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martedì 30 marzo 2021

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 30 marzo.
Il 30 marzo 1856 si chiude, col trattato di Parigi, la guerra di Crimea.
Verso la metà del XIX sec. Francia e Inghilterra avevano quasi completamente soppiantato la Russia sui mercati del Vicino Oriente.
Lo zar Nicola I cercava ripetutamente di proporre alle due potenze europee dei piani di spartizione dell'impero ottomano, gravemente in crisi, ma non incontrava mai dei consensi espliciti, poiché si temeva un ingresso dei russi nel Mediterraneo e nei Balcani.
Il pretesto che fece scoppiare la guerra fu trovato in una disputa che divideva il clero cattolico da quello ortodosso nell'amministrazione dei cosiddetti "luoghi santi" di Gerusalemme, a quel tempo sotto il controllo politico turco.
Luigi Napoleone, divenuto nel 1851 imperatore di Francia col nome di Napoleone III, ardeva dal desiderio di rafforzare il proprio trono con una piccola guerra vittoriosa in oriente, e per questa ragione concluse un patto militare con gli inglesi.
Riguardo alla suddetta controversia egli intervenne per primo, andando a rispolverare la Capitolazione del 1740, che poneva sotto tutela francese gli interessi dei cattolici in Palestina.
La Russia, che dopo la caduta di Costantinopoli nel 1453, si sentiva legittima erede della civiltà bizantina, chiese al sultano di poter fare altrettanto coi cristiani di religione ortodossa dell'impero turco, ponendoli sotto la propria protezione.
Questa richiesta, interpretata dai turchi come un tentativo d'ingerenza nei loro affari interni, venne rifiutata, sicché i russi, per tutta risposta, occuparono la Moldavia e la Valacchia, sotto la sovranità ottomana, ma di religione ortodossa.
Lo zar Nicola I era convinto che i turchi non avrebbero scatenato una guerra per due regioni non islamiche, di scarsa importanza e col rischio, peraltro, di perdere ulteriori e più significativi territori. Era altresì convinto che non sarebbero intervenuti i sovrani d'Austria e di Prussia, suoi stretti alleati nel blocco reazionario (l'Austria di Francesco Giuseppe, peraltro, era stata aiutata in maniera decisiva proprio dalla Russia nel 1849, durante la rivolta d'Ungheria). Inoltre pensava che il primo ministro inglese Aberdeen, convinto assertore dei buoni rapporti con la Russia, avrebbe lasciato correre. Infine era convinto, per quanto riguarda i francesi, che con la fine della repubblica il nuovo imperatore Luigi Bonaparte (Napoleone III) non avrebbe ostacolato un impero conservatore come il suo.
Insomma lo zar sognava una grande alleanza europea contro i turchi, ai quali si potevano lasciare al massimo alcune terre asiatiche e africane. Gli inglesi si potevano prendere l'Egitto, Cipro o Rodi, i francesi Creta, i greci le isole dell'Egeo, i due stretti del Bosforo e dei Dardanelli sarebbero stati gestiti da Austria e Russia e Costantinopoli sarebbe divenuta una città libera.
Non aveva tuttavia considerato che verso l'inizio degli anni '50 Francia e Inghilterra tendevano a coalizzarsi contro l'espansionismo russo e volevano anch'esse egemonizzare i traffici commerciali con l'oriente. Il regime francese non era dinastico-aristocratico come quello russo, ma borghese, e non aveva alcun interesse a difendere lo status quo del Congresso di Vienna. Quanto agli inglesi, la loro volontà di penetrare nel Vicino Oriente temeva d'incontrare ostacoli insormontabili da parte dei russi. E l'Austria molto difficilmente avrebbe accettato un'egemonia russa nei Balcani. La diplomazia negli anni 1852-53 non sortì alcun effetto concreto.
Sicché l'esercito zarista nel luglio 1853 occupò i principati danubiani di Moldavia e Valacchia, intenzionata a entrare anche nella parte settentrionale della Bulgaria. Lo zar chiese agli austriaci di occupare l'Erzegovina e la Serbia ma non lo fecero.
Appena scoppiò il conflitto russo-turco e i russi cominciarono ad avere la meglio (dal 3 luglio al 30 novembre 1853), la flotta anglo-francese entrò nel mar di Marmara (gennaio 1854), pronta a dar man forte ai turchi. Nello stesso tempo venivano intraprese trattative fra i governi inglese, francese, austriaco, prussiano e svedese per realizzare una coalizione antirussa, con l'obiettivo non tanto di por fine allo zarismo, ch'era un solido bastione contro la democrazia, quanto piuttosto di limitarne l'influenza nei commerci con l'oriente e più in generale sui mari.
Le pressioni austriache infatti sortirono l'effetto di indurre i russi a lasciare i Balcani e a concentrare le operazioni belliche nella sola Crimea. La Moldavia e la Valacchia furono occupate dagli stessi austriaci col consenso turco, i quali intervennero soltanto dopo che inglesi e francesi avevano loro assicurato che durante la guerra gli italiani non ne avrebbero approfittato per cacciarli dal Lombardo-Veneto.
L'atteggiamento dei francesi mise in difficoltà il governo sabaudo, perché contava proprio su loro per liberarsi degli austriaci nella penisola. Cavour si trovava a dover dare ragione ai mazziniani, che non nutrivano alcuna fiducia in Napoleone III.
I primi contingenti del corpo di spedizione alleato (circa 50.000 effettivi) sbarcarono tra aprile e maggio sulle coste della Crimea, dove c'era un deposito di materiale bellico di una certa importanza (da lì erano poi convinti di poter distruggere la flotta russa), ma il 30% di loro fu subito colpito da un'epidemia di colera. Le truppe anglo-francesi alla fine del conflitto arriveranno a circa 405.000 effettivi.
Durante l'estate la flotta anglo-francese attaccò alcune città costiere russe del Baltico, del mar Bianco e dell'oceano Pacifico: erano forme diversive per impedire allo zar di concentrare il grosso delle proprie truppe in Crimea.
L'esercito russo infatti, che disponeva di circa 700.000 uomini, era frantumato su più fronti: Polonia, Austria, Mar Nero, Mar di Azov e Caucaso. In Crimea, nel settembre 1865, i soldati dello zar erano circa 51.000, contro i 60.000 delle forze europee.
I russi non erano in grado di fronteggiare le forze anglo-francesi, per una serie di ragioni tecniche:
    i vascelli che usavano erano ancora a vela, mentre il nemico li aveva a vapore, per di più protetti da piastre di ferro prodotte dalla nuova siderurgia;
    non avevano cannoni a canna rigata ma liscia, con una gittata tre volte inferiore;
    i fucili non avevano l'efficienza (cioè la precisione e la gittata) di quelli del "sistema Minié", con capsula, cartuccia e pallottola;
    non usavano la ferrovia per il trasporto delle truppe, dei viveri, delle armi;
    non usavano il telegrafo per le comunicazioni;
    non disponevano di riserve addestrate per il completamento dell'esercito operante;
    di rilievo, sul piano tecnico, fu soltanto, da parte russa, l'uso delle prime mine marittime.
La ritirata dell'esercito russo convinse le forze alleate ad attaccare Sebastopoli, una base navale militare molto importante.
La città, con un esercito di circa 10.000 uomini al massimo, resistette 349 giorni ai 60.000 che l'avevano posta inizialmente sotto assedio e che arriveranno a raggiungere le 170.000 unità (anche in forza del nuovo alleato: il regno di Sardegna, le cui truppe giunsero a Balaclava nel maggio 1855). La difesa della città, da parte di semplici soldati e marinai, che suscitò ammirazione in tutta la Russia, fu immortalata dai Racconti di Sebastopoli di Tolstoj.
L'incapacità dell'esercito russo di passare alla controffensiva portò lo zar Nicola I alla disperazione e probabilmente al suicidio: le trattative dell'armistizio furono prese dal figlio Alessandro II, il quale comunque era riuscito a bloccare le forze alleate sul Caucaso.
A dir il vero lo zar avrebbe voluto continuare la guerra, ma ne fu dissuaso dalle rivolte dei contadini che mal sopportavano il servaggio ancora imperante e che rifiutavano decisamente la coscrizione obbligatoria. Se l'avesse continuata probabilmente avrebbe avuto la meglio, in quanto l'amministrazione bellica anglo-francese lasciava molto a desiderare: il colera, le infezioni, il freddo, gli stenti fecero molte più vittime delle stesse battaglie (quasi dieci volte di più), e l'organizzazione relativa alla logistica e ai rifornimenti era totalmente inadeguata.
Praticamente i piemontesi intervennero su richiesta degli inglesi, i quali volevano impedire ai francesi di sostenere quasi da soli tutto il peso della guerra (in Inghilterra non esisteva la coscrizione obbligatoria e non era facile trovare truppe fresche da mandare in Crimea). E le truppe austriache non arriveranno mai in Crimea.
Cavour aveva deciso di entrare in guerra solo ad alcune condizioni anti-austriache, ma gli anglo-francesi erano disposti al massimo a prestare ai Savoia un certo importo per coprire le spese della spedizione militare. Di fronte alle sue perplessità reagì con vigore il re Vittorio Emanuele II, che voleva assolutamente la guerra, anche a costo di far dimettere Cavour, il quale peraltro proprio nel 1853 aveva rischiato di essere ucciso a causa della sua politica di abbassamento dei dazi che, in quel periodo di carestia, aveva soltanto favorito la concorrenza straniera. Fu così che Cavour, per non essere estromesso dal governo, si decise a entrare in guerra senza condizioni.
I partiti liberal-democratici disapprovarono nettamente questa decisione, proprio perché in questa maniera l'Italia si trovava alleata col suo peggior nemico: l'Austria. Tutti erano convinti che l'Italia non avesse alcunché da guadagnarci in oriente, essendo quello un territorio su cui volevano esercitare mire imperialistiche delle nazioni e degli imperi ben più potenti di una penisola che non era neppure unificata. Cavour quindi si giocava il suo futuro e la possibilità, in caso di vittoria, di poter ottenere qualcosa, sul tavolo delle trattative, a favore dell'Italia.
Il contingente italiano era di 18.000 uomini, poco meno di quello inglese, mentre i turchi non superavano le 60.000 unità: la somma di questi contingenti non superava comunque quello francese, che arrivava a 150.000 militari.
Nel febbraio 1856 fu concluso l'armistizio, nonostante che inglesi e piemontesi volessero continuare la guerra (quest'ultimi erano stati impegnati solo nella battaglia della Cernaia). I delegati di Russia, Austria, Francia, Inghilterra, Turchia, Sardegna si riunirono a Parigi per elaborare il trattato di pace.
L'Inghilterra chiedeva il distacco della Russia dal Caucaso e il divieto di tenere una flotta sia sul mar Nero che sul Baltico. L'Austria invece pretendeva la Moldavia, la Valacchia e la Bessarabia meridionale.
Alla fine prevalsero le proposte della Francia: la Russia garantiva l'indipendenza e l'integrità dell'impero ottomano; su Moldavia e Valacchia, tornate al sultano, si stabiliva un protettorato delle grandi potenze europee; la navigazione delle navi mercantili sul Danubio fu dichiarata libera e a tale scopo si pretese il distacco della Bessarabia meridionale dalla Russia; il mar Nero veniva dichiarato "neutrale", nel senso che alla Russia e alla Turchia si vietava di tenervi una flotta da guerra e basi navali, e in tempo di pace solo le navi da guerra turche potevano attraversare gli stretti dei Dardanelli e del Bosforo; furono restituiti i restanti territori tolti, durante la guerra, alla Russia; quest'ultima ovviamente doveva rinunciare a qualunque pretesa sui cristiani ortodossi dell'impero turco.
L'Italia ottenne soltanto una vittoria morale, in quanto poté dimostrare che la situazione catastrofica in cui essa si trovava era dovuta essenzialmente alla presenza ingombrante dell'impero austriaco.
In sintesi si può dire che l'influenza internazionale dello zarismo, quale baluardo della reazione europea, fu notevolmente scossa dalla sconfitta in Crimea. Ormai i nuovi gendarmi internazionali della reazione erano diventati Francia, Inghilterra e Austria.
In Russia la sconfitta dello zarismo aggravò la crisi del servaggio e accelerò la maturazione di una situazione favorevole allo sviluppo del capitalismo.
Nei Balcani la guerra aveva suscitato una nuova ondata di lotte per l'indipendenza dal giogo turco. Negli anni 1856-61, proprio con l'appoggio della Russia, avvenne l'unificazione dei principati danubiani di Moldavia e Valacchia nello Stato unitario rumeno, che solo nominalmente riconosceva la sovranità turca.
Con la guerra di Crimea Cavour realizzò il suo programma di portare il Piemonte al rango di Stato-guida nel processo di unificazione nazionale con una politica estera abile e diplomatica.
Cavour, che non aveva previsto la neutralità austriaca, si era adoperato per stringere accordi con Francia e Inghilterra in vista di una comune azione contro Austria e Russia; e si trovò costretto a prendere parte al conflitto sollecitato dagli alleati che avevano anche l'interesse di garantire all'Austria che, se fosse intervenuta al loro fianco, nulla sarebbe accaduto alle sue spalle, cioè in Italia. Tuttavia Cavour ritenne che l'intervento piemontese, pur nella mutata situazione, fosse opportuno, ed i fatti successivi gli diedero ragione.
Così i 18.000 uomini al comando del generale Alfonso La Marmora partirono, verso la metà del 1855, per la Crimea e presero parte alla battaglia della Cernaia ed all'assedio di Sebastopoli, la potente piazzaforte russa che resistette circa un anno all'assedio delle truppe anglo-franco-piemontesi.
L'obiettivo che Cavour si prefiggeva era la partecipazione del Piemonte alle trattative di pace e la conseguente possibilità di porre le condizioni dell'Italia sul tappeto degli interessi generali delle potenze europee. Ciò avvenne al Congresso di Parigi dove, caduta Sebastopoli, i rappresentanti delle potenze europee si riunirono per le trattative di pace (1856).
Il gioco di Cavour era perfettamente riuscito: come rappresentante del piccolo Stato piemontese egli sedeva, a parità di rango, accanto a quelli di Francia, Inghilterra, Austria, Russia, e poteva illustrare, in una seduta suppletiva chiesta ed ottenuta, nonostante le proteste austriache, le penose condizioni di soggezione e vassallaggio in cui le popolazioni del Lombardo-Veneto e dell'Italia meridionale erano tenute dagli Asburgo e dai Borboni. La questione italiana era posta come qualcosa di cui l'Europa progressista doveva in qualche modo occuparsi. Oltre a ciò, con la partecipazione al Congresso di Parigi, il Piemonte si guadagnò definitivamente, agli occhi del movimento liberale italiano, il ruolo di protagonista della lotta contro l'Austria.
La guerra di Crimea aveva peraltro reso Napoleone III arbitro della politica europea. L'isolamento dell'Austria, la sconfitta dell'iniziativa russa, l'alleanza con l'Inghilterra, davano all'imperatore dei Francesi la possibilità di portare a compimento l'influenza francese sull'Europa appoggiandosi ai movimenti nazionali.
In questo quadro Francia e Piemonte firmarono a Plombières, nel luglio 1858, un trattato segreto di alleanza antiaustriaca. L'alleanza fu resa possibile dal fatto che la politica di Cavour aveva dato ampie garanzie alla Francia di muoversi su un piano antidemocratico (vedi le dure polemiche del Cavour contro Mazzini e i suoi metodi insurrezionali).
Gli accordi segreti di Plombières riguardavano l'assetto da dare al territorio italiano dopo una eventuale vittoria sull'Austria, contro la quale l'imperatore si impegnava a scendere in campo accanto al Piemonte soltanto se quella avesse dichiarato per prima la guerra. Si prevedeva una confederazione di Stati italiani comprendente il regno dell'Italia settentrionale (Piemonte, Lombardo-Veneto, Romagna, Emilia) su cui avrebbe regnato la dinastia sabauda, un regno dell'Italia centrale, da assegnare ad un principe francese ma che al proprio interno avrebbe consentito il mantenimento dell'autorità pontificia sulla città di Roma, ed il regno dell'Italia meridionale dove, ai Borboni spodestati, sarebbe succeduto un discendente di Gioacchino Murat.
Nizza e la Savoia, due province del Regno di Sardegna confinanti con la Francia, costituirono il compenso chiesto al Piemonte dall'imperatore in cambio del suo intervento.
Queste condizioni, dettate da Napoleone III, vennero accettate da Cavour, convinto che il processo di unificazione nazionale avrebbe avuto tempi più lunghi di quanto pensassero i democratici e tutto il movimento unitario, e che al Piemonte fosse possibile assumere un ruolo dominante nella confederazione italiana. Da parte francese vi era tutta l'intenzione di porre sotto la propria egemonia gli Stati italiani confederati. Ma questa intenzione si scontrerà molto presto con l'iniziativa garibaldina.

mercoledì 2 dicembre 2020

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 2 dicembre.
Il 2 dicembre 1805 fu combattuta la grande battaglia di Austerlitz, chiamata la battaglia dei tre imperatori e ritenuta la miglior vittoria di Napoleone per strategia militare.
Austerlitz è una località della Moravia, tra i fiumi Goldbach e Littawa, a pochi chilometri da Brno.
Qui, il 2 dicembre 1805, i due eserciti si trovano l'uno di fronte all'altro. Gli Alleati Francesco I d'Austria e Alessandro I di Russia sono schierati sulla destra del fiume Littawa, mentre i francesi sulla destra del fiume Goldbach. Nel mezzo si trovano le alture di Pratzen e Napoleone si è collocato di fronte all'altopiano, mentre gli austro-russi stanno dietro.
Napoleone ha a disposizione circa settantamila uomini contro i novantamila alleati russi e austriaci. Lo schieramento dei due eserciti è il seguente. L'ala sinistra francese, a nord, è formata dalle truppe di Iannes e di Murat, e in un secondo tempo di Oudinot e di Bernadotte. Contro di loro si oppone l'ala destra alleata del principe Bragation. Il centro francese è affidato a Soult, con Saint-Hilaire e Vandamme divisionari: hanno di fronte Przbysewski, Langeron e Kollowrath. L'ala destra francese è al comando di Davout e di Legrand, contro i quali avanzeranno Buxhowden, Kienmayer e Doctorov. La riserva francese è affidata alla Guardia imperiale, comandata in un primo tempo da Oudinot, mentre la riserva alleata è affidata al Granduca Costantino e al principe Giovanni del Liechtenstein.
Sono i russi a muoversi per primi, intorno alle sette di mattina, e procedendo su sette colonne riescono a cacciare i francesi da alcuni villaggi intorno ad Austerlitz. Ma è tutto quanto Napoleone concede loro. Infatti, egli scatena al centro l'attacco, lasciato sguarnito dagli alleati, e mentre Kutuzov tenta invano di prendere l'altopiano di Pratzen, eccolo aggredito furiosamente da Vandamme e da Saint-Hilaire. E' un corpo a corpo accanito e i soldati cadono a migliaia da ambedue le parti. Verso le nove la nebbia comincia a diradare e spunta il sole. Sarà il famoso "sole di Austerlitz", passato alla storia per le citazioni che Napoleone, d'ora in avanti, continuerà a fare.
Nel frattempo il maresciallo Soult sta sfondando in direzione di Krzenowitz, Lannes e Murat attaccano a nord la debole ala destra alleata del principe Bragation. Murat con le sue cariche di cavalleria travolge ogni ostacolo e s'infila anch'egli al centro. Poco dopo l'una del pomeriggio l'ala destra e il centro degli Alleati sono oramai fuori causa. Quando Napoleone vede la fanteria russa, al comando di Doctorov, ripiegare sugli stagni di Monitz e sul lago Satschan, ordina alla propria artiglieria di sparare sulle lastre di ghiaccio da cui sono ricoperti, mentre le fanterie francesi inseguono il nemico in una ritirata che, a poco a poco, diventa fuga precipitosa.
Moltissimi soldati austro-russi annegano nelle gelide acque del lago.
Alle 3 del pomeriggio le forze francesi sferrano l'attacco finale alle truppe di Buxhowden, le quali vengono messe in fuga. A Nord Bragation lascia il proprio campo e si dà ad una fuga precipitosa.
Alle 5 Napoleone Bonaparte ordina il cessate il fuoco. Siamo a dicembre e a quell'ora sta già scendendo il buio. In quelle condizioni non è possibile inseguire il nemico. Bisogna accontentarsi della grande vittoria.
Si contano le perdite. Sono stati uccisi undicimila soldati russi e quattromila austriaci, dodicimila sono stati fatti prigionieri e 180 cannoni sono stati perduti. Da parte francese, milletrecento morti, settemila feriti, cinquecento prigionieri. Per gli Alleati una disastrosa sconfitta.
Subito dopo la battaglia Napoleone pronuncia una delle sue frasi celebri che rimarrà nella storia: "Un giorno basterà dire Ero alla battaglia di Austerlitz perché si risponda Ecco un valoroso".
Ecco come Leone Tolstoj descrive il preludio della battaglia di Austerlitz in "Guerra e pace":

"...Alle cinque di mattina era ancora affatto buio. Le truppe del centro, della riserva e l'ala destra di Bragation stavano ancora immobili; ma sull'ala sinistra le colonne di fanteria, di cavalleria e di artiglieria, che dovevano per le prime scendere dalle alture per attaccare il fianco destro francese e respingerlo, secondo l'ordine di operazione, verso le montagne della Boemia, già si movevano e avevano cominciato ad alzarsi dai loro giacigli. Il fumo dei fuochi di bivacco, nei quali si gettava tutta la roba inutile, pungeva gli occhi. Era freddo e scuro. Gli ufficiali, in fretta, bevevano il tè e facevano colazione, i soldati masticavano biscotti, battevano ritmicamente i piedi per scaldarsi, e si affollavano intorno ai fuochi. Le guide austriache si aggiravano fra le truppe russe e con ciò davano il segnale dell'avanzata. Appena si mostrava un ufficiale austriaco presso l'alloggio di un comandante di reggimento, il reggimento cominciava a mettersi in moto: i soldati correvano via dai fuochi, nascondevano le pipe negli stivali, i sacchi sui carri, prendevano i fucili dai fasci e si mettevano in riga. Gli ufficiali si abbottonavano le uniformi, si mettevano le loro sciabole e tasche e giravano per le file gridando gli ordini".

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