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giovedì 12 febbraio 2026

#AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 12 febbraio.
Il 12 febbraio 2002 inizia, presso il tribunale dell'Aja, il processo per crimini di guerra a carico di Slobodan Milošević, l'ex presidente della Serbia.
Slobodan Milošević è nato il 20 agosto 1941 nella città di Pozarevac nella Repubblica di Serbia. Una storia intensa e drammatica la sua.
Nato in un piccolo centro della Serbia centrale, è un bambino con gravi problemi di peso, isolato a scuola dai suoi compagni. Scrive poesie e coltiva sogni di grandezza.
Entra giovanissimo nella Lega dei comunisti. Mentre a Belgrado studia legge, suo padre si uccide. Undici anni dopo la madre farà lo stesso. Anche suo zio materno, ex generale, si suicida. Tragedie che segnano profondamente il giovane Slobodan. Terminata l'università nel 1964, (ottiene la laurea in legge all'università di Belgrado) inizia una carriera nei settori amministrativo e bancario.
Si iscrive al Partito comunista, fase di percorso obbligato per fare carriera nella Jugoslavia di Tito. Milošević diventa funzionario dapprima della compagnia statale del gas, passa poi alla guida della Beobanka, il principale istituto di credito del Paese. Viaggia spesso e soggiorna a lungo negli Stati Uniti. Impara i segreti della finanza e affina il suo inglese alla perfezione.
Sposa Mirjana Markovic, insegnante di sociologia marxista a Belgrado e membro dell'Accademia Russa Delle Scienze Sociali. A detta di molti, Mirjana ha un ruolo fondamentale nella carriera politica del marito. Fonda il Partito della sinistra jugoslava, alleato del Partito socialista. Da lei ha due figli, Marija e Marko.
Dopo essere entrato in politica, Milosevic ricopre alcune delle più importanti cariche pubbliche della Repubblica di Serbia, si avvicina al presidente della Serbia Ivan Stambolic. Nel 1986 è eletto segretario del Partito comunista serbo.
Il 28 giugno 1989, tiene un discorso destinato a diventare storico a Kosovo Polje. Si tratta di un luogo sacro per i serbi. Qui, nel 1389 (nella famosa piana "degli uccelli neri" ) furono trucidati 10.000 nobili serbi dai turchi e il Kosovo entrò a far parte dell'Impero Ottomano.
Nel seicentesimo anniversario della sconfitta, Slobo infiamma i serbi kosovari promettendo: "Nessuno vi toccherà più".
Diventa così il paladino del nuovo nazionalismo serbo. Nello stesso anno, messo fuori gioco il suo vecchio mentore Stambolic, Milošević diventa presidente della Serbia con il 55 per cento dei voti. Revoca immediatamente l'autonomia del Kosovo e invia esercito e polizia a presidiare Pristina e dintorni.
Fondatore e presidente del partito socialista serbo, sia nelle elezioni nazionali del 1990 sia in quelle del 1992, Milošević è stato eletto presidente della Serbia dalla grande maggioranza degli elettori. Affronta con cinismo e scaltrezza le guerre di Croazia e Bosnia. Piovono su di lui le critiche della comunità internazionali per le atrocità commesse dalle sue milizie serbe.
Nell'aprile del 1992 è costituita la nuova Repubblica federale di Jugoslavia formata dalle sole Serbia e Montenegro. Nel novembre del 1995 firma gli accordi di Dayton che pongono fine al conflitto in Bosnia.
Vince le elezioni federali del novembre 1996, ma alle municipali è battuto dalla coalizione democratica Zajedno. Annulla allora il risultato, scatenando un'ondata di manifestazioni di protesta popolare nel Paese. Altrettanto contestate le elezioni presidenziali serbe del dicembre 1997, vinte da Milan Milutinovic, membro del Partito socialista e stretto alleato di Milosevic. Il 15 Luglio 1997, viene eletto presidente della Jugoslavia mediante una votazione segreta svoltasi durante la riunione della Camera Della Repubblica e della Camera Dei Cittadini, facenti parte dell'Assemblea Federale.
Il suo mandato comincia il 23 Luglio 1997, dopo aver giurato fedeltà alla Repubblica durante la riunione dell'Assemblea Federale.
In Kosovo continuano gli scontri tra i guerriglieri kosovari dell'Uck e la polizia serba. Interviene allora la comunità internazionale, che teme una recrudescenza del conflitto nei Balcani. A Rambouillet falliscono i tentativi di accordo tra Slobodan e il "gruppo di contatto" (Usa, Gran Bretagna, Russia, Francia, Germania e Italia) che vigila sulla situazione jugoslava.
A marzo la Nato comincia a bombardare Serbia e Kosovo. Slobo reagisce da tiranno accerchiato. Accusa la Nato di codardia e chiama i serbi alla guerra.
Il 27 maggio 1999 il Tribunale Penale Internazionale notifica la messa in accusa di Milošević come criminale di guerra. Il giorno dopo Slobodan accetta di trattare sulla base degli accordi del G8. Nell'estate del 1999 sembra che la fine di Milosevic sia prossima.
Il 15 giugno la Chiesa ortodossa ne chiede le dimissioni. Il 24 giugno il dipartimento di Stato Usa mette sul suo capo una taglia di 5 milioni di dollari. Resiste ancora per un anno, sempre più isolato a livello internazionale.
Nell'ottobre 2000 è sconfitto alle elezioni presidenziali da Vojislav Kostunica. Per qualche giorno sembra non voler accettare la sconfitta. Poi sparisce per quasi un mese.
Il 30 marzo, a sorpresa, Kostunica ne dispone l'arresto.
Ai primi di luglio è tutto pronto per l'estradizione che avviene qualche giorno dopo.
Inizia il processo per crimini di guerra. Per Slobodan inizia anche la fine. Considerato uno dei maggiori responsabili del genocidio che è stato perpetrato in Serbia nei confronti dei kosovari, denunciato per crimini contro l'umanità poiché, secondo l'accusa, "dal gennaio 1999 fino al 20 giugno 1999, Slobodan Milošević , Milan Milutinovic, Nikola Sainovic, Dragoljub Ojdanic e Vlajko Stojiljkovic hanno pianificato, istigato, ordinato, eseguito o in qualunque altro modo sostenuto e favorito una campagna di terrore e violenza diretta verso civili albanesi abitanti nel Kosovo, all'interno della Repubblica Federale Yugoslava".
Milošević è stato trovato morto per un attacco di cuore nella sua cella del carcere dell'Aia la mattina dell'11 marzo 2006.
Poco prima della morte aveva espresso timori che lo si stesse avvelenando. Il 12 gennaio 2006, due mesi prima della morte, vi era stato uno scandalo in quanto nelle analisi del sangue di Milošević era stato rilevato l'antibiotico Rifampicin ordinariamente usato per la tubercolosi e la lebbra e capace di neutralizzare l'effetto dei farmaci che l'ex presidente serbo usava per la pressione alta e la cardiopatia di cui soffriva. Della presenza di tale farmaco nel suo sangue egli si era lamentato in una lettera inviata al ministro degli esteri russo.
Il Tribunale penale internazionale per i crimini nella ex-Jugoslavia ha disposto un'indagine sulle cause e le circostanze del decesso. Dai risultati degli esami autoptici sembra escluso che l'ex leader serbo abbia assunto, negli ultimi giorni prima della morte, il farmaco Rifampicin.
Milošević aveva richiesto nei mesi precedenti la morte il ricovero presso una clinica specializzata a Mosca, senza ottenere l'autorizzazione a recarvisi. Da parte dei critici di Milošević si è dunque avanzata l'ipotesi che in gennaio egli avesse assunto volontariamente il farmaco, onde forzare il Tribunale a permettergli di viaggiare in Russia e scappare. Tuttavia sembra escluso che egli potesse procurarsi il Rifampicin in carcere. Infatti, dopo che nel settembre 2005 Milošević aveva utilizzato un farmaco prescritto da un medico serbo ma non autorizzato dai medici del Tribunale, tutte le persone che gli rendevano visita venivano preventivamente perquisite con il compito specifico di non permettere che gli fosse consegnato alcun farmaco.
Entro pochi giorni il Tribunale avrebbe dovuto decidere sulla richiesta, avanzata da Milošević, di un confronto in aula con l'ex presidente degli Stati Uniti Bill Clinton e con Wesley Clark, il generale statunitense che aveva guidato l'intervento NATO contro la Jugoslavia nel 1999. La morte di Milošević - che dopo anni di processo aveva ormai esaurito i quattro quinti del tempo a disposizione per la sua difesa - precede di qualche mese la data presumibile della conclusione del processo a suo carico e mette in grave imbarazzo il Tribunale, che il 14 marzo 2006 ha ufficialmente estinto l'azione penale e chiuso senza una sentenza il più importante processo per il quale era stato istituito.

martedì 10 febbraio 2026

#AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 10 febbraio.
il 10 febbraio in Italia coincide con il giorno del ricordo, in memoria delle vittime delle foibe.
Il termine "foiba" è una corruzione dialettale del latino "fovea", che significa "fossa"; le foibe, infatti, sono voragini rocciose, a forma di imbuto rovesciato, create dall’erosione di corsi d’acqua nell'altopiano del Carso, tra trieste e la penisola istriana; possono raggiungere i 200 metri di profondità.
In Istria sono state registrate più di 1.700 foibe.
Le foibe furono utilizzate in diverse occasioni e, in particolare, subito dopo la fine della seconda guerra mondiale per infoibare (“spingere nella foiba”) migliaia di istriani e triestini, italiani ma anche slavi, antifascisti e fascisti, colpevoli di opporsi all’espansionismo comunista slavo propugnato da Josip Broz meglio conosciuto come “Maresciallo Tito”.
Nessuno sa quanti siano stati gli infoibati: stime attendibili parlano di 10-15.000 sfortunati.
Le vittime dei titini venivano condotte, dopo atroci sevizie, nei pressi della foiba; qui gli aguzzini, non paghi dei maltrattamenti già inflitti, bloccavano i polsi e i piedi tramite filo di ferro ad ogni singola persona con l’ausilio di pinze e, successivamente, legavano gli uni agli altri sempre tramite il fil di ferro. I massacratori si divertivano, nella maggior parte dei casi, a sparare al primo malcapitato del gruppo che ruzzolava rovinosamente nella foiba spingendo con sé gli altri.
Per tutto un lunghissimo mese Trieste vive questa sorta di mattanza. Migliaia e migliaia di suoi figli che, sottratti ai propri cari, spariscono nelle grinfie della cosiddetta Milizia Popolare per non fare mai più ritorno.
Un rituale tragico e barbarico (prevedeva anche il lancio finale, nella foiba, di un cane nero sgozzato) con il quale sono stati trucidate migliaia e migliaia di esseri umani: il tutto a guerra finita! Nella Foiba di Basovizza - il Pozzo della Miniera che costituisce un po’ il simbolo di tutte le foibe – gli infoibati si è dovuti quantificarli con il più arido e crudele dei sistemi: cinquecento metri cubi di poveri resti umani.
Una mattanza durata oltre quaranta giorni, fino cioè a quel 12 giugno 1945 quando le truppe Alleate indussero quelle slavo-comuniste a lasciare la città. Una tragedia che ha segnato tante e tante famiglie triestine e che ha determinato un vero e proprio trauma psichico in tutta la città. Per anni si è vissuti in una sorta di incubo, nel quale incalzava, ossessiva, una domanda: e se tornano i Titini e riprende la tragedia delle Foibe?
Sarà solo dopo il 26 ottobre 1954, con il ritorno di Trieste all’Italia, che tale incubo inizierà a svanire.
La Foibe, se hanno costituito incubo per i Triestini, hanno parimenti rappresentato un raffinato ed efficace strumento di terrore per gli Istriani. Perché proprio la vicenda drammatica degli infoibamenti ha avuto un ruolo sicuramente determinante nel creare in Istria quell’atmosfera di paura, di terrore che ha convinto in trecento e cinquanta mila a lasciare case, paesi, cimiteri per sfuggire, in Italia, al regime liberticida ed assassino del comunismo jugoslavo. Perché tutti erano ben consapevoli che, a restare, bastava il fatto di non essere comunisti per rischiare di finire come gli infoibati.
Il Giorno del Ricordo è considerato una solennità civile, ai sensi dell'art. della legge 27 maggio 1949, n. 260. Esso non determina riduzioni dell'orario di lavoro degli uffici pubblici né, qualora cada in giorni feriali, costituisce giorno di vacanza o comporta riduzione di orario per le scuole di ogni ordine e grado. Sempre nella stessa legge, vengono istituiti il Museo della civiltà istriano-fiumano-dalmata, con sede a Trieste, e l'Archivio museo storico di Fiume, con sede a Roma.
Il Giorno del ricordo viene celebrato dalle massime autorità politiche italiane con una cerimonia solenne nel palazzo del Quirinale al cospetto del Presidente della Repubblica. In contemporanea in molte città si tengono celebrazioni di commemorazione presso i monumenti e le piazze dedicate ai tragici avvenimenti.

lunedì 13 gennaio 2025

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi


 Buongiorno, oggi è il 13 gennaio.

Il 13 gennaio 1953 il maresciallo Josip Tito diventa presidente della Jugoslavia.

Il mattino del 12 gennaio 1980, dopo aver presieduto una riunione dei suoi collaboratori, il maresciallo Tito entrava nella migliore clinica di Lubiana, per un intervento chirurgico alla gamba sinistra, colpita da una infiammazione. L' operazione ebbe luogo il giorno successivo, ma a parere dei medici era ormai troppo tardi: per evitare la cancrena fu deciso un ulteriore e più drastico intervento con l' amputazione della gamba. Il maresciallo sembrò riprendersi ma a partire da metà febbraio le sue condizioni cominciarono a peggiorare. Le cure intensive cui fu sottoposto ritardarono solo la fine che sopravvenne alle ore 15 del 4 maggio (tre giorni dopo avrebbe compiuto 88 anni). Con la morte di Josip Broz (il vero nome di Tito) la Jugoslavia, una delle tante invenzioni della conferenza di pace di Versailles, perse il suo dispotico padrone che l'aveva tenuta unita, grazie al carisma di cui godeva e all'occhiuta e asfissiante vigilanza della polizia politica. Del resto lo stesso Tito sapeva che con la sua scomparsa quella effimera costruzione statale non gli sarebbe sopravvissuta. Già nel 1978 ad uno dei suoi più fedeli collaboratori che gli chiedeva "Cosa c' è che non va in Jugoslavia?" aveva risposto "La Jugoslavia non esiste". Facile previsione: nemmeno due mesi dopo la sua morte la signora Jovanka, ultima moglie, che per 25 anni gli era stata a fianco come first lady, fu sfrattata dalla residenza privata del maresciallo, in quanto proprietà dello Stato, e le venne sottratto persino il brillante che portava al dito. Una conferma che non solo Tito ma lo stesso "titismo" era per sempre finito. Eppure la figura di questo straordinario croato, oggi più che mai dopo i quattro anni di sconvolgenti carneficine nelle terre ex jugoslave, appare per certi versi unica nel panorama dei grandi personaggi emersi dal cataclisma della seconda guerra mondiale. Hitler, Mussolini, Stalin, Churchill, Roosevelt, per non parlare che dei maggiori protagonisti, preesistevano a quegli anni tremendi: Tito invece emerse dal nulla, un fantasma dai molti nomi e contornato dalle più incredibili leggende, che si materializzò nella primavera del 1942 quando i tedeschi, già duramente impegnati dalla guerriglia partigiana, svelarono che il capo delle formazioni combattenti comuniste altri non era che Josip Broz, nato in Croazia, a Kumrovec, nel maggio 1892, soldato austriaco nella prima guerra mondiale, che soggiornò in Russia negli anni della rivoluzione e della guerra civile, poi detenuto dal 1928 al 1934 nelle prigioni croate per le sue attività sovversive. Insomma, pareva allora, uno dei tanti oscuri militanti costretti a un' esistenza clandestina e randagia dalla messa fuori legge dei vari partiti comunisti. In realtà quel signor nessuno -come ci ricorda Jasper Ridley in una accattivante biografia edita da Mondadori (Tito, sottotitolo "Genio e fallimento di un dittatore", pagg. 442), nella quale rifugge, secondo i canoni dello storicismo anglosassone, da ogni visione demonizzante e aprioristica - aveva già a quell' epoca un burrascoso e ricco passato. Come molti comunisti costretti all' emigrazione in Urss era sopravvissuto alle tremende purghe staliniane, diventando segretario del partito jugoslavo nel 1937. Riuscì a salvarsi grazie alla spiccata avversione per le dispute ideologiche, da lui profondamente disprezzate, e ad un carattere gioviale che gli consentiva di stabilire buoni rapporti con i freddi e spietati esponenti del Comintern. E nella primavera del 1940 fu rispedito da Mosca in Jugoslavia a dirigere il lavoro illegale del partito, sostenendo sempre disciplinatamente il punto di vista sovietico, in quel periodo contraddistinto dall'alleanza fra Stalin e Hitler: la guerra scatenata dal dittatore tedesco contro gli anglo-francesi doveva ritenersi difatti come uno scontro fra opposti imperialismi. Ma il 6 aprile 1941 il ciclone nazista colpì anche la Jugoslavia: la fragile costruzione dello Stato crollò miseramente di fronte alla fulminea invasione della Wehrmacht. Quando i tedeschi entrarono il 10 aprile a Zagabria vennero accolti dall' entusiasmo della popolazione croata che vedeva in loro i "liberatori" dall' oppressivo dominio del centralismo serbo. L' ala oltranzista del nazionalismo, sotto la guida di Ante Pavelic, non tardò nemmeno un giorno nel mettere in atto una spaventosa pulizia etnica: in pochi mesi circa 250mila tra serbi, ebrei e zingari vennero massacrati in un gigantesco genocidio, benedetto dai nazisti e dalle autorità cattoliche croate. Le esitazioni e i contorcimenti ideologici che sino allora avevano spinto i comunisti a giustificare l' accordo tra Stalin e Hitler vennero definitivamente spazzati dall' aggressione nazista all' Urss il 22 giugno di quello stesso anno. Senza attendere gli ordini di Mosca già il 27 giugno Tito veniva nominato dal politburo del partito comunista comandante in capo delle forze di liberazione nazionale. Cominciava così quella straordinaria pagina del secondo conflitto mondiale costituita dalla guerra partigiana jugoslava, l' unica che in tutta Europa riuscì ad impegnare severamente in termini militari l' esercito d'occupazione tedesco. Il tutto in un caotico quadro di contrasti politici e di odi razziali che videro sanguinosamente contrapposti gli "ustascia" fascisti di Pavelic, i "cetnici" ultranazionalisti serbi di Draza Mihailovic, spesso alleati degli occupanti tedeschi e italiani, e i "comunisti" di Tito. Fu in questo drammatico clima che s'impose l' abilità politica del "maresciallo", il tener fede cioè, malgrado gli obiettivi "comunisti" fissati ai suoi partigiani, all'identità jugoslava, contro le visioni particolaristiche. Che Tito avesse conquistato sul campo il diritto alla guida del movimento di liberazione venne dapprima confermato dagli stessi tedeschi: fu contro le sue brigate partigiane che essi lanciarono una serie di offensive, costringendole a combattere ininterrottamente, ma senza mai riuscire a scompaginarle in modo risolutivo. E successivamente dagli stessi anglo-americani, che dopo aver puntato sui "cetnici" di Mihailovich si resero conto che solo aiutando Tito avrebbero avuto un efficace concorso nella lotta armata contro i nazisti. Il pragmatismo, l'astuzia, il realistico senso dei rapporti di forza da lui messi in mostra avrebbero finito per catturare persino la benevolenza di Churchill, il quale grazie al suo sottile intuito aveva subito compreso come Tito fosse, tutto sommato, un comunista "diverso". La Jugoslavia, grazie ai partigiani del maresciallo, riuscì difatti a liberarsi da sola e l' arrivo dell' Armata Rossa nei suoi territori non fece che sancirne il successo. Dal l944 al 1948, anno della rottura clamorosa con Stalin, i rapporti fra Belgrado e Mosca conobbero momenti di grandi intese e di sotterranee contrapposizioni, ma sempre in ogni circostanza Tito seppe mantenere una posizione di parità e di sostanziale indipendenza. Che il dittatore sovietico non potesse a lungo tollerare posizioni così lontane dall' acquiescente subordinazione accettata da tutti gli altri Stati satelliti del suo impero era nel fatale ordine delle cose. Fu uno scontro, quello con Stalin, che si protrasse sino alla morte di questi e proseguì anche dopo sia con Krusciov che con Breznev. La Jugoslavia non venne mai meno al suo ruolo di equidistanza fra i due blocchi che si contrapposero per decenni nel corso della guerra fredda e che fecero di Tito il leader indiscusso dei paesi del cosiddetto Terzo Mondo. Ai grandi successi internazionali il maresciallo non seppe aggiungerne di analoghi sul piano interno. La Jugoslavia rimase una federazione di serbi, croati,sloveni, bosniaci, montenegrini e macedoni, come nei tempi prebellici ma senza riuscire a fondersi in una vera nazione. Il fuoco nazionalistico continuava a covare sotto la cenere e la dittatura comunista a malapena celava il ricostituirsi di un predominio serbo. Sul piano economico le pur coraggiose varianti al tradizionale "socialismo" di matrice sovietica - quali l'autogestione e un moderato collettivismo agrario - non seppero appianare le contraddizioni fra un nord industriale e più strettamente collegato all' Europa ed un sud arretrato e balcanico. E la Jugoslavia poté evitare il crollo del proprio sistema solo grazie ai massicci aiuti dell' Occidente. In quei lunghi anni di dominio Tito visse come un re del passato. Ininterrotti viaggi all' estero per trovare continue legittimazioni, interminabili partite di caccia, periodi di riposo nelle sue lussuose ville alternati alle poche decisioni di governo nelle quali intendeva impegnarsi (per non venir meno al ruolo di grande "moderatore" dei contrasti), mentre la polizia segreta teneva i cittadini in riga. Insomma un dittatore "morbido", certo non paragonabile al modello staliniano, che riteneva la democrazia un lusso non confacente al suo paese. Un satrapo che viaggiava su un "treno blu", fumando oltre cento sigarette al giorno e dotato di un appetito formidabile (il proprietario di un albergo del sud della Francia che l' aveva ospitato era rimasto allibito "nel vedere che Tito, a colazione, alle sei del mattino, mangiava zuppa di cavoli, salsicce, carne bollita e pollo arrosto"). Nel 1971 un sinistro scricchiolio nell' edificio jugoslavo denotò come la costruzione di Versailles riattata da Tito non avrebbe avuto vita lunga. In Croazia il movimento indipendentista e nazionalista riemerse alla luce con tutta la sua forza, e solo le energiche misure di polizia e l' autorità di cui ancora godeva il leader riuscirono a bloccarlo. Ma era la riprova che lo spaventoso bagno di sangue patito tra il 1941 e il 1945, quando croati, serbi, bosniaci si erano fra loro massacrati, non avrebbe impedito ulteriori drammatiche lacerazioni. Ciò che è puntualmente avvenuto sotto gli occhi di un mondo distratto, e tutto sommato indifferente per meschini calcoli politici, in questi ultimi anni. Il regime di Tito, questa la lezione della storia, non poteva dunque sopravvivergli. Ma oggi - conclude Jasper Ridley - "la popolazione di quella che era un tempo la Jugoslavia pensa a Tito con maggior simpatia di qualche anno fa. A Sarajevo e Mostar, molti dicono che era preferibile vivere in un sistema in cui i leader politici potevano venire arrestati arbitrariamente piuttosto che in un paese dove in due anni sono state trucidate trecentomila persone... Oggi, la gente apprezza più di un tempo i giorni in cui era governata da Belgrado da Josip Broz Tito, e si diceva che la Jugoslavia aveva sei repubbliche, cinque etnie, quattro lingue, tre religioni, due alfabeti e un partito".

martedì 29 novembre 2022

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 29 novembre.
Il 29 novembre 1945 viene dichiarata la Repubblica Popolare Federale di Jugoslavia (in seguito rinominata Repubblica Socialista Federale di Jugoslavia).
La Repubblica Socialista Federale di Jugoslavia fu lo stato principale dei Balcani dal 1943 al 1992, anno della sua dissoluzione.
Fondata nel 1943 sulle ceneri del Regno di Jugoslavia sotto il nome di Repubblica Democratica Jugoslava, nel 1945 cambiò il nome in Repubblica Popolare Federale di Jugoslavia mentre nel 1963 assunse il suo nome definitivo.
La Jugoslavia confinava a nord-ovest con l'Italia e l'Austria, a nord con Ungheria e Romania, a est con la Bulgaria, a sud con l'Albania e la Grecia e ad ovest con il mar Adriatico.
Durante la Guerra fredda la Jugoslavia fu un importante membro dei paesi non allineati.
Nel 1945 il suo primo presidente fu Ivan Ribar mentre il Maresciallo Tito divenne Primo Ministro nel 1953. Tito venne eletto presidente, succedendo a Ribar, ed ottenne la carica vitalizia nel 1963.
 Nel corso degli anni Settanta il modello jugoslavo di socialismo attraversò un periodo di crisi. La stagnazione economica ha fatto  riemergere gli  antichi conflitti nazionali che il federalismo e l'autogestione sembravano avere, se non risolto, certo affievolito. Aumentò la divaricazione tra le capacità produttive e il tenore di vita del nord e l'arretratezza e la miseria delle aree meridionali.
La crisi fu risolta da Tito accentuando la repressione e ampliando l'autonomia delle repubbliche. Accanto all'epurazione degli elementi critici e al rifiuto di incamminarsi sulla via della democrazia e del pluralismo, venne riformata la Costituzione con garanzie prevalentemente formali sulla collegialità del potere e la rotazione delle cariche tra i comunisti delle diverse repubbliche.
La morte di Tito nel 1980 coglie impreparata la dirigenza jugoslava. Negli ultimi anni il vecchio leader aveva favorito l'emergere di una classe dirigente più giovane, emarginando gli ultimi rappresentanti della propria generazione che si mostravano sempre più critici nei riguardi del suo potere personale. Questa nuova dirigenza non fu però capace di trovare una linea unitaria e di comprendere a fondo i guasti che si erano accumulati nella gestione economica. Il debito pubblico continuò a crescere. Nel marzo del 1981 si ebbe una prima esplosione del nazionalismo del Kosovo, dove la popolazione di origine albanese rivendicava maggiore autonomia e suscitava le proteste accompagnate dalle violenze dei serbi.
L'aggravarsi della crisi economica indusse i gruppi dirigenti delle repubbliche  a lottare fra loro per difendere il livello di vita dei propri amministrati assicurando loro il massimo delle risorse disponibili. La burocrazia centrale,  prevalentemente serba, come i vertici militari, non fece nulla per frenare il riacutizzarsi del già citato contrasto fra le zone settentrionali più agiate e  quelle meridionali più povere. Pur appartenendo tutti alla Lega dei comunisti, i dirigenti delle singole repubbliche che cercano legittimazione e  consenso accentuano la loro polemica in senso più decisamente nazionalistico. I rapporti tra serbi, sloveni e croati si deteriorano di anno in anno mentre le  posizioni nazionalistiche ottengono maggiori consensi e iniziano a trovare forme stabili di organizzazione.
Nel 1990 la Lega dei comunisti si scioglie e al  suo posto, spesso con le stesse personalità comuniste, sorgono partiti nazionalisti che puntano all'egemonia o alla secessione dell'Unione. Il 25  giugno del 1991 Slovenia e Croazia si dichiarano indipendenti, inutilmente contrastate dall'esercito federale, seguite una dopo l'altra da tutte le altre repubbliche federative.
L'origine della guerra civile fu la dichiarazione d'indipendenza con cui Croazia e Slovenia abbandonarono la Repubblica federativa jugoslava, mettendo in crisi l'assetto federale. Per contro i serbi, che furono al vertice dello stato, rivendicarono il diritto a essere gli unici rappresentanti del popolo jugoslavo, forti della loro presenza maggioritaria nelle forze armate. Il primo attacco fu sferrato contro la Slovenia e si risolse con il ritiro delle truppe in ottobre. In seguito il conflitto si estese alla Croazia, dove l'esercito ottenne l'appoggio della minoranza serba, e si concluse con un primo armistizio nel gennaio del 1992.
La situazione precipitò già il mese successivo con il voto per l'indipendenza della Bosnia-Erzegovina, invocata dai croati e musulmani. Allorché, il 6 aprile, anche la Comunità europea e gli USA riconobbero il nuovo stato bosniaco, la Repubblica cominciò l'assedio di Sarajevo. La guerra civile vide contrapposti croati, serbi e musulmani e ebbe come teatro soprattutto Croazia e Bosnia.
Né gli sforzi diplomatici dei paesi vicini, né l'invio di truppe dell'ONU riuscirono a mettere fine a una guerra caratterizzata da massacri e dalla creazione di veri e propri campi di concentramento per la popolazione civile. Questo drammatico decorso portò, il 22 aprile del 1994, all'intervento delle truppe NATO per proteggere le sei zone della Bosnia assegnate all'ONU. L'impotenza dell'ONU si manifestò nel luglio 1995 quando le truppe serbe occuparono queste zone.
 Dopo una durissima parabola ascendente bellica si arrivò finalmente, grazie alla mediazione dello statunitense Richard Holbrooke, all'accordo di Dayton (21 novembre 1995) per la cessazione delle ostilità cui seguì un piano di pace che divise la Bosnia in due entità: la Federazione croato/musulmana che ricopriva il 51% del territorio, e la Repubblica serba di Bosnia, per il restante 49%.
Le ultime due repubbliche jugoslave, Serbia e Montenegro, formarono nel 1992 una nuova federazione denominata Repubblica Federale di Jugoslavia, la cui struttura e nome vennero ridefiniti nel 2003, quando divenne Unione Statale di Serbia e Montenegro.
Nonostante le guerre civili nelle vicine Croazia e Bosnia Erzegovina, la Serbia rimase in pace fino al 1998, benché il governo di Slobodan Milošević e le istituzioni sostenessero, più o meno ufficialmente, i Serbi di Croazia e di Bosnia, in guerra aperta con le altre nazionalità, armando e consigliando le loro truppe.
Tra il 1998 e il 1999, continui scontri in Kosovo tra le forze di sicurezza serbo-jugoslave e l'Esercito di Liberazione Albanese (UÇK), riportati dai media occidentali, portarono al bombardamento della NATO sulla Serbia (Operazione Allied Force), che durò per 78 giorni. Gli attacchi vennero fermati da un accordo, firmato da Milošević, che prevedeva la rimozione dalla provincia di ogni forza di sicurezza, incluso esercito e polizia, rimpiazzati da un corpo speciale internazionale su mandato delle Nazioni Unite. In base all'accordo, il Kosovo rimaneva sotto la sovranità formale della Repubblica Federale di Jugoslavia.
Slobodan Milošević, legittimo presidente federale, rimase al potere per circa un anno dopo il conflitto del Kosovo. In seguito alle elezioni presidenziali dell'autunno 2000, e le successive dimostrazioni popolari, fu costretto ad ammettere la sconfitta elettorale. Il 6 ottobre si insediò come presidente della Repubblica Federale di Jugoslavia Vojislav Koštunica, lo sfidante di Milošević. Con le elezioni parlamentari del gennaio 2001, Zoran Đinđić divenne primo ministro. Đinđić venne assassinato mentre era in carica a Belgrado il 12 marzo 2003, da persone vicine al crimine organizzato. Subito dopo l'assassinio venne dichiarato lo stato di emergenza e la presidente del parlamento, Nataša Mićić, assunse le funzioni di primo ministro facente funzioni.
Nel 2003 il parlamento federale di Belgrado raggiunse un accordo su una ristrutturazione della Federazione, che attenuasse i legami fra Serbia e Montenegro. La Jugoslavia cessava così anche nominalmente di esistere, divenendo Unione di Serbia e Montenegro. Tuttavia il Montenegro non cessò di battersi per la propria indipendenza,  che ha raggiunto solo nell'Agosto 2006.

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