Buongiorno, oggi è il 20 maggio.
Il 20 maggio nasce a Tours, in Francia, Honoré de Balzac, il maestro del romanzo realista francese del 19esimo secolo.
L’alta statura intellettuale di Balzac domina tutto il XIX secolo letterario non solo della Francia. Giornalista, “industriale” fantasioso e fallimentare perennemente indebitato, figura brillante di una società alla quale finisce per imporsi, dandy, uomo d’azione e sognatore allo stesso tempo, vittima delle contraddizioni del mondo di cui era stato l’implacabile notomizzatore, Balzac finisce col fondersi e confordersi con quel “figlio del secolo” di cui ha contribuito a costruire il mito e a diventare egli stesso una figura dei suoi romanzi. «Voi, il più poetico fra i personaggi che avete inventato» scriverà Baudelaire che lo amò, tirandone questo ritratto: «Il cervello poetico tappezzato di cifre come lo studio di un finanziere. L'uomo dai fallimenti mitologici, dalle imprese iperboliche e fantasmagoriche».
Mentre Balzac si attestava sulle “due verità” legittimiste, il trono e l’altare, Hugo riconosce in lui un autore rivoluzionario; mentre i suoi contemporanei lo prendevano per un “realista”, Baudelaire lo salutava come uno straordinario immaginario. La sua opera accoglie queste tensioni dinamiche e critiche. Egli ne è compenetrato, ed è questa complessità irriducibile che trasforma la «Comédie humaine» in una opera capitale della letteratura mondiale.
Il padre di Balzac, Bernard François Balssa - senza particella nobiliare -, funzionario imperiale, figlio della rivoluzione francese, aveva sposato a cinquantun anni una giovane donna che ne aveva diciannove: questa storia vera potrebbe essere lo spunto per un romanzo balzacchiano. Infatti, Honoré non cesserà di rappresentare le donne mal maritate, i drammi della vita privata, la disgregazione delle coppie. Ad un padre liberale, che confida negli ideali progressisti del suo tempo, corrisponde una madre che ama certamente poco i figli inflittigli dal matrimonio e si ripiega nella tristezza di una vita isolata. La lotteria delle nomine e degli incarichi fanno nascere Balzac, nel 1799, a Tours: non è figlio della sua regione, e la sua Touraine sarà quella che adulto riconoscerà. Messo a balia, quindi interno al collegio di Vendôme dagli otto ai quattordici anni, Balzac conserva della sua infanzia poche memorie felici.
Fin da 1814, la famiglia va ad abitare a Parigi, ed Honoré diventa allievo dell’attuale istituto universitario Charlemagne. Nel frattempo il padre mette al mondo un figlio adulterino e l’autore della «Fisiologia del matrimonio» oserà dire che l’adulterio è la risposta alle sofferenze della vita coniugale.
Quando i padri hanno dei progetti, i figli hanno dei destini. Era nella logica paterna che Honoré diventasse notaio. Ma, completati i suoi studi di diritto, Balzac sceglie per sé il destino di scrittore, e di mantenersi coi proventi della scrittura. È una scelta audace che richiede di rompere allo stesso tempo con una certa idea del successo borghese e con la sua famiglia. Il giovane Balzac era allora “di sinistra” e, oltre ad aver letto Locke e restare segnato dal suo materialismo, si interessava alle idee dei sainsimonisti . Questa scelta è anche nel solco di una vita piena di ristrettezze: Balzac va a vivere in una mansarda, in rue Lesdiguières, e si mette al lavoro. Trasfigurata, quest’esperienza si trova in molti dei suoi romanzi: a venti anni, Balzac ha conosciuto la vita di uno studente povero e di un genio in cerca di se stesso.
Per riuscire in letteratura intorno al 1820, occorreva scrivere per il teatro, sicuramente il settore creativo più remunerativo (come oggi scrivere sceneggiature per il cinema o per la pubblicità), oppure scrivere di storia o anche poesia, arte ancora non discreditata, che assicurava quantomeno il prestigio spirituale non certo quello materiale. Balzac tenta una tragedia, «Cromwell». È un fallimento. Per vivere, si fa romanziere fornitore di sale di lettura, e pubblica, sotto diversi pseudonimi, piccoli romanzi anti-romantici e satirici: «Jean Louis, l’ereditiera di Birague » (1822). I suoi pseudonimi hanno una caratteristica comune, quello della nobiltà: Horace de Saint-Aubin, lord R’Hoone.
Nella sua vita privata, gli eventi urgono: le sue sorelle si sposano. Laurence, la più giovane, morirà nel 1825, abbandonata, dopo avere conosciuto un inferno coniugale. Quanto a Balzac, diventa nel 1822 l’ amante di Laure de Berny, di gran lunga più grande di lui, che gli fungerà da madre, maestra, iniziatrice al mondo, aiuto finanziario nelle imprese pericolose che presto tenterà. Se la signora Balzac è stata la prima “donna di trenta anni” (allora un’indicazione anagrafica per donne mature) che abbia incontrato, la Sig.ra de Berny è stata il modello di tutte queste donne che abitano il mondo di Balzac, donne mature, spesso disilluse, che amano – già navigate - giovani che iniziano al mondo: tale è la signora de Mortsauf («Il giglio nella valle»), o la signora de Bargeton («Illusioni perdute»).
Con un andirivieni costante dalla vita personale alla scrittura, Balzac (ancora sotto pseudonimo e perfettamente ignoto) scrive romanzi nei quali i temi della vita privata guadagnano in importanza: «Annette ed il criminale» (1823), il «Colonnello Chabert » (1832) e soprattutto « Wann Chlore» (pubblicato nel 1825), la cui eroina anticipa tutte le giovani donne balzacchiane di là da venire. Inoltre «L’ultima fata» descrive una struttura romanzesca che diventerà idealtipica nel suo universo romanzesco: quella della tensione tra l’ideale e la realtà, e del giovane uomo lacerato tra la donna senza cuore e l’angelo. Mancata sul piano del successo letterario, questa prima carriera avrà la sua importanza per la costruzione del seguito.
Balzac vuole il potere e il denaro. Nell’epoca dell “Arrichitevi!” di Guizot, affonda anch’egli il suo mestolo nel brodo della società capitalistica in ebollizione, cercando di tirarne su qualcosa. Si lancia negli “affari”: stampa, fonderia. Nel 1828, è la prima catastrofe, modello di tutte le altre. Se Joyce tenterà ragionevolmente di sfruttare la nascente arte cinematografica progettando l’apertura di una sala, Balzac, dalla fantasia rutilante e “ romanzesca”, perseguirà per tutta la vita progetti enormi e fantasiosi: dalla coltura degli ananas nella regione parigina allo sfruttamento in Sardegna di miniere d'argento già abbandonate nell’Antichità…
Occorre dunque ritornare alla letteratura: questa volta Balzac tenta il romanzo storico (genere di successo all’insegna di Walter Scott), «L’ultimo Chouan», dove dà delle guerre dell’Ovest durante il periodo rivoluzionario un’immagine antiliberale sposando il punto di vista codino e legittimista; tenta anche un tipo di scrittura quasi sociologica, «La fisiologia del matrimonio», dove descrive in modo umoristico l’istituzione coniugale, pur lasciando filtrare la gravità e la tragicità dell’argomento. Escono dunque le prime «Scene della vita privata»: alla vigilia della rivoluzione di luglio, Balzac - che inizia a firmarsi Honoré de Balzac - è considerato lo specialista della donna e del matrimonio.
Diventa giornalista nel gruppo di Émile de Girardin e tiene una regolare rubrica di cronaca politica nel «Voleur»: “Lettres sur Paris”. Siamo agli albori del giornalismo moderno, e mai quest’attività sarà secondaria per Balzac; accompagna tutta la sua creazione, l’àncora nel presente, gli permette di riflettere sulle sue scelte politiche (vira verso il legittimismo nel 1831), modella la sua scrittura e soprattutto lo lancia nel Tout-Paris del momento. Il successo sembra arrivare: «La pelle di zigrino», racconto filosofico nella Parigi del 1830, è salutato dai letterati che contano.
Assecondando le tendenze mondane e la propria inclinazione, Balzac, a poco più di trent’anni, raggiunge il successo. I suoi sogni d’integrazione e di riconoscimento sono così intensi che lo conducono a frequentare gli ambienti aristocratici (il “monde”, cui aspirano tutti coloro che la nascita ha posto nei ranghi inferiori, nel démi-monde) e a volere per amante la marchesa di Castries.
La nuova reputazione d’esperto in cuori femminili gli vale il ricevimento, nel 1832, di una lettera poeticamente firmata “la straniera”. È di una contessa polacca, Eva Hanska, coniugata e dimorante in Ucraina: l’inizio di una storia romantica, che durerà fino alla morte dell’autore.
Per intanto, Balzac vive nel lusso, si veste come un dandy pur non avendone il fisico, spende con superiorità gli anticipi versatigli per le opere che non ha ancora scritto, salvo poi sfinirsi per consegnarle nei termini contrattuali. Corre appresso al proprio tempo, dietro le illusioni del mondo. Lavora diciotto ore al giorno, beve torrenti di caffè, e rasenta la pazzia nel giugno del 1832. Parzialmente autobiografico è a tal proposito, il romanzo «Louis Lambert» che porta i segni di questa crisi: Louis, figura d’intellettuale ferito, esaltato, romantico, muore pazzo. Ma tutti i suoi personaggi maschili sono febbricitanti: c’è dietro la Francia di Luigi Filippo, di Guizot, dell’ascesa del capitalismo certamente, ma c’è dietro anche il delirante, il “romanzesco”, l’enorme Balzac.
I romanzi si succedono vertiginosamente (due, tre all’anno), sono le prime fondamenta della mitologia balzacchiana e della sua visione singolare del proprio secolo. A «Louis Lambert» risponde, nel 1833, l’utopia de «Il medico di campagna»: pianificare, per arginare le forze distruttive del desiderio; agire collettivamente, per sostituire alle passioni individuali l’ordine collettivo. La Rivoluzione, per Balzac, lungi dall’ aver messo termine alle ingiustizie ed alle disuguaglianze, le ha rafforzate. Ha escluso, marginalizzato migliaia di persone: eroi “popolari”, criminali per fame, giovani senza futuro, donne liberate ma indebolite dalla legislazione napoleonica. Il mondo moderno è duro; gli uomini e le donne vi soffrono. Il liberalismo è una menzogna che ha favorito l’aumento degli egoismi e la morale degli interessi. «Il medico di campagna», Benassis, è un cuore ferito, che avendo sofferto, è capace di riflettere in modo critico sulla società in cui vive: ciò che c’è più di romantico in Balzac, è l’evidenza che il dolore fonda la coscienza. Dello stesso spirito - per ritornarne al tema delle forze distruttive della società contro l’individuo-, partecipa «La ricerca dell’assoluto», ricerca di un lucido folle smarrito nel mondo “reale”.
A quest’universo reale, lo scrittore volge sempre più le sue attenzioni: le prime “scene della vita di provincia”, «Il curato di Tours» apparso nel 1833, e l’anno successivo, «Eugénie Grandet» e «L’illustre Gaudissart», ne sono testimonianza. Balzac scrive e pubblica rapidamente: una circolarità di situazioni e di tipi emerge nella fitta schiera dei suoi romanzi. Nel 1833, ipotizza di fare ritornare dei personaggi già creati nei suoi romanzi precedenti. Idea “brillante” secondo l’interessato stesso, che permetterà di mostrare l’unità di ciò che, nato della stessa urgenza artistica, potrà diventare un affresco del mondo moderno. È nel «Papà Goriot» (1834 -1835) che Balzac mette per la prima volta in pratica quest’innovazione, le cui conseguenze saranno fondamentali per l’invenzione della «Commedia umana». I Rastignac, i Rubempré, diventeranno gli eroi mobili di una saga sociale che non ha eguali nella narrativa moderna.
Tuttavia, mentre rafforza la sua relazione con la signora Hanska (la raggiungerà a Ginevra nel 1834, a Vienna nel1835), Balzac ne allaccia un' altra, con la contessa Visconti. Continuando a fare “affari”, compera un giornale, «La cronaca di Parigi». E scrive sempre più forsennatamente, al punto, questa volta, di mettere seriamente a repentaglio la salute: dopo la pubblicazione de «Il giglio nella valle», nel 1836, è vittima di un attacco. Anno terribile per lui: mentre viaggia in Italia, Balzac apprende della morte della Signora de Berny, quella che chiamò sempre “Dilecta”; «La cronaca di Parigi» fa fallimento, e Balzac affronta un pesante processo con l’editore Bulloz.
Alla fine del 1836, si getta in una nuova avventura giornalistica e letteraria facendo uscire su «La Presse», in dodici puntate, «La Vielle fille». Era l’inizio del «roman-feuilleton» ossia di quel romanzo di diffusione popolare, che veniva pubblicato nell’ultimo foglio (da dove il termine) dei quotidiani allo scopo di uncinare il lettore, con la storia narrata a puntate, all’acquisto del giornale medesimo. Balzac non poteva restare estraneo ad alcuna delle invenzioni del suo tempo in questo settore: volle per sé fino alla morte un destino di scrittore popolare, di giornalista, di editore.
Questa nascita del «roman-feuilleton», nuovo strumento per un nuovo pubblico, coincide con il pieno controllo di quello strumento che egli ha messo a punto: il romanzo balzachiano, quello ciclico coi personaggi che ritornano. Apre anche l’ultima fase della “carriera” di Balzac e fornisce ad uno dei suoi più famosi romanzi, «Illusioni perdute», le esperienze ancora fresche appena vissute: la potenza della stampa e il ruolo di un’opinione pubblica con la quale occorrerà fare i conti; commercializzazione, industrializzazione dell’impresa letteraria; circolazione delle idee e delle merci, “commercio” dello spirito. La composizione e la pubblicazione delle «Illusioni perdute» si protrae per sette anni (1837 -1843), fatto che non comporta una diminuzione dell’attività creativa di Balzac: dal 1837 alla morte, avvenuta nel 1850, scrive più di 23 romanzi, tenta anche la scrittura per il teatro e prova ancora ad avere il “suo giornale”, la «Revue parisienne» (tre numeri). I romanzi di questo scorcio finale della sua vita sono quelli che la posterità ha più amato: « César Birotteau », (1837) «La cugina Bette» (1846) «Il cugino Pons» (1847), passando per « Une ténébreuse affaire », «Le memorie da due giovani spose» (1841) o «Splendori e miserie delle cortigiane» che chiude la vicenda di Lucien de Rubempré iniziata nelle «Illusioni perdute». Alcuni dicono che è il rabbuiarsi definitivo di un mondo che il movimento romantico aveva mostrato sotto le sue due facce, luce e notte: e che adesso altro non è che notte.
Ma è a partire da questo perfetto controllo della tecnica narrativa che Balzac realizza una formidabile macchina romanzesca: nel 1841 appare in un contratto il titolo di «Comédie humaine». Nel 1842, Balzac redige la prefazione, dove chiarisce le sue intenzioni sull’organizzazione dell’immensa materia narrata. È nel 1845 infine che elabora l’indice completo della sua “Commedia”, umana, visto che altri hanno scritto quella “divina”. Così come la concepisce nella sua totalità è formata da 137 romanzi, con quasi 2.000 personaggi (46 romanzi sono restati allo stato di progetto o di semplice schizzo preparatorio).
Nel frattempo, con la morte del marito della signora Hanska, il sogno cominciato sette anni prima poteva compiersi: nel 1843, Balzac parte alla volta di San Pietroburgo per raggiungervi la sua Eva, lasciando dietro di sé una scia di debiti che rischiano di farlo arrestare. Ritorna per trovare il suo lavoro, i suoi debiti, la sua fuga perenne, ma il medico gli diagnostica una meningite cronica. Viaggia molto attraverso l’Europa con la sua Straniera, da cui spera anche di avere un bambino (ma la signora Hanska, che nel 1846 ha già quarantacinque anni, non condurrà a termine la sua gravidanza), e trascorre i suoi ultimi due anni tra la Francia e l’Ucraina. La rivoluzione del 1848 gli ispira soltanto riflessioni negative, e, candidato alla Académie Française al seggio di Chateaubriand, ottiene soltanto due voti. Sposa la signora Hanska il 14 marzo 1850, in Ucraina. A fine giugno, non può più scrivere. Esausto, rientra a Parigi, per morirvi il 18 agosto. Hugo, che pronunciò il suo elogio funebre al Père-Lachaise, riporta in «Cose viste» il breve scambio che ebbe con il ministro dell’Interno. Mi dice: « Era un grand'uomo». Gli dico: «Era un genio».
Balzac è l’inventore del romanzo del mondo moderno, cioè del mondo dopo la Rivoluzione. Durante tutto il XIX secolo, e durante una buona parte del XX, i romanzieri francesi e stranieri si sono pronunciati per o contro ciò che è rapidamente diventato il “modello balzacchiano”. Questo romanzo è totale - Balzac rivendicava lo spirito sistematico contro la tentazione del “mosaicismo” - nel senso che egli si vanta esplicitamente di un’ipotesi scientifica: Balzac vuole elaborare la tassonomia e la classificazione dei tipi umani, come Cuvier o Geoffroy Saint-Hilaire facevano per le specie animali. Crede che il corpo sociale sia identico alla fauna naturale. Ritiene anche che il lavoro dello scrittore, simile in ciò a quello stesso dello scienziato, sia di descrivere e spiegare: «Dovrà essere cercata all’interno della stessa società la ragione delle sue dinamiche», afferma nella prefazione della «Comédie humaine».
L’ambiente dove questo programma estetico deve compiersi è quello della realtà storica e sociale: romantico, Balzac sa che, dopo la Rivoluzione, ogni uomo, potente o umile, è entrato da protagonista nella storia. La storia dà a ciascuno la forma del suo destino; dispone dei cuori, delle scelte che si credevano personali. Avanza, ed ha un senso: scrivere il passato serve a comprendere il presente, o anticipare il futuro. La storia, trama del testo, è anche la vera finalità della poetica balzacchiana; “storico fedele e completo”, “più storico che romanziere”, ma capace di trionfare dove la storia fallisce: «Ho fatto meglio dello storico, perché sono più libero», così Balzac si raffigura affermando ancora che il suo ruolo è di fare l’inventario della società francese e di essere il “segretario” di questa società.
Che essa sia recente (epopea napoleonica, Restaurazione), appena distante nel ricordo (guerra di Vandea), o anche contemporanea (Monarchia di Luglio), la storia è ovunque: fondo, forma, dinamica del testo. Per afferrarla, il migliore strumento è il romanzo: poiché il romanzo, grazie a Balzac, è un genere totale, che contiene tutto, «l’invenzione, lo stile, il pensiero, la conoscenza, la sensazione». Flessibile, realistico o visionario, con lo sguardo teso a cogliere l’universale o il particolare, l’artista può tutto dire e tutto illuminare, fare concorrenza non solo allo “stato civile”, ma alla scienza: analogico e deduttivo come essa, e come essa preso d’accessi di verità.
Dacché «ogni romanzo è soltanto un capitolo del grande romanzo della Società» (prefazione di «Illusioni perdute»), ne consegue che l’organizzazione globale di tutti i suoi libri doveva essere, per Balzac, lo strumento perfetto di quest’espressione totale del reale. Aveva una visione filosofica globale della vita, predominata dall’idea della concentrazione necessaria sull’energia, perlopiù individuale contrapposta alle forze collettive della società e della storia. Ogni individuo, per Balzac, possiede infatti una certa quantità d’energia che l’azione o la volontà utilizzano. Che si eserciti dentro di sé o nel mondo esterno, il desiderio guida l’essere. Quest’idea forte già suggeriva a Balzac una concezione centripeta della sua opera. Ragionava per insiemi, per grandi movimenti, per strutture. La «Commedia umana» è la sistematizzazione della sua filosofia: nel 1833 escogita l’invenzione del “ritorno dei personaggi”, messa in atto nel «Papà Goriot».
Nel 1834, Balzac concepisce di dare un ordine a tutta la sua opera dividendola in tre parti: “studi di costume”, “studi filosofici”, “studi analitici”. Nel 1835, cercando un titolo per l’intero progetto, pensa a “studi sociali”. Nel 1842 infine, trova il titolo di “ commedia umana” e redige la prefazione famosa dove spiega la sua visione "zoologica" dei tipi umani. Questo titolo, dall’ambizione sproporzionata, ricorda che il mondo è un vasto teatro dove gli uomini svolgono, alla meno peggio, il loro ruolo prima di morire, ma designa anche l’opera come il modello fittizio attraverso il quale il romanziere penetra nei meccanismi e li rivela. Poiché tale è la sfida: smontare, dimostrare, appassionatamente svelare. Condurre a termine il lavoro di scavo e di disvelamento dei “moralistes” classici del Grande Secolo, ma coniugare questo lavoro di estrema raffinatezza intellettuale coi mezzi dozzinali e popolari offerti dal genere romanzo. Gli “studi dei costumi” dovevano rappresentare “tutti gli effetti sociali”, tracciare “la storia del cuore umano punto a punto”. Dopo gli effetti, le cause: gli “studi filosofici” diranno “perché le sensazioni, perché la vita”. La ricerca dei principi infine era riservata agli “studi analitici”. A edificio ultimato, Balzac avrebbe scritto le “Mille e una notte dell’Occidente”, secondo la sua espressione.
Occorre prendere questo delirante progetto sul serio. Penetrare nella Commedia umana, è, in effetti, superare una soglia magica: dal fondo della provincia francese emergono figure reali e fantastiche, individualizzate all’estremo e tuttavia tipiche. Giovani ambiziosi che il miraggio parigino strapperà alla loro monotonia, giovani donne distrutte da usurai folli, vegliardi smisurati, donne di trenta anni che dispongono di riserve infinite d’amore, celibi, nobili rispettabili ma smarriti nel ricordo di altre età, filantropi disperati venuti a cercare l’ombra ed il silenzio... Dietro le persiane chiuse, nelle dimore minuziosamente visitate, descritte - poiché, per Balzac, i luoghi producono e rivelano le persone -, drammi si annodano, rancori e odi serpeggiano, passioni si scatenano.
A una provincia delle eredità, dell’accumulo dei beni, dell’ombra e delle fortune sedimentate risponde una Parigi in piena metamorfosi, scintillante. Città di tutte le tentazioni, di tutte le possibilità e di tutti i fallimenti. Città abbagliante, fantastica sotto la penna balzacchiana. Inferno, vero dio del mondo di Balzac, dove si fissano i valori degli uomini e delle cose (dove «dietro ogni angolo si nasconde un interesse») dove s’aggirano le più belle donne, dove i bellimbusti fanno le loro uscite e dove riescono soltanto gli squali, i lupi cervieri del mondo moderno.
La Commedia umana: più di 2.000 personaggi, centrifugati negli interessi, nelle passioni, nelle sofferenze; lacerati dalla vanità , l’ambizione, l’egoismo... Poiché le “Mille e una notte dell’Occidente” di Balzac sono politiche, sociali, economiche! Alla magia dell’Oriente risponde la realtà dell’Occidente.
Il realismo balzacchiano - alcuni hanno detto la “volgarità” balzachiana - è fatto inizialmente di una convinzione: la realtà è afferrabile dalla scrittura. Poiché, per Balzac, essere realisti non è riprodurre “la ” realtà. Quale allora?
Il principale compito è comprendere: che il mondo muta, che emergono nuovi soggetti, nuove forze, che la storia sconvolge le condizioni e le mentalità, che le città si trasformano, che la borghesia non ha gli stessi valori della nobiltà... Dipingere la vita moderna, nei suoi lati oscuri e luminosi. Dunque parlare di denaro, poiché il denaro guida il mondo, mostro di cui nulla uguaglia la violenza distruttiva e la potenza inventiva, metafora del desiderio e del successo. Riuscire, nel mondo moderno, è realmente altra cosa che “fare fortuna”?
Descrivere dunque. Entrare nei dettagli che danno il senso: Balzac sa il potere degli abiti, la funzione dei mobili, il ruolo degli oggetti. Balzac sa che avere vuol dire essere. Prevede che il mondo moderno sarà quello del feticismo della merce di cui dirà Marx, che peraltro verso lo eleggerà a proprio scrittore.
Ma soprattutto occorre interpretare, comprendere, dunque reinventare: la verità della natura e quella dell’arte non sono le stesse. Per essere realistici, occorre essere surrealisti: per essere un romanziere realista, occorre essere epico e mitico, proiettare le vicende degli uomini comuni nel grande schermo del romanzo totale. Il migliore mezzo del “realismo” balzacchiano, è l’immaginazione che stilizza, caratterizza, ricompone: Balzac prende un individuo, ne fa un tipo, passa al mito (Grandet, Vautrin, Rastignac, Goriot ed anche « la donna-di-trent’anni »...). Balzac prende una casa, ed essa diventa un corpo fantastico, affronta Parigi, e Parigi diventa labirinto ed inferno...
È per questo che al centro di tutta l’opera balzachiana si trova la riflessione sull’arte e sull’artista. Personaggio “romantico” per eccellenza, l’artista occupa l’immaginazione di Balzac. Uomo del desiderio, dedito alla ricerca dell’assoluto, dotato di una vista acuta che sa decifrare i misteri della natura, della vita, della società, capace di svegliare le forme immerse nel nulla, demiurgo... e disperato specchio infine, dove qualsiasi cosa viene a riflettersi.
La letteratura ha il compito di riprodurre la natura con il pensiero. Il creatore prometeico osserva, esprime, ricorda ed inventa: il romanzo balzacchiano è questo alambicco alchemico dove il reale trasmuta nel mito e nel simbolo, dove emerge ciò che non si conosceva, dove l’immagine e la condensazione della scrittura rendono visibile e leggibile ciò che era soltanto frammento, polvere, pezzetti di “realtà” prive di qualsiasi significato. Balzac è dunque Scheherazade: con lui, le realtà prosaiche del mondo moderno, i piccoli affari della piccola borghesia, le speculazioni meschine e le passioni umane, troppo umane, sono tratte dall’ombra per essere consegnate alla poesia duratura della leggenda.
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mercoledì 20 maggio 2026
domenica 19 agosto 2012
#Antologiadiletteratura #Honoré de Balzac: Eugénie Grandet
Nella vita pura e monotona delle ragazze v’è un’ora deliziosa in cui il sole effonde nell’anima loro i suoi raggi, in cui il fiore esprime pensieri, in cui i palpiti del cuore comunicano al cervello una calda fecondità e fondono le idee in un vago desiderio; v’è un giorno d’innocente melanconia e di gioie soavi. Quando i bimbi cominciano a vedere, sorridono, e, quando una fanciulla intravede il sentimento nella natura, essa ritrova il suo sorriso di bambina. Se la luce è il primo amore della vita, l’amore non è forse la luce del cuore? E per Eugenia giungeva oramai il momento di scorger chiaro nelle cose di questa terra.
Mattiniera come tutte le ragazze di provincia, ella si levò di buon’ora, recitò la sua preghiera e prese a vestirsi, cosa che cominciava ad avere importanza per lei. Si pettinò i capelli castagni, ne avvolse le grosse trecce al disopra della nuca con minutissima cura, cercando che nessun capello sfuggisse dalla massa, e diede risalto in tal modo al timido candore del viso con una giusta armonia fra la semplicità degli accessorii e la purezza delle linee. Mentre si lavava piú volte le mani nell’acqua fresca che le induriva la pelle arrossendola, si guardò le belle braccia rotonde, volle cercar la causa per cui il cugino aveva le mani cosí morbide e bianche, le unghie tanto bene affilate. Si mise calze nuove, le scarpe piú eleganti e, pungendola per la prima volta il desiderio di comparir graziosa, comprese d’un tratto quanta gioia possa aspettarsi da un abito ben fatto, che renda piú attraente. Terminata la toletta, udí suonare l’orologio della parrocchia, e si stupí di contare soltanto le sette. Per timore di non avere il tempo necessario per vestirsi bene, s’era levata troppo presto, ma, ignorando l’arte di accomodare dieci volte un ricciolo e di studiarne l’effetto, Eugenia incrociò semplicemente le braccia, sedette alla finestra, e si mise a contemplare il cortile, il giardino stretto e le alte terrazze che lo dominavano; una triste veduta nell’insieme, ma non priva delle misteriose bellezze proprie dei luoghi solitari o della natura incolta.
Accanto alla cucina era un pozzo con parapetto di pietra e con la carrucola sostenuta da un braccio di ferro curvato, intorno a cui si attorcigliava una vite appassita, rossa, bruciata dalla siccità. Dal ferro passava sul muro, vi si attaccava, correva lungo la casa, e andava a finire nella legnaia, dove la legna era disposta con la stessa cura con cui son disposti i libri d’un bibliofilo. Il pavimento del cortile aveva tinte nerastre, prodotte col tempo dai muschi e dalle erbe, e le mura erano rivestite come d’una camicia verde, listata da lunghe strisce brune. Gli otto gradini, che in fondo al cortile menavano all’uscio del giardino, erano disgiunti e quasi sepolti sotto le piante, come la tomba di un cavaliere delle Crociate sepolto dalla sua vedova; sopra una fila di pietre mezzo consunte poggiava un cancello di legno marcio, cadente per antichità e tutto avvinto da piante rampicanti. Ai lati del cancello si protendevano i rami storti di due meli tisici. Tre viali paralleli, sparsi di sabbia e separati da aiuole con bordo di bosso, formavano il cosí detto giardino, che finiva sotto la terrazza in un gruppo di tigli. In un angolo vi erano alcune piante di fragola, in un altro un noce immenso spingeva i rami fin sopra il gabinetto del vecchio bottaio.
Una giornata limpida e il lieto sole d’autunno in riva alla Loira venivano man mano dissipando quella specie di velatura che la notte aveva distesa sopra gli oggetti pittoreschi, sui muri, sulle piante del giardino e del cortile. Eugenia sentí un fascino tutto nuovo in quelle cose che fino allora le erano rimaste indifferenti. Mille pensieri confusi le sorsero nell’anima, e crescevano a misura che i raggi del sole diventavano piú vividi; fìnché un moto di piacere la scosse, vago, inesplicabile, un piacere che ne avvolgeva l’essere morale, come una nuvola avvolgerebbe l’essere fisico.
I suoi pensieri erano in perfetto accordo con i particolari dello splendido paesaggio, e le armonie del cuore finirono con l’unirsi a quelle della natura. Quando il sole raggiunse un angolo del muro, di dove si protendevano le piante di capelvenere dalle larghe foglie a colori cangianti, simili a petti di colomba, parve ad Eugenia che celesti raggi di speranza le illuminassero l’avvenire, e provò diletto a contemplare quel pezzo di muraglia, i suoi fiori pallidi, le campanelle azzurre e le erbe appassite, cui si fuse un ricordo soave come quelli dell’infanzia. Il fruscio di ogni foglia che cadeva dal suo ramo nel cortile sonoro, sembrava una risposta alle mute domande della fanciulla, che restava intanto là inconscia del fuggir del tempo. Poi dentro quell’anima si agitò qualche scrupolo ed, alzandosi, ella veniva innanzi allo specchio e vi guardava la sua persona, come un autore ingenuo contempla l’opera sua per scoprirne i difetti e dirsi male di se stesso.
– Io non sono abbastanza bella per lui! – pensava Eugenia, umile e dolente.
Certo la povera ragazza non era giusta verso se stessa; ma la modestia, o meglio la timidezza, è una delle prime virtú dell’amore. Ell’era una fanciulla di forte costituzione, come ve ne sono tante nella media borghesia, e la sua bellezza poteva anche sembrare volgare; ma, pur non somigliando alla Venere di Milo, aveva nelle forme l’impronta nobile e soave del sentimento cristiano, che purifica la donna e la circonda d’un’aria speciale, ignota agli scultori dell’antichità. Aveva la testa grande, la fronte maschia, ma delicata del Giove di Fidia: erano grigi i suoi occhi, nella cui pallida luce parea riflettersi intera la castità della sua vita. Le linee del viso rotondo già fresco e roseo, avevano un po’ sofferto pel vaiuolo, abbastanza benigno da non lasciarvi traccia, ma tale da distruggere il velluto della pelle, sebbene questa si conservasse tuttavia cosí dolce e fine, che il puro bacio della madre v’imprimeva per un istante un segno rosso. Il naso era un po’ troppo pronunziato, ma armonizzava con una bocca del piú bel carminio, spirante dalle labbra affetto e bontà, mentre di squisita modellatura appariva il collo. Il seno ricolmo e accuratamente nascosto attirava lo sguardo svegliando i sogni, e la stessa rigidezza dell’alta statura, benché priva della grazia dell’abbigliamento, doveva avere un fascino speciale per i conoscitori. Eugenia, grande e robusta, non aveva quella leggiadria che piace alle folle, ma era bella di quella bellezza che ha potenza solo sugli artisti. Se un pittore fosse venuto quaggiú alla ricerca del tipo personificante la celeste purità di Maria, e avesse chiesto a tutta la natura femminea gli occhi modestamente fieri divinati da Raffaello, le linee verginali, spesso fiorenti dall’impeto improvviso della concezione, ma frutto in realtà di una vita cristiana e pudica; quel pittore, acceso da un raro modello, avrebbe trovato d’un tratto nel volto di Eugenia la nobiltà innata e incosciente di sé, avrebbe intravveduto sotto la fronte tranquilla un mondo di affetto, e nello sguardo, nel moto delle pupille, un non so che di divino. I suoi lineamenti mai alterati né stancati dall’espressione del piacere, somigliavano alle linee d’orizzonte che sfumano dolcemente nella lontananza dei placidi laghi. Quella fisonomia calma, colorita, circonfusa di luce come un bel fiore aperto, dava all’anima un senso di pace, comunicava quasi il fascino della coscienza che v’era rispecchiata, e avvinceva gli sguardi. Eugenia era ancora sulla riva del fiume della vita, ove fioriscono le illusioni infantili, ove si colgono margherite con un sentimento di delizia che diverrà ignoto in seguito, e, mirandosi nello specchio, ignara ancora dell’amore, ella ripeteva a se stessa: – Son troppo brutta, io; non può badare a me.
Fonte web: http://www.culturaesvago.com/nuova-antologia-di-letteratura/
Immagine: http://bachecaebookgratis.blogspot.it/2010/10/honore-de-balzac-eugenie-grandet-ebook.html
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