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martedì 2 aprile 2024

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 2 aprile.
Il 2 aprile 1944 ad Ascq, in Francia (oggi Villeneuve d'Ascq), viene commesso un atroce massacro nazista sulla popolazione civile.
Alle 22.45 del 1º aprile 1944, a causa di un attentato dei maquis, un treno proveniente da Tournai e diretto a Lilla venne bloccato nei pressi della stazione ferroviaria di Ascq. Il convoglio notturno trasportava un battaglione delle 12ª Divisione corazzata delle SS, diretta in Normandia a rinforzare le difese tedesche. Pur non avendo provocato perdite tra i militari tedeschi, l’azione dei partigiani francesi poneva il reparto corazzato in una situazione di grave pericolo. Dalle prime ore del giorno, infatti, i mezzi corazzati posizionati sui vagoni sarebbero stati facilmente individuabili dai piloti dei cacciabombardieri alleati.
In attesa dei genieri che potessero riparare i danni, il tenente Hauck prese la decisione di perquisire il villaggio e di rastrellare tutti gli abitanti maschi dai 17 ai 50 anni. La sua intenzione era di farsi svelare l’identità del partigiani, a suo giudizio ancora presenti in paese e protetti dalla popolazione. Di fronte alla reticenza degli arrestati, Hauck ordinò di fucilarli a piccoli gruppi, intimando ai maquis di consegnarsi spontaneamente, oppure di perire insieme a tutti gli altri. Il piccolo distaccamento della Wehrmacht presente ad Ascq mandò un portaordini al comando tedesco di Lilla, per metterlo al corrente della situazione. Alle ore 1.15 del 2 aprile, quando erano state ormai trucidate 86 persone, la strage venne fermata dal coraggioso intervento del tenente Fricke, inviato sul posto con un reparto della Feldgendarmerie, dopo un acceso alterco tra i due ufficiali tedeschi.
Il 29 gennaio 2016 numerose abitazioni di ex membri della dodicesima divisione "Hitlerjugend" delle SS sono state perquisite in diversi Länder tedeschi. Tre uomini sono stati accusati di aver preso parte al massacro degli 86 abitanti nella cittadina di Ascq. Lo ha reso noto a Dortmund la procura che indaga sui crimini del nazismo.
Il procuratore Andreas Brendel ha detto che i tre sospettati, tutti intorno ai 90 anni, hanno ammesso di aver fatto parte dell'unità militare che era ad Ascq, ma hanno smentito di aver preso parte al massacro. "Uno di loro ha detto di non essere neppure stato sul luogo", ha aggiunto, "comunque il loro ruolo in questo crimine di guerra è oggetto delle indagini". Due degli accusati risiedono nella zona di Dresda, il terzo nei pressi di Hannover.

giovedì 21 marzo 2024

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 21 marzo.
Il 21 marzo 1960 in Sudafrica ha luogo il massacro di Sharpeville.
Sono passati 64 anni dal massacro di Sharpeville, in Sudafrica. A quei tempi non esisteva internet e ogni avvenimento, tragico e non, non aveva la stessa cassa di risonanza di oggi, motivo per cui questa tragedia non è conosciuta da molti, malgrado sia una delle pagine più tristi della storia dell’uomo.
Il 21 marzo del 1960, in pieno periodo Apartheid in Sudafrica, il Pan Africanist Congress (PAC), organizzò una manifestazione per protestare contro il decreto governativo denominato Urban Areas Act, che prevedeva l’obbligo per i cittadini sudafricani neri di esibire uno speciale permesso qualora fossero stati fermati dalla polizia in un’area riservata ai bianchi. I lasciapassare venivano concessi solo ai neri che avevano un impiego regolare nell’area in questione.
I manifestanti, stimati in un numero compreso tra i 5000 e i 7000, si radunarono intorno alle 10 del mattino, dinanzi alla stazione di polizia di Sharpeville, nell’attuale Gauteng, dichiarandosi sprovvisti del citato lasciapassare e chiedendo alla polizia di essere arrestati.
Le autorità usarono diverse forme di intimidazione cercando di disperdere la folla: addirittura furono adoperati caccia militari in volo radente e veicoli blindati. I manifestanti però non si fecero intimorire. Qualche ora più tardi, intorno alle 13.15, la polizia aprì il fuoco sulla folla sempre più numerosa. I dati ufficiali parlarono di 69 morti tra i manifestanti, tra cui 8 donne e 10 bambini e più di 180 feriti.
A lungo si indagò sui motivi che spinsero la polizia ad aprire il fuoco. L’ufficiale in comando dichiarò che i  manifestanti cominciarono a lanciare sassi verso la polizia e che alcuni agenti meno esperti persero il controllo della situazione, iniziando a sparare senza che fosse stato impartito nessun ordine in tal senso. Un certo grado di nervosismo nelle file della polizia poteva essere dovuto al fatto che poche settimane prima alcuni poliziotti erano stati uccisi a Cato Manor.
Le indagini della Commissione per la verità e la riconciliazione stabilirono però un’altra verità: la decisione di aprire il fuoco era stata in qualche misura deliberata e venne anche sottolineato come vi era stata, citando testualmente il rapporto della Commissione, una “grossolana violazione dei diritti umani, in quanto era stata usata una violenza eccessiva e non necessaria per fermare una folla disarmata“. La polizia infatti continuò a sparare anche mentre i dimostranti fuggivano, e molte delle vittime furono colpite alla schiena.
I fatti ovviamente portarono ad un sostanziale aumento della tensione tra cittadini neri e governo bianco nel Paese; il governo dichiarò la legge marziale e vi furono più di 18 mila arresti.
Qualche giorno più tardi, il 1° aprile, le Nazioni Unite condannarono ufficialmente l’operato della polizia con la risoluzione 134.
Il tragico evento, contribuì alla sensibilizzazione internazionale sul problema dell’Apartheid, terminato poi nel 1994 con Nelson Mandela Presidente. Proprio dal 1994, il 21 marzo si celebra in Sudafrica la “Giornata dei diritti umani”. Inoltre, in onore delle vittime del massacro, dal 2005 il 21 marzo si celebra la “Giornata Internazionale per l’eliminazione della discriminazione razziale”, istituita dall’ONU, segno tangibile che anche se ancora c’è molto da fare per eliminare ogni forma di discriminazione razziale, il sacrificio di quelle coraggiose persone non è stato vano.

giovedì 16 marzo 2023

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 16 marzo.
Il 16 marzo 1968 tre plotoni di soldati Usa della Compagnia Charlie furono inviati nel villaggio sudvietnamita di My Lai, sospettato di nascondere vietcong, con il compito di uccidere tutti i combattenti nemici individuati. I soldati Usa trovarono nel villaggio soprattutto donne, vecchi e bambini, che cominciarono ad uccidere in moto metodico, per alcune ore.
Un massacro sistematico che portò alla morte di un numero ancora oggi imprecisato di civili, con cifre oscillanti tra le 350 e le 500 vittime. Il massacro di My Lai resta una delle pagine più orribili della storia americana. E ancora oggi, a 50 anni di distanza, il racconto dell'accaduto mette i brividi. "I soldati Usa cominciarono a sparare su tutti: uomini disarmati, donne, bambini, neonati - afferma una ricostruzione - Le casupole dove si erano rifugiate le famiglie furono fatte saltare in aria con le bombe a mano. Chi usciva a mani alzate venne assassinato. Donne vennero stuprate da gruppi di soldati. Alcuni abitanti vennero trafitti con baionette, mutilati, marchiati sul petto con la 'C' della Compagnia Charlie. Gruppi di abitanti vennero allineati nei canali di irrigazione e massacrati a decine alla volta". "Le pallottole sembravano pioggia. Un soldato ha preso mia madre per i capelli e poi l'ha uccisa senza pietà", ha raccontato Hai Thi Quy, una delle poche superstiti, la cui famiglia venne sterminata.
Nella strage si distinse il tenente William Calley, che ordinò agli uomini del plotone di uccidere tutti:  sopravvissero soltanto 20 persone. L'unico ferito della giornata fu un soldato statunitense, che si sparò su un piede per non partecipare al massacro. Uno dei pochi personaggi Usa positivi della vicenda è il pilota d'elicottero Hugh Thompson che, giunto a My Lai quando la strage era ormai compiuta, tentò di portare in salvo i pochi abitanti superstiti ordinando ai suoi uomini di sparare sui soldati della Compagnia Charlie se avessero tentato di bloccarlo o se avessero ucciso i feriti che stava caricando sulle barelle. L'operazione venne archiviata dai comandanti militari Usa come l'uccisione di "128 vietcong dopo una feroce battaglia": i soldati di My Lai ricevettero le congratulazioni del generale William Westmoreland, responsabile delle operazioni in Vietnam. Il massacro sarebbe rimasto sconosciuto per sempre se non fosse stato per il soldato Ron Ridenhour, un ex membro della Compagnia Charlie che nel marzo 1969 inviò una serie di lettere alla Casa Bianca, al Pentagono e al Congresso per denunciare l'accaduto. Dopo alcuni mesi le autorità militari avviarono una inchiesta che portò all'incriminazione di Calley e di altri 26 ufficiali. Solo nel novembre 1969 la strage diventò di pubblico dominio grazie al giornalista Seymour Hersh. La diga del silenzio venne infranta.
Pochi giorni dopo Times e Newsweek dedicarono storie di copertina alla vicenda. Vennero poi pubblicate le foto scattate da Ron Haeberle, che dimostravano senza ombra di dubbio l'orrore di quel giorno. La rivelazione del massacro causò un trauma nazionale, dando forza al movimento contro la guerra. I processi militari si conclusero con la condanna di un solo imputato, Calley, un epilogo che ha reso ancora più vergognosa, per l'America, la pagina già orribile della strage di My Lai.
Calley, secondo le testimonianze, radunò al centro del villaggio un gruppo di 80 persone ed ordino ai suoi uomini di aprire il fuoco uccidendone gran parte. Esauriti i colpi, Calley strappò l'arma ad un soldato che si era rifiutato di uccidere altre persone, usandola per portare avanti la strage. Venne condannato all'ergastolo nel 1971 da una Corte marziale per l'uccisione di 22 persone. L'allora presidente Usa Richard Nixon commutò la pena in tre anni di arresti domiciliari. Calley venne infine rilasciato nel settembre del 1974.
La sua linea difensiva fu quella di "aver eseguito ordini dei superiori". Il suo comandante però, il capitano Ernest Medina, è stato giudicato non colpevole, così come gli altri 26 ufficiali processati per la strage.
Quando tornò a piede libero, Calley lavoricchiò come commesso nel negozio del suocero, poi come venditore di polizze. Sempre con il sabba di quei cadaveri che neppure lui sapeva quanti fossero, perché la conta dei cadaveri vietnamiti era notoriamente fasulla e gonfiata, fino alla sera del 20 agosto 2009, quando si è alzato a parlare a una cena del club dei Kiwanis per chiedere, 41 anni dopo, "perdono" e ammettere tutto. Ha confessato di non poter più vivere con il ricordo dell'orrore, di quelle donne violentate e mitragliate, di quei bambini trapassati alla baionetta, dei vecchi consumati dai lanciafiamme abbracciati ai piccoli che cercavano di proteggere e di sperare, nel pubblico pentimento, qualche sollievo dagli spettri che lo assediano, dal 16 marzo del 1968.
"Io lo perdono anche - ha detto alla Associated Press il vecchietto che fa da guardiano al museo del massacro in Vietnam ed ebbe una sorella nella fossa - ma deve venire qui, a My Lai, e chiederlo a noi". Dal 2018 William Calley vive a Gainesville, Florida.

mercoledì 14 dicembre 2022

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 14 dicembre.
Il 14 dicembre 2012 nel Connecticut, Adam Lanza, un ragazzo di 20 anni con forti disturbi mentali, compì il massacro della Sandy Hook Elementary School.
Prima ha ucciso la madre in casa, poi ha raggiunto la scuola elementare ‘Sandy Hook’ facendo una strage di bambini. America sotto choc all’indomani del massacro di Newtown, nel Connecticut, dove sono rimaste uccise 26 persone, di cui 20 bimbi.
Per la strage Adam Lanza, 20 anni, ha usato le armi regolarmente acquistate dalla madre, insegnante proprio presso la ‘Sandy Hook’. Le stesse armi che poi ha rivolto contro se stesso.
“Tutte le vittime della strage sono state identificate” ha detto il tenente Paul Vance, della polizia del Connecticut, che ha chiesto ai giornalisti di “rispettare la privacy” delle famiglie delle vittime.
Sono tre le armi di cui era in possesso il giovane che ha compiuto l’assalto: sul posto infatti sono state trovate una semiautomatica 223 Bushmaster, che stava all’interno di un’auto nel parcheggio, oltre a una Glock e una Sig Sauer che Lanza aveva addosso.
Lanza aveva reagito molto male alla separazione dei genitori, Nancy e Peter, una decina di anni prima. E’ la testimonianza di un ex vicino di casa, Ryan Kraft, che di tanto in tanto faceva da baby sitter ad Adam e al fratello Ryan e in quelle occasioni li trovava troppo ”turbolenti”. ”I ragazzi – ricorda – sembravano davvero depressi”, Adam prendeva farmaci.
Un’altra vicina, Beth Israel descrive invece Adam solo come un ragazzo introverso, ma non aggressivo. ”Posso solo dire che era un po’ strano socialmente, timido e silenzioso, non ti guardava negli occhi, ma non riesco a pensare ad alcun incidente specifico”, ha raccontato in un’intervista al Washington Post. Il padre di Adam, Peter, è vicepresidente e specialista fiscale per la GE Financial Services, si è risposato e vive a Stamford, sempre nel Connecticut.
Lanza veniva descritto dai suoi compagni di scuola timido e introverso, desideroso di non attrarre in alcun modo l’attenzione, al punto da non voler comparire nell’annuario del suo liceo, quello della classe del 2010. I ragazzi ricordano quanto fosse a disagio nelle situazioni sociali. Diversi di loro hanno anche detto di ricordare che soffrisse di un problema di disturbo dello sviluppo. Stando a quanto era stato loro riferito, si trattava della sindrome di Asperger.
”Si vedeva che si sentiva a disagio quando stava al centro dell’attenzione – ha raccontato una sua ex compagna, citata dal New York Times – Credo che forse non avesse ricevuto il giusto tipo di attenzione o di aiuto. Credo che si notasse così poco che le persone neanche si rendevano conto che forse c’era qualcosa di più, che forse aveva bisogno di parlare o ricevere una qualche forma di assistenza”.
“Il male è stato qui nella nostra comunità. E’ un momento terribile. Lo supereremo” ha detto il governatore del Connecticut, Dan Malloy, al quale il segretario generale delle Nazioni Unite, Ban Ki-Moon ha fatto pervenire un messaggio di cordoglio. Attaccare i bambini è “aberrante ed impensabile”, ha dichiarato Ban, che ha espresso cordoglio alle famiglie delle vittime e a tutti coloro che sono rimasti “traumatizzati da questo terribile crimine”.
”Ogni genitore in America ha il cuore colmo di dolore” ha detto nel suo intervento del sabato l'allora presidente americano, Barack Obama. “La maggior parte delle persone che sono morte erano bambini piccoli, con un’intera vita davanti a sé. Tra le persone uccise anche insegnanti – uomini e donne – che hanno dedicato la loro vita ad aiutare i nostri figli a realizzare i loro sogni”.
Obama ha poi esortato gli americani a tendere la mano alle famiglie delle vittime. “I nostri cuori sono infranti oggi. Siamo addolorati per le famiglie di quanti ci sono venuti a mancare”, ha dichiarato esortando gli americani ad unirsi per fare in modo che “siano adottate azioni significative per prevenire il ripetersi di tragedie come queste. Senza tener conto della politica”.
I messaggi di cordoglio e gli appelli a discutere finalmente di controllo delle armi si sono moltiplicati negli Stati Uniti dopo la notizia del massacro: dal governatore di New York Andrew Cuomo, che si è detto “scioccato e addolorato” e che ha chiesto che la società unita “combatta la diffusione delle armi” al sindaco di New York Michael Bloomberg, che ha parlato della necessità di “un’azione immediata”, a Nancy Pelosi, leader dei Democratici alla Camera dei Rappresentanti, per la quale “non ci sono parole in grado di consolare i genitori dei bambini assassinati alla Sandy Hook”, tutti hanno espresso il loro sgomento e dolore per la strage.
Mark Kelly, marito di Gabrielle Giffords, la ex parlamentare gravemente ferita da un uomo armato a Tucson nel 2011, è intervenuto su Facebook: “I bambini della scuola elementare Sandy Hook e tutte le vittime della violenza delle armi meritano leader che abbiano il coraggio di prendere parte ad un dibattito significativo sulle leggi sulle armi, su come possano essere riformate e meglio attuate per impedire la violenza e le morti in America”.
Il governatore del Colorado John Hickenlooper, nel cui Stato ci sono state sia la strage della High School di Columbine, nel 1999 sia la sparatoria di Aurora quest’anno, ha espresso appoggio e cordoglio: “Sappiamo fin troppo bene quale impatto questo tipo di violenza produca su una comunità e sulla nostra nazione. I nostri pensieri e le nostre preghiere vanno alle famiglie delle persone uccise. Possiamo fornire il nostro appoggio, ma sappiamo che il dolore resterà per sempre”.
Il regista americano Michael Moore è intervenuto più volte su Twitter dopo aver appreso la notizia, commentando fin da subito quanto accaduto e denunciando con forza l’assenza di un dibattito e di decisioni sul controllo delle armi negli Stati Uniti.
“Tra pochi minuti esperti e politici diranno che ‘questo non è il momento di parlare di controllo delle armi’. Davvero? Quando è questo momento?”, chiede Moore ricordando che dalla strage nella Columbine High School nel 1999 in cui furono uccisi 12 studenti ed un insegnante, ci sono state almeno 31 sparatorie nelle scuole. Per Moore “il modo di onorare quei bambini morti è chiedere un rigido controllo sulle armi e un’assistenza psichiatrica gratuita”.
Moore poi se l’è presa direttamente con la principale lobby che si batte per il diritto al possesso delle armi, la National Rifle Association, (NRA): “La NRA odia la libertà – ha scritto su Twitter – Non vogliono che abbiate la libertà di mandare i vostri bambini a scuola aspettandovi che tornino a casa vivi”.
Non appena si è diffusa la notizia della sparatoria a Newtown, un gruppo di manifestanti è tornato a riunirsi davanti alla Casa Bianca per chiedere un maggiore controllo sull’accesso alle armi negli Stati Uniti. Tra loro anche Linda Finkel-Talvadkar, che ogni lunedì dalla strage in Colorado a luglio manifesta a Washington sulla Pennsylvania Avenue per chiedere una legislazione più rigida sulle armi da fuoco.
“Credo che esprimere la necessità di un regolamento sulle armi sia lavorare a nome delle famiglie che oggi hanno perso i loro cari”, ha dichiarato la donna parlando con la Dpa. “Non possiamo lasciare che questo continui”, ha aggiunto. Con lei un centinaio di persone, tra cui famiglie con bambini piccoli e insegnanti. Barbara Elsas, maestra della scuola materna che da 27 settimane manifesta con Finkel-Talvadkar si è detta frustrata per la mancanza totale di passi avanti su questo terreno. “Succedono cose orribili, andiamo in strada, sfiliamo con le candele, cantiamo, poi ciascuno torna a casa”, ha detto, lamentando la mancanza di azioni politiche.
“Oggi è il giorno” si leggeva sui cartelli che i manifestanti esibivano a Washington, con riferimento alla necessità di avviare immediatamente un dibattito sulle armi. Il portavoce della Casa Bianca, Jay Carney, pur sottolineando la necessità che questo avvenga, ha detto commentando il massacro di non credere “che questo possa essere oggi”.
Profondo dolore ha espresso il Papa per “una tragedia insensata”. Lo sottolinea Benedetto XVI, riferisce il sito della Radio Vaticana, in un messaggio a firma del cardinale segretario di Stato Tarcisio Bertone. ”Un evento scioccante” che ha toccato molte famiglie. Benedetto XVI invoca la consolazione della preghiera per sostenere la comunità ”con la forza dello spirito che trionfa sulla violenza” e ”con il potere del perdono, della speranza e dell’amore che riconcilia”.
Ad oggi, nessuna legge federale ha ridotto le possibilità per gli americani di possedere armi.

venerdì 11 novembre 2022

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è l'11 novembre.
L'11 novembre 1961 in Congo vengono trucidati 13 aviatori italiani facenti parte dell'ONU. In seguito questo evento venne chiamato l'eccidio di Kindu.
Il 30 giugno del 1960 il Belgio concesse l’indipendenza al Congo, lasciando questo paese in una situazione di grave instabilità politica ed economica che in breve tempo portò allo scoppio della guerra civile. La regione del Katanga, la più ricca del paese, proclamò la secessione e passò sotto il controllo di Moise Ciombe.
Il 17 febbraio 1961 il primo capo di governo congolese, Patrice Lumumba, venne catturato e assassinato. Il Congo piombò definitivamente nel caos.
A quel punto le fazioni in lotta furono tre: quella del Presidente Joseph Kasa-Vubu, quella di Antoine Gizenga e quella di Moise Ciombe sostenuto da mercenari bianchi. Le Nazioni Unite, per far fronte alla tragedia umanitaria avevano deciso di intervenire per aiutare la polazione civile. Anche l’Italia aderì a questa missione e con i nostri velivoli C-119 si iniziarono a portare beni di prima necessità nel martoriato paese africano.
La mattina di sabato 11 novembre due equipaggi italiani, comandati dal maggiore Amedeo Parmeggiani e da Giorgio Gonelli, decollarono dall’aeroporto della capitale Leopoldville diretti a Kindu per trasportare rifornimenti ai caschi blu malesi. Dopo aver terminato le operazioni di scarico del materiale, i tredici aviatori italiani si diressero presso una mensa dell’ONU poco distante dall’aeroporto, lasciando le proprie armi a bordo. Da diversi giorni, tra i soldati congolesi di Kindu si era sparsa la voce di un imminente lancio di paracadutisti e mercenari katanghesi inviati da Ciombe. Così quando le truppe di Gizenga videro gli aerei italiani sorvolare la città, li scambiarono per un corpo di paracadutisti nemici.
All’arrivo dei congolesi, gli aviatori italiani vennero catturati. Il medico tenente Francesco Paolo Remotti, cercò di fuggire ma venne ucciso. Successivamente gli altri dodici italiani vennero pestati a sangue e furono trucidati da raffiche di mitra davanti alla prigione.
I cadaveri degli aviatori vennero fatti a pezzi a colpi di machete, e secondo molte testimonianze gran parte dei resti di quei corpi furono addirittura venduti al mercato a dieci franchi al chilo. Tutto ciò non deve sorprendere, in quanto in quei territori la pratica del cannibalismo era ancora molto diffusa.
La notizia dell’eccidio arriverà in Italia in grave ritardo, esattamente il 16 novembre ben cinque giorni dopo l’accaduto.
In Italia si riparlerà di questo tragico episodio solamente nel febbraio del 1962, quando furono ritrovati i resti dei corpi degli aviatori italiani sepolti in due fosse comuni. Le salme furono riesumate il 23 febbraio 1962 ed il 10 marzo trasferite nella base libica di Wheelus. Da qui i caduti di Kindu arrivarono all’aeroporto di Pisa l’11 marzo 1962. Il giorno dopo fu celebrato il rito funebre, alla presenza del presidente della Repubblica Antonio Segni.
A questo punto, però, sorge una domanda legittima; infatti se, come scritto in precedenza, alcuni testimoni affermarono con certezza che i corpi degli aviatori italiani furono oggetto di atti di cannibalismo, quali salme furono inviate a Pisa? C’è il fondato dubbio che le autorità italiane non ebbero il coraggio di ammettere pubblicamente che i tredici italiani furono vittime di atti di cannibalismo.
Successivamente le salme furono tumulate nel Sacrario dei caduti di Kindu, costruito nell’aeroporto militare di Pisa grazie ad una sottoscrizione pubblica.
Solo nel 1994 fu riconosciuta alla loro memoria la Medaglia d’oro al Valor Militare, e solamente nel 2007 i familiari delle vittime sono riusciti ad ottenere finalmente un risarcimento.

sabato 21 maggio 2022

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 21 maggio.
Il 21 maggio 1937 l'Italia si macchia di un delitto orribile quanto dimenticato: il massacro in Etiopia dei religiosi del monastero di Debre Libanos.
Il 19 febbraio 1937 ad Addis Abeba, il generale Graziani organizzò una grande festa per onorare la nascita dell’erede al trono di casa Savoia.
Invitò un certo numero di notabili del luogo e qualche centinaio di poveri a cui aveva promesso una congrua elemosina. Mentre erano in corso i festeggiamenti, alcuni etiopi che si erano nascosti tra la folla, lanciarono delle granate verso la tribuna delle autorità. Il risultato di tale attentato fu di sette morti e di cinquanta feriti tra i quali, in modo lieve, persino il viceré Rodolfo Graziani. A questo episodio, seguì una feroce rappresaglia da parte degli italiani.
Il monastero di Debre Libanos, fondato nel XIII secolo da S. Tekle Haymanot, era situato a 90 chilometri da Addis Abeba, nella parte settentrionale dello Scioa, all’epoca dell’attentato a graziani teatro di aspri combattimenti da parte della resistenza etiopica. Oltre ad essere meta di pellegrinaggi, era il più autorevole centro di insegnamento teologico del paese, e godeva di legami assai stretti con il notabilato amhara, al governo con Hayla Sellase, oltre che con l’abuna Petros, vescovo del Wallo e fiero oppositore dell’invasione italiana.
Nel corso delle indagini sommarie e febbrili successive all’attentato, e sulla base di sospetti mai provati, si dà corpo tra l’altro alla tesi del coinvolgimento del monastero in un piano insurrezionale di cui l’attentato rappresenterebbe il momento scatenante. Il monastero viene inoltre accusato di aver offerto ospitalità ai due attentatori, che lì si sarebbero anche esercitati nel lancio delle bombe nei giorni precedenti l’attentato, ritornandovi subito dopo, come prima tappa dopo la fuga da Addis Abeba.
In effetti dal 1881 il monastero godeva di una sorta di extraterritorialità giudiziaria -essendo stato autorizzato ad accogliere fuggitivi, inclusi ladri ed assassini, e dar loro asilo – circostanza che renderebbe ragione della presenza dei due attentatori a Dabra Libanos. Tuttavia va sottolineato come all’epoca dei fatti non esistesse alcuna prova, al di fuori delle ricostruzioni dei servizi di polizia politica italiana, peraltro screditati dalla loro incapacità di prevedere l’attentato, che Abraha Daboch e Mogas Asgadom, i due eritrei ritenuti responsabili dell’attentato al viceré, avessero soggiornato – assieme ad altri che si considerano colpevoli – presso il monastero, né soprattutto che le complicità nell’attentato includessero l’intera comunità dei monaci.
In realtà è proprio il monastero, già guardato con sospetto, il vero obiettivo di Graziani che attraverso di esso intende colpire la chiesa copta nel suo complesso e, più in generale, l’aristocrazia tradizionale etiopica – in particolare quella amhara – per costringere entrambi alla collaborazione. “Non si sarebbe potuta avere opportunità migliore per sbarazzarci di loro”, afferma infatti il 1° marzo in un telegramma al generale Nasi, ordinandogli di fucilare tutti i notabili (e i loro seguaci) fatti prigionieri, assieme a quanti si sono costituiti.
Dopo il fallimento di un primo attacco al monastero nella notte del 22 febbraio, in cui molti dei religiosi riescono a mettersi in salvo, il secondo tentativo è pianificato con cura scrupolosa. Viene scelta, non a caso, la data del 20 maggio (12 Genbot), festa di S. Mikael e ricorrenza della traslazione delle spoglie di S. Tekle Haymanot; data rilevante nel calendario religioso etiopico e la più importante fra le festività celebrate dal monastero, che per tale ragione avrebbe accolto un numero considerevole di persone, peraltro richiamate anche dall’offerta di doni promessa per quel giorno particolare dalle autorità fasciste a coloro che avessero preso parte alle celebrazioni.
Le operazioni contro il monastero vengono dirette dal generale Pietro Maletti al quale il viceré non aveva mancato di far presente in un foglio di istruzioni telegrafato il 7 aprile che “[...] più vostra signoria distruggerà nello Scioa e più acquisterà benemerenze nei riguardi pacificazione territorio impero”.
In aggiunta ai carabinieri già presenti, e ad altri fatti confluire da Dabra Berhan, Maletti concentra nella zona tre battaglioni di truppe coloniali che il 18 maggio costringono i religiosi, i visitatori e i pellegrini all’interno della chiesa, sigillandone i portali. Il 19 maggio i prigionieri vengono interrogati, sommariamente identificati e la gran parte di essi caricata su camion diretti a Chagel, una località poco distante, dove il giorno successivo sono raggiunti da altri prigionieri fatti tra i visitatori nel frattempo giunti a Debre Libanos.
Il 20 maggio coloro che sono stati lasciati al monastero, per lo più ammalati e disabili, vengono uccisi sul posto. Il giorno 21, dopo aver provveduto a ‘selezionare’ fra i prigionieri di Chagel quelli apparentemente identificabili come religiosi (uno dei criteri sembra sia stato anche quello relativo all’uso o al possesso di un copricapo, come nella tradizione del clero copto), i prigionieri così individuati vengono caricati su camion e trasportati a Laga Wolde, una piana disabitata e ben protetta alla vista da colline, scelta per l’operazione. La località risponde infatti alla necessità di evitare testimoni che possano, da un lato, considerare i giustiziati come martiri e, dall’altro, essere fonte di notizie per la stampa estera, pronta a denunciare i massacri perpetrati dagli italiani. Una indiretta conferma alla decisione di evitare pericolose pubblicità è nelle pagine del diario segreto di Ciro Poggiali che il 1° giugno annota, a proposito di altre sommarie esecuzioni, che “[...] non si sono potute eseguire le fucilazioni coram populo perché i condannati danno esempi superlativamente eroici di coraggio e di dedizione alla causa abissina, e questa sarebbe stata una pericolosa propaganda contro di noi”. Del resto lo stesso Graziani, in un telegramma del 19 marzo, aveva provveduto a fornire a Lessona assicurazioni che: ” [...] le esecuzioni ordinate in conseguenza del noto attentato vengono fatte in località appartate e che nessuno, dico nessuno, può assistervi”.
Così a Laga Wolde i camion dei ‘condannati’ giungono a intervalli regolari scaricando i prigionieri che vengono subito passati per le armi dagli ascari. L’operazione dura l’intero pomeriggio. A esecuzione conclusa Graziani può telegrafare a Lessona comunicando di aver “destinato al plotone di esecuzione 297 monaci, incluso il vicepriore, e 23 laici sospetti di connivenza”, aggiungendo anche: “sono stati risparmiati i giovani diaconi, i maestri e altro personale d’ordine che verranno tradotti e trattenuti nelle chiese di Dabra Berhan”. Tuttavia qualche giorno dopo Graziani ingiunge a Maletti di “passare immediatamente per le armi tutti i diaconi” col pretesto di aver avuto conferma della “piena responsabilità del convento di Debrà Libanòs”. Qualche giorno dopo comunica a Roma di aver giustiziato 129 diaconi: ” [...] sono rimasti così in vita [aggiunge] solo trenta ragazzi seminaristi che sono stati rinviati alle loro case di origine nei vari paesi dello Scioa. In tal modo del convento di Debrà Libanòs [...] non rimane più traccia”.
Solo di recente un’indagine condotta negli anni Novanta da Ian Campbell e Degife Gabre-Tsadik ha consentito di gettare qualche luce in più sulla strage di Debre Libanos, accertandone tra l’altro, anche se per inevitabile approssimazione, l’entità. Stando alla loro ricostruzione dei fatti, a Laga Wolde sono state massacrate in realtà tra le 1.000 e le 1.600 persone.
Del gruppo di diaconi, pellegrini, insegnanti e studenti di teologia, non inclusi nella prima ‘selezione’ effettuata a Chagel, circa 400 (e non 129 come affermato da Graziani) vengono giustiziati a Dabra Berhan. Quanto alla sorte dei “trenta ragazzi seminaristi rinviati alle loro case”, questi, in realtà, sono deportati nel lager di Danane, assieme ad altri 94 monaci dei conventi di Assabot e Zuquala chiusi, con la chiesa di Ekka Micael di Addis Abeba, nei giorni successivi.
Alla luce dei fatti accertati la decisione di Graziani di sottostimare nei suoi rapporti a Roma l’entità delle esecuzioni e tacerne una parte, viene ricondotta alla consapevolezza che egli evidentemente ha di agire con una spietatezza che persino a Roma rischia di essere giudicata eccessiva, e soprattutto controproducente, non facendo che alimentare, esasperandola, la rivolta etiopica all’occupazione fascista. Per questa ragione, in occasione dello sterminio della comunità di Debre Libanos, il viceré, da un lato, tace a Roma la reale dimensione delle esecuzioni e, dall’altro, si sforza di fornire assicurazioni sulla colpevolezza dei condannati, evitando ogni riferimento ai pellegrini, agli insegnanti, ai semplici visitatori, pure eliminati, il cui coinvolgimento nell’attentato sarebbe stato effettivamente impossibile da provare.
I timori del viceré non sono infondati. Di lì a qualche mese sarà sollevato dall’incarico e richiamato dall’Etiopia.
Nel dopoguerra, nonostante le richieste etiopiche, nessun italiano venne mai punito per questi e per altri massacri, favorendo la rimozione dalla memoria collettiva dei crimini compiuti dagli italiani durante le guerre fasciste.

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