, per una sorta di eterogenesi dei fini, questa imposta determinò un considerevole aumento del prezzo del pane e di tutti i derivati del grano e dei cereali. Generò molte altre imposte, inasprendone altre. Inoltre, è interessante rilevare come, nel corso di quegli anni, il debito pubblico in rapporto al PIL si mantenne costante raggiungendo il pareggio del Bilancio statale a costo, però, di duri sacrifici per il popolo italiano.
Gli effetti che produsse questa politica economica fu una brusca diminuzione del tasso di crescita della produzione, che determinò un’inevitabile incremento della disoccupazione riducendo, al contempo, il tasso di interesse bancario a causa della riduzione della domanda di credito delle imprese. Inoltre, come se ciò non bastasse, si innescò una considerevole riduzione del tasso d’inflazione, prodotta dalla conseguente diminuzione della domanda di beni e servizi che – in determinate circostanze – generò una vera e propria stagflazione, in concomitanza con l’aumento dei prezzi insieme a quello del tasso d’inflazione.
A rendere la situazione, se possibile, ancora più preoccupante ci pensò poi l’aumento dei tassi di interesse che determinarono, come un circolo vizioso, un’ulteriore riduzione della produzione che, a sua volta, innescò una spirale recessiva. Per arginare le proteste di piazza da parte della popolazione, ormai esasperata perché considerava questi provvedimenti governativi come delle vere e proprie vessazioni nei confronti di quelle fasce più deboli, il Parlamento corse rapidamente ai ripari conferendo poteri straordinari al generale Cadorna per garantire l’ordine pubblico. Si dovettero attendere ben 15 anni per vedere abolito questo odioso balzello, che fu definitivamente accantonato nel 1884 ad opera del governo della “sinistra storica” guidato da Agostino Depretis.
Il primo aprile 1870 in Italia viene approvata la cosiddetta "tassa sul macinato".
Con un regio decreto, il 1° aprile 1870, veniva approvato l’inasprimento di quella controversa imposta indiretta – introdotta, nel sistema fiscale del Regno d’Italia già a partire dal 1869 per iniziativa di Luigi Menabrea e poi perpetuata dai vari governi della “destra storica” che si erano fino ad allora succeduti – passata alla storia con l’epiteto poco lusinghiero di “tassa sul macinato”, proposta dall’allora ministro delle Finanze Quintino Sella del governo della “destra storica” guidato da Giovanni Lanza, per conseguire il pareggio del bilancio statale e risanare, in tal modo, le finanze pubbliche del Regno oberate dagli ingenti costi causati dalle varie guerre d’Indipendenza.
Questa manovra economica, secondo quanto paventato dal suo estensore, avrebbe garantito alle scarne casse dello Stato un introito annuo che ammontava a circa cento milioni. Tuttavia, come gli eventi successivi si incaricheranno di dimostrare, per una sorta di eterogenesi dei fini, questa imposta determinò un considerevole aumento del prezzo del pane e di tutti i derivati del grano e dei cereali. Generò molte altre imposte, inasprendone altre. Inoltre, è interessante rilevare come, nel corso di quegli anni, il debito pubblico in rapporto al PIL si mantenne costante raggiungendo il pareggio del Bilancio statale a costo, però, di duri sacrifici per il popolo italiano.
Gli effetti che produsse questa politica economica fu una brusca diminuzione del tasso di crescita della produzione, che determinò un’inevitabile incremento della disoccupazione riducendo, al contempo, il tasso di interesse bancario a causa della riduzione della domanda di credito delle imprese. Inoltre, come se ciò non bastasse, si innescò una considerevole riduzione del tasso d’inflazione, prodotta dalla conseguente diminuzione della domanda di beni e servizi che – in determinate circostanze – generò una vera e propria stagflazione, in concomitanza con l’aumento dei prezzi insieme a quello del tasso d’inflazione.
A rendere la situazione, se possibile, ancora più preoccupante ci pensò poi l’aumento dei tassi di interesse che determinarono, come un circolo vizioso, un’ulteriore riduzione della produzione che, a sua volta, innescò una spirale recessiva. Per arginare le proteste di piazza da parte della popolazione, ormai esasperata perché considerava questi provvedimenti governativi come delle vere e proprie vessazioni nei confronti di quelle fasce più deboli, il Parlamento corse rapidamente ai ripari conferendo poteri straordinari al generale Cadorna per garantire l’ordine pubblico. Si dovettero attendere ben 15 anni per vedere abolito questo odioso balzello, che fu definitivamente accantonato nel 1884 ad opera del governo della “sinistra storica” guidato da Agostino Depretis.
Iscriviti a:
Post (Atom)
Cerca nel blog
Archivio blog
-
▼
2026
(255)
-
▼
settembre
(11)
- 33 anni di Amico Rom
- #AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi
- #AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi
- #AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi
- #AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi
- #AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi
- #AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi
- #AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi
- #AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi
- #AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi
- #Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi
-
▼
settembre
(11)

