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mercoledì 29 ottobre 2025

#AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi


 Buongiorno, oggi è il 29 ottobre.

Il 29 ottobre 1923 si completa il crollo dell'impero ottomano, con la nascita della repubblica in Turchia.

Alla fine dell’Ottocento l’Impero Ottomano, che per più di cinque secoli aveva dominato su un territorio vastissimo che si estendeva dalla Serbia fino allo Yemen, dall’Algeria all’Azerbaigian, comincia a entrare in profonda crisi. L’Impero russo è giunto a controllare la riva nord del mar Nero e punta, attraverso i Balcani, a raggiungere uno sbocco sul Mediterraneo, dove esercitano la loro influenza Francia e Inghilterra.

Nel corso del diciannovesimo secolo l’impero ottomano ha avviato un profondo processo di modernizzazione: lo stato si è centralizzato, è nata una costituzione e nel 1876 un Parlamento. Il rafforzamento dello stato ha però innescato reazioni contrarie, specie nei Balcani, dove si sono affermati movimenti locali che rivendicano l’indipendenza da Istanbul. Proprio l’appoggio della Russia alle sollevazioni degli slavi cristiani, all’interno dei possedimenti ottomani, fa scoppiare nel 1877 la guerra russo-turca. Nell’anno successivo la vittoria russa è sancita dal Trattato di pace di Santo Stefano: Serbia, Montenegro, Romania e Bulgaria, che fino a quel momento sono state sotto il dominio ottomano, diventano indipendenti.

In giugno al Congresso di Berlino, cercando di ridimensionare le ambizioni dell’impero zarista sull’area, le potenze europee definiscono i nuovi equilibri. L’impero ottomano perde buona parte dei territori balcanici, circa 200mila km.² di territorio abitato in maggioranza da popolazioni cristiane. La drastica riduzione demografica e territoriale ha gravi conseguenze sul piano economico e sociale; l’impero si trova così, per la prima volta, sbilanciato verso l’Asia e con una popolazione sempre più musulmana. Uno dei pilastri su cui si fonda l’impero, cioè la convivenza tra cristiani e musulmani, si sgretola definitivamente.

Nel frattempo, nel 1876 l’impero ottomano ha sospeso la Costituzione, inaugurando una fase di governo più autoritaria, senza però rinunciare a rafforzare e modernizzare lo stato. Per fare questo l’impero ha bisogno di finanziamenti esteri che lo porteranno a indebitarsi, dipendendo sempre più dalle grandi banche europee.

Agli inizi del ‘900, in Macedonia, ultimo avamposto ottomano in Europa, le élite musulmane temono che l’impero non riesca a difendere il vasto territorio dalle mira di Grecia, Serbia e Bulgaria. In questo contesto emerge una nuova generazione di giovani che si sono formati nelle moderne scuole imperiali, funzionari statali e ufficiali dell’esercito che danno vita a un movimento organizzato per difendere l’unità e integrità dell’impero: il comitato unione e progresso, meglio noto come i Giovani turchi. Il loro centro è a Salonicco e tra loro c’è anche il giovane Mustafa Kemal, futuro fondatore della Repubblica di Turchia. Nel luglio 1908, il comitato passa all’azione, occupa città e villaggi macedoni e costringe il sultano a ristabilire la costituzione. Da lì ha inizio una nuova fase della storia ottomana che vede la graduale ascesa dei giovani turchi al potere imperiale.

1914, scoppia la prima guerra mondiale. Nei primi mesi di guerra l’impero ottomano rimane neutrale, per poi schierarsi a fianco degli imperi centrali. La Germania è l’unico paese rimasto a supportare gli Ottomani contro la minaccia dell’impero russo e il sultano ha da tempo affidato ai generali tedeschi la ristrutturazione del proprio esercito.

Il 28 ottobre 1914 navi turche bombardano il porto russo di Odessa: Gran Bretagna, Francia e Russia dichiarano ufficialmente guerra a Istanbul. La prima vera prova dell’esercito ottomano avviene nella primavera del 1915, quando truppe britanniche e australiane giungono in massa per conquistare i Dardanelli e liberare la via degli stretti. L’esercito ottomano però, grazie alle navi, alla strategia difensiva e ai consigli dei generali tedeschi, riesce a conseguire a Gallipoli una delle sue poche vittorie della grande guerra. I turchi però devono cedere di fronte all’avanzata russa ad est, al confine con il Caucaso: preoccupato che la popolazione armena (cristiana) sostenga le armate russe, il governo ottomano decide la deportazione totale dei cristiani dall’Anatolia orientale. Alle deportazioni si associano massacri e violenze sui civili: è l’inizio dello sterminio di circa 1 milione di armeni e di altri cristiani, il primo genocidio dell’età contemporanea. La secolare convivenza tra cristiani e musulmani entra in crisi. A decretarla sono ragioni politiche, ovvero l’idea che le comunità cristiane non siano più fedeli all’impero.

A partire dal 1916, gli Ottomani cominciano a subire sconfitte su diversi fronti: gli alleati avanzano in Mesopotamia, nella penisola araba e in Palestina. Nel dicembre del ’17 viene liberata Gerusalemme e poco dopo anche Damasco. Il 31 ottobre 1918 viene firmato l’Armistizio di Mudros: i delegati ottomani accettano condizioni molto dure. L’impero è fortemente ridimensionato ma non è finito: i suoi leader politici fuggono all’estero grazie al supporto tedesco e il Paese è allo sbando mentre le truppe alleate entrano trionfanti a Istanbul.

Il 18 gennaio 1919 si apre a Parigi la Conferenza di pace, dove si comincia a decidere il destino ottomano. Mustafa Kemal, brillante generale distintosi nella battaglia di Gallipoli, organizza la resistenza contro la spartizione dell’impero, radunando uomini e mezzi nei distretti orientali dell’Anatolia. Nel 1920 il trattato di Sevrès decreta lo smembramento dell’impero: l’Anatolia è divisa tra Grecia, francesi e italiani, con la formazione di uno stato armeno e uno curdo a oriente. Il movimento di Mustafa Kemal reagisce al trattato di pace in nome dei diritti nazionali ottomani.

Cominciano due anni di guerra per la riconquista del territorio anatolico. I kemalisti all’inizio prendono il controllo dell’Anatolia orientale e centrale, poi nel corso del 1922 avviano la controffensiva per liberare l’Asia minore dall’occupazione greca. Ogni strato della popolazione, comprese le donne, è coinvolto in questo sanguinoso conflitto contro i greci. Dopo le prime difficoltà, l’esercito di Kemal prende il sopravvento. Nell’agosto 1922, i nazionalisti di Kemal lanciano la grande offensiva per riprendere Smirne: la città è messa a ferro e fuoco e la popolazione greca è costretta alla fuga, insieme all’esercito ellenico in rotta. Il 10 settembre 1922 l’esercito turco entra vittorioso a Smirne.

Ora Mustafa Kemal punta a riprendersi la Siria, porta del medio Oriente, sostenuto da molti funzionari e ufficiali arabi ancora fedeli all’impero. In difficoltà, Francia e Gran Bretagna, che avevano già pianificato di spartirsi le regioni arabe, preferiscono trattare con Kemal. Il 24 luglio 1923, con il trattato di pace di Losanna, si afferma l’esistenza di un nuovo Stato, su un territorio composto da tutta l’Anatolia e la Tracia. Sulle ceneri dell’impero ottomano è nata la Turchia.

Tramontata ogni prospettiva imperiale, Mustafa Kemal si dedica a realizzare uno stato nuovo, laico e repubblicano. La nuova Repubblica sarà costruita attorno all’identità turca e dovrà rompere radicalmente con l’integralismo del passato. Le minoranze, come i curdi, non vengono riconosciute. La religione musulmana non ha più il ruolo centrale di un tempo. La nuova Turchia guarda verso Occidente: si sceglie l’adozione dell’alfabeto latino per la lingua turca, si procede alla riforma del diritto di famiglia, con l’abolizione dei matrimoni religiosi e della poligamia, e viene reso obbligatorio l’uso del cognome. Nel 1934 la grande assemblea nazionale assegna a Mustafa Kemal, con apposito decreto, il cognome esclusivo di Ataturk, padre dei turchi.

sabato 6 settembre 2025

#AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi




 Buongiorno, oggi è il 6 settembre.

Il 6 settembre 1955 ebbe inizio a Istambul il cosiddetto "Pogrom dei greci".

Con il termine Septemvriana – gli “eventi di settembre” – i greci ricordano i pogrom di Istanbul del 6-7 settembre del 1955, giornate di inaudita violenza durante le quali i più colpiti furono i romei, la comunità grecofona e ortodossa del paese.

Questa, già pesantemente sotto attacco dalla politica xenofoba e nazionalista di Ankara intrapresa sin dalla fondazione della repubblica, si ritrovò negli anni ’50 intrappolata nella crisi greco-turca sul futuro di Cipro.

Fu una campagna mediatica nazionale a scatenare il 6 settembre 1955 l’odio razziale contro la minoranza romea nelle principali città turche. Alle ore 13 la radio statale trasmise la mendace notizia di un attentato dinamitardo di matrice nazionalista greca contro la casa natale di Atatürk e sede del consolato di Ankara a Salonicco.

Un’edizione pomeridiana del quotidiano locale Istanbul Express, stampato per l’occasione in più di 200mila copie, amplificò la menzogna e diede il via alla violenza che a partire dalle 17 iniziò ad invadere Istanbul.

Decine di camion e autobus raggiunsero il centro città, allora abitato prevalentemente dalle comunità cristiane, per riversare nelle sue vie migliaia di uomini armati di bastoni e di rabbia. Fino alla mezzanotte, senza che la polizia intervenisse, una folla inferocita attaccò indisturbata negozi, chiese, immobili di cristiani, ebrei e tutti quei turchi invisi al governo. Uomini e donne furono violentati e subirono torture. Decine persero la vita. Solo la proclamazione dello stato d’emergenza e l’intervento nella notte dell’esercito pose fine alle violenze.

Allora, il governo del Paese era affidato al Demokrat Parti dello smirniota Adnan Menderes. Un’amministrazione di destra segnata dal liberismo economico, l’anticomunismo e il conservatorismo religioso. Un’esperienza politica che si concluse con il primo colpo di Stato della storia turca nel 1960 e la successiva condanna a morte del suo leader.

Fu proprio il processo contro i vertici del governo Menderes nel 1961 a rivelare le responsabilità sui pogrom d’Istanbul. Lo storico turco Dilek Guven ha rivelato nei suoi studi il ruolo attivo dell’Organizzazione Turca d’Intelligence nella regia delle violenze del 1955.

Fu fin troppo semplice far riversare la disperazione economica di migliaia di turchi, traditi dalle politiche liberiste del governo Menderes, contro i benestanti romei, rei di appartenere a una cultura ostile al progetto di “turchizzazione” del paese.

Le tristi immagini della devastazione di quelle giornate furono immortalate da un giovane Ara Guler, il celebre fotografo turco-armeno, considerato uno dei padri della fotografia del Novecento. Il regista greco Tassos Boulmetis nella pellicola “Un tocco di zenzero” del 2003, attraverso le spezie ed i sapori levantini, racconta il triste declino dei romei, culminato in quel 1955 e proseguito nei decenni a seguire fino a una difficile sopravvivenza nei giorni nostri.

L’insicurezza e la paura generate dalla Septemvriana spinsero migliaia di individui appartenenti alle minoranze dalla Turchia – tra cui tanti italo-levantini – ad abbandonare per sempre il Paese. Solo negli ultimi anni è iniziata una ricostruzione storica attraverso la memoria di chi allora era poco più di un bambino.

Ignorata in Italia, osteggiata in Turchia e celata in Grecia per motivi d’orgoglio nazionale, questa tragedia fu la raffigurazione di una cultura politica violenta e illiberale rappresentata dal governo di destra di quegli anni.

Menderes e il partito da lui fondato inaugurarono la stagione democratica in Turchia attraverso un percorso politico che portò il paese alle prime elezioni libere ma contribuirono enormemente alla polarizzazione della società fino a macchiarsi di gravissimi episodi come quello consumato in quel settembre 1955.

Oggi, nella Turchia di Erdogan, dove l’abusata parola democrazia assume una connotazione del tutto originale, quello stesso Menderes è celebrato come un martire della libertà e padre ideologico dell’establishment al potere.

martedì 23 aprile 2024

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 23 aprile.
Tra il 23 e il 24 aprile 1915 ha inizio il genocidio armeno.
Durante la prima guerra mondiale (1914-1918) si compie, nell’area dell’ex impero ottomano, in Turchia, il genocidio del popolo armeno (1915 – 1923), il primo del XX secolo. Il governo dei Giovani Turchi, preso il potere nel 1908, attua l’eliminazione dell’etnia armena, presente nell’area anatolica fin dal 7° secolo a.C.
Dalla memoria del popolo armeno, ma anche nella stima degli storici, perirono i due terzi degli armeni dell’Impero Ottomano, circa 1.500.000 di persone. Molti furono i bambini islamizzati e le donne inviate negli harem. La deportazione e lo sterminio del 1915 vennero preceduti dai pogrom del 1894-96 voluti dal Sultano Abdul Hamid II e da quelli del 1909 attuati dal governo dei Giovani Turchi.
Le responsabilità dell’ideazione e dell’attuazione del progetto genocidario vanno individuate all’interno del partito dei Giovani Turchi, “Ittihad ve Terraki” (Unione e Progresso). L’ala più intransigente del Comitato Centrale del Partito pianificò il genocidio, realizzato attraverso una struttura paramilitare, l’Organizzazione Speciale (O.S.), diretta da due medici, Nazim e Chakir. L’O.S. dipendeva dal Ministero della Guerra e attuò il genocidio con la supervisione del Ministero dell’Interno e la collaborazione del Ministero della Giustizia. I politici responsabili dell’esecuzione del genocidio furono: Talaat, Enver, Djemal. Mustafa Kemal, detto Ataturk, ha completato e avallato l’opera dei Giovani Turchi, sia con nuovi massacri, sia con la negazione delle responsabilità dei crimini commessi.
Il genocidio degli armeni può essere considerato il prototipo dei genocidi del XX secolo. L’obiettivo era di risolvere alla radice la questione degli armeni, popolazione cristiana che guardava all’occidente.
Il movente principale è da ricercarsi all’interno dell’ideologia panturchista, che ispira l’azione di governo dei Giovani Turchi, determinati a riformare lo Stato su una base nazionalista, e quindi sull’omogeneità etnica e religiosa. La popolazione armena, di religione cristiana, che aveva assorbito gli ideali dello stato di diritto di stampo occidentale, con le sue richieste di autonomia poteva costituire un ostacolo ed opporsi al progetto governativo.
L’obiettivo degli ottomani era la cancellazione della comunità armena come soggetto storico, culturale e soprattutto politico. Non secondaria fu la rapina dei beni e delle terre degli armeni. Il governo e la maggior parte degli storici turchi ancora oggi rifiutano di ammettere che nel 1915 è stato commesso un genocidio ai danni del popolo armeno.
Il 24 aprile del 1915 tutti i notabili armeni di Costantinopoli vennero arrestati, deportati e massacrati. A partire dal gennaio del 1915 i turchi intrapresero un’opera di sistematica deportazione della popolazione armena verso il deserto di Der-Es-Zor.
Il decreto provvisorio di deportazione è del maggio 1915, seguito dal decreto di confisca dei beni, decreti mai ratificati dal parlamento. Dapprima i maschi adulti furono chiamati a prestare servizio militare e poi passati per le armi; poi ci fu la fase dei massacri e delle violenze indiscriminate sulla popolazione civile; infine i superstiti furono costretti ad una terribile marcia verso il deserto, nel corso della quale gli armeni furono depredati di tutti i loro averi e moltissimi persero la vita. Quelli che giunsero al deserto non ebbero alcuna possibilità di sopravvivere, molti furono gettati in caverne e bruciati vivi, altri annegati nel fiume Eufrate e nel Mar Nero.
I paesi che riconoscono ufficialmente il genocidio armeno sono 22, tra cui l’Italia, mentre in altri è riconosciuto solo da singoli enti o amministrazioni. Molti altri paesi, tra cui gli Stati Uniti e Israele, continuano a non usare il termine genocidio per timore di una crisi nei rapporti con la Turchia. Barack Obama si era espresso in favore del riconoscimento prima di diventare presidente degli Stati Uniti, ma quando è stato eletto, pur promuovendo la pacificazione tra Turchia e Armenia, ha evitato di usare il termine.

giovedì 19 maggio 2022

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 19 maggio.
Il 19 maggio 1880 nasce Ataturk, che porterà la Turchia alla indipendenza  dall'Impero Ottomano.
Kemal Ataturk (conosciuto anche con i nomi di Gazi Mustafa Kemal, Mustafa Kemal pascià e Mustafa Kemal) nasce a Salonicco (importante centro ebraico) il 19 maggio 1880, quando la città fa ancora parte dei possedimenti ottomani. L'impero ottomano a quei tempi è decisamente cosmopolita, con due milioni di greci, dodici milioni di musulmani, più di un milione di armeni, 200mila ebrei e un milione di bulgari: proprio cavalcando un estremo nazionalismo, lontano dal sentimento religioso, Ataturk riuscirà a creare un nuovo Stato.
Da bambino, Kamal deve fare i conti con gli scontri tra la madre, donna che vive sulla base di tradizioni superate, e il padre, decisamente più aperto al mondo. Dal padre introietta l'idea di un'autorità priva di carattere, mentre dalla madre l'idea di una Turchia vecchia, che deve essere oltrepassata, anche se amata. La famiglia di Mustafa, per altro, è spesso colpita da gravi lutti: dei suoi cinque fratelli, Fatma (nata nel 1872), Ahmet (nato nel 1874) e Omer (nato nel 1875) muoiono in tenera età per colpa della difterite, e anche Naciye (nata nel 1889) scompare a soli dodici anni a causa della tubercolosi.
Nel 1899 Ataturk si iscrive alla Scuola di guerra di Istanbul, avamposto occidentalista in territorio ottomano, dove ufficiali intermedi e giovani studenti mostrano una grande ammirazione per la Francia e per la tecnologia all'avanguardia della Germania, nazione dalla quale intendono prendere spunto per riorganizzare l'esercito. In seguito, diventato ufficiale di Stato maggiore, Ataturk nel 1904 viene spedito a Damasco, in Siria, dove si fa apprezzare per la tenacia messa in campo per riportare all'ordine le popolazioni arabe in rivolta, e per la creazione di "Patria e libertà", una piccola società segreta che ben presto entra in contatto con il Comitato Unione e Progresso, la centrale che si oppone apertamente al sultanato a Salonicco. In quegli anni, in ogni caso, Ataturk non è ancora un'autorità nel Comitato.
Nel 1909, la rivoluzione dei Giovani turchi porta alla destituzione del vecchio sultano e alla nomina di uno nuovo, Maometto V: Kemal, però, non è ancora uno dei leader del movimento. In quel periodo, tuttavia, inizia a maturare personalmente i caratteri principali delle sue idee politiche, tra l'estraneità dell'esercito alla politica e la laicità dello Stato. Tuttavia i suoi propositi non possono ancora essere messi in pratica, anche perché egli si trova lontano dalla Turchia: nel 1911 fa parte di un corpo di volontari che in Libia combatte contro gli Italiani; più tardi si sposta in Tracia, per affrontare nelle guerre balcaniche i bulgari. La sua consacrazione definitiva, dunque, avviene solo in occasione della Prima Guerra Mondiale. Egli, infatti, si rivela un capo militare vittorioso nella difesa di Gallipoli, aggredita dalle truppe inglesi per quasi un anno, tra l'aprile del 1915 e il febbraio del 1916. Ataturk dunque diventa l'eroe dei Dardanelli, colui che dà il via, da eroe, al riscatto nazionale turco. Kemal, promosso generale di Brigata, si appresta a conquistare il potere.
Dopo aver ottenuto condizioni di armistizio convenienti, emana la circolare di Amaysa nella notte del 21 giugno del 1919. Attraverso questa circolare egli, contando sul sostegno delle differenti anime del nazionalismo, dichiara che il governo di Istanbul non è in grado di affrontare la crisi che sta attraversando il Paese, e di conseguenza dà vita a un contropotere che si attiva nell'Anatolia centrale. Così, mentre la capitale viene occupata dalle truppe alleate, i capi nazionalisti vengono arrestati, e Ataturk tratta con la Russia per provare a rendere più stabili i confini orientali: la Georgia viene ceduta ai Russi, mentre l'Armenia rimane possesso turco. Eliminata la sinistra di opposizione nel governo, Ataturk batte l'esercito greco in occasione della vittoria del Sakarya; ciò non implica, però, la conclusione della guerra.
Ataturk fino al 1922 ricopre il ruolo di dittatore della Turchia, oltre che di comandante in capo, e così stronca ogni tentativo di dissenso, sia esso ispirato alle posizioni conservatrici di latifondisti e notabili, sia esso derivante dall'internazionalismo comunista. Mentre i Greci lasciano l'avamposto di Smirne e il territorio turco, tra i due Paesi - Grecia e Turchia - si arriva a un accordo per portare 500mila musulmani e turchi dalla Grecia in Turchia, e un milione e mezzo di ortodossi e greci dall'Anatolia alla Grecia. Il leader turco, quindi, dopo aver praticamente smantellato un impero multi-etnico, pensa a liberare definitivamente la propria nazione. Si tratta del momento principale della sua idea di riforma culturale e sociale, che impone un assorbimento dei valori spirituali occidentali e la distruzione della Turchia attuale, per tornare ai valori che la civiltà islamica ha smarrito.
La Repubblica di Turchia nasce ufficialmente il 29 ottobre del 1923, con Ataturk che viene eletto presidente (è già presidente del Partito del Popolo). Le sue prime decisioni riguardano l'istituzione di un sistema centralizzato di istruzione pubblica, la chiusura degli istituti scolastici religiosi, la chiusura dei tribunali religiosi e l'abolizione del divieto di consumare e vendere bevande alcoliche. L'Islam, in ogni caso, rimane confessione di Stato, anche per non allarmare eccessivamente la - pur forte - componente religiosa della nazione.
Dal punto di vista economico, invece, egli lavora per svecchiare le campagne e agevolare la nascita e lo sviluppo di una borghesia terriera imprenditoriale; vengono, inoltre, gettate le basi per un modello industriale di primo piano, ma senza investimenti stranieri. Di conseguenza, lo sviluppo economico mostra molti segni di debolezza, anche se - complice la rinuncia a spese per opere pubbliche e a indebitamenti - la Turchia non vive crisi congiunturali.
Ataturk prosegue l'opera di occidentalizzazione anche a cavallo tra gli anni Venti e gli anni Trenta, a dispetto dell'accentuarsi della situazione dittatoriale, dell'aumentare della sua influenza sull'esercito e della chiusura progressiva al multipartitismo. Dopo aver impedito di sfruttare la religione con scopi politici, dà il via a una campagna finalizzata a civilizzare i costumi e l'abbigliamento, approvando una legge che impedisce di utilizzare il turbante, e vietando ai funzionari pubblici di portare la barba. Inoltre, introduce il calendario gregoriano, abolisce l'obbligatorietà dell'insegnamento dell'arabo, introduce la festività domenicale, sostituisce con un alfabeto a caratteri latini il vecchio alfabeto arabo e propone un codice penale basato sul codice Zanardelli.
Insomma, Ataturk diventa simbolo di una contraddizione: da un lato cerca di occidentalizzare il Paese che governa; dall'altro lato ricorre ai metodi tipici del dispotismo asiatico. Il risultato? L'opposizione viene cancellata in un primo momento e ripristinata in seguito, con Ataturk che però pretende di sceglierne anche gli esponenti. Non possono, inoltre, essere dimenticate le vessazioni verso il popolo curdo.
Kemal Ataturk muore a Istanbul per una cirrosi epatica il 10 novembre del 1938: la sua è stata un'esistenza caratterizzata da eccessi ma anche dalla depressione. Ritenuto da alcuni storici il De Gaulle turco per la contraddizione di un uomo d'ordine rivoluzionario, egli ha preso su di sé la responsabilità del proprio Paese nel momento in cui esso era in crisi, per condurlo a una rinascita. Socialmente conservatore, è riuscito al tempo stesso a proporsi come deciso modernizzatore.
Successore di Ataturk è Ismet Inonu, suo braccio destro, con il quale per altro negli ultimi tempi i rapporti si erano piuttosto deteriorati. Ataturk, in ogni caso, anche mentre si appresta a morire non esprime una decisione definitiva a proposito della sua eredità, che dunque viene concessa dal partito a Inonu: egli prosegue il percorso iniziato da Mustafa Kemal, anche ponendo l'accento sugli aspetti più autoritari, favorendo in ogni caso il passaggio al multipartitismo dopo la Seconda Guerra Mondiale.
Oggetto ancora oggi di una religione civile in Turchia (basti pensare che è reato insultarlo), Mustafa Kemal ha lasciato dietro di sé un'eredità tanto controversa quanto profonda, paradigmatica del rapporto difficile tra l'universalismo tipico della civiltà occidentale e le culture orientali.
Tra i numerosi titoli che gli sono stati attribuiti, vale la pena di ricordare quello di Cavaliere dell'Ordine di Murassa, la Stella di Gallipoli, la Medaglia di Imtiaz in argento, la Medaglia dell'indipendenza turca, la Croce al merito militare di I classe, il titolo di Cavaliere della Croce di Ferro, la Medaglia d'oro al merito militare e il titolo di Commendatore dell'Ordine di Sant'Alessandro.
Lontano dall'ideologia marxista, nel corso della sua vita Kemal, pur ritenendo inesistente la questione di classe, ha sempre mostrato rispetto nei confronti di Lenin, come dimostrano i buoni rapporti di vicinato con l'Urss, addirittura perno della politica estera di Ataturk. Non si trattava, evidentemente, di affinità politiche, quanto del sostegno economico che i sovietici potevano concedere alla Turchia in occasione della guerra di liberazione dagli Alleati.
Il suo cadavere riposa nel mausoleo dell'Anitkabir, costruito ad Ankara appositamente per lui, in quella capitale della Turchia repubblicana che egli creò. Il cognome Ataturk, che significa Padre dei Turchi, gli è stato assegnato nel 1934 tramite apposito decreto del Parlamento della Repubblica, in conseguenza dell'obbligo (da lui stesso stabilito) di adottare - come nel mondo occidentale - cognomi di famiglia regolari. A lui, oggi, sono intitolati l'aeroporto principale di Istanbul e lo stadio olimpico della città.

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