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giovedì 22 maggio 2025

#AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi


 Buongiorno, oggi è il 22 maggio.

Il 22 maggio 2010 l'Inter a Madrid vince la sua terza Champions League dopo aver vinto anche campionato e coppa Italia. Diventa così l'unica squadra italiana ad aver mai fatto il cosiddetto "triplete".

Se c’è un anno che i tifosi dell’Inter ricorderanno sempre con un sentimento misto tra l’idolatria e la nostalgia è senza dubbio il 2010, stagione in cui José Mourinho condusse la propria creatura a un traguardo storico e tutt’ora ineguagliato in Italia: il Triplete, ossia la contemporanea conquista di Champions League, scudetto e Coppa Italia. Il godimento dell’ambiente nerazzurro per l’annata più vincente della sua storia ha raggiunto picchi talmente elevati da riuscire quasi ad offuscare il decennio successivo, totalmente avaro di soddisfazioni. Andiamo dunque a ripercorrere le tappe di un’impresa destinata a rimanere eterna.

L’Inter del 2009/10 era una squadra ormai abituata a dominare in Italia, dove aveva conquistato gli ultimi tre scudetti, e alla quale si chiedeva soprattutto il salto di qualità in Europa, dove negli ultimi cinque anni non aveva mai superato i quarti di finale. La prima stagione di Mourinho sulla panchina nerazzurra non si era discostata dalla precedente gestione Mancini, finendo con la vittoria agevole del campionato e con l’eliminazione agli ottavi di Champions League per mano del Manchester United. Ecco allora che nell’estate del 2009 la dirigenza optò per un grosso rinnovamento della rosa: fuori Zlatan Ibrahimovic, fino ad allora catalizzatore e al contempo principale finalizzatore del gioco, dentro Samuel Eto’o, Lucio, il duo genoano Thiago Motta-Diego Milito e il colpo last-minute Wesley Sneijder. Apparentemente un buon mercato ma nulla di eccezionale, o almeno così sembrava a inizio stagione.

Sul piano tattico soltanto con il passare dei mesi lo Special One arrivò alla soluzione definitiva, quantomeno a livello europeo. Lo schieramento che diede maggiori garanzie fu un 4-2-3-1 apparentemente molto spregiudicato ma in realtà equilibrato dal duro lavoro degli esterni d’attacco, capaci all’occorrenza di trasformarsi in veri e propri terzini aggiunti. In particolare, uno dei successi di Mourinho fu convincere un centravanti come Eto’o a sacrificarsi in questo ruolo non suo, costringendolo a percorrere tanti metri in fascia e a perdere contatto con la porta pur di apportare beneficio alla squadra. In fase offensiva l’Inter si appoggiava tanto su Sneijder, trequartista naturale in grado di illuminare la manovra e di velocizzarla secondo il principio cardine della verticalità, e su Maicon, nominalmente un terzino ma di fatto un’esterno a tutta fascia, debordante tanto fisicamente quanto tecnicamente; il terminale primario era Milito, che visse una stagione di grazia nella quale riuscì a realizzare la bellezza di 30 reti, molte delle quali decisive. La principale forza di quella squadra era però indubbiamente la solidità difensiva, garantita da un blocco centrale granitico che dava l’idea di esaltarsi nella sofferenza.

La stagione non cominciò però nel migliore dei modi. Ad agosto l’Inter perse la Supercoppa Italiana, sconfitta a Pechino dalla Lazio, e anche la prima partita a San Siro fu tutt’altro che convincente (1-1 contro il Bari). In Serie A la musica cambiò già a partire dalla seconda giornata (roboante 4-0 nel derby contro il Milan) e nel giro di poche settimane i nerazzurri acquisirono la leadership del campionato, laureandosi poi campioni d’inverno con 45 punti, ossia +5 sui cugini rossoneri, +12 sulla Juventus e +13 sulla Roma. La situazione era ben diversa in Champions League, dove l’Inter riuscì a stento a superare un girone abbordabile composto da Barcellona, Dinamo Kiev e Rubin Kazan: dopo tre stentati pareggi la prima fondamentale vittoria fu la rimonta negli ultimi minuti in Ucraina, seguita dal decisivo 2-0 interno contro i russi.

Gli ottavi di finale contro il Chelsea, in particolare il successo nella gara di ritorno a Stamford Bridge, diedero alla squadra di Mourinho maggiore consapevolezza della propria forza anche in campo europeo e, dopo aver superato agevolmente l’ostacolo CSKA Mosca ai quarti (2-0 nell’aggregata), i nerazzurri furono messi di fronti alla prova del nove: la semifinale contro il Barcellona, probabilmente il momento più iconico della stagione. I catalani, allenati da Pep Guardiola, erano i campioni d’Europa in carica ed esprimevano un calcio di una bellezza travolgente, oltre che di grande efficacia, il che li rendeva automaticamente i grandi favoriti per la conquista del trofeo. Nel doppio confronto della fase a gironi l’Inter non era riuscita a segnare neanche un gol ai blaugrana, ragione in più per considerare il Biscione una vittima sacrificale. Il gol di Pedro in apertura del match di Milano sembrava spingere in questa direzione, ma l’Inter tirò fuori un grande carattere e ribaltò il risultato con i gol di Sneijder, Maicon e Milito, mandando letteralmente in estasi gli 80.000 di San Siro. Nel ritorno al Camp Nou, dopo un’intera settimana in cui non si era parlato d’altro che della remuntada, l’Inter giocò una partita stoica, riuscendo, nonostante l’espulsione di Thiago Motta nel primo tempo, ad erigere un muro invalicabile davanti a Julio Cesar: l’1-0 finale non bastò al Barca e scatenò la celebre corsa liberatoria di Mourinho.

Il Triplete si concretizzò di fatto attraverso tre finali, ognuna delle quali garantì un trofeo all’ormai inarrestabile banda nerazzurra e in ognuna delle quali c’è la firma indelebile di Diego Milito. La prima è datata 5 maggio (ironicamente un giorno legato a ricordi piuttosto amari per i tifosi interisti) e fu l’ultimo atto della Coppa Italia: all’Olimpico, in un match estremamente teso, la Roma venne sconfitta per 1-0 con gol del Principe. Fu ancora lui a segnare la rete-scudetto il 16 maggio a Siena e fu sempre lui a realizzare la doppietta che trafisse il Bayern Monaco il 22 maggio al Santiago Bernabeu di Madrid. Fu l’epilogo perfetto di un’annata magica, probabilmente irripetibile. Le lacrime di Mourinho a fine partita furono a metà tra la felicità per l’impresa compiuta e la tristezza per la decisione già presa di lasciare la “famiglia” nerazzurra per accettare la proposta del Real.

martedì 1 aprile 2025

#AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi


 Buongiorno, oggi è il primo aprile.

Il primo aprile 1946 nasce a Fusignano (RA) Arrigo Sacchi.

Classe 1946, nasce a Fusignano, paesino della Romagna, lo stesso giorno di un altro grande del calcio, l'amico Alberto Zaccheroni. Voci non certissime raccontano che nella fanciullezza tifasse Inter e che amasse farsi portare a San Siro a vedere qualche partita dei nerazzurri. Di certo, c'è solamente che fin dall'adolescenza è stato attratto inesorabilmente dal calcio, tentando in tutti i modi di inserirsi in squadre e squadrette di vario tipo, oppure cercando di operare "dietro le quinte", adombrando in questo modo la sua futura carriera di allenatore. Scelta in parte forzata, dato che le sue doti di giocatore non erano di gran livello…

Con il tempo, dunque, la sua figura di allenatore si va delineando anche se, ad un certo punto, è quasi tentato di lasciar perdere tutto per dedicarsi a qualcosa di più "serio" e remunerativo, ossia affiancare il padre, produttore di scarpe, nella vendita all'ingrosso, cominciando così a viaggiare e a girare l'Europa. Com' è facile intuire, però, la passione per il calcio letteralmente lo divora, tanto che proprio non riesce a stare lontano dai campi e soprattutto dalla panchina, la sua massima aspirazione professionale. Sempre triste e mugugnante come venditore, comincia a sentirsi meglio quando gli affidano qualche squadra da portare avanti, anche solo a livello dilettantistico.

Si trova così a guidare squadre come il Fusignano, l'Alfonsine e il Bellaria. Poiché mostra nerbo e carattere, nonché lucidità e idee rivoluzionarie, nessuno si meraviglia quando gli affidano il settore giovanile del Cesena. La cittadina romagnola era già allora una specie di tempio del calcio. Tra l'altro era la culla di una celebrità come il conte Alberto Rognoni, nobile dalla parlata forbita e dalla simpatia istintiva. Il ruolo di Rognoni fra l'altro si rivela abbastanza importante, dato che non solo lancia e modella il Cesena ma guida anche, per molti anni, l'istituzione del COCO, la temuta Commissione di Controllo della Federcalcio. Il conte, inoltre, nonostante ormai il fulcro della sua attività ruotasse intorno a Milano, era già allora uno dei primi grandi estimatori dell'emergente Sacchi.

Da questo momento in poi, comincia una lunga gavetta che brevemente riassumiamo.

Nella stagione 1982/83 va a Rimini in C/1, l'anno dopo alle giovanili della Fiorentina e nel 1984/85 di nuovo a Rimini in C/1; nel 1985 si trasferisce a Parma dove rimane fino al 1987.

Approda in serie A nel campionato 1987/88. Silvio Berlusconi, neopresidente milanista, decide di chiamarlo sulla panchina della sua squadra dopo l'ottima prova che il Parma guidato da Sacchi (allora in serie B), effettua contro il Milan di Liedholm in Coppa Italia. Con la squadra milanese vincerà lo scudetto nel 1987/88, arriverà terzo nel 1988/89 e secondo nel 1989/90 e nel 1990/91; ha poi vinto una Supercoppa Italiana (1989), due Coppe dei Campioni (1988/89 e 1989/90), due Coppe Intercontinentali (1989 e 1990) e due Supercoppe Europee (1989 e 1990).

Occorre considerare che in quegli anni ai vertici del calcio italiano c'era il Napoli di Maradona che si schierava, come la stragrande maggioranza delle squadre partecipanti al massimo campionato, in modo tradizionale.

Arrigo Sacchi, invece, al posto di uniformarsi al canovaccio tattico in voga decide di schierare il Milan con un rivoluzionario 4-4-2.

La base su cui poggia il suo progetto è quella di riuscire a creare una squadra in cui ogni giocatore abbia compiti importanti sia in fase difensiva che offensiva, una squadra quindi dove la collaborazione assuma un aspetto rilevante. Riuscirà con il tempo anche a incidere sulla mentalità, inculcando nella testa dei propri giocatori i concetti del "calcio totale".

Proprio per questo, in Italia è stato spesso contestato di ritenere prioritari gli schemi rispetto agli uomini.

Dal 13 novembre 1991 è subentrato ad Azeglio Vicini come commissario tecnico della Nazionale Italiana che ha condotto ai Mondiali USA del 1994, ottenendo il secondo posto dietro il Brasile. Nel 1995 ha portato l'Italia alla qualificazione per la fase finale dell'Europeo '96. Nel 1996 ha rinnovato il contratto che lo avrebbe legato alla guida della Nazionale fino a tutto il 1998, ma poco tempo dopo, in seguito a polemiche sulla sua conduzione, ha preferito lasciare il posto a Cesare Maldini, già allenatore della nazionale giovanile.

Infine, il suo ultimo incarico è stato quello alla guida del Parma. Il troppo stress, però, l'eccessiva fatica e le troppe tensioni a cui è sottoposto (anche per l'attenzione morbosa che il gioco del calcio riceve in Italia), lo inducono a lasciare la panchina della squadra emiliana dopo solo tre partite.

Arrigo Sacchi non ha abbandonato il mondo che tanto ama: ha lavorato come direttore dell'area tecnica, dietro le quinte della panchina del Parma. Poi alla fine del 2004 è volato in Spagna, per diventare Direttore tecnico del Real Madrid.

Nel mese di ottobre 2005 l'Università di Urbino ha conferito a Sacchi la laurea honoris causa in Scienze e Tecniche dell'Attività Sportiva.

Dal 4 agosto 2010 al 14 agosto 2014 ha svolto il ruolo di coordinatore tecnico delle nazionali giovanili, dalla Under 21 alla Under 16.

sabato 25 febbraio 2023

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 25 febbraio.
Il 25 febbraio 1995 Massimo Moratti acquista l'Inter Football Club.
20 anni ha trascorso Moratti alla guida dell’Inter e 19 sono gli allenatori passati nella sua storia in nerazzurro.
Il primo è Ottavio Bianchi, Campione d’Italia alla guida del Napoli nella stagione 1986-1987, resta all’Inter per poco più di un anno. Suo successore è Luis Suarez, leggenda nerazzurra ai tempi di Herrera e già allenatore dell’Inter nel 1974 e nel 1992. Tornato nel 1995 vivrà una brutta esperienza e da lì in poi deciderà di non allenare mai più. È Roy Hogdson, approdato nel 1996, il primo tecnico importante della storia morattiana: con l’inglese Moratti sfiora il primo trofeo della sua storia, ma soltanto i rigori impediranno ai nerazzurri di gioire in Coppa Uefa in finale contro lo Schalke. Quella finale persa porterà Hogdson a dimettersi e la società colmerà il buco lasciato dal tecnico promuovendo il preparatore dei portieri Luciano Castellini, all’Inter dal 1988.
Per la stagione successiva viene scelto Gigi Simoni, un vero signore, ancora oggi rimpianto dai tifosi della Beneamata. Guida l’Inter di Ronaldo e Recoba, stravincendo una Coppa Uefa in finale contro la Lazio a Parigi e sfiorando lo scudetto, trofeo mai accarezzato da Moratti prima di allora. È lui che regala il primo trofeo a Moratti, ma viene licenziato clamorosamente nella stagione seguente dopo aver eliminato il Real Madrid dalla Champions League grazie a Roberto Baggio in una notte che resterà sempre nella storia di questi colori. Da lì in poi verranno cambiati altri tre allenatori e la 98-99 sarà una tra le annate peggiori dell’era Moratti. Prima viene chiamato Mircea Lucescu, che alterna prestazioni favolose a flop pazzeschi come lo 0-4 in casa della Sampdoria, poi retrocessa, dopo tornerà Castellini e per le ultime partite di campionato siederà sulla panchina ancora Roy Hogdson, che chiuderà la stagione all’ottavo posto e perderà anche gli spareggi per entrare in Coppa Uefa contro il Bologna.
Nell’estate 1999 Moratti si accorda con Marcello Lippi, da tutti considerato come il miglior allenatore del momento, ma con un passato contrassegnato dall’esperienza alla Juventus, mai come in quegli anni rivale acerrima dei nerazzurri. Il presidente affida carta bianca al tecnico di Viareggio che sconvolge la rosa, privandosi di Pagliuca, Bergomi e Simeone e portando a Milano Peruzzi, Jugovic e Vieri. Gravi problemi con Baggio e Panucci portano difficoltà nello spogliatoio e la coppia Vieri-Ronaldo, che tanto accendeva le fantasie dei tifosi, non riesce ad esprimersi a causa dei gravissimi infortuni del Fenomeno che nella finale di Coppa Italia si rompe il tendine rotuleo e sta fuori per quasi 2 anni. A salvare la panchina di Lippi sarà proprio Baggio con una doppietta nello spareggio contro il Parma valido per qualificarsi ai preliminari di Champions League, ma all’inizio della stagione successiva l’eliminazione dalla Champions per mano della modesta squadra dell’Helsinborg e la sconfitta alla prima di campionato contro la Reggina, costano la panchina a Lippi. Al suo posto viene ingaggiato Marco Tardelli, proveniente da annate felici alla guida della nazionale under 21, ma la stagione sarà caratterizzata da tanti dolori e poche gioie, memorabile, in senso negativo, lo 0-6 nel derby contro il Milan.
Nell’estate 2001 si prova a dare una svolta ed insieme a tanti giocatori giovani che troveranno spazio come Kallon e Ventola, viene ingaggiato sulla panchina Hector Cuper, proveniente da due finali di Champions League con il Valencia. L’Inter acquisisce una mentalità vincente e guida in testa il campionato dalla prima fino alla penultima giornata, Ronaldo torna in campo e regala spettacolo con Vieri, ma la sconfitta per 4-2 contro la Lazio di Zaccheroni all’ultima giornata di campionato costerà il tricolore, che manca dal 1989, ai nerazzurri. Confermato Cuper, la 2002-2003 è una stagione più che positiva, ma sfortunata: in campionato arriva un secondo posto, in Champions la squadra arriva in semifinale, massimo risultato raggiunto dal 1972. Il Milan staccherà il biglietto per la finale tutta italiana di Manchester contro la Juventus, con due pareggi, in virtù del gol segnato fuori casa. Una brusca partenza nell’annata 2003-2004 costerà la panchina allo sfortunato Cuper, sostituito temporaneamente da Verdelli e definitivamente da Zaccheroni, lo stesso che aveva condannato i nerazzurri il 5 maggio. La partenza con l’allenatore romagnolo è entusiasmante e il campionato viene concluso con un positivo quarto posto.
Quella del 2004 è l’estate della svolta. Moratti affida la panchina a Roberto Mancini, da sempre stimato fin dai tempi in cui giocava. I nerazzurri, trascinati da Adriano, collezionano una serie impressionante di pareggi che da un lato sfiducia ancora i tifosi ormai stanchi di perdere, dall’altro dimostra una grande forza e tenacia nel rimanere imbattuti. Con Mancini arriverà finalmente, dopo 7 anni, un trofeo: l’Inter vince la Coppa Italia e lo farà anche l’anno successivo dopo aver sconfitto la Juventus in Supercoppa. Lo scudetto 2006 verrà assegnato all’Inter per le vicende di Calciopoli e gli acquisti di Ibrahimovic e Crespo permetteranno ai nerazzurri di trionfare in Italia anche nelle due annate successive, con il tricolore dominato del 2007 e quello sofferto del 2008, conquistato all’ultima giornata a Parma, con una doppietta di Zlatan Ibrahimovic. Le premature eliminazioni dell’Inter dalla Champions convinceranno Moratti a licenziare Mancini, ma il tecnico jesino chiude la sua esperienza in nerazzurro con 3 scudetti, 2 Coppa Italia e 2 Supercoppa Italiana. È lui il primo allenatore vincente dell’era Moratti.
Per essere protagonisti anche in Europa, Moratti decide di affidarsi al tecnico più importante dell’intero panorama calcistico internazionale: Josè Mourinho. Con il portoghese il primo anno non dimostra molti cambiamenti: l’Inter è sempre protagonista in Italia, ma in Champions arriva la solita eliminazione agli ottavi di finale, per mano del Manchester United. La vittoria in Supercoppa contro la Roma non basta per convincere i tifosi del grande cambio di rotta, l’Inter è Ibrahimovic-dipendente ed in Coppa Italia la Sampdoria di Mazzarri strapazza i nerazzurri in semifinale. L’anno successivo è quello della svolta: la società vende Ibrahimovic ed acquista elementi di grande caratura come Lucio, Thiago Motta, Sneijder, Eto’o e Milito. Sarà soprattutto grazie alla loro mentalità, oltre che alla mano dell’allenatore, che i nerazzurri riusciranno a vincere tutto. La sconfitta contro la Lazio in Supercoppa viene subito smaltita e Diego Milito sarà l’assoluto protagonista dell’anno con 30 reti stagionali. L’argentino segna contro la Roma in finale di Coppa Italia, segna contro il Siena all’ultima giornata di campionato e soprattutto segna due gol contro il Bayern Monaco nella finale di Champions League. Tre trofei vinti in meno di un mese, la Coppa dei Campioni, momenti di grande estasi e commozione per gente, come il capitano Zanetti, che aveva vissuto gli anni bui. Mourinho deciderà di andare via da vincente, in lacrime e per l’Inter si chiuderà un ciclo. Per lui 2 scudetti, 1 Champions League, 1 Coppa Italia, 1 Supercoppa Italiana.
Per il post-Mourinho, Moratti decide di confermare tutti i reduci del “triplete” ad esclusione del giovane Mario Balotelli, ceduto al Manchester City. Nonostante molti giocatori siano appagati dalle tante vittorie vengono confermati in toto. In panchina arriva un altro mostro sacro del calcio internazionale: Rafael Benitez. Lo spagnolo si presenta con una bella vittoria in Supercoppa Italiana contro la Roma, ma perde la Supercoppa europea contro l’Atletico Madrid. L’Inter non è la squadra schiacciasassi degli ultimi anni e resta indietro in campionato, dove si impone il Milan di Ibrahimovic, passato ai rossoneri. Nonostante la vittoria del Campionato del Mondo, Benitez verrà sollevato dall’incarico a dicembre del 2010 a causa di sue dichiarazioni contro la società, colpevole secondo il mister, di non aver acquistato nessun giocatore da lui richiesto. Andrà via con due trofei in pochi mesi. Sarà Leonardo, un uomo del Milan, a sostituirlo. Con il brasiliano l’Inter si rende protagonista di una rimonta favolosa in campionato che porterà i nerazzurri a -2 dal Milan prima dello scontro diretto. La squadra però crolla e perde malamente il derby, prima di essere eliminata dalla Champions ai quarti di finale in maniera ancora più umiliante, con una sconfitta 2-5 contro lo Schalke 04, dopo aver eliminato in una storica partita il Bayern Monaco agli ottavi. Leonardo vincerà la Coppa Italia e viene confermato da Moratti. Andrà via nell’estate 2011 per via dell’offerta del Psg che lo ingaggia come Ds. La Coppa Italia del 2011 è l’ultimo trofeo vinto dall’Inter di Moratti.
Al suo posto Moratti, dopo i no di Bielsa, Mihajlovic, Capello e Villas Boas, sceglie Gian Piero Gasperini, patito del 3-4-3, modulo utilizzato solo da Zaccheroni in nerazzurro prima di allora. Il presidente, legato alla difesa a 4 che ha dato tanti successi all’Inter, fa subito tanta pressione all’allenatore a riguardo e consiglia di utilizzare Pazzini come prima punta e non Milito, pupillo di Gasperini fin dai tempi del Genoa. La Supercoppa viene persa contro il Milan, il campionato inizia con una sconfitta a Palermo e la Champions comincia in maniera ancora più traumatica, con un’umiliante sconfitta casalinga contro il Trabzonspor. Un’ulteriore flop contro il Novara neopromosso costerà l’incarico a Gasperini, esonerato dopo sole tre partite di campionato. Nessun giocatore adatto al suo schema era stato acquistato da Moratti. Claudio Ranieri guiderà la squadra al suo posto, ma gli evidenti problemi manifestatisi anche con il romano, fanno luce sul vero problema dell’Inter, che non è l’allenatore. Ranieri dura fino a marzo, prima di essere sostituito in modo drastico da un giovane sconosciuto: Andrea Stramaccioni, tecnico promosso dalla primavera, per cui Moratti stravede. L’Inter decide di ricominciare da lui anche l’anno successivo e l’emergente dimostra di avere carattere e grande capacità con la squadra al completo. L’Inter sarà la prima formazione a battere la Juve di Conte e lo farà allo Juventus Stadium. Gli infortuni e tante situazioni avverse, firmeranno la sua condanna dopo una grande crisi ed un indecoroso nono posto.
Mazzarri è il tecnico della rifondazione, è su di lui che Moratti decide di puntare, ma sa già che la società verrà data in mano a Thohir. Uno screzio con lui induce il petroliere a lasciare l’Inter. A parte Mazzarri, solo con Gasperini e Lippi il presidente si è lasciato male. Simoni si chiede ancora per quale motivo sia stato licenziato, ma per il resto, è difficile sentire qualcuno parlare male di Massimo Moratti, come persona, nell’ambiente calcistico.
Oggi l'Inter è in mano ai cinesi, che hanno portato di nuovo a Milano uno scudetto, una coppa Italia e due Supercoppa Italiana, e Moratti è solo un tifoso eccellente.

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