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martedì 30 gennaio 2024

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 30 gennaio.
Il 30 gennaio 1969, a Londra, ha luogo, sul tetto della Apple Records, l'ultimo concerto dei Beatles, poi interrotto dall'intervento della polizia.
Nel gennaio del 1969 i fasti ed i clamori dei tour che i Beatles tennero in tutto il Mondo nei tre anni d’oro della Beatlemania (1964-1966) erano ormai lontani. Dal 29 agosto 1966, data di chiusura del tour Nord Americano di quell’anno (il “The Beatles’ 1966 US Tour” partito il 12 agosto 1966 da Chicago e terminato il 29 agosto a San Francisco con 19 show in 18 giorni) i quattro ragazzi di Liverpool non si erano più esibiti su un palco. Da allora tutti i loro sforzi si erano concentrati sulla sperimentazione in sala di registrazione, attività che sarebbe sfociata nella produzione di alcuni dei dischi più belli della storia della musica: album come “Sgt. Pepper Lonely Heart Club Band”, “The Beatles” ed “Abbey Road” e singoli quali “Strawberry Fields Forever” / “Penny Lane” furono infatti solo alcuni degli strabilianti risultati ottenuti dalle sedute di registrazione nello studio n° 2 di Abbey Road. Purtroppo la morte del loro storico manager Brian Epstein avvenuta il 27 agosto 1967 diede inizio al lento e inesorabile deterioramento del rapporto di coesione ed amicizia che legava i quattro musicisti e che avrebbe portato allo scioglimento del gruppo comunicato ufficialmente il 10 aprile 1970. Nel gennaio del 1969 vi fu un vano tentativo, voluto soprattutto da Paul McCartney, di provare a dare una sterzata decisa al decorso degli eventi, al fine di dare nuova linfa e stimoli al gruppo con il progetto “Get Back”: come dice il nome stesso l’intento era quello di tornare al rock ‘n’ roll delle origini, registrando un album grezzo, senza sovra incisioni, solo sano e vecchio rock ‘n’ roll inciso in presa diretta proprio come avveniva per i primi album dei Fab Four. Il tutto sarebbe stato immortalato in uno special televisivo che avrebbe dovuto documentare la nascita di un disco dei Beatles. Lo show televisivo era stato ideato per promuovere l’album, che avrebbe dovuto intitolarsi “Get Back”, e sarebbe stato trasmesso alla fine del mese di gennaio, una volta che l’album fosse stato dato alle stampe. Il progetto iniziale prevedeva che i Beatles si esibissero al Roundhouse nel mese di gennaio del 1969 e che il materiale ripreso fosse utilizzato per montare uno special mandato in onda dalle televisioni di tutto il mondo.
I rapporti interpersonali e professionali tra i quattro musicisti proprio in quei mesi si stavano logorando vistosamente di giorno in giorno, tuttavia restavano da rispettare le adempienze contrattuali con la United Artists: l’accordo stipulato nel 1964 prevedeva la realizzazione di tre film. Nel 1968 il gruppo si era illuso di aver onorato il contratto con la casa di produzione cinematografica americana considerando “Yellow Submarine” (uscito il 17 luglio 1968, con prima nazionale al London Pavilion) come il famoso terzo film, dopo i due film diretti da Richard Lester: “A Hard Day’s Night” (in Italia “Tutti Per Uno”) del 1964 ed “Help!” (in Italia “Aiuto!”) del 1965. Purtroppo per loro non fu così, il lungometraggio animato non fu conteggiato dai funzionari della casa cinematografica, mancava quindi ancora un film per rispettare il contratto: si decise allora di consegnare alla United Artists gli spezzoni dei filmati che i Beatles avevano girato durante le sedute di registrazione negli studi di Twickenham e della Apple affinché venisse realizzata la fatidica terza pellicola.
I Beatles fin da subito non si erano trovati affatto a loro agio nel tetro e semivuoto studio-teatro di posa n. 1 dei Twickenham Film Studios, soprattutto perché le attrezzature e gli studi erano disponibili prevalentemente alla mattina presto e non avevano potuto quindi filmare di sera e di notte come avevano pianificato. In Merito  John dichiarò: “Non era possibile suonare alle otto del mattino o alle dieci, o a qualsiasi ora fosse, in uno strano posto, con la troupe che ti riprendeva e le luci colorate”. Le riprese presso lo studio di Twickenham iniziarono il 2 gennaio 1969 con i titolo provvisorio “Get Back”  e si protrassero fino al 15 gennaio, quando i Beatles decisero di trasferirsi nel nuovissimo studio di registrazione che si erano fatti allestire nei seminterrati della Apple e dove a partire da mercoledì 22 gennaio  avrebbero  continuato a lavorare fino alla fine del mese, terminando le registrazioni e le riprese con la famosa esibizione sul tetto dell’edificio della sede della Apple in Savile Row n.° 3 il 30 gennaio e con un’ ultima sessione di registrazione il 31 gennaio negli studi del seminterrato. Con il mese di gennaio le sedute di registrazione per il progetto furono ultimate, anche perché il 3 febbraio Ringo avrebbe iniziato le riprese del film “Magic Christian”: in poco meno di un mese erano state registrate 30 ore di musica e girate 96 ore di film, mancava solamente il montaggio, ma per ultimarlo… ci volle un anno intero.
In fase di discussione del progetto il regista Micheal Lindsay-Hogg propose di girare alcune scene in un anfiteatro romano in Tunisia. George protestò considerando l’idea poco pratica a causa delle difficoltà di trasporto della troupe e delle attrezzature in Africa, per non parlare dei costi altissimi dell’operazione. Le altre location proposte furono una nave in viaggio attraverso l’oceano, la Cattedrale di Liverpool e la Camera del Parlamento.  John fece anche un commento laconico: “Mi sto preparando ad un Manicomio …”. Venne poi presa la decisione di effettuare le riprese sul tetto della Sede della  Apple al numero 3 di Savile Row.
L’insoddisfazione e la frustrazione di George furono tali che venerdì 10 gennaio lo spinsero ad abbandonare temporaneamente le riprese soprattutto a causa del comportamento di superiorità che Paul assumeva nei suoi confronti. Ad un certo punto delle riprese nei Twickenham Studios George si rivolse al bassista dicendogli: ”Mi sembra sempre di infastidirti”. La situazione peggiorò quando Paul diede alcuni consigli a George su come suonare. A quel punto George rispose : “Va bene, suonerò tutto quello che vuoi, o non suonerò affatto, se non vorrai!!!”. Dopo la pausa pranzo ed una animata discussione con gli altri tre Beatles nella sala mensa dei Twickenham Studios George abbandonò i compagni anche perché non voleva più esibirsi dal vivo con i Beatles, l’idea dello show televisivo ed il pensiero di andare in Africa o di accettare altri ingaggi lo irritava. Mercoledì 15 gennaio di ritorno a Londra dopo aver trascorso alcuni giorni con i genitori al Nord, George ebbe modo di incontrare John, Paul e Ringo. Durante una riunione serrata ed interminabile (dalla durata di cinque ore) annunciò l’intenzione di voler lasciare il gruppo, avrebbe fatto marcia indietro se gli altri Tre avessero accettato determinate condizioni: dovevano smettere di parlare di esibizioni dal vivo ed usare invece le canzoni destinate allo speciale televisivo, più alcune altre, per la realizzazione  di un album. Alla fine accettò il compromesso di suonare eccezionalmente sul tetto della Apple. Al suo effettivo ritorno in sala di registrazione, mercoledì 22 gennaio, George portò con se Billy Preston alle sedute pomeridiane, sperando che la presenza di un altro musicista avesse aiutato ad alleviare la tensione che c’era all’interno del gruppo. Harrison lo aveva incontrato ad un concerto di Ray Charles alla Royal Festival Hall e lo aveva invitato a far visita ai Beatles ed a partecipare alle sedute di registrazione nei seminterrati della Apple in primis per alleggerire l’atmosfera tesa e, dato che erano bandite le sovra incisioni, per aggiungere un quinto musicista fondamentale alla formazione. John, Paul e George conoscevano Billy Preston da lunga data, dal 1962, anno in cui, ancora adolescente, suonava nel complesso che accompagnava Little Richard nelle due settimane in cui la star di Pacom si esibì allo Star Club di Amburgo alternandosi sul palco con i Beatles. Oltre all’ effetto benefico dovuto al cambio di studi di registrazione, con la presenza di Billy le sessioni presero subito un altro verso, il ghiaccio che si era precedentemente creato fra i quattro musicisti di Liverpool si sciolse come d’incanto e quindi Preston fu scritturato per tutte le rimanenti sessioni del progetto “Get Back” ancora previste per un compenso di cinquecento sterline e, il 31 gennaio, la firma di un contratto con la casa discografica Apple (il 5 maggio dello stesso anno avrebbe iniziato la registrazione presso gli Olympic Sound Studios del suo primo album per l’etichetta prodotto in buona parte da George Harrison).
La celebre esibizione sui tetti della Apple fu concepita nel corso di una riunione  del 26 gennaio. Fu la prima delle due esibizioni consecutive dei Beatles con Billy Preston che conclusero il progetto “Get Back”: la seconda esibizione si tenne il giorno successivo, venerdì 31 gennaio, nello studio del seminterrato della Apple durante la quale i cinque musicisti si concentrarono sulla registrazione di tre brani ritenuti inadatti per il set sul tetto dell’edificio, ovvero “The Long And Winding Road” e “Let It Be” per le quali era necessario un accompagnamento di pianoforte e l’acustica “Two Of Us”. Per la registrazione di queste tre canzoni i Beatles e Billy Preston si posizionarono come per un concerto vero e proprio, sopra ed intorno ad una piattaforma: come si nota nel filmato di questa session contenuta nel film “Let It Be” al centro dell’attenzione c’era Paul, poiché l’autore dei brani.
Nel corso della riunione tenutasi il 26 gennaio, una volta abbandonata del tutto l’idea dello show televisivo, fu lanciata l’idea di un’esibizione a sorpresa del gruppo, da tenersi il giovedì successivo all’ora di pranzo sul tetto dell’edificio che ospitava gli uffici della Apple. L’idea era quella di gettare nello scompiglio più totale quella zona del centro di Londra e di offrire uno spettacolo gratuito agli impiegati ed ai negozianti che lavoravano nei dintorni. Oggi sono in tanti a reclamare la paternità dell’idea del concerto sul tetto, a riprova del consenso generalizzato che incontrò il progetto. Eppure George quel giovedì 30 gennaio non era ancora del tutto convinto e Ringo era della categorica idea di non partecipare all’iniziativa. Solo lo sforzo congiunto di John e Paul poté vincere la loro riluttanza. Alla fine tutto andò per il meglio, non era il deserto del Sahara, tantomeno un anfiteatro romano, ma i quattro suonarono per l’ultima volta dal vivo insieme, senza neppure essere raggiungibili dallo sguardo della folla riunitasi rapidamente nella strada sottostante, fornendo così al regista Lindsay-Hogg tutto il materiale audio-visivo necessario alla perfetta apoteosi per il progetto “Get Back”.
La sequenza delle canzoni interpretate nello storico concerto del 30 gennaio 1969, ribattezzato come “The Beatles’ Rooftop Concert” (ovvero il “Concerto sul Tetto dei Beatles”), era composta da cinque canzoni, alcune ripetute anche più di una volta:
1)- “Get Back” (Lennon-McCartney) (usata come prova volumi, non verrà inserita nel film “Let It Be”);
2)- “Get Back” (Lennon-McCartney);
3)- “Don’t Let Me Down” (Lennon-McCartney);
4)-“I’ve Got A Feeling” (Lennon-McCartney);
5)- “One After 909” (Lennon-McCartney);
6)-“Dig A Pony” (Lennon-McCartney);
7)-“I’ve Got A Feeling” (Lennon-McCartney) (Versione differente, non utilizzata per il film “Let It Be”);
8)- “Don’tLet Me Down” (Lennon-McCartney)(Versione differente, non utilizzata per il film “LetIt Be”);
9)- “Get Back” (Lennon-McCartney).
L’esibizione in quel freddo giovedì di fine gennaio del 1969 è passata alla storia come l’ultima dal vivo dei Beatles, anche se non fu un vero e proprio concerto. Lo show durò complessivamente 42 minuti (di cui circa la metà utilizzati nel sensazionale finale del film “Let It Be”), incominciò all’ora di pranzo (verso le 13.00) e paralizzò parte della Capitale fino all’arrivo della polizia che interruppe lo spettacolo!
La maggior parte dei 42 minuti prodotti quel  giorno sul tetto furono sfruttati commercialmente nel film “Let It Be” e nell’omonimo Album.
L’esecuzione probabilmente si sarebbe ancora protratta ma fu interrotta dall’intervento della polizia che fu chiamata da qualche residente di Savile Row per porre fine allo scompiglio arrecato nel quartiere dalla insolita, e storica, apparizione live del gruppo.
Lindsay-Hogg, intervistato da Rolling Stone e chiamato in merito sul finale del film dichiarò: “L’idea dei Beatles era di introdurre un attore in uniforme da poliziotto, che entrava in scena interrompendo l’esibizione in modo piuttosto duro. In realtà durante le riprese arrivarono veramente i poliziotti e fu una fortuna che non avessimo ancora girato quella scena. Loro chiamarono il cellulare, ma furono molto gentili. Pensammo che sarebbe stata una buona idea mostrare come alcuni poliziotti possano essere anche gentili.”
Il critico Michael Goodwin si rifiutò di credere che non furono utilizzati attori nei panni dei poliziotti e dichiarò: “Nell’ultima parte del film, nella scena in cui i Beatles si esibiscono sul tetto della Apple Building, arrivano alcuni poliziotti che cercano di capire da dove provenga quel baccano. Li vediamo prima all’esterno, per strada, mentre arrivano al portone del palazzo. Aprono la porta (l’inquadratura è sempre dall’esterno), poi interviene un “controcampo”,un’inquadratura in cui li vediamo completare l’azione (aprire la porta), ripresi dall’interno. Il montaggio di questa scena sarebbe normale per un film girato in studio, con attori, ma trovo difficile credere che questo attacco ad incastro delle due scene si possa realizzare in un documentario. Quindi la domanda sporge spontanea: erano attori o poliziotti veri?”

venerdì 8 dicembre 2023

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è l'8 dicembre.
L' 8 dicembre 1980 veniva assassinato John Lennon.
Per molti baby-boomers cresciuti nei mitici anni sessanta, un mite lunedì ai primi di dicembre 1980 sarà sempre ricordato come il giorno in cui è morta la musica.
A New York, l'enigmatico, carismatico - e francamente spesso stravagante- ex- Beatle John Lennon, barcollò nella sala d'ingresso del Dakota, lussuoso palazzo nell’ Upper West Side in cui risiedeva da quasi otto anni.
Aveva appena finito di incidere una nuova canzone per i suoi 40 anni “Walking On Thin Ice’; crollò sanguinante sul pavimento - gli avevano sparato quatto colpi di pistola.
Era tardi, Lennon tornava a casa da lavoro assaporando già l’abbraccio di suo figlio Sean di cinque anni, prima di andare a letto.
Lui e Yoko Ono, sua moglie ma anche collaboratrice musicale, erano scesi dalla loro limousine bianca, facendosi lasciare sul marciapiede fuori dall'edificio piuttosto che farsi accompagnare al sicuro nel cortile del palazzo.
Yoko si affrettò avanti, annuendo con aria assente a uno sconosciuto nell'ombra - c'erano sempre fans e parassiti in agguato al di fuori del Dakota per un assaggio del loro eroe.
Suo marito arrancava dietro e aveva fatto tre o quattro passi quando una voce gridò: Mr Lennon?
La star rallentò poi si voltò a guardare. Immediatamente, realizzò che aveva visto quell’uomo un paio di volte ultimamente - e, prima di quel giorno, gli aveva anche autografato la copertina di un disco.
Ma ora lo sconosciuto aveva uno scopo diverso. Egli era in ginocchio in posizione di combattimento, e aveva un revolver calibro 38 stretto tra le mani.
Cinque spari e quattro proiettili dum-dum, particolarmente adatti per causare il massimo danno fisico, si conficcarono nella schiena di Lennon, fianco e spalla.
Il musicista riuscì ad arrivare all’ ingresso sospirando: 'Mi hanno colpito, mi hanno colpito!’.
Era morto all'arrivo in ospedale un quarto d'ora dopo.
Nel frattempo, il killer, tarchiato di 25 anni, Mark Chapman, se ne stava in silenzio davanti alla scena. Per terra giaceva la pistola fumante che si era lasciato cadere dalle mani, accanto agli occhiali macchiati di sangue di Lennon.
Appoggiato con nonchalance contro il muro del Dakota, Chapman ha cominciato a sfogliare una copia del libro “Il giovane Holden”, famoso romanzo di JD Salinger sull’ alienazione degli adolescenti, il cui personaggio centrale probabilmente gli ispirò quel gesto.
Quando i poliziotti arrivarono, non tentò di fuggire. Appena fu ammanettato e infilato in una macchina della polizia, disse: 'Ho agito da solo'. Nel quartier generale della zona, disse ai poliziotti: 'Lennon doveva morire'.
Per il mondo, sconvolto dalla morte violenta e inutile di Lennon, Chapman non era altro che un pazzo delirante. Prendeva farmaci ed era psicologicamente disturbato.
Aveva subito atti di bullismo a scuola, si era così rifugiato in un mondo immaginario dove esercitava potere su altre persone.
Un adulto senza radici che non aveva mai avuto un vero e proprio lavoro, aveva trovato conforto nella musica dei Beatles. Aveva identificato la sua solitudine con il lato solitario ed insicuro di Lennon, confondendo le personalità.
Ma la scoperta della ricchezza e del florido impero commerciale di Lennon, fu per lui un’enorme delusione.
Si sentiva tradito, offeso. Ha inseguito e sparato al suo ex eroe per un senso strano di retribuzione, accoppiato al desiderio di essere famoso per qualcosa.
Così è andata la storia.
Ma dopo oltre trent'anni dalla morte di Lennon, emerse una nuova teoria, che metteva in discussione questa spiegazione convenzionale sul movente dell’ omicidio.
Anche se apparentemente inverosimile, se fosse vera farebbe trasalire e atterrire i milioni di fan che ancora idolatrano Lennon.
Nel suo libro, l'autore Phil Strongman, sostiene che Chapman è stato solo un burattino. La vera assassina di Lennon è stata la Cia - per volere di fanatici di destra dell’ assetto politico americano.
Egli arriva a questa conclusione controversa contestando molti dei cosiddetti 'fatti' in merito al caso - tra cui l'ipotesi di base che Chapman fosse un fan dei Beatles e Lennon.
Strongman scrive che, fino alla settimana prima dell'uccisione: 'Chapman, "presunto ossessionato da Lennon e "fan dei fans", non possedeva nemmeno un singolo di Lennon, né un libro né un album. Non uno. Non era un fan né tantomeno un ossessionato". '
Dicono che Chapman avesse 14 ore di registrazioni di Lennon, nel suo zaino, il giorno della sparatoria. Ma di esse non si è mai trovata alcuna traccia.
Questa prova non è stata mai prodotta semplicemente perché non esiste.
Così Chapman non era solo né uno stalker delle celebrità andato troppo oltre, Né, dice Strongman, ha ucciso Lennon per 15 minuti di celebrità.
'Se il suo scopo era attirare attenzione su di se, allora perché si è dichiarato colpevole, lasciando che il suo processo non diventasse il processo del secolo, se il suo scopo era avere fama, allora perché si è lasciato scappare questa possibilità?
Strongman vede nella calma del killer dopo la sparatoria, la chiave di ciò che è accaduto realmente, fornisce prove alla sua teoria secondo cui l’assassinio di John Lennon fu un complotto di stato.
Se Chapman, dopo l’ uccisione, sembrava uno zombie, e attese impassibile la polizia come ci è stato raccontato, è solo perché quella era la reazione più appropriata alla sua persona .
Chapman, egli suggerisce, era stato reclutato dalla CIA e addestrato durante i suoi viaggi in tutto il mondo, è stato visto in posti improbabili, da un ragazzo della Georgia.
Che strano, per esempio, che Chapman sia stato a Beirut in un momento in cui la capitale libanese fu la fucina delle attività della CIA – si è detto che lì avesse sede uno dei campi di assassinio top-secret dell'agenzia.
Un altro campo, presumibilmente, si trovava alle Hawaii, dove Chapman ha vissuto per alcuni anni.
Chi ha finanziato il giro del mondo a Chapman? Come poteva, un giovane senza un soldo nel 1975, essere stato in Giappone, Regno Unito, India, Nepal, Corea, Vietnam e Cina?
Il denaro non è mai sembrato essere un problema per Chapman, ma nessuno ha mai spiegato da dove provenisse. L’ unica spiegazione plausibile rimane, secondo Strongman, che i servizi segreti fossero i suoi datori di lavoro.
Probabilmente la CIA plagiò la mente di Chapman, somministrandogli droghe apposite a ciò e con l'ipnosi. Tutte tecniche utilizzate dalla CIA per formare assassini in grado di uccidere fomentatori di disordini, e sui quali potesse poi ricadere la colpa.
Strongman afferma: 'Catcher In The Rye‘ (il titolo originale del Giovane Holden) faceva parte del programma d’ipnosi di Chapman, una parola d’ ordine che poteva arrivare a lui, attraverso un messaggio registrato su un nastro, un telex, un telegramma o una semplice telefonata.
"E’ anche vero che i teorici della cospirazione hanno a lungo sospettato che sia gli americani sia i loro nemici comunisti utilizzassero tali tecniche per attivare assassini dormienti '- come romanzato nel film The Manchurian Candidate.
L'autore si chiede se Chapman rientrava nella categoria dei killer inconsapevoli o complice inconsapevole.
Ma il suo profondo sospetto è che Chapman non agì da solo - non più, dice, di quanto abbia fatto Lee Harvey Oswald con l'assassinio di JFK a Dallas o di Sirhan Sirhan accusato della morte di Bobby Kennedy. Dubita persino che sia stato Chapman a sparare.
'I proiettili che colpirono Lennon, erano tutti così vicini e persino i medici ebbero difficoltà a precisarne i diversi punti d’ accesso. Se tutti questi colpi provenivano da Chapman, allora la sua fu un’ ‘’opera miracolosa’’.
'In effetti, se ognuno di quei colpi veniva da Chapman l’opera fu miracolosa perché egli era in piedi sulla destra di Lennon e, secondo il referto dell'autopsia e il certificato di morte Lennon riportava solo ferite nella parte sinistra del corpo.'
Qualcun altro doveva essere coinvolto, Strongman insiste. Egli sostiene che forse una spia della CIA che lavorava al Dakota sia stato il vero assassino.
Ciò che fa crescere il suo sospetto è la natura sommaria delle indagini della polizia dopo l'arresto di Chapman.
La sua calma bizzarra post-uccisione non è stato mai messa in discussione, non è stata mai eseguito un test di droga, il suo stato "programmato" (termine usato da più di un ufficiale di polizia) non è stato mai studiato, né tantomeno si è investigato sui suoi movimenti precedenti l’omicidio ('In parole povere, le indagini per l'assassinio furono spaventosamente lente e lacunose. ')
Probabilmente, conclude, l'FBI cospirava con la CIA per nascondere la verità- e cioè che ombre istituzionali americane avevano ordinato l'assassinio di Lennon.
Ma perché Lennon era sulla loro lista ? Aveva, a quanto pare fatto tremare i piani d'America, la potente ala destra, prima con la sua opposizione alla guerra del Vietnam e poi con la sua campagna di pacifismo.
Ed è in questo periodo, che molti di noi che hanno creduto fosse un periodo di pausa necessario per riprendere fiato, che Lennon ha dato sfogo al suo genio, al suo essere un uomo di spettacolo e un esibizionista. Ma era un sognatore, non un attivista pericoloso.
Ha scritto canzoni, ha suonato la chitarra, aveva idee divertenti. Ci ha fatto ridere nonostante la sua irriverenza.
Non aveva intenzione di abbattere il capitalismo. Cercava solo di tenerlo fuori dalla sua vita.
Ancora, il fatto che alcuni dei dossier relativi alle indagini dei servizi segreti sulle attività di Lennon rimangano inaccessibili continuano ad alimentare i sospetti di un insabbiamento.
Strongman scrive: 'Io sono convinto, come qualsiasi essere umano può esserlo, che sia l’FBI sia la CIA abbiano insabbiato i fatti del dicembre 1980. E Sono entrambi profondamente coinvolti nell'uccisione stessa.'
Nel frattempo, Chapman - stalker pazzo o assassino robot - continua a vivere.
Stranamente, se la teoria Strongman è vera, è riuscito a sopravvivere tre decenni in una delle prigioni più violente d'America, nonostante sia a conoscenza di informazioni pericolose.
Chapman è rinchiuso nella prigione di Attica, da quasi 40 anni, per la sua condanna a vita, ben oltre il minimo di 20 anni decretati dal giudice che lo ha condannato.
Quando nel 2006 gli è stato chiesto il perché avesse ucciso Lennon, Chapman ha detto:
'Volevo essere famoso, Volevo attirare grande attenzione, che ho ricevuto.' Nel 2010 ha detto che nel 1980 aveva una lunga lista di potenziali obiettivi, tra cui Liz Taylor, il conduttore televisivo Johnnie Carson e Paul McCartney.
“Erano famosi”, ha detto, ‘uccidendoli avrei ottenuto tanta notorietà in pochissimo tempo’.
Ha colpito Lennon, ha spiegato, solo perché il Dakota è facilmente raggiungibile 'Sentivo che uccidendo lui sarei diventato qualcuno e, invece sono diventato un assassino, e gli assassini non sono qualcuno’. Invece di prendere la mia vita ho preso quella di qualcun altro, per sua sfortuna. '
Nel 2006, la sua quarta domanda per il rilascio - Yoko Ono come sempre si è opposta - è stata rifiutata; ogni due anni ripete la domanda, e ancora nel settembre del 2022, per la dodicesima volta, la domanda è stata rifiutata, dopo 41 anni di carcere.

La tredicesima richiesta di rilascio è in calendario a febbraio 2024.

domenica 10 aprile 2022

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 10 aprile.
Il 10 aprile 1970 le radio di tutto il mondo annunciano che i Beatles si erano sciolti.
Gli anni Sessanta sono segnati da una grande rivoluzione ideologica e culturale che parte dai giovani di allora e arriva fino alla generazione successiva. Sono gli anni del progresso tecnologico, dell’emancipazione femminile e delle lotte razziali. I Beatles sono parte di questa grande rivoluzione.
La storia dei Beatles, uno dei maggiori fenomeni della musica rock e di quella pop contemporanea, ha inizio a Liverpool il 6 luglio 1957, quando i giovanissimi John Lennon e Paul McCartney incrociano i loro destini sul palcoscenico della Woolton Parish Church, nel corso di un concerto rock in cui sono chitarristi in due diversi gruppi musicali. Dalla loro collaborazione nasceranno, tra il 1962 e il 1970, una serie memorabile di successi musicali.
Ai due si aggiunge, nel 1958, un compagno di scuola di Paul, George Harrison. I futuri Beatles, all’epoca si chiamano “The Quarrymen” e propongono una miscela di musica skiffle e rock’n’roll. In quello stesso anno, la vita dell’anticonformista John Lennon viene indelebilmente segnata dalla tragica morte della madre ed è allora che la musica diventa per lui la prima ragione di vita. Sarà proprio Lennon a guidare i futuri Beatles verso il successo. Nel 1959, entra nel gruppo il poco esperto bassista Stuart Sutcliffe e un anno dopo, il batterista Pete Best.
Nel 1960, il gruppo, con il nome di Beatles, va ad Amburgo dove viene creato il look che, dagli abiti al taglio di capelli, entrerà nella storia. Tornati a Liverpool, i Beatles, si esibiscono al “Cavern Club” e la loro fama incomincia a diffondersi. Nel 1961 incidono il loro primo 45 giri, “My Bonnie”, come gruppo spalla del cantante Tony Sheridan. È la loro prima esperienza e vede Paul McCarteny sostituire Stuard Sutcliffe al basso. Nel 1962, i Beatles, fanno un provino alla casa discografica “Decca”, ma il loro potenziale non viene intuito e viene così commesso quello che viene ricordato come uno degli errori più grandi della storia del mercato discografico.
Il gruppo viene scritturato dalla grande casa discografica “EMI” che chiede, però, la sostituzione del batterista Pete Best ed è così che entra a far parte della band Ringo Starr, conosciuto ad Amburgo dove suonava con i Rory Storm & the Hurricanes.
Il 5 ottobre del 1962 esce “Love me do”, il loro primo grande successo internazionale. Ha inizio la “Beatlemania”. Nel 1964 cinque loro pezzi sono nei primi cinque posti nella classifica americana. Nel 1965, la Regina Elisabetta II, conferisce loro l’onorificenza di Baronetti con una cerimonia ufficiale a Buckingham Palace.
Alla fine degli anni Sessanta, l’armonia del gruppo viene segnata da diversi malumori tra i vari componenti. L’ultimo concerto dal vivo si svolge al Candlestick Park di San Francisco, il 29 agosto del 1966. “Let it be”, nel 1970, è il loro ultimo disco. Il 10 aprile di quell’anno, Paul McCartney annuncia pubblicamente lo scioglimento del gruppo.
I Beatles hanno segnato la storia della musica e sono stati gli interpreti della loro generazione. Li ricordiamo nella storica foto, scattata da Iain McMillan, l’8 agosto 1969, che li ritrae sulle strisce pedonali di Abbey Road (la via di Londra dove si affacciano gli Abbey Road Studios, nei quali i Beatles incisero per l’intera carriera) per la copertina dell’omonimo album, che diventerà una delle più simboliche della storia del Rock.

domenica 8 agosto 2021

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è l'8 agosto.
L'8 agosto 1969 veniva scattata la celebre foto sulle strisce pedonali di Abbey Road, futura copertina dell'omonimo disco.
Quella di Abbey Road è una copertina delle più celebri e citate della storia della musica pop. È l'unica copertina di un disco dei Beatles dove non compaiono né il titolo, né il nome del gruppo. Vi compaiono i Beatles intenti ad attraversare un passaggio pedonale di Abbey Road, la via di Londra dove si affacciano gli Abbey Road Studios, nei quali i Beatles incisero per l'intera carriera. Il popolarissimo ritratto fotografico è opera di Iain McMillan, che verso mezzogiorno dell'8 agosto 1969, in bilico su una scala in mezzo alla strada, con la sua Hasselblad professionale immortalò i Beatles che andavano avanti e indietro lungo le strisce pedonali. Delle sei pose scattate la scelta cadde sulla quinta: in primo luogo perché era l'unica in cui i quattro erano ben allineati, e poi perché, considerata la fase della loro carriera, li rappresentava in marcia da sinistra a destra, cioè come se andassero via dagli studi di registrazione della EMI – il cui ingresso si trova sul marciapiede di sinistra.
Diversi elementi in questa foto contribuirono ad alimentare la leggenda della morte di Paul McCartney: Paul, terzo a seguire nella fila, è l'unico scalzo ad attraversare la strada (nel Regno Unito i morti vengono sepolti scalzi) e fuori passo; in testa al gruppo c'è John Lennon che dovrebbe rappresentare il gran sacerdote, ministro del culto, a seguire Ringo Starr completamente vestito di nero (da impresario delle onoranze funebri) e in ultimo George Harrison vestito tutto in jeans, come un becchino; la targa LMW 281F (letta 28IF) del maggiolino parcheggiato sulla sinistra indicherebbe l'età di Paul se fosse stato in vita all'epoca dell'uscita del disco (la cosa è chiaramante falsa, visto che all'epoca della celebre fotografia, scattata l'8 agosto 1969, Paul aveva 27 anni, essendo nato il 18 giugno 1942); LMW viene interpretato come "Linda McCartney Widow" (Linda McCartney vedova) oppure "Linda McCartney Weeps" (Linda McCartney piange); il fatto che Paul, mancino, tiene una sigaretta nella mano destra. Sul lato opposto un grosso furgone nero parcheggiato ricorda un "Black Maria", di quelli utilizzati dalla Polizia mortuaria negli incidenti stradali.
I riferimenti a questa celebre copertina in opere di altri artisti sono numerosissime. I Red Hot Chili Peppers hanno realizzato un album dal titolo The Abbey Road E.P., la cui copertina riprende i membri del gruppo intenti ad attraversare lo stesso passaggio pedonale e completamente nudi (a eccezione di un singolo calzino per ciascuno, indossato in modo strategico). Altre parodie di questa immagine si trovano in The Rutles di Eric Idle, in Shabbey Road di Bob and Tom. Nella sigla iniziale della serie televisiva Grumpy Old Men del 2006, Rick Wakeman, Tim Rice, Rory McGrath e Arthur Smith stanno attraversando il passaggio di Abbey Road quando vengono investiti da un automobilista che parla al cellulare mentre guida.
Lo stesso McCartney, con riferimento alla leggenda della sua morte, riprese l'immagine nella copertina del suo album dal vivo Paul Is Live e alla fine del video del brano Spies Like Us.
Il passaggio pedonale ripreso da quella celebre foto è oggi una vera e propria attrazione turistica, con centinaia di visitatori che ogni giorno da più di 40 anni si mettono in posa per una foto ricordo. La targa stradale Abbey Road è la più rubata del Regno Unito.

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