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venerdì 8 aprile 2022

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è l'8 aprile.
L'8 aprile 1973 muore Pablo Picasso.
Pablo Ruiz Picasso nasce il 25 ottobre 1881, di sera, a Malaga, in Plaza de la Mercede. Il padre, Josè Ruiz Blasco, è professore alla Scuola delle Arti e dei Mestieri e conservatore del museo della città. Durante il tempo libero è anche pittore. Si dedica soprattutto alla decorazione delle sale da pranzo: foglie, fiori, pappagalli e soprattutto colombi che ritrae e studia nelle abitudini e negli atteggiamenti - in modo quasi ossessivo - tanto da allevarli e farli svolazzare liberamente in casa.
Si racconta che la prima parola pronunciata dal piccolo Pablo non sia stata la tradizionale "mamma", ma "Piz!", da "lapiz", che significa matita. E prima ancora di incominciare a parlare Pablo disegna. Gli riesce talmente bene che, qualche anno dopo, il padre lo lascia collaborare ad alcuni suoi quadri, affidandogli - strano il caso - proprio la cura e la definizione dei particolari. Il risultato sorprende tutti: il giovane Picasso rivela subito una precoce inclinazione per il disegno e la pittura. Il padre favorisce le sue attitudini, sperando di trovare in lui la realizzazione delle sue ambizioni deluse.
Nel 1891 la famiglia si trasferisce a La Coruna, dove Don José ha accettato un posto da insegnante di disegno nel locale Istituto d'Arte; qui Pablo a partire dal 1892 frequenta i corsi di disegno della Scuola di Belle Arti.
Intanto i genitori mettono al mondo altre due bambine, una delle quali morirà quasi subito. In questo stesso periodo il giovane Picasso rivela un nuovo interesse: dà vita a molte riviste (realizzate in un unico esemplare) che redige e illustra da solo, battezzandole con nomi di fantasia come "La torre de Hercules", "La Coruna", "Azuly Blanco".
Nel Giugno 1895 Josè Ruiz Blasco ottiene un posto a Barcellona. Nuovo trasferimento della famiglia: Pablo prosegue i suoi studi artistici presso l'Accademia della capitale catalana. Ha perfino uno studio, in calle de la Plata, che divide con il suo amico Manuel Pallarès.
Negli anni successivi troviamo Pablo a Madrid, dove vince il concorso dell'Accademia Reale. Lavora moltissimo, mangia poco, vive in un tugurio mal riscaldato e, alla fine, si ammala. Con la scarlattina ritorna a Barcellona dove per un periodo frequenta la taverna artistica letteraria "Ai quattro gatti" ("Els Quatre Gats"), così chiamata in onore de "Le Chat Noir" di Parigi. Qui si ritrovano artisti, politicanti, poeti e vagabondi di ogni tipo e razza.
L'anno seguente, è il 1897, porta a termine una serie di capolavori, fra cui la famosa tela "Scienza e carità", ancora assai legata alla tradizione pittorica dell'Ottocento. Il quadro ottiene una menzione all'Esposizione nazionale di Belle Arti di Madrid. Mentre prosegue diligentemente la frequentazione dell'Accademia e il padre pensa di mandarlo a Monaco, la sua natura esplosiva e rivoluzionaria comincia pian piano a manifestarsi. Proprio in questo periodo, fra l'altro, adotta anche il nome di sua madre come nome d'arte. Egli stesso spiegherà questa decisione, dichiarando che "i miei amici di Barcellona mi chiamavano Picasso perché questo nome era più strano, più sonoro di Ruiz. E' probabilmente per questa ragione che l'ho adottato".
In questa scelta, molti vedono in realtà un conflitto sempre più grave tra padre e figlio, una decisione che sottolinea il vincolo d'affetto nei confronti della madre, dalla quale secondo numerose testimonianze, sembra che abbia preso molto. Tuttavia, malgrado i contrasti, anche il padre continua a rimanere un modello per lo scapigliato artista, in procinto di effettuare una rottura radicale con il clima estetico del suo tempo. Picasso lavora con furore. Le tele, gli acquerelli, i disegni a carboncino e a matita che escono dal suo studio di Barcellona in questi anni sorprendono per il loro eclettismo.
Fedele alle sue radici e ai suoi affetti, è proprio nella sala delle rappresentazioni teatrali di "Els Quatre Gats" che Picasso allestisce la sua prima mostra personale, inaugurata il primo febbraio 1900. Malgrado l'intento di fondo dell'artista (e della sua cerchia di amici) sia quella di scandalizzare il pubblico, la mostra sostanzialmente piace, malgrado le solite riserve dei conservatori, e si vendono molte opere su carta.
Pablo diventa un "personaggio", odiato e amato. Il ruolo dell'artista maledetto per un po' lo soddisfa. Ma alla fine dell'estate 1900, soffocato dall' "ambiente" che lo circonda, prende un treno per Parigi.
Si stabilisce a Montmartre, ospite del pittore barcellonese Isidro Nonell, e incontra molti dei suoi compatrioti tra i quali Pedro Manyac, mercante di quadri che gli offre 150 franchi al mese in cambio della sua produzione: la somma è discreta e permette a Picasso di vivere qualche mese a Parigi senza troppe preoccupazioni. Non sono momenti facili dal punto di vista economico, nonostante le importanti amicizie che stringe in questi anni, tra cui quella con il critico e poeta Max Jacob che cerca di aiutarlo in ogni modo. Intanto conosce una ragazza della sua età: Fernande Olivier, che ritrae in moltissimi suoi quadri.
Il clima parigino, e più specificamente quello di Montmartre, ha una profonda influenza. In particolare Picasso rimane colpito da Toulouse-Lautrec, a cui si ispira per alcune opere di quel periodo.
Alla fine dello stesso anno torna in Spagna forte di questa esperienza. Soggiorna a Malaga, poi trascorre qualche mese a Madrid, dove collabora alla realizzazione di una nuova rivista "Artejoven", pubblicata dal catalano Francisco de Asis Soler (Picasso illustra quasi interamente il primo numero con scene caricaturali di vita notturna). Nel febbraio del 1901 riceve però una terribile notizia: l'amico Casagemas si è suicidato per un dispiacere d'amore. L'evento colpisce profondamente Picasso, segnando a lungo la sua vita e la sua arte.
Riparte per Parigi: questa volta vi torna per allestire una mostra presso l'influente mercante Ambroise Vollard.
A venticinque anni Picasso é riconosciuto ed ammirato non solo come pittore, ma anche come scultore ed incisore. Durante una visita al Musée de l'Homme, al palazzo Trocadero a Parigi, rimane colpito dalle maschere dell'Africa Nera, lì esposte, e dal fascino che emanano. I sentimenti più contrastanti, la paura, il terrore, l'ilarità si manifestano con un'immediatezza che Picasso vorrebbe anche nelle sue opere. Viene alla luce l'opera "Les Demoiselles d'Avignon", che inaugura uno dei più importanti movimenti artistici del secolo: il cubismo.
Nel 1912 Picasso incontra la seconda donna della sua vita: Marcelle, da lui detta Eva, ad indicare che é diventata lei la prima di tutte le donne. La scritta "Amo Eva" compare su molti quadri del periodo cubista.
Nell'estate 1914 si incomincia a respirare aria di guerra. Alcuni degli amici di Pablo, tra cui Braque e Apollinaire, partono per il fronte. Montmartre non é più il quartiere di prima. Molti circoli artistici si svuotano.
Purtroppo poi nell'inverno 1915 Eva si ammala di tubercolosi e dopo pochi mesi muore. Per Picasso é un duro colpo. Cambia casa, si trasferisce alle porte di Parigi. Conosce il poeta Cocteau che, in stretti contatti con i "Ballets Russes" (gli stessi per i quali componeva Stravinskij, al quale Picasso dedicherà un memorabile ritratto ad inchiostro), gli propone di disegnare i costumi e le scene del prossimo spettacolo. I "Ballets Russes" hanno anche un'altra importanza, questa volta strettamente privata: grazie a loro l'artista conosce una nuova donna, Olga Kokhlova, che diventerà ben presto moglie e sua nuova musa ispiratrice, da lì a qualche anno sostituita però con Marie-Thérése Walter, di appena diciassette anni, anche se indubbiamente assai matura. Anche quest'ultima entrerà come linfa vitale nelle opere dell'artista in qualità di modella preferita.
Nel 1936, in un momento non facile anche dal punto di vista personale, in Spagna scoppia la guerra civile: i repubblicani contro i fascisti del generale Franco. Per il suo amore per la libertà Picasso simpatizza per i repubblicani. Molti amici dell'artista partono per unirsi alle Brigate Internazionali.
Una sera, in un caffé di Saint-German, presentatagli dal poeta Eluard, conosce Dora Maar, pittrice e fotografa. Immediatamente, i due si capiscono, grazie anche all'interesse comune per la pittura, e tra loro nasce un'intesa.
Nel frattempo le notizie dal fronte non sono buone: i fascisti avanzano.
Il 1937 é l'anno dell'Esposizione Universale di Parigi. Per i repubblicani del Frente Popular é importante che il legittimo governo spagnolo vi sia ben rappresentato. Per l'occasione Picasso crea un'opera enorme: "Guernica", dal nome della città basca appena bombardata dai tedeschi. Attacco che aveva provocato moltissimi morti, tra la gente intenta a compiere spese al mercato. La "Guernica" diventerà l'opera simbolo della lotta al fascismo.
Negli anni '50 Pablo Picasso é ormai un'autorità in tutto il mondo. Ha settant'anni ed é finalmente sereno, negli affetti e nella vita lavorativa. Negli anni seguenti il successo aumenta e spesso la privacy dell'artista viene violata da giornalisti e fotografi senza scrupoli. Si succedono mostre e personali, opere su opere, quadri su quadri. Fino al giorno 8 aprile 1973 quando Pablo Picasso, all'età di 92 anni, improvvisamente, si spegne. Fu sepolto nel parco del castello di Vauvenargues.
L'ultimo quadro di quel genio - come dice André Malraux - "che solo la morte ha saputo dominare", reca la data 13 gennaio 1972: è il celebre "Personaggio con uccello".
L'ultima dichiarazione che ci rimane di Picasso è questa: "Tutto ciò che ho fatto è solo il primo passo di un lungo cammino. Si tratta unicamente di un processo preliminare che dovrà svilupparsi molto più tardi. Le mie opere devono essere viste in relazione tra loro, tenendo sempre conto di ciò che ho fatto e di ciò che sto per fare".
Alcuni dei quadri di Picasso sono tra i più costosi dipinti del mondo:
Nudo su un armadio nero - venduto per 45,1 milioni di dollari statunitensi nel 1999 a Les Wexner, che ne fece dono al Wexner Center for the Arts.
Le nozze di Pierrette - venduto per oltre 51 milioni di dollari statunitensi nel 1999.
Ragazzo con pipa - venduto per 104 milioni di dollari statunitensi da Sotheby's il 4 maggio 2004, stabilisce un record.
Dora Maar e il gatto - venduto per 95,2 milioni di dollari statunitensi da Sotheby's il 3 maggio 2006.
L'arlecchino cubista - valutato oltre 30 milioni di dollari.
Nude, Green Leaves and Bust - venduto per oltre 106 milioni di dollari statunitensi da Christie's il 4 maggio 2010 a New York, stabilisce un nuovo record.
Le Reve - venduto nel marzo 2013 per 155 milioni di dollari da Steve Wynn a Steven Cohen. È il secondo quadro più costoso dopo I giocatori di carte di Paul Cézanne.

sabato 26 febbraio 2022

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 26 febbraio.
Il 26 febbrario 1935 Hitler decide di creare la Luftwaffe, l'armata aerea della Germania.
 Tra le varie clausole che il Trattato di Versailles aveva imposto alla Germania, una vietava specificatamente l’esistenza o la creazione di un’aeronautica militare. Questo perché, durante la guerra, ci si era resi conto della pericolosità che tale arma poteva avere; inoltre l’aeronautica tedesca, sicuramente più avanzata di quelle alleate, aveva provocato parecchi grattacapi e aveva detenuto, fino al 1917, il (quasi) completo dominio dei cieli. Basti pensare alla nascita di un mito, quale quello del Barone Rosso, che sicuramente rifletteva l’altissimo livello di preparazione ed abilità dei piloti tedeschi.
Da parte alleata, quindi, si era ritenuto opportuno eliminare un elemento di instabilità e pericolosità, nel timore di un’eventuale rivalsa tedesca.
Come per tutte le altre clausole del trattato, anche quella concernente il divieto di creazione di un’aviazione venne facilmente aggirata.
Innanzitutto, se si vietava l’esistenza di un’aeronautica, non si vietava però la progettazione e lo sviluppo di nuovi velivoli, che venivano poi collaudati e sperimentati nella Russia bolscevica.
Una delle clausole segrete del trattato di Rapallo del 1922, infatti, prevedeva che le ditte tedesche potessero sperimentare le proprie “creazioni” in territorio sovietico.
Come secondo punto fondamentale, il trattato di Versailles vietava un’aeronautica “militare”, ma nulla diceva riguardo a quella civile.
Nacquero così decine di circoli aerei, di club dell’aria, dove si andarono ad addestrare quelli che saranno i primi piloti della Luftwaffe (il più famoso club aereo fu quello della Sturmabteilung).
Un primo passo verso l’autorizzazione alla creazione di un’aviazione militare tedesca, si ha con la conferenza sul disarmo di Ginevra.
Infatti nessuna nazione aveva ottemperato ai propri piani di disarmo ed addirittura c’era chi, come la Francia, aveva potenziato le proprie forze armate. L’unico stato che aveva eseguito il piano di disarmo era proprio la Germania, ma solo perché obbligata dal trattato di pace. Poiché questa situazione sembrava un controsenso, ci si chiedeva se si poteva permettere un limitato riarmo tedesco, a partire dai mezzi corazzati e dall’aviazione.
Ma il vero momento di svolta si ebbe con la formazione del Gabinetto Hitler. Infatti L’NSDAP (Nationalsozialistische Deutsche Arbeiterpartei, partito dei lavoratori nazionalsocialisti tedeschi – il partito nazista) ora al governo aveva tra i punti principali del proprio programma l’abolizione delle clausole dell’”iniquo” trattato di Versailles. Inoltre tra i più importanti gerarchi nazisti vi era Hermann Goring, asso della prima guerra mondiale ed ex – comandante del  Jagdgeschwader, la squadriglia comandata a suo tempo da Manfred Von Richtofen (il Barone Rosso); a costui venne affidato il neo – costituito Commissariato del Reich per l’aeronautica (il Reichministerium der Lufthart).
Ufficialmente il Trattato di Versailles era ancora in vigore, né la Germania aveva già l’autorità necessaria per poterselo scrollare di dosso.
Ciononostante si ebbero notevoli incentivi allo sviluppo tecnologico dell’industria aeronautica interna. È in questo periodo che le principali ditte tedesche del settore, quali la Heinkel, la Dornier e la Junkers (solo per fare alcuni nomi), si sviluppano, iniziando a ricevere le prime, seppur nascoste, commesse statali.
È il 1 marzo 1935 che Hitler decide di abrogare definitivamente il Trattato di Versailles e permette la costituzione dell’aeronautica tedesca, la Luftwaffe (arma aerea), posta sotto il comando di Goring.
Finalmente tutti quei preparativi, prima fatti in gran segreto, possono venire alla luce.
La nuova arma aerea, la terza arma delle forze armate, subito si organizza e si diffonde in modo capillare sul territorio tedesco. I primi piloti iniziano ad uscire dalle scuole di formazione (i cui insegnanti non sono altro che gli appartenenti ai circoli aerei privati di cui si parlava prima), ufficiali dall’uniforme nera ed azzurra entrano ed escono dagli uffici del Reichministerium der Lufthart.
L’anno dopo, e precisamente il 22 luglio 1936 giunse ad Hitler una richiesta di aiuto da parte del (non ancora) Caudillo, Francisco Franco, che guidava la fazione nazionalista nella guerra civile.
Si era ancora agli inizi della guerra, le truppe di Franco erano bloccate in Marocco e non potevano passare in Spagna a causa del blocco navale creato dalla flotta spagnola, che si era quasi completamente schierata con i repubblicani.
L’unico altro sistema per far affluire queste truppe verso i fronti di guerra sul continente era un trasporto per via aerea. La Spagna non aveva un’aeronautica attrezzata per un ponte aereo di tali proporzioni (si trattava di far passare i circa 5000 uomini dell’armata d’Africa più tutti i materiali dell’intera armata che, intanto, avrebbe tentato uno sbarco con l’appoggio dal cielo).
Hitler inizialmente promise l’invio di trenta Junkers Ju 52, grandi aerei da trasporto, insieme ad alcuni piloti e tecnici.
Ovviamente l’ordine per l’invio di queste forze doveva essere ratificato da Goring, come comandante in capo della Luftwaffe.
È stato accertato come Goring, inizialmente, non fosse molto entusiasta all’idea di inviare aerei e piloti tedeschi a sostegno di una fazione disorganizzata e priva di possibilità di vittoria (quale sembrava quella nazionalista all’inizio della guerra civile).
Ciononostante Hitler diede l’avvio alla cosiddetta operazione Feuerzauber (incantesimo di fuoco), la quale prevedeva l’invio di trenta Ju 52 Tante Ju (zia Ju), con relativi tecnici e piloti, e alcune batterie contraeree. Alle richieste di Franco circa l’invio di aerei da caccia, Hitler e Goring reagirono inizialmente negativamente.
L’invio di aerei da guerra avrebbe compromesso quella posizione di neutralità proclamata precedentemente dal Reich tedesco.
È solo più tardi, dopo che Goring si fu incontrato con i più alti ufficiali della Luftwaffe e con i responsabili delle fabbriche aeronautiche tedesche, che la Germania decise di partecipare più attivamente in aiuto ai nazionalisti.
Oltre a considerazioni di tipo politico (tensioni in Spagna avrebbero distratto l’opinione pubblica mondiale), si voleva testare i nuovi velivoli tedeschi e metterli alla prova contro l’aeronautica di un paese potenzialmente nemico come l’URSS (che riforniva l’esercito repubblicano).
Fu così creata la Legione Condor al comando del Generalleutnant Sperrle, i cui aerei, moderni caccia e bombardieri ancora da testare sul campo, erano forniti dalla Luftwaffe, ma i piloti o tecnici dovevano essere rigorosamente volontari. Si trattò in verità di un imbroglio. I piloti della Luftwaffe andavano volontari come piloti nei “propri” aerei, dandosi anche il cambio ogni due mesi. Si voleva, infatti, permettere al maggior numero di soldati di “farsi le ossa” e fare esperienza sul campo.  La legione Condor si rivelò sicuramente un grandissimo aiuto per i franchisti, che poterono così contare su un reparto aereo composto da velivoli molto più avanzati di quelli repubblicani (e di quelli sovietici che erano loro forniti), e a cui venivano affidate le operazioni di maggiore importanza, come l’attacco su Madrid.
Essa è divenuta tristemente famosa anche per il tremendo bombardamento su Guernica, del settembre 1937, impresso su tela da Picasso.
Verso la fine del 1938, dopo aver egregiamente svolto il proprio lavoro e, poiché gli studi sui velivoli di nuova generazione erano conclusi, la legione fu lentamente rimpatriata.
Durante le crisi degli anni 1936/1938, in Renania, in Austria e nei Sudeti, l’aeronautica tedesca non ebbe un ruolo fondamentale giacchè non c’era bisogno di farla intervenire in modo massiccio.
Fu solamente con l’invasione della Polonia che si sentì la necessità di un più considerevole apporto delle forze aeree.
Impegnate per la prima volta in un combattimento (la Spagna può venir considerata quasi un addestramento), la Luftwaffe sfruttò quelle tecniche belliche, elaborate e sperimentate durante la Guerra Civile Spagnola.
Fino a quel momento le forze aeree erano utilizzate con due finalità: distruzione di altri aerei o bombardamento preventivo di fortificazioni o formazioni nemiche.
Con la Luftwaffe, fornita di bombardieri diversi per concezione (ad esempio gli Stuka, bombardieri leggeri) dagli altri velivoli, si ha, per la prima volta, l’idea di aeronautica vista in appoggio alle forze di terra, quasi fosse un’artiglieria dell’aria.
Ed è con questa funzione che la Luftwaffe viene utilizzata durante la campagna polacca. La Polonia non aveva un’aeronautica degna di tale nome e comunque essa era stata praticamente distrutta nel corso dei primi giorni di combattimento.
È anche grazie all’aiuto dei bombardamenti aerei che le truppe polacche vengono sbaragliate ed addirittura è unicamente loro il merito della resa della fortezza di Modlin e delle fortificazioni della penisola di Hela, con la cui caduta si chiude la conquista della Polonia.
Il bilancio della prima vera azione di guerra condotta dall’aviazione tedesca, è eccellente; oltre all’assenza di vere e proprie perdite (le poche registrate furono dovute a guasti di velivoli), esse si erano rese co – protagoniste della cosiddetta Blitzkrieg, la guerra lampo, che era proprio una azione congiunta di fanteria, mezzi corazzati e, appunto, aviazione.
Pochi giorni dopo la fine della campagna, Hitler mostrò l’intenzione di un’invasione ad occidente, per distruggere la Francia e domare definitivamente l’Inghilterra.
Durante i nove mesi successivi, quelli della cosiddetta phoney war, o drole de guerre, le forze aeree vennero rinforzate ed iniziò il loro trasferimento verso ovest. Inoltre, durante questi mesi, essa fu impegnata nell’operazione Weserubung, l’invasione di Danimarca e Norvegia.
Specialmente nelle operazioni rivolte verso quest’ultima le forze aeree tedesche svolsero un ruolo di primo piano, sia nell’attacco al suolo delle truppe anglo – franco – norvegesi, sia nel rifornire le truppe alpine di Dietl circondate a Narvik (si tratta del primo rifornimento per via aerea della storia), sia nel disturbare e tenere lontana la flotta inglese giunta nei fiordi norvegesi. Aerei appartenenti alla terza Luftflotte, danneggiarono gravemente parecchie unità nemiche.
La conquista della Norvegia fu di importanza capitale per la Germania; oltre a considerazioni di carattere economico (in Norvegia giungeva tutto il ferro delle miniere svedesi), ve ne erano altre di carattere militare: in Norvegia vennero installate basi per i sommergibili e vennero ristrutturate le basi aeree esistenti.
Quest’ultimo fatto permetterà ad alcuni aerei di raggiungere l’Inghilterra, o almeno la base di Scapa Flow, nelle isole Shetland, sede della Home Fleet inglese.
Contemporaneamente a questi fatti, la preparazione dei piani per l’attacco ad occidente andava avanti.
Il cosiddetto Fall Blue (piano blu) non era nient’altro che una riedizione del piano Von Schlieffen del 1914, con due gruppi di armate impegnati, uno in azioni di disturbo in Alsazia, contro la linea Maginot (complesso di fortificazioni edificato tra il 1925 ed il 1936 per proteggere la Francia da attacchi tedeschi), l’altro, con tutte le divisioni corazzate e motorizzate disponibili, avrebbe dovuto attaccare il Belgio e di lì penetrare in Francia, puntando su Parigi. Era proprio il piano che lo stato maggiore francese si aspettava, e probabilmente si sarebbe risolto in un fallimento.
Ed è qui che la Luftwaffe, senza volerlo, entra in gioco. Un ufficiale della seconda Luftflotte, partito dal suo quartier generale con il piano dettagliato dell’invasione, perse l’orientamento e fu obbligato ad effettuare un atterraggio di emergenza in Belgio, ove venne internato ed i piani catturati.
Goring si irritò moltissimo per questo incidente, che metteva in cattiva luce le forze aeree da lui comandate, ed epurò i vertici della seconda Luftflotte, quasi come punizione.
Con il senno di poi, si può affermare che l’incidente fu una vera manna dal cielo; infatti fu quasi obbligatorio cambiare il piano e venne adottato, in sostituzione del Fall Blue, quello elaborato dal Generalleutnant Von Manstein, che si rivelerà vincente.
Anche durante la Campagna di Francia la Luftwaffe, che questa volta si trovava di fronte l’aeronautica francese e quella inglese (considerate tra le migliori del mondo), si comportò egregiamente; anche qui le perdite furono irrilevanti, mentre si misero in mostra, per la loro perizia e precisione, le batterie antiaeree della Flak, che dipendevano dall’aviazione e non dall’esercito.

Verso la fine della campagna francese, comunque, si ebbe il primo vero scacco subito dalla “invincibile” aviazione tedesca.
I resti dell’esercito francese e del BEF (British Expeditionary Force, Corpo di spedizione britannico, al comando di Lord Gort), si erano rinchiusi a Dunkerque, sulla Manica, da dove si voleva evacuarle con l’aiuto della flotta inglese (operazione Dynamo).
Le divisioni corazzate avevano circondato la cittadina, ma Hitler le fermò, concedendo l’”onore” di distruggere le forze nemiche alla Luftwaffe, sembra su pressioni di Goring, il quale desiderava dare prestigio alle proprie unità.
L’offensiva aerea fallì, giacchè le unità inglesi, benché bombardate dagli aerei tedeschi, riuscirono a portare in salvo ben 375.000 uomini.
Oltre alle azioni delle truppe di terra, ebbero grande risalto i primi impieghi operativi dei fallschirmjager (i paracadutisti).
Essi, tipica creazione tedesca, furono per la prima volta utilizzati in combattimento, conquistando l’inespugnabile forte di Eben Emael (perno della difesa di Liegi, in Belgio), nonché i ponti (ancora intatti) sul Reno a Rotterdam.
Si trattò di una grande conquista per la guerra moderna: da questo momento, infatti, era possibile paracadutare truppe dietro alle linee nemiche, quasi fossero un novello Cavallo di Troia.
Allo stato attuale delle cose, l’unica potenza belligerante rimasta in campo, era l’Inghilterra.
Dopo che essa ebbe rifiutato l’offerta di pace della Germania (la Gran Bretagna avrebbe conservato l’impero, purché alla Germania fosse lasciata mano libera nell’Europa continentale), nello stato maggiore tedesco iniziò la preparazione del cosiddetto piano Seelowe (leone marino), ovverosia l’invasione dell’Inghilterra. Perché essa potesse avere esito positivo, era assolutamente necessario annientare la RAF (Royal Air Force, l’aviazione inglese). Fu così che Goring pianificò a sua volta l’operazione Adlertag (giorno dell’aquila), che prevedeva bombardamenti su installazioni ferroviarie e complessi industriali, con una doppia finalità: fiaccare la potenza industriale inglese e, al tempo stesso, distruggerne l’aeronautica, che sarebbe dovuta essere attirata proprio dai bombardieri tedeschi.
Non analizzeremo nei singoli dettagli l’andamento della cosiddetta Battaglia d’aerea d’Inghilterra, che si svolse tra il giugno e l’ottobre 1940; si vuole solo ricordare come essa sia stata la prima (nonché unica, se si escludono i bombardamenti in Kosovo del 1999) offensiva condotta unicamente nei cieli.
Era in qualche modo la realizzazione delle teorie che due giovani ufficiali, l’inglese Fuller e l’italiano Douhet, erano andati propagandando negli anni ’20 e ’30.
Secondo loro, infatti, ad uno stato sarebbe stato necessario possedere una potente aviazione che, sia con bombardamenti “chirurgici” su installazioni militari ed industriali, sia con bombardamenti indiscriminati sulle città, avrebbe ridotto il paese nemico alla rovina, sia economica che psicologica.
A causa di scelte strategiche errate (i bombardamenti indiscriminati sulle città portavano alla diminuzione di quelli sulle fabbriche, portando ad una ripresa delle capacità industriali e belliche inglesi), di errori di livello puramente tattico (l’impiego dei lenti Stuka contro caccia inglesi molto più veloci), nonché di qualità dei velivoli inglesi (gli Spitfire e gli Hurricane di ultimo modello non solo riuscivano a competere ma superavano in prestazioni i Bf 109 ed i Bf 110 tedeschi), Adlertag non giunse ad una positiva conclusione; con l’arrivo della brutta stagione (si era giunti ad ottobre), Seelowe era irrealizzabile, e così Adlertag venne “temporaneamente” (in verità definitivamente) sospesa e rinviata alla primavera dell’anno successivo.
Il bilancio di perdite umane e di velivoli fu disastroso per la Luftwaffe tedesca. Oltre alla distruzione di più di alcune migliaia di velivoli (2352 per la precisione), che già di per sé era una grave perdita per i tedeschi (l’industria aeronautica nazionale era in grado di produrre “solo” 190 velivoli al mese), la perdita più grave si ebbe nel personale: tra morti, feriti e prigionieri, la Germania perse circa 4000 (precisamente 3893) dei migliori piloti e tecnici di cui disponeva.
Alla fine del conflitto il Generalfeldmarschall Gerd Von Runstedt affermò che queste gravi perdite impedirono alla Germania, successivamente, di sconfiggere l’Unione Sovietica e, quindi, di vincere la guerra.
L’ultimo momento di gloria per l’aviazione tedesca si ebbe nel 1941, con le prime fasi dell’operazione Barbarossa (scattata il 22 giugno 1941).
L’obiettivo primario consisteva nel totale annientamento dell’aviazione sovietica che, se dal punto di vista qualitativo era molto inferiore a quella tedesca (e questo fino a tutto il 1942), a livello quantitativo poteva creare qualche problema. Nei primi giorni dell’invasione, diciamo nella prima settimana (22/29 giugno), la Luftwaffe distrusse circa 2000 velivoli, di cui il 75% mentre ancora erano a terra.
È con l’inizio del 1942 che per la Luftwaffe iniziò quel rapido declino che le fece perdere, su tutti i fronti di guerra (fronte orientale, africano, successivamente italiano ed occidentale), il dominio dei cieli.
Si possono però riportare due episodi che, su tutti lo testimoniano: la conquista di Creta e la battaglia di Stalingrado.
La battaglia di Creta, seppur avvenuta prima dell’invasione della Russia, fra il 20 maggio ed il 2 giugno 1941, mostrò già i segni di quella decadenza qualitativa che si andrà via via accentuando.
Chiamata da Student (il fondatore del corpo dei fallschirmjager) la “tomba dei paracadutisti germanici”, essa mostrò come l’uso di forze aviotrasportate o paracadutate non doveva essere effettuato senza un’adeguata copertura da parte di altre unità.
Invece Stalingrado, che fu una battaglia prettamente terrestre, interessa la Luftwaffe a partire dal 15 novembre 1942, quando la VI armata tedesca, assieme alla IV Panzerarmee ed ai resti di due armate romene (la III e la IV), venne circondata dalle truppe sovietiche di Zukov. Qualsiasi comandante dotato di buon senso avrebbe ordinato la ritirata: ma evidentemente Hitler, di buon senso, ne aveva poco.
La sua decisione di resistere a Stalingrado (poi ripetuta lungo tutta la ritirata tedesca sul fronte orientale) ebbe come primo fautore il “nostro” Goring. Egli, inverosimilmente, promise che la “sua” Luftwaffe sarebbe stata in grado di rifornire le truppe tedesche accerchiate.
Si trattava di fornire ai 330.000 uomini ben 500 tonnellate al giorno di rifornimenti, tra viveri, apparecchiature, munizioni ed armamenti. Va anche tenuto presente che si era in novembre, ossia in piena stagione invernale, sicuramente la meno adatta ad un ponte aereo di tali proporzioni.
Ed infatti la media che, fino all’8 gennaio 1943 (data in cui i sovietici presero l’ultimo campo di aviazione utilizzabile, quello di Gumrak) la Luftwaffe riuscì a consegnare fu di sole 100 tonnellate al giorno, cosa che portava un esercito a combattere e sopravvivere con un quinto delle proprie necessità operative; gli effetti di questa situazione sono da tutti conosciuti.
Una situazione simile fu quella che le truppe italo – tedesche dovettero sopportare in Tunisia. Durante tutta la guerra in Africa i rifornimenti erano “a carico” della marina italiana mentre, durante la battaglia tunisina, il peso ricadde sull’aviazione e neanche in questo caso essa riuscì a portarlo felicemente a termine (il Gruppo d’Armate Afrika si arrese il 13 giugno 1943).
Abbiamo precedentemente accennato al declino della Luftwaffe tedesca. Analizzandone le cause, si giunge a due soluzioni di fondo: la prima consiste nel continuo miglioramento qualitativo (e con l’entrata in guerra degli USA anche quantitativo) delle aviazioni alleate; al contempo non si ebbe, da parte tedesca, un adeguato sviluppo delle proprie potenzialità, con le industrie aeronautiche impegnate in progetti a lungo termine e, comunque, troppo avanzati scientificamente (ma non tecnologicamente), per quei tempi.
Si ebbero, ad esempio, i primi aerei a reazione (il Messerschmitt Me 263 Schwalbe), i primi missili aria – aria (Henschel Hs 298 – Kramer Rk 344), i primi elicotteri (Focke Wulf Fw 61 – Focke Achgelis Fa 330) ed anche i primi aerei con ala a freccia (Dornier Do 335 Pfeil); si tratta di progetti sicuramente interessanti, ma non per gli immediati fini bellici (essi ebbero un limitato, se non nullo, impiego operativo).
È interessante notare che tutti gli sviluppi aeronautici dal 1945 alla metà dei primi anni ’90 si basino su idee e progetti tedeschi della II guerra mondiale presi dagli alleati alla fine della guerra e da loro utilizzati al termine del conflitto.

mercoledì 29 giugno 2016

Madrid: Tapas Y Patatas - seconda parte

Madrid vive di tapas y patatas.
Se a Barcellona mi avevano colpito piccoli locali che vendevano solo pop-corn, qui a Madrid è evidente la passione per la patata. Al mercato ci sono banchi che vendono cartocci di patate a sfoglia e anche in molti locali si trovano questi coni di carta pieni di patatine, per intendersi quelle a cui fanno la pubblicità Siffredi e Cracco. Tutto per aumentare la voglia di una bionda fresca e spumeggiante: perchè Madrid è incontro.

 La città sembra fatta per parlare, per condividere, per scambiarsi la pelle. Solo la mattina tra le 6 le 8 si concede qualche attimo di riposo, lasciando il tempo agli spazzini di lavare le strade e a qualche irriducibile di finire l'ennesima birra. Ci si trova alla tabierna o alla cerveceria ed è normale come per noi prendere un caffè. Madrid non dorme mai, ma la sensazione è che il tempo sia come un collant che ognuno allarga a piacimento per trarne il massimo confort. Tra l'alto, sarà l'abitudine, sarà la concorrenza, ma i prezzi sono irrisori: una birra e un piccolo panino li trovi anche ad 1 euro e non c'è locale che dopo le 21.00 non trabocchi di gente. Volete cenare? allora conviene prenotare! 

In un orario insolito ho provato 100Montaditos, una birreria che offre panini e bibite. Ti siedi al tavolo, scegli quello che vuoi e lo segni su un foglietto che consegni alla cassa, paghi e appena pronto ti chiamano dalla cucina per prendere il piatto! Non sono un ottimo cibo, direi dozzinale e un po' scadente, ma la formula e l'offerta sono divertenti, da provare e condividere con gli amici.


Il nome delle strade è indicato su porcellane decorate e anche molti negozi sono tappezzati dentro e fuori, di piastrelle di porcellana. Nell'ultimo ristorante dove sono stata anche il bagno era coperto di mattonelline differenti l'una dall'altra. Già questo fa festa e quando le luci di notte le fanno brillarei ti senti pronto ad affrontare qualunque situazione nuova e stimolante.




 Luoghi dove mangiare ce ne sono veramente a non finire, soprattutto in questa zona ad altissima vocazione turistica la scelta è complicata, i migliori ristoranti, quelli tipici veramente sono tutti in periferia, ma dopo il Prado e il Thyssen in un giorno solo, non riesco proprio a pensare di allontanarmi troppo. Su tripadvisor parlano bene di una Tabierna piuttosto vicina, ma la cena è deludente, il tipico Jamon Serrano, che viene servito, come già sperimentato in altri locali, leggermente tiepido e un po' untuoso. Non ho capito se lo saltano nell'olio o se è il calore delle cucine a renderlo così. Lascio molte delle cose del piatto, ma quei salumi proprio non mi attirano, il cameriere sorridendo dice "glielo avevo detto che erano porzioni enormi" sorrido anche io per non mortificarlo, ma in realtà è la qualità a difettare. Per strada, vengo contagiata dalla grande voglia di vivere di tutti, avrei voglia di fare mattina, perchè qui senti che anche solo camminare per le strade ti riempirebbe di energie vitali, ma i miei piedi si rifiutano di inseguire i miei sogni quindi torno in albergo dove solo verso le 5 inizia a placarsi la fiesta. La mattina - per me mattina vuol dire massimo le 6 - è praticamente inutile uscire per fare colazione, prima delle 8.30 non se ne parla proprio e i pochi bar aperti spesso appaiono trasandati, vetrine sporche, cibo residuo del giorno prima, meglio aspettare quindi e adattarsi ai ritmi della città. 
Tra le cose tipiche i churros con cioccolata calda, ma ci sono già 28 gradi e i churros sono una sorta di krumironi fritti caldissimi da pucciare nella cioccolata densa. Opto per un'antica pasticceria a Plaza del Sol: la Mallorquina che offre paste da colazione gigantesche, e tra tutte le più gettonate sono le Napolitane crema e cioccolato.
Mentre molti si alternano al bancone salgo nella saletta dove sono stata preceduta da gruppi di tedeschi che hanno già ordinato uova, panini, pancetta e succhi di frutta. Sono tutti anzianotti e parecchio goderecci, Madrid è una città per tutte le età. Un cameriere, sulla sessantina, salta come un grillo da un tavolo ad un altro, sparecchia, apparecchia, prende le ordinazioni, porta il conto e corre come un disperato. Si ricorda tutto eccetto la mia colazione, infatti dopo circa 30 minuti decido di accennare un timido richiamo. Timido perchè francamente, solo a vederlo lavorare con tanta lena, mi sento stanca. 
Sul caffè è necessario stendere un velo pietoso, se non specifichi che vuoi un espresso ti portano un biberone marroncino e niente cappuccino, al limite il caffèlatte ovvero quella sbobbazza con una macchia di latte che il cameriere ti versa dal bricco caldo. La Napolitana al cioccolato non è affatto male così come il maritozzone, la torta di crema e  la girandola.  Con una buona colazione sono pronta per un'altra giornata di scoperte e scelgo il Reina Sofia, mi hanno detto che non è tanto grande, che si gira velocemente e che l'opera da vedere è Guernica: MENTIVANO I MALEDETTI!!!! 



Il Reina Sofia era un ospedale, ora,  se chiudo gli occhi e penso all'ospedale della mia città comprendo immediatamente che non potrà essere un luogo di piccole dimensioni come mi avevano detto.
Le foto sono scattate dall'ascensore a vetri e si vede la Stazione di Atocha al cui interno si trova una serra interessante e un conveniente deposito bagagli. Solo come informazione per altri viaggiatori, qui arriva l'autobus che proviene dall'aeroporto e anche il treno che parte dal terminal 4. 
Come dicevo lo spazio è vastissimo come quasi tutti i musei di arte contemporanea ha sale enormi, monitor che proiettano immagini o filmati, installazioni e documentazione a corredo del percoso. Si parla del periodo delle guerre. Si parla di sofferenza, di come cambia l'immagine dell'uomo, di come venga proposta attraverso i fumetti o i giornalini nelle scuole pubbliche e di come questa immagine cambierà nel corso degli anni. E' una sofferenza vera. Quasi tutto il museo è fotografabile eccetto il secondo piano dove ci sono molte sale dedicate a Picasso e a Guernica.
Di Guernica, non dico niente, perchè qualcuno potrebbe togliermi il saluto, ma i disegni dello studio che precede la realizzazione dell'opera sono belli. Banale vero? In queste stanze tra i tanti Picasso un'opera mi impressiona, mi impressiona forse perchè c'è stato da poco il referendum nel Regno Unito e quindi mi coglie impreparata e mi lascia perplessa. Si tratta di Europe 1935 di Gonzalez de la Serna.
Resto a guardarla e a chiderle: Cosa vuoi dirmi? cosa significhi? Perchè ti attacchi tenace ai miei pensieri? Che ti ho fatto di male? Non mi piaci neppure, vai via!


















 Ecco le storie raccontate ai bambini e l'immagine dell'uomo forte espressa perfettamente in quest'opera.
 A metà visita decido di prendere un'ora di pausa. 

Non è possibile passare da una sala all'altra senza soluzione di continuità, certe sale fanno male e certe non le capisco proprio. Osservo mio marito estasiato davanti ad opere che non mi stupirei di trovare davanti ad un cassonetto eppure lui percepisce qualcosa che io non vedo. Mi posiziono davanti all'opera e chiedo "Vorrei il solito, grazie!" ma non accade niente.
Trovare la caffetteria non è facile, salgo, scendo, scendo ancora fino a quando non mi decido a chiedere e mi fanno uscire dal museo in una corte enorme che comprende la biblioteca, l'auditorium, e la caffetteria. Una parte grande quanto il museo stesso.

La caffetteria è questa, il bancone del bar è lungo, ma in questo spazio quasi si perde. Ho sete, sono stanca, mi metto sul divano, vicino a me quattro giapponesi stanno dormendo, altri vicini si raccontano, uomini di mezza età sgranocchiano patatine, le immancabili patatine. Un'ora a disintossicarmi dalle immagini viste, non ci riesco ma ho ancora due piani da visitare quindi si riparte. Metto di seguito le immagini di alcune opere.










Poi arrivo davanti a quest'opera e non riesco a muovermi più.
Dalì: L'uomo invisibile 



Si vedono due figure o forse più di due sempre intrecciate, mezze visibili e mezze intuibili, ma cosa significa? Spero di trovare qualcuno in grado di darmi una traccia da seguire perchè resta in me un interrogativo profondo e disturbante. 
Ovviamente non è finita qui, le sale sono ancora molte una in fila all'altra e ognuna riserva capolavori che meriterrebero più tempo e più attenzione. Oramai sei così stordito che passando davanti ad un Picasso dici "Ah sì è Picasso" oppure "ancora un Mirò e un Dalì...."







Il nudo è un attrattore potente, il quadro è posto quasi davanti alla porta di ingresso della sala: un richiamo fortissimo. Molti guardano in questa direzione fingendo disinteresse, ma poi con la coda dell'occhio osservano la donna adagiata sul telo bianco. Osservo il comportamento degli uomini, soprattutto quelli accompagnati dalle loro anziane mogli, guardo lui e poi lei che subito si accorge che qualcosa sta provocando una turbativa d'asta a volte lei lo invita a guardare altro, a volte è lui a ostentare sufficienza. Alcuni si vede che fanno un giro lungo proprio pregustando il momento dell'incontro, cercato, voluto, atteso. Ed eccomi, sono qui davanti a te bella signora, mollemente adagiata, chissà se immaginavi che ti avresti destato tanto interesse, il giorno che hai deciso di posare per quell'uomo, chissà se sei esistita veramente o se rappresenti il frutto della sua passione, dei suoi desideri. E guardo il tuo pube glabro. 

Penso al sesso e a come viene raffigurato nelle diverse epoche, sicuramente ci avranno scritto libri e libri, saggi e manuali, di fatto, adesso tanto si parla di come la moda imponga a uomini e donne l'essere glabri, ma guardando queste opere pare che questa tendenza abbia percorso ogni secolo. Anche la Maya desnuda di Goya, vista ieri al Prado, presenta una donna con il pube romboedricamente decorato da leggera peluria, perfettamente delineata. Sono incuriosita, sicuramente in rete avrò modo di approfondire.





  
Prima di tornare in albergo e scegliere il locale per la serata, mi concedo quest'ultimo quadro, vorrei poter correre sui gradoni come una di quelle "animelle" nere che sembrano prese da chissà quale fuoco sacro, come il giorno che si allunga nella notte.





Uscita! Ancora 15 minuti a piedi e poi la doccia, ma la bellezza assimilata non si scioglierà con l'acqua e sapone.
 




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