Cerca nel web

Visualizzazione post con etichetta Esercito Italiano. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Esercito Italiano. Mostra tutti i post

domenica 4 maggio 2025

#AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi


 Buongiorno, oggi è il 4 maggio.

Il 4 maggio 1861 viene istituito l'Esercito Italiano.

L'esercito italiano nacque il 4 maggio 1861 quando una nota ministeriale stabilì che l'armata sarda lasciasse la sua antica denominazione per assumere quella di esercito italiano. Questo sorgeva dal ceppo dell'esercito piemontese, con tutti quegli ampliamenti e adattamenti necessari perché potesse far fronte a tutte le nuove esigenze istituzionali. Si può dire che appena sorto questo esercito dovette affrontare problemi molto gravi, come quello del brigantaggio, che lo impegnò duramente. 

In mezzo a difficoltà svariate e ad accese polemiche, l'esercito italiano negli anni seguenti la sua costituzione cercò di darsi un'organizzazione e un'efficienza moderne. Furono così adottate armi rigate per la fanteria, cannoni di bronzo a retrocarica, furono create le prime batterie da montagna, oltre al potenziamento di arsenali e fortezze. Un progetto di mobilitazione del 1863 prevedeva un complesso di ca. 300.000 uomini, 43.000 cavalli e 588 cannoni, ripartiti in sette corpi d'armata. 

L'opera di costituzione era tuttavia gravemente ostacolata dalle difficoltà di bilancio che il nuovo Stato doveva affrontare. Il problema finanziario condizionava tutti gli altri e il settore militare appariva quello più idoneo per realizzare economie che furono largamente applicate. La politica dei tagli sulle spese militari era però in contrasto con le aspirazioni nazionali (che potevano realizzarsi solo con una guerra) e solo le circostanze internazionali resero possibile nel 1866 la terza guerra di indipendenza. La campagna del 1866 aggravò ulteriormente le condizioni del bilancio. Erano infatti state sopportate spese di guerra per oltre 300 milioni e il settore nel quale pareva più facile realizzare le necessarie economie era ancora quello militare e pertanto il problema del momento era quello di riuscire a conciliare le esigenze del bilancio con un minimo di organizzazione militare in funzione puramente difensiva. 

Ma accanto a questo problema esisteva quello pur grave della revisione dell'intero ordinamento dell'esercito, poiché la guerra aveva rivelato non poche lacune nel reclutamento degli uomini, nel funzionamento dei servizi, nella formazione degli ufficiali. Si imponevano sostanziali riforme e come modello fu scelto quello prussiano, che destava unanime ammirazione per i progressi tecnici, la perfezione delle sue istituzioni militari, il grado di addestramento della truppa e l'elevata preparazione culturale e professionale degli ufficiali. Un avvio all'ammodernamento venne con l'istituzione della Scuola di Guerra nel 1867 per la preparazione professionale degli ufficiali. Alla vigilia del 1870, sempre nel rispetto del programma di economie, il contingente di leva fu portato da 40 a 30.000 uomini. Gli anni che seguirono il 1870 furono di grande importanza per gli eserciti europei. Sull'esempio dei grandi risultati conseguiti dai Prussiani, tutti gli eserciti cercarono di riplasmare e ammodernare le loro strutture. 

In Italia promotore della riforma dell'esercito fu il generale Ricotti Magnani, ministro della Guerra dal 1870 al 1876. Il nuovo esercito venne stabilito in 7 corpi d'armata e 16 divisioni con un totale di 220.000 uomini fra ufficiali, sottufficiali e truppa. Venne dato notevole impulso alle scuole militari e venne creato l'Istituto Geografico Militare. Fu rinnovato l'armamento della fanteria e dei bersaglieri mediante l'adozione, per la fanteria, del fucile a retrocarica rigato mod. 1870 e, per i bersaglieri, del fucile Remington. Un'ulteriore fase di ampliamento e irrobustimento dell'esercito, che dal 1879 aveva preso la denominazione di Regio Esercito Italiano, si ebbe a cominciare dal 1882 quando i corpi d'armata vennero portati a 12 e venne istituito il capo di Stato Maggiore dell'esercito con precise attribuzioni di pace e di guerra. 

Fu questo l'esercito che affrontò nel decennio 1885-96 le prime guerre coloniali. La situazione politica europea venuta a crearsi nel primo decennio del Novecento imponeva una solida e sollecita preparazione dell'esercito in vista di quelle complicazioni internazionali che non lasciavano dubbi circa la soluzione bellica dei gravi e inconciliabili dissensi esistenti fra le grandi potenze. Nel 1908 il nuovo capo di Stato Maggiore generale Pollio diede avvio all'aumento del contingente bellico e alle fortificazioni sul Tagliamento, in Carnia e in Cadore e alla revisione dell'intera dottrina tattica alla luce delle evoluzioni avvenute in Europa negli ultimi tempi. L'armamento della fanteria venne integrato con la mitragliatrice, venne introdotto il traino meccanico delle artiglierie e costituito il primo reparto aereo. La prima guerra mondiale costituì una dura prova per l'esercito italiano che entrò in campagna nel 1915 al comando del generale Cadorna, divenuto capo di Stato Maggiore nel 1914.

Dopo il conflitto l'esercito ebbe vari ordinamenti di breve durata fino all'ordinamento del 1926, dove la novità fu l'adozione della divisione ternaria, ossia su tre invece che su quattro reggimenti di fanteria, e uno di artiglieria. Il successivo ordinamento del 1934 apportò alcune innovazioni, come l'inizio della motorizzazione della cavalleria, mentre i carri armati, anziché essere costituiti in Arma autonoma, continuavano a far parte della fanteria. Vennero anche emanati nuovi criteri per l'impiego in combattimento delle varie Armi. 

Alla vigilia della seconda guerra mondiale l'esercito italiano subì una nuova riforma organica con l'adozione della divisione binaria (due reggimenti di fanteria e uno di artiglieria). La dottrina elaborata sulla base delle esperienze della campagna etiopica, ispirata all'aggressività e alla manovra, rendeva infatti necessario uno strumento più agile e manovrabile con funzioni di comando molto semplificate. Lo scoppio della guerra trovò l'esercito in piena crisi di preparazione. Il nuovo ordinamento non era stato ancora raggiunto, l'armamento era in genere antiquato, le scorte insufficienti. La forza alle armi era di ca. 1.700.000 uomini su 75 divisioni; tuttavia soltanto un quarto di esse erano al completo di personale, materiali e dotazioni e nel complesso si trattava di grandi unità poco potenti e poco mobili: le divisioni di fanteria, in particolare, erano infatti insufficientemente o per nulla dotate di automezzi. 

Dopo l'armistizio dell'8 settembre 1943 l'esercito si ricostituì faticosamente. Da un primo nucleo che si affiancò agli Alleati il 28 settembre 1943 si sviluppò un complesso di 22.000 uomini denominato Corpo Italiano di Liberazione e da questo trassero origine i “Gruppi di combattimento” che furono sei con ca. 60.000 effettivi. Conclusasi la seconda guerra mondiale, dai “Gruppi di combattimento” trasformati in divisioni crebbe l'esercito italiano, organizzato con criteri moderni. 

Sono rimasti inalterati il carattere dell'esercito, che è sempre basato sulla ripartizione fra le Armi, cui è devoluta l'attività addestrativa e operativa, e i Servizi, i quali provvedono al rifornimento dei materiali che interessano la vita, il movimento e le operazioni delle truppe. Rilevante rispetto al passato è l'ampliamento degli istituti di istruzione per attribuire al personale di ogni grado la preparazione richiesta dall'adozione di nuove armi e nuovi mezzi. 

Alla fine del XX secolo si avviava una riforma dell'esercito italiano: con la legge del 20 ottobre 1999 n. 380 si estendeva il reclutamento a entrambi i sessi. Nell'ambito di questa riforma, alcuni mesi più tardi, nel febbraio 2000, il Consiglio dei ministri, con alcuni emendamenti, programmava entro sette anni l'abolizione del servizio di leva obbligatorio, sostituendolo con quello volontario. Con la legge 14 novembre 2000, n. 331 veniva quindi prevista l'istituzione di una ferma esclusivamente volontaria e il decreto legislativo 8 maggio 2001, n. 215, stabiliva che il servizio obbligatorio di leva fosse sospeso a decorrere dal 1° gennaio 2007, poi anticipato al 1° gennaio 2005 con la legge votata dal Parlamento il 29 luglio 2004. Venivano anche ristrutturati i vertici delle Forze Armate e dell'Amministrazione della Difesa e, di conseguenza, si registravano sensibili cambiamenti anche nello Stato Maggiore dell'esercito e dell'intera Forza Armata. 

Nel marzo 2000, inoltre, a seguito di una riorganizzazione dell'Arma dei Carabinieri, questa passava dalle dipendenze dello Stato Maggiore dell'esercito a quelle dello Stato Maggiore della Difesa, assumendo il rango di quarta forza armata, godendo così di maggiore autonomia, maggiori poteri ed equiparando le carriere a quelle di tutti gli altri ufficiali dell'esercito.

lunedì 1 marzo 2021

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il primo marzo.
Il primo marzo 1896 l'Etiopia sconfigge definitivamente le truppe italiane ad Adua, ponendo fine alla campagna coloniale italiana.
Dopo la resa del battaglione Galliano asserragliato nel forte di Macallé, l'imperatore Menelik decide di “scortare” il maggiore e i suoi uomini sulla strada del ripiegamento verso le postazioni italiane di Edagà Hamùs. Lasciati gli italiani lungo il tragitto, si dirige, con gran parte delle proprie truppe, verso la regione di Adua dove prende posizione nella piana di Ghendepta, proprio a ridosso delle linee italiane e al loro campo di Saurià. In molti pensano che Menelik abbia intenzione di affrontare le truppe del generale Baratieri in uno scontro imminente, tuttavia, di li a poco (il 20 febbraio) l'imperatore d'Etiopia decide di ripiegare verso l'abitato di Adua e di accamparsi in posizione più favorevole in vista di una possibile invasione della colonia Eritrea.
A questo punto però, per comprendere la futura evoluzione degli avvenimenti che porteranno alle improvvide decisioni del comando italiano e alla conseguente disfatta di Adua bisogna fare un salto a Roma e seguire le azioni politiche del governo e lo stato emotivo di alcuni suoi componenti di spicco dettate dai recenti rovesci militari avvenuti oltremare.
Il 21 febbraio il ministro della guerra Stanislao Mocenni propone al Consiglio dei ministri, l'invio di altre truppe in Africa (12 battaglioni e 4 batterie di artiglieria) e la sostituzione del governatore Baratieri che non sembra più in grado di reggere le sorti del governo in colonia con il generale Baldissera. Il 23 febbraio il governatore designato si imbarca a Brindisi per Massaua sotto il falso nome di commendatore Palamidessi. L'escamotage viene impiegato per evitare che Barattieri venga a conoscenza, in anticipo rispetto ai tempi previsti dal governo, della propria sostituzione. In molti, a Roma, sono convinti che a causa di questo provvedimento possa prendere decisioni affrettate o dettate dal risentimento.
Il giorno seguente, 24 febbraio, Mocenni comunica per telegramma a Baratieri che sono in partenza i rinforzi richiesti ma non fa cenno della sostituzione e, in separata sede, intima al vice governatore Lamberti che si trova a Massaua di mettere a tacere eventuali voci in tal senso che possano essere intanto giunte dall'Italia.
In questa atmosfera di segretezza anche il Presidente del consiglio Crispi farà sentire la sua voce per mezzo del telegrafo: il 25, il politico siciliano invia a Baratieri il famoso e controverso telegramma della “Tisi militare” che arreca alle già precarie condizioni psicofisiche del governatore il colpo finale.
Il Baratieri che affronta, il giorno 28 febbraio a Saurià, il consiglio di guerra con i suoi generali, è un uomo distrutto e non in grado di valutare con sufficiente freddezza la situazione in campo (alcuni studiosi sono convinti che il governatore, contrariamente alle aspettative del governo, fosse già venuto a conoscenza della sua sostituzione grazie ad informatori personali e questo abbia pesato sulla sua decisione di dare battaglia all'esercito di Menelik).
Il giorno seguente si tiene un nuovo consiglio di guerra. Quello definitivo. Baratieri consegna ai generali convenuti, Albertone, Arimondi, Dabormida e Ellena, l'ordine operazioni numero 87 dove si dice che le truppe italo-eritree si metteranno in marcia, suddivise in tre colonne distinte comandate dai generali Albertone, Arimonti e Dabormida dirette verso le postazioni abissine. Le brigate dovranno procedere in sincrono su percorsi paralleli. Albertone sulla sinistra dello schieramento italiano dovrà occupare il colle Chidane Meret; Arimondi al centro si posizionerà a ridosso del monte Raio e Dabormida a destra si dirigerà, invece, verso il colle Rebbi Arieni. Nelle intenzioni del governatore c'è la volontà di creare un fronte unico all'altezza del Raio da cui attendere le mosse del nemico. Le tre brigate si metteranno in movimento quella stessa sera alle ore 21.00 in punto. Subito dopo partirà anche una quarta colonna, condotta dal generale Ellena, con compiti di riserva e rincalzo. Insieme all'ordine, ai generali viene consegnata anche una mappa della zona, elaborata dallo Stato Maggiore su cui è tracciata in maniera grossolana (e, soprattutto errata) la topografia del territorio da attraversare e l'ubicazione dei rilievi da occupare.
Alle ore 3.00 del 1° marzo la colonna indigeni di Albertone, in virtù della sua maggiore agilità su terreno assicurata dagli ascari, scende nella piana di Ghendepta in anticipo rispetto al resto del corpo di spedizione italiano e, anche grazie ad una errata lettura della famosa carta topografica, mette in difficoltà la marcia della colonna Arimondi e della colonna Ellena che sono costrette a fermarsi per far passare la brigata indigena. Alle ore 3.30 la colonna Albertone si trova a sud di monte Raio e a ridosso del monte Erarà (il falso Chidane Meret della mappa). Il generale concede una sosta giusto il tempo per verificare che la mappa di Baratieri è sbagliata e che il vero l'obiettivo è ancora piuttosto distante. Sollecitato anche dalle guide locali che conoscono alla perfezione il terreno Albertone da l'ordine di avanzare in direzione del vero Chidane Meret.
E' in questo preciso momento che si decide il destino del corpo di spedizione coloniale: Albertone si è reso conto che il colle su cui si trovava fosse il vero obiettivo assegnatogli dal comando, ma decide, deliberatamente, di credere alla mappa sbagliata. Questo gli consente di effettuare una puntata offensiva in grado di provocare il nemico e costringere Baratieri ad ingaggiare battaglia. Era opinione condivisa dai generali che, anche ancora una volta, il governatore volesse fare solo un'azione dimostrativa per poi ripiegare sulle postazioni di partenza senza entrare in contatto con il nemico.
Alle 4.00 Baratieri, che viaggia alla testa della colonna di rincalzo (Colonna Ellena), si rende conto dell'errore di Albertone ma non prende provvedimenti perché convinto di ritrovarlo già in posizione sul colle Chidane Meret (ovvero sul monte Erarà).
Alle 5.30 la colonna Dabormida ha raggiunto la sua posizione alle pendici del colle Rebbi Arieni mentre la colonna Arimondi che, ricordiamo, si era fermata in attesa del passaggio della colonna Albertone, si trova ancora nella piana di Ghendepta mentre la brigata Ellena la segue in coda.
Alle ore 6.00 la brigata indigeni di Albertone raggiunge le pendici di Adi Becci e del monte Chidane Meret. Nel frattempo, l'avanguardia della colonna, il battaglione del maggiore Turitto, che, dopo essersi accorto della repentina avanzata della colonna, avverte il generale Albertone che lo sprona ad andare avanti senza discutere (“Vada avanti non abbia paura”), si trova nella piana di Adua, tanto che alcuni suoi reparti hanno già raggiunto la periferia dell'abitato.
Gli abissini messi in allarme attaccano il battaglione Turitto che, dopo un tentativo di resistenza, è costretto ad indietreggiare e a ricongiungersi con il grosso della colonna posta sulle alture. In breve tempo anche queste posizioni verranno impegnate duramente dall'attacco delle forze abissine.
Alle ore 6.50 il generale, finalmente decide di avvertire Baratieri con un biglietto per mezzo del quale chiede rinforzi e “suggerisce” l'avanzata, sulla destra, della brigata Arimondi in modo che possa attaccare le forze di Menelik alle spalle.
Alle ore 8.30 l'attacco massiccio delle truppe del negus si attenua e poi si arresta perché fermato dalla resistenza dei battaglioni eritrei e dalla forte azione di contrasto dell'artiglieria italiana.
Dopo attimi di profonda esitazione (nell'attacco alle postazioni italiane viene ucciso il fitaurari Gabeiehù e un gran numero di guerrieri abissini tanto che Menelik era propenso ad ordinare un ripiegamento dell'esercito scioano ma l'imperatrice Taitù lo sprona al combattimento e getta nella mischia la guardia personale) l'attacco alle postazioni italiane riprende con più vigore ma con una diversa strategia: l'imperatore e i suoi comandanti lanciano la classica manovra avvolgente tanto cara ai comandanti abissini. Una colonna comandata dal fitaurari Taclé attacca le truppe di Albertone sulla sua destra e prende possesso del monte Monoxeitò mentre, alla sinistra dello schieramento italiano, una seconda colonna formata dal grosso delle truppe di Menelik, si incunea alle spalle degli italiani risalendo la valle del torrente Mai Tucul. Nella stessa azione una terza colonna si spinge più avanti e seguendo il corso del Mai Codò aggirerà il massiccio del monte Semaita e arriverà, come vedremo in seguito, ad impegnare la parte dello schieramento italiano, presso al monte Raio.
I combattimenti del monte Chidane Meret proseguono violenti fino alle 10.45-11.00, ovvero, fino a quando gli abissini non travolgeranno la resistenza italo-eritrea e dilagheranno anch'essi, verso la zona del monte Raio.
Prima che cominciassero gli scontri presso l'Abba Garima, Baratieri e gli altri ufficiali dello stato maggiore si erano incontrati alle pendici del monte Raio per fare il punto della situazione e prendere le opportune contromisure necessarie dopo le “scomparsa” della colonna Albertone. Nella riunione si giunge, con una certa difficoltà di vedute tra i vari convenuti, alla conclusione di riposizionare i reparti in modo da fare fronte unico tra il monte Erarà, il Raio e le pendici di monte Bellah (ovvero, provare a mettere in pratica l'originario piano di Baratieri con qualche variazione per quanto riguarda la brigata Dabormida riposizionata leggermente più in avanti). Il governatore ordina, pertanto, al generale Dabormida di prendere posizione sul monte Bellah, a ridosso della via per Adua, dove questa si incontra con il tracciato che conduce all'Abba Garima. Alle ore 7.00 Dabormida da ordine di avanzare ma, incredibilmente, non riuscendo ad orientarsi nel dedalo di colli e montagne (ancora a causa della mappa errata fornita dallo Stato Maggiore ?) porta i suoi uomini ad “impantanarsi” sul fondo del vallone di Mariam Scioaitù.
Alle ore 9.00 le avanguardie della colonna Dabormida prendono contatto con l'accampamento del ras Maconnen posto all'ingresso della valle verso Adua. Alle 9.30 la colonna Dabormida viene attaccata sia frontalmente che dalle alture dalle truppe dei ras Mangascià e Alula che impegnano gli italiani fino a verso le 13.00. Mentre gli italiani rimangono inchiodati nel vallone impossibilitati a manovrare, sul monte Raio si assiste all'assalto del grosso dell'esercito di Menelik che travolge le colonne Arimondi ed Ellena.
Verso le 16.00 dopo che l'esercito imperiale ha annientato le resistenze italiane nel centro dello schieramento messo in atto da Baratieri, la massa dei combattenti etiopici si riverserà (e sono circa 50,000!) nella vallata di Mariam Scioaitù e, nel giro di un paio di ore, annienterà anche la brigata Dabormida.
Ritornando alle postazioni italiane presso il monte Raio si è visto come queste dovettero, a loro volta, affrontare gli uomini dell'imperatore nel momento in cui venne a mancare la resistenza della brigata indigena.
Senza più contrasti le avanguardie abissine possono dilagare oltre il colle Adi Becci e il colle Monoxeitò, mentre sulla destra, come si è visto, il grosso delle truppe aggira il massiccio del monte Semaita e, seguendo la valle del torrente Mai Codò, raggiunge le pendici del monte Erarà dove si scontra con il battaglione indigeni comandato dal tenente Galliano (che viene ucciso).
Superate anche le difese del monte Erarà gli abissini trovano la strada spianata per investire il fianco destro dello schieramento italiano. Baratieri cerca di organizzare una strategia di contrasto chiedendo rinforzi al generale Ellena e facendo affidamento sul fatto che il generale Dabormida con la sua brigata si trovasse effettivamente nella posizione assegnata alle pendici del monte Bellah.
La realtà, come abbiamo visto, era completamente diversa: la colonna Ellena non era in grado di garantire una sufficiente massa d'urto perché assottigliata da continue richieste di reparti di rincalzo, mentre Dabormida era, oramai, legato al suo destino sul fondo della vallata di Mariam Scioaitù.
Alle 12.00 la battaglia del monte Raio si poteva considerare terminata: i soldati italiani e i reparti indigeni, sbandati, si ritirano in disordine verso Saurià e Adi Chilté inseguiti dalle bande di ras Alula, e dalla cavalleria Galla che aveva già raggiunto le retrovie italiane seminando morte e distruzione.
Anche nella sconfitta l'imprevidenza del generale Baratieri si è fatta sentire: il comando italiano non aveva preparato nessun ordine contenente disposizioni relative ad un eventuale ripiegamento e, pertanto, in quel momento, ognuno cercò di imboccare le vie di fuga che ritenne praticabili. Va, tuttavia, rimarcata la gravità di questa mancanza: le compagnie del genio che, tre mesi dopo la disfatta di Adua, furono impegnate nella pietosa raccolta dei resti, trovarono oltre un migliaio di corpi lungo le vie della ritirata italiana.

Cerca nel blog

Archivio blog