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lunedì 9 marzo 2026

#AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 9 marzo.
La sera del 9 marzo 1908 al ristorante L'Orologio nacque il Football Club Internazionale Milano da una costola di 43 dissidenti, guidati dal pittore Giorgio Muggiani, del preesistente Milan Football and Cricket Club, che aveva imposto il divieto di far arruolare altri calciatori stranieri a quelli già presenti nella rosa. Gli stranieri erano per gran parte l'ossatura delle nuove società di calcio che stavano sorgendo e il fatto di non arruolarli parve essere irriconoscente verso di loro. Proprio Muggiani scelse i colori che avrebbero rappresentato l'emblema della società: il nero e l'azzurro. Il primo presidente fu Giovanni Paramithiotti, mentre il primo capitano Hernst Marktl, che tra l'altro fu uno dei fondatori del Milan.
Nel 1910 l'Inter vinse il suo primo scudetto, cui seguirono delle stagioni deludenti. Con lo scoppio della prima guerra mondiale fu interrotta l'attività sportiva che riprese nel 1920; a tale anno risale il secondo successo nazionale dei nerazzurri. A seguito della scissione tra FIGC e CCI, nella stagione 1921-1922 l'Inter si piazzò ultima nel proprio girone della CCI e doveva, per rimanere nella massima serie, disputare uno spareggio salvezza contro una squadra di Seconda Divisione.Tuttavia, prima che lo spareggio si disputasse, due mesi dopo la fine del torneo, avvenne la riunificazione del campionato, avvenuta sulla base del Compromesso Colombo che, derogando alle regole prestabilite, stabiliva degli spareggi incrociati tra squadre FIGC e squadre CCI. L'Inter riuscì a salvarsi battendo prima la cadetta S.C. Italia di Milano come stabilito dall'iniziale regolamento CCI (vinta dall'Inter a tavolino per 2-0 in quanto gli avversari non poterono schierare 11 giocatori, per motivi legati alla leva militare obbligatoria) e poi come stabilito dal Compromesso Colombo con la squadra FIGC Libertas Firenze. I nerazzurri si imposero per tre reti a zero in casa e pareggiarono per 1-1 in trasferta, rimanendo di conseguenza nella massima categoria.
Con l'inizio del ventennio fascista l'Inter, simboleggiata in questo periodo dal centravanti Giuseppe Meazza, si trovò costretta a mutare il proprio nome per ragioni politiche; troppo poco italiano e soprattutto simile al nome della Terza Internazionale Comunista. Così nel 1928 l'Inter si fuse con l'Unione Sportiva Milanese e assunse la denominazione di Società Sportiva Ambrosiana, poi mutata in Ambrosiana-Inter fino al 1945. La squadra vinse nel 1930, con due giornate d'anticipo, il primo Campionato di Serie A disputato a girone unico, successo questo impreziosito dalle 31 reti segnate da Meazza (capocannoniere stagionale). Il quarto tricolore venne conquistato nel 1938 e Meazza per la terza volta nella sua carriera si confermò miglior realizzatore della competizione (precedentemente anche nell'annata 1935-1936). L'anno successivo l'Ambrosiana vinse la sua prima Coppa Italia sconfiggendo in finale il Novara per 2-1. Dopo un solo anno di digiuno, i milanesi tornarono a conquistare lo scudetto, il quinto titolo della storia nerazzurra. Nel 1942, nel pieno del secondo conflitto mondiale, Carlo Masseroni fu nominato presidente, carica che avrebbe ricoperto per 13 anni. Fu lui ad annunciare, sabato 27 ottobre 1945, che «l'Ambrosiana sarebbe tornata a chiamarsi solo Internazionale».
Tornata alla sua antica denominazione, la squadra non andò oltre il secondo posto nel 1948-1949, la stagione della tragedia di Superga, dietro al cosiddetto Grande Torino. Ci vollero 13 anni prima che il club fosse di nuovo in grado di aggiudicarsi lo scudetto; nel 1952-1953 e nel 1953-1954 sotto la guida di Alfredo Foni. Il primo fu un successo controverso, ottenuto in buona misura grazie all'adozione della tattica del catenaccio introdotta da Foni, rivelatasi poco spettacolare ma estremamente efficace nel migliorare nettamente le prestazioni della difesa. La squadra si ripeté l'anno successivo, stavolta optando per un cambio di tattica, dunque per la rinuncia al poco spettacolare catenaccio che sì l'aveva portata al successo, ma che aveva attirato anche le critiche degli amanti dell'agonismo. In questa circostanza la squadra nerazzurra ebbe il miglior attacco del campionato.
Nel 1955 ascese alla presidenza Angelo Moratti. Dopo alcuni anni di assestamento, durante i quali Antonio Valentín Angelillo stabilì il primato di segnature, ancora imbattuto, per tornei a 18 squadre (33 reti nel 1958-1959), una finale di Coppa Italia e molti allenatori cambiati, giunse da Barcellona a Milano il mago Helenio Herrera. Fu l'inizio dell'era della Grande Inter, capace di vincere tre scudetti tra il 1963 e il 1966, due Coppe dei Campioni e due Coppe Intercontinentali. La prima Coppa dei Campioni i nerazzurri la conquistarono nella finale contro il Real Madrid, già vincente cinque volte in tale competizione, sconfitto per 3-1, mentre la seconda fu messa in bacheca dopo il successo sul Benfica di Eusébio al Meazza per 1-0.
Il 1968 segnò la fine di un ciclo, con l'abbandono di Moratti e di Herrera. La presidenza passò a Ivanoe Fraizzoli, sotto la cui guida il club tornò a vincere lo scudetto nel 1971, con Giovanni Invernizzi in panchina subentrato a metà stagione (unica squadra italiana a vincere il tricolore con un allenatore subentrato) e con Boninsegna capocannoniere. Ingaggiato nel 1977 l'allenatore Eugenio Bersellini, detto il sergente di ferro, nel 1978 l'Inter vinse di nuovo dopo 39 anni la Coppa Italia, sconfiggendo in finale il Napoli per 2-1. Durante la stagione 1979-1980 scoppiò lo scandalo del Totonero che coinvolse il mondo del calcio (e non solo) e si concluse con la retrocessione in Serie B del Milan e della Lazio. L'Inter vinse il suo dodicesimo scudetto. Nel 1982 i nerazzurri si aggiudicarono nuovamente la Coppa Italia dopo aver sconfitto in finale il Torino con i risultati di 1-0 e 1-1. Fu il terzo successo per l'Inter nella competizione.
Nel 1984 divenne presidente Ernesto Pellegrini. Nel 1989 il nuovo allenatore Giovanni Trapattoni condusse la squadra al suo tredicesimo scudetto, detto scudetto dei record. I nerazzurri, infatti, ottennero 58 punti con i 2 assegnati per ciascuna vittoria, una quota mai raggiunta da nessuna altra squadra. Nel novembre 1989 la bacheca della Beneamata accolse la prima Supercoppa italiana, conquistata contro la Sampdoria, sconfitta con il punteggio di 2-0. Gli anni novanta portarono gloria all'Inter solo in campo europeo. Alle deludenti prestazioni in campionato, infatti, fecero da contraltare i tre successi in Coppa UEFA in quattro finali disputate, vinte contro la Roma nel 1991, contro il Casino Salisburgo nel 1994 e contro la Lazio nel 1998.
Nel febbraio 1995 i Moratti tornarono al timone della società, che venne acquistata da Massimo, figlio di Angelo. La fine del millennio fu avara di soddisfazioni, eccezion fatta per la Coppa UEFA vinta nel 1998.
Nel 2004 l'avvento in panchina di Roberto Mancini aprì un ciclo di vittorie. Risalgono alla gestione dell'allenatore jesino la conquista di due Coppe Italia (su quattro finali tutte contro la Roma), due Supercoppe italiane (contro Juventus e ancora Roma) ma soprattutto tre scudetti. Il primo tricolore arrivò al termine della stagione 2005-2006, in seguito alle sentenze emesse dalla giustizia sportiva nell'ambito di Calciopoli. Nel 2007 la squadra si aggiudicò un nuovo scudetto dei record, conquistato dopo 18 anni sul campo con cinque giornate d'anticipo al termine di un campionato dominato, in cui la squadra subì una sola sconfitta contro la Roma, sconfitta a inizio stagione nella Supercoppa italiana ma che poi avrebbe battuto i nerazzurri nella finale di Coppa Italia. La stagione del centenario si aprì con la sconfitta in Supercoppa di lega, ma si chiuse con un nuovo scudetto, il sedicesimo, e un'altra battuta d'arresto in finale di Coppa Italia.
Nel 2008 giunse sulla panchina dell'Inter José Mourinho, che condusse la squadra alla vittoria della Supercoppa italiana ancora contro la Roma (questa volta ai rigori) e al diciassettesimo scudetto, il quarto consecutivo; successo che consentì ai nerazzurri di raggiungere il Milan nell'albo d'oro del campionato italiano. All'inizio della stagione 2009-2010 la squadra nerazzurra perde per 2-1 la sfida contro la Lazio in Supercoppa italiana. Il prosieguo della stessa vide l'Inter conquistare il suo diciottesimo scudetto (superando il Milan e divenendo la seconda squadra italiana per numero di scudetti, dopo la Juventus), la sua sesta Coppa Italia ma soprattutto, il 22 maggio contro il Bayern Monaco al Santiago Bernabéu di Madrid, la sua terza Coppa dei Campioni dopo 45 anni di attesa, la prima da quando ha mutato il proprio nome in Champions League, realizzando così il treble mai riuscito a nessun'altra squadra italiana. A fine maggio, il tecnico portoghese lasciò l'Inter per passare alla guida del Real Madrid.
Il 10 giugno 2010 il ruolo di tecnico fu assunto da Rafael Benítez. Lo spagnolo, dopo aver conquistato la Supercoppa italiana, la Coppa del mondo per club ma aver perso la Supercoppa UEFA, lasciò il club milanese il 23 dicembre dello stesso anno. Al madrileno subentrò il brasiliano Leonardo, ex giocatore ed allenatore del Milan, con il quale i nerazzurri vinsero la settima Coppa Italia e raggiunsero il secondo posto in campionato.
Poi una serie di stagioni deludenti, con diversi cambi di allenatore, e soprattutto il passaggio della proprietà dalla famiglia Moratti al tycoon indonesiano Erik Thohir e infine alla nuova proprietà cinese, proprietaria del colosso tecnologico Suning, la quale portò la squadra alla conquista del diciannovesimo e ventesimo scudetto, e quindi alla possibilità di fregiarsi di due stelle sulla maglia.
Oggi la società è in mano al fondo americano Oaktree e sulla panchina nerazzurra siede un ex eroe del "triplete": Christian Chivu.

giovedì 22 maggio 2025

#AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi


 Buongiorno, oggi è il 22 maggio.

Il 22 maggio 2010 l'Inter a Madrid vince la sua terza Champions League dopo aver vinto anche campionato e coppa Italia. Diventa così l'unica squadra italiana ad aver mai fatto il cosiddetto "triplete".

Se c’è un anno che i tifosi dell’Inter ricorderanno sempre con un sentimento misto tra l’idolatria e la nostalgia è senza dubbio il 2010, stagione in cui José Mourinho condusse la propria creatura a un traguardo storico e tutt’ora ineguagliato in Italia: il Triplete, ossia la contemporanea conquista di Champions League, scudetto e Coppa Italia. Il godimento dell’ambiente nerazzurro per l’annata più vincente della sua storia ha raggiunto picchi talmente elevati da riuscire quasi ad offuscare il decennio successivo, totalmente avaro di soddisfazioni. Andiamo dunque a ripercorrere le tappe di un’impresa destinata a rimanere eterna.

L’Inter del 2009/10 era una squadra ormai abituata a dominare in Italia, dove aveva conquistato gli ultimi tre scudetti, e alla quale si chiedeva soprattutto il salto di qualità in Europa, dove negli ultimi cinque anni non aveva mai superato i quarti di finale. La prima stagione di Mourinho sulla panchina nerazzurra non si era discostata dalla precedente gestione Mancini, finendo con la vittoria agevole del campionato e con l’eliminazione agli ottavi di Champions League per mano del Manchester United. Ecco allora che nell’estate del 2009 la dirigenza optò per un grosso rinnovamento della rosa: fuori Zlatan Ibrahimovic, fino ad allora catalizzatore e al contempo principale finalizzatore del gioco, dentro Samuel Eto’o, Lucio, il duo genoano Thiago Motta-Diego Milito e il colpo last-minute Wesley Sneijder. Apparentemente un buon mercato ma nulla di eccezionale, o almeno così sembrava a inizio stagione.

Sul piano tattico soltanto con il passare dei mesi lo Special One arrivò alla soluzione definitiva, quantomeno a livello europeo. Lo schieramento che diede maggiori garanzie fu un 4-2-3-1 apparentemente molto spregiudicato ma in realtà equilibrato dal duro lavoro degli esterni d’attacco, capaci all’occorrenza di trasformarsi in veri e propri terzini aggiunti. In particolare, uno dei successi di Mourinho fu convincere un centravanti come Eto’o a sacrificarsi in questo ruolo non suo, costringendolo a percorrere tanti metri in fascia e a perdere contatto con la porta pur di apportare beneficio alla squadra. In fase offensiva l’Inter si appoggiava tanto su Sneijder, trequartista naturale in grado di illuminare la manovra e di velocizzarla secondo il principio cardine della verticalità, e su Maicon, nominalmente un terzino ma di fatto un’esterno a tutta fascia, debordante tanto fisicamente quanto tecnicamente; il terminale primario era Milito, che visse una stagione di grazia nella quale riuscì a realizzare la bellezza di 30 reti, molte delle quali decisive. La principale forza di quella squadra era però indubbiamente la solidità difensiva, garantita da un blocco centrale granitico che dava l’idea di esaltarsi nella sofferenza.

La stagione non cominciò però nel migliore dei modi. Ad agosto l’Inter perse la Supercoppa Italiana, sconfitta a Pechino dalla Lazio, e anche la prima partita a San Siro fu tutt’altro che convincente (1-1 contro il Bari). In Serie A la musica cambiò già a partire dalla seconda giornata (roboante 4-0 nel derby contro il Milan) e nel giro di poche settimane i nerazzurri acquisirono la leadership del campionato, laureandosi poi campioni d’inverno con 45 punti, ossia +5 sui cugini rossoneri, +12 sulla Juventus e +13 sulla Roma. La situazione era ben diversa in Champions League, dove l’Inter riuscì a stento a superare un girone abbordabile composto da Barcellona, Dinamo Kiev e Rubin Kazan: dopo tre stentati pareggi la prima fondamentale vittoria fu la rimonta negli ultimi minuti in Ucraina, seguita dal decisivo 2-0 interno contro i russi.

Gli ottavi di finale contro il Chelsea, in particolare il successo nella gara di ritorno a Stamford Bridge, diedero alla squadra di Mourinho maggiore consapevolezza della propria forza anche in campo europeo e, dopo aver superato agevolmente l’ostacolo CSKA Mosca ai quarti (2-0 nell’aggregata), i nerazzurri furono messi di fronti alla prova del nove: la semifinale contro il Barcellona, probabilmente il momento più iconico della stagione. I catalani, allenati da Pep Guardiola, erano i campioni d’Europa in carica ed esprimevano un calcio di una bellezza travolgente, oltre che di grande efficacia, il che li rendeva automaticamente i grandi favoriti per la conquista del trofeo. Nel doppio confronto della fase a gironi l’Inter non era riuscita a segnare neanche un gol ai blaugrana, ragione in più per considerare il Biscione una vittima sacrificale. Il gol di Pedro in apertura del match di Milano sembrava spingere in questa direzione, ma l’Inter tirò fuori un grande carattere e ribaltò il risultato con i gol di Sneijder, Maicon e Milito, mandando letteralmente in estasi gli 80.000 di San Siro. Nel ritorno al Camp Nou, dopo un’intera settimana in cui non si era parlato d’altro che della remuntada, l’Inter giocò una partita stoica, riuscendo, nonostante l’espulsione di Thiago Motta nel primo tempo, ad erigere un muro invalicabile davanti a Julio Cesar: l’1-0 finale non bastò al Barca e scatenò la celebre corsa liberatoria di Mourinho.

Il Triplete si concretizzò di fatto attraverso tre finali, ognuna delle quali garantì un trofeo all’ormai inarrestabile banda nerazzurra e in ognuna delle quali c’è la firma indelebile di Diego Milito. La prima è datata 5 maggio (ironicamente un giorno legato a ricordi piuttosto amari per i tifosi interisti) e fu l’ultimo atto della Coppa Italia: all’Olimpico, in un match estremamente teso, la Roma venne sconfitta per 1-0 con gol del Principe. Fu ancora lui a segnare la rete-scudetto il 16 maggio a Siena e fu sempre lui a realizzare la doppietta che trafisse il Bayern Monaco il 22 maggio al Santiago Bernabeu di Madrid. Fu l’epilogo perfetto di un’annata magica, probabilmente irripetibile. Le lacrime di Mourinho a fine partita furono a metà tra la felicità per l’impresa compiuta e la tristezza per la decisione già presa di lasciare la “famiglia” nerazzurra per accettare la proposta del Real.

mercoledì 18 dicembre 2024

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 18 dicembre.
Il 18 dicembre 2010 L'Inter Football Club diventa la squadra Campione del Mondo per Club per la terza volta.
Per tutto il mondo interista il Triplete è così forte emotivamente che quello che viene successivamente quasi perde ogni sapore. Nella notte di Madrid non solo si festeggia la grande vittoria della Champions League contro il Bayern Monaco, dopo aver vinto campionato e Coppa Italia, ma ci si immalinconisce per José Mourinho, che entra nell’auto di Florentino Perez ed esce dalla storia nerazzurra. Il portoghese sapeva che quella squadra era al massimo possibile e non poteva che iniziare a declinare. Bisognava mandare via i grandi protagonisti di quel viaggio incredibile e Moratti non è mai riuscito ad essere poco riconoscente.
Andato via Mourinho si cerca un altro profilo internazionale e in quel momento il meglio sulla piazza, libero dopo l’addio al Liverpool, è Rafa Benitez, allenatore capace di vincere inaspettatamente sia due Liga con il Valencia che una Champions League a dir poco folle ad Istanbul contro il Milan, recuperando dal 3-0 del primo tempo. Per un allenatore nuovo che prende il comando delle operazioni di una squadra che si era legata a doppia mandata con Mourinho, tanto che Sneijder affermò senza perplessità che avrebbe ucciso per il suo allenatore, il compito è difficile fin dall'inizio. L’Inter con Benitez infatti perde la Supercoppa Europa vinta dall’Atletico Madrid, in campionato però regge il colpo e in Champions League passa il primo girone. Ma fin dall’inizio tutti hanno un solo obiettivo: vincere il Mondiale per Club.
Quando la squadra parte per Abu Dhabi i problemi sono già evidenti. Contro l’allenatore c’è una parte della vecchia guardia, con Materazzi che ne porta la bandiera. Gli acquisti estivi, tra cui Coutinho,  Mariga e Suazo, non possono essere dei sostituti all’altezza dei titolari della stagione precedente. Il tecnico spagnolo non riesce a far accettare le consegne a volte anche estreme, come quelle che riguardavano Eto’o largo a sinistra che Mourinho invece riusciva a far digerire a tutti suoi campioni nella stagione precedente. Il clima è teso, ma su input presidenziale tutto deve essere messo fra parentesi perché bisogna diventare campioni del Mondo.
Come accade per tutti i Mondiali per club, il torneo inizia con le partite eliminatorie. I primi a sfidarsi sono i padroni di casa dell’Al-Wahda contro i campioni dell’Oceania, l’Hekari United della Papua Nuova Guinea. Passano i ragazzi degli Emirati nel tripudio dello Stadio Mohammed Bin Zayed.
Nei quarti scendono in campo i campioni d’Africa, il TP Mazembe della Repubblica Democratica del Congo. Ad affrontarli i superfavoriti messicani del Pachuca. Fin dall’inizio però gli africani impongono un ritmo forsennato alla gara, che i messicani non tengono. Alla fine vincerà la squadra congolese per 1-0. Nel secondo quarto i campioni asiatici del Seongnam battono l’Al-Wahda 1-4.
Le semifinali si giocano il 14 e 15 dicembre. La prima vede di nuovo in campo il TP Mazembe e tutti immaginano che sia la fine della sua avventura araba. A sfidarli la squadra vincitrice della Copa Libertadores, l’Internacional di Porto Alegre. I brasiliani puntano forte sul loro numero 10, l’argentino D’Alessandro, pronto a servire l’altra mezzapunta Taison e il ragazzo d’oro, Rafael Sobis.
Con una gara tatticamente perfetta gli africani sorprendono i brasiliani e vincono 2-0 con gol di Kabangu e Kaluyitika. Per la prima volta una squadra africana arriva in finale del Mondiale per club. Nella seconda semifinale, contro i sudcoreani del Seongnam, l’Inter sblocca subito il risultato con Stankovic e poi basta amministrare e portare a casa un 3-0 con gol di Zanetti e Milito. I nerazzurri se la giocheranno contro i misteriosi africani.
È il 18 dicembre 2010, l’Inter vuole chiudere quello che è il suo anno magico con un’ultima vittoria, ma prendere le misure ai congolesi del TP Mazambe non è un gioco da ragazzi. L’allenatore N’Diaye schiera in campo il suo compatto e sempre attento 4-5-1, mentre Benitez sceglie il 4-3-3 con Pandev ed Eto’o che girano intorno alla punta centrale, Milito.
Gli africani sono da temere per le loro capacità fisiche e il ritmo, ma l’Inter è una squadra completa e nel momento in cui si pone un obiettivo va fino in fondo. In 17 minuti va già sul 2-0. Prima segna Pandev su filtrante al bacio di Eto’o e poi è lo stesso camerunense a superare ancora il portiere Kidiaba con un destro dal limite dell’area. Da quel momento in poi all’Inter serve solo amministrare e poi chiudere il match con il 3-0 di Biabany all’85’.
La vittoria contro il TP Mazembe non avrà lo stesso fascino delle Intercontinentali vinte contro l’Indipendiente negli anni ’60, ma l’essere di nuovo campioni del mondo dopo 45 anni è una gioia che tutto il mondo interista assapora in maniera speciale. Ma a gioire più di tutti in quella serata mediorientale è di sicuro Massimo Moratti. Ha chiuso il cerchio, eguagliando suo padre alla guida della squadra del loro cuore, l’Inter.

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