Cerca nel web

Visualizzazione post con etichetta Atene. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Atene. Mostra tutti i post

venerdì 26 settembre 2025

#AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi


 Buongiorno, oggi è il 26 settembre.

il 26 settembre 1687 l'esercito veneziano, durante un assedio contro i Turchi, distrugge parzialmente il Partenone di Atene durante un bombardamento.

Il Partenone di Atene è il simbolo della Grecia Classica, essenza della bellezza ellenica conosciuta in tutto il mondo. Ciriaco d’Ancona, considerato il padre dell’Archeologia stessa, nel XV Secolo descrisse il Partenone come: “il meraviglioso tempio della dea Atena, opera divina di Fidia“. La storia di questo capolavoro di ingegno e creatività umana è tanto antica quanto triste per gli amanti della bellezza dei templi greci.

Durante i suoi 25 secoli di vita è stato usato con diverse finalità d’uso, fra cui tempio di Atena, chiesa cattolica e moschea musulmana, ma anche come “cava” per materiali da fortificazione e deposito di munizioni. Bizantini, Veneziani, Ottomani ma anche (e con maggior colpa) Inglesi e Francesi, in epoca moderna, hanno distrutto e spogliato delle sue magnifiche opere quello che fu un faro di cultura e bellezza rimasto quasi intatto per secoli e secoli di storia.

Progettato dagli architetti Callicrate, Ictino, e Mnesicle, facenti capo al direttore dei lavori e leggendario scultore greco Fidia, fu realizzato a seguito della distruzione del preesistente tempio di Atena Pòlias da parte dei persiani guidati da Serse, respinti dall’alleanza greca durante la seconda guerra Persiana.

Il tempio subì i primi danni durante il III e IV Secolo dopo Cristo. Di quel periodo è la caduta del tetto e la distruzione del colonnato interno, forse ad opera degli Eruli, forse di Alarico o, ancora, per cause naturali quali un terremoto o incendi accidentali. Sia il colonnato sia il tetto furono ricostruiti, con ogni probabilità somiglianti all’antica struttura del Tempio.

Durante il periodo di dominio della Grecia e dell’Attica da parte dei Bizantini, il tempio fu convertito (590 d.C.) in una chiesa dedicata alla “Madre di Dio”, Theotokos, e durante il brevissimo periodo dell’Impero Latino (1204-1261) divenne una chiesa cattolica. La necessità di trasformare le geometrie perfette dell’edificio in una chiesa secondo gli stilemi cattolici portò alla rimozione di diverse colonne interne, alla creazione di un abside e alla distruzione di molteplici metope scolpite da Fidia e dai suoi collaboratori. Il danno fu enorme ma, dove non era stato necessario modificare elementi progettuali, la struttura fu lasciata intatta.

Nel 1456 Atene fu conquistata dall’Impero Ottomano che, contrariamente a quanto si è soliti pensare, non distrusse le opere d’arte della città. Il Partenone, a quell’epoca una chiesa dedicata a Maria, fu convertito in una Moschea, costruendo un minareto. L’edificio non venne però significativamente danneggiato.

Il 26 Settembre 1687 un colpo di bombarda veneziana distrusse gran parte del Partenone, trasformato nell’occasione in polveriera dagli ottomani. Il tetto e praticamente tutto l’interno vennero dilaniati, lasciando ai posteri soltanto le briciole di una storia millenaria. Il colpo fu esploso durante le campagne veneziane di ri-conquista dei territori greci, il breve lasso di tempo (1687/1718) in cui la Serenissima rientrò in possesso di alcuni territori che aveva perso. Con un singolo colpo di mortaio i Greci videro sbriciolarsi buona parte della propria eredità culturale, un patrimonio senza pari nella storia umana.

Gran parte dei particolari di pregio che restavano del Partenone, nel XIX Secolo, vennero letteralmente saccheggiati dagli Inglesi e dai Francesi che, grazie ad un accordo fra questi ultimi e l’Impero Ottomano padrone della Grecia, non esitarono a spogliare il Partenone di tutte le rimanenti Metope e sculture presenti, o almeno quelle che riuscirono a trafugare. Essi non si limitarono a rubare le opere, ma distrussero anche parti limitrofe alle sculture, con il solo scopo di rubare le parti più preziose.

Famosi sono i “Marmi di Elgin”, una serie di sculture trafugate dal Partenone e portate al British Museum. Fra queste si trovano le metope che costituivano la magnifica decorazione dell’architrave che rappresentavano la presa di Troia, la Gigantomachia, l’Amazzonomachia e la Centauromachia. Altre sculture rubate furono il racconto della Genesi di Atena, della battaglia fra la Dea e Poseidone, il Re del Mare, per il dominio sulla regione Attica, ma anche l’intero fregio continuo che decorava, ancora, l’interno della cella contenente la statua della Dea e le sculture che raffiguravano le festività Panatenaiche.

Il grande poeta Lord Byron, che fu paladino della liberazione del popolo Greco contro i Musulmani, descrisse Elgin come il “predone” che saccheggiò “le misere reliquie di una terra sanguinante“.

L’impero Ottomano, sull’orlo del declino, perse il proprio dominio sui popoli greci durante il periodo che andò dal 1821 al 1832. Nel 1827 l’alleanza greca riuscì a liberare Atene, ma i turchi riuscirono ad apportare altri danni (qualora ve ne fosse stato ancora bisogno) all’antico Tempio di Atena. Durante l’ultimo assedio alla città, infatti, i Turchi asserragliati sull’Acropoli iniziarono a smontare pezzo per pezzo le colonne del Partenone, con lo scopo di ricavarne pallottole e materiale di fortificazione. I poveri Greci, disperati sotto l’Acropoli, arrivarono ad offrire le pallottole per combattere ai Turchi, purché non distruggessero (ulteriormente) il Tempio.

Nel 1839 Joly de Lotbinière scattò la prima fotografia conosciuta del Partenone, ritraendone la completa distruzione e la Moschea interna.

Di quello che fu un edificio di magnifica bellezza, rimasto sostanzialmente integro sino al XVII Secolo, oggi rimane ben poco. Gli stupendi Marmi, gli altorilievi e le sculture che resero l’opera di Fidia leggendaria in tutto il mondo sono distrutti o dispersi in musei lontano dalla propria terra d’origine. Le guerre e l’avidità degli Inglesi (in parte anche dei Francesi) hanno reso l’opera Architettonica più famosa della Grecia e una delle più famose al mondo un cumulo di pietre e macerie. Nonostante il Governo Greco abbia finanziato diversi restauri, lo stato dell’edificio è completamente differente rispetto a quello che era anche solo 400 anni orsono, quando aveva già 2.000 anni di storia.

Per ammirare il Partenone somigliante a come doveva essere durante l’Antichità si deve andare dall’altra parte del globo, a Nashville, in Tennessee, e osservare la fedele ricostruzione realizzata durante il 1897 per l’Esposizione Centennale del Tennessee, e poi trasformata in un edificio di calcestruzzo durante gli anni ’20 e ’30.

La speranza è che, il prima possibile, almeno le opere trafugate da Inglesi e Francesi tornino a casa sotto il sole di Atene, ospitate nel magnifico museo dell’Acropoli che, oggi, è adorno soltanto di copie recenti.


mercoledì 27 agosto 2025

#AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi


 Buongiorno, oggi è il 27 agosto.

Il 27 agosto 413 a.C. Nicia e Demostene abbandonano l'assedio di Siracusa.

La battaglia di Siracusa venne combattuta nel 415 a.C. dagli Ateniesi, guidati da Demostene e Nicia, e si può ricollocare nel periodo della Guerra del Peloponneso; in particolare è una delle battaglie che hanno visto sconfitto l'esercito ateniese nella spedizione in Sicilia.

Nel 415 gli Ateniesi raggiunsero la Sicilia con tutta la flotta e sbarcarono con tutto l'esercito; occuparono subito una altura strategica che sovrastava la città, detta epípole, dove costituirono il primo quartier generale. Dal monte cominciarono poi i lavori per la costruzione di una cinta muraria, dando inizio all'assedio di Siracusa.

I Siracusani tentarono una sortita per riconquistare il monte, riuscendo persino ad uccidere lo stratega nemico Lamaco, ma non riuscirono ad impedire agli ateniesi la continuazione dei lavori. I piani di Nicia vennero comunque stravolti dal tradimento di Alcibiade, che forniva informazioni a Sparta, dove si era rifugiato dopo lo scandalo delle erme.

Gli Spartani colsero l'occasione di eliminare gli Ateniesi una volta per tutte, e inviarono allo scopo un piccolo contingente di soldati, guidati da Gilippo che, eludendo la sorveglianza navale ateniese, riuscì ad entrare nella città assediata e ad organizzare un piano di difesa molto audace: costruire un secondo vallo per interrompere quello degli ateniesi non ancora completato. La strategia funzionò, e i Siracusani riconquistarono l'epípole riuscendo così a scongiurare l'accerchiamento della città.

Anche la flotta ingaggiò la flotta ateniese in due battaglie presso il Porto Grande.

La difficile situazione spinse Nicia ad inviare una lettera ad Atene chiedendo il ritiro delle truppe oppure l'invio di un altro grande corpo di spedizione, e in entrambi i casi chiese di essere esonerato dal comando per problemi di salute. Atene inviò, con un "supremo sforzo", un secondo corpo di spedizione di 73 navi e 5000 opliti, guidati da Demostene, il quale si rese subito conto della situazione disastrosa in cui versava il proprio esercito e decise di procedere riconquistando prima l'epipole e poi continuare l'assedio.

La battaglia si concluse con un disastro per gli Ateniesi.

Gli Ateniesi si trovarono obbligati alla ritirata dalla situazione a terra e dal pessimo stato della flotta. Scelsero la notte del 27 agosto del 413 a.C., perché la via della fuga era aperta, dato che i nemici non si aspettavano la mossa ateniese. Si verifico però un'eclissi di luna: secondo Plutarco, "Nicia e i suoi compagni, ignoranti e superstiziosi a sufficienza per essere terrorizzati da simili fenomeni, furono colti da grande paura" (Vita di Nicia).

Nicia allora pretese che la ritirata fosse ritardata di un altro ciclo lunare (cioè quasi un mese). "Dimenticò tutto il resto, si mise a fare sacrifici e astrologare". Gli avversari, imbaldanziti dalla titubanza nemica, incalzarono gli ateniesi in uno scontro. Anche la flotta Siracusana entrò nel porto e costrinse la flotta di Atene a due battaglie; la spossatezza, la mancanza di spazio di manovra e il precario stato delle navi portò gli Ateniesi alla disfatta.

L'intera armata restò così bloccata in Sicilia e l'unica via di fuga era verso le altre colonie ateniesi presenti sull'isola. Gli opliti decisero di dividersi per seminare meglio il nemico, ma la poca conoscenza del territorio li fece cadere in agguati.

Mentre Nicia e Demostene vennero giustiziati dai Siracusani assetati di vendetta, i soldati ateniesi furono rinchiusi nelle Latomie, le cave di pietra dei Siracusano, dove rimasero spesso fino alla morte. Come scrisse Tucidide, ad Atene ritornarono "pochi di molti".

domenica 12 settembre 2021

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 12 settembre.
Il 12 settembre del 490 a.C. è una delle date ipotizzate in cui si svolse la battaglia di Maratona, tra Ateniesi e Persiani.
La battaglia di Maratona segna la definitiva vittoria degli ateniesi nella prima guerra greco-persiana. Sulla base delle cronache storiche scritte da Erodoto la disparità tra i due eserciti in campo è enorme. La Persia dispone di una imponente flotta navale che può attraversare l'Egeo portando con sé un grande esercito di conquista. Al contrario, nel 490 a.C. gli ateniesi non dispongono di una flotta in grado di affrontare le navi persiane e sono costretti ad attendere i persiani sulla terra ferma. Su consiglio di Ippia, ex tiranno di Atene passato dalla parte del re di Persia, i persiani conquistano Eretria nell'isola di Eubea per poi puntare verso l'Attica, scegliendo come area di sbarco la pianura di Maratona a 30 km da Atene.
L'esercito persiano vanta una netta superiorità numerica ed ha nella cavalleria leggera munita di archi il suo punto di forza. La fanteria è composta per lo più da arcieri a piedi privi di armatura. La pianura è quindi il campo di battaglia ideale per consentire alla cavalleria persiana di accerchiare velocemente i soldati ateniesi e sfibrarli sotto una pioggia incessante di frecce. Una volta sconfitti gli ateniesi i persiani possono marciare indisturbati verso Atene. L'esercito ateniese è invece composto dagli opliti, soldati a piedi con elmo e corazza in bronzo armati di lancia, scudo e spada. Le truppe ateniesi combattono con la formazione detta della "falange" composta da otto file di soldati a stretto contatto l'uno con l'altro. La falange consente agli ateniesi di imporre una notevole forza d'urto sulle file avversarie. Privi di cavalleria e resi pesanti, gli ateniesi sembrano facilmente aggirabili dai cavalieri persiani. Di questo ne è consapevole anche Milziade, il comandante delle forze ateniesi, che sceglie come scenario della battaglia il luogo meno aperto della pianura di Maratona, all'entrata della valle di Vrana, proteggendo i lati dello schieramento con i tronchi degli alberi abbattuti sul posto. Da questo punto in poi è opportuno considerare il racconto di Erodoto viziato da elementi di propaganda greca. Secondo Erodoto gli ateniesi colgono di sorpresa i persiani con una carica lunga ben 1500 metri, sfuggendo all'accerchiamento della cavalleria e alla pioggia di frecce, fino a raggiungere le prime fila dei soldati persiani. Nel corpo a corpo gli opliti hanno la meglio sulla fanteria leggera persiana. La formazione ateniese si presenta sul campo in una fila lunga come la formazione persiana. Essendo in inferiorità numerica la formazione ateniese è debole al centro e più potente sulle ali.
Questa particolare tattica consente agli opliti ateniesi e plateesi di mettere in fuga gli arcieri persiani sulle ali. Privi della copertura degli arcieri anche la cavalleria persiana si ritira. Il centro della formazione persiana, invece, sfonda facilmente quello ateniese che invece di scappare nelle retrovie mantiene la propria posizione ed arretra lentamente creando una forbice.
Messa in fuga la cavalleria persiana gli opliti ateniesi sulle ali possono così convergere verso il centro intrappolando la formazione centrale dell'esercito persiano in un combattimento corpo a corpo in spazi ristretti, dove la fanteria pesante ateniese ha la meglio sulla fanteria leggera persiana. L'esercito persiano è sconfitto e si ritira verso la costa per imbarcarsi sulla flotta persiana.
In realtà, la ricostruzione di Erodoto potrebbe essere parzialmente falsata dalla tendenza del vincitore ad ingigantire l'eroismo dei propri soldati. Difficilmente gli opliti, appesantiti dall'armatura, potrebbero correre per un chilometro e mezzo e affrontare in battaglia il nemico. Molto più probabilmente i fatti si svolgono in modo diverso. Gli ateniesi non hanno alcun interesse ad accelerare i tempi della battaglia in quanto stanno attendendo i rinforzi in cammino da Sparta. Secondo una più recente interpretazione degli storici i persiani potrebbero aver deciso di attaccare l'esercito ateniese prima dell'arrivo degli spartani. Giunti ad una distanza di 150-200 metri, la gittata massima degli archi persiani, Milziade potrebbe aver dato l'ordine di caricare velocemente verso i persiani per impedire ai soldati d'essere colpiti dalla pioggia di frecce. Da questo momento in poi la battaglia si svolge come già raccontato. I persiani si ritirano verso il mare per imbarcarsi sulla flotta. Gli ateniesi li inseguono fino alla collina dove successivamente sorgerà il monumento greco ai caduti in battaglia. Questa collina dista esattamente 1500 metri dalla valle di Vrana (otto stadi per dirla come Erodoto). E' quindi probabile che Erodoto abbia indicato la collina come luogo della battaglia per enfatizzare la carica eroica degli ateniesi e per dare ulteriore sacralità al monumento ai caduti.
La vittoria greca fu totale e, secondo la leggenda, Filippide (o Fidippide) altre fonti indicano Eucle, araldo ateniese, fu inviato ad annunciare la vittoria percorrendo di corsa la distanza fra Maratona ad Atene; arrivato a destinazione, disse solo due parole "χαίρετε, νικῷμεν" ("siate felici, abbiamo vinto!") o, più semplicemente, "Νενικήκαμεν!" ("siamo vincitori") e poi cadde morto, stremato dalla fatica. Questa leggenda fu la base per la moderna maratona. Contrariamente a quanto si crede, la distanza della maratona moderna (42 km e 195 metri) non è la stessa distanza che intercorre fra Maratona e Atene (circa 42 km), ma venne fissata in occasione delle Olimpiadi di Londra del 1908, anche se rimasta variabile fino al 1924 quando la IAAF stabilì la distanza ufficiale; la maratona entrò a far parte delle competizioni ufficiali con la I Olimpiade dell'era moderna. Il 1° vincitore, fu il greco Spiridon Louis.

martedì 6 aprile 2021

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 6 aprile.
Il 6 aprile 1896, ad Atene, hanno inizio le prime olimpiadi dell'era moderna.
 Quando Teodosio I mise fuorilegge i Giochi Olimpici, considerandoli un rito pagano, non immaginava certo che un discendente di quei popoli che avrebbero distrutto l'Impero Romano si sarebbe dato tanto da fare per ripristinarli quindici secoli dopo. E invece un francese nato a Parigi nel 1863, con il pallino dello Sport e della cultura classica, riuscì nell'intento di resuscitare Olimpia e dare vita, ad Atene nel 1896, alla prima Olimpiade dell'era moderna.
Pur ricco di inventiva e di caparbietà Pierre de Fredy barone de Coubertin non sarebbe riuscito da solo ad ottenere un così grande risultato. Un risultato cui alla fine dell'800 molti miravano, con il risveglio dell'interesse per i Giochi Olimpici dovuto alle scoperte archeologiche tedesche ad Olimpia tra il 1875 ed il 1881. Ad aiutare il barone ci furono personaggi meno celebri come Demetrios Vikelas, greco di Syros cresciuto a Londra e Parigi, e Georgios Averoff, plutocrate emigrato ad Alessandria d'Egitto.
La storia della prima Olimpiadi è strettamente connessa alla biografia ed agli interessi di de Coubertin. Il nobile francese, di ritorno dalla Gran Bretagna dove aveva presenziato ai Wenlock Olympic Games organizzati dal dottor Brookes, lanciò nel 1892, durante la riunione dell'USFSA di cui era segretario, l'idea di ripristinare i Giochi Olimpici. Per sostanziare la sua idea il barone decise di organizzare per il 1894 un Congresso sul tema del dilettantismo, in collaborazione con il Professor Sloane di Princeton e Charles Herbert, segretario dell'AAA.
Il Congresso, denominato inizialmente Congres International des Amateurs, ha, tra i punti all'ordine del giorno, "La possibilità di ristabilire i Giochi: a quali condizioni sarà realizzabile?". Solo pochi giorni prima del Congresso de Coubertin cambia il nome del convegno in Il Congresso Internazionale di Parigi per il ripristino dei Giochi Olimpici.
Il 16 Giugno si aprono i lavori, il 19 il barone propone Atene come sede della prima Olimpiade ad un comitato ristretto che rappresenta i 2000 delegati. La risposta è fredda: il nome di Londra appare nettamente favorito. Il 21 Vikelas ottiene tramite telegramma l'assenso dei reali greci allo svolgimento della prima Olimpiade in Grecia. De Coubertin invita Vikelas a presentare lui stesso la proposta della sede di Atene di fronte all'assemblea plenaria. Finalmente il 23 Giugno la mozione è approvata all'unanimità.
Vikelas viene nominato primo presidente del Comitato Olimpico Internazionale su proposta del barone. Il criterio ispiratore della nomina era che la Presidenza spettasse al Paese organizzatore del quadriennio. Il fatto che dal 1896 si siano succedute 31 edizioni dei Giochi e solo 9 Presidenti del CIO (Demetrios Vikelas, Pierre de Fredy barone de Coubertin, Henri de Baillet-Latour, Sigrid Edström, Avery Brundage, Lord Killanin of Dublin and Spittal, Juan Antonio Samaranch, Jacques Rogge, Thomas Bach) suggerisce che questa norma abbia visto un'unica applicazione.
Vikelas fu l'effettivo organizzatore dei Giochi di Atene 1896, tra mille difficoltà, non ultima l'ostracismo del primo ministro Trikoupis. Avvenimenti sportivi come le Olimpiadi o i Mondiali di calcio sono ai nostri tempi una calamita per interessi che si quantificano in decine di miliardi di euro. Nel 1896, e l'opposizione del primo ministro greco ne è la dimostrazione, erano visti come una manifestazione folcloristica promossa da curiosi figuri con insoliti hobby. A sbloccare la situazione furono due eventi decisivi ed imprevedibili. In primo luogo le dimissioni di Trikoupis, sostituito da Deliyannis, decisamente più favorevole all'Olimpiade. Ancora più imprevedibile fu l'intervento finanziario di Georgios Averoff, inatteso benefattore che coprì per intero le spese per la costruzione dello stadio Panathinaikon. È la svolta: la notizia delle prime Olimpiadi dell'era moderna si diffonde.
Alle 15.30 del 6 Aprile 1896 (secondo il calendario gregoriano) re Giorgio dichiara aperti i Giochi Olimpici con una formula che muterà di poco nelle successive edizioni: "Dichiaro aperti i primi Giochi Olimpici internazionali di Atene. Lunga vita al Paese, lunga vita al popolo greco."
Gli sport in programma sono 9: atletica, ciclismo, ginnastica, lotta, nuoto, tennis, tiro, scherma, sollevamento pesi. Il numero di gare disputate è pari a 43, mentre gli atleti in gara, tutti di sesso maschile, sono 246. C'è una sola rappresentativa ufficiale, quella ungherese. Altre delegazioni sono spontanee, come quella USA (decisivo l'attivo interessamento del Professor Sloane) e tedesca. E se Svezia e Norvegia non rispondono agli inviti degli organizzatori, Italia, Belgio, Olanda e Svizzera negano esplicitamente la propria partecipazione.
Gli impianti vengono costruiti per l'occasione: il Panathinaikon ospita le gare di atletica, ginnastica, sollevamento pesi e lotta; il Nuovo Velodromo di Faliron quelle di tennis (che si giocano anche al Lawn Tennis Club di Atene) e ciclismo; a Kallithea viene costruita un'area di tiro; allo Zappeion vengono svolte le gare di scherma; mentre è alla baia di Zea che si affrontano i nuotatori.
La maratona ed i 100 metri si affermano da subito come le discipline principe dei Giochi Olimpici. È un'Olimpiade riservata solo ai dilettanti, e infatti alla gara sui 40 km si presentano solo corridori di altre discipline dell'atletica. Nessuno, ad eccezione dei greci, aveva mai corso su quella distanza. Blake, corridore dei 1500 m è in testa fino al 32° km, ma nonostante abbia cercato di farsi rinvigorire con l'alcool crolla, ed è costretto ad abbandonare. Al 37° km Flack è in testa, vacilla, viene soccorso ma in preda a delirio per la stanchezza aggredisce il suo soccorritore. Alla fine a vincere sarà il greco Spyridon Louis, seguito da un altro atleta ellenico, Vasilakos.
Sui 100 m. a vincere è lo statunitense Thomas Burke (già vincitore dei 400 m) in 12 secondi. Il tempo è misurato al quinto di secondo, ed il giudice di gara è uno solo. La mancanza di immagini o di riprese televisive ha dato vita al primo ex-aequo: si divisero la terza piazza l'ungherese Szokol e lo statunitense Lane.
Per molti anni si è ritenuto che non ci fosse stato alcun partecipante italiano alle prime Olimpiadi. Ricerche successive invece dimostrano che un difensore dei colori azzurri ci fu: Giuseppe Rivabella, nella gara di tiro con il fucile da 200 metri. La sua partecipazione venne riportata da un giornale greco, Akropolis, dal giornalista Vladis Gavrilidis e viene offerta come dato certo dal vincitore 2007 del ISOH Vikelas Plaque Thanassis Tarassouleas. Rivabella era un ingegnere, nato ad Alessandria, emigrato in Grecia già da diversi anni quando ad Atene si svolgono i Giochi. La sua prova, e quindi la prima apparizione di un italiano ai Giochi Olimpici, è datata 8 Aprile.

Cerca nel blog

Archivio blog