Cerca nel web

Visualizzazione post con etichetta Regno d'Italia. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Regno d'Italia. Mostra tutti i post

venerdì 8 agosto 2025

#AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi


 Buongiorno, oggi è l'8 agosto.

L'8 agosto 1889 muore Benedetto Cairoli.

BENEDETTO CAIROLI, nasce il 28 gennaio 1825 a Pavia, da Adelaide Bono e da Carlo Cairoli. Primo di quattro fratelli: Ernesto, Enrico, Luigi e Giovanni.

Studia alla Facoltà di Giurisprudenza all’Università di Pavia. Fu tra gli organizzatori delle manifestazioni antiaustriache che all’inizio del 1848 animarono le vie cittadine sull’esempio di quanto stava accadendo a Milano (le Cinque Giornate).

Nel 1850 aderisce al partito mazziniano ed entra a far parte del Comitato rivoluzionario di Enrico Tazzoli. Ricercato dalla polizia austriaca per la sua attività di cospiratore, nel 1852 si rifugia prima nella villa di famiglia a Gropello (non fatevi ingannare dalla vicinanza: all’epoca era nel territorio del Regno di Sardegna. Oggi la località si chiama Gropello Cairoli), poi in Svizzera, mentre l’Austria lo condanna per alto tradimento. In esilio, si convince dell’inutilità dei moti insurrezionali mazziniani e si accosta alla politica piemontese.

Tornato in Italia, si trasferisce prima a Genova (dove conosce Giuseppe Garibaldi), poi allo scoppio della II guerra d’indipendenza nel 1859, coi fratelli Enrico ed Ernesto, si arruola nel secondo Reggimento delle Alpi. Dopo il trattato di Villafranca, può tornare nella sua città, Pavia, libera dal dominio austriaco.

Cairoli partecipa anche all’organizzazione nel 1860 della spedizione dei Mille: con il grado di capitano della settima compagnia, parte per la Sicilia, combatte a Marsala e, durante l’occupazione di Palermo, rimane ferito a una gamba (e restò claudicante tutta la vita). Seguì Garibaldi anche nella campagna del Trentino nel 1866: fu l’ultima partecipazione alle spedizioni militari. Lui si dedicò all’attività politica, mentre i fratelli Enrico e Giovanni continuarono a combattere con l’Eroe dei due mondi (Luigi era morto di tifo durante la Spedizione dei Mille).

Nel 1861, con la proclamazione del Regno d’Italia, viene eletto deputato, schierandosi con gli esponenti della Sinistra storica. Quando nel 1867 Rattazzi risale al potere, spera in una politica favorevole alle sue aspirazioni, ma deve ben presto ricredersi: i fatti di Mentana gli dimostrano l’indecisione del governo. Negli anni successivi partecipa poco ai lavori parlamentari e si dedica più intensamente alle cure familiari: nel 1873 sposa la contessa Elena Sizzo.

Quando nel 1876 la Sinistra passa al potere con Depretis, all’inizio appoggia le posizioni del nuovo governo, poi passa all’opposizione e contribuisce alla sua caduta, e succede, proprio a Depretis, come Presidente del Consiglio.

Il 17 novembre 1878, viaggiando in carrozza con re Umberto I, gli salva la vita, impedendo a Giovanni Passanante di pugnalarlo. Viene ferito ad una coscia. Il gesto gli vale, oltre che la gratitudine personale di Umberto I, la medaglia d’oro al valor militare. L’episodio offre l’occasione all’opposizione di Destra di accusare il governo di eccessiva tolleranza nei confronti di organizzazioni sovversive. Nel dicembre del 1878 Cairoli è costretto a lasciare l’incarico di primo ministro. Torna in politica tra il 1879 e il 1881, ricoprendo anche la carica di ministro degli Esteri e dell’Agricoltura (oltre che quella di primo ministro): ritenuto responsabile della grave crisi causata dall’occupazione della Tunisia da parte della Francia, nel maggio del 1881 si dimette. Muore a 64 anni l’8 agosto 1889 a Napoli nella reggia di Capodimonte, ospite del re.

Viene sepolto nel sacrario della villa di Gropello insieme alla madre e ai fratelli.

sabato 19 luglio 2025

#AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi


 Buongiorno, oggi è il 19 luglio.

Il 19 luglio 1919 viene finalmente abolita in Italia l'autorizzazione maritale.

Poco più di 100 anni fa le donne conquistarono finalmente la loro legittimazione a compiere atti e a prendere decisioni, di carattere contrattuale, senza l'autorizzazione del marito. È infatti nel 1919, con le "Norme circa la capacità giuridica della donna", che viene abrogato l'articolo 134 del codice civile del Regno d'Italia, in vigore dal 1865 (il cosiddetto codice Pisanelli): proprio quella norma, infatti, aveva per oltre 50 anni sancito il principio dell'"autorizzazione maritale", per cui una moglie non poteva "donare, alienare beni immobili, sottoporli ad ipoteca, contrarre mutui, cedere e riscuotere capitali, costituirsi sicurtà, né transigere o stare in giudizio relativamente a tali atti", senza il via libera del coniuge.

L'autorizzazione doveva essere data con un "atto pubblico", fermo il "diritto" di revocarla. In alcuni casi, però, non era necessaria: quando il marito fosse stato "minore, interdetto, assente o condannato a più di un anno di carcere, durante l'espiazione della pena", o nelle situazioni di separazione legale "per colpa del marito".

Un'altra eccezione alla regola era quella riguardante la donna commerciante ("che eserciti la mercatura", era scritto nel codice Pisanelli): l'esonero all'autorizzazione era legato agli atti commerciali che la moglie compiva nel suo lavoro. Nel caso di opposizione o impossibilità all'autorizzazione da parte del marito, a pronunciarsi, prevedeva la legge, era il tribunale civile. È stata la legge Sacchi, poco più di cento anni fa, a cancellare l'istituto dell'autorizzazione maritale e a riconoscere l'accesso - seppur con limiti che cadranno solo nell'età repubblicana - delle donne agli impieghi pubblici e all'esercizio delle professioni.

Emanata il 17 luglio del 1919 - pubblicata in Gazzetta Ufficiale due giorni dopo - la riforma, firmata dal re Vittorio Emanuele III e controfirmata dal Guardasigilli Ludovico Mortara - abrogò gli articoli del codice civile regio sull'autorizzazione maritale, prevedendo, all'articolo 7, che "Le donne sono ammesse, a pari titolo degli uomini, ad esercitare tutte le professioni ed a coprire tutti gli impieghi pubblici, esclusi soltanto, se non vi siano ammesse espresse espressamente dalle leggi, quelli che implicano poteri pubblici giurisdizionari o l'esercizio di diritti e di potestà politiche, o che attengono alla difesa militare dello Stato secondo la specificazione che sarà fatta con apposito regolamento".

Un altro passo avanti, con il diritto politico, ci sarà nel 1946: le prime elezioni amministrative alle quali le donne furono chiamate a votare si svolsero a partire dal 10 marzo 1946 in 5 turni, mentre le prime elezioni politiche - svolte assieme al referendum in cui gli italiani scelsero la Repubblica - si tennero il 2 giugno 1946. La legge Sacchi sarà infine superata con la riforma del 1963, in base alla quale "la donna può accedere a tutte le cariche, professioni ed impieghi pubblici, compresa la Magistratura, nei vari ruoli, carriere, categorie, senza limitazione di mansioni e di svolgimento della carriera, salvi i requisiti stabiliti dalla legge".

lunedì 17 marzo 2025

#AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi


 Buongiorno, oggi è il 17 marzo.

Il 17 marzo 1861 veniva ufficialmente proclamato il Regno d'Italia.

«Il Senato e la Camera dei Deputati hanno approvato; noi abbiamo sanzionato e promulghiamo quanto segue: Articolo unico: Il Re Vittorio Emanuele II assume per sé e suoi Successori il titolo di Re d’Italia. Ordiniamo che la presente, munita del Sigillo dello Stato, sia inserita nella raccolta degli atti del Governo, mandando a chiunque spetti di osservarla e di farla osservare come legge dello Stato. Da Torino addì 17 marzo 1861».

Queste parole rappresentano il testo della legge n. 4671 del Regno di Sardegna. Pochi giorni dopo quel 17 marzo, lo stesso testo sarebbe diventato la legge n. 1 del Regno d’Italia. Era nato un Regno, era nato uno Stato unitario laddove, appena un paio d’anni prima, ve n’erano addirittura sette.

Il primo dato che emerge dall’analisi del testo è che il numerale che accompagna il nome del sovrano non viene modificato: è sempre Vittorio Emanuele II, non I come avrebbe voluto larga parte dell’opinione pubblica patriottica. Il dato è significativo e tutt’altro che simbolico. “Vittorio Emanuele I” avrebbe sottolineato la specificità e la novità dell’Italia unita. “Vittorio Emanuele II”, invece, significava implicitamente che il nuovo Stato era l’allargamento territoriale del Regno di Sardegna e delle sue istituzioni.

La reazione internazionale alla proclamazione del Regno fu repentina e, in alcuni casi, entusiastica. Il nuovo Stato venne riconosciuto, nel volgere di poche settimane, dai governi svizzero, britannico e statunitense. Questi guardavano infatti con favore alla creazione di uno Stato mediterraneo abbastanza popoloso (oltre 22 milioni di abitanti) che fosse in grado di dare stabilità all’intero continente, attraversato in quegli anni dalla lotta tra Francia e Austria per il controllo dell’Europa meridionale e dalla contrapposizione franco-britannica per il dominio delle rotte mediterranee.

Il Regno d’Italia era stato dunque “generato” da una decisione presa dal Parlamento riunito a Torino, nella sede di Palazzo Carignano. I suoi rappresentanti erano stati eletti pochi mesi prima, nel gennaio dello stesso anno, e la loro provenienza già aveva attestato la realizzazione, de facto, dell’Unità. Le elezioni si erano infatti tenute in tutte quelle regioni che, attraverso i plebisciti, nel corso dell’anno precedente avevano chiesto l’annessione al Regno sabaudo.

In quel Parlamento una grande maggioranza degli eletti si riconosceva apertamente nelle posizioni politiche di Camillo Benso di Cavour. E, infatti, fu proprio il conte piemontese a ricoprire, per primo, la carica di presidente del consiglio dei ministri del Regno d’Italia. In quell’esecutivo il conte ricopriva anche i dicasteri della Marina e, soprattutto, degli Esteri. Gli altri ministri erano specchio dell’unità appena dichiarata. Alla Giustizia un piemontese (Cassinis), all’Agricoltura un siciliano (Natoli), alla Guerra un emiliano (Fanti), alle Finanze un livornese (Bastogi) e ai Lavori pubblici un fiorentino (Peruzzi), all’Istruzione un napoletano (De Sanctis).

Ma, improvvisamente, ad appena una decina di settimane dalla proclamazione dell’Unità, Cavour, il principale architetto dell’Unità, moriva a soli 51 anni nella sua residenza di famiglia, probabilmente stroncato dalla malaria (a dispetto delle tesi complottiste succedutesi nel tempo). Decine di migliaia di persone parteciparono ai suoi funerali in piazza San Carlo, a Torino. L’intero  paese aveva perso, forse nel momento di maggior bisogno, uno statista le cui qualità sarebbero state rimpiante da molti.

sabato 8 febbraio 2025

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi


 Buongiorno, oggi è l'8 febbraio.

L'8 febbraio 1848 Carlo Alberto, sull'onda della protesta popolare, promette lo Statuto Albertino, che verrà pubblicato il 4 marzo successivo.

Lo Statuto Albertino, chiamato anche Statuto Fondamentale della Monarchia di Savoia del 4 marzo 1848 fu proclamato dal re dei Savoia Carlo Alberto. Lo Statuto, redatto in francese, può essere anche definito come la costituzione del Regno di Sardegna. Questo importante documento è rimasto in vigore dal marzo 1848 al biennio 1944-1946, nel momento in cui l'Italia con un referendum sceglie la forma di governo repubblicana, abbandonando la forma governativa monarchica.

Lo statuto Albertino è il primo documento simile a una costituzione in Italia, che decretò a partire dal 1848 i vari diritti e doveri del popolo.

Venne redatto da una commissione nominata dal re ed entrò in vigore nel 1848.

Lo Statuto Albertino si ispirava alle costituzioni francesi e per questo motivo fu scritto in lingua francese.

Questo documento è una carta costituzionale flessibile perché può essere facilmente modificato con una legge ordinaria.

Le principali caratteristiche dello Statuto Albertino sono:

- è una carta costituzionale concessa dal re;

- è una costituzione breve perché stabilisce i principi dell'organizzazione costituzionale e le norme in materia di diritti e doveri dei cittadini;

- sancisce come forma di governo la monarchia;

- stabilisce che la carica del capo di Stato (il sovrano) è “ereditaria secondo la legge salica”;

- assegna il potere esecutivo al re;

- assegna il potere giudiziario al re;

- assegna il potere legislativo al re;

- concede il diritto di voto solo ad una ristretta cerchia di individui (cittadini di sesso maschile, dotati di una certa cultura e di un determinato patrimonio);

- si impegna a garantire l’uguaglianza formale dei sudditi;

- prevede come bandiera nazionale un vessillo con coccarda azzurra;

- garantisce la libertà di stampa, ma con alcune limitazioni;

Le prime Costituzioni in Italia risalgono alla fine del 1700 e s’ispirarono ai principi delle Rivoluzione francese (libertà, uguaglianza, fratellanza).

Con il tramonto dell’Impero Napoleonico ebbe inizio anche in Italia la Restaurazione che riportò in vita il potere assoluto dei sovrani.

Contro di questo insorsero i patrioti del Risorgimento che portarono i sovrani a concedere la costituzione.

Al termine del periodo rivoluzionario il solo stato italiano in cui la Costituzione rimase in vita fu il Piemonte dove Carlo Alberto nel 1848 aveva concesso lo Statuto Albertino.

Nel 1861 lo Statuto Albertino fu esteso a tutta l’Italia come un dono che il re faceva ai suoi sudditi.

Lo Statuto Albertino era flessibile e di tipo monarchico: il re comandava l’esercito; era a capo del governo; nominava i ministri; creava con il parlamento le leggi; i giudici amministravano la giustizia in suo nome.

Durante il fascismo Mussolini cambiò alcune leggi dello statuto e instaurò in Italia la dittatura che mantenne fino allo scoppio della seconda guerra mondiale.

Quando nel 1945 avvenne la liberazione dell’Italia da parte degli Alleati, i partiti antifascisti formarono un governo provvisorio presieduto dal democristiano Alcide De Gasperi.

Il 2 giugno 1946 tutti i cittadini italiani furono chiamati ad eleggere con suffragio universale (votano tutti i maggiorenni e anche le donne per la prima volta), l’Assemblea Costituente cioè un gruppo di persone che avrebbe dovuto scrivere una nuova Costituzione in sostituzione dello Statuto Albertino e con referendum scegliere tra Monarchia e Repubblica. L’Assemblea Costituente elesse Enrico De Nicola capo provvisorio della Repubblica italiana appena nata.

La nuova Costituzione scritta in due anni entrò in vigore il primo gennaio 1948.

Tornando allo Statuto Albertino, lo Stato liberale si affermò dunque anche in Italia. Nel 1848 l'Europa venne travolta da rivolte e tumulti che ebbero ripercussioni anche sul territorio italiano, che all'epoca non era ancora stato riunificato. Sulla scia di questi moti popolari, il 4 marzo 1848, il Re Carlo Alberto di Savoia concesse agli abitanti del Regno di Sardegna uno «Statuto»: lo Statuto Albertino.

Nello statuto il Re concedeva:

- Diritti di libertà e di proprietà.

- L'istituzione di una camera in cui la borghesia potesse eleggere i propri rappresentanti.

In merito alla garanzia dei diritti dei singoli, lo statuto si ispirava alla Dichiarazione dei diritti emanata all'inizio della rivoluzione francese.

I diritti di natura economica erano quelli che più interessavano la borghesia, esprimevano l'esigenza che lo stato si astenesse dall'intervenire nell'economia e che quindi lasciasse fare i privati.

Lo statuto Albertino si ispirava al principio della separazione dei poteri di Montesquieu, quindi attribuiva:

-Il potere esecutivo al Re.

-Il potere legislativo al Re, al senato (eletto dal Re) e alla camera dei deputati (eletta dal popolo a suffragio maschile ristretto).

-Il potere giudiziario ai giudici.

I requisiti necessari per votare la camera dei deputati erano:

- Requisito culturale, quindi potevano votare solo gli uomini in grado di saper leggere e scrivere.

- Requisito censitario, ovvero legato al censo, quindi consisteva nel pagare una certa imposta sul reddito.

Detto ciò si può ben intuire che il diritto di voto era concesso solo alle classi più benestanti.

Il suffragio universale maschile sarà concesso nel 1912 con Giolitti.

Il suffragio universale sarà concesso solo nel 1946, per la scelta tra Monarchia e Repubblica.

Era quindi una Costituzione concessa dall'alto, senza alcuna consultazione democratica. Lo stesso termine di "Statuto" fu preferito a "Costituzione", per ribadire il fatto che era il re a limitare i propri poteri, anche se in qualche modo vi era costretto dalle pressioni popolari. Era inoltre flessibile, ossia modificabile con legge ordinaria, e relativamente breve, ossia sintetica e piuttosto generica nel regolare i rapporti fra Stato e cittadini e nel definire l'ordinamento dello Stato.

I diritti dei cittadini erano proclamati in nove articoli dello Statuto (dal 24 al 32); erano riconosciute le libertà fondamentali, ossia la libertà di stampa e di opinione, di riunione, l'inviolabilità del domicilio, la proprietà privata, il diritto di uguaglianza. Si trattava, però, di un riconoscimento formale, in uno Stato che, fondandosi sul suffragio ristretto, riconosceva il diritto di voto al 2% della popolazione. L'ampiezza dei diritti poteva inoltre essere limitata per legge o per ragioni di polizia e pubblica sicurezza. Per quanto riguarda la libertà religiosa, lo Statuto riconosceva la religione cattolica come religione di Stato, dichiarando di "tollerare" le altre religioni. Anche se con dei limiti, la "tolleranza" proclamata dallo Statuto permise il riconoscimento dei diritti civili e politici alle minoranze religiose, come gli ebrei e i valdesi.

Lo Statuto albertino pose le basi per uno Stato liberale e monarchico, prevedendo la separazione dei poteri, ma attribuendoli tutti al re, che li esercitava congiuntamente con gli altri organi costituzionali:

• il potere legislativo era esercitato dal re e dal Parlamento, formato dalla Camera dei deputati, eletta a suffragio ristretto su base censitaria, e dal Senato del Regno, composto da membri nominati a vita dal sovrano: un sistema bicamerale, quindi, in cui il re manteneva il diritto di veto sulle leggi approvate dalle Camere. L'unico forte potere di controllo che lo Statuto riservava al Parlamento era l'obbligo di sottoporre qualsiasi normativa in materia tributaria alla preventiva approvazione della Camera dei deputati;

• il potere esecutivo spettava esclusivamente al re, che poteva nominare e revocare i ministri secondo il proprio volere;

• il potere giurisdizionale competeva alla Magistratura, formata da funzionari nominati dal re, che amministravano la giustizia in suo nome.

mercoledì 26 aprile 2023

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 26 aprile.
Il 26 aprile 1868 si ebbe in Sardegna la rivolta detta "de Su Connottu" come reazione all'editto delle chiudende e alla legge sugli espropri abitativi.
Il cosiddetto editto delle chiudende, più precisamente “Regio editto sopra le chiudende, sopra i terreni comuni e della Corona, e sopra i tabacchi, nel Regno di Sardegna“, fu un provvedimento legislativo emanato il 6 ottobre 1820 dal re di Sardegna vittorio emanuele I e pubblicato nel 1823.
Con questo atto si autorizzava la recinzione dei terreni che per antica tradizione erano fino ad allora considerati di proprietà collettiva, introducendo di fatto la proprietà privata. L’editto mirava a favorire la modernizzazione e lo sviluppo dell’agricoltura locale, che versava in gravi condizioni di arretratezza, e nel suo passaggio più cruciale conteneva “l’autorizzazione a qualunque proprietario a liberamente chiudere di siepe, o di muro, vallar di fossa, qualunque suo terreno non soggetto a servitù di pascolo, di passaggio, di fontana o d’abbeveratoio.” Egual licenza era concessa ai comuni, per i terreni di loro proprietà, ed in tutti terreni chiusi in applicazione dell’editto era “libera qualunque coltivazione, compresa quella del tabacco”.
In Sardegna la riforma agraria del governo sabaudo, sollecitata da diversi studi economici svolti in precedenza, non tenne conto della diversità dei vari territori e soprattutto del fatto che nell’isola vigeva ancora il sistema feudale, che si innestava nel sistema tradizionale degli ademprivi (per ademprivio si intendeva in Sardegna, e tuttora in diritto, un bene di uso comune, generalmente un fondo rustico di variabile estensione, su cui la popolazione poteva comunitariamente esercitare diritto di sfruttamento, ad esempio per legnatico, macchiatico, ghiandatico o pascolo.), rendendo la situazione giuridica dei terreni altamente complessa. L’uso degli ademprivi, inoltre, prevedeva la rotazione degli impieghi della terra, che un anno era destinata a pascolo e l’anno successivo a seminagione secondo determinazioni comunitarie locali.
Delle chiudende si parlava già da tempo, poiché la recinzione dei propri terreni da parte dei proprietari privati era, sia pur moderatamente [Non tutti i terreni di proprietari privati erano recintati, ma avrebbero dovuto esserlo, e da questa condizione nasce proprio il nome della “chiudenda”, che indica quella terra “che dovrà essere chiusa”.], sempre esistita.
Nel 1806 cominciava a rilevare la frequenza di abbattimenti di recinzioni da parte dei pastori per entrare abusivamente con il bestiame in terre private, tanto che si emanarono apposite norme per la repressione del fenomeno. La spinta all’agricoltura si corredava di varie norme d’agevolazione, comprese una che concedeva, come racconta Pietro Martini, “nobiltà gratuita a coloro che piantassero quattromila ulivi“, una che concedeva titolo a richiedere fidecommessi a chi disponesse di 400 piante d’ulivo, e soprattutto una che dava a tutti la facoltà di “chiudere i terreni aperti per formarvi degli uliveti“, che prevedeva sanzioni per chi non impiantasse ulivi nelle terre chiuse (esproprio e riassegnazione ad aspiranti ulivicoltori) e che introduceva la pena di morte per i capi di eventuali complotti di diroccatori di chiudende.
Ma se da un lato l’operato del governo puntava a risanare l’agricoltura ristrutturando la rete dei “monti granatici e d’abbondanza” (l’ammasso cui conferire le produzioni agricole frumentarie), dall’altro era costretta a creare nel 1807 i “monti di riscatto”, monti di pegno resisi indispensabili dopo che l’usura aveva raggiunto livelli preoccupanti per l’ordine sociale. La pastorizia, nelle sue millenarie tradizioni, era debole e disturbante nell’ottica economica piemontese: se già il Gemelli aveva sottolineato come l’istituto dell’alternanza nell’uso delle terre recasse gravi danni da mancato guadagno e da freno contro gli investimenti, altri studiosi consideravano una “piaga” il modo di allevamento semi-brado caratteristico dell’isola.
L’editto infranse il tradizionale principio “ubi feuda, ibi demania” (dove ci sono beni feudali, là ci sono i demani) che faceva parte del diritto intermedio già da diverso tempo. Fu accolto subito con criticità da alcuni conoscitori dell’Isola, in particolare dall’Angius, che nel 1822 scriveva che “i pastori cominciarono a maledire irreligiosamente l’editto delle chiudende e a cercare di reprimere l’ambizione di alcuni chiudenti […]. Queste doglianze furono dall’Ufficio economico della provincia trovate giuste; non pertanto la invocata legge restò inerte“.
Gli effetti dell’editto furono di diverse nature. Lo stesso ex viceré di Sardegna, marchese di Yenne, scrisse due relazioni, la prima il 22 settembre 1832, la seconda il successivo 6 ottobre, che ne contengono una cronaca sufficientemente istruttiva: “È veramente eccessivo l’abuso che fecesi delle chiudende da alcuni proprietari. Siffatto abuso è quasi generale. Si chiusero a muro ed a siepe dei boschi ghiandiferi, si chiusero al piano e ai monti i pascoli migliori per «obbligare i pastori a pagarne un altissimo fitto» e si incorporarono perfino le pubbliche fonti e gli abbeveratoi per meglio dettare ai medesimi la legge“. Rincarando la dose, aggiunse che l’editto «giovò soltanto nella sua esecuzione ai ricchi e potenti».
La reazione pratica infatti era stata la corsa alle chiusure da parte di chi aveva la possibilità di farlo, e fra questi non erano i molti che non vennero a conoscenza del provvedimento se non a chiusure ormai completate. Corsa, come riferito dallo Yenne, caratterizzata dalla diffusione degli abusi da parte di coloro che «non ebbero ribrezzo di cingere immense estensioni di terreni […] al solo oggetto di far pagare a caro prezzo ai pastori e ai contadini la facoltà di seminarvi ed il diritto di far pascolare i loro armenti». Conseguenza della corsa a chiudere, cui si riferiscono i versi attribuiti al Murenu, fu un diffuso malcontento popolare, che ben presto sfociò in violenza e disordini. Sempre dalla relazione del viceré si apprende (per aver egli assunto le “più accurate informazioni”) che gli incidenti cominciarono a Gavoi, con l’abbattimento di tre “chiusi” e con «discussioni fra li demolitori e danneggiati»; seguitarono poi alla vicina Mamoiada e poi a Nuoro, Fonni, Bitti ed altri paesi, «portando in tutti codesti luoghi devastamenti, incendi e rovine, e segnatamente in Benetutti, il di cui aspetto mette orrore al passeggiero». Da queste azioni delittuose contro i beni, si passò presto a quelle contro le persone e si ebbero anche omicidi. Secondo lo Yenne da un lato vi era l’avidità di alcuni proprietari, che chiusero anche pubbliche strade e beni comunali, mentre dall’altro vi era una «irragionevole bramosia de’ silvestri pastori di un’illimitata libertà di pascolare i loro armenti in cui ripongono unicamente ogni loro idea di proprietà“». A margine vi era anche, sempre secondo la relazione, l’avarizia di alcuni ecclesiastici che non si ristettero dall’andare predicando presso il popolino che le chiudende erano un sistema odioso, forse per paura di veder calare, con la crescita dell’agricoltura, le loro decime sulla pastorizia.
In alcune aree dell’isola (Logudoro e Campidano) l’editto fu accolto in parte positivamente, soprattutto per il fatto che gli agricoltori erano in gran numero e finalmente potevano proteggere le loro coltivazioni; il rilancio dell’agricoltura portava a valorizzare vecchi istituti spagnoleschi come la roadia, la quale anch’essa, secondo le politiche della riforma, giovava a questi scopi. Ma il malcontento era generale. L’effetto negativo fu risentito in modo particolare nella zona delle Barbagie in quanto la privatizzazione dei terreni, che erano la risorsa primaria del territorio, mise in enorme difficoltà l’attività della pastorizia, la principale dell’area, dato che i pastori si trovarono improvvisamente in pratica privati dei loro pascoli.
Ben presto molti dei diseredati andarono ad ingrossare le file dei fuorilegge, dando al fenomeno del banditismo una virulenza ancora mai conosciuta. Nel 1827 furono emanate altre norme che confermavano la sostanza dell’editto, negando titolo ad azione risarcitoria a quei proprietari che non avessero chiuso bene i loro “tancati” (Il tancato è l’appezzamento di terreno chiuso a muro a secco; dal sardo tanca, a sua volta dal verbo tancare, chiudere.) ed avessero patito danno perché vi fosse penetrato del bestiame; a coloro che non chiudevano bene erano anzi comminate ammende. L’editto fu riformato nel 1830 e nel 1831, ma il livello del malcontento rimase sopra i livelli di guardia. Gli incidenti crebbero in tal misura che nel 1832 si dovette istituire una commissione militare che fece repressione arrestando ed impiccando senza regolare processo (nel 1833 si emanarono norme per vietare la ricostruzione delle chiudende e ordinare che quelle abusive fossero abbattute); a questa seguì una commissione mista, composta di militari e civili, e ve ne fu anche una terza, che impiegò l’esercito e che era guidata da un giudice dell’Audiencia, ma quest’ultima operò in favore dei proprietari.
A seguito dell’editto del 31 maggio 1836, con il quale cessava la “baronale giurisdizione”, finalmente dal 1837 iniziò il riscatto dei feudi, “riacquistati” dal re, che si concluse nel 1846, riscatto che fu pagato attingendo alle tasse dei sardi. Tra il 1847 ed il 1848 si attuò la perfetta unione della Sardegna agli stati di terraferma, ma i problemi aperti dall’editto del 1820 non erano stati ancora risolti. In ogni caso era sempre “monitorata” la situazione delle chiudende, tanto che nel 1850 l’Angius, nella sua analisi dell’Isola, riservava per ciascuno dei comuni osservati un’apposita sezione in cui osservava quanto le chiudende fossero praticate.
L’editto delle chiudende fu idealmente seguito nel 1865 da una legge con la quale si aboliva l’istituto degli ademprivi e si imponeva una tassazione particolarmente onerosa sulle abitazioni; la tassazione aveva sì dei correttivi e prevedeva delle agevolazioni, ma queste erano in massima parte inapplicabili nella strutturazione urbanistica sarda, costituita di piccoli villaggi, perché prevista per quelle abitazioni completamente isolate. Si ebbe in Sardegna un esproprio ogni 14 abitanti, mentre la media nazionale era di uno ogni 27.000. Questo provvedimento, insieme all’editto delle chiudende, è la causa dei disordini sfociati infine a Nuoro nel 1868 con la rivolta nota come “Su Connottu“. i rivoltosi, guidati da Paskedda Zau, chiedevano il ritorno a ciò che avevano sempre conosciuto, ossia il ripristino dell'antico sistema di gestione dei terreni. Nei giorni della rivolta fu assalito il comune e furono bruciati i documenti di compravendita delle terre comunali ex ademprivili. Giorgio Asproni, uno dei politici più in vista di quel territorio e deputato in Parlamento, era favorevole alla vendita dei terreni comunali, e nel contempo assegnava al clero un ruolo di responsabilità nella rivolta; tuttavia, a seguito di questi gravi fatti, sollecitò (insieme con altri deputati sardi) il governo italiano ad avviare una indagine sulle condizioni sociali ed economiche della Sardegna.
Nel novembre dello stesso anno fu istituita la Commissione Parlamentare di indagine, presieduta dal Agostino Depretis. La Commissione si recò nell'isola nel 1869, e furono vani i tentativi di Francesco Cocco Ortu e del marchese di Laconi Ignazio Aymerich di spiegare ai commissari i problemi economici dell'isola. L'unico che si impegnò seriamente fu Quintino Sella che produsse un'eccellente relazione sull'industria mineraria isolana. L'operato della commissione tuttavia non produsse alcun atto concreto.

lunedì 27 marzo 2023

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 27 marzo.
Il 27 marzo 1861 Cavour dopo il voto favorevole del Parlamento, pronuncia il discorso sullo spostamento della capitale di Italia da Torino a Roma.
Nel celebre discorso tenuto alla Camera dei deputati il 27 marzo 1861, Cavour espose le ragioni storiche, intellettuali e morali che esigevano che Roma – Roma sola - fosse designata capitale del Regno.
“Roma – sosteneva - è la sola città d’Italia che non abbia memorie esclusivamente municipali; tutta la storia di Roma dal tempo dei Cesari al giorno d’oggi è la storia di una città la cui importanza si estende infinitamente al di là del suo territorio, di una città, cioè, destinata ad essere la capitale di un grande Stato”.
La questione romana non rappresentava solamente un problema di annessione territoriale: oltre che essere “di vitale importanza” per l’Italia, il destino di Roma riguardava anche i “200 milioni di cattolici sparsi su tutta la superficie del globo”: la sua liberazione avrebbe comportato l’abbattimento del secolare potere temporale dei papi e alimentato il nuovo Stato di nuovi orientamenti ideali, ma essa si sarebbe potuta attuare solo con il consenso della Francia e garantendo al pontefice la più ampia indipendenza.
Con il principio di “libera Chiesa in libero Stato”, Cavour delineò i fondamenti su cui si sarebbero basate le future relazioni tra lo Stato e la Chiesa: piena libertà per la Chiesa da qualunque forma di ingerenza dello Stato nelle proprie attività e nella vita spirituale e nel contempo rinuncia a qualsiasi privilegio nel campo civile e politico.
La fede liberale di Cavour si esprimeva nella convinzione che la piena separazione del potere temporale e di quello religioso fossero indispensabili per il progresso civile. “La storia di tutti i secoli, come di tutte le contrade, - osservava - ci dimostra che, ovunque questa riunione ebbe luogo, la civiltà quasi sempre immediatamente cessò di progredire, anzi sempre indietreggiò; il più schifoso despotismo si stabilì; e ciò, o signori, sia che una casta sacerdotale usurpasse il potere temporale, sia che un califfo od un sultano riunisse nelle sue mani il potere spirituale”.
E aggiungeva: “Noi riteniamo che l’indipendenza del pontefice, la sua dignità e l’indipendenza della Chiesa, possono tutelarsi mercé la separazione dei due poteri, mercé la proclamazione del principio di libertà applicato lealmente, largamente, ai rapporti della società civile colla religiosa”.
La separazione dei due poteri, secondo Cavour, avrebbe garantito l’indipendenza della Chiesa in modo più solido che per il passato e avrebbe dato maggiore efficacia alla sua autorità spirituale proprio in quanto la liberava da tutti i vincoli derivanti dall’esercizio del potere temporale.
Quello stesso giorno la Gazzetta ufficiale, già giornale del Regno di Sardegna, ma d'ora in poi del Regno d'Italia, promulga la legge approvata dal Senato e dalla Camera.
La notizia si sparge in tutta Italia grazie a giornali e gazzettini, molti dei quali in forma di manifesto. Così sono salve di cannone, bande e tricolori a Firenze, dove, in particolare, «la campana di Palazzo Vecchio annuncia al mattino l'avvenuta proclamazione di Vittorio Emanuele II re d'Italia. Subito le vie si adornano di tricolori e di arazzi e la popolazione scende nelle strade. Le salve del cannone del forte di San Giovanni Battista si fanno sentire a mezzogiorno e verso sera. Nel pomeriggio corso di gala con carrozze sfarzose e bande musicali. Poi festa ancora fino a notte fonda, nella città splendidamente illuminata». Ed è anche festa nei piccoli centri. Come Borgo e Mozzano, in Toscana, dove «un bellissimo arco trionfale intessuto a verdura frastagliata da bene imitate camelie bianche e rosse, formando così l'insieme dei nostri colori, sorgeva presso il palazzo municipale, terminando ai lati in due guglie, in cima delle quali sventolava la nostra bandiera». A Roma, invece, alle manifestazioni fanno seguito gli arresti di «uomini e donne d'ogni ceto che affollano la passeggiata tra il Campidoglio e la piazza di San Giovanni in Laterano. Il governo papale interviene con severità: molti cittadini vengono perquisiti, alcuni arrestati, altri fuggono.
Animatissima la manifestazione all'accademia di San Luca, con centinaia di coccarde, programmi, stemmi, tricolori». Gli eventi, com'è noto, portano poi il 20 settembre 1870 alla presa di Roma e alla caduta del regno papale, ma la data fatidica resta quella del 17 marzo, destinata ad essere commemorata fino ad oggi nel susseguirsi degli anniversari, a cominciare dal 1911, ovvero dal 50° anniversario. Che viene esaltato, tra i mesi di marzo ed aprile, con una serie di mostre a Roma, Firenze e Torino. In quest'ultima città si tiene l'Esposizione internazionale dell'Industria e del Lavoro. Nella capitale, il cui sindaco a quel tempo è Ernesto Nathan, vengono organizzate l'Esposizione Etnografica delle Regioni e la Rassegna Internazionale d'Arte Contemporanea, e vengono inaugurati il Vittoriano, il ponte Vittorio Emanuele II e, sul Gianicolo, il Faro degli italiani d'Argentina. A Firenze si tiene da marzo a luglio la "Mostra del ritratto italiano dalla fine del XVI secolo al 1861" e l'Esposizione internazionale di Floricoltura.
Nel 1961 per il 100º anniversario dell'Unità d'Italia, a Torino vengono organizzate tre rassegne: la Mostra Storica dell'Unità d'Italia, la Mostra delle Regioni Italiane e l'Esposizione Internazionale del Lavoro. Ma l'8 novembre 2012 il Senato approva in maniera definitiva l'istituzione della "Giornata nazionale dell'Unità, della Costituzione, dell'inno e della bandiera" a cadenza annuale. Pur rimanendo un giorno lavorativo, il 27 marzo viene considerato "Giornata dell'Unità nazionale, della Costituzione, dell'inno e della bandiera", per ricordare e promuovere, nell'ambito di una didattica diffusa, «i valori di cittadinanza, fondamento di una positiva convivenza civile, nonché di riaffermare e di consolidare l'identità nazionale attraverso il ricordo e la memoria civica».
Dopo la liberazione di Roma, la legge delle guarentigie, varata nel 1871, fu modellata sul principio della separazione tra Stato e Chiesa, sostenuto con tanta energia da Cavour.

Cerca nel blog

Archivio blog