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giovedì 12 dicembre 2024

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 12 dicembre.
Il 12 dicembre 2001 muore, all'età di 104 anni, Ardito Desio.
Nato il 18 aprile del 1897 a Palmanova nel Friuli, Ardito Desio è stata una singolare quanto nobile figura di geologo ed esploratore. Lungi dal passare il proprio tempo nel chiuso di un laboratorio, oltre ad essere paleontologo, geologo e scienziato, è stato anche esploratore, alpinista e pioniere, fino ad essere colui che guidò la spedizione che per prima mise piede sulla temibile vetta del K2.
La sua carriera inizia come docente al Politecnico di Milano nei primi anni '20, dopo essere scappato da casa per combattere come volontario nella prima guerra mondiale e dopo un anno passato come prigioniero in Boemia. La causa della prigionia è dovuta al fatto che durante la guerra partì per il fronte unendosi al gruppo «Volontari Ciclisti», con lo scopo di portare ordini alle prime linee. Una volta sciolto il Corpo dei ciclisti, fu assegnato alla Cavalleria finché cadde appunto prigioniero. A guerra finita il giovane Desio si iscrisse alla Facoltà di Scienze Naturali della Università di Firenze.
Contemporaneamente alla carriera accademica, inizia anche quella di esploratore e alpinista, mettendo così a frutto, oltre alle sue doti di intelligenza e perspicacia, anche quelle di organizzatore. Grazie a lui prendono corpo numerose spedizioni, impegnate nella conquista delle mete più ardite e ambiziose. Non solo montagne, ma anche deserti, ghiacciai e quant'altro. L'impresa più importante rimane senz'altro quella intrapresa dalla spedizione che lo vede al fianco di Lacedelli e Compagnoni per la conquista del K2, la seconda vetta del mondo. Un primo tentativo sotto la guida del Duca di Spoleto fallisce. Mancanza di viveri, temperatura sotto zero, valanghe e bufere di neve impauriscono i portatori che abbandonano la spedizione, oltre a stremare gli audaci esploratori. Spinto dall'esempio dell'inglese Hillary, che scala l'Everest nel 1953, Desio però ritenta l'impresa. E' il 31 luglio 1954 quando i tre alpinisti, segnando una tappa storica di questa disciplina, giungono finalmente in cima al colosso, dopo settimane di strenui sforzi e di prove sovraumane (non bisogna dimenticare che all'epoca la strumentazione tecnica era ben lontana dai livelli raggiunti oggi).
Ma se gettiamo uno sguardo alle esperienze precedenti, ci si rende conto di quale mole di lavoro e di quale preparazione ci fosse alle spalle di questi temerari. La prima impresa è datata 1922, anno che lo vede protagonista di un lungo viaggio solitario nel mar Egeo. Nel 1926 parte per un viaggio in Libia, incaricato da Guglielmo Marconi presidente dell'Accademia che allora finanziava il progetto. Attraversa il Sahara guidando una carovana di 140 cammelli e nel 1938, tornando negli stessi luoghi alla ricerca di acqua e di minerali, nel sottosuolo scopre del petrolio. Non fa in tempo a riprendersi dalla fatica che già è in fase di preparazione per un'altra partenza. Questa volta tocca al Karakorum, il noto massiccio asiatico, sfidato insieme ad Aimone di Savoia.
Nel 1931 intraprende una traversata del Sahara in cammello, nel 1933 è sui monti della Persia, nel 1937 alla ricerca di oro in Etiopia e nel 1940 esegue ricerche geologiche in Albania. Dopo la conquista del K2 le esplorazioni di Desio sono proseguite con l'Afghanistan nel 1961, l'Antartide nel 1962 (è stato il primo italiano a raggiungere il Polo Sud), la Birmania nel 1966 e il Tibet nel 1980. A partire dal 1987 è stato ancora sull'Himalaya per ricerche con il Cnr con i suoi oltre 90 anni di età.
In mezzo a questa vita dinamica e piena di avvenimenti, non sarebbe lecito tralasciare il suo contributo all'insegnamento, dispiegatosi in più di mezzo secolo di lezioni universitarie e le oltre 450 pubblicazioni a suo nome. Scrittore di grande eleganza formale e di notevole chiarezza, fra i suoi libri più riusciti bisogna almeno citare "Sulle vie della sete, dei ghiacci e dell'oro", avvincente racconto della sua vita e delle imprese che lo hanno reso famoso.
La sua morte, avvenuta il 12 dicembre 2001 alla strabiliante età di 104 anni, segna la scomparsa di una figura mitica: uno scienziato che coniugò mirabilmente l'intelligenza, il coraggio e la curiosità per l'esplorazione.

domenica 21 agosto 2022

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 21 agosto.
Il 21 agosto 1860 ebbe luogo la cosiddetta "battaglia di Piazza Duomo", nella quale Garibaldi conquistò Reggio Calabria durante l'impresa dei 1000.
L’importanza che, per il buon andamento dell’impresa garibaldina, ebbe la conquista di Reggio, è ricordata da Garibaldi stesso nelle sue memorie. Determinante fu infatti da un punto di vista strategico, fiaccò nello spirito la difesa borbonica e fu di buon auspicio per l’altra fondamentale vittoria di Soveria Mannelli.
Essendo previsto dai borbonici lo sbarco a Reggio dei garibaldini, reduci dalla gloriose giornate siciliane di Calatafimi, Palermo e Milazzo, Garibaldi scelse di giocare d’astuzia optando per una traversata più lunga dello Stretto e attraccando sulle spiagge di Melito nella mattina del 19. Le imbarcazioni battevano bandiera statunitense col chiaro intento di non destare sospetti. A questo punto si registrò un tentativo di difesa da parte delle truppe borboniche, accorse, seppur tardivamente, in difesa di quel tratto di costa. Lo scontro causò l’incendio di una delle navi utilizzate per lo sbarco, la Torino, nonché la perdita di alcuni tra i garibaldini appena sbarcati.
Il Comune di Melito Porto Salvo sta cercando i fondi per effettuare il ripescaggio del legno affondato, attualmente visibile a occhio nudo sui fondali; operazione che porterà nuovi reperti al Museo e Sacrario garibaldino, inaugurato nel 2010.
Completato lo sbarco le colonne garibaldine iniziarono il lento avvicinamento verso Reggio, sostando nella giornata successiva presso l’abitato di Pellaro. La sera del 20, dopo aver preso contatto con il suo ufficiale Giuseppe Missori e il patriota calabrese Benedetto Musolino, artefici dodici giorni prima di un fallito tentativo di impossessarsi del forte dell’Altafiumara, ed in conseguenza di ciò rifugiatisi in Aspromonte con l’intento di aspettare che i garibaldini giungessero dalla Sicilia, Garibaldi ed il neo promosso Maggiore Generale Bixio, decisero di muovere alla volta di Reggio.
Dal territorio di Ravagnese si passò al rione Modena, dove le truppe si separarono in due colonne: una tenuta ad entrare dal confinante rione S. Giorgio Extra, l’altra dal rione Crocefisso. Quest’ultima, giunta in prossimità di Porta San Filippo, antico accesso alla città da sud, trovò le sentinelle borboniche chiedere loro la parola d’ordine. Le Camicie Rosse risposero sprezzanti “Viva Garibaldi”, quelle regie fecero fuoco inneggiando a Re Francesco II. Dopo l’episodio sulla spiaggia di Melito questo secondo scontro a fuoco preannunciava il finale resoconto, allorché le truppe regie si asserragliarono nei pressi del Duomo per l’ultima resistenza. A presidio della città era posto il 14° Reggimento comandato dal Colonnello Dusmet, che in un primo momento ricevette ordine di schierarsi in prossimità del torrente Calopinace per poi disporsi, come si accennava, nella zona della Cattedrale.
Molto si è detto sulla presunta incapacità degli alti comandi borbonici circa i fatti di Reggio: manifesta disorganizzazione, accuse di tradimento o voluto atteggiamento “soft” nei confronti di una difesa in cui alcuni ufficiali non credevano abbastanza? E’ indubbio che vi furono dei valorosi tra i soldati borbonici come tra i garibaldini, uomini, prima che militari, che in buona fede abbracciarono le armi per senso del dovere e appartenenza.
E’ buio pesto, si combatte tra i vicoli antistanti la cattedrale e nella stessa piazza, in un clima di incertezza che riguarda i movimenti stessi da compiersi. Bixio, che guida il contingente garibaldino è ferito, forse da fuoco amico, al braccio sinistro. Si verifica la morte sul campo del Colonnello Dusmet, il Reggimento viene così affidato al Tenente Zattera.
La battaglia si protrae fino al mattino. Alte furono le perdite da una parte e dall’altra, in una battaglia che vide lo scontro corpo a corpo fin su i gradoni del Duomo. L’accerchiamento della piazza ad opera di Bixio e dei suoi uomini comportò il ritirarsi delle restanti truppe borboniche in direzione del castello dove avvenne la capitolazione delle forze regie. Nel frattempo Garibaldi si ricongiunge coi patrioti rifugiatisi sull’Aspromonte.
Era il pomeriggio del 21 agosto, Reggio, ormai conquistata, segnava la strada da seguire per quella che fu la cavalcata di unificazione del territorio nazionale.
La battaglia è ricordata a Reggio con la Via XXI agosto.

domenica 31 luglio 2022

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 31 luglio.
Il 31 luglio 1954 la spedizione italiana guidata da Ardito Desio conquista il K2, la seconda vetta più alta del mondo.
I due alpinisti che raggiunsero effettivamente la vetta furono Achille Compagnoni e Lino Lacedelli, anche se il merito va all'intero gruppo, composto anche da Walter Bonatti, Enrich Abram, Ubaldo Rey, Hunza Madhi.
L'impresa fu un grande successo per l'Italia, tanto che venne immortalata da diversi mezzi di comunicazione: dalla stampa al cinema, dalla filatelia alla pubblicità.
Chogori significa Grande montagna, ma per la sua difficoltà alpinistica e per il fatto che in media per ogni 4 alpinisti che tentano la scalata, uno muore, il K2 è conosciuto anche come la Montagna Selvaggia. Il 2 nacque in effetti da un errore di misurazione dell'altezza della cima. Come K1 venne indicato il Masherbrum che invece è più basso. Ma per pura coincidenza il numero 2 corrispondeva alla posizione della montagna nella lista delle cime più alte del mondo e questo ne ha giustificato il suo mantenimento anche successivamente.
Fra gli Ottomila, il K2 ha il secondo più alto tasso di mortalità di scalata dopo l'Annapurna. Reinhold Messner sostiene che “ …tenendo conto di altezza, pericolosità e difficoltà tecniche, è l’ottomila più impegnativo”; la sua opinione è condivisa anche da altre fonti. Il K2 è, con i suoi 8611 metri, la seconda montagna più alta della Terra dopo l'Everest.
La difficoltà dell'ascensione del K2 è maggiore di quella dell'Everest. Oltre che una forte pendenza, il K2 presenta infatti passaggi alpinistici di grande difficoltà, ad altissime quote; altro problema è rappresentato dall’assenza quasi totale di posti adatti a un campo-base. Sono inoltre difficilissime le condizioni climatiche. Tutte le spedizioni sul totale dei giorni di attacco alla vetta ebbero sempre pochissimi giorni, addirittura solo ore di bel tempo. La difficoltà del K2 è testimoniata dall'elevata percentuale di insuccessi sul numero totale di tentativi, comprese anche numerose vere e proprie tragedie. La seconda ascensione, dopo quella italiana di Desio, è avvenuta ben 23 anni dopo la prima, cioè nel 1977. Fino al 2007, solamente 278 persone (di cui 35 italiane) hanno raggiunto la vetta, contro le oltre 3000 che hanno raggiunto quella dell'Everest; inoltre 66 persone vi hanno perso la vita (spesso nella fase di discesa), delle quali ben 16 nel 1986. Per quanto ci siano stati dei tentativi, non è finora stata mai effettuata un scalata invernale.
Le precedenti spedizioni fallirono tutte nel tentativo di raggiungere la cima. Da ricordare quella italiana condotta dal Duca degli Abruzzi negli anni trenta, interrotta per condizioni climatiche proibitive, che arrivò fin quasi in vetta.
Fu aperta una via, la più praticata poi in seguito, fino allo Sperone (oltre 7mila metri), denominato appunto Abruzzi. Le prime magnifiche foto del K2 (scattate ancora con le lastre) furono eseguite da Sella, imprenditore biellese, alpinista, ma soprattutto uno dei primi grandi fotografi della montagna che seguiva la spedizione. Il K2 è chiamato e considerato “la montagna degli italiani”.
La spedizione di Desio fu inizialmente segnata dalla tragedia della morte di Mario Puchoz, una guida di Courmayeur colpito da edema polmonare. Erich Abram (una guida altoatesina), Walter Bonatti (considerato tra il 1954 e il 1965 uno dei migliori alpinisti al mondo) e Ubaldo Rey (un'altra guida di Courmayeur) fecero il grosso del lavoro di messa in opera delle corde fisse sulla cosiddetta Piramide Nera, la difficile zona rocciosa poco sotto i 7000 metri che contiene il famoso Camino Bill.
Il 30 luglio, il giorno prima della salita finale, si rischiò un altro dramma: Bonatti e l'Hunza Mahdi, che portavano le bombole d'ossigeno al nono campo dove erano attesi da Compagnoni e Lacedelli, designati per conquistare la cima, non riuscirono a raggiungere la tenda del nono campo (da Compagnoni e Lacedelli posta più in alto di quanto concordato la sera prima per facilitare, a loro dire, la salita in vetta del giorno dopo). Al sopraggiungere dell'oscurità, Bonatti e Mahdi si trovarono così impossibilitati sia a salire sia a scendere. Non ricevendo assistenza dalla ormai vicina tenda di Compagnoni e Lacedelli, a portata di voce, essi dovettero quindi bivaccare all'aperto in condizioni climatiche proibitive, su un gradino di ghiaccio in mezzo a un ripido canalone che il vento notturno riempiva di neve, senza tenda e senza sacchi pelo, e sopravvissero solo grazie alla loro eccezionale forza fisica. Mahdi riportò gravi congelamenti che determinarono l'amputazione di tutte le dita dei piedi. Questo episodio è all'origine di tutta una serie di polemiche, calunnie, accuse, persino di fronte a tribunali, che coinvolsero i protagonisti della vicenda e si trascinarono per 54 anni, dando origine al cosiddetto Caso K2.
Nel 2008 la storia del K2 viene riscritta. Le cose non sono andate come ci erano state raccontate da Ardito Desio. La versione ufficiale dell' ultima parte della salita dal campo VII in su è invece quella messa a punto dai tre saggi, Fosco Maraini, Alberto Monticone e Luigi Zanzi, espressamente nominati dal Club Alpino Italiano nel febbraio 2004. Cosa accadde lassù, a oltre 8000 metri, nella zona della morte, tra il 30 e il 31 luglio 1954? Gli elementi di novità acquisiti dall' expertise sono esplicitamente sottolineati da Annibale Salsa, presidente generale del Cai, in una nota che apre il volume nel quale la relazione viene finalmente pubblicata: K2, una storia finita a cura di Luigi Zanzi (Priuli&Verlucca, 144 pp., 12 ). A Walter Bonatti e all' hunza Mahdi viene finalmente riconosciuto un ruolo cruciale nella conquista del K2. Diversamente da quanto inizialmente sostenuto, la salita alla cima venne compiuta da Lacedelli e Compagnoni con l' uso dell' ossigeno recato dai compagni. Essi spostarono del tutto arbitrariamente il campo più in alto di circa 250 m rispetto al punto fissato (da 7900 m a 8150 m), in una zona invisibile, al di là di un' impegnativa traversata rocciosa. Il nuovo sito era difficilmente raggiungibile da Bonatti e dall' hunza Mahdi, incaricati di portare a quella quota le bombole d' ossigeno per il balzo finale agli 8616 m della vetta. L' inspiegabile carenza di comunicazioni tra Compagnoni-Lacedelli e Bonatti-Mahdi costrinse questi ultimi a bivaccare di notte nella tempesta a circa 8150 m d' altitudine, con gravissimo rischio per le loro vite. Vittima di accuse infamanti, Bonatti si era battuto fin d' allora anche nei tribunali per ottenere il riconoscimento della sua verità. A quattro anni dal cinquantesimo anniversario della conquista dell' unico ottomila raggiunto in prima ascensione dagli italiani, per lui questo è un risultato importantissimo. Ma già Messner nel 2004 aveva affermato che, se la conquista del K2 ha il proprio padre in Ardito Desio, ha certamente il secondo padre in Walter Bonatti. Grazie alla pubblicazione della relazione, si mette fine allo strascico di polemiche, accuse, processi e figuracce seguiti a una scalata che voleva essere il simbolo del riscatto del nostro paese dopo l' umiliazione del fascismo e della guerra. Solo ora la storia della nostra conquista del K2 può dirsi davvero finita. Al Cai il merito di avere avuto il coraggio di smentire, sia pure dopo mezzo secolo, la versione di Desio, ripristinando finalmente la verità storica.

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