Cerca nel web

Visualizzazione post con etichetta Annibale. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Annibale. Mostra tutti i post

domenica 19 ottobre 2025

#AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi


 Buongiorno, oggi è il 19 ottobre.

Il 19 ottobre 202 a.C. ebbe luogo la battaglia di Zama tra le forze romane di Scipione e quelle cartaginesi di Annibale, che decretò la fine della Seconda Guerra Punica.

Ci restano due tradizioni sulla battaglia di Zama:

- una di Tito Livio (Patavium, 59 a.c. – Patavium, 17) e una di Polibio (Megalopoli, 206 a.c. – Grecia, 124 a.c.), seguita dalla maggior parte degli storici moderni,

- l'altra di Appiano (Alessandria d'Egitto, 95 – 165) e Cassio Dione ( Nicea, 155 – 235), meno attendibile e meno seguita.

Le differenze tra le due versioni sono notevoli, differendo per i luoghi, i tempi, le strategie e i numeri. I testi storici antichi, ma pure quelli moderni, non sempre erano attendibili, perché ciò che è riferito muta nel tempo arricchendosi di variazioni anche inventate, ma pure quando si tratti di documenti scritti da generali, la tentazione di incensarsi un po' era grande, o perché volevano osannare i romani per far piacere agli imperatori. Nei resoconti di Zama si ha qualche perplessità.

Scipione era un genio della strategia, forse pari o comunque vicino al grande Giulio Cesare. Anche Annibale però fu un grandissimo stratega e tra i due uomini vi fu sempre un grande rispetto reciproco, non consueto per Annibale che spesso disprezzava i suoi nemici romani.

Scipione si recò fino ai pressi di Narraggara, vicino Zama, e annunciò ad Annibale che si poteva iniziare a discutere del luogo migliore per i colloqui. Annibale seguì Scipione verso ovest, spostando il proprio campo nei pressi di Sicca Veneria. Entrambe le armate erano lontanissime dalle loro basi, ma mentre per Annibale Hadrumentum sarebbe stata un rifugio sicuro in caso di sconfitta, per Scipione i Castra Cornelia erano solo un punto di imbarco.

Come narrano Polibio e Livio, Annibale cerca di convincere Scipione a non rischiare una sconfitta, ma di stipulare una pace più giusta per Cartagine, perché "oggi sei tu quello che io fui a Trasimeno e a Canne" (Livio XXX 30 12).

Annibale ha 45 anni, con molta più esperienza di Scipione che ha solo 33 anni, ma che in realtà sta nell'esercito da 16 anni. E' giovane, risoluto, ammira Annibale di cui riconosce il valore tattico ma comunque è certo di poterlo battere. Scipione chiede la guerra e guerra fu…

Il luogo della battaglia di Zama non è certo; è stata di recente collocata a Naraggara (per es. da De Sanctis) o a Margaron (da Veith); ma senza prove inoppugnabili.

La legione romana era generalmente schierata “a scacchiera” su tre file di combattimento divise in manipoli. La prima fila era formata dai manipoli degli hastati, intervallati dallo spazio di un manipolo; dietro al quale si locavano i manipoli dei principes, che si schieravano sulla seconda fila; l’ultima fila era formata dai triarii che coprivano gli intervalli lasciati vuoti dai manipoli dei principes.

Gli hastati e i principes, sempre piuttosto giovani, erano equipaggiati con un elmo di bronzo, una corazza e un grande scudo ovale. L'armamento era composto di due giavellotti di peso diverso (s. pilum - pl. pila) e da una spada corta per il corpo a corpo dopo avere scagliato i giavellotti.

La fanteria leggera era costituita dai velites, soldati giovanissimi a supporto del manipolo. Portavano un elmo di bronzo, spesso coperto da una pelle di lupo, uno scudo rotondo (Parma), alcuni giavellotti leggeri e una corta spada di tipo italico o spagnolo come quella dei fanti pesanti.

I legionari meno giovani formavano i manipoli dei triarii che nello schieramento della legione erano disposti in terza fila. Erano equipaggiati come i principes e gli hastati, ma al posto del pilum avevano una lunga lancia di tipo oplitico. I triarii erano una riserva mobile alle spalle della legione, o per respingere con le lunghe aste gli attacchi dei cavalieri nemici, o per attaccare i fianchi o il retro delle formazioni avversarie.

L’esercito cartaginese era formato da truppe mercenarie reclutate tra le popolazioni soggette al dominio cartaginese. Popoli diversi con lingue diverse e diversi stili di combattimento. Nella II guerra punica vennero reclutati nell’entroterra africano, come i famosi cavalieri leggeri numidi, e la fanteria pesante libo-fenicia, nonché i coloni iberici, con un'ottima fanteria medio-leggera e una buona cavalleria.

Le vittorie di Annibale in Italia fecero accorrere nel suo esercito i Galli della pianura padana e molti Italici del centro-sud.

Nel corso della campagna di Annibale, le sue truppe spesso si riequipaggiarono con il materiale catturato ai Romani sul campo di battaglia, e saranno questi i suoi “veterani” a Zama.

Annibale, come Scipione aveva previsto, lanciò la carica degli elefanti. 

Però i romani avevano avevano già avuto a che fare con questi giganteschi animali; che se da un lato si lanciavano pungolati dai loro padroni, dall'altro si frastornavano se udivano suoni forti e acuti.

Infatti i romani iniziarono a trarre suoni acutissimi dalle trombe, batterono sugli scudi e innalzarono alte grida, al che gli elefanti si imbizzarrirono.

Così gli animali fuggirono volgendosi contro la cavalleria numidica dell'ala sinistra cartaginese che si scompaginò. Scipione ne approfittò mandando Massinissa, che era stato posto di fronte a questa, con i suoi cavalieri, per sbaragliare gli avversari già disorientati..

Tuttavia qualche elefante non imbizzarrito proseguì la corsa iniziale avventandosi sui romani. Subentrarono allora i veliti a bersagliare da distanza i pachidermi, che per sfuggire ai dardi, cercarono di fuggire, trovando aperti gli spazi che i manipoli degli hastati romani avevano liberato, tirandosi di lato e creando dei corridoi nello schieramento romano.

Una strategia simile a quella di Annibale l'aveva usata il re indiano Poro contro l'esercito macedone di Alessandro Magno nella battaglia di Idaspe, ponendo gli elefanti in prima linea.

Comunque i Romani già conoscevano gli elefanti: infatti, nella battaglia di Benevento (275 a.c.) riuscirono ad avere la meglio sulle truppe epirote e tarantine, facendo scagliare dai propri arcieri frecce infuocate e torce contro le torri montate dagli elefanti, in modo da far imbizzarrire i pachidermi e creare così scompiglio tra le stesse truppe amiche (Floro, I, XVIII).

(Livio e Polibio riferiscono che ottanta elefanti furono utilizzati da Annibale nella battaglia di Zama, undici dei quali furono poi portati a Roma. Tra le condizioni di pace imposte ai Cartaginesi, Polibio ci informa che era richiesta anche la consegna di tutti gli elefanti.)

Colpiti dai veliti, che si erano riparati dietro le file degli hastati, e dai principes, questi elefanti fuggirono addosso all'altra ala della cavalleria cartaginese.

Le prime file di Annibale come previsto arretrarono fra le seconde file, mentre la cavalleria fuggì inseguita da Massinissa e Lelio.

La cavalleria romana in effetti non temeva rivali, i cavalieri sapevano tirare da cavallo, salire o scendere al volo, sapevano far fare grossi salti ai cavalli e pure comandarli con la voce.

Gli astati romani ebbero la meglio sulla prima linea cartaginese (del resto erano quasi tutti mercenari), che iniziò ad arretrare. 

Ma la seconda linea formata dai veterani di Annibale resistette e ingaggiarono i corpo a corpo della fanteria. Alla fine gli astati di Scipione erano stanchi per cui subentrarono i principi che contrattaccarono seriamente.

Scipione tentò di ripetere la manovra dei Campi Magni e mosse le sue file di principi e triari sui fianchi per accerchiare le forze di Annibale, ma i veterani che Annibale teneva di riserva nella terza linea, ne rimasero fuori, e Inoltre lo spazio tra loro e i romani era disseminato di cadaveri, formando una barriera invalicabile.

Scipione dovette rinunciare e far retrocedere le seconde file per reggere l'urto dei cartaginesi. Inoltre i corridoi creati per far fuggire gli elefanti, non permettevano l'utilizzo della tattica manipolare, che necessitava di una disposizione a scacchiera. Perciò, gli hastati furono i più penalizzati nell'urto del combattimento. 

Ora la battaglia per i romani era diventata molto dura, e i fanti erano stanchi.

Aveva si fatto compiere ai suoi legionari il movimento sui fianchi, già utilizzato con successo in precedenza, ma questa volta solo per estendere da entrambi i lati il fronte degli hastati, non per aggirare il nemico.

Così il fronte romano risultò pari o di poco superiore a quello cartaginese ma con principes e triarii, finora poco impegnati, che si trovarono a combattere sulle ali contro forze più stanche, anche se gli hastati, impegnati finora nello scontro, dovevano ora vedersela con i veterani cartaginesi ancora freschi.

La manovra geniale di Scipione aveva esteso il suo fronte, assottigliando i ranghi fino a coprire tutto il fronte punico, evitando così un possibile accerchiamento da parte dei cartaginesi… Però ora i romani dovevano arrivare allo scontro frontale con un nemico che li soverchiava per numero e per la maggiore freschezza.

La cavalleria avversaria era dispersa, ma pure quella di Scipione che li inseguiva e che venne tosto richiamata. Finalmente tornarono Lelio e Massinissa con i loro cavalieri e si avventarono alle spalle delle forze cartaginesi, accerchiandoli e massacrandoli. Annibale aveva contato di poter fiaccare i romani sullo scontro con ben tre linee: elefanti, mercenari, e soldati cartaginesi, prima di arrivare al confronto decisivo con i veterani dell'ultima linea, dove i romani dovevano essere ormai stanchissimi.

Ma i legionari romani non erano soldati qualsiasi. Non era la leva dei contadini che abbandonavano il campo per una guerra tornandovi l'anno dopo. Erano volontari scelti e addestrati in tutti i modi e con tutti i tempi. 

Scipione, come Cesare, addestrava i suoi uomini col sole e con la pioggia, e magari con la neve, di giorno e di notte, con un compito molto specialistico per ciascuno ma in grande sintonia con gli altri.

La legione romana era un corpo unico e come tale funzionava senza personalismi o privilegi. 

I romani sapevano combattere bene e a lungo, e i veterani di Annibale non poterono competere con quelli di Scipione, seppure più stanchi. 

Come al solito i romani ebbero la meglio.

Finita la battaglia iniziò I 'inseguimento e il massacro, come era accaduto a Canne sui romani, ma stavolta era sui cartaginesi…

Annibale riuscì a fuggire verso Cartagine. Scipione aveva avuto la sua battaglia campale e come ne aveva avuto in anticipo la certezza, aveva vinto.

Cartagine era finita.

La vittoria di Zama pose fine alla II guerra punica (219-202 a.c.) e sancì il crollo della potenza cartaginese nel Mediterraneo.

Cartagine che per sessant’anni aveva conteso a Roma il predominio sul Mediterraneo occidentale, era sconfitta per sempre.

Roma non fu tenera con la sua rivale:  le fece smantellare completamente la flotta da guerra, consentendole solo poche decine di navi, tutte le colonie cartaginesi in Spagna passavano al dominio romano; in più Cartagine doveva pagare un pesantissimo tributo che per cinquant'anni avrebbe gravato sulla sua economia.

Mezzo secolo dopo ci sarebbe stata una III guerra punica, culminata con la distruzione di Cartagine, ma fu la vendetta su di un rivale già distrutto.

Per paura della vendetta romana la città costrinse il grande Annibale, il vincitore di tante battaglie, ad andare in esilio presso il re di Siria Antioco III; ma dopo la sconfitta di quest'ultimo contro i Romani in Bitinia, Annibale si avvelenò per non essere consegnato a Roma.

martedì 24 giugno 2025

#AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi


 Buongiorno, oggi è il 24 giugno.

Il 24 giugno 217 a. C. Annibale infligge una cocente sconfitta all'esercito romano presso il lago Trasimeno.

Annibale nacque nel 247 a.C. quando il padre Amilcare Barca si trovava in Sicilia a capo di un esercito con l’intento di presidiare le fiorenti colonie che Cartagine possedeva nell’isola.

All’età di 9 anni il padre lo chiamò a sé e, dopo averlo condotto davanti ad un altare, gli fece giurare solennemente eterno odio nei confronti dei Romani.

Per tutta la vita, Annibale tenne fede a tale giuramento.

A 18 anni rimase orfano di padre e a 26 gli successe nel comando dell’esercito. Innanzitutto decise di portare a termine l’opera intrapresa dal padre e lasciata incompiuta. Pertanto si dedicò alla conquista della Spagna e dei Pirenei fino alla valle del Rodano con l’intento di assicurare a Cartagine le vie commerciali verso la Gallia. Tutto questo avveniva con l’intento di creare una vasta rete di alleanze con le tribù galliche in attesa di aprire le ostilità contro i Romani.

Nel 219 a.C., dopo otto mesi di assedio, Annibale riuscì ad espugnare Sagunto, città spagnola alleata di Roma. La sfida contro Roma era così lanciata. Fu allora che divise l’esercito cartaginese in tre parti: una fu inviata a Cartagine per difendere la città in caso di attacco romano, l’altra rimase a presidiare la Spagna e la terza, formata da 50.000 soldati, 9.000 cavalieri e 367 elefanti, fu destinata alla conquista dell’Italia per combattere contro Roma.

Stando a quanto scrive Tito Livio, dopo aver risalito il corso della Durance e attraversato il valico del Monginevro, Annibale scese in Italia scendendo la valle della Dora Riparia. Le perdite dovute al viaggio furono enormi ma non per questo i Cartaginesi si persero di coraggio. Dopo le prime vittorie sul Ticino e sulla Trebbia, Annibale si diresse verso l’Italia centrale dove riportò una grande vittoria sul lago Trasimeno. Tuttavia, piuttosto che dirigersi verso Roma, preferì puntare verso l’Italia meridionale per farsi amiche tutte quelle città da poco entrate nell’orbita romana anche perché da qui gli sarebbe stato più facile mettersi in contatto con Cartagine. A Canne, Annibale riportò una vittoria schiacciante sull’esercito romano, senza che tuttavia la potenza romana fosse spezzata. Se le numerose vittorie riportate sui Romani, non permisero ad Annibale di piegare il tanto odiato nemico, ciò era dovuto al comportamento di coloro che governavano Cartagine. Essi temevano che Annibale, con la sua eclatante impresa, diventasse troppo potente e acquisisse il favore del popolo a tal punto da acclamarlo capo della città. In questo modo la ricca classe di mercanti e di magistrati che reggevano la città avrebbe perso tutto il suo potere; per questo motivo non fornirono ad Annibale tutto l’aiuto necessario.

Annibale rimase in Italia 16 anni durante i quali Roma non arrivò mai ad allontanare dalla penisola il pericolo cartaginese perché l’esercito era guidato da consoli troppo spesso in dissidio fra di loro. Alla fine, Roma riuscì ad opporgli un romano degno di lui nella persona di Publio Cornelio Scipione, il cui padre era stato sconfitto sedici anni prima nella battaglia del Ticino. Egli decise di agire con astuzia e per snidare i Cartaginesi dall’Italia portò la guerra in Africa. Fu così che Annibale lasciò l’Italia e i due eserciti si scontrarono a Zama: entrambi combatterono con grande coraggio, ma la vittoria arrise all’esercito romano.

Terminata la guerra, Annibale cercò di risollevare le sorti di Cartagine; fu eletto alle più alte cariche dello Stato, ma i suoi propositi non furono compresi dai concittadini sempre piuttosto diffidenti ed inclini a mercanteggiare piuttosto che a combattere. Ad un certo punto, egli ebbe il timore che la classe governante lo volesse consegnare nelle mani dei Romani pur di ingraziarseli. Allora, egli decise di abbandonare Cartagine per recarsi in Oriente dove si mise a servizio del re della Siria e del re di Bitinia. Questi erano, però, dei sovrani molto incapaci che non seppero approfittare dei consigli forniti loro da un grande stratega e fallirono nei loro intenti. Ancora una volta, Annibale temette di cadere nelle mani dei Romani. Infatti, un giorno, accortosi che il palazzo era circondato da inviati romani e che stava per cadere loro prigioniero, preferì darsi la morte col veleno che portava sempre con sé. Annibale aveva 65 anni e nello stesso anno, siamo nel 183 a.C., moriva anche Publio Cornelio Scipione, chiamato l’Africano.

martedì 20 giugno 2023

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 20 giugno.
Il 20 giugno 235 a.C. nasce a Roma Publio Cornelio Scipione, detto l'africano.
Salvò Roma da Cartagine, portando la guerra prima in Spagna e poi in Africa, e dimostrando di aver digerito perfettamente la lezione militare impartita da Annibale all’esercito romano. Ma non fu soltanto l’uomo che difese con successo la nostra antica civiltà dalla più grave insidia alla sua indipendenza: fu anche un politico accorto e magnanimo, che aveva in testa un disegno di reale pacificazione fra i popoli sotto la supremazia romana. Molti storici oggi concordano nel ritenere che – in questo – fu più preveggente di Giulio Cesare e degli imperatori romani, che badarono a colonizzare il mondo più che a governarlo. Roma lo ricambiò con la devozione del popolo e le invidie dei potenti, che lo misero sotto processo, e lo costrinsero a morire in esilio, a Literno. Reagì, con una frase rimasta scolpita nella storia: «Ingrata patria, non avrai le mie ossa».
Ci sarà pure una ragione se, nella prima strofa dell’Inno degli Italiani, Goffredo Mameli vedeva come simbolo del risveglio nazionale l’elmo di Scipio. Un percorso a ritroso di duemila anni per trovare il campione assoluto dell’indipendenza nazionale. «Per il fatto che egli fu l’uomo più illustre fra quasi tutti quelli che vissero prima di lui», scrisse di Scipione lo storico greco Polibio, suo contemporaneo, «tutti cercano di sapere chi egli fu e da quali particolari doti naturali egli mosse per compiere tali e tante imprese». Per lui fu coniato un detto che pochi altri uomini illustri hanno meritato nel corso della storia: «Tanto nomini nullum par elogium» (per un tale nome nessun elogio è pari alla grandezza).
Scipione, ha scritto uno storico moderno, Basil Liddel Hart, «parve riunire nella sua formazione gli aspetti migliori del mondo greco e del mondo romano, così che lo spirito severo e ristretto dei primi secoli della repubblica si raffinò in lui senza peraltro perdere la sua virilità». I romani erano convinti che fosse di discendenza divina, e lui incoraggiava questa interpretazione. Gustav Faber, storico e biografo di Annibale, racconta che «quando Scipione presentava alle truppe un piano di guerra – e questo di solito avveniva solo poco prima della sua attuazione – non parlava del duro lavoro concettuale che l’aveva preceduto, bensì di ispirazione divina, ma è impossibile stabilire con certezza se vi credesse veramente oppure se utilizzasse l’accenno al trascendente come strumento di persuasione». Persino John Milton, nel Paradiso Perduto (Libro IX, 642-645), dedicò quattro versi alla “divinità” dell’Eroe: «Si tenne che l’Ammonio Giove / Ed il Capitolino un dì s’ascose, / Per Olimpiade l’un, l’altro per lei / Che in Scipio partorì di Roma il vanto». Le leggende antiche dicevano che Giove Ammonio si trasformò in serpente per unirsi ad Olimpia, madre di Alessandro il Grande; Giove Capitolino, sotto forma di serpente, concepì anche Scipione l’Africano, vanto di Roma. E Dante Alighieri, nel Paradiso (Canto XXVII, 61-62), evoca «l’alta provedenza che con Scipio / difese a Roma la gloria del mondo» .
Tito Livio (Storia di Roma) sostiene che «Scipione fu ammirevole non solo per reali doti, ma anche tratto fin dalla giovinezza a ostentarle con arte singolare, presentando la maggior parte delle sue azioni alla gente come ispirate da visioni notturne o suggerite da avvertimenti divini, o fosse egli stesso posseduto da superstizione, o volesse che i suoi comandi e i suoi consigli, quasi emanati dal responso di un oracolo, avessero immediata esecuzione». L’abate francese Seran de La Tour, autore nel XVIII secolo di una biografia su Scipione, scrisse nella dedica a Luigi XV: «Un re deve solo prendere a modello l’uomo più illustre della storia romana, Scipione Africano. Il Cielo stesso pare aver formato questo particolare eroe per indicare ai reggenti di questo mondo l’arte di governare con giustizia».
La discendenza divina era, in quell’epoca, un attributo dell’eroismo. Chi salvava la patria era ritenuto figlio degli dei. Scipione scese in campo quando a Roma si ripeteva «Annibale è alle porte». E la salvò.
Publio Cornelio Scipione nacque a Roma nel 235 avanti Cristo. La sua non era una famiglia qualunque: la gens Cornelia vantava una grande influenza. Suo padre era il console Publio. Del suo aspetto fisico sappiamo poco. A prender per buono il busto in bronzo del Museo Archeologico di Napoli aveva lineamenti severi, fronte nobile, testa quasi completamente calva, sguardo fermo e risoluto, naso aquilino, labbra sottili. Osserva Faber: «È un volto romano dai tratti marcati, tanto diversi dai lineamenti dei busti greci; è il volto di un uomo staccato, razionale, capace di un asciutto umorismo, eppure in fondo gioviale. Al confronto, il ritratto di Annibale rivela una morbidezza ellenica, ha qualcosa di tragico, pare cedere ai sogni e alle emozioni».
Scipione era un uomo di grande cultura, padrone della lingua greca quanto di quella latina. «Parve riunire nella sua formazione», scrive Liddel Hart, «gli aspetti migliori del mondo greco e del mondo romano, così che lo spirito severo e ristretto dei primi secoli della repubblica si raffinò in lui senza peraltro perdere la sua virilità».
Della sua vita privata si sa ben poco, anche perché Scipione non ebbe molto tempo da dedicarle, occupato come fu sui campi di battaglia. Era sposato a Emilia, la figlia di Paolo Emilio, il console caduto nella battaglia di Canne. Fu un matrimonio sereno. Si disse che «trattava la moglie meglio dei suoi schiavi»: e il fatto che un comportamento del genere fosse degno di nota dimostra quanto, a quei tempi, fosse dura la condizione femminile.
A soli 17 anni il giovane Scipione si distinse per coraggio nella battaglia del Ticino, la prima che vide i romani (al comando del padre di Scipione) scontrarsi sul suolo italiano con i cartaginesi. «Usciva in campo per la prima volta», racconta Polibio, «dopo aver ricevuto dal padre, per sicurezza, una squadra di sedici cavalieri. Allorché vide nella battaglia il padre, con due o tre cavalieri, circondato dai nemici e gravemente ferito, esortò i suoi a portargli soccorso e poiché questi esitarono, dato il numero dei nemici, si lanciò arditamente nella lotta e, con l’aiuto dei compagni, che incitati dal suo esempio lo avevano seguito, mise in fuga gli avversari, salvando così il padre Publio che fu il primo a salutare, in presenza di tutti, il figlio come suo salvatore». Il console decise di decorarlo, ma il giovane «rifiutò dicendo che “quell’atto si ricompensava da sé”».
L’anno successivo Scipione era uno dei tribuni militari al comando di una legione. È controverso se abbia partecipato alla battaglia di Canne che segnò la più pesante sconfitta romana della Seconda guerra punica. Nel 213, quando aveva soltanto 22 anni, fu protagonista di un episodio che testimonia la popolarità di cui già godeva fra i romani. Si candidò alla carica di Edile curiale, soprattutto per agevolare la vittoria del fratello maggiore Lucio (che aveva minori probabilità di farcela): i tribuni della plebe si opposero alla sua candidatura, sostenendo che non aveva l’età per aspirare alla carica. Lui ribatté: «Se tutti i Quiriti mi vogliono Edile, ho l’età che basta». Fu eletto.
Nell’anno 210 avanti Cristo, mentre Roma era minacciata dalle truppe di Annibale, il giovane condottiero fu spedito in Spagna per contrastare i rifornimenti del nemico. Dopo la fine della Prima guerra punica (241 a.C.) Amilcare Barca – padre di Annibale e Asdrubale – era riuscito a conquistare una posizione di forza sullo scacchiere mediterraneo: da questa favorevole condizione egli pensava che i figli potessero dare la spallata decisiva al rivale di sempre. La Spagna era la base per il rifornimento delle truppe cartaginesi, e la Spagna era stata la base di partenza della spedizione che – attraverso le Alpi – aveva portato Annibale in Italia.
Sorprendendo i cartaginesi, al comando di Magone e Asdrubale, Scipione attaccò Cartagena, marciando a tappe forzate con le sue legioni verso la fortezza, mentre la flotta romana la raggiungeva via mare. Una volta sotto le mura, venne eretto un bastione di difesa dalla parte di terra, mentre le navi, dal mare, cominciarono a bombardare la città con proiettili. L’attacco alle fortificazioni e alle mura fu condotto dallo stesso Scipione, mentre alcuni soldati lo proteggevano con gli scudi: questo per infondere coraggio ai suoi soldati. Cartagena cadde, ma Scipione impedì un massacro vero e proprio. La vittoria doveva servire, politicamente e diplomaticamente. Scipione salvò diecimila cittadini maschi dall’uccisione e permise loro di tornare al lavoro, alcuni prigionieri furono trasformati in marinai per le proprie navi, con promessa di libertà finale dopo la sconfitta di Cartagine.
Con la conquista di Cartagena, Scipione dimostrò tutte le caratteristiche del grande stratega: conoscenza del fattore tempo, astuzia, sicurezza e sorpresa. Infine, magnanimità dopo aver vinto. Molti capi iberici passarono dalla parte di Roma. Asdrubale Barca, sentendosi isolato, cercò la prova di forza nella battaglia di Becula (cittadina sulle rive nord del fiume Baetis, più o meno dove sorge oggi Guadalquivir), rimediando una sonora sconfitta, che lo spinse alla fuga.
Acclamato re dagli alleati spagnoli, Scipione rifiutò con discrezione, ben sapendo come questo titolo fosse inviso a Roma. Due anni più tardi, i cartaginesi cercarono per l’ultima volta di scalzare Scipione dalla Spagna, nella battaglia di Ilipa. Asdrubale si mosse con un esercito di settemila fanti, quattromila cavalieri, trentadue elefanti e cercò lo scontro nei pressi di quella che oggi è la città di Siviglia. Per diverso tempo gli eserciti avversari si studiarono a debita distanza: ogni giorno Scipione pose, ben visibili al centro dello schieramento, i propri legionari, e ai lati gli alleati spagnoli. Al momento dello scontro, deciso da Scipione, lo schieramento fu ribaltato: al centro gli spagnoli, sulle ali i romani. Questo disorientò il nemico: i romani distrussero i fianchi dei cartaginesi, mentre le ore passavano e le truppe al centro divenivano esauste per fame e stanchezza. L’esito fu una fuga sparpagliata verso il proprio accampamento. Asdrubale e Magone, i capi avversari, fuggirono nella notte abbandonando le truppe superstiti, e imbarcandosi per Cadice. «La storia militare», scrive Liddel Hart, «non offre in tema di conduzione tattica un esempio più classico di quello offerto dalla battaglia di Ilipa. Raramente una vittoria così schiacciante è stata ottenuta da forze numericamente inferiori». Scipione aveva concentrato le truppe migliori nei punti più deboli del nemico (le ali), mentre il centro restava immobilizzato.
Rientrato a Roma da trionfatore, Scipione faticò (più di quanto si sarebbe aspettato) a convincere il Senato sull’opportunità di portare la guerra in Africa. Combatteva contro i poteri forti, contro le invidie di quanti giudicavano pericolosa la sua popolarità. Alla fine la spuntò, ma gli concessero solo settemila uomini e il governo della Sicilia da dove sarebbe potuto salpare per l’Africa. Scipione profuse ogni energia per l’allestimento di trenta navi da guerra e nella preparazione di un esercito piccolo ma compatto. Oltre alla forza tradizionale di Roma, la fanteria legionaria, Scipione comprese l’importanza di preparare una cavalleria efficace, da affiancare a quella di un alleato di cui sapeva di non poter fare a meno: Massinissa.
Sconfisse di nuovo Asdrubale ai Campi Magni. Presi dal panico, i cartaginesi richiamarono in Africa Annibale, unico possibile salvatore della Patria. Ma, nello scontro finale, a Zama, Scipione dimostrò di aver imparato le lezioni di strategia che lui aveva in precedenza impartito ai romani. Rientrato a Roma da trionfatore, Scipione rifiutò quel che il popolo gli offriva: il titolo di console a vita o di dittatore perpetuo. Si oppose anche all’ipotesi che fossero erette statue in suo onore davanti al Campidoglio o nei Templi Sacri.
Negli ultimi anni della sua vita fu costretto addirittura a difendersi da accuse infamanti. Si ritirò in esilio, a Literno, dove morì. Valerio Massimo gli attribuì una frase divenuta proverbiale: «Ingrata patria, non avrai le mie ossa».
«Quando Scipione comparve alla ribalta della storia», ha scritto Basil Liddel Hart, «il potere di Roma non si estendeva nemmeno sulla totalità dell’Italia peninsulare e della Sicilia, e questa esigua fascia territoriale era gravemente minacciata dall’invasione, o per meglio dire dalla consolidata presenza, di Annibale. Alla morte di Scipione, Roma era l’incontrastata padrona del mondo mediterraneo, senza alcun possibile rivale che si profilasse all’orizzonte. In tale periodo si assiste alla massima spinta espansionistica della storia romana, dovuta direttamente all’azione di Scipione, o resa da lui possibile. Ma se sotto il profilo territoriale egli appare come il fondatore dell’impero romano, da un punto di vista politico la sua meta non era l’assorbimento delle altre razze mediterranee, bensì il loro controllo. Il suo scopo non fu di edificare un impero dispotico e centralizzato, ma una confederazione sotto il controllo di uno Stato-guida, in cui Roma avesse l’egemonia politica e commerciale e il supremo potere decisionale». Lo storico inglese non ha dubbi: se Roma avesse seguito la “dottrina Scipione” (e non quella di Cesare, che puntava al dominio assoluto, e che recava in sé il germe del successivo declino), l’impero romano avrebbe potuto anticipare il carattere del moderno Commonwealth britannico, «con la creazione di una cintura di Stati cuscinetto prosperi e semi-indipendenti». Detto da un inglese è un elogio smisurato, al quale Liddel Hart aggiunge una valutazione: se Roma avesse seguito la via tracciata da Scipione, «le invasioni barbariche avrebbero potuto essere scongiurate, il corso della storia sarebbe stato diverso, e il progresso della civiltà avrebbe forse evitato mille anni di coma e quasi altrettanti di convalescenza».
Se è valida questa teoria (e il rapido tramonto degli imperi fondati sul dominio, come quello napoleonico o – più recentemente – quello sovietico, sembrerebbe avallarla), Scipione meriterebbe un posto nella storia – e nella coscienza italiana – molto superiore a quello che gli viene riconosciuto. L’“elmo di Scipio” non è soltanto il simbolo del riscatto romano di fronte allo straniero invasore: è il progetto – come si direbbe oggi – di un “nuovo equilibrio internazionale”, fondato sulla «supremazia politica» finalizzata «al buon governo».
Scipione fu un grande soldato, come dimostrò in Spagna e a Zama. Ma fu anche un grande politico, come dimostrò con le condizioni di pace dettate a Cartagine, che documentano la sua totale mancanza di spirito vendicativo, la capacità di consolidare la sicurezza militare di Roma senza ricorrere a una durezza eccessiva nei confronti dei vinti, e lo scrupolo con cui evitò l’annessione degli Stati civilizzati. «Questo atteggiamento», sottolinea ancora Liddel Hart, «scongiurò l’insorgere nei vinti, di sentimenti di frustrazione e di velleità di rivincita, e preparò la strada alla trasformazione dei nemici in veri alleati, efficaci puntelli della potenza romana».
In latino, Scipio significa “bastone di sostegno”. Ed è un nome appropriato al personaggio. Scipione si preoccupava della grandezza di Roma, e badava al futuro. Qualcuno scrisse: «Zama consegnò il mondo a Roma, Farsalo lo consegnò a Cesare». E forse anche per questa ragione Scipione è meno popolare di Cesare, perché l’ambizione personale paga sempre di più, in termini di popolarità. Scipione evitava le luci del palcoscenico, che Cesare (come Napoleone, come Carlo Magno) amava moltissimo.
Scipione seppe persino guardare al di là della gloria di Roma, valutando piuttosto la grandezza dei servigi che Roma avrebbe potuto prestare all’umanità.
Molto diverso sarebbe stato l’atteggiamento dei Romani mezzo secolo più tardi quando – raccogliendo l’anatema più volte lanciato da Catone il Censore («Cartago delenda est», Cartagine deve essere distrutta) – al termine della Terza guerra punica rasero al suolo la città. Un’identica richiesta era stata formulata a Scipione immediatamente dopo la battaglia di Zama. «L’uomo generoso e avveduto», scrive Teodoro Mommsen nella sua Storia di Roma, «si sarà chiesto quale vantaggio poteva apportare alla patria la distruzione di Cartagine, di questa antichissima sede del commercio e dell’agricoltura, una delle colonne della civiltà di quel tempo, dopo che ne era stata ridotta al nulla la potenza politica. Non era ancora venuto il tempo in cui gli uomini distinti di Roma si prestavano all’ufficio di carnefici della civiltà dei vicini, e sconsideratamente credevano di lavare con una vana lacrima l’onta eterna della Nazione».
È singolare il fatto che sia Annibale che Scipione furono contestati per la pace che concluse la guerra (giudicata troppo onerosa dai governanti di Cartagine, e troppo generosa da quelli di Roma). Grandi condottieri, si rivelarono anche uomini di straordinario buonsenso. L’ingratitudine di Roma (della Roma ufficiale, dei senatori, degli intriganti del Palazzo, degli invidiosi) contribuisce, in qualche modo, a elevare ulteriormente la statura dell’uomo, del condottiero, del politico. Che dalle sue imprese ricavò soltanto quel soprannome – Africano – che gli fu concesso a furor di popolo, e non con un decreto. «Fu certamente il primo onorato con il nome del popolo da lui vinto», scrisse Tito Livio. E questo gli fu certamente di conforto negli anni dell’esilio.

lunedì 2 agosto 2021

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 2 agosto.
Il 2 agosto 216 a.C. ebbe luogo la battaglia di Canne, la più grande battaglia della seconda guerra punica, considerata tuttora un capolavoro dell’arte militare, il più riuscito esempio di manovra di accerchiamento compiuta da un esercito numericamente inferiore agli avversari.
Gran parte degli storici identifica il luogo della battaglia vicino a Canne nei pressi del fiume Ofanto, poco distante dalla città di Barletta, in Puglia.
Alcuni esperti, in conformità a recenti studi basati sull’esame dei documenti storici sulla battaglia di Canne e dei rilevamenti archeologici, hanno dimostrato che il luogo della battaglia sia da identificarsi non a Canne bensì più a nord, sulla riva destra del fiume Fortore in località Ischia Rotonda vicino a Carlantino al confine tra Puglia e Molise (dalla parte pugliese), non molto distante da Campobasso.
Altri storici localizzano il luogo della battaglia di Canne nella valle del Celone presso Castelluccio Valmaggiore, un po’ più a sud.
Dopo aver completato l'unificazione dell’Italia peninsulare, i Romani si dovettero confrontare con Cartagine, superiore a loro per ricchezze, organizzazione militare ed esperienza politica. Era in gioco il predominio nel Mediterraneo: Roma poteva trasformarsi in una repubblica imperiale padrona del Mediterraneo occidentale o sparire di scena senza quasi lasciare traccia.
La vittoria della prima guerra punica aveva evitato il pericolo di una caduta e rafforzato la Repubblica oltre ogni previsione del Senato e del popolo romano. La Sicilia era diventata la prima provincia romana e il crollo dell'egemonia cartaginese aveva fatto di Roma la maggiore potenza del mondo antico.
Cartagine, però, non si rassegnava alla sconfitta e per porre rimedio alle perdite subite si volse alla Spagna dove, sulle coste meridionali, i Fenici avevano da secoli le loro più ricche colonie. Aiutata dalla famiglia dei Barcidi, estese la sua egemonia all'interno della penisola iberica fino alla linea del fiume Ebro approfittando del fatto che Roma fosse impegnata su altri fronti. Preoccupata dei successi cartaginesi in Spagna la colonia greca di Marsiglia, nel 225 a.C. convinse i suoi alleati romani a inviare ambasciatori ad Asdrubale. Ne seguì un trattato il cosiddetto “trattato dell’Ebro” per stabilire le rispettive sfere d’influenza nella penisola iberica, secondo il quale Cartagine non avrebbe esteso la sua espansione sul territorio spagnolo oltre il limite segnato dal fiume Ebro e Roma avrebbe mantenuto il controllo del territorio spagnolo nord-orientale, a difesa delle colonie dei Marsigliesi. Roma, però, nello stesso tempo aveva stretto alleanza con Sagunto, città iberica posta a sud dell’Ebro e quindi nella sfera di egemonia cartaginese, e questa sarà la causa scatenante della seconda guerra punica.
Infatti, nel 221 a.C., il comando delle milizie puniche in Spagna passò ad Annibale, contrario agli accordi con Roma. Era convinto, a ragione, che se Cartagine voleva continuare a esistere doveva riprendere il dominio del mare occidentale, e quindi eliminare Roma trascinandola in guerra. Annibale attuò pertanto una decisa politica di aggressione e nel 220 a.C. mise sotto assedio la città di Sagunto che, pur situata a sud dell’Ebro e quindi in una zona d’influenza cartaginese, era anche alleata dei romani. Quando Sagunto cadde e Roma ne pretese I'immediata restituzione, il secco rifiuto cartaginese costrinse Roma a dichiarare guerra alla rivale: nel marzo del 218 a.C. Romani e Punici scendevano in armi per la seconda volta.
Anticipando i Romani che si preparavano a un’offensiva in Africa e in Spagna, Annibale con un imponente esercito di 26 mila uomini, rafforzato dalle eccellenti truppe spagnole ben allenate alla disciplina militare dalle dure campagne condotte nella penisola iberica e da più di trenta elefanti da guerra, passò l'Ebro, superò i Pirenei e si diresse verso le Alpi. Eludendo gli eserciti romani che cercarono di intercettarlo a Marsiglia, varcò le Alpi in appena quindici giorni, probabilmente attraverso il Gran San Bernardo, il Moncenisio e il passo Clapier, con una marcia massacrante in cui andarono perduti uomini e animali, ma riscuotendo l’immediato sostegno dei Boi e degli Insubri. Nell'autunno del 218 a.C. si presentava nella pianura padana portando la guerra nei territori romani di più recente acquisizione.
Dopo l'inverno del 217 a.C. passato nell'Italia settentrionale, I'esercito cartaginese ruppe le difese dei valichi appenninici e marciò su Perugia, inseguito lungo la sponda del lago Trasimeno dalle legioni del console Gaio Flaminio. Annibale attaccò di sorpresa le truppe del console e le annientò la mattina del 22 giugno, lo stesso Flaminio fu tra le vittime, poi sbaragliò la cavalleria del secondo console, Gneo Servilio, che giunse in ritardo sul campo.
L'esercito cartaginese, ora, minacciava direttamente Roma. Vedendosi in pericolo il Senato soppresse le magistrature ordinarie e nominò dittatore Quinto Fabio Massimo che evitò ogni scontro decisivo con i Cartaginesi, preferendo una tattica di contenimento e di logoramento e quindi accontentandosi di infastidire il nemico e di rendergli impossibile l'approvvigionamento.
Nel 216 a.C., scaduto il suo mandato, il potere fu restituito ai consoli. Furono eletti Lucio Emilio Paolo e Gaio Terenzio Varrone. I due nuovi consoli, per non lasciare ancora a lungo il territorio degli alleati italici in balia dell'esercito cartaginese, decisero di attaccare Annibale in Apulia, dove Varrone diede battaglia campale presso il villaggio di Canne. La sconfitta che i Romani subirono a Canne fu tremenda, la più grave che la storia della Repubblica registri.
La battaglia di Canne si aprì con una serie di schermaglie della cavalleria: sulla sinistra romana, i cavalieri italici non riuscirono ad agganciare gli elusivi Numidi, mentre sulla destra fu la cavalleria celtica e iberica a caricare.
La cavalleria pesante di Annibale a Canne compì un'azione non comune nella storia militare: fece ben tre cariche nell’arco della battaglia, dimostrando di essere non solo sotto controllo, ma eccezionalmente misurata nello sforzo. Innanzitutto sulla sua ala caricò la cavalleria romana che, stretta com'era tra il fiume e la fanteria che stava avanzando, cedette dandosi alla fuga.
Invece di mettersi all'inseguimento dei fuggitivi, si raccolse e, muovendo sul retro della fanteria romana che stava attaccando il centro avanzato dello schieramento cartaginese, con una seconda carica piombò addosso agli Italici ancora impegnati contro i Numidi. Nel frattempo il centro punico aveva già cominciato a indietreggiare lentamente, incalzato dalle pesanti colonne romane, sempre più compresse al centro a causa del progressivo convergere dei legionari all’istintiva ricerca di un contatto con il nemico.
Con il ripiegare lento e continuo di galli e iberici, lo schieramento mantenne la forma ad arco ma passò dall’arco convesso iniziale ad un arco concavo. Era quello che Annibale attendeva e sperava. La fanteria romana si era spinta troppo avanti e, senza la protezione della cavalleria ormai in fuga, si trovò ai lati i veterani africani che chiusero la morsa, con perfetto sincronismo. Operarono un cambio di fronte e caricarono con forza portando scompiglio nelle serrate formazioni romane. La trappola di Canne è chiusa. La cavalleria pesante cartaginese, che aveva avuto la meglio sui cavalieri italici, assesta il colpo mortale ai romani caricandoli alle spalle. I Numidi, intanto, si gettavano ali'inseguimento dei nemici in fuga. La fanteria romana era ormai circondata, costretta a combattere in spazi sempre più ridotti, comincia allora il massacro. Ogni elemento dell'esercito ha fornito un contributo essenziale ed irrinunciabile alla riuscita dell'impresa di Annibale a Canne.
Nonostante la superiorità numerica, a Canne le legioni romane furono letteralmente fatte a pezzi.
La battaglia di Canne fu la peggiore disfatta della storia di Roma, cadde il console Emilio Paolo; cadde il console dell'anno precedente, Gneo Servilio; cadde l’ex maestro dei cavalieri Minucio Rufo; e con essi, tra la folla dei morti anonimi, perirono entrambi i questori, ventinove tribuni militari, cioè quasi tutta l'ufficialità legionaria, ottanta senatori e un numero imprecisato di cavalieri. La grande armata romana, inviata a Canne per distruggere l'esercito di Annibale, è stata annientata: anche ad accettare non le cifre, spaventose e forse eccessive di Polibio, che parla di ben 70.000 morti, ma quelle più contenute di Tito Livio, Roma lascia sul campo della battaglia di Canne 47.500 fanti e 2.700 cavalieri, mentre 19.000 sono i prigionieri. Solo a 15.000 dei suoi uomini è possibile fuggire, tra cui il console Terenzio Varrone, responsabile del disastroso piano di battaglia.
Annibale a Canne perse 6.000 Galli, 1.500 Spagnoli e Africani e 200 cavalieri: aveva ottenuto la più brillante vittoria della sua carriera di generale e si consacrava uno dei più grandi condottieri della storia.
Roma assorbì il colpo della terribile sconfitta a Canne con insospettata energia. La sua immutata supremazia sul mare impediva che da Cartagine e dalla Spagna affluissero all'esercito di Annibale rifornimenti e truppe fresche, il conflitto, dopo Canne, si trasformò in una guerra di esaurimento.
Naturalmente la schiacciante vittoria cartaginese a Canne favorì alcune defezioni: Capua aprì le porte ad Annibale, Bruzi e Lucani abbandonarono Roma, come Siracusa. L’Italia centrale però restò fedele alla Repubblica e il ritorno alla strategia attendista di Fabio Massimo permise a Roma di riguadagnare gradualmente le posizioni perdute nel sud Italia.
Mentre Annibale si trovò in difficoltà, non riuscendo ad ottenere nuovi alleati e rinforzi per il suo esercito, Roma, con enorme sforzo, dopo la disfatta di Canne, riuscì a ricostruire il suo esercito fino ad avere ben 25 legioni.
Nel 214 a.C. Siracusa passò ad Annibale e contemporaneamente il re Filippo V di Macedonia si alleò con i cartaginesi contro Roma, ma nel 211 a.C. il console Claudio Marcello riconquistò Siracusa e l’intervento di Filippo V fu neutralizzato sul piano diplomatico.
Nel 210 a.C. il giovane generale Publio Cornelio Scipione, figlio del console che nel 218 a.C. era stato battuto sul Ticino, passò al contrattacco in Spagna, tra il 209 a.C. e il 208 a.C. batté ripetutamente ben tre eserciti cartaginesi.
Nel 207 a.C. Asdrubale, battuto da Scipione, riuscì ad attraversare le Alpi e a presentarsi nella pianura padana, con l’intenzione di unirsi al fratello Annibale. Ma i consoli in carica Caio Claudio Nerone e Marco Livio Salinatore, riuscirono nella valle del Metauro a sbaragliarlo. Annibale non poteva più contare sui rinforzi dalla Spagna e disperando di ottenere soccorsi dalla madrepatria, si vide costretto a ritirarsi nel Bruzio.
Roma comprese che, se voleva costringere Annibale ad abbandonare l'Italia, doveva spostare la guerra in Africa. Così nel 204 a.C. Scipione, riprendendo il progetto fallito cinquant’anni prima ad Attilio Regolo, minacciò Cartagine direttamente in Africa. Guadagnatosi l'alleanza del principe Massinissa di Numidia, per tutto l'anno 203 a.C. vinse ripetutamente gli improvvisati eserciti cartaginesi. La città fenicia, subiti i primi scacchi, richiamò Annibale in patria.
Finalmente il 29 ottobre del 202 a.C. Annibale e Scipione si affrontarono a Zama che, diversamente da Canne, segnò la definitiva sconfitta di Cartagine.
Il trattato di pace imposto da Roma era durissimo, anche se non tale da annientare del tutto Cartagine: le clausole fondamentali prevedevano la consegna di tutta la flotta, tranne dieci navi e il pagamento di una fortissima indennità; Cartagine inoltre doveva rinunciare a tutti i suoi possedimenti al di fuori dell’Africa e riconoscere ai suoi confini un potente regno di Numidia governato da Massinissa, una sorta di gendarme di Roma in Africa; ai Cartaginesi inoltre non era concesso dichiarare guerra senza il permesso di Roma.
Da quel momento Roma poteva guardare al di fuori d'Italia non più come una delle potenze del Mediterraneo, ma come la potenza egemone del mare interno. Di lì a poco altre sfide, con gli eredi ellenistici del grande Alessandro aspettavano la Repubblica: la via dell'Impero era segnata.

domenica 18 ottobre 2020

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 18 ottobre.
Il 18 ottobre 202 a.C. si svolse, nei pressi di Zama, la battaglia che di fatto pose fine alla seconda guerra punica, tra Publio Cornelio Scipione ed Annibale.
Scipione poteva contare per la fanteria su 23.000 uomini tra Romani e Italici più 6.000 Numidi. La cavalleria poteva contare 2.400 tra Romani e Italici, 4.000 Numidi e 600 Berberi. Non era in superiorità numerica ma disponeva di una cavalleria superiore, i cavalieri numidi di Massinissa, che erano stati spesso decisivi a sostegno di Annibale in Italia, e un reparto di 300 cavalieri romani, particolarmente addestrati e molto ben equipaggiati, che Scipione aveva addestrato in Sicilia.
Annibale poteva contare sui 15.000 veterani d'Italia, molti dei quali Italici o Spagnoli, 15.000 fanti Libi e Cartaginesi, recentemente levati dal senato cartaginese e di dubbia utilità sul campo, 12.000 mercenari tra Liguri, Celti, Balearici e Mauritani più 4.000 Macedoni. La cavalleria contava 2.000 cartaginesi e 2.000 numidi. A questi si aggiungevano 80 elefanti africani delle foreste, più piccoli di quelli delle savane, ma comunque pericolosi.
I due eserciti si schierarono in una vasta piana priva d’impedimenti, luogo ideale per lo svolgimento di una grande battaglia campale.
Annibale schierò il suo esercito su tre linee, tenendo in considerazione la qualità delle sue truppe. Davanti all'esercito erano schierati gli elefanti da guerra nella speranza di mettere in disordine le prime linee della fanteria romana. In prima linea i vari nuclei di mercenari o alleati italici, galli e liguri, molti di questi erano sempre stati travolti dai legionari e avevano seguito a malincuore il condottiero cartaginese, ormai stanchi della guerra. A questi Annibale sapeva che poteva chiedere soltanto un impeto iniziale che si sommasse a quello degli elefanti, non certo una resistenza ad oltranza. La seconda fila, a poca distanza dalla prima, era formata dalle reclute africane, cioè da quei contingenti frettolosamente arruolati da Cartagine per fronteggiare l’invasione romana. Anche da questi non ci si poteva attendere molto, privi di esperienza e addestramento adeguati, erano in grado di affrontare i romani solo dopo l’intervento di elefanti e mercenari. In terza fila, distante oltre uno stadio dalle prime due (circa 178 metri), Annibale aveva tenuto i suoi veterani d'Italia pronti a intervenire anche con manovre tattiche più complesse e magari sferrare il colpo decisivo. Sulle ali la cavalleria, su cui Annibale non faceva molto affidamento se non quello di riuscire a neutralizzare e bloccare la cavalleria romana, superiore in numero e addestramento. Quindi uno schieramento differenziato tra le truppe opportunamente studiato, elefanti e mercenari costituiranno la prime due ondate in successione, le reclute africane costituiranno un sostegno e un rincalzo, in riserva i veterani per scontrarsi contro le forze romane ormai logore.
Anche Scipione aveva schierato le sue forze su tre linee, come di consueto. Ma, invece di alternare i manipoli nella solita formazione a scacchiera, dispose i manipoli in colonna per creare delle "corsie" di scorrimento in cui far incanalare il prevedibile attacco degli elefanti. Perciò in prima linea pose i manipoli degli hastati, coi velites che mascheravano gli intervalli delle "corsie" e a fare da esca: sarebbero stati loro ad assorbire il primo impatto con gli elefanti, avevano l’ordine di spostarsi quando gli elefanti fossero arrivati quasi a contatto con la fanteria lasciando così aperti i varchi e consentendo ai pachidermi di infilarsi nelle “corsie” per essere bersagliati anche ai fianchi. In seconda linea erano piazzati i manipoli dei principes, mentre quelli dei triarii, secondo la tradizione, erano di riserva in terza linea. La cavalleria romana di Caio Lelio era sulla sinistra mentre sulla destra stava la cavalleria numidica di Massinissa. Inoltre, tra le prime file dispose parecchi uomini con strumenti a percussione e trombe che avevano il compito di far rumore per spaventare gli elefanti.
La battaglia, come aveva previsto Scipione, fu aperta dalla carica degli elefanti da guerra cartaginesi.
I pachidermi però, sconvolti dal fitto lancio di giavellotti dei velites e spaventati dai suoni provenienti dalle fila romane, furono in parte ricacciati indietro e, scivolando sui fianchi delle fanterie cartaginesi, andarono a disordinare le ali di cavalleria. Vedendo la difficoltà delle ali di cavalleria cartaginesi, Caio Lelio e Massinissa ne approfittano attaccandole e, dopo una breve mischia, entrambi i contingenti della cavalleria di Annibale furono messi in fuga inseguiti da vicino dai cavalieri nemici. Gli altri elefanti ebbero più successo ma furono incanalati negli spazi lasciati dai manipoli, dove passarono senza procurare grossi danni per hastati, principes e triarii, solo i velites pagarono un prezzo pesante, messo comunque in conto da Scipione che ha ottenuto quello che voleva: la sua linea è rimasta ordinata, gli hastati sono integri e i principes non sono stati coinvolti.
A questo punto le fanterie avanzarono e vennero a contatto, tranne i veterani cartaginesi che mantennero la posizione.
Lo scontro fu molto violento e ne nacque una mischia confusa con grandi varchi che si aprivano nella formazione dei mercenari laddove alcuni si diedero alla fuga, inoltre, la linea delle reclute africane non intervenne subito a sostegno perché il fronte era occupato dai fuggitivi ai quali fu impedito di passare per non disordinare i ranghi. Appena ebbero il fronte sufficientemente libero alcuni reparti di reclute si unirono alla mischia entrando in contatto per primi con gli hastati che avevano lasciato la posizione gettandosi all'inseguimento dei fuggiaschi. Fu necessario il supporto dei principes nei punti in cui gli hastati non avevano recuperato la posizione. Nel disordine creatosi, i romani, meglio addestrati e armati, riescono a prevalere. Le prime due file cartaginesi, ora mischiate, cominciano a ripiegare abbandonando la linea di combattimento, alcuni fuggono.
Annibale riesce a riprendere il controllo di alcune unità di reclute e mercenari e le riorganizza ai lati dei veterani, cercando così di allargare il fronte per aggirare il fianco romano. Scipione, invece, riorganizzati gli hastati che già si erano gettati all'inseguimento dei fuggitivi, fece compiere ai suoi legionari il movimento sui fianchi, già utilizzato con successo in precedenza, ma questa volta solo per estendere da entrambi i lati il fronte degli hastati non per aggirare il nemico. Il fronte romano risultò così pari o di poco superiore a quello cartaginese ma con principes e triarii, finora poco impegnati, che si trovano a combattere sulle ali contro forze più stanche, anche se gli hastati, impegnati finora nello scontro, dovevano ora vedersela con i veterani cartaginesi ancora freschi.
Il combattimento tra le fanterie riprese e sembrava dovesse continuare ancora a lungo, con esito incerto, ma le cavallerie romane, che avevano ormai disperso i cavalieri nemici, fecero ritorno sul campo di battaglia attaccando alle spalle le truppe di Annibale. Queste, pressate da vicino dalla cavalleria romana, si diedero ben presto alla fuga. Come succedeva sempre nelle guerre dell'antichità, finita la battaglia iniziava I'inseguimento e con esso il massacro. Annibale riuscì a fuggire verso Cartagine ma aveva lasciato sul campo almeno 20.000 caduti e 10.000 prigionieri. Le perdite romane assommarono a un massimo di 4.000 uomini, metà dei quali numidi. Scipione aveva avuto la battaglia campale che cercava e con la vittoria aveva posto fine allo scontro mortale tra Roma e Cartagine.
La vittoria decisiva nella battaglia di Zama pose fine alla seconda guerra punica (219-202 a.C.) e sancì, di fatto, la fine della potenza cartaginese nel Mediterraneo. Cartagine, la grande città di origine fenicia che col suo impero commerciale per sessant'anni aveva conteso a Roma il predominio sul Mediterraneo occidentale, era battuta. Roma costrinse la città rivale a una pace umiliante. Un trattato pesantissimo imponeva di smantellare completamente la flotta da guerra, solo poche decine di navi, infatti, erano consentite alla marina cartaginese dalle clausole del trattato; tutte le colonie cartaginesi in Spagna passavano sotto il controllo romano; la stessa politica estera di Cartagine doveva conformarsi a quella romana e la obbligava al pagamento di un pesantissimo tributo che per cinquant'anni avrebbe gravato sulla sua economia.
Mezzo secolo dopo ci sarebbe stata una terza guerra punica, culminata con la distruzione di Cartagine, ma si trattò più di una vendetta postuma da parte di Roma che di una conseguenza di un risorto pericolo cartaginese, che dopo Zama era definitivamente tramontato.
Per paura della vendetta romana la città costrinse Annibale, il suo più grande figlio, ad andare in esilio presso il re di Siria Antioco III; dopo la sconfitta di quest'ultimo contro i Romani in Bitinia, Annibale si avvelenò per non essere consegnato a Roma. La sconfitta di Cartagine costituisce il primo elemento nella costruzione di quell'egemonia romana che in qualche modo ancora segna la civiltà del nostro continente.

Cerca nel blog

Archivio blog