Mi chiamo Eva, che vuol dire vita, secondo un libro che mia madre consultò per scegliermi il nome. Sono
nata nell'ultima stanza di una casa buia e sono cresciuta
fra mobili antichi, libri in latino e mummie, ma questo non mi ha
resa malinconica, perché sono venuta al mondo con un soffio di foresta
nella memoria. Mio padre, un indiano dagli occhi gialli,
veniva dal luogo in cui si uniscono cento fiumi, odorava di bosco e
non guardava mai direttamente il cielo, perché era cresciuto sotto la
cupola degli alberi e la luce gli sembrava
indecorosa.
Consuelo, mia madre, aveva trascorso l'infanzia in una regione
incantata, dove per secoli gli avventurieri hanno cercato la città di
oro puro vista dai conquistatori spagnoli allorché si
affacciarono sugli abissi della loro ambizione. Quel paesaggio aveva
lasciato in lei una traccia che in qualche modo riuscì a trasmettermi.
fonte web: http://www.culturaesvago.com/antologia-di-letteratura/
Cerca nel web
Visualizzazione post con etichetta Antologia. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Antologia. Mostra tutti i post
domenica 14 aprile 2013
#Antologia #Letteratura: Eva Luna - Isabel Allende
venerdì 14 dicembre 2012
#Antologiadi #Letteratura: Brano tratto da: Arcobaleno di Banana Yoshimoto
| imm. da .lafeltrinelli.it/products/9788807818554/Arcobaleno/Banana_Yoshimoto.html |
"Al Tour della laguna si può nuotare insieme a tartarughe marine,
razze e squali in cattività all'interno di una riserva naturale marina."
Vi avevano preso parte molti turisti provenienti da tutti gli alberghi di Bora Bora; io, però, ero l'unica a parteciparvi da sola. Per quanto mi guardassi intorno, gli altri erano tutti francesi o italiani riuniti in piccole comitive formate nei rispettivi hotel.
Di giapponesi non ce n'era nemmeno uno.
Non che la cosa mi preoccupasse più di tanto, tuttavia – piccola di statura come sono - stare in coda in mezzo a quella confusione mi faceva sentire un po' fuori luogo.
Dopo essere stati divisi nei vari gruppi, finalmente venne il mio turno.
Insieme a me c'era una famiglia di francesi. La moglie era incinta, per cui decisero di entrare in acqua soltanto il marito e il figlio di circa dieci anni.
Le dissero in coro qualcosa come "torniamo subito!" oppure "aspettaci, eh!" e scesero verso la spiaggia.
Ah, beati loro! Come li invidio, pensai.
Dopodiché la signora aprì un ombrellino da sole e, sotto i raggi trasparenti, piano piano si sedette a terra facendo attenzione al pancione. A quella vista riaffiorò il nitido ricordo di quando da piccola correvo lontano dalla mamma, sapendo che qualsiasi cosa mi fosse successa lei sarebbe stata pronta a soccorrermi. Rivissi con intensità quella sensazione del tutto particolare, immaginando che sotto il suo parasole si nascondesse un viso sorridente.
Quella sensazione divertente, intensa come miele scuro, conosciuta spesso da bambina quando giocavo tranquilla con una concentrazione quasi eccessiva, me la ritrovai in tutto il corpo fino a provare un leggero senso di oppressione.
Sono davvero molto lontana... Non che volessi tornare indietro o che la mia vita fosse stata soltanto un avvicendarsi continuo di difficoltà. Tuttavia, ogni volta che mi giravo e vedevo i piedi candidi spuntare da sotto la gonna lunga di quella mamma sconosciuta con l'ombrellino, insieme a quella scena di ombre che si proiettavano sulla sabbia bianchissima, mi si stringeva il cuore.
Una volta in mare, nella riserva, a dire la verità sembravamo noi umani a essere in mostra.
I pesci si muovevano tranquilli, del tutto incuranti di noi alieni che invece nuotavamo affannosamente.
Con gli occhi spalancati per la meraviglia, ebbi uno strano pensiero.
Chissà se un gruppo di extraterrestri che si fosse messo a osservare la Terra dallo spazio avrebbe pensato che anche noi, esattamente come quei pesci, siamo esseri meravigliosi che fluttuano nell'atmosfera.
In quel momento vidi un piccolo squalo color giallo limone spuntare impavido; nuotava in un modo differente dagli altri pesci. Ah, incredibile! È giallo! E sgranai ulteriormente gli occhi. Ogni volta che cambiava direzione con la pinna posteriore, controllavo con un certo disagio che non si soffermasse a osservare i miei piedi.
Ricordavo nel dettaglio quelle storie secondo le quali l'olfatto degli squali è superiore a quello degli esseri umani decine di migliaia di volte, e che nel momento in cui attaccano gli uomini strabuzzano gli occhi.
Anche se è così piccolo, ha un'aura diversa dagli altri pesci. Fa davvero paura! E per di più è di un giallo da non crederci!
Morivo dalla voglia di dirlo a qualcuno e mi ritrovai a indicarlo con la mia manina decisamente più piccola della norma. Che oltretutto sott'acqua sembrava ancora più piccola.
La coppia di anziani che nuotava al mio fianco mi fece un cenno di assenso. Intuii che anche loro fossero eccitati da quell'incontro. Erano due francesi simpatici che soggiornavano nel mio stesso albergo e avevamo parlato un po' sulla barca che ci aveva portati lì.
In quel momento, continuando a osservare lo squalo, ci prendemmo istintivamente tutti e tre per mano.
Che le mani di estranei potessero trasmettere tanta felicità, superando la barriera delle nazionalità, dipendeva dal fatto che erano quelle di due persone anziane. Due grandi mani piene di rughe che avevano abbracciato un'infinità di volte i loro figli e nipoti.
Dopo esserci assicurati che lo squalo fosse tranquillo e per niente intenzionato ad attaccarci, tirammo fuori la testa
dall'acqua e ne parlammo un po'. Poi ci sorridemmo e ognuno andò per la sua strada a inseguire i pesci che preferiva.
Io avrei voluto continuare a osservare quel rarissimo squalo in eterno. Ma guarda che giallo trasparente! Era davvero di un giallo limone molto acceso. Esattamente come l'avevo sentito descrivere. Eppure era incredibile che ci fossero esseri viventi di quel colore, che ci fossero pesci colorati come frutti. Immaginai i miei occhi intenti a fissare i suoi movimenti luccicare come quelli di una ragazza innamorata.
L'acqua del mare, all'inizio pulita e limpida, piano piano divenne torbida per via della sabbia sollevata dai movimenti della gente.
Ed esattamente come in una tempesta di sabbia nel deserto, come nei giorni di forte vento con le nuvole che all'improvviso affollano il cielo, il mondo dei pesci si offuscò (come in un'illusione). In quel mare che a tratti si intorbidiva per poi tornare limpido, davanti ai miei occhi vedevo pesci dai colori variopinti, agili razze che scivolavano sul fondo marino, mentre in bocca sentivo un sapore di sale carico di nostalgia. Il corallo cambiava colore ogni volta che veniva illuminato dai raggi del sole, e sott'acqua tutto brillava leggermente. Pensai che fosse un sogno, come vedere un arcobaleno. I sette colori erano tutti presenti in quel mondo.
E sfocandosi, poco alla volta si disperdevano in tremolanti raggi sottili che davano vita a splendidi fiocchi colorati.
Era un mondo silenzioso in cui il tempo pareva essersi fermato. Nonostante tutto quello che mi è successo finora nella vita, eccomi qui a godermi questa magnifica scena...
Nella mia vita dovrò certamente affrontare altre avversità, ma sono sicura che ogni volta, alla fine, davanti ai miei occhi si presenterà uno spettacolo come questo. Ne sono certa.
Feci questi pensieri e stranamente sentii sgorgare dentro di me una forza incredibile.
Eppure, almeno in quell'istante, sarei voluta tornare ragazzina e partire alla volta di una dimensione mai conosciuta. Armata soltanto del mio piccolo e inaffidabile corpo di mortale, come un'astronauta in un bellissimo universo sconosciuto privo di gravità, sola nonostante le moltitudini presenti, ascoltando soltanto il suono del mio respiro.
Da quando ero arrivata a Tahiti avevo sempre sonno. Per quanto dormissi non riuscivo a scrollarmi di dosso la stanchezza, anche dopo essermi spostata da Moorea a Bora Bora.
Nonostante mi fossi concessa il lusso di un albergo da favola e il mio cottage costruito direttamente sull'acqua fosse completamente avvolto dallo spaventoso mugghio del mare, mi svegliavo per un momento, ma subito dopo mi riaddormentavo.
La notte il vento soffiava rumoroso facendo tremare tutta la costruzione, e il mare con la sua presenza soffocante sembrava riempire l'intera stanza, tanto da far credere che il mattino non sarebbe mai più arrivato. Tuttavia la violenza di quei rumori era per me una dolce ninnananna che mi isolava dal mondo esterno e dal passato.
Quando mi svegliavo a volte facevo quattro passi senza meta, altre nuotavo un poco, oppure camminavo per tutto il sentiero fino alla lontana reception e andavo a mangiare un boccone. Dovevo innanzitutto percorrere un lunghissimo pontile di legno scricchiolante, poi passare in mezzo alle piante e ai fiori di un enorme parco disseminato di bungalow, attraversare un ponte che dava su una striscia di mare dove nuotava un'infinità di pesci, camminare un bel po' lungo la spiaggia, per raggiungere finalmente l'edificio della reception.
Senza niente da fare e assonnata com'ero, quel percorso era un ottimo modo per ammazzare il tempo. Camminavo raccolta nel mio silenzio e, poiché la vista davanti ai miei occhi cambiava in continuazione, restavo estasiata, come se mi trovassi in un sogno. Avevo l'impressione di non appartenere a quello spettacolo. E che la bellezza del panorama altro non fosse che il seguito dei miei sogni.
Di giorno ogni cosa era avvolta da una luce molto intensa, di notte invece dal buio più pesto.
Tuttavia, quella volta sott'acqua ero completamente sveglia.
Vi avevano preso parte molti turisti provenienti da tutti gli alberghi di Bora Bora; io, però, ero l'unica a parteciparvi da sola. Per quanto mi guardassi intorno, gli altri erano tutti francesi o italiani riuniti in piccole comitive formate nei rispettivi hotel.
Di giapponesi non ce n'era nemmeno uno.
Non che la cosa mi preoccupasse più di tanto, tuttavia – piccola di statura come sono - stare in coda in mezzo a quella confusione mi faceva sentire un po' fuori luogo.
Dopo essere stati divisi nei vari gruppi, finalmente venne il mio turno.
Insieme a me c'era una famiglia di francesi. La moglie era incinta, per cui decisero di entrare in acqua soltanto il marito e il figlio di circa dieci anni.
Le dissero in coro qualcosa come "torniamo subito!" oppure "aspettaci, eh!" e scesero verso la spiaggia.
Ah, beati loro! Come li invidio, pensai.
Dopodiché la signora aprì un ombrellino da sole e, sotto i raggi trasparenti, piano piano si sedette a terra facendo attenzione al pancione. A quella vista riaffiorò il nitido ricordo di quando da piccola correvo lontano dalla mamma, sapendo che qualsiasi cosa mi fosse successa lei sarebbe stata pronta a soccorrermi. Rivissi con intensità quella sensazione del tutto particolare, immaginando che sotto il suo parasole si nascondesse un viso sorridente.
Quella sensazione divertente, intensa come miele scuro, conosciuta spesso da bambina quando giocavo tranquilla con una concentrazione quasi eccessiva, me la ritrovai in tutto il corpo fino a provare un leggero senso di oppressione.
Sono davvero molto lontana... Non che volessi tornare indietro o che la mia vita fosse stata soltanto un avvicendarsi continuo di difficoltà. Tuttavia, ogni volta che mi giravo e vedevo i piedi candidi spuntare da sotto la gonna lunga di quella mamma sconosciuta con l'ombrellino, insieme a quella scena di ombre che si proiettavano sulla sabbia bianchissima, mi si stringeva il cuore.
Una volta in mare, nella riserva, a dire la verità sembravamo noi umani a essere in mostra.
I pesci si muovevano tranquilli, del tutto incuranti di noi alieni che invece nuotavamo affannosamente.
Con gli occhi spalancati per la meraviglia, ebbi uno strano pensiero.
Chissà se un gruppo di extraterrestri che si fosse messo a osservare la Terra dallo spazio avrebbe pensato che anche noi, esattamente come quei pesci, siamo esseri meravigliosi che fluttuano nell'atmosfera.
In quel momento vidi un piccolo squalo color giallo limone spuntare impavido; nuotava in un modo differente dagli altri pesci. Ah, incredibile! È giallo! E sgranai ulteriormente gli occhi. Ogni volta che cambiava direzione con la pinna posteriore, controllavo con un certo disagio che non si soffermasse a osservare i miei piedi.
Ricordavo nel dettaglio quelle storie secondo le quali l'olfatto degli squali è superiore a quello degli esseri umani decine di migliaia di volte, e che nel momento in cui attaccano gli uomini strabuzzano gli occhi.
Anche se è così piccolo, ha un'aura diversa dagli altri pesci. Fa davvero paura! E per di più è di un giallo da non crederci!
Morivo dalla voglia di dirlo a qualcuno e mi ritrovai a indicarlo con la mia manina decisamente più piccola della norma. Che oltretutto sott'acqua sembrava ancora più piccola.
La coppia di anziani che nuotava al mio fianco mi fece un cenno di assenso. Intuii che anche loro fossero eccitati da quell'incontro. Erano due francesi simpatici che soggiornavano nel mio stesso albergo e avevamo parlato un po' sulla barca che ci aveva portati lì.
In quel momento, continuando a osservare lo squalo, ci prendemmo istintivamente tutti e tre per mano.
Che le mani di estranei potessero trasmettere tanta felicità, superando la barriera delle nazionalità, dipendeva dal fatto che erano quelle di due persone anziane. Due grandi mani piene di rughe che avevano abbracciato un'infinità di volte i loro figli e nipoti.
Dopo esserci assicurati che lo squalo fosse tranquillo e per niente intenzionato ad attaccarci, tirammo fuori la testa
dall'acqua e ne parlammo un po'. Poi ci sorridemmo e ognuno andò per la sua strada a inseguire i pesci che preferiva.
Io avrei voluto continuare a osservare quel rarissimo squalo in eterno. Ma guarda che giallo trasparente! Era davvero di un giallo limone molto acceso. Esattamente come l'avevo sentito descrivere. Eppure era incredibile che ci fossero esseri viventi di quel colore, che ci fossero pesci colorati come frutti. Immaginai i miei occhi intenti a fissare i suoi movimenti luccicare come quelli di una ragazza innamorata.
L'acqua del mare, all'inizio pulita e limpida, piano piano divenne torbida per via della sabbia sollevata dai movimenti della gente.
Ed esattamente come in una tempesta di sabbia nel deserto, come nei giorni di forte vento con le nuvole che all'improvviso affollano il cielo, il mondo dei pesci si offuscò (come in un'illusione). In quel mare che a tratti si intorbidiva per poi tornare limpido, davanti ai miei occhi vedevo pesci dai colori variopinti, agili razze che scivolavano sul fondo marino, mentre in bocca sentivo un sapore di sale carico di nostalgia. Il corallo cambiava colore ogni volta che veniva illuminato dai raggi del sole, e sott'acqua tutto brillava leggermente. Pensai che fosse un sogno, come vedere un arcobaleno. I sette colori erano tutti presenti in quel mondo.
E sfocandosi, poco alla volta si disperdevano in tremolanti raggi sottili che davano vita a splendidi fiocchi colorati.
Era un mondo silenzioso in cui il tempo pareva essersi fermato. Nonostante tutto quello che mi è successo finora nella vita, eccomi qui a godermi questa magnifica scena...
Nella mia vita dovrò certamente affrontare altre avversità, ma sono sicura che ogni volta, alla fine, davanti ai miei occhi si presenterà uno spettacolo come questo. Ne sono certa.
Feci questi pensieri e stranamente sentii sgorgare dentro di me una forza incredibile.
Eppure, almeno in quell'istante, sarei voluta tornare ragazzina e partire alla volta di una dimensione mai conosciuta. Armata soltanto del mio piccolo e inaffidabile corpo di mortale, come un'astronauta in un bellissimo universo sconosciuto privo di gravità, sola nonostante le moltitudini presenti, ascoltando soltanto il suono del mio respiro.
Da quando ero arrivata a Tahiti avevo sempre sonno. Per quanto dormissi non riuscivo a scrollarmi di dosso la stanchezza, anche dopo essermi spostata da Moorea a Bora Bora.
Nonostante mi fossi concessa il lusso di un albergo da favola e il mio cottage costruito direttamente sull'acqua fosse completamente avvolto dallo spaventoso mugghio del mare, mi svegliavo per un momento, ma subito dopo mi riaddormentavo.
La notte il vento soffiava rumoroso facendo tremare tutta la costruzione, e il mare con la sua presenza soffocante sembrava riempire l'intera stanza, tanto da far credere che il mattino non sarebbe mai più arrivato. Tuttavia la violenza di quei rumori era per me una dolce ninnananna che mi isolava dal mondo esterno e dal passato.
Quando mi svegliavo a volte facevo quattro passi senza meta, altre nuotavo un poco, oppure camminavo per tutto il sentiero fino alla lontana reception e andavo a mangiare un boccone. Dovevo innanzitutto percorrere un lunghissimo pontile di legno scricchiolante, poi passare in mezzo alle piante e ai fiori di un enorme parco disseminato di bungalow, attraversare un ponte che dava su una striscia di mare dove nuotava un'infinità di pesci, camminare un bel po' lungo la spiaggia, per raggiungere finalmente l'edificio della reception.
Senza niente da fare e assonnata com'ero, quel percorso era un ottimo modo per ammazzare il tempo. Camminavo raccolta nel mio silenzio e, poiché la vista davanti ai miei occhi cambiava in continuazione, restavo estasiata, come se mi trovassi in un sogno. Avevo l'impressione di non appartenere a quello spettacolo. E che la bellezza del panorama altro non fosse che il seguito dei miei sogni.
Di giorno ogni cosa era avvolta da una luce molto intensa, di notte invece dal buio più pesto.
Tuttavia, quella volta sott'acqua ero completamente sveglia.
Fonte web: http://www.culturaesvago.com/nuova-antologia-di-letteratura/
Etichette:
Antologia,
Arcobaleno,
Banana,
letteratura,
Yoshimoto
mercoledì 22 agosto 2012
#AntologiadiLetteratura #Gabriel Garcia Marquez - Cent'anni di solitudine
Aureliano non poté muoversi. Non perché lo avesse paralizzato lo
stupore, ma perché in quell'istante prodigioso gli si rivelarono le
chiavi definitive di Melquìades, e vide l’epigrafe delle
pergamene perfettamente ordinata nel tempo e nello spazio degli
uomini: Il primo della stirpe è legato a un albero e l'ultimo se lo
stanno mangiando le formiche.
Aureliano non era mai stato così lucido in nessun atto della sua vita come quando dimenticò i suoi morti e il dolore dei suoi morti, e tornò a sbarrare le porte e le finestre con le crociere di Fernanda per non lasciarsi turbare da alcuna tentazione del mondo, perché allora sapeva che nelle pergamene di Melquíades era scritto il suo destino. Le trovò intatte, tra le piante preistoriche e le pozze fumanti e gli insetti luminosi che avevano bandito dalla stanza ogni vestigio del passaggio degli uomini sulla terra, e non ebbe la serenità di portarle alla luce, ma in quel luogo stesso, in piedi, senza la minima difficoltà, come se fossero state scritte in spagnolo sotto lo splendore accecante del mezzogiorno, come a decifrarle a voce alta. Era la storia della famiglia, scritta da Melquiades perfino nei suoi particolari più triviali, con cent'anni di anticipo. L'aveva redatta in sanscrito, che era la sua lingua materna, e aveva cifrato i versi pari con la chiave privata dell'imperatore Augusto, e quelli dispari con chiavi militari lacedemoni. La protezione finale, che Aureliano cominciava a intravedere quando si era lasciato confondere dall'amore di Amaranta Ursula, si basava sul fatto che Melquíades non aveva ordinato i fatti nel tempo convenzionale degli uomini, ma che aveva concentrato un secolo di episodi quotidiani, di modo che tutti coesistessero in un istante. Affascinato dalla scoperta, Aureliano lesse ad alta voce, senza salti, le encicliche cantate che lo stesso Melquíades aveva fatto ascoltare ad Arcadio, e che erano in realtà le predizioni della sua esecuzione, e trovò annunziata la nascita della donna più bella del mondo che stava salendo al cielo in corpo e anima, e conobbe l'origine di due gemelli postumi che rinunciavano a decifrare le pergamene, non soltanto per incapacità e incostanza, ma perché i loro tentativi erano prematuri. A questo punto, impaziente di conoscere la propria origine, Aureliano passò oltre. Allora cominciò il vento, tiepido, incipiente, pieno di voci del passato, di mormorii di gerani antichi, di sospiri di delusioni anteriori alle nostalgie più tenaci. Non se ne accorse perché in quel momento stava scoprendo i primi indizi del suo essere, in un nonno concupiscente che si lasciava trascinare dalla frivolità attraverso un altipiano allucinato, in cerca di una donna bella che non lo avrebbe fatto felice. Aureliano lo riconobbe, incalzò i sentieri occulti della sua discendenza, e trovò l'istante del suo stesso concepimento tra gli scorpioni e le farfalle gialle di un bagno crepuscolare, dove un avventizio saziava la sua lussuria con una donna che gli si dava per ribellione.
Era cosí assorto, che non sentì nemmeno il secondo assalto del vento, la cui potenza ciclonica strappò dai cardini le porte e le finestre, svelse il tetto dell'ala orientale e sradicò le fondamenta.
Soltanto allora scoprì che Amaranta Ursula non era sua sorella, ma sua zia, e che Francis Drake aveva assaltato Riohacha soltanto perché loro potessero cercarsi per i labirinti più intricati del sangue, fino a generare l'animale mitologico che avrebbe posto termine alla stirpe. Macondo era già un pauroso vortice di polvere e macerie, centrifugato dalla collera dell'uragano biblico, quando Aureliano saltò undici pagine per non perder tempo con fatti fin troppo noti, e cominciò a decifrare l'istante che stava vivendo, e lo decifrava a mano a mano che lo viveva, profetizzando sé stesso nell'atto di decifrare l'ultima pagina delle pergamene, come se si stesse vedendo in uno specchio parlante. Allora saltò oltre per precorrere le predizioni e appurare la data e le circostanze della sua morte. Tuttavia, prima di arrivare al verso finale, aveva già compreso che non sarebbe mai più uscito da quella stanza, perché era previsto che "la città degli specchi (o degli specchietti) sarebbe stata spianata dal vento e bandita dalla memoria degli uomini nell'istante in cui Aureliano Babilonia avesse terminato di decifrare le pergamene, e che tutto quello che vi era scritto era irripetibile da sempre e per sempre, perché le stirpi condannate a cent'anni di solitudine non avevano una seconda opportunità sulla terra
fonte web: http://www.culturaesvago.com/antologia-di-letteratura/
immagine:http://alklibri.com/img_full.php?id=172
Aureliano non era mai stato così lucido in nessun atto della sua vita come quando dimenticò i suoi morti e il dolore dei suoi morti, e tornò a sbarrare le porte e le finestre con le crociere di Fernanda per non lasciarsi turbare da alcuna tentazione del mondo, perché allora sapeva che nelle pergamene di Melquíades era scritto il suo destino. Le trovò intatte, tra le piante preistoriche e le pozze fumanti e gli insetti luminosi che avevano bandito dalla stanza ogni vestigio del passaggio degli uomini sulla terra, e non ebbe la serenità di portarle alla luce, ma in quel luogo stesso, in piedi, senza la minima difficoltà, come se fossero state scritte in spagnolo sotto lo splendore accecante del mezzogiorno, come a decifrarle a voce alta. Era la storia della famiglia, scritta da Melquiades perfino nei suoi particolari più triviali, con cent'anni di anticipo. L'aveva redatta in sanscrito, che era la sua lingua materna, e aveva cifrato i versi pari con la chiave privata dell'imperatore Augusto, e quelli dispari con chiavi militari lacedemoni. La protezione finale, che Aureliano cominciava a intravedere quando si era lasciato confondere dall'amore di Amaranta Ursula, si basava sul fatto che Melquíades non aveva ordinato i fatti nel tempo convenzionale degli uomini, ma che aveva concentrato un secolo di episodi quotidiani, di modo che tutti coesistessero in un istante. Affascinato dalla scoperta, Aureliano lesse ad alta voce, senza salti, le encicliche cantate che lo stesso Melquíades aveva fatto ascoltare ad Arcadio, e che erano in realtà le predizioni della sua esecuzione, e trovò annunziata la nascita della donna più bella del mondo che stava salendo al cielo in corpo e anima, e conobbe l'origine di due gemelli postumi che rinunciavano a decifrare le pergamene, non soltanto per incapacità e incostanza, ma perché i loro tentativi erano prematuri. A questo punto, impaziente di conoscere la propria origine, Aureliano passò oltre. Allora cominciò il vento, tiepido, incipiente, pieno di voci del passato, di mormorii di gerani antichi, di sospiri di delusioni anteriori alle nostalgie più tenaci. Non se ne accorse perché in quel momento stava scoprendo i primi indizi del suo essere, in un nonno concupiscente che si lasciava trascinare dalla frivolità attraverso un altipiano allucinato, in cerca di una donna bella che non lo avrebbe fatto felice. Aureliano lo riconobbe, incalzò i sentieri occulti della sua discendenza, e trovò l'istante del suo stesso concepimento tra gli scorpioni e le farfalle gialle di un bagno crepuscolare, dove un avventizio saziava la sua lussuria con una donna che gli si dava per ribellione.
Era cosí assorto, che non sentì nemmeno il secondo assalto del vento, la cui potenza ciclonica strappò dai cardini le porte e le finestre, svelse il tetto dell'ala orientale e sradicò le fondamenta.
Soltanto allora scoprì che Amaranta Ursula non era sua sorella, ma sua zia, e che Francis Drake aveva assaltato Riohacha soltanto perché loro potessero cercarsi per i labirinti più intricati del sangue, fino a generare l'animale mitologico che avrebbe posto termine alla stirpe. Macondo era già un pauroso vortice di polvere e macerie, centrifugato dalla collera dell'uragano biblico, quando Aureliano saltò undici pagine per non perder tempo con fatti fin troppo noti, e cominciò a decifrare l'istante che stava vivendo, e lo decifrava a mano a mano che lo viveva, profetizzando sé stesso nell'atto di decifrare l'ultima pagina delle pergamene, come se si stesse vedendo in uno specchio parlante. Allora saltò oltre per precorrere le predizioni e appurare la data e le circostanze della sua morte. Tuttavia, prima di arrivare al verso finale, aveva già compreso che non sarebbe mai più uscito da quella stanza, perché era previsto che "la città degli specchi (o degli specchietti) sarebbe stata spianata dal vento e bandita dalla memoria degli uomini nell'istante in cui Aureliano Babilonia avesse terminato di decifrare le pergamene, e che tutto quello che vi era scritto era irripetibile da sempre e per sempre, perché le stirpi condannate a cent'anni di solitudine non avevano una seconda opportunità sulla terra
fonte web: http://www.culturaesvago.com/antologia-di-letteratura/
immagine:http://alklibri.com/img_full.php?id=172
Etichette:
Anni,
Antologia,
Cent,
Di,
Gabriel,
Garcia,
letteratura,
Marquez,
Solitudine
lunedì 20 agosto 2012
#Antologiadiletteratura #Wilbur Smith "La voce del tuono"
Aiutare gli altri anche quando si ha paura per la propria incolumità.
Avanzare ancora nella prateria sottostante le alture era un suicidio. La risolutezza che l'aveva sostenuto fin lì si afflosciò e la paura spezzò la frusta con cui Sean l'aveva tenuta sotto controllo. Corse indietro alla cieca, gemendo, piegato in avanti, i gomiti che si muovevano al ritmo dei piedi sospinti dal terrore.
Poi, accanto a lui, Saul fu colpito al capo. L'impatto del proiettile lo gettò in avanti, mentre il fucile gli schizzava di mano. Emise un gemito di dolore e di sorpresa, quindi cadde piegandosi sul ventre. Sean continuò a correre.
"Sean!" La voce di Saul dietro di lui.
"Sean!". Una disperata invocazione di aiuto. Ma Sean chiuse la sua mente a quella e corse verso la sicurezza del fossato.
"Sean. Ti prego!"
Si fermò e rimase incerto, con i Mauser che abbaiavano sulle alture e le pallottole che falciavano l'erba intorno a lui.
"Lascialo", urlava a Sean il suo terrore. "Lascialo. Corri!Corri!"
Saul strisciava verso di lui, con la faccia coperta di sangue e gli occhi fissi sul suo volto. "Sean!"
"Lascialo!Lascialo!
Ma c'era speranza su quel pietoso viso insanguinato, e le dita di Saul artigliavano l'erba fino alle radici, mentre si trascinava in avanti.
Era al di là di ogni bragionevolezza. Ma Sean tornò indietro.
Spronato dal terrore, trovò la forza di sollevare Saul e di correre con lui.
Odiandolo come non aveva mai odiato prima, Sean trasportò barcollando il compagno verso il fosso di drenaggio. La tensione nervosa rallentava il ritmo del tempo e gli parve di correre per un'eternità. "Maledetto" disse a Saul, odiandolo...Poi il terrenpo gli mancò sotto i piedi. Caddero insieme nel fossato...
"Grazie, Sean". Improvvisamente Courteney si accorse che gli occhi del compagno erano pieni di lacrime e la cosa lo imbarazzò. Distolse lo sguardo.
"Grazie...per essere tornato a prendermi".
"Dimenticalo".
"Non lo dimenticherò mai. Finché avrò vita".
"Tu avresti fatto lo stesso".
"No, non credo. Non ne sarei stato capace. Ero così spaventato, così terrorizzato, Sean. Tu non puoi sapere. Tu non saprai mai cosa significhi avere tanta paura...Ti devo la vita".
"Chiudi il becco, maledizione!"...Sean non riuscì a trattenere la propria rabbia. "Così, io non saprei cos'è la paura! Ero talmente terrorizzato là fuori che ... ti odiavo. Mi senti?Ti odiavo".
Poi la sua voce si raddolcì. Doveva spiegarlo a Saul e a se stesso. Doveva parlarne, giustificarlo e sistemarlo saldamente nell'ordine delle cose.
A un tratto si sentì molto vecchio e saggio. Teneva nelle sue mani la chiave del grande mistero della vita. Era tutto così chiaro, per la prima volta lo capiva e poteva spiegarlo.
WILBUR SMITH - La voce del tuono, Superpocket 2010 su licenza Longanesi, Milano, pp.119-121
fonte web: http://www.culturaesvago.com/antologia-di-letteratura/
immagine: http://www.ebookvanilla.it/la-voce-del-tuono.html
Avanzare ancora nella prateria sottostante le alture era un suicidio. La risolutezza che l'aveva sostenuto fin lì si afflosciò e la paura spezzò la frusta con cui Sean l'aveva tenuta sotto controllo. Corse indietro alla cieca, gemendo, piegato in avanti, i gomiti che si muovevano al ritmo dei piedi sospinti dal terrore.
Poi, accanto a lui, Saul fu colpito al capo. L'impatto del proiettile lo gettò in avanti, mentre il fucile gli schizzava di mano. Emise un gemito di dolore e di sorpresa, quindi cadde piegandosi sul ventre. Sean continuò a correre.
"Sean!" La voce di Saul dietro di lui.
"Sean!". Una disperata invocazione di aiuto. Ma Sean chiuse la sua mente a quella e corse verso la sicurezza del fossato.
"Sean. Ti prego!"
Si fermò e rimase incerto, con i Mauser che abbaiavano sulle alture e le pallottole che falciavano l'erba intorno a lui.
"Lascialo", urlava a Sean il suo terrore. "Lascialo. Corri!Corri!"
Saul strisciava verso di lui, con la faccia coperta di sangue e gli occhi fissi sul suo volto. "Sean!"
"Lascialo!Lascialo!
Ma c'era speranza su quel pietoso viso insanguinato, e le dita di Saul artigliavano l'erba fino alle radici, mentre si trascinava in avanti.
Era al di là di ogni bragionevolezza. Ma Sean tornò indietro.
Spronato dal terrore, trovò la forza di sollevare Saul e di correre con lui.
Odiandolo come non aveva mai odiato prima, Sean trasportò barcollando il compagno verso il fosso di drenaggio. La tensione nervosa rallentava il ritmo del tempo e gli parve di correre per un'eternità. "Maledetto" disse a Saul, odiandolo...Poi il terrenpo gli mancò sotto i piedi. Caddero insieme nel fossato...
"Grazie, Sean". Improvvisamente Courteney si accorse che gli occhi del compagno erano pieni di lacrime e la cosa lo imbarazzò. Distolse lo sguardo.
"Grazie...per essere tornato a prendermi".
"Dimenticalo".
"Non lo dimenticherò mai. Finché avrò vita".
"Tu avresti fatto lo stesso".
"No, non credo. Non ne sarei stato capace. Ero così spaventato, così terrorizzato, Sean. Tu non puoi sapere. Tu non saprai mai cosa significhi avere tanta paura...Ti devo la vita".
"Chiudi il becco, maledizione!"...Sean non riuscì a trattenere la propria rabbia. "Così, io non saprei cos'è la paura! Ero talmente terrorizzato là fuori che ... ti odiavo. Mi senti?Ti odiavo".
Poi la sua voce si raddolcì. Doveva spiegarlo a Saul e a se stesso. Doveva parlarne, giustificarlo e sistemarlo saldamente nell'ordine delle cose.
A un tratto si sentì molto vecchio e saggio. Teneva nelle sue mani la chiave del grande mistero della vita. Era tutto così chiaro, per la prima volta lo capiva e poteva spiegarlo.
WILBUR SMITH - La voce del tuono, Superpocket 2010 su licenza Longanesi, Milano, pp.119-121
fonte web: http://www.culturaesvago.com/antologia-di-letteratura/
immagine: http://www.ebookvanilla.it/la-voce-del-tuono.html
domenica 19 agosto 2012
#Antologiadiletteratura #Honoré de Balzac: Eugénie Grandet
Nella vita pura e monotona delle ragazze v’è un’ora deliziosa in cui il sole effonde nell’anima loro i suoi raggi, in cui il fiore esprime pensieri, in cui i palpiti del cuore comunicano al cervello una calda fecondità e fondono le idee in un vago desiderio; v’è un giorno d’innocente melanconia e di gioie soavi. Quando i bimbi cominciano a vedere, sorridono, e, quando una fanciulla intravede il sentimento nella natura, essa ritrova il suo sorriso di bambina. Se la luce è il primo amore della vita, l’amore non è forse la luce del cuore? E per Eugenia giungeva oramai il momento di scorger chiaro nelle cose di questa terra.
Mattiniera come tutte le ragazze di provincia, ella si levò di buon’ora, recitò la sua preghiera e prese a vestirsi, cosa che cominciava ad avere importanza per lei. Si pettinò i capelli castagni, ne avvolse le grosse trecce al disopra della nuca con minutissima cura, cercando che nessun capello sfuggisse dalla massa, e diede risalto in tal modo al timido candore del viso con una giusta armonia fra la semplicità degli accessorii e la purezza delle linee. Mentre si lavava piú volte le mani nell’acqua fresca che le induriva la pelle arrossendola, si guardò le belle braccia rotonde, volle cercar la causa per cui il cugino aveva le mani cosí morbide e bianche, le unghie tanto bene affilate. Si mise calze nuove, le scarpe piú eleganti e, pungendola per la prima volta il desiderio di comparir graziosa, comprese d’un tratto quanta gioia possa aspettarsi da un abito ben fatto, che renda piú attraente. Terminata la toletta, udí suonare l’orologio della parrocchia, e si stupí di contare soltanto le sette. Per timore di non avere il tempo necessario per vestirsi bene, s’era levata troppo presto, ma, ignorando l’arte di accomodare dieci volte un ricciolo e di studiarne l’effetto, Eugenia incrociò semplicemente le braccia, sedette alla finestra, e si mise a contemplare il cortile, il giardino stretto e le alte terrazze che lo dominavano; una triste veduta nell’insieme, ma non priva delle misteriose bellezze proprie dei luoghi solitari o della natura incolta.
Accanto alla cucina era un pozzo con parapetto di pietra e con la carrucola sostenuta da un braccio di ferro curvato, intorno a cui si attorcigliava una vite appassita, rossa, bruciata dalla siccità. Dal ferro passava sul muro, vi si attaccava, correva lungo la casa, e andava a finire nella legnaia, dove la legna era disposta con la stessa cura con cui son disposti i libri d’un bibliofilo. Il pavimento del cortile aveva tinte nerastre, prodotte col tempo dai muschi e dalle erbe, e le mura erano rivestite come d’una camicia verde, listata da lunghe strisce brune. Gli otto gradini, che in fondo al cortile menavano all’uscio del giardino, erano disgiunti e quasi sepolti sotto le piante, come la tomba di un cavaliere delle Crociate sepolto dalla sua vedova; sopra una fila di pietre mezzo consunte poggiava un cancello di legno marcio, cadente per antichità e tutto avvinto da piante rampicanti. Ai lati del cancello si protendevano i rami storti di due meli tisici. Tre viali paralleli, sparsi di sabbia e separati da aiuole con bordo di bosso, formavano il cosí detto giardino, che finiva sotto la terrazza in un gruppo di tigli. In un angolo vi erano alcune piante di fragola, in un altro un noce immenso spingeva i rami fin sopra il gabinetto del vecchio bottaio.
Una giornata limpida e il lieto sole d’autunno in riva alla Loira venivano man mano dissipando quella specie di velatura che la notte aveva distesa sopra gli oggetti pittoreschi, sui muri, sulle piante del giardino e del cortile. Eugenia sentí un fascino tutto nuovo in quelle cose che fino allora le erano rimaste indifferenti. Mille pensieri confusi le sorsero nell’anima, e crescevano a misura che i raggi del sole diventavano piú vividi; fìnché un moto di piacere la scosse, vago, inesplicabile, un piacere che ne avvolgeva l’essere morale, come una nuvola avvolgerebbe l’essere fisico.
I suoi pensieri erano in perfetto accordo con i particolari dello splendido paesaggio, e le armonie del cuore finirono con l’unirsi a quelle della natura. Quando il sole raggiunse un angolo del muro, di dove si protendevano le piante di capelvenere dalle larghe foglie a colori cangianti, simili a petti di colomba, parve ad Eugenia che celesti raggi di speranza le illuminassero l’avvenire, e provò diletto a contemplare quel pezzo di muraglia, i suoi fiori pallidi, le campanelle azzurre e le erbe appassite, cui si fuse un ricordo soave come quelli dell’infanzia. Il fruscio di ogni foglia che cadeva dal suo ramo nel cortile sonoro, sembrava una risposta alle mute domande della fanciulla, che restava intanto là inconscia del fuggir del tempo. Poi dentro quell’anima si agitò qualche scrupolo ed, alzandosi, ella veniva innanzi allo specchio e vi guardava la sua persona, come un autore ingenuo contempla l’opera sua per scoprirne i difetti e dirsi male di se stesso.
– Io non sono abbastanza bella per lui! – pensava Eugenia, umile e dolente.
Certo la povera ragazza non era giusta verso se stessa; ma la modestia, o meglio la timidezza, è una delle prime virtú dell’amore. Ell’era una fanciulla di forte costituzione, come ve ne sono tante nella media borghesia, e la sua bellezza poteva anche sembrare volgare; ma, pur non somigliando alla Venere di Milo, aveva nelle forme l’impronta nobile e soave del sentimento cristiano, che purifica la donna e la circonda d’un’aria speciale, ignota agli scultori dell’antichità. Aveva la testa grande, la fronte maschia, ma delicata del Giove di Fidia: erano grigi i suoi occhi, nella cui pallida luce parea riflettersi intera la castità della sua vita. Le linee del viso rotondo già fresco e roseo, avevano un po’ sofferto pel vaiuolo, abbastanza benigno da non lasciarvi traccia, ma tale da distruggere il velluto della pelle, sebbene questa si conservasse tuttavia cosí dolce e fine, che il puro bacio della madre v’imprimeva per un istante un segno rosso. Il naso era un po’ troppo pronunziato, ma armonizzava con una bocca del piú bel carminio, spirante dalle labbra affetto e bontà, mentre di squisita modellatura appariva il collo. Il seno ricolmo e accuratamente nascosto attirava lo sguardo svegliando i sogni, e la stessa rigidezza dell’alta statura, benché priva della grazia dell’abbigliamento, doveva avere un fascino speciale per i conoscitori. Eugenia, grande e robusta, non aveva quella leggiadria che piace alle folle, ma era bella di quella bellezza che ha potenza solo sugli artisti. Se un pittore fosse venuto quaggiú alla ricerca del tipo personificante la celeste purità di Maria, e avesse chiesto a tutta la natura femminea gli occhi modestamente fieri divinati da Raffaello, le linee verginali, spesso fiorenti dall’impeto improvviso della concezione, ma frutto in realtà di una vita cristiana e pudica; quel pittore, acceso da un raro modello, avrebbe trovato d’un tratto nel volto di Eugenia la nobiltà innata e incosciente di sé, avrebbe intravveduto sotto la fronte tranquilla un mondo di affetto, e nello sguardo, nel moto delle pupille, un non so che di divino. I suoi lineamenti mai alterati né stancati dall’espressione del piacere, somigliavano alle linee d’orizzonte che sfumano dolcemente nella lontananza dei placidi laghi. Quella fisonomia calma, colorita, circonfusa di luce come un bel fiore aperto, dava all’anima un senso di pace, comunicava quasi il fascino della coscienza che v’era rispecchiata, e avvinceva gli sguardi. Eugenia era ancora sulla riva del fiume della vita, ove fioriscono le illusioni infantili, ove si colgono margherite con un sentimento di delizia che diverrà ignoto in seguito, e, mirandosi nello specchio, ignara ancora dell’amore, ella ripeteva a se stessa: – Son troppo brutta, io; non può badare a me.
Fonte web: http://www.culturaesvago.com/nuova-antologia-di-letteratura/
Immagine: http://bachecaebookgratis.blogspot.it/2010/10/honore-de-balzac-eugenie-grandet-ebook.html
Etichette:
Antologia,
Balzac,
de,
Di,
Eugénie Grandet,
Honoré,
letteratura
Iscriviti a:
Post (Atom)
Cerca nel blog
Archivio blog
-
▼
2026
(255)
-
▼
settembre
(11)
- 33 anni di Amico Rom
- #AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi
- #AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi
- #AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi
- #AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi
- #AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi
- #AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi
- #AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi
- #AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi
- #AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi
- #Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi
-
▼
settembre
(11)
