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martedì 18 marzo 2025

#AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi


 Buongiorno, oggi è il 18 marzo.

Il 18 marzo 1944 i soldati americani di stanza a Napoli filmano l'eruzione del Vesuvio. Questa è l'unica eruzione del vulcano che sia stata documentata con foto e filmati.

Questa eruzione è considerata come il termine di un periodo eruttivo iniziato nel 1913. L'attività stromboliana cominciò da allora a costituire un conetto di scorie all'interno del cratere che aveva raggiunto, nel marzo del '44, un'altezza di 100 m., portando l'altezza del vulcano a 1260 m.

L'eruzione del 1944, descritta in maniera dettagliata da Giuseppe Imbò, allora direttore dell'Osservatorio Vesuviano, fu preceduta da chiari segni premonitori a partire dal 13 marzo, quando si ebbe il collasso del cono di scorie presente all'interno del cratere.

L'eruzione iniziò il 18 Marzo con un aumento dell'attività stromboliana e con piccole colate laviche sul versante orientale e verso Sud. Subito dopo un altro flusso lavico si riversò nell'Atrio del Cavallo e si fermò a 1,2 km da Cercola, dopo aver invaso e parzialmente distrutto gli abitati di Massa di Somma e di S. Sebastiano. Nel pomeriggio del 21 marzo iniziò la seconda fase dell'eruzione caratterizzata da fontane di lava che determinarono l'arresto dell'alimentazione lavica.

A partire da mezzogiorno del 22 marzo si verificò un sensibile cambiamento nello stile eruttivo: la nube eruttiva raggiunse un'altezza di 5 km, mentre lungo i fianchi del cono si innescarono valanghe di detriti caldi e piccoli flussi piroclastici.

Si verificò, inoltre, una intensa attività sismica fino al mattino del 23 in cui l'attività eruttiva si ridusse alla sola emissione di cenere. L'emissione di cenere chiara che ebbe luogo il 24 marzo preannunciò il termine dell'attività eruttiva, imbiancando il Gran Cono come dopo una nevicata. Le esplosioni gradualmente si ridussero fino a scomparire il giorno 29, quando l'attività si ridusse a nubi di polvere, da attribuire prevalentemente a frane dell'orlo craterico.

I paesi più danneggiati dai depositi piroclastici da caduta furono Terzigno, Pompei, Scafati, Angri, Nocera, Poggiomarino e Cava. Gli abitanti di S. Sebastiano, di Massa e di Cercola, circa 12.000 persone, furono costretti all'evacuazione. Napoli fu favorita dalla direzione dei venti che allontanarono dalla città la nuvola di cenere e lapilli. 

L'eruzione del 1944 è l'ultima eruzione del Vesuvio e segna la transizione del vulcano da stato di attività caratterizzato da condizioni di condotto aperto a condizioni di condotto ostruito, in cui ci troviamo attualmente.

I danni prodotti dall'eruzione furono:

26 persone morte nell'area interessata da ricaduta di ceneri a causa dei crolli dei tetti delle abitazioni;

2 centri abitati in parte distrutti dalle colate laviche;

3 anni di raccolti persi nelle aree interessate da ricaduta di ceneri.

L'agente dell'Intelligence Service britannico Norman Lewis, testimone dell'eruzione, nel suo libro "Naples '44" (1978), fornisce un'interessante descrizione dell'avanzata del fronte lavico nella città di San Sebastiano:

[...] la lava si stava inoltrando tranquillamente lungo la strada principale, e ad una cinquantina di metri dal margine di questo cumulo di scorie che lentamente avanzava, una folla di diverse centinaia di persone, in gran parte vestite di nero, pregava inginocchiata. [...] La lava si muoveva alla velocità di pochi metri all'ora, e aveva coperto metà della città con uno spessore di circa 10 metri. La cupola di una chiesa, emergendo intatta dall'edificio sommerso, veniva verso di noi sobbalzando sul suo letto di cenere. L'intero processo era stranamente tranquillo. La nera collina di scorie si scosse, tremò e vibrò un poco e blocchi cinerei rotolarono lungo i suoi pendii. Una casa, prima accuratamente circondata e poi sommersa, scomparve intatta dalla nostra vista. Un rumore da macina, debole e distante, indicò che la lava aveva cominciato a stritolarla. Vidi un grande edificio con diversi appartamenti, che ospitava quello che chiaramente era stato il miglior caffè della città, affrontare la spinta della lava in movimento. Riuscì a resistere per quindici o venti minuti, poi il tremito, gli spasmi della lava sembrarono passare alle sue strutture e anch'esso cominciò a tremare, finché le sue mura si gonfiarono e anch'esso crollò. 

Su tutte le statue che affrontavano la lava dominava in tutti i sensi, per dimensioni, per numero di persone che reggevano la piattaforma, quella dello stesso San Sebastiano.

La scrittrice Maria Orsini Natale nel suo libro "La bambina dietro la porta" ricorda il trenino per il Vesuvio: La funicolare del Vesuvio

Prima dell'eruzione del 1944 partiva da Pugliano, una stazione della Circumvesuviana, il trenino per il Vesuvio.

In un tratto di forte pendenza veniva preso a rimorchio da una motrice con ruota a cremagliera.

Passava poi per la fermata dell'Osservatorio e dell'Eremo e arrivava alla base del gran cono, alla stazione della funicolare per il cratere: quella mitica, quella di Funiculì funiculà, che fu sepolta dalle ceneri dell'eruzione.

I binari del trenino, sempre in quell'ultima catastrofe, furono invasi dalla lava e chi sa dove è andata perduta la fotografia che nella mia casa raccontò quella rovina.

Una rotaia divelta sporgeva dal mare di pietra come naufrago disperato.

lunedì 1 aprile 2024

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il primo aprile.
Il primo aprile 1748, grazie agli scavi archeologici finanziati dai Borbone, viene alla luce l'antica città di Pompei.
Pompei sorge su un altopiano di formazione vulcanica, sul versante meridionale del Vesuvio, a circa 30 metri sul livello del mare ed a breve distanza dalla foce del fiume Sarno, in una suggestiva posizione, decantata in epoca romana anche da Seneca. La mancanza di sorgenti o corsi d'acqua sull'altopiano impedì il suo popolamento nelle epoche più remote, anche se nel corso dell'VIII secolo a. C. nella vicina valle del Sarno si erano formati alcuni insediamenti, come testimoniano numerose tombe a fossa.
La popolazione che fondò Pompei era sicuramente osca, ma è dubbio se il nome stesso della città derivi dal greco o dall'osco.
La fortuna della città fu sin dall'inizio legata alla sua posizione sul mare, che la rendeva il porto dei centri dell'entroterra campano, in concorrenza con le città greche della costa. Naturalmente l'osca Pompei non poteva sottrarsi all'influenza greca, che si estendeva nel golfo di Napoli fino alla penisola sorrentina, includendo anche le isole di Capri e Ischia. L'egemonia greca sulla costa campana venne però ben presto minacciata dall'avanzare prepotente di una nuova, formidabile potenza: quella degli Etruschi, che conquistò anche Pompei; risale infatti a quel periodo il Tempio di Apollo e le Terme Stabiane.
Contemporaneamente, però, dovette cominciare una lenta ma inarrestabile discesa delle popolazioni sannitiche provenienti dalle zone montane che conquistarono nel corso del V secolo a.C. tutta la Campania, ad eccezione di Neapolis e la unificarono sotto il loro dominio.
Pompei dovette subire notevoli trasformazioni urbanistiche ed architettoniche, nel compiere le quali i Sanniti non riuscirono a prescindere dall'influenza greca. Finalmente, nel II secolo a.C. col dominio di Roma sul Mediterraneo che facilitò la circolazione delle merci, la città conobbe un periodo di grande crescita a livello economico, soprattutto attraverso la produzione e l'esportazione di vino e olio.
Questo stato di benessere si riflette in un notevolissimo sviluppo dell'edilizia pubblica e privata: furono realizzati in questo periodo il Tempio di Giove e la Basilica nell'area del Foro, mentre a livello privato una dimora signorile come la Casa del Fauno compete per grandezza e magnificenza. La situazione economica restò florida per molto tempo e furono creati nuovi importanti edifici pubblici, come l'Anfiteatro e l'Odeon.
L'età imperiale si apre con l'ingresso a Pompei di nuove famiglie filoaugustee della quale sono un chiaro esempio l'Edificio di Eumachia e il Tempio della Fortuna Augusta. Nel 62 d.C. un disastroso terremoto provocò gravissimi danni agli edifici della città; gli anni successivi furono impiegati nell'imponente opera di ristrutturazione, ancora in atto al momento della fatale eruzione del Vesuvio del 24 agosto del 79 d.C., quando Pompei fu seppellita completamente e definitivamente da una fitta pioggia di lapilli.
Pompei si estendeva su quasi 64 ettari e la sua popolazione era di circa 20.000 persone.
La planimetria della città dalla regolarità geometrica venne fondamentalmente derivata dall'architetto e urbanista greco Ippodamo di Mileto. Ma la planimetria di Pompei non si conforma alla rigida disposizione secondo angoli retti, e gli isolati non hanno dimensioni costanti che distinguevano, in genere, le opere di Ippodamo. Tuttavia, nonostante la carenza di esattezza, Pompei costituisce il primo esempio di pianificazione urbana sistematica in Italia. Architetti, progettisti e costruttori ebbero il loro momento più felice al tempo di Nerone, come conseguenza del terremoto del 62 d.C. Infatti, durante gli ultimi diciassette anni della vita della città essi furono chiamati, non solo ad ampliare la zona di Pompei, ma anche a ricostruire i numerosi edifici che il terremoto aveva distrutto o danneggiato. Tuttavia ciò prese molto tempo ed i costruttori non portarono a termine il loro lavoro; i grandiosi progetti per la ricostruzione degli edifici pubblici in molti casi non erano stati neanche avviati quando l'eruzione vesuviana del 79 d.C. ne provocarono la cancellazione totale.
Nei visitatori desta sempre sorpresa lo scoprire come fossero anguste la maggior parte delle strade dell'epoca. A Pompei esse erano larghe 2.4 o 3.6 o 4.5 metri, e la più ampia di tutte misurava poco più di sette metri. Su ambedue i lati delle strade principali v'erano zone soprelevate (marciapiedi) ma, poiché nel mezzo v'erano acque di scolo, si disponevano tra di esse grosse pietre per permettere ai pedoni di passare da un lato all'altro della strada. In molti incroci si incontrano delle fontane decorate con pietre scolpite sormontanti la vasca rettangolare di pietra. Le fontane, come pure numerosi edifici, erano alimentate da tubazioni di piombo disposte sotto i marciapiedi e che prendevano l'acqua da grosse cisterne, essa arrivava alle cisterne dalle colline dell'interno per mezzo un acquedotto che cominciava da Serino, nei pressi dell'odierna Avellino, a 26 chilometri nell'entroterra. Le mura di Pompei rappresentano uno dei più importanti sistemi di fortificazione di città italica preromana che siano giunti fino a noi. In esse si notano non meno di quattro fasi di costruzione. Nel corso del II secolo a.C. le difese vennero ulteriormente rinforzate e alla fine, verso il 100, furono aggiunte dodici torri.
Pompei aveva sette porte, cinque delle quali comunicavano con importanti strade esterne. Subito fuori le mura si estendevano grandi aree principalmente adibite a cimiteri, dal momento che le sepolture e le cremazioni erano proibite all'interno della città. I rapporti tra i vivi ed i morti erano molto intimi; alcune delle tombe più grandi erano dotate di sala da pranzo e perfino di cucina per i banchetti annuali previsti nel testamento di coloro che vi erano sepolti.

martedì 24 agosto 2021

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 24 agosto.
Secondo una testimonianza di Plinio il Giovane, che ne parla in una lettera indirizzata a Tacito, il 24 agosto del 79 d.C. iniziò l'eruzione del Vesuvio, che distrusse Pompei ed Ercolano.
Dopo secoli di completo riposo, durante i quali le pendici del vulcano si erano ricoperte di fitta vegetazione, il risveglio del Vesuvio è annuncianto fin dal 62 o 63 d.C. con un terremoto. L'episodio è noto perché avvenne proprio mentre l'imperatore Nerone era impegnato a cantare in un teatro di Napoli.
Secondo Seneca, le scosse si ripeterono per diversi giorni, fino a che si fecero meno intense, ma ancora in grado di causare danni. Le città maggiormente colpite furono Pompei e Ercolano e, in misura minore, Napoli e Nocera.
La terra deve essersi mossa di frequente anche nei 17 anni successivi, se Plinio il Giovane riferisce che immediatamente prima dell'eruzione per molti giorni si erano succeduti terremoti, ma non temevamo perché essi sono comuni in Campania.
Anche Dione Cassio (150-235 d.C.) riferisce che prima dell'eruzione vi erano stati terremoti e brontolii sotterranei e che i giganti erano stati visti vagare nella zona. Fin nelle mitologie più antiche, la visione dei giganti viene associata ai fenomeni naturali catastrofici.
I terremoti sono testimoniati anche dalle riparazioni provvisorie e dalle ristrutturazioni in corso in molti edifici privati e pubblici, compresi quelli intorno al Foro di Pompei e i luoghi di culto, segno evidente di danni subiti poco prima dell'eruzione.
I terremoti sono i segnali precursori più comuni del risveglio di un vulcano quiescente. Al Vesuvio la stessa cosa si era verificata prima dell'eruzione del 1631, anche questa avvenuta dopo un lungo periodo di inattività. Nel descrivere l'eruzione del 1631, l'abate Braccini (1632) dice che la zona intorno al vulcano: "tremava quasi nel continuo".
L'eruzione del Vesuvio del 79 d.C. inizia con la formazione di un'alta colonna, descritta da Plinio.
Plinio, da Miseno (21 km dal vulcano), può osservare la colonna eruttiva in tutto il suo sviluppo. La sua descrizione è tanto efficace che il termine pliniano viene utilizzato nella vulcanologia moderna per indicare una fase eruttiva durante la quale si forma una colonna verticale sopra il cratere, composta da una miscela di cenere, pomici e gas.
Nel 79 d.C., dalla colonna pliniana caddero pomici in direzione di Pompei, dove si accumularono formando uno strato alto circa 4 metri. Nello stesso tempo, su Ercolano pioveva solo una sottile cenere e la città fu risparmiata per molte ore dal disastro. Sapendo quel che sarebbe successo, gli ercolanesi avrebbero potuto salvarsi.
Dalla stima del volume totale delle pomici e dei valori di flusso tipici di fasi eruttive pliniane di eruzioni recenti, la colonna dovrebbe essere rimasta alta nel cielo tra 10 e 20 ore.
L'ipotesi possibile è che il magma in profondità fosse diviso in due strati, di cui quello più siliceo e più leggero era migrato verso il tetto della camera magmatica ed era stato espulso in superficie per primo.
La porzione di magma da cui derivano le pomici grigie si trovava probabilmente in una zona più profonda, dove era affondato sotto quello siliceo, contenendo una maggiore quantità di specie mineralogiche pesanti. Tra le pomici grigie si trovano numerosi frammenti di rocce che segnalano la demolizione di parti del vulcano stesso.
Dopo il passaggio da pomici bianche a pomici grigie, la colonna superò i 30 Km di altezza, provocando una più ampia dispersione delle pomici grigie. La stima del volume di magma emesso in questa fase è di circa 2,6 Km3.
L'eruzione può essere stata innescata da un progressivo aumento di pressione all'interno della camera magmatica. Una delle circostanze in cui questo avviene è quando il magma ha in soluzione la quantità massima possibile di gas (magma saturo) e interviene una variazione nei diversi parametri che controllano l'equilibrio del sistema (temperatura, cristallizzazione, ecc.). Parte del magma può diventare così soprassatura e non essere in grado di trattenere in soluzione il gas in eccesso che si separa e forma delle bolle (processo di essoluzione).
Il processo di essoluzione del gas causa un aumento di pressione nella camera magmatica che innesca la risalita del magma
Una volta iniziata l'eruzione, l'apertura del condotto e lo svuotamento di parte del serbatoio di magma crea una rapida diminuzione di pressione nella camera magmatica. Una minore pressione è la condizione per avere altro magma soprassaturo, dal quale può continuare a separarsi la fase gassosa.
Se cresce la quantità di gas essolto, riprende a crescere anche la pressione all'interno della camera magmatica e il gas risale nel condotto vulcanico trascinando il magma. Le bolle gassose cominciano a esplodere, frammentando il magma, mentre si muovono verso l'alto, al progressivo decrescere della distanza con la superficie e, pertanto, della pressione esterna.
A un incremento di pressione nella camera magmatica corrisponde la maggiore altezza raggiunta dalla colonna eruttiva cui corrisponde, alla stessa distanza dal cratere, la caduta di frammenti di magma ormai solido (pomici) più grandi. L'allargamento del condotto e la frantumazione di rocce in profondità è indicata dall'abbondanza crescente di litici che si trovano insieme alle pomici.
La forte pressione all'interno della camera magmatica preme sulle rocce circostanti e le frattura, dando luogo al tremore che accompagna la fase pliniana. Queste scosse hanno un'origine più profonda di quelle avvertite all'inizio dell'eruzione e la terra trema anche oltre le pendici del vulcano, come testimonia Plinio da Miseno.
Dopo la fase a colonna pulsante, l'eruzione cambia completamente. Il materiale vulcanico non si alza più sopra il cratere, nemmeno a intervalli come nella fase precedente, ma scivola veloce dalla cima del Vesuvio con una successione di flussi densi di cenere e pomici, che travolgono come violenti e torridi fiumi tutto quello che incontrano.
Il cambiamento di stile eruttivo viene ricollegato al continuo variare delle condizioni di equilibrio tra pressione interna al serbatoio magmatico e pressione esterna.
La pressione interna, che era bruscamente diminuita al momento dell'apertura del condotto, veniva poi rapidamente incrementata dall'essoluzione di gas, causando il crescendo di violenza della fase pliniana.
Quanto più magma era espulso dalla camera magmatica, tanto più vi erano le condizioni per la formazione di altre bolle di gas nel magma residuo. Il movimento verso la superficie di grandi quantità di bolle prossime all'esplosione, trascinava una crescente quantità di magma, fino a che al cratere si formarono i flussi piroclastici che rappresentano il momento di maggiore distruzione.
Come in una bottiglia di bibita gassata aperta improvvisamente, dopo un certo tempo, dal liquido si libera sempre meno gas. Così, quando il magma non è più in grado di essolvere gas in quantità sufficiente a controbilanciare la pressione delle rocce che formano le pareti del serbatoio, queste, già in parte fratturate nel corso della fase pliniana, cominciano a cedere, trascinando anche le falde acquifere. Il contatto tra rocce, acqua e magma innesca le ultime, violente esplosioni.
I prodotti delle esplosioni finali, quelle innescate dall'apporto di acqua di falda o di rocce umide, sono prevalentemente cenere contenenti aggregati sferici (pisoliti vulcaniche) che si formano in presenza di vapore acqueo.
Le eruzioni esplosive sono eventi devastanti. Le ceneri delle colonne pliniane si disperdono su aree molto vaste e compromettono anche per anni pascoli e raccolti, con conseguenti carestie e catastrofi tra gli animali.
I flussi piroclastici e i surge, al contrario, non lasciano praticamente scampo anche a notevoli distanze, sia per la loro velocità di propagazione che per la temperatura.
Anche le persone non direttamente investite dal flusso possono subire gravi danni o morire per soffocamento o ustioni.
L'eruzione del 79 d.C. ha cancellato nel giro di poco più di un giorno intere città, consegnandoci, sotto una coltre di pomici e ceneri, pezzi intatti di vita quotidiana dell'epoca romana. Purtroppo, gli scavi, che durano ormai da oltre due secoli, raramente conservano, come meriterebbero, i prodotti vulcanici con i segni dell'improvvisa catastrofe.
Solo negli ultimi tempi gli archeologi hanno rivolto maggiore attenzione all'aspetto vulcanologico, consentendo di sfruttare i dati degli scavi in corso per studi sul rischio vulcanico.
D'altra parte, in nessun altro luogo al mondo esiste una testimonianza così ampia e completa dell'impatto di un'eruzione esplosiva su un'area densamente abitata.
Si è notato, ad esempio, che contrariamente alle aspettative, dei 1044 corpi recuperati a Pompei, il 38% era perito nel corso della caduta di pomici e, di questi, l'80% è stato rinvenuto in luoghi chiusi, per lo più cantine. Da una stima fatta sulle eruzioni esplosive avvenute negli ultimi 400 anni, solo il 4% delle vittime risulta colpito a morte dalla caduta di pomici.
Il soffitto a volta delle terme urbane di Ercolano ha retto alle ondate dei flussi piroclastici. I prodotti vulcanici avevano comunque invaso gli ambienti, che quindi non sarebbero stati un rifugio sicuro, deformando con il loro peso il pavimento
Se i luoghi chiusi e sotterranei sembrano essere un riparo talvolta sufficiente per salvarsi dai flussi piroclastici, evidentemente non lo sono per la caduta di pomici, in teoria meno pericolose.
I cadaveri trovati a Pompei all'aperto giacciono sopra lo strato di pomici e le ceneri del primo surge, coperti dai prodotti dei flussi piroclastici successivi.
E' probabile che tentassero di salvarsi dopo essere rimasti al coperto durante la caduta di pomici, oppure che, allontanatesi, siano tornate sui loro passi per cercare di recuperare qualche cosa dalle abitazioni e siano state sorprese dall'arrivo dei flussi.
Questo potrebbe significare che, tra la fase pliniana e quella dei flussi, l'eruzione abbia avuto una tregua che ha tratto in inganno e causato la morte di molte persone.
Le vittime rinvenute in ambienti chiusi, come cantine o stanze dove il tetto reggeva al peso delle pomici, anche se non raggiunte direttamente dai flussi sono morte soffocate dall'aria resa irrespirabile dal calore, dalla cenere che aderiva alla trachea e intasava i polmoni e dal gas residuo tra i prodotti vulcanici.
A Ercolano, dove non sono cadute pomici, quasi tutte le vittime, oltre duecento, sono state trovate nei portici antistanti la spiaggia, sepolte dai prodotti dei flussi. Per loro la morte deve essere sopraggiunta mentre tentavano di fuggire via mare, causata soprattutto dall'alta temperatura.
Dopo l'eruzione, Marziale (40-104 d.C.) descrive il Vesuvio "poc'anzi verdeggiante di vigneti ombrosi (...) Ora tutto giace sommerso in fiamme e in tristo lapillo"
Le morti e i danni materiali causati dal Vesuvio furono tanto gravi che l'Imperatore Tito incaricò due ex-consoli (Curatores Restituendae Campaniae) di sovrintendere ai lavori di ricostruzione e di risolvere le questioni legali sorte per la scomparsa di così tante persone.
L'economia della regione ne uscì compromessa e la produzione di vino subì una drastica riduzione. Pompei era famosa anche per una salsa di pesce detta "garum" che esportava in grande quantità.
Il ritrovamento di numerose anfore di tipo gallico, con la completa scomparsa di quelle provenienti dalla Campania, testimonia che a Roma, dopo l'eruzione, si importava vino e altri prodotti dalla Gallia.
Le pomici della fase pliniana caddero verso Sud-Est e i flussi scesero verso a Sud e Ovest, ma anche le altre zone intorno al vulcano, pur essendo state risparmiate dai danni più gravi, subirono serie conseguenze economiche.
Pochi centimetri di ceneri o di pomici possono compromettere il raccolto per anni ed è possibile che le colture dell'intera Campania siano state distrutte con conseguenti carestie, perdita di bestiame per mancanza di foraggio e malattie.
Marco Aurelio (121-180 d.C.) e Dione Cassio (150-235 d.C.) parlano dei gravi danni riportati a Pompei e a Ercolano e riferiscono anche che le ceneri dell'eruzione raggiunsero l'Africa, la Siria e l'Egitto, dove causarono pestilenze.
Non vi sono molte notizie sulle conseguenze dell'eruzione a Napoli o nelle zone non direttamente investite dai prodotti dell'eruzione. Nelle sue lettere, Plinio il Giovane riferisce solo della morte dello zio, avvenuta sulla spiaggia di Stabia, e del terrore seminato dall'evento fino a Miseno.
Papinio Stazio (40- 96 d.C.) nella sua opera "Silvae" parla di danni a Napoli e dovrebbe trattarsi di una testimonianza diretta, dal momento che il poeta visse nella città e probabilmente vi si trovava durante l'eruzione (ritirò un premio di poesia nella città nel 78 o nell'80).
Allontanatosi dopo l'eruzione, Stazio torna a Napoli nel 92 e scrive alla moglie Claudia cercando di convincerla a tornare a vivere in Campania. Napoli gli appare come una città viva e brulicante di gente. Promette alla moglie di farle visitare i templi e il porto di Pozzuoli con le sue belle spiagge. Vuole che torni nei luoghi dove " l'inverno è mite e l'estate fresca, dove il mare lambisce la terra con pigre onde".
Il ricordo dell'eruzione sembra rapidamente svanito, probabilmente perché a Napoli e nei Campi Flegrei i danni agli edifici non furono rilevanti e non vi erano state perdite di vite umane.
Al contrario, le condizioni di altre zone danneggiate e più vicine al vulcano dovevano essere molto diverse. Stabia fu la prima a riprendersi lentamente e a costruire un'importante via di comunicazione con Nocera nel 121.
La zona di Portici e Torre del Greco fu rioccupata tra il II e IV-V secolo d.C. e quella di Pompei e Ercolano solo tra il III e V secolo.
La memoria delle città sepolte perdurò per secoli ma, dopo la caduta dell'impero romano, se ne persero praticamente le tracce. Eppure, in ogni opera di scavo e nella coltivazione dei campi, immancabilmente emergevano vestige di una città che veniva chiamata "La Civita".
Gli scavi sistematici iniziarono a Ercolano nel 1738, e dieci anni dopo a Pompei, per volere di Carlo III di Borbone, re delle Due Sicilie. A tutt'oggi, i siti continuano a riservare sorprese che aggiungono alla documentazione archeologica i particolari di una cronaca dettagliata non solo della sciagura, ma anche dell'eruzione che la provocò. La lunga e spesso tormentata vicenda degli scavi rappresenta da sola un capitolo di storia nella storia.


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