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martedì 11 agosto 2026

#AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è l'11 agosto.
L'11 agosto 480 a.C. re Serse I di Persia vinceva contro la lega greca guidata da Sparta la battaglia delle Termopili, vendicando così la disfatta di suo padre Dario nella battaglia di Maratona.
Dopo un viaggio lunghissimo, Serse re dei re di Persia, nel 480 a. C. si trovava ad un passo dal proprio obiettivo: sottomettere i turbolenti e rissosi greci.
La sua diplomazia e le sue spie avevano seminato con successo la discordia tra i nemici e oggi c'erano più greci nel suo esercito che contro di lui: i pochi che resistevano si erano segnalati per l'irritualità con la quale avevano risposto alla sua offerta di cedergli la terra e l'acqua, la formula con la quale egli chiedeva la sottomissione. Gli ateniesi avevano scaraventato i suoi emissari in una fossa e gli spartani in un pozzo, e avevano aggiunto, per colmo di misura, che se volevano la terra e l'acqua le scavassero fuori da lì.
La campagna si sarebbe comunque presto conclusa con l'invasione tanto dell'Attica e quanto del Peloponneso, le ultime aree di resistenza: un'armata mai vista prima in Grecia sarebbe avanzata inarrestabile, seppure a fatica vista la sua mole, lungo le frastagliate coste della Grecia, seguita a distanza da una flotta dalla quale dipendeva il suo sostentamento.
L'unico problema per i Persiani era riuscire a muoversi perché un esercito tanto grande avrebbe dovuto marciare su più strade per essere meno lento. Ma da un lato la Grecia non ne forniva molte e dall'altro la presenza del re dei re rendeva in qualche misura anche "coreografica" (avrebbero detto i greci) la colonna persiana che si estendeva per decine di chilometri.
Così, quando Serse giunse ad un passaggio obbligato del percorso costiero, chiamato le Termopili per via delle fonti calde che vi sgorgavano, luogo scelto dai suoi avversari per sbarrargli la strada, decise di offrire loro l'occasione di andarsene indisturbati: 5 giorni di tempo, quanto a lui serviva affinché la lunga colonna del suo esercito si radunasse.
Le Termopili oggi ricordano appena quello che erano 25 secoli fa. La terra ha preso il posto del mare ed è quindi difficile rendersi conto di quanto fosse stretto allora il passaggio: non più di 15 metri.
In una simile condizione, i persiani non avrebbero potuto impiegare altro piano di battaglia che l'attacco frontale, ammesso che si possa definire tale: sarebbe stato come fare una battaglia in un corridoio.
DI fronte a loro un esercito sicuramente risibile ma comunque nelle migiiori condizioni possibili per resistere a lungo.
Erodoto enumera con una certa precisione le forze greche presenti al comando del re spartano Leonida: 300 Lacedemoni (l'Hippeis spartana, ovvero la cavalleria, in effetti la guardia di fanteria montata del re), 500 di Tegeia e altri 500 di Mantineia, 120 dall'Orcomeno, 1.000 dall'Arcadia, 400 da Corinto, 200 da Pilos e 80 da Micene. Quindi 700 da Tespi, 400 da Tebe, 1.000 dalla Focide ai quali si deve aggiungere un numero sconosciuto ma consistente dalla Locride. QuIndi oltre 5.200, forse 6.200, secondo Erodoto.
Le cifre di Diodoro Siculo riducono i greci a 4.000, mentre Pausania arriva ad 11.000.
Dovendo aggiungere alle cifre di Erodoto anche gli Iloti al servizio dei Lacedemoni e un po' di truppe ausiliarie non si dovrebbe andare molto lontano dai 7,500 uomini.
Quanti fossero i Persiani non si sa. Per Erodoto tra esercito e truppe di supporto in Grecia entrarono oltre 4 milioni di nemici: un numero che l'avrebbe fatta sprofondare solo per il loro peso.
Erodoto cita però 29 comandanti di Baivabaram, un'unità dell'esercito persiano composta da 10.000 uomini, e quindi in linea teorica i persiani non dovevano essere più di 290.000, probabilmente molti di meno, considerando la fatica compiuta per arrivare fino alle Termopili.
Nonostante la sproporzione dei numeri, i greci non accettarono la proposta di Serse e lasciarono trascorrere i 5 giorni di tregua. Alcuni se ne sarebbero andati volentieri ma non re Leonida e gli Spartani: e il loro esempio valse a trattenere i più titubanti.
Giunto il quinto giorno Serse fece un ultimo tentativo di accordo: offrì a Leonida di nominarlo re di tutta la Grecia, con l'unica condizione di essere subordinato allo stesso re dei re.
Ricevuto il rifiuto di Leonida, Serse allora gli ingiunse di cedere le armi, ma lo Spartano rispose semplicemente "vieni a prenderle".
I Persiani si infilavano nell'imbuto costituito da quella lingua di sabbia tra mare e dirupo: in una colonna lunga quasi un chilometro, 10 mila alla volta, settecento tonnellate di carne umana si gettavano contro uno sbarramento irto di punte di lancia: già dopo poche ore davanti ai Greci dovevano esserci centinaia e centinaia di cadaveri.
La schiera degli opliti greci sembrava inattaccabile: la loro compattezza e le loro armature li difendevano dagli attacchi persiani che si succedevano uno dietro l'altro, e nelle pause i Greci si alternavano al combattimento.
I Persiani avrebbero potuto bersagliare i Greci con giavellotti e frecce, ma l'attacco corpo a corpo sembrò non solo la soluzione più rapida, ma anche l'unica praticabile.
Contro gli arcieri, infatti, i Greci avrebbero potuto chiudere la distanza con una carica e la folla di nemici si sarebbe trasformata in un caotico ingorgo di uomini ancora peggiore.
Per due giorni, Serse insistette negli attacchi, provando anche ad inviare gli Immortali, la sua guardia personale. Ma l'unico risultato visibile era l'innalzarsi della montagna di morti davanti alla posizione dei Greci.
In realtà le fila dei Greci si stavano assottigliando, la loro resistenza fisica doveva essere allo stremo perché non erano abituati a combattimenti così prolungati. Il caldo e il sudore dovevano rendere impossibile l'uso delle armature e degli elmi e persino reggere il pesante scudo oplitico doveva essere una tortura.
Alla fine del secondo giorno, un Greco di nome Efialte spiegò a Serse che il valico delle Termopili poteva essere aggirato percorrendo un sentiero sulle colline. Era un colpo di fortuna inatteso ed era l'unico modo per scardinare la posizione.
Il re dei re non perse tempo e inviò immediatamente truppe sufficienti a prendere i Greci in una tenaglia.
Sulla strada incontrarono un contingente di Focesi che Leonida aveva appositamente collocato a cavallo di un passo proprio per impedire simili eventualità.
La sorpresa fu reciproca: ma i Persiani reagirono per primi inondando di frecce i Focesi che non seppero fare di meglio che ritirarsi su un colle per apprestarsi a resistere.
Ma i Persiani non avevano tempo da perdere e un nemico più importante che li attendeva, e proseguirono per loro strada.
Avvisato dell'imminente apertura di un secondo fronte alle sue spalle Leonida permise a chi voleva di lasciare in tempo la posizione per mettersi in salvo.
Lui con gli Spartani e i loro Iloti, i Tespiesi e i Tebani, sarebbe rimasto a trattenere i Persiani.
Che i Persiani fossero tutt'altro che sprovveduti si può capire dall'abilità con cui gestirono questo doppio attacco: in entrambe le direttrici avevano un'enorme superiorità numerica ma, visto i precedenti, le cose sarebbero potute comunque andare storte.
Invece i due attacchi furono ben coordinati e i Greci furono costretti a trovare rifugio per un'ultima disperata resistenza su un poggio alle spalle del muro.
Leonida era già morto, il suo cadavere conteso cambiò di mano 4 volte e quando alla fine rimase nelle mani di Serse questi lo oltraggiò decapitandolo e facendone crocifiggere il corpo.
Per impadronirsene aveva dovuto vincere l'ultima resistenza dei Greci e sterminarli lì dove si erano arroccati: circondatili li fece sommergere di frecce per evitare di subire altre perdite.
La battaglia era finita, ma non la guerra di Serse che però non si sarebbe risolta con una battaglia di terra, ma con lo scontro navale a Salamina.


martedì 16 settembre 2025

#AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi


 Buongiorno, oggi è il 16 settembre.

Il 16 settembre 1941 Mohammad Reza Phalavi diventa lo Scià di Persia dopo l'abdicazione del padre.

In Iran, prima della rivoluzione khomeinista, regnava lo scià di Persia tra feste di lusso, tirannia e diplomazia. Un ritratto in bianco e nero, a luci e ombre, quello che emerge dalla storia dello scià di Persia, Mohammad Reza Pahlavi. 

Un passato che sa di leggenda, che invece è reale, ben radicato nella storia contemporanea. Nell’immaginario collettivo è sinonimo di ricchezza e di opulenza all’estero, ma di dispotismo e assolutismo in patria, in Iran.

Iran e Persia erano, agli occhi degli occidentali della scorsa generazione, sinonimo di lusso, opulenza, sfarzo, mondanità. Merito della bella vita dello scià di Persia Mohammad Reza Pahlavi, con i suoi viaggi, le sue feste, le sue bellissime tre mogli. Nel 1939 sposa Fawzia, sorella di Faruq I d’Egitto, da cui divorziò dieci anni dopo e dalla quale ha una figlia. Soraya, sposata il 12 febbraio 1951 a Teheran a soli 19 anni, grande e tormentato amore, con l’abito della sposa disegnato da Dior cosparso di oltre 6.000 diamanti… e infine ripudiata, perché sterile. E poi Farah Diba, sposata il 20 dicembre 1959.

È ricca di contrasti, di luci e ombre, la sua storia politica e personale, tra le due date fondamentali: il 16 settembre 1941 quando a ventidue anni viene incoronato scià – re, imperatore (con una manovra di Stalin e Churchill, preoccupati della deriva delle relazioni della nazione con la Germania nazista) – e il 16 gennaio 1979 quando lascia per sempre l’Iran. Ripara in America, per morire un anno e mezzo dopo in Egitto, al Cairo.

Nel mentre, la Guerra fredda tra Urss e Stati Uniti, i contatti diplomatici su ambo i fronti, gli accordi sotterranei, le feste, le contestazioni e la rivoluzione islamica. La parabola di un soldato, autoproclamatosi re della Persia, come allora si chiamava l’Iran, e diventato un tiranno. Ma capace di imprimere riforme necessarie al Paese. Ha incontrato tutti, la regina Elisabetta, Truman, Eisenhower, Chirac, Giscard d’Estaing, Leone, Brezhnev, Kennedy, Carter, Nixon, Kissinger, Indira Gandhi, il re di Spagna, Walt Disney.

Durante il suo regno, l’Iran festeggia i 2.500 anni di continua monarchia dalla fondazione dell’impero persiano di Ciro II di Persia (590 a.C. – 529 a.C). Con la sua Rivoluzione bianca – una serie di riforme sociali ed economiche volte a trasformare l’Iran in una superpotenza mondiale – dà un impulso di modernità alla nazione, nazionalizzando le risorse naturali ed estendendo il suffragio alle donne. Ma il contrasto tra la povertà del popolo e l’ostentazione delle sue ricchezze è sempre stridente. Pur essendo musulmano, poi, comincia gradualmente a perdere l’appoggio del clero sciita, particolarmente per la sua spinta verso la modernità e la mondanità, la laicizzazione dello Stato, il conflitto con la classe dei mercanti Bazaari e per il fatto di aver riconosciuto Israele. Gli attriti con gli estremisti islamici, l’aumento dell’attività dei comunisti e, nel 1953, lo scontro col primo ministro Mohammad Mossadeq sulle concessioni petrolifere inglesi – sfociato nell’estromissione di Mossadeq– causano un’involuzione autocratica nel suo stile di governo. Il partito comunista Toodeh viene bandito, i dissidenti politici minacciati o addirittura eliminati dal famigerato servizio segreto Savak. Amnesty International riporta che in Iran c’erano almeno 2.200 prigionieri politici nel 1978. La tensione si trasforma in una rivoluzione che obbliga lo scià a lasciare l’Iran. Poco dopo, le forze rivoluzionarie trasformano il governo in una repubblica islamica.

Lo scià morì di tumore nel 1980 al Cairo: si era trasferito in Egitto visto che la sua presenza negli Usa, dove era fuggito nel gennaio 1979, venne presa come pretesto per l’assalto di novembre all’ambasciata americana in Iran e il sequestro del personale diplomatico.

Per molti occidentali è dunque stato il sovrano illuminato di un regno da mille e una notte. In patria era odiato per i metodi assolutistici, la persecuzione delle opposizioni, l’alleanza con Stati Uniti e Gran Bretagna, lo sfarzo della gigantesca corte. Anche per tutto questo sarà deposto dalla rivoluzione islamica guidata dall’ayatollah Khomeini.

Nel 1958 lo scià, pur di non ripudiare Soraya, l’amore della sua vita, designa come suo erede il fratello Alì, che però muore poco dopo in un incidente aereo. Non avendo altra via d’uscita, il 6 aprile 1958 viene dato l’annuncio ufficiale del ripudio. Il sovrano appare affranto e il dolore che Soraya prova per la separazione dall’uomo che ama profondamente, resterà visibile nel suo sguardo fino alla sua morte e sarà ricordata come “la principessa dagli occhi tristi”. Leila Pahlavi, la più piccola tra i cinque figli dello scià, venne trovata morta l’11 giugno 2001 a Londra, dopo una lunga depressione. Il secondogenito Ali Reza Pahlavi, 44 anni, è morto suicida nel 2011. Oggi c’è Reza Ciro Pahlavi, il primogenito dello scià, che da anni rivendica il suo diritto al trono, uno degli ultimi discendenti diretti della dinastia assieme alla sorella Farahnaz e alla sorellastra Shahnaz (nata dal primo matrimonio dello scià con Fawzia d’Egitto, sorella del re Faruk).

Non sono trascorsi secoli, eppure quasi nessuno ricorda più questo Iran.


lunedì 19 agosto 2024

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 19 agosto.
Il 19 agosto 480 a.C. si combatte la battaglia delle Termopili.
Dopo un viaggio lunghissimo, Serse re dei re di Persia, si trovava ad un passo dal proprio obiettivo: sottomettere i turbolenti e rissosi greci.
La sua diplomazia e le sue spie avevano seminato con successo la discordia tra i nemici e oggi c'erano più greci nel suo esercito che contro di lui: i pochi che resistevano si erano segnalati per l'irritualità con la quale avevano risposto alla sua offerta di cedergli la terra e l'acqua, la formula con la quale egli chiedeva la sottomissione. Gli ateniesi avevano scaraventato i suoi emissari in una fossa e gli spartani in un pozzo, e avevano aggiunto, per colmo di misura, che se volevano la terra e l'acqua le scavassero fuori da lì.
La campagna si sarebbe comunque presto conclusa con l'invasione tanto dell'Attica e quanto del Peloponneso, le ultime aree di resistenza: un'armata mai vista prima in Grecia sarebbe avanzata inarrestabile, seppure a fatica vista la sua mole, lungo le frastagliate coste della Grecia, seguita a distanza da una flotta dalla quale dipendeva il suo sostentamento.
L'unico problema per i Persiani era riuscire a muoversi perché un esercito tanto grande avrebbe dovuto marciare su più strade per essere meno lento. Ma da un lato la Grecia non ne forniva molte e dall'altro la presenza del re dei re rendeva in qualche misura anche "coreografica" (avrebbero detto i greci) la colonna persiana che si estendeva per decine di chilometri.
Così, quando Serse giunse ad un passaggio obbligato del percorso costiero, chiamato le Termopili per via delle fonti calde che vi sgorgavano, luogo scelto dai suoi avversari per sbarrargli la strada, decise di offrire loro l'occasione di andarsene indisturbati: 5 giorni di tempo, quanto a lui serviva affinché la lunga colonna del suo esercito si radunasse.
Le Termopili oggi ricordano appena quello che erano 25 secoli fa. La terra ha preso il posto del mare ed è quindi difficile rendersi conto di quanto fosse stretto allora il passaggio: non più di 15 metri.
In una simile condizione, i persiani non avrebbero potuto impiegare altro piano di battaglia che l'attacco frontale, ammesso che si possa definire tale: sarebbe stato come fare una battaglia in un corridoio.
DI fronte a loro un esercito sicuramente risibile ma comunque nelle migliori condizioni possibili per resistere a lungo.
Erodoto enumera con una certa precisione le forze greche presenti al comando del re spartano Leonida: 300 Lacedemoni (l'Hippeis spartana, ovvero la cavalleria, in effetti la guardia di fanteria montata del re), 500 di Tegeia e altri 500 di Mantineia, 120 dall'Orcomeno, 1.000 dall'Arcadia, 400 da Corinto, 200 da Pilos e 80 da Micene. Quindi 700 da Tespi, 400 da Tebe, 1.000 dalla Focide ai quali si deve aggiungere un numero sconosciuto ma consistente dalla Locride. Quindi oltre 5.200, forse 6.200, secondo Erodoto.
Le cifre di Diodoro Siculo riducono i greci a 4.000, mentre Pausania arriva ad 11.000.
Dovendo aggiungere alle cifre di Erodoto anche gli Iloti al servizio dei Lacedemoni e un po' di truppe ausiliarie non si dovrebbe andare molto lontano dai 7,500 uomini.
Quanti fossero i Persiani non si sa. Per Erodoto tra esercito e truppe di supporto in Grecia entrarono oltre 4 milioni di nemici: un numero che l'avrebbe fatta sprofondare solo per il loro peso.
Erodoto cita però 29 comandanti di Baivabaram, un'unità dell'esercito persiano composta da 10.000 uomini, e quindi in linea teorica i persiani non dovevano essere più di 290.000, probabilmente molti di meno, considerando la fatica compiuta per arrivare fino alle Termopili.
Nonostante la sproporzione dei numeri, i greci non accettarono la proposta di Serse e lasciarono trascorrere i 5 giorni di tregua. Alcuni se ne sarebbero andati volentieri ma non re Leonida e gli Spartani: e il loro esempio valse a trattenere i più titubanti.
Giunto il quinto giorno Serse fece un ultimo tentativo di accordo: offrì a Leonida di nominarlo re di tutta la Grecia, con l'unica condizione di essere subordinato allo stesso re dei re.
Ricevuto il rifiuto di Leonida, Serse allora gli ingiunse di cedere le armi, ma lo Spartano rispose semplicemente "vieni a prenderle".
I Persiani si infilavano nell'imbuto costituito da quella lingua di sabbia tra mare e dirupo: in una colonna lunga quasi un chilometro, 10 mila alla volta, settecento tonnellate di carne umana si gettavano contro uno sbarramento irto di punte di lancia: già dopo poche ore davanti ai Greci dovevano esserci centinaia e centinaia di cadaveri.
La schiera degli opliti greci sembrava inattaccabile: la loro compattezza e le loro armature li difendevano dagli attacchi persiani che si succedevano uno dietro l'altro, e nelle pause i Greci si alternavano al combattimento.
I Persiani avrebbero potuto bersagliare i Greci con giavellotti e frecce, ma l'attacco corpo a corpo sembrò non solo la soluzione più rapida, ma anche l'unica praticabile.
Contro gli arcieri, infatti, i Greci avrebbero potuto chiudere la distanza con una carica e la folla di nemici si sarebbe trasformata in un caotico ingorgo di uomini ancora peggiore.
Per due giorni, Serse insistette negli attacchi, provando anche ad inviare gli Immortali, la sua guardia personale. Ma l'unico risultato visibile era l'innalzarsi della montagna di morti davanti alla posizione dei Greci.
In realtà le fila dei Greci si stavano assottigliando, la loro resistenza fisica doveva essere allo stremo perché non erano abituati a combattimenti così prolungati. Il caldo e il sudore dovevano rendere impossibile l'uso delle armature e degli elmi e persino reggere il pesante scudo oplitico doveva essere una tortura.
Alla fine del secondo giorno, un Greco di nome Efialte spiegò a Serse che il valico delle Termopili poteva essere aggirato percorrendo un sentiero sulle colline. Era un colpo di fortuna inatteso ed era l'unico modo per scardinare la posizione.
Il re dei re non perse tempo e inviò immediatamente truppe sufficienti a prendere i Greci in una tenaglia.
Sulla strada incontrarono un contingente di Focesi che Leonida aveva appositamente collocato a cavallo di un passo proprio per impedire simili eventualità.
La sorpresa fu reciproca: ma i Persiani reagirono per primi inondando di frecce i Focesi che non seppero fare di meglio che ritirarsi su un colle per apprestarsi a resistere.
Ma i Persiani non avevano tempo da perdere e un nemico più importante che li attendeva, e proseguirono per loro strada.
Avvisato dell'imminente apertura di un secondo fronte alle sue spalle Leonida permise a chi voleva di lasciare in tempo la posizione per mettersi in salvo.
Lui con gli Spartani e i loro Iloti, i Tespiesi e i Tebani, sarebbe rimasto a trattenere i Persiani.
Ingiustamente i Tebani sono passati alla storia per essere stati trattenuti come ostaggi: non è  realistico che Leonida tenesse presso di sé tanti possibili disertori, ma è più probabile che fossero fuoriusciti Tebani, oppositori del partito della madrepatria che invece era schierato ormai apertamente per Serse.
Che i Persiani fossero tutt'altro che sprovveduti si può capire dall'abilità con cui gestirono questo doppio attacco: in entrambe le direttrici avevano un'enorme superiorità numerica ma, visto i precedenti, le cose sarebbero potute comunque andare storte.
Invece i due attacchi furono ben coordinati e i Greci furono costretti a trovare rifugio per un'ultima disperata resistenza su un poggio alle spalle del muro.
Leonida era già morto, il suo cadavere conteso cambiò di mano 4 volte e quando alla fine rimase nelle mani di Serse questi lo oltraggiò decapitandolo e facendone crocifiggere il corpo.
Per impadronirsene aveva dovuto vincere l'ultima resistenza dei Greci e sterminarli lì dove si erano arroccati: circondati li fece sommergere di frecce per evitare di subire altre perdite.
La battaglia era finita, ma non la guerra di Serse che però non si sarebbe risolta con una battaglia di terra, ma con lo scontro navale a Salamina.
Qual è il significato militare della battaglia delle Termopili? Alto, perché aveva confermato nei greci il risultato della battaglia di Maratona, ovvero li aveva convinti della propria superiorità morale e materiale sui Persiani, a condizione di individuare la chiave tattica migliore per esplicarla.
Il risultato politico fu forse ancora maggiore, perché dopo le Termopili i margini di trattativa tra i Greci e i Persiani si erano annullati: la coalizione greca non poteva più contemplare la resa ma era ormai costretta a resistere, perché la pazienza e la benevolenza del re dei re si era ormai esaurita.
I Greci erano costretti ad essere compatti e seppero trarne vantaggio.

sabato 12 febbraio 2022

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 12 febbraio.
Il 12 febbraio 1951 a Teheran ha luogo il sontuoso matrimonio tra Soraya e Reza Phalavi, lo scià di Persia.
La vita di una ragazza normale viene stravolta all'improvviso dalla notizia che lo Scià di Persia ha visto la sua foto e vuole conoscerla. Inizia così, nel 1950, una delle storie d'amore più celebri del Novecento; la storia di un uomo e una donna innamorati costretti dalla ragion di stato e dal potere a rinunciare al loro amore.
Soraya, è il nome arabo di una costellazione, nasce ad Isfahan, figlia del capo della nobile tribù degli Esfandiari Bakhtiari che per 17 generazioni avevano dominato sui territori più ricchi di petrolio della Persia.
È stato il padre di colui che sposerà ad espropriarlo delle sue terre, costringendolo a riparare in Germania, dove aveva accumulato una fortuna.
La madre è la tedesca Eva.
Soraya studia in Svizzera, in collegi scelti, si dice sogni di diventare attrice.
Ha diciotto anni quando la sua vita subisce una svolta: lo Scià ripudia la prima moglie Fawzia, sorella di Faruk re d'Egitto, perché gli ha dato solo una figlia femmina e non l'erede maschio, e il primo ministro persiano, Mossadeq, gli mostra un album di fotografie delle possibili, nuove spose.
Secondo altre versioni, fu Shams, sorella dello Scià, a mostrargli la fotografia della ragazza che aveva conosciuto a Parigi. Comunque sia, la scelta cade su Soraya, detta Raya, e il matrimonio è combinato.
Il 12 febbraio del 1951 la quasi diciannovenne Soraya sposa il trentaduenne Muhammad Reza Pahlavi.
Lei è reduce da una febbre tifoidea, indossa un abito di Dior tempestato di 6.000 brillanti, veri, che pesa dai quindici ai venti chili, le versioni sono discordi, e nel corso della lunga cerimonia, forse anche per il profumo soffocante dei quintali di fiori fatti venire appositamente dall'Olanda, sviene tre volte. Sarà lo Scià ad autorizzare una dama del seguito a tagliare parte dello strascico.
Il matrimonio combinato si rivela un matrimonio d'amore, i due si amano appassionatamente anche se, per questioni di etichetta, si danno del lei anche nell'intimità, quando si leggono poesie: lei gli declama Verlaine in francese e lui risponde con Omar Khayyam.
Ma i figli non arrivano e per Soraya inizia la peregrinazione tra i luminari mondiali.
Intanto, lo Scià è costretto all'esilio.
Il primo ministro Mossadeq lo esautora e, in seguito ad una sollevazione popolare, il 16 agosto 1953 la coppia è costretta alla fuga.
Sono a Roma dove alloggiano al quarto piano dell'hotel Excelsior, assediati dai fotografi. Nel corso di un'intervista, lo Scià proclama di avere due fedi: "il Corano e Soraya".
Rientrano in Iran il 22 agosto, quando Mossadeq è arrestato dal generale Zahedi, ma i figli continuano a non arrivare. Secondo quanto detto e scritto da Soraya, lei non aveva alcuna imperfezione fisica, semplicemente non arrivavano.
Poiché lo Scià l'ama appassionatamente, e lei lo ricambia, per salvare il matrimonio si ventilano due ipotesi.
La prima è designare erede al trono il fratello minore dello Scià, Alì, ma questi muore in un incidente aereo.
La seconda: lui avrebbe sposato un'altra donna, la poligamia è ammessa, che avrebbe ripudiato non appena gli avesse dato il sospirato maschio.
Soraya, nata persiana ma cresciuta europea, rifiuta questo compromesso umiliante.
Nel febbraio del 1958 lei si trasferisce in Europa dai genitori, il 14 marzo lo Scià dà al mondo l'annuncio del ripudio.
È commosso, quasi piange e la chiama "sposa adorata".
Soraya torna libera con il titolo di principessa imperiale, doni da mille e una notte e un ricchissimo appannaggio che, però, per contratto perderà se passerà a nuove nozze.
Lo Scià si risposa, ha i figli maschi da designare eredi di un trono che perderà qualche anno dopo.
E Soraya, con l'etichetta di "principessa triste" appiccicatole dai giornali, entra a far parte della flora, o fauna, della dolce vita romana, internazionale.
Soraya visse il resto della sua vita in un esilio dorato, protagonista della vita mondana internazionale. Ha raccontato la sua storia in un'autobiografia dal titolo "Il palazzo della solitudine".
Recitò nel film del 1965 I tre volti accanto ad Alberto Sordi, dove conobbe e si innamorò del regista italiano Franco Indovina. Dopo la morte di Indovina, avvenuta nel 1972 nell'incidente aereo di Montagna Longa a Palermo, Soraya trascorse il resto della sua vita girovagando per l'Europa soggiornando in incognito spesso anche a Taormina e partecipando ad alcuni eventi mondani (festival del cinema in particolare). Nonostante fosse ormai una vera diva del jet-set, era diventata celebre per la sua depressione.
Morì per cause naturali nel 2001 all'età di 69 anni, e venne seppellita a Monaco. I suoi beni furono venduti ad un'asta a Parigi. Tra questi anche il suo abito da sposa, creato da Christian Dior, valutato 1,2 milioni di dollari.
La vita di Soraya ha ispirato romanzi e anche canzoni, come Je Veux Pleurer Comme Soraya (Voglio piangere come Soraya) di Françoise Mallet-Jorris e "L'amore ha i tuoi occhi", struggente motivo eseguito in italiano da Bruno Filippini.

domenica 12 settembre 2021

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 12 settembre.
Il 12 settembre del 490 a.C. è una delle date ipotizzate in cui si svolse la battaglia di Maratona, tra Ateniesi e Persiani.
La battaglia di Maratona segna la definitiva vittoria degli ateniesi nella prima guerra greco-persiana. Sulla base delle cronache storiche scritte da Erodoto la disparità tra i due eserciti in campo è enorme. La Persia dispone di una imponente flotta navale che può attraversare l'Egeo portando con sé un grande esercito di conquista. Al contrario, nel 490 a.C. gli ateniesi non dispongono di una flotta in grado di affrontare le navi persiane e sono costretti ad attendere i persiani sulla terra ferma. Su consiglio di Ippia, ex tiranno di Atene passato dalla parte del re di Persia, i persiani conquistano Eretria nell'isola di Eubea per poi puntare verso l'Attica, scegliendo come area di sbarco la pianura di Maratona a 30 km da Atene.
L'esercito persiano vanta una netta superiorità numerica ed ha nella cavalleria leggera munita di archi il suo punto di forza. La fanteria è composta per lo più da arcieri a piedi privi di armatura. La pianura è quindi il campo di battaglia ideale per consentire alla cavalleria persiana di accerchiare velocemente i soldati ateniesi e sfibrarli sotto una pioggia incessante di frecce. Una volta sconfitti gli ateniesi i persiani possono marciare indisturbati verso Atene. L'esercito ateniese è invece composto dagli opliti, soldati a piedi con elmo e corazza in bronzo armati di lancia, scudo e spada. Le truppe ateniesi combattono con la formazione detta della "falange" composta da otto file di soldati a stretto contatto l'uno con l'altro. La falange consente agli ateniesi di imporre una notevole forza d'urto sulle file avversarie. Privi di cavalleria e resi pesanti, gli ateniesi sembrano facilmente aggirabili dai cavalieri persiani. Di questo ne è consapevole anche Milziade, il comandante delle forze ateniesi, che sceglie come scenario della battaglia il luogo meno aperto della pianura di Maratona, all'entrata della valle di Vrana, proteggendo i lati dello schieramento con i tronchi degli alberi abbattuti sul posto. Da questo punto in poi è opportuno considerare il racconto di Erodoto viziato da elementi di propaganda greca. Secondo Erodoto gli ateniesi colgono di sorpresa i persiani con una carica lunga ben 1500 metri, sfuggendo all'accerchiamento della cavalleria e alla pioggia di frecce, fino a raggiungere le prime fila dei soldati persiani. Nel corpo a corpo gli opliti hanno la meglio sulla fanteria leggera persiana. La formazione ateniese si presenta sul campo in una fila lunga come la formazione persiana. Essendo in inferiorità numerica la formazione ateniese è debole al centro e più potente sulle ali.
Questa particolare tattica consente agli opliti ateniesi e plateesi di mettere in fuga gli arcieri persiani sulle ali. Privi della copertura degli arcieri anche la cavalleria persiana si ritira. Il centro della formazione persiana, invece, sfonda facilmente quello ateniese che invece di scappare nelle retrovie mantiene la propria posizione ed arretra lentamente creando una forbice.
Messa in fuga la cavalleria persiana gli opliti ateniesi sulle ali possono così convergere verso il centro intrappolando la formazione centrale dell'esercito persiano in un combattimento corpo a corpo in spazi ristretti, dove la fanteria pesante ateniese ha la meglio sulla fanteria leggera persiana. L'esercito persiano è sconfitto e si ritira verso la costa per imbarcarsi sulla flotta persiana.
In realtà, la ricostruzione di Erodoto potrebbe essere parzialmente falsata dalla tendenza del vincitore ad ingigantire l'eroismo dei propri soldati. Difficilmente gli opliti, appesantiti dall'armatura, potrebbero correre per un chilometro e mezzo e affrontare in battaglia il nemico. Molto più probabilmente i fatti si svolgono in modo diverso. Gli ateniesi non hanno alcun interesse ad accelerare i tempi della battaglia in quanto stanno attendendo i rinforzi in cammino da Sparta. Secondo una più recente interpretazione degli storici i persiani potrebbero aver deciso di attaccare l'esercito ateniese prima dell'arrivo degli spartani. Giunti ad una distanza di 150-200 metri, la gittata massima degli archi persiani, Milziade potrebbe aver dato l'ordine di caricare velocemente verso i persiani per impedire ai soldati d'essere colpiti dalla pioggia di frecce. Da questo momento in poi la battaglia si svolge come già raccontato. I persiani si ritirano verso il mare per imbarcarsi sulla flotta. Gli ateniesi li inseguono fino alla collina dove successivamente sorgerà il monumento greco ai caduti in battaglia. Questa collina dista esattamente 1500 metri dalla valle di Vrana (otto stadi per dirla come Erodoto). E' quindi probabile che Erodoto abbia indicato la collina come luogo della battaglia per enfatizzare la carica eroica degli ateniesi e per dare ulteriore sacralità al monumento ai caduti.
La vittoria greca fu totale e, secondo la leggenda, Filippide (o Fidippide) altre fonti indicano Eucle, araldo ateniese, fu inviato ad annunciare la vittoria percorrendo di corsa la distanza fra Maratona ad Atene; arrivato a destinazione, disse solo due parole "χαίρετε, νικῷμεν" ("siate felici, abbiamo vinto!") o, più semplicemente, "Νενικήκαμεν!" ("siamo vincitori") e poi cadde morto, stremato dalla fatica. Questa leggenda fu la base per la moderna maratona. Contrariamente a quanto si crede, la distanza della maratona moderna (42 km e 195 metri) non è la stessa distanza che intercorre fra Maratona e Atene (circa 42 km), ma venne fissata in occasione delle Olimpiadi di Londra del 1908, anche se rimasta variabile fino al 1924 quando la IAAF stabilì la distanza ufficiale; la maratona entrò a far parte delle competizioni ufficiali con la I Olimpiade dell'era moderna. Il 1° vincitore, fu il greco Spiridon Louis.

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