Buongiorno, oggi è l'11 settembre.
L'11 settembre 831 Palermo viene conquistata dal mondo islamico.
Palermo non si chiamerebbe cosi se la città non fosse appartenuta al mondo arabo, come lo fu per due secoli.
Il nome, infatti "Panormus" (dal greco, "tutto porto") che la città portava sin da tempi antichi, dagli Arabi non fu inteso e perciò fu storpiato in "Balarmuh".
I Musulmani conquistarono la Sicilia sottraendola al dominio del loro grande rivale dell'epoca: l'impero di Bisanzio. Lontana dalla capitale Costantinopoli, l'isola mediterranea era una provincia sfruttata, come nei tempi romani, dal sistema latifondista e dalla monocoltura del grano.
Nel nono secolo la tendenza autonomista dell'ultimo governatore bizantino della Sicilia provocò e facilitò l'invasione musulmana. Le navi musulmane partirono da Suso (Tunisia) l'odierna Sousse per approdare a Mazara nell'827.
La conquista si protrae per molti anni prima che tutti i centri Siciliani fra cui la città capitale, Siracusa, e la roccaforte logistica nel centro dell'isola, Enna, passino in mano musulmana. La Sicilia viene quindi coinvolta dall'onda espansionistica dell'Islam che ad est ha già raggiunto l'Asia centrale e ad ovest la Spagna; politicamente farà parte di questo mondo fino a quando, nel 1061, vi giungono i cavalieri normanni alla ricerca di terre da conquistare.
I Musulmani, cioè "i fedeli in Dio", non si contraddistinguono per la unicità della razza oppure per una comune storia e cultura e tutto ciò che concorre a formare una nazionalità: sono bensì uniti da un unico concetto religioso - politico, l'Islam per l'appunto.
Sono quindi vari ceppi (Arabi, Berberi, Persiani) uniti dall'Islam che si sovrappongono alla popolazione siciliana già composita (i discendenti delle popolazioni più antiche quali Sicani, Siculi, Morgeti, mescolati con le popolazioni sopraggiunte in seguito quali Fenici, Greci, Elimi, Romani, Bizantini). Questi vivono sotto la dominazione musulmana che vede il susseguirsi di varie dinastie, le quali governano il territorio siciliano con diverse forme giuridiche di assoggettamento che vanno dall'autonomia alla schiavitù.
Alla popolazione pre-musulmana cristianizzata, almeno in larga misura, è concesso di conservare la propria fede, purché non venga manifestata in pubblico e soprattutto non davanti agli occhi dei Musulmani: tale tolleranza è frutto di una tassa che i cristiani devono versare nelle casse musulmane.
Mentre la Sicilia appartiene al mondo islamico, i Musulmani economicamente la risollevano dalla sua stasi tardo antica. Essi introducono un nuovo sistema di agricoltura, sostituendo la monocoltura del grano con la varietà delle coltivazioni da loro importate: riso, agrumi, cotone, canna da zucchero, palma dattilifera, grano duro, sorgo, carrubo, pistacchio, gelso, ortaggi (melanzane, spinaci, meloni), ecc.
Tecniche innovative contribuiscono al successo delle nuove colture. Maestri nello sfruttamento delle risorse idriche, gli Arabi sostengono le coltivazioni con efficientissimi sistemi di irrigazione.
La Sicilia, reinserita nella rete marittima di scambi commerciali, diviene il perno delle attività nel Mediterraneo e assurge ad un ruolo dominante che si protrae per gran parte del Medioevo. Come nell'antichità, l'agricoltura rimane la principale attività dei siciliani, certo con le nuove tecniche meglio supportata ed economicamente resa in maniera più redditizia grazie all'eccellente amministrazione ed a un nuovo tipo di fiscalismo.
Sostituendosi a Siracusa, la capitale siciliana bizantina, Palermo diventa la città principale del dominio musulmano nell'isola. A causa del carattere urbano della civiltà islamica Palermo precorre di vari secoli lo sviluppo urbanistico che in altre città europee avviene più tardi. La città islamica è il centro del potere ed ospita la corte dell'emiro e la casta militare e, oltre gli artigiani e i commercianti, vi svolgono un ruolo importante gli insegnanti, i religiosi, i letterati e i giuristi.
L'antica città, fondata nell' VIII secolo a.C. dai Fenici, era, al tempo della conquista musulmana, chiusa entro un perimetro di mura e torri. Nella parte più elevata della città, ad occidente, in prossimità delle mura i Musulmani costruiscono, probabilmente sul posto di precedenti fortificazioni, un palazzo poi chiamato "dei Normanni". Il palazzo diviene la prima sede governativa e tale rimane fino ai nostri giorni (attualmente è sede del Parlamento Regionale Siciliano). La città si arricchisce di nuove edificazioni e si espande al di là delle mura dell'antico nucleo.
Palermo raggiunge dimensioni davvero cospicue per un centro medievale. Si possono calcolare almeno 100.000 abitanti. Notevole è il numero delle istituzioni e delle infrastrutture: moschee (sia pubbliche che private), bagni (anch'essi pubblici e privati), il porto, l'arsenale, le mura e le porte, le fortificazioni, i mulini, i fondachi e i mercati. Verso il mare i Musulmani costruiscono, in alternativa al palazzo superiore, una seconda fortificazione allorquando, nel X secolo, per la travagliata successione dinastica, il governo fatimide si deve proteggere dalle ostilità della popolazione palermitana e da eventuali attacchi dal mare. La nuova cittadella, un vero centro militare e amministrativo, accoglieva il palazzo dell' emiro, il diwan (centro di amministrazione fiscale), l'arsenale, bagni e moschee.
Il carattere metropolitano che Palermo assume nel medioevo è esplicitato dall'organizzazione evoluta con cui viene gestita l'accresciuta dimensione della città nella quale, per esempio, i nuovi quartieri vengono affidati ai gruppi etnici, corporazioni o gruppi militari che vi abitano. L'amministrazione si occupava, oltre che delle istituzioni pubbliche (cui appartenevano anche gli edifici religiosi e politici), della ripartizione dei mestieri e dei commerci, del rifornimento idrico per i bagni (pubblici e privati), della pulizia delle strade.
L'immagine di Palermo nel periodo islamico splende nelle descrizioni fatte da viaggiatori che, in pellegrinaggio per la Mecca o in viaggio per motivi commerciali, in gran numero passavano per la capitale siciliana.
Oggi a Palermo non è rimasto alcun edificio islamico, un fatto molto sorprendente data l'importanza e la dimensione della città in quell'epoca. Chi abbia distrutto tutti i grandi o piccoli edifici e quando ciò sia avvenuto è difficile da chiarire. Certamente le prime distruzioni risalgono all' XI secolo, allorché i Normanni conquistarono la Sicilia. Ma poiché durante la reggenza normanna i Musulmani non furono repressi, anzi largamente coinvolti negli affari della monarchia cristiana, dall'artigiano all'amministratore di uffici pubblici, è difficile pensare che i Normanni abbiano sistematicamente distrutto ogni traccia della cultura architettonica dei loro concittadini; e lo è ancora di più considerando il fatto che proprio dal periodo normanno ci sono pervenute numerose testimonianze dell'abilita artistica dei Musulmani.
E' in seguito, nel periodo in cui la Sicilia fece parte del regno cattolico della Spagna, regno che fondava il proprio prestigio nella vittoria sui Musulmani della penisola iberica, che è possibile ipotizzare un clima iconoclasta che imponeva la distruzione di tutto ciò che rappresenta l'Islam e la sua gloria, prime fra tutto le moschee. Se, quindi, vogliamo andare alla ricerca della Palermo araba, dobbiamo munirci di spirito di esploratore e raccogliere tante piccole tessere per poi unirle in un quadro complessivo.
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mercoledì 11 settembre 2024
martedì 14 febbraio 2023
#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi
Buongiorno, oggi è il 14 febbraio.
Il 14 febbraio del 1989, l’ayatollah Ruhollah Khomeini, il leader politico e religioso dell’Iran, annunciò alla radio la condanna a morte dello scrittore di origine indiana Salman Rushdie. La colpa di Rushdie, che in quel momento si trovava a Londra, era aver scritto I versi satanici (The Satanic Verses), un romanzo in cui – secondo Khomeini – Rushdie insultava la religione islamica e il suo profeta. Quella di Khomeini era una fatwa, cioè la sentenza emessa da un’autorità religiosa e teoricamente vincolante per tutti i musulmani. Ventinove anni dopo quella sentenza è ancora in vigore: fino ad oggi ha causato la morte del traduttore giapponese del libro, il ferimento del traduttore italiano e dell’editore norvegese, la distruzione di diverse librerie in tutto il mondo e continua a costringere Rushdie a vivere nascosto, sotto la protezione del governo britannico.
Nel mondo dell’editoria ci si aspettava che l’ultimo libro di uno dei più celebri scrittori in lingua inglese avrebbe portato a qualche controversia. Christopher Hitchens, lo scrittore e giornalista morto nel 2011 e amico di Rushdie, scrisse nella sua biografia, Hitch 22, che Rushdie aveva inviato una copia del manoscritto ad un amico con un biglietto che diceva più o meno: «Vorrei che ci dessi un’occhiata perché potrebbe turbare qualche credente».
Rushdie all’epoca aveva 42 anni ed era già uno scrittore molto affermato, arrivato al suo quarto romanzo. Quello che avrebbe “turbato” una parte del mondo islamico, nella previsione di Rushdie, era l’aneddoto che dava il nome al libro, la storia dei “versi satanici”. Si tratta di un racconto apocrifo e molto antico che riguarda la vita di Maometto e che Rushdie romanzò in un capitolo del suo libro. Nel racconto Maometto viene ingannato dal diavolo che gli suggerisce un passo del Corano.
In Occidente, almeno all’inizio, furono pochi i lettori che capirono a cosa Rushdie si stesse riferendo in quell’aneddoto. I nomi dei luoghi e dei personaggi infatti erano stati cambiati: Maometto era diventato Manhoud e la città della Mecca era stata cambiata in Jaihilia. Fuori dall’Europa e dagli Stati Uniti, invece, i riferimenti vennero colti molto in fretta. I versi satanici venne pubblicato il 5 ottobre del 1988. Nove giorni dopo il parlamento indiano – il paese dove Rushdie era nato – ne vietò l’importazione in tutto il paese.
Inizialmente la cosa non fece molto rumore, ma alla fine di novembre quasi tutti i paesi a maggioranza musulmana del mondo, insieme a Sudafrica e Thailandia, avevano vietato la vendita del libro. Alla fine di ottobre l’editore del libro, la Viking Penguin, aveva già ricevuto decine di migliaia di lettere di proteste, mentre Rushdie cominciò ad annullare i viaggi e a farsi accompagnare da alcune guardie del corpo. Ma le cose stavano peggiorando rapidamente.
Nel dicembre del 1989, nel Regno Unito, 7 mila musulmani si riunirono nella città di Bolton, nella zona di Manchester, per bruciare in piazza alcune copie del libro. A gennaio una folla ancora più grande organizzò un secondo rogo, mentre numerose associazioni musulmane chiesero al governo britannico di utilizzare una vecchia legge mai applicata, il Blasphemy Act, per bloccare la stampa e la vendita dei Versi satanici. In poco più di tre mesi la controversia era sulle prime pagine dei giornali di tutto il mondo.
Gli episodi più gravi, però, dovevano ancora avvenire. Il 12 febbraio, a Islamabad, in Pakistan, 10 mila persone si riunirono per protestare contro il libro di Rushdie. Durante la manifestazione un gruppo di loro cercò di assaltare il Centro culturale americano. La polizia sparò sulla folla; sei persone vennero uccise e almeno altre cento rimasero ferite. Il giorno dopo, il 13 febbraio, ci fu un altro morto e altre decine di feriti durante una manifestazione a Srinagar, in India. Il giorno successivo, il 14 febbraio, l’ayatollah Khomeini, malato e oramai vicino alla morte, si rivolse a tutti i musulmani del mondo con un messaggio alla radio di stato iraniana:
Informo tutti i buoni musulmani del mondo che l’autore dei Versi satanici, un testo scritto e pubblicato contro la religione islamica, contro il profeta dell’Islam e contro il Corano, insieme a tutti gli editori e coloro che hanno partecipato con consapevolezza alla sua pubblicazione, sono condannati a morte. Chiedo a tutti i coraggiosi musulmani, ovunque si trovino, di ucciderli immediatamente, cosicché nessuno osi mai più insultare la sacra fede dei musulmani. Chiunque sarà ucciso per questa causa sarà un martire per il volere di Allah.
Nel suo ultimo romanzo biografico, Joseph Anton, Rushdie racconta che venne a sapere della sua condanna a morte da un giornalista della BBC. Poco dopo venne contattato dal governo britannico ed entrò in un programma di protezione che cambiò per sempre la sua vita e che non è ancora terminato. Come ha scritto Hitchens, da quel giorno «Rushdie scomparve in una bolla nera di sicurezza totale». Per i primi mesi cambiò residenza ogni tre giorni, non poteva chiamare né incontrare i suoi amici, tranne in occasioni particolari. Dopo poco tempo questa situazione portò alla fine del suo matrimonio.
Da un certo punto di vista, Rushdie fu fortunato: il suo programma di protezione funzionò e non venne mai coinvolto in un attentato. Proteggere un solo uomo, però, era facile. Quello che era impossibile era garantire protezione a tutti “gli editori e a chiunque altro avesse partecipato alla pubblicazione del libro”. Furono loro che vennero colpiti più gravemente. Due anni dopo la fatwa, l’11 luglio 1991, Itoshi Sagurashi, che aveva lavorato alla traduzione del libro in giapponese, venne ucciso nel suo ufficio all’università di Tokyo. Una settimana prima, a Milano, il traduttore italiano Ettore Capriolo era stato accoltellato e picchiato da uno sconosciuto assalitore. Due anni dopo, l’11 ottobre 1993 l’editore norvegese del libro, William Nygaard, venne ferito con tre colpi di pistola fuori dalla sua casa ad Oslo. Anche se in nessuno dei tre casi sono stati individuati i responsabili, gli episodi sono universalmente considerati collegati con la fatwa che riguarda il libro.
Alla fine degli anni Ottanta Salman Rushdie, nato nel 1947 a Bombay ed emigrato da giovane nel Regno Unito, era già uno dei più celebri scrittori del mondo anglosassone. Il suo secondo romanzo, I figli della mezzanotte, aveva vinto nel 1981 uno dei più importanti premi della letteratura in lingua inglese, il Booker Prize, oltre ad aver venduto centinaia di migliaia di copie in tutto il mondo.
I versi satanici non è un romanzo semplice e in molti, tra cui lo stesso Rushdie, dubitano che la gran parte dei suoi critici lo abbiano mai letto – anche perché non è mai stato tradotto in arabo, urdu o farsi, le lingue dei principali paesi musulmani. Il libro è lungo più di 600 pagine, è pieno di riferimenti culturali e linguistici difficili da capire per chi non conosca bene la letteratura inglese, ma anche per coloro che non sono cresciuti o non conoscono molto bene l’India e l’Asia orientale.
Il romanzo, in sostanza, è una storia tipica della produzione di Rushdie, il racconto della vita di due emigrati indiani nell’Inghilterra contemporanea. I due protagonisti sono due attori indiani di origine musulmana; uno ha un grande successo a Bollywood, mentre l’altro ha rinunciato alle sue radici e lavora come doppiatore nel Regno Unito. All’inizio del romanzo i due protagonisti sopravvivono in modo soprannaturale a un attentato che distrugge l’aereo su cui stanno viaggiando.
Nel resto della storia, che prosegue in maniera sempre più onirica e magica, i due cominciano a trasformarsi. Il primo diviene simile a un angelo, mentre il secondo comincia a assomigliare ad un demone. Mentre all’inizio i ruoli di bene e male sembrano chiari, con l’avanzare del racconto la trasformazione angelica si rivela una sorta di schizofrenia, mentre l’altro personaggio, il demone, sembra riuscire a redimersi. Alla fine il doppiatore si riconcilia con le sue radici indiane, mentre la star di Bollywood, sempre più alienata dal suo passato, si suicida.
La parte più controversa del libro non occupa più di 70 pagine ed è la descrizione di un lungo sogno di uno dei protagonisti, la star di Bollywood. In questa scena onirica, Rushdie rielabora un episodio della tradizione islamica – l’episodio dei versi satanici, appunto. Si tratta di un racconto molto antico della tradizione islamica che però non è mai stato inserito nel “canone” ufficiale.
In modo simile ad alcuni passi dei vangeli apocrifi, dove è descritta l’infanzia di Gesù e i dispetti e le piccole cattiverie che commetteva, l’episodio dei versi satanici racconta un momento di debolezza di Maometto. Nella storia il profeta dell’Islam viene ingannato dal diavolo che lo spinge ad annunciare ai suoi concittadini che le tre figlie di Allah (cioè tre antiche divinità pagane del pantheon arabico) erano degne di essere venerate.
Nel libro, Rushdie aggiunge altri dettagli al racconto tradizionale. Quando Maometto rinsavisce, diversi personaggi del sogno (un suo ex seguace, un poeta ubriacone, alcune prostitute) si riuniscono in un bordello e, tra di loro, criticano il profeta, accusandolo di essere uno di loro, un uomo dissoluto, un ubriacone ed un imbroglione. Come forma di disprezzo, alcune prostitute assumono i nomi delle moglie del profeta.
I versi Satanici è stato il più grande successo della Viking Penguins. Nel maggio del 1989 aveva già venduto 750 mila copie, che negli anni successivi diventarono diversi milioni. Mentre le vendite aumentavano e il caso attirava un’attenzione crescente in tutto il mondo, aumentavano anche le minacce da parte dell’Iran. Diverse istituzioni religiose misero una taglia sulla testa di Rushdie, aumentandola poi diverse volte, e alcuni uomini d’affari iraniani arrivarono ad offrire personalmente ulteriori ricompense.
Movimenti terroristici legati all’Iran, come il gruppo libanese Hezbollah, risposero all’appello di Khomeini promettendo di farsi carico dell’assassinio. Nel maggio del 1989, ad esempio, alcuni cittadini britannici vennero presti in ostaggio in Libano: vennero liberati dopo alcuni mesi di trattative, ma i rapitori promisero che ci sarebbero state altre rappresaglie contro Rushdie e chi lo proteggeva. Nonostante la retorica fiammeggiante, nel corso degli anni, le autorità iraniane hanno più volte lasciato intendere la possibilità di perdonare Rushdie, anche se hanno sempre finito col rimangiarsela.
L’attuale guida suprema dell’Iran Alì Khamenei, all’epoca braccio destro di Khomeini, già il 17 febbraio del 1989 (pochi giorni dopo la fatwa) disse che in caso di scuse la condanna a morte avrebbe potuto essere ritirata. Rushdie si scusò due giorni dopo, ma non servì a nulla: il 19 febbraio Khomeini disse che non avrebbe mai potuto essere perdonato. Nonostante questo Rushdie provò diverse altre volte a scusarsi e nel 1990 arrivò a professare pubblicamente in un articolo la sua fede musulmana e a chiedere alla sua casa editrice di smettere di vendere il libro.
Non servì a molto nemmeno questo. Nel 1998 il governo iraniano dichiarò che non avrebbe mai appoggiato un tentativo di assassinio nei confronti di Rushdie, ma la fatwa non venne comunque ritirata. Nel 2005 Khamenei ripeté che la fatwa era ancora in vigore, poiché soltanto l’autore ha l’autorità per ritirare una fatwa che lui stesso ha emesso. Khomeini morì nel giugno del 1989, senza ritirare la sua sentenza.
A quasi trent'anni dalla sua condanna a morte, Rushdie e gli addetti alla sua sorveglianza ritengono che le minacce nei suoi confronti siano diventate molto meno pressanti. La sua vita è divenuta più facile, anche se è sottoposto ancora a molti controlli (nel marzo 2013 ha partecipato in Italia ad una puntata della trasmissione Che tempo che fa, dove è stato intervistato da Roberto Saviano). Nonostante le minacce di morte siano diventate meno pericolose, Rushdie racconta che tuttora, ogni anno, il 14 febbraio, riceve una “specie di cartolina di San Valentino” in cui il regime iraniano gli ricorda che ha ancora intenzione di ucciderlo, ma, dice Rushdie: «Siamo arrivati al punto in cui più che una minaccia reale, è uno sfoggio di retorica».
Davanti all’intransigenza iraniana, Rushdie ha ritirato le sue scuse e la sua professione di fede musulmana. Un giorno, racconta Hitchens, prese una raccolta di saggi in cui era contenuto il suo articolo del 1990, quello in cui dichiarava la sua fede religiosa e chiedeva ancora una volta scusa per il suo libro. Meticolosamente tirò una riga su ogni pagina, aggiungendo la sua firma per certificare il “ripudio” del suo pezzo. Sopra il titolo, “Perché ho abbracciato l’Islam”, aggiunse a penna: “No! Argh!”.
Il 14 febbraio del 1989, l’ayatollah Ruhollah Khomeini, il leader politico e religioso dell’Iran, annunciò alla radio la condanna a morte dello scrittore di origine indiana Salman Rushdie. La colpa di Rushdie, che in quel momento si trovava a Londra, era aver scritto I versi satanici (The Satanic Verses), un romanzo in cui – secondo Khomeini – Rushdie insultava la religione islamica e il suo profeta. Quella di Khomeini era una fatwa, cioè la sentenza emessa da un’autorità religiosa e teoricamente vincolante per tutti i musulmani. Ventinove anni dopo quella sentenza è ancora in vigore: fino ad oggi ha causato la morte del traduttore giapponese del libro, il ferimento del traduttore italiano e dell’editore norvegese, la distruzione di diverse librerie in tutto il mondo e continua a costringere Rushdie a vivere nascosto, sotto la protezione del governo britannico.
Nel mondo dell’editoria ci si aspettava che l’ultimo libro di uno dei più celebri scrittori in lingua inglese avrebbe portato a qualche controversia. Christopher Hitchens, lo scrittore e giornalista morto nel 2011 e amico di Rushdie, scrisse nella sua biografia, Hitch 22, che Rushdie aveva inviato una copia del manoscritto ad un amico con un biglietto che diceva più o meno: «Vorrei che ci dessi un’occhiata perché potrebbe turbare qualche credente».
Rushdie all’epoca aveva 42 anni ed era già uno scrittore molto affermato, arrivato al suo quarto romanzo. Quello che avrebbe “turbato” una parte del mondo islamico, nella previsione di Rushdie, era l’aneddoto che dava il nome al libro, la storia dei “versi satanici”. Si tratta di un racconto apocrifo e molto antico che riguarda la vita di Maometto e che Rushdie romanzò in un capitolo del suo libro. Nel racconto Maometto viene ingannato dal diavolo che gli suggerisce un passo del Corano.
In Occidente, almeno all’inizio, furono pochi i lettori che capirono a cosa Rushdie si stesse riferendo in quell’aneddoto. I nomi dei luoghi e dei personaggi infatti erano stati cambiati: Maometto era diventato Manhoud e la città della Mecca era stata cambiata in Jaihilia. Fuori dall’Europa e dagli Stati Uniti, invece, i riferimenti vennero colti molto in fretta. I versi satanici venne pubblicato il 5 ottobre del 1988. Nove giorni dopo il parlamento indiano – il paese dove Rushdie era nato – ne vietò l’importazione in tutto il paese.
Inizialmente la cosa non fece molto rumore, ma alla fine di novembre quasi tutti i paesi a maggioranza musulmana del mondo, insieme a Sudafrica e Thailandia, avevano vietato la vendita del libro. Alla fine di ottobre l’editore del libro, la Viking Penguin, aveva già ricevuto decine di migliaia di lettere di proteste, mentre Rushdie cominciò ad annullare i viaggi e a farsi accompagnare da alcune guardie del corpo. Ma le cose stavano peggiorando rapidamente.
Nel dicembre del 1989, nel Regno Unito, 7 mila musulmani si riunirono nella città di Bolton, nella zona di Manchester, per bruciare in piazza alcune copie del libro. A gennaio una folla ancora più grande organizzò un secondo rogo, mentre numerose associazioni musulmane chiesero al governo britannico di utilizzare una vecchia legge mai applicata, il Blasphemy Act, per bloccare la stampa e la vendita dei Versi satanici. In poco più di tre mesi la controversia era sulle prime pagine dei giornali di tutto il mondo.
Gli episodi più gravi, però, dovevano ancora avvenire. Il 12 febbraio, a Islamabad, in Pakistan, 10 mila persone si riunirono per protestare contro il libro di Rushdie. Durante la manifestazione un gruppo di loro cercò di assaltare il Centro culturale americano. La polizia sparò sulla folla; sei persone vennero uccise e almeno altre cento rimasero ferite. Il giorno dopo, il 13 febbraio, ci fu un altro morto e altre decine di feriti durante una manifestazione a Srinagar, in India. Il giorno successivo, il 14 febbraio, l’ayatollah Khomeini, malato e oramai vicino alla morte, si rivolse a tutti i musulmani del mondo con un messaggio alla radio di stato iraniana:
Informo tutti i buoni musulmani del mondo che l’autore dei Versi satanici, un testo scritto e pubblicato contro la religione islamica, contro il profeta dell’Islam e contro il Corano, insieme a tutti gli editori e coloro che hanno partecipato con consapevolezza alla sua pubblicazione, sono condannati a morte. Chiedo a tutti i coraggiosi musulmani, ovunque si trovino, di ucciderli immediatamente, cosicché nessuno osi mai più insultare la sacra fede dei musulmani. Chiunque sarà ucciso per questa causa sarà un martire per il volere di Allah.
Nel suo ultimo romanzo biografico, Joseph Anton, Rushdie racconta che venne a sapere della sua condanna a morte da un giornalista della BBC. Poco dopo venne contattato dal governo britannico ed entrò in un programma di protezione che cambiò per sempre la sua vita e che non è ancora terminato. Come ha scritto Hitchens, da quel giorno «Rushdie scomparve in una bolla nera di sicurezza totale». Per i primi mesi cambiò residenza ogni tre giorni, non poteva chiamare né incontrare i suoi amici, tranne in occasioni particolari. Dopo poco tempo questa situazione portò alla fine del suo matrimonio.
Da un certo punto di vista, Rushdie fu fortunato: il suo programma di protezione funzionò e non venne mai coinvolto in un attentato. Proteggere un solo uomo, però, era facile. Quello che era impossibile era garantire protezione a tutti “gli editori e a chiunque altro avesse partecipato alla pubblicazione del libro”. Furono loro che vennero colpiti più gravemente. Due anni dopo la fatwa, l’11 luglio 1991, Itoshi Sagurashi, che aveva lavorato alla traduzione del libro in giapponese, venne ucciso nel suo ufficio all’università di Tokyo. Una settimana prima, a Milano, il traduttore italiano Ettore Capriolo era stato accoltellato e picchiato da uno sconosciuto assalitore. Due anni dopo, l’11 ottobre 1993 l’editore norvegese del libro, William Nygaard, venne ferito con tre colpi di pistola fuori dalla sua casa ad Oslo. Anche se in nessuno dei tre casi sono stati individuati i responsabili, gli episodi sono universalmente considerati collegati con la fatwa che riguarda il libro.
Alla fine degli anni Ottanta Salman Rushdie, nato nel 1947 a Bombay ed emigrato da giovane nel Regno Unito, era già uno dei più celebri scrittori del mondo anglosassone. Il suo secondo romanzo, I figli della mezzanotte, aveva vinto nel 1981 uno dei più importanti premi della letteratura in lingua inglese, il Booker Prize, oltre ad aver venduto centinaia di migliaia di copie in tutto il mondo.
I versi satanici non è un romanzo semplice e in molti, tra cui lo stesso Rushdie, dubitano che la gran parte dei suoi critici lo abbiano mai letto – anche perché non è mai stato tradotto in arabo, urdu o farsi, le lingue dei principali paesi musulmani. Il libro è lungo più di 600 pagine, è pieno di riferimenti culturali e linguistici difficili da capire per chi non conosca bene la letteratura inglese, ma anche per coloro che non sono cresciuti o non conoscono molto bene l’India e l’Asia orientale.
Il romanzo, in sostanza, è una storia tipica della produzione di Rushdie, il racconto della vita di due emigrati indiani nell’Inghilterra contemporanea. I due protagonisti sono due attori indiani di origine musulmana; uno ha un grande successo a Bollywood, mentre l’altro ha rinunciato alle sue radici e lavora come doppiatore nel Regno Unito. All’inizio del romanzo i due protagonisti sopravvivono in modo soprannaturale a un attentato che distrugge l’aereo su cui stanno viaggiando.
Nel resto della storia, che prosegue in maniera sempre più onirica e magica, i due cominciano a trasformarsi. Il primo diviene simile a un angelo, mentre il secondo comincia a assomigliare ad un demone. Mentre all’inizio i ruoli di bene e male sembrano chiari, con l’avanzare del racconto la trasformazione angelica si rivela una sorta di schizofrenia, mentre l’altro personaggio, il demone, sembra riuscire a redimersi. Alla fine il doppiatore si riconcilia con le sue radici indiane, mentre la star di Bollywood, sempre più alienata dal suo passato, si suicida.
La parte più controversa del libro non occupa più di 70 pagine ed è la descrizione di un lungo sogno di uno dei protagonisti, la star di Bollywood. In questa scena onirica, Rushdie rielabora un episodio della tradizione islamica – l’episodio dei versi satanici, appunto. Si tratta di un racconto molto antico della tradizione islamica che però non è mai stato inserito nel “canone” ufficiale.
In modo simile ad alcuni passi dei vangeli apocrifi, dove è descritta l’infanzia di Gesù e i dispetti e le piccole cattiverie che commetteva, l’episodio dei versi satanici racconta un momento di debolezza di Maometto. Nella storia il profeta dell’Islam viene ingannato dal diavolo che lo spinge ad annunciare ai suoi concittadini che le tre figlie di Allah (cioè tre antiche divinità pagane del pantheon arabico) erano degne di essere venerate.
Nel libro, Rushdie aggiunge altri dettagli al racconto tradizionale. Quando Maometto rinsavisce, diversi personaggi del sogno (un suo ex seguace, un poeta ubriacone, alcune prostitute) si riuniscono in un bordello e, tra di loro, criticano il profeta, accusandolo di essere uno di loro, un uomo dissoluto, un ubriacone ed un imbroglione. Come forma di disprezzo, alcune prostitute assumono i nomi delle moglie del profeta.
I versi Satanici è stato il più grande successo della Viking Penguins. Nel maggio del 1989 aveva già venduto 750 mila copie, che negli anni successivi diventarono diversi milioni. Mentre le vendite aumentavano e il caso attirava un’attenzione crescente in tutto il mondo, aumentavano anche le minacce da parte dell’Iran. Diverse istituzioni religiose misero una taglia sulla testa di Rushdie, aumentandola poi diverse volte, e alcuni uomini d’affari iraniani arrivarono ad offrire personalmente ulteriori ricompense.
Movimenti terroristici legati all’Iran, come il gruppo libanese Hezbollah, risposero all’appello di Khomeini promettendo di farsi carico dell’assassinio. Nel maggio del 1989, ad esempio, alcuni cittadini britannici vennero presti in ostaggio in Libano: vennero liberati dopo alcuni mesi di trattative, ma i rapitori promisero che ci sarebbero state altre rappresaglie contro Rushdie e chi lo proteggeva. Nonostante la retorica fiammeggiante, nel corso degli anni, le autorità iraniane hanno più volte lasciato intendere la possibilità di perdonare Rushdie, anche se hanno sempre finito col rimangiarsela.
L’attuale guida suprema dell’Iran Alì Khamenei, all’epoca braccio destro di Khomeini, già il 17 febbraio del 1989 (pochi giorni dopo la fatwa) disse che in caso di scuse la condanna a morte avrebbe potuto essere ritirata. Rushdie si scusò due giorni dopo, ma non servì a nulla: il 19 febbraio Khomeini disse che non avrebbe mai potuto essere perdonato. Nonostante questo Rushdie provò diverse altre volte a scusarsi e nel 1990 arrivò a professare pubblicamente in un articolo la sua fede musulmana e a chiedere alla sua casa editrice di smettere di vendere il libro.
Non servì a molto nemmeno questo. Nel 1998 il governo iraniano dichiarò che non avrebbe mai appoggiato un tentativo di assassinio nei confronti di Rushdie, ma la fatwa non venne comunque ritirata. Nel 2005 Khamenei ripeté che la fatwa era ancora in vigore, poiché soltanto l’autore ha l’autorità per ritirare una fatwa che lui stesso ha emesso. Khomeini morì nel giugno del 1989, senza ritirare la sua sentenza.
A quasi trent'anni dalla sua condanna a morte, Rushdie e gli addetti alla sua sorveglianza ritengono che le minacce nei suoi confronti siano diventate molto meno pressanti. La sua vita è divenuta più facile, anche se è sottoposto ancora a molti controlli (nel marzo 2013 ha partecipato in Italia ad una puntata della trasmissione Che tempo che fa, dove è stato intervistato da Roberto Saviano). Nonostante le minacce di morte siano diventate meno pericolose, Rushdie racconta che tuttora, ogni anno, il 14 febbraio, riceve una “specie di cartolina di San Valentino” in cui il regime iraniano gli ricorda che ha ancora intenzione di ucciderlo, ma, dice Rushdie: «Siamo arrivati al punto in cui più che una minaccia reale, è uno sfoggio di retorica».
Davanti all’intransigenza iraniana, Rushdie ha ritirato le sue scuse e la sua professione di fede musulmana. Un giorno, racconta Hitchens, prese una raccolta di saggi in cui era contenuto il suo articolo del 1990, quello in cui dichiarava la sua fede religiosa e chiedeva ancora una volta scusa per il suo libro. Meticolosamente tirò una riga su ogni pagina, aggiungendo la sua firma per certificare il “ripudio” del suo pezzo. Sopra il titolo, “Perché ho abbracciato l’Islam”, aggiunse a penna: “No! Argh!”.
giovedì 3 novembre 2022
#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi
Buongiorno, oggi è il 3 novembre.
Il 3 novembre del 644 d.C. il califfo Omar, secondo discendente di Maometto, viene assassinato da uno schiavo in una moschea.
Abu Bakr, successore di Maometto, guidò l'Islam per soli due anni, morendo nel 634.
Nel frattempo era però riuscito a domare i dissidi interni e a permettere le prime conquiste arabe esterne alla penisola.
Gli succedette Omar, anch’egli suocero di Maometto, califfo fino al 644. Omar apparteneva al nucleo dei Quarayshiti della Mecca e alla morte di Abu Bakr fu riconosciuto senza discussione da tutti i musulmani diventando il principale artefice dell’espansione araba in Siria, Egitto, Cirenaica, Tripolitania, Palestina e con la battaglia di Nehavend (642) sconfiggendo definitivamente l'impero sassanide. Cercò di amministrare con saggezza i territori conquistati e di impedire ogni separatismo. Creò un consistente tesoro di stato con i bottini delle campagne militari, il cosiddetto "quinto" voluto da Maometto per far fronte alle spese militari, ai premi e alle paghe dei soldati. L'amministrazione del tesoro determinò le invidie nella famiglia dei Omayyadi, facente parte della potente aristocrazia meccana, principale antagonista alla Mecca del Profeta all'inizio dell'Islam, ma che dopo il suo successo politico gli si era alleata e, trasferita a Medina, cercava di contendere la supremazia al rozzo ceto medinese creato da Maometto nella nuova prosperosa città e che era salito al potere. Iran, Siria, e Mesopotamia furono conquistate da Omar che intraprese anche operazioni contro persiani e bizantini. Alla guida dell’esercito soprannominato "la spada di Allah", Khalid, da settentrione, iniziò con l’Iraq la serie delle conquiste. Attraversato il deserto siriano, piombò 18 giorni dopo alle spalle dell'esercito bizantino presso Damasco, da dove si ricongiunse alle forze provenienti da sud. Assunto così il comando supremo, con una serie di sistematiche campagne attaccò il territorio siro-palestinese ottenendo un grande successo a ovest di Gerusalemme. Un’altra parte dell’esercito, guidata da Yazid, sconfisse a Cesarea le truppe del governatore bizantino Sergio. Omar morì nel 644 assassinato da uno schiavo persiano. Lasciò l’incarico di nominare il successore a un consiglio di sei anziani.
Scelsero Othman, fiduciosi di esercitare il potere attraverso un uomo debole e malleabile. Previsione sbagliata, perché tale non era invece la famiglia, quegli Omayyadi che presto videro molti dei propri uomini alla guida dei ministeri più importanti. Othman, sotto il cui califfato gli arabi occuparono l'Egitto e verso occidente la Pentapoli di Cirenaica (Teuchira, Berenice, Apollonia, Cirene, Tolemaide), arrivando fino a Tripoli, pose le basi di una dinastia e le premesse della divisione della comunità musulmana, tradendone l’ispirazione egualitaria e gestendo avidamente i grandi bottini dei territori conquistati: le paghe dei soldati presero percorsi privilegiati, lasciando scontenti gli inviati nelle lontane province. Un gruppo di questi piombò dall'Egitto a Medina il 17 giugno 655 per assassinarlo.
Gli succedette Alì, genero di Maometto e marito di sua figlia Fatima, fino al 661, anch’egli assassinato, stavolta per mano di un estremista della setta dei Kharigiti che lo accusavano di avere snaturato gli insegnamenti del Corano. Con Alì il potere tornò nelle mani della famiglia dei Quarayshiti, ma ciò non impedì che la lotta con gli Omayyadi si inasprisse, tanto da determinare la radicalizzazione tra le due correnti dell’Islam: sciiti, seguaci di Alì, e sunniti ortodossi. Di lì a breve comparirono altre sette come gli Abbasidi (da Abbas) nel 750, gli Hanafiti (da Hanifa) nel 755, gli ultra ortodossi Hambaliti (da Hambal) nell’855. E furono proprio i discendenti di Abbas, zio di Maometto, a dare vita nel 749, eliminato l'ultimo discendente degli Omayyadi, alla dinastia abbaside con Baghdad al centro del loro splendido impero, assorbito, dopo la decadenza, dai Turchi (1258), poi travolto dai Mongoli (1401). In realtà il califfato di Alì rimase sempre in discussione, una volta falliti tutti i tentativi di risolvere, prima con l'arbitrato a Adruh, e poi con le due battaglie del Cammello e del Corano la successione fra Alì e Mu-Hawiya. Alì, pur vincendo gli avversari in queste battaglie, aveva abbandonato la capitale Medina e si era spostato in Iraq ad Al-Kufa. Nel frattempo Mu-Hawiya, forte del proprio esercito in Siria e contando sull'appoggio dell'Egitto caduto in mano del suo generale Amr, nel luglio dell’anno prima a Gerusalemme si era fatto proclamare Califfo. Alì si ritrovava con solo metà dell’impero, avendo contro la vedova di Maometto, A-isha, e perfino suo figlio Asar che si era fatto convincere da Mu-Hawiya a accettare un indennizzo per rinunciare alla difficile successione. Alla morte di Alì fu proclamato califfo Mu-Hawiya che spostò definitivamente la capitale a Damasco in Siria.
I problemi inizieranno dopo la sua morte, il 18 aprile 680, quando le ex regioni persiane attrassero ancora di più a oriente il cuore dell'islam, creando dopo alcuni decenni (nel 750) la potente dinastia degli Abbasidi che, inizialmente aiutati dagli Alidi, governeranno l'Islam dalla nuova capitale Baghad fino alla fine dell'impero arabo (1258). L'epoca degli Abbasidi segnò l'affermarsi ai vertici della società islamica dell'elemento iranico sul piano culturale e di quello turco a livello militare, mentre il predominio arabo andò gradualmente attenuandosi fino quasi a estinguersi quando si spense l'ultimo di quella dinastia degli Abbasidi che aveva dato 37 califfi all'Islam. I mongoli rappresentarono il suo definitivo colpo di grazia.
Il 3 novembre del 644 d.C. il califfo Omar, secondo discendente di Maometto, viene assassinato da uno schiavo in una moschea.
Abu Bakr, successore di Maometto, guidò l'Islam per soli due anni, morendo nel 634.
Nel frattempo era però riuscito a domare i dissidi interni e a permettere le prime conquiste arabe esterne alla penisola.
Gli succedette Omar, anch’egli suocero di Maometto, califfo fino al 644. Omar apparteneva al nucleo dei Quarayshiti della Mecca e alla morte di Abu Bakr fu riconosciuto senza discussione da tutti i musulmani diventando il principale artefice dell’espansione araba in Siria, Egitto, Cirenaica, Tripolitania, Palestina e con la battaglia di Nehavend (642) sconfiggendo definitivamente l'impero sassanide. Cercò di amministrare con saggezza i territori conquistati e di impedire ogni separatismo. Creò un consistente tesoro di stato con i bottini delle campagne militari, il cosiddetto "quinto" voluto da Maometto per far fronte alle spese militari, ai premi e alle paghe dei soldati. L'amministrazione del tesoro determinò le invidie nella famiglia dei Omayyadi, facente parte della potente aristocrazia meccana, principale antagonista alla Mecca del Profeta all'inizio dell'Islam, ma che dopo il suo successo politico gli si era alleata e, trasferita a Medina, cercava di contendere la supremazia al rozzo ceto medinese creato da Maometto nella nuova prosperosa città e che era salito al potere. Iran, Siria, e Mesopotamia furono conquistate da Omar che intraprese anche operazioni contro persiani e bizantini. Alla guida dell’esercito soprannominato "la spada di Allah", Khalid, da settentrione, iniziò con l’Iraq la serie delle conquiste. Attraversato il deserto siriano, piombò 18 giorni dopo alle spalle dell'esercito bizantino presso Damasco, da dove si ricongiunse alle forze provenienti da sud. Assunto così il comando supremo, con una serie di sistematiche campagne attaccò il territorio siro-palestinese ottenendo un grande successo a ovest di Gerusalemme. Un’altra parte dell’esercito, guidata da Yazid, sconfisse a Cesarea le truppe del governatore bizantino Sergio. Omar morì nel 644 assassinato da uno schiavo persiano. Lasciò l’incarico di nominare il successore a un consiglio di sei anziani.
Scelsero Othman, fiduciosi di esercitare il potere attraverso un uomo debole e malleabile. Previsione sbagliata, perché tale non era invece la famiglia, quegli Omayyadi che presto videro molti dei propri uomini alla guida dei ministeri più importanti. Othman, sotto il cui califfato gli arabi occuparono l'Egitto e verso occidente la Pentapoli di Cirenaica (Teuchira, Berenice, Apollonia, Cirene, Tolemaide), arrivando fino a Tripoli, pose le basi di una dinastia e le premesse della divisione della comunità musulmana, tradendone l’ispirazione egualitaria e gestendo avidamente i grandi bottini dei territori conquistati: le paghe dei soldati presero percorsi privilegiati, lasciando scontenti gli inviati nelle lontane province. Un gruppo di questi piombò dall'Egitto a Medina il 17 giugno 655 per assassinarlo.
Gli succedette Alì, genero di Maometto e marito di sua figlia Fatima, fino al 661, anch’egli assassinato, stavolta per mano di un estremista della setta dei Kharigiti che lo accusavano di avere snaturato gli insegnamenti del Corano. Con Alì il potere tornò nelle mani della famiglia dei Quarayshiti, ma ciò non impedì che la lotta con gli Omayyadi si inasprisse, tanto da determinare la radicalizzazione tra le due correnti dell’Islam: sciiti, seguaci di Alì, e sunniti ortodossi. Di lì a breve comparirono altre sette come gli Abbasidi (da Abbas) nel 750, gli Hanafiti (da Hanifa) nel 755, gli ultra ortodossi Hambaliti (da Hambal) nell’855. E furono proprio i discendenti di Abbas, zio di Maometto, a dare vita nel 749, eliminato l'ultimo discendente degli Omayyadi, alla dinastia abbaside con Baghdad al centro del loro splendido impero, assorbito, dopo la decadenza, dai Turchi (1258), poi travolto dai Mongoli (1401). In realtà il califfato di Alì rimase sempre in discussione, una volta falliti tutti i tentativi di risolvere, prima con l'arbitrato a Adruh, e poi con le due battaglie del Cammello e del Corano la successione fra Alì e Mu-Hawiya. Alì, pur vincendo gli avversari in queste battaglie, aveva abbandonato la capitale Medina e si era spostato in Iraq ad Al-Kufa. Nel frattempo Mu-Hawiya, forte del proprio esercito in Siria e contando sull'appoggio dell'Egitto caduto in mano del suo generale Amr, nel luglio dell’anno prima a Gerusalemme si era fatto proclamare Califfo. Alì si ritrovava con solo metà dell’impero, avendo contro la vedova di Maometto, A-isha, e perfino suo figlio Asar che si era fatto convincere da Mu-Hawiya a accettare un indennizzo per rinunciare alla difficile successione. Alla morte di Alì fu proclamato califfo Mu-Hawiya che spostò definitivamente la capitale a Damasco in Siria.
I problemi inizieranno dopo la sua morte, il 18 aprile 680, quando le ex regioni persiane attrassero ancora di più a oriente il cuore dell'islam, creando dopo alcuni decenni (nel 750) la potente dinastia degli Abbasidi che, inizialmente aiutati dagli Alidi, governeranno l'Islam dalla nuova capitale Baghad fino alla fine dell'impero arabo (1258). L'epoca degli Abbasidi segnò l'affermarsi ai vertici della società islamica dell'elemento iranico sul piano culturale e di quello turco a livello militare, mentre il predominio arabo andò gradualmente attenuandosi fino quasi a estinguersi quando si spense l'ultimo di quella dinastia degli Abbasidi che aveva dato 37 califfi all'Islam. I mongoli rappresentarono il suo definitivo colpo di grazia.
giovedì 7 luglio 2022
#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi
Buongiorno, oggi è il 7 luglio.
Il 7 luglio 1980 in Iran, dopo aver cacciato lo Scià e instaurato il governo dell'Ayatollah Khomeini, viene istituita la Shari`ah.
La Shari`ah, è la legge divina: accettandola si diventa Musulmani. Soltanto colui che accetta le ingiunzioni della Shari`ah come vincolanti è Musulmano, anche se non fosse capace di realizzare nella sua vita tutto ciò che insegna o di seguire tutti i suoi ordini. La Shari`ah è il modello ideale per la vita dell’individuo e la Legge che unisce le genti musulmane in un’unica comunità. Essa è la materializzazione della volontà divina in termini di insegnamento specifico. Accettare questo insegnamento ed essergli fedele garantisce all’uomo una vita armoniosa in questo mondo e la felicità nell’altro.
La parola Shari`ah è essa stessa etimologicamente derivata da una radice che ha il significato di strada, la strada che conduce a Dio. Assume grande rilevanza simbolica il fatto che sia la divina legge sia la via spirituale, Tariqah (quest’ultima, dimensione esoterica dell’Islam), siano fondate sul simbolismo della strada oppure del viaggio. Tutta la vita è un passaggio, un viaggio attraverso questo mondo transitorio per giungere alla divina presenza.
La Shari`ah, è legge divina nel senso che impersona la volontà divina alla quale l’uomo deve attenersi, sia nella sua vita personale sia in quella sociale.
Nell’Islam, la manifestazione della volontà divina non consiste soltanto in un insieme di insegnamenti generici, bensì in un complesso di insegnamenti concreti. Non soltanto si ingiunge all’uomo di essere caritatevole, umile e giusto, ma gli si insegna anche come esserlo in tutte le diverse evenienze della vita. La Shari`ah, contiene i comandamenti della volontà divina applicati a ogni circostanza dell’esistenza. Essa è la legge secondo la quale Dio vuole che vivano i Musulmani. Quindi essa è una guida che abbraccia ogni aspetto particolare della vita e dell’agire umani. Accettando di vivere secondo la Shari`ah, l’uomo pone la propria esistenza nelle mani di Dio. Quindi la Shari`ah, che non trascura nessun aspetto dell’attività umana, santifica tutta la vita e attribuisce significato religioso anche a quella che potrebbe sembrare la più profana delle attività.
L’incomprensione del vero senso della Shari`ah da parte del mondo occidentale è da addebitarsi alla sua natura concreta e onnicomprensiva. Un ebreo che creda nella legge talmudica può capire che cosa voglia dire avere una legge divina, mentre viceversa la maggior parte dei cristiani, e quindi i laici di estrazione cristiana, assimilano con difficoltà tale concezione, proprio perché nel cristianesimo non vi è netta distinzione fra la legge e la via. Nel cristianesimo la volontà divina è espressa in termini di insegnamento universale, come per esempio quello che induce alla carità, ma non in regole concrete.
La diversità fra la concezione della legge divina nell’Islam e nel cristianesimo è già chiara nel modo in cui la parola canone (qanun) è usata nelle due tradizioni; in ambedue le tradizioni la parola è stata mutuata dalla Grecia. Nell’Islam il termine è venuto a connotare la legge fatta dall’uomo, in contrasto con la Shari`ah, legge rivelata da Dio. In Occidente si dà un significato opposto a questo vocabolo, nel senso che la legge canonica indica l’insieme delle norme che governano l’organizzazione ecclesiastica, e gli si attribuisce una netta sfumatura religiosa.
Il punto di vista cristiano sulla legge che governa socialmente e politicamente l’uomo è espresso dal celebre detto [attribuito a] Cristo:
“Date a Cesare quel che è di Cesare”. Questa frase riveste in verità due significati, uno solo dei quali è generalmente preso in considerazione. Essa viene comunemente interpretata come un invito a lasciare alle autorità secolari, di cui Cesare è il modello più cospicuo, tutte le faccende mondane o attinenti alle norme politiche e sociali. Ma oltre a questo, quella frase vuoi dire che, essendo il cristianesimo una via meramente spirituale, esso non possedeva di per sé una legislazione divina delle cose terrene, motivo per cui doveva far sua la legge romana per divenire religione di una civiltà.
La legge di Cesare, o legge romana, fu assorbita provvidenzialmente nella visione cristiana dei mondo, una volta che questa religione prevalse in Occidente, ed è a questo fatto che allude il detto del Cristo. Tuttavia la dicotomia rimane sempre. Nella civiltà cristiana la legge che governa la società umana non ebbe la stessa divina sanzione ricevuta degli insegnamenti del Cristo. E infatti tale mancanza di legislazione divina per le cose mondane, nel cristianesimo, ebbe una parte di non poco conto nella secolarizzazione che si verificò in Occidente durante il Rinascimento. Essa è anche la causa più importante della mancanza di comprensione del significato della Shari`ah, da parte degli occidentali e di tanti musulmani moderni ormai occidentalizzati.
Rispetto alla legge divina, quindi, le posizioni dell’Islam e del cristianesimo sono completamente diverse. L’Islam non ha mai dato a Cesare quel che era di Cesare. Piuttosto, esso ha tentato di integrare quello che era il dominio di Cesare, cioè la vita politica, sociale ed economica, in una concezione religiosa comprendente il mondo in tutte le sue sfaccettature. Nell’Islam la legge è un aspetto integrante della rivelazione e non un elemento estraneo.
Nell’Occidente cristiano è successo così che la legge sia stata, fin dall’inizio, una norma umana da stabilire e da rivedere secondo la necessità e le condizioni del momento. L’atteggiamento occidentale verso la legge è totalmente determinato dal carattere del cristianesimo quale via spirituale che non apportava una sua propria legge rivelata.
La concezione universale della legge nell’ebraismo e nell’Islam, è all’opposto di quella occidentale generalmente prevalente. Si tratta di una concezione eminentemente religiosa, seconda la quale la legge è qualcosa che appartiene integralmente alla religione. Infatti la religione per un musulmano è essenzialmente la legge divina, che comprende non soltanto principi morali universali, ma anche norme particolari su come l’uomo deve amministrare la propria esistenze e agire nei riguardi del prossimo e di Dio; su come l’uomo deve mangiare, generare, dormire; su come deve vendere e comprare sulla bilancia del mercato; su come deve pregare e compiere altri atti di culto. Tale legge include ogni aspetto della vita umana, comprendendo nei suoi dogmi anche il modo in cui un Musulmano deve vivere la sua vita in armonia con la volontà divina. Essa guida l’uomo verso la comprensione della volontà divina indicandogli quali azioni e quali oggetti dal punto di vista religioso sono obbligatori (wajib), quali sono meritori o raccommandabili (mandub), quali sono proibiti (haram), quali reprensibili (makruh), e quali indifferenti (mubah).
Attraverso queste valutazione l’uomo perviene a conoscere il valore di tutte le azioni umane dal punto di vista del divino, sicché egli può scegliere tra il “sentiero angusto” e quello che lo guida fuori strada. La Shari`ah gli fa conoscere ciò che è giusto e ciò che è ingiusto. Con il libero arbitrio l’uomo deve scegliere quale strada seguire. Una simile legge è l’archetipo della vita umana ideale, è una legge trascendente che viene applicata alla società umana ma che non è mai pienamente realizzata, a cagione delle imperfezioni inerenti a tutto ciò che è umano. La Shari`ah corrisponde a una realtà che trascende il tempo e la storia. Per meglio dire, ogni generazione della società musulmana dovrebbe cercare di adeguarsi ai suoi insegnamenti, applicandoli in modo nuovo alla situazione contingente del suo tempo. Il processo creativo che è compito di ogni generazione non ha lo scopo di rifare la legge, bensì di riformare gli uomini e la società umana per adattarli alla legge. Secondo il modo di vedere islamico, la religione non dovrebbe essere riformata per essere adeguata alla natura degli uomini sempre mutevole e imperfetta, ma gli uomini dovrebbero riformarsi in modo da vivere in conformità ai dettami della rivelazione. Secondo quanto corrisponde alla realtà vera delle cose, è l’umano che deve adeguarsi al divino, e non viceversa.
Il 7 luglio 1980 in Iran, dopo aver cacciato lo Scià e instaurato il governo dell'Ayatollah Khomeini, viene istituita la Shari`ah.
La Shari`ah, è la legge divina: accettandola si diventa Musulmani. Soltanto colui che accetta le ingiunzioni della Shari`ah come vincolanti è Musulmano, anche se non fosse capace di realizzare nella sua vita tutto ciò che insegna o di seguire tutti i suoi ordini. La Shari`ah è il modello ideale per la vita dell’individuo e la Legge che unisce le genti musulmane in un’unica comunità. Essa è la materializzazione della volontà divina in termini di insegnamento specifico. Accettare questo insegnamento ed essergli fedele garantisce all’uomo una vita armoniosa in questo mondo e la felicità nell’altro.
La parola Shari`ah è essa stessa etimologicamente derivata da una radice che ha il significato di strada, la strada che conduce a Dio. Assume grande rilevanza simbolica il fatto che sia la divina legge sia la via spirituale, Tariqah (quest’ultima, dimensione esoterica dell’Islam), siano fondate sul simbolismo della strada oppure del viaggio. Tutta la vita è un passaggio, un viaggio attraverso questo mondo transitorio per giungere alla divina presenza.
La Shari`ah, è legge divina nel senso che impersona la volontà divina alla quale l’uomo deve attenersi, sia nella sua vita personale sia in quella sociale.
Nell’Islam, la manifestazione della volontà divina non consiste soltanto in un insieme di insegnamenti generici, bensì in un complesso di insegnamenti concreti. Non soltanto si ingiunge all’uomo di essere caritatevole, umile e giusto, ma gli si insegna anche come esserlo in tutte le diverse evenienze della vita. La Shari`ah, contiene i comandamenti della volontà divina applicati a ogni circostanza dell’esistenza. Essa è la legge secondo la quale Dio vuole che vivano i Musulmani. Quindi essa è una guida che abbraccia ogni aspetto particolare della vita e dell’agire umani. Accettando di vivere secondo la Shari`ah, l’uomo pone la propria esistenza nelle mani di Dio. Quindi la Shari`ah, che non trascura nessun aspetto dell’attività umana, santifica tutta la vita e attribuisce significato religioso anche a quella che potrebbe sembrare la più profana delle attività.
L’incomprensione del vero senso della Shari`ah da parte del mondo occidentale è da addebitarsi alla sua natura concreta e onnicomprensiva. Un ebreo che creda nella legge talmudica può capire che cosa voglia dire avere una legge divina, mentre viceversa la maggior parte dei cristiani, e quindi i laici di estrazione cristiana, assimilano con difficoltà tale concezione, proprio perché nel cristianesimo non vi è netta distinzione fra la legge e la via. Nel cristianesimo la volontà divina è espressa in termini di insegnamento universale, come per esempio quello che induce alla carità, ma non in regole concrete.
La diversità fra la concezione della legge divina nell’Islam e nel cristianesimo è già chiara nel modo in cui la parola canone (qanun) è usata nelle due tradizioni; in ambedue le tradizioni la parola è stata mutuata dalla Grecia. Nell’Islam il termine è venuto a connotare la legge fatta dall’uomo, in contrasto con la Shari`ah, legge rivelata da Dio. In Occidente si dà un significato opposto a questo vocabolo, nel senso che la legge canonica indica l’insieme delle norme che governano l’organizzazione ecclesiastica, e gli si attribuisce una netta sfumatura religiosa.
Il punto di vista cristiano sulla legge che governa socialmente e politicamente l’uomo è espresso dal celebre detto [attribuito a] Cristo:
“Date a Cesare quel che è di Cesare”. Questa frase riveste in verità due significati, uno solo dei quali è generalmente preso in considerazione. Essa viene comunemente interpretata come un invito a lasciare alle autorità secolari, di cui Cesare è il modello più cospicuo, tutte le faccende mondane o attinenti alle norme politiche e sociali. Ma oltre a questo, quella frase vuoi dire che, essendo il cristianesimo una via meramente spirituale, esso non possedeva di per sé una legislazione divina delle cose terrene, motivo per cui doveva far sua la legge romana per divenire religione di una civiltà.
La legge di Cesare, o legge romana, fu assorbita provvidenzialmente nella visione cristiana dei mondo, una volta che questa religione prevalse in Occidente, ed è a questo fatto che allude il detto del Cristo. Tuttavia la dicotomia rimane sempre. Nella civiltà cristiana la legge che governa la società umana non ebbe la stessa divina sanzione ricevuta degli insegnamenti del Cristo. E infatti tale mancanza di legislazione divina per le cose mondane, nel cristianesimo, ebbe una parte di non poco conto nella secolarizzazione che si verificò in Occidente durante il Rinascimento. Essa è anche la causa più importante della mancanza di comprensione del significato della Shari`ah, da parte degli occidentali e di tanti musulmani moderni ormai occidentalizzati.
Rispetto alla legge divina, quindi, le posizioni dell’Islam e del cristianesimo sono completamente diverse. L’Islam non ha mai dato a Cesare quel che era di Cesare. Piuttosto, esso ha tentato di integrare quello che era il dominio di Cesare, cioè la vita politica, sociale ed economica, in una concezione religiosa comprendente il mondo in tutte le sue sfaccettature. Nell’Islam la legge è un aspetto integrante della rivelazione e non un elemento estraneo.
Nell’Occidente cristiano è successo così che la legge sia stata, fin dall’inizio, una norma umana da stabilire e da rivedere secondo la necessità e le condizioni del momento. L’atteggiamento occidentale verso la legge è totalmente determinato dal carattere del cristianesimo quale via spirituale che non apportava una sua propria legge rivelata.
La concezione universale della legge nell’ebraismo e nell’Islam, è all’opposto di quella occidentale generalmente prevalente. Si tratta di una concezione eminentemente religiosa, seconda la quale la legge è qualcosa che appartiene integralmente alla religione. Infatti la religione per un musulmano è essenzialmente la legge divina, che comprende non soltanto principi morali universali, ma anche norme particolari su come l’uomo deve amministrare la propria esistenze e agire nei riguardi del prossimo e di Dio; su come l’uomo deve mangiare, generare, dormire; su come deve vendere e comprare sulla bilancia del mercato; su come deve pregare e compiere altri atti di culto. Tale legge include ogni aspetto della vita umana, comprendendo nei suoi dogmi anche il modo in cui un Musulmano deve vivere la sua vita in armonia con la volontà divina. Essa guida l’uomo verso la comprensione della volontà divina indicandogli quali azioni e quali oggetti dal punto di vista religioso sono obbligatori (wajib), quali sono meritori o raccommandabili (mandub), quali sono proibiti (haram), quali reprensibili (makruh), e quali indifferenti (mubah).
Attraverso queste valutazione l’uomo perviene a conoscere il valore di tutte le azioni umane dal punto di vista del divino, sicché egli può scegliere tra il “sentiero angusto” e quello che lo guida fuori strada. La Shari`ah gli fa conoscere ciò che è giusto e ciò che è ingiusto. Con il libero arbitrio l’uomo deve scegliere quale strada seguire. Una simile legge è l’archetipo della vita umana ideale, è una legge trascendente che viene applicata alla società umana ma che non è mai pienamente realizzata, a cagione delle imperfezioni inerenti a tutto ciò che è umano. La Shari`ah corrisponde a una realtà che trascende il tempo e la storia. Per meglio dire, ogni generazione della società musulmana dovrebbe cercare di adeguarsi ai suoi insegnamenti, applicandoli in modo nuovo alla situazione contingente del suo tempo. Il processo creativo che è compito di ogni generazione non ha lo scopo di rifare la legge, bensì di riformare gli uomini e la società umana per adattarli alla legge. Secondo il modo di vedere islamico, la religione non dovrebbe essere riformata per essere adeguata alla natura degli uomini sempre mutevole e imperfetta, ma gli uomini dovrebbero riformarsi in modo da vivere in conformità ai dettami della rivelazione. Secondo quanto corrisponde alla realtà vera delle cose, è l’umano che deve adeguarsi al divino, e non viceversa.
venerdì 24 settembre 2021
#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi
Buongiorno, oggi è il 24 settembre.
Secondo la tradizione islamica, il 24 settembre 622 d.C. il profeta Maometto completa la sua "egira", cioè il trasferimento dalla Mecca a Medina (Madinat Al-Nabi), sancendo di fatto la nascita del primo nucleo di uno stato islamico.
Per questo motivo il 622 viene considerato come l'anno 1 secondo il calendario musulmano.
Maometto (Muhammad, "il lodato") nacque alla Mecca intorno al 570 e morì a Medina nel 632. Fu profeta e fondatore della religione musulmana. Appartenente a una famiglia dei Banu Hashim, ramo minore della potente tribù dei qoreishiti, nacque orfano del padre Abd Allah e a soli sei anni perse anche la madre Amina. Allevato dal nonno Abd al-Muttalib e poi dallo zio Abu Talib, fu al servizio di questi e come cammelliere poté visitare la Siria e la Palestina. Visse una giovinezza di stenti da cui lo tolse il matrimonio con la ricca vedova quarantenne Khadigia con cui convisse felicemente avendone tre figli maschi, tutti morti in tenera età, e quattro figlie, tra le quali Fatima avrebbe poi svolto un ruolo importante nelle vicende islamiche.
L'inizio dell'attività profetica di Maometto viene collocato nella cosiddetta "notte del destino", alla fine del mese di ramadan del 610, allorché gli apparve l'arcangelo Gabriele comunicandogli il primo messaggio divino. Tale evento coronò presumibilmente un lungo e profondo travaglio interiore precedente, di cui niente sappiamo ma che lo aveva già portato a scostarsi dal rudimentale politeismo dei suoi concittadini per un suo peculiare monoteismo permeato di elementi giudaici e cristiani. Egli credette quindi di ricevere direttamente da Dio (Allah) i canoni della rivelazione, costituenti nel loro complesso il Corano, che dapprima fu da lui considerato il corrispondente arabo di quanto già stabilito dalle Sacre scritture giudaiche e cristiane. La sua prima predicazione, preannunciante la fine dei tempi e esortante alla penitenza, ebbe un certo successo tra gli strati più umili della società meccana, ma fu invece osteggiata dalla ricca classe mercantile che dal grande pellegrinaggio convergente da tutta l'Arabia verso il santuario pagano cittadino della Ka'ba traeva cospicui vantaggi. Fu proprio l'avversione nutrita contro di lui dall'aristocrazia meccana a convincere nel 622 Maometto a passare con una parte dei suoi seguaci a Yathrib, poi ribattezzata Medina, con una migrazione (Egira) da cui prese poi inizio il computo degli anni dell'era musulmana. Tale avvenimento influì profondamente nel determinare i suoi successivi orientamenti. A Medina venne a trovarsi a capo di una comunità politica e per questo motivo dovette abbracciare con il suo insegnamento, che sino ad allora era stato di carattere esclusivamente etico e religioso, tutte le tematiche proprie della vita socio-politica. A Medina, dopo essere riuscito a dirimere equamente le dispute che opponevano da tempo le varie fazioni cittadine, seppe dar vita a un'organizzazione statuale tutta incentrata attorno alla sua persona e ancor di più attorno al suo messaggio religioso, che troncava nettamente con la perenne disgregazione politica in cui si trovavano da sempre le popolazioni dell'Arabia. Queste infatti riconoscevano come unico loro vincolo quello inerente la ristretta solidarietà tribale. Il nuovo stato medinese venne a rappresentare quindi un'eccezione, dal momento che i suoi cittadini accettavano di cooperare tra loro sulla base di un legame ideologico-religioso alternativo a quegli antichi vincoli. Il periodo medinese di Maometto fu anche caratterizzato da un suo maggiore sforzo per emancipare la dottrina nascente dell'islamismo dalle altre due religioni monoteistiche. Ebrei e cristiani, che non avevano voluto riconoscere la validità del nuovo credo, furono così accusati di avere in vario modo adulterato, tradito e frainteso le loro stesse Sacre scritture. Di esse il profeta arabo si proclamò perfezionatore e ultimo esecutore, realizzando così un disegno divino risalente al biblico Abramo, comune capostipite di ebrei e arabi attraverso i suoi due figli Israele e Ismaele.
Nel 624 Maometto fissò anche alcune pratiche rituali distintive della nuova religione rispetto al cristianesimo e al giudaismo, stabilendo alla Mecca (e non più a Gerusalemme) la direzione verso cui rivolgere la preghiera e decretando il venerdì come il giorno da deputarsi al servizio divino comunitario in alternativa al sabato ebraico e alla domenica cristiana. Nel frattempo la comunità medinese aveva iniziato un'attività militare contro i meccani attaccandone le carovane commerciali e cogliendo una prima significativa vittoria nel marzo 624 a Badr, a un centinaio di chilometri da Medina. La controffensiva dei meccani non si fece attendere e nel 625 un loro esercito sconfisse le forze avversarie a Uhdd, ove lo stesso Maometto fu ferito al volto. Nel 627 i dirigenti meccani tentarono poi un supremo sforzo radunando contro Medina una confederazione di tribù alleate di circa 10.000 uomini. Medina fu cinta d'assedio e si salvò solo grazie all'abile costruzione di una trincea difensiva. Sventato così l'attacco meccano, Maometto scatenò una durissima repressione contro la comunità ebraica medinese accusata di aver simpatizzato con il nemico. Alcune famiglie furono semplicemente espulse, mentre per altre venne decretata l'uccisione di tutti gli uomini adulti (circa 600 persone) e la riduzione in schiavitù per le loro donne e i loro figli. Con il 628 finì il periodo difensivo e si aprì quello del consolidamento del nuovo stato medinese sancito dall'adesione al nuovo credo di numerose tribù beduine e dalla stipulazione di un armistizio decennale con i meccani. Nel nuovo clima Maometto poté anche compiere (marzo 629) un pellegrinaggio privato nella sua città natale, ove visitò la tomba di Khadigia e pregò presso il santuario della Ka'ba. Oramai la situazione era matura per la grande svolta dell'aristocrazia meccana, vale a dire una sua, più o meno sincera, conversione alla religione predicata da Maometto. Ciò avvenne nel gennaio 630 allorché Maometto, accompagnato da alcune migliaia di seguaci, poté entrare alla Mecca senza colpo ferire. Penetrato nel recinto sacro della Ka'ba, distrusse tutti i simulacri dell'antico paganesimo, prese possesso della sacra pietra nera che vi era conservata e, proclamato solennemente sciolto ogni vincolo dell'età pagana, instaurò l'era nuova di Allah. Maometto, che pure aveva elevato La Mecca a città santa dell'Islam, non ne fece comunque la capitale del suo stato, ma volle fare ritorno a Medina da dove organizzò nuove campagne militari volte a rafforzare la sua egemonia in tutta l'Arabia. Compiuto nel febbraio-marzo 632 un nuovo pellegrinaggio alla Mecca (che la tradizione islamica ricorda come il pellegrinaggio dell'addio) Maometto morì a Medina l'8 giugno di quello stesso anno fra le braccia della moglie prediletta Aisha, figlia del futuro primo califfo Abu Bakr. La sua tomba, venerata dai musulmani, è una meta rituale per chi compie il sacro pellegrinaggio alla Mecca.
Secondo la tradizione islamica, il 24 settembre 622 d.C. il profeta Maometto completa la sua "egira", cioè il trasferimento dalla Mecca a Medina (Madinat Al-Nabi), sancendo di fatto la nascita del primo nucleo di uno stato islamico.
Per questo motivo il 622 viene considerato come l'anno 1 secondo il calendario musulmano.
Maometto (Muhammad, "il lodato") nacque alla Mecca intorno al 570 e morì a Medina nel 632. Fu profeta e fondatore della religione musulmana. Appartenente a una famiglia dei Banu Hashim, ramo minore della potente tribù dei qoreishiti, nacque orfano del padre Abd Allah e a soli sei anni perse anche la madre Amina. Allevato dal nonno Abd al-Muttalib e poi dallo zio Abu Talib, fu al servizio di questi e come cammelliere poté visitare la Siria e la Palestina. Visse una giovinezza di stenti da cui lo tolse il matrimonio con la ricca vedova quarantenne Khadigia con cui convisse felicemente avendone tre figli maschi, tutti morti in tenera età, e quattro figlie, tra le quali Fatima avrebbe poi svolto un ruolo importante nelle vicende islamiche.
L'inizio dell'attività profetica di Maometto viene collocato nella cosiddetta "notte del destino", alla fine del mese di ramadan del 610, allorché gli apparve l'arcangelo Gabriele comunicandogli il primo messaggio divino. Tale evento coronò presumibilmente un lungo e profondo travaglio interiore precedente, di cui niente sappiamo ma che lo aveva già portato a scostarsi dal rudimentale politeismo dei suoi concittadini per un suo peculiare monoteismo permeato di elementi giudaici e cristiani. Egli credette quindi di ricevere direttamente da Dio (Allah) i canoni della rivelazione, costituenti nel loro complesso il Corano, che dapprima fu da lui considerato il corrispondente arabo di quanto già stabilito dalle Sacre scritture giudaiche e cristiane. La sua prima predicazione, preannunciante la fine dei tempi e esortante alla penitenza, ebbe un certo successo tra gli strati più umili della società meccana, ma fu invece osteggiata dalla ricca classe mercantile che dal grande pellegrinaggio convergente da tutta l'Arabia verso il santuario pagano cittadino della Ka'ba traeva cospicui vantaggi. Fu proprio l'avversione nutrita contro di lui dall'aristocrazia meccana a convincere nel 622 Maometto a passare con una parte dei suoi seguaci a Yathrib, poi ribattezzata Medina, con una migrazione (Egira) da cui prese poi inizio il computo degli anni dell'era musulmana. Tale avvenimento influì profondamente nel determinare i suoi successivi orientamenti. A Medina venne a trovarsi a capo di una comunità politica e per questo motivo dovette abbracciare con il suo insegnamento, che sino ad allora era stato di carattere esclusivamente etico e religioso, tutte le tematiche proprie della vita socio-politica. A Medina, dopo essere riuscito a dirimere equamente le dispute che opponevano da tempo le varie fazioni cittadine, seppe dar vita a un'organizzazione statuale tutta incentrata attorno alla sua persona e ancor di più attorno al suo messaggio religioso, che troncava nettamente con la perenne disgregazione politica in cui si trovavano da sempre le popolazioni dell'Arabia. Queste infatti riconoscevano come unico loro vincolo quello inerente la ristretta solidarietà tribale. Il nuovo stato medinese venne a rappresentare quindi un'eccezione, dal momento che i suoi cittadini accettavano di cooperare tra loro sulla base di un legame ideologico-religioso alternativo a quegli antichi vincoli. Il periodo medinese di Maometto fu anche caratterizzato da un suo maggiore sforzo per emancipare la dottrina nascente dell'islamismo dalle altre due religioni monoteistiche. Ebrei e cristiani, che non avevano voluto riconoscere la validità del nuovo credo, furono così accusati di avere in vario modo adulterato, tradito e frainteso le loro stesse Sacre scritture. Di esse il profeta arabo si proclamò perfezionatore e ultimo esecutore, realizzando così un disegno divino risalente al biblico Abramo, comune capostipite di ebrei e arabi attraverso i suoi due figli Israele e Ismaele.
Nel 624 Maometto fissò anche alcune pratiche rituali distintive della nuova religione rispetto al cristianesimo e al giudaismo, stabilendo alla Mecca (e non più a Gerusalemme) la direzione verso cui rivolgere la preghiera e decretando il venerdì come il giorno da deputarsi al servizio divino comunitario in alternativa al sabato ebraico e alla domenica cristiana. Nel frattempo la comunità medinese aveva iniziato un'attività militare contro i meccani attaccandone le carovane commerciali e cogliendo una prima significativa vittoria nel marzo 624 a Badr, a un centinaio di chilometri da Medina. La controffensiva dei meccani non si fece attendere e nel 625 un loro esercito sconfisse le forze avversarie a Uhdd, ove lo stesso Maometto fu ferito al volto. Nel 627 i dirigenti meccani tentarono poi un supremo sforzo radunando contro Medina una confederazione di tribù alleate di circa 10.000 uomini. Medina fu cinta d'assedio e si salvò solo grazie all'abile costruzione di una trincea difensiva. Sventato così l'attacco meccano, Maometto scatenò una durissima repressione contro la comunità ebraica medinese accusata di aver simpatizzato con il nemico. Alcune famiglie furono semplicemente espulse, mentre per altre venne decretata l'uccisione di tutti gli uomini adulti (circa 600 persone) e la riduzione in schiavitù per le loro donne e i loro figli. Con il 628 finì il periodo difensivo e si aprì quello del consolidamento del nuovo stato medinese sancito dall'adesione al nuovo credo di numerose tribù beduine e dalla stipulazione di un armistizio decennale con i meccani. Nel nuovo clima Maometto poté anche compiere (marzo 629) un pellegrinaggio privato nella sua città natale, ove visitò la tomba di Khadigia e pregò presso il santuario della Ka'ba. Oramai la situazione era matura per la grande svolta dell'aristocrazia meccana, vale a dire una sua, più o meno sincera, conversione alla religione predicata da Maometto. Ciò avvenne nel gennaio 630 allorché Maometto, accompagnato da alcune migliaia di seguaci, poté entrare alla Mecca senza colpo ferire. Penetrato nel recinto sacro della Ka'ba, distrusse tutti i simulacri dell'antico paganesimo, prese possesso della sacra pietra nera che vi era conservata e, proclamato solennemente sciolto ogni vincolo dell'età pagana, instaurò l'era nuova di Allah. Maometto, che pure aveva elevato La Mecca a città santa dell'Islam, non ne fece comunque la capitale del suo stato, ma volle fare ritorno a Medina da dove organizzò nuove campagne militari volte a rafforzare la sua egemonia in tutta l'Arabia. Compiuto nel febbraio-marzo 632 un nuovo pellegrinaggio alla Mecca (che la tradizione islamica ricorda come il pellegrinaggio dell'addio) Maometto morì a Medina l'8 giugno di quello stesso anno fra le braccia della moglie prediletta Aisha, figlia del futuro primo califfo Abu Bakr. La sua tomba, venerata dai musulmani, è una meta rituale per chi compie il sacro pellegrinaggio alla Mecca.
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lunedì 20 agosto 2012
Infine si è sposata con un albero #Kadd, secondo la tradizione #animista - Gianni #Celati, Passar la vita a #Diol Kadd, #Diari 2003-2006, #citazione, #Africa, #islam, #animismo, #tradizione #orale
Sul fondatore di Diol Kadd
C'è un argomento che gli anziani trattano con cautela, ed è la memoria della fondazione di Diol Kadd, che risale a circa tre secoli fa. Il fondatore è stato un certo Ibra N'Diaye, che sarebbe l'antenato di Mandiaye e della maggior parte degli abitanti attuali di Diol. Per saperne di più Mandiaye è andato a trovare un altro anziano, il signor Niang, enciclopedia vivente del passato locale. Secondo la prodigiosa memoria del signor Niang, il fondatore di Diol era un personaggio originario della regione di Kajor (Thiès), che verso la metà del Settecento ha abbandonato la famiglia per creare una piccola Daara (scuola di studio coranico). E come san Francesco ha abbandonato la famiglia per predicare un altro modo di vita, così Ibra ha deciso di entrare nel cuore del territorio serèr per predicare l'Islam in nome dello sheikh Ahanad Tidjiani (diffusore dello studio coranico con forti tendenze sufi). Quello studio si è sparso in modo nuovo nel Settecento, dal Marocco all'Algeria, per sbarcare tra le colonie fulbe (ossia peul), nell'alto Senegal. A quell'epoca la zona dove adesso sorge il villaggio di Diol Kadd era abitata da Serèr – e i Serèr erano l'unica etnia in tutto il centro del Senegal che non si fosse convertita all'Islam, mantenendo stretti legami con l'animismo.
Sviluppo d'una nuova cultura
Secondo il signor Niang, il suddetto Ibra N'Diaye doveva essere un capo spirituale islamico, ma doveva essere allo stesso tempo anche un capo spirituale animista che aveva legami di stregoneria con il Djaraaf (rappresentante del governo) dei Serèr. Pare che il suo compito fosse quello di salvaguardare il potere del Djaraaf, proteggendolo dai malefici. Per questo gli fu concesso uno spazio dove abitare e coltivare la terra e fondare le prime scuole coraniche della zona che poi si chiamerà Diol Kadd. Queste scuole debbono essere state il corrispettivo di quell'apertura mentale che nella stessa epoca in Europa si è chiamata Illuminismo.
Invece dell'enciclopedia e del pensiero di Rousseau qui c'era il Corano da studiare, con influenze sufi: ma si trattava di un'educazione che portava circa allo stesso risultato. Portava alla nascita d'una nuova cultura, dove la tolleranza e la fratellanza tra gli uomini diventano criteri fondamentali d'un modo di vivere, sganciato dalle culture arcaiche o tribali. Mandiaye dice che gli abitanti di Diol sono Serèr convertiti alle nuove tendenze, gente che ha dimenticato la propria origine e imparato a leggere il Corano, abbandonando rituali ancora praticati a cinque chilometri da qui (come il rito iniziatico ancora praticato dai Serèr). Altra cosa: l'educazione nelle scuole coraniche nella nuova cultura andava assieme a un'iniziazione all'agricoltura, con le colture del miglio e dell'arachide, che restano ancora i due generi di coltivazioni praticati a Diol Kadd. Sulla trasmissione del potere. In un'altra visita al signor Niang, Mandiaye ha appreso che Ibra N'Diaye doveva essere un meticcio peul-mauritano, come si capisce dai suoi legami con i Mauri di St-Louis (luogo di arrivo delle nuove dottrine di origine sufi e di fioritura delle scuole coraniche). Dal suo cognome si sente l'origine di Daara Djolof dei Fulbe del Nord. La sua prima moglie era una Serèr, che gli era stata concessa dal governatore serèr quando Ibra aveva quarant'anni. Da questa moglie serèr discende la linea dei cosiddetti tradizionalisti di cui fa parte anche Mandiaye. All'età di cinquant'anni Ibra ha sposato una seconda moglie, questa proveniente dalle sue zone d'origine, nell'area di Kadjor; e da lei discendono tutti i cosiddetti progressisti del villaggio, che ereditano il potere del capo. Il potere va nelle mani del capo del villaggio, come quello attuale, lievemente panciuto. In conclusione, gli abitanti di Diol hanno lo stesso antenato ma sono divisi in due gruppi, uno di discendenza paterna e uno di discendenza materna: gruppi che hanno convissuto pacificamente. E se il potere è del capo progressista, le decisioni sono prese dai due gruppi insieme. Per tradizione il villaggio appartiene a tutti i suoi abitanti. Studiare il Corano e imparare la coltivazione. Nelle scuole coraniche, insieme alla lettura che si faceva e si fa adesso, gli alunni erano avviati a imparare la coltivazione, con i loro prodotti classici (miglio e arachidi) tutt'ora i prodotti classici degli abitanti di Diol Kadd. Ma nel corso del tempo, quelle due coltivazioni hanno largamente contribuito a un impoverimento del terreno nelle zone savanicole, disseccando parte delle zone coltivate, con il risultato che nel giro di tre decenni tutto il panorama dei dintorni si è trasformato e spesso inaridito vertiginosamente. Sentieri sabbiosi, arbustivi. Di qui sono nate queste colture della savana, in parte zone di riserva, altre come punti che gli abitanti curano con una accanita dedizione per gran parte dell'anno.
[…]
Mandiaye mi scrive una lettera di notte
Tutto questo andrebbe riscritto meglio, perché sembra un eden pre-coloniale. Ma la bellezza delle storie di Mandiaye sta nel suo modo di raccontarle: e se togli di mezzo quel parlare che va verso uno sfondo lontano, tutto diventa una ridicola fantasia. Nell'aprile 2002 avevo scritto a Mandiaye di raccontarmi tutte le storie che ricordava sulla sua famiglia, sul suo villaggio, sulla sua infanzia a Diol Kadd, e sulla sua vita da ragazzo a Dakar. Mandiaye dice che dopo aver letto la mia lettera ha passato il resto della notte con la testa piena di visioni. E ha sognato a lungo, poi si è alzato dal letto per descrivermi le visioni avute. Nella lettera che mi ha mandato dice: "Davanti agli occhi mi passavano moltissime immagini del villaggio, e ho visto le capanne, e gli animali, gli anziani, e tanti bambini che correvano di qua e di là. Ho visto i campi di arachidi e i campi di miglio, ho visto i giganteschi baobab della savana, e gli alberi del tamarindo. Poi ho visto me stesso nella mia infanzia, come se facessi una discesa verso i miei antenati. Ho visto tante facce che conoscevo e altre che non conoscevo, in particolare mi sono incantato su una faccia che conoscevo ma non ho mai visto – cioè la faccia di mio nonno Seleman, padre di mio padre, che non ho mai conosciuto di persona...". Nella lettera rievoca la sua scomparsa, secondo i racconti di sua nonna Nogaye, moglie di Seleman. Questa gli raccontava che Seleman era scomparso volando in aria, e che un giorno o l'altro sarebbe tornato. Comunque, sono passati gli anni e s'è visto che Seleman non tornava. Parenti e anziani sollecitavano Nogaye a prendersi un altro marito, ma lei non voleva saperne. Così infine s'è sposata con un albero kadd, secondo la tradizione animista.
(Gianni Celati, Passar la vita a Diol Kadd, Diari 2003-2006, Milano, Feltrinelli, 2011, pp. 82-86)
(Immagine sopra, tratta da: http://nautilusmagazine.blogspot.com.es/2010/09/orrore-in-africa-gli-albini-dello.html )
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