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martedì 15 giugno 2021

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 15 giugno.
Il 15 giugno 1978 Giovanni Leone, presidente della Repubblica Italiana, si dimette.
Giovanni Leone nasce nel 1908. Il padre è uno dei fondatori del partito popolare. Come il padre segue la carriera forense diventando un penalista di fama, docente universitario e autore di un famoso manuale in cui si sono formate generazioni di avvocati. Nel 1944 entra nelle fila della DC. E' un convinto sostenitore delle ragioni repubblicane nel referendum istituzionale e nel 1946 a soli 36 anni viene eletto all'assemblea costituente. Viene eletto presidente della camera nel 1955; viene incaricato di presiedere due governi "balneari" nell'estate del 1963 e del 1968.
Nel 1971 vi sono le elezioni del presidente della repubblica. La candidatura di Fanfani tramonta a causa delle divisioni interne al partito cattolico e della propensione socialista a chiedere un candidato "progressista" dello scudocrociato. La DC si riunisce per decidere chi candidare tra Moro e Leone. Secondo le Memorie di Leone, alla fine in seno al partito prevale lui per tre voti. Il 29 dicembre 1971 Giovanni Leone giura come sesto presidente della Repubblica, eletto la vigilia di notale al 23° scrutinio con i voti decisivi del MSI. I primi anni al Quirinale sono un successo, anche Oriana Fallaci scrive un articolo in cui manifesta il suo apprezzamento per Leone.
Ma l'idillio è destinato ad interrompersi. Nel febbraio 1976 una commissione parlamentare americana indaga sulla Lockeeed, un colosso dell'aviazione che pagava tangenti per vendere i suoi aerei. Nella vicenda risultano coinvolti anche politici italiani. A partire dal 1969 la società americana Lockeed si è assicurata la vendita di aerei militari Hercules C-130 grazie alla corruzione di uomini di governo italiani. I giornali di casa nostra riprendendo la notizia fanno riferimento anche ai mediatori italiani dell'affare Lockheed, i fratelli Ovidio e Antonio Lefebvre. Quest'ultimo è un amico di vecchia data del presidente della Repubblica Leone. Dalle carte dell'azienda americana spuntano riferimenti al presunto destinatario delle tangenti il cui nome in codice sarebbe Antelope Cobbler (per alcuni sarebbe in realtà Antelope Gobbler "mangiatore di antilopi" cioè Leone; o un misterioso uomo politico che in viaggio in America si sarebbe soffermato in una vetrina ad ammirare scarpe di antilope, riferimento a un viaggio fatto da Leone in cui avrebbe comprato delle scarpe per la moglie Vittoria).
Il 21 aprile 1976 la commissione parlamentare inquirente italiana ( secondo la nostra Costituzione il presidente della Repubblica e i ministri per i reati compiuti nell'esercizio delle loro funzioni vengono sottoposti a uno speciale procedimento che prevede la messa in stato di accusa operata dal Parlamento e il giudizio affidato alla Corte Costituzionale) riceve dalla Lockeed le chiavi per decrittare i nomi in codice. Antelope Cobbler è un primo ministro italiano . Tra il 1968 e il 1970 i presidenti del Consiglio sono stati tre: nel 1968 Aldo Moro e Giovanni Leone; nel 1969 e nel 1970 Mariano Rumor; è proprio durante il ministero Rumor che si svolge la vendita degli Hercules; nonostante le cose sembrino farsi più chiare la stampa continua a ritenere coinvolto Leone sulla base dell'amicizia con Antonio Lefebvre.
L'11 febbraio 1977 la commissione inquirente assolve l'ex presidente del Consiglio Mariano Rumor; Antelope Cobbler è lui ma non ha ricevuto alcuna tangente. Sono invece rinviati a giudizio del parlamento il Dc Luigi Gui e il socialista Mario Tanassi, entrambi ministri della Difesa nei governi Rumor.
I radicali chiedono un supplemento d'inchiesta e denunciano Leone, assieme a Rumor, Tanassi e Gui per associazione a delinquere.
Il 14 aprile 1977 la commissione inquirente archivia la denuncia dei radicali contro Leone per "manifesta infondatezza". Il parlamento rinvia intanto Gui e Tanassi al giudizio della Corte Costituzionale.
Nonostante Leone sia uscito completamente scagionato da questa vicenda gli attacchi mediatici contro di lui non si placano.
Nel marzo del 1978 esce "Giovanni Leone. La carriera di un presidente". Si tratta di un Libro-pamphlet durissimo contro Leone che diventa subito un best seller: 700000 copie vendute. Il libro, scritto da Camilla Cederna, dipinge un ritratto inquietante di un presidente corrotto che arriva a vendere persino le grazie da concedere a camorristi. Le accuse del libro si riveleranno prive di ogni fondamento e infatti quando i familiari di Leone faranno causa alla Cederna per diffamazione, la giornalista viene condannata a un risarcimento miliardario.
Il 12 maggio 1978 il settimanale l'Espresso pubblica un capitolo del libro della Cederna dedicato ai figli del presidente giudicati troppo disinvolti negli affari e negli amori. Inizia da quel momento una compagna dell'Espresso senza tregua contro Leone.
Si arriva al 21 maggio 1978: L'espresso pubblica un articolo sullo scandalo Lockheed. Nonostante l'innocenza comprovata, la campagna contro il presidente della Repubblica recupera le vecchie accuse di corruzione.
L' 11 giugno 1978: arriva l'ultima accusa. L'espresso scrive un articolo in cui si contestano a Leone l'abusivismo edilizio e la frode fiscale. Accuse anche queste accertate come inconsistenti. Nessuna contestazione fiscale venne mai mossa a Leone riguardo alla villa da lui posseduta fuori Roma.
Il fatidico 14 giugno Leone ha un colloquio prima con il presidente del Consiglio Andreotti , e quindi con il segretario della DC Zaccagnini. Nelle sue memorie Leone definirà ostile l'atteggiamento di Zaccagnini e che alla base di quell'atteggiamento vi era oltre "alla sottile malcelata ostilità politica di sempre anche il risentimento per il forte contrasto nella conduzione del caso Moro".
Il giorno seguente la direzione del PCI si riunisce a Botteghe oscure per discutere la posizione da assumere nei confronti del capo dello Stato: si decide per chiedere le dimissioni di Leone. Alla Camera dei deputati (13,30) Pajetta chiede ufficialmente a nome del PCI le dimissioni del presidente della Repubblica. Alle 14,30 Zaccagnini e Andreotti si recano al Quirinale per comunicargli che nella DC si riteneva la situazione non più sostenibile. Leone sentendosi abbandonato anche dal suo partito di lì a poche ore annuncerà le sue dimissioni.
L'1 marzo 1979 la Corte Costituzionale condanna Tanassi per corruzione nell'affare Lockeed. Leone però si è già dimesso da nove mesi da Presidente della Repubblica.
La parabola discendente di Leone è strettamente connessa ali tragici avvenimenti legati al sequestro di Moro: il 29 aprile 1978 Moro scrive una lettera a Giovanni Leone nella quale gli chiede di farsi promotore di "equa ed umanitaria trattativa per scambio di prigionieri politici". Fanfani e Craxi sono convinti che uno scambio di prigionieri sia possibile. Leone è pronto a firmare la richiesta di grazia a favore di una brigatista. Dice: "ho l'anima pronta e la penna a disposizione per qualsiasi grazia purché mi sia proposta". Si esamina la possibilità di destinare l'atto di clemenza a Paola Besuschio, brigatista in carcere per varie rapine ma che non si è mai macchiata di omicidi.
Durante quelle frenetiche giornate giunge una telefonata della moglie di Moro a Leone: questi alla presenza di Cossiga è pronto a telefonare a Zaccagnini. Ma Cossiga lo blocca invitandogli a pensare che un simile atto avrebbe comportato un'interferenza all'attività del governo. Leone fa comunque un tentativo estremo per rinvitare Zaccagnini a convocare il Consiglio Nazionale. L'obiettivo è quello di instaurare una trattativa tra DC e BR così da dare quel riconoscimento politico che le stesse BR cercano.
Il 9 maggio 1978 alle ore 12 si riunisce la direzione nazionale della DC; ma mentre Fanfani sta per prendere la parola (per chiedere la convocazione del Consiglio nazionale e annunciare la disponibilità di Leone a concedere la grazia alla brigatista Besuschio) arriva una telefonata che annuncia il ritrovamento del cadavere di Aldo Moro in Via Caetani.
Appena 45 giorni dopo la morte di Moro vi saranno le dimissioni di Leone. Esse si inseriscono anche nel clima politico seguente all'omicidio di Moro che mette in crisi il compromesso storico tra DC e PCI. Possono essere viste come un estremo tentativo di salvare l'alleanza tra comunisti e democristiani, destinata poi a fallire.
Un'altra spiegazione la dà lo stesso Leone in un'intervista al Corriere della Sera del 1995. Dietro la campagna di stampa ci sarebbero stati i servizi segreti deviati in collegamento con la P2 il riferimento è agli articoli scritti da Mino Pecorelli, direttore di OP ( e citato dalla Cederna nel suo libro) e al tempo dei fatti iscritto alla P2. Questi sospetti trovano conferma in un incontro avvenuto nel 1976 tra il segretario socialista Craxi e il capo della P2 Gelli che gli dice che con una campagna stampa sarebbe possibile cambiare il presidente della Repubblica. Questo incontro verrà confermato dallo stesso Craxi in un'audizione alla commissione d'inchiesta sulla P2. Nella relazione di minoranza della commissione parlamentare si scrive: "Le motivazioni di questa ostilità (di Gelli verso Leone) sono probabilmente da ricercarsi nella chiusura costantemente esercitata dal presidente Leone nei confronti del "Venerabile" della P2 che aveva cercato di accreditarsi negli ambienti politici e della massoneria come il manovratore occulto della sua elezione a presidente avvenuta nel 1971". "Sta di fatto che Mino Pecorelli, il direttore di OP, iscritto alla P2, e molto legato a Gelli, almeno nel periodo a cui ci stiamo riferendo, scatenò una pesantissima campagna diffamatoria nei confronti del presidente Leone. Campagna che ebbe notevoli ripercussioni politiche, anche perchè fu sulla base degli articoli di Pecorelli, che la giornalista Camilla Cederna costruì poi la sostanza del suo libro di accusa contro il presidente della Repubblica di chiara impronta scandalistica".
La campagna diffamatoria di OP si basava sulle avventure galanti dei figli di Leone e sulla presunta infedeltà (del tutto falsa) della moglie Vittoria.
Solo vent'anni dopo, nel 1998 , i radicali, tra i principali accusatori di Leone, chiederanno pubblicamente scusa a Leone riconoscendo che questi era totalmente estraneo a qualunque fatto criminoso. Giovanni Leone muore nel 2001 a 93 anni.

lunedì 17 maggio 2021

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 17 maggio.
Il 17 maggio 1972 viene ucciso mentre esce di casa il capo della questura di Milano, il commissario Luigi Calabresi.
La scritta 'Calabresi assassino' compariva ovunque sui muri delle strade di Milano, lo stesso slogan veniva gridato in tutte le manifestazioni mentre Lotta Continua nella sua campagna contro il commissario di polizia scriveva "Questo marine dalla finestra facile dovrà rispondere di tutto. Gli siamo alle costole, ormai, ed è inutile che si dibatta come un bufalo inferocito [...] Qualcuno potrebbe esigere la denuncia di Calabresi per falso in atto pubblico. Noi, più modestamente di questi nemici del popolo vogliamo la morte..." .
Calabresi era stato ritenuto responsabile della morte dell'anarchico Pino Pinelli, precipitato da una finestra del quarto piano della questura di Milano durante un interrogatorio per la strage di Piazza Fontana. E' in quel clima che il 17 maggio del 1972, tre anni dopo quella strage, un commando attende in via Cherubini a Milano che Luigi Calabresi esca di casa per recarsi in questura. Da un un'auto in sosta scende un uomo, si avvicina al commissario e spara due colpi di pistola, una Beretta 6,35, poi fugge sulla Fiat 125 dove ad attenderlo c'è un complice. Sono le 9,15: Calabresi viene ferito a morte da due proiettili che lo colpiscono alla testa e alla schiena e cade a terra accanto alla sua auto, una Fiat 500. Dalla morte di Giuseppe Pinelli, la campagna contro Calabresi va via via inasprendosi anche con interventi di personaggi di spicco del mondo giornalistico come Camilla Cederna, definita dal questore di Milano "mandante morale dell'omicidio Calabresi" per i suoi articoli sull'Espresso e della cultura come Dario Fo che porta in scena 'Morte di un anarchico'. Le querele porteranno in seguito alla condanna per diffamazione di alcuni esponenti di Lotta Continua che il giorno dopo l'assassinio titola a tutta pagina 'Ucciso Calabresi, il maggior responsabile dell'assassinio Pinelli' e l'articolo spiega: "L'omicidio politico non è certo l'arma decisiva per l'emancipazione delle masse dal dominio capitalista così come l'azione armata clandestina non è certo la forma decisiva della lotta di classe nella fase che attraversiamo: ma queste considerazioni non possono assolutamente indurci a deplorare l'uccisione di Calabresi, un atto in cui gli sfruttati riconoscono la propria volontà di giustizia". Nel mirino della sinistra extraparlamentare finisce anche il giudice istruttore milanese Gerardo D'Ambrosio che, su iniziativa della vedova Pinelli, istruisce un processo per omicidio volontario. Tra gli imputati, oltre a Calabresi e al capo dell'Ufficio politico Antonino Allegra, tutti coloro che la notte in cui Pinelli morì erano nella stanza dell' interrogatorio. Il magistrato conclude l'istruttoria con un non doversi procedere "perché il fatto non sussiste" per l'omicidio e dichiara estinto, per intervenuta amnistia, il reato di arresto illegale solo per Allegra. Nelle motivazioni spiega che la morte di Pinelli doveva essere fatta risalire ad un malore, sentenziando inoltre che quando precipitò, Calabresi non era nell'ufficio. Per l'omicidio del commissario, invece, la svolta avviene 15 anni dopo, il 28 luglio del 1988, con l'arresto clamoroso di Adriano Sofri, Giorgio Pietrostefani, Ovidio Bompressi e il pentito Leonardo Marino. Sofri, secondo l'accusa, aveva dato l'assenso politico all'omicidio, pensato da Pietrostefani, ritenuto il 'capo' dell'ala militare di Lc. A sparare al commissario sarebbe stato Bompressi mentre Marino aveva fatto da autista. Al termine del processo, il 2 maggio 1990, Sofri, Pietrostefani e Bompressi vengono condannati a 22 anni di reclusione mentre Leonardo Marino a 11. La condanna viene confermata in appello ma annullata con rinvio dalla Cassazione. Anche il secondo appello si conclude con le assoluzioni ma la sentenza viene annullata un'altra volta. Al terzo appello si torna alla condanna a 22 anni per Sofri, Pietrostefani e Bompressi mentre per Marino scatta la prescrizione. Gli imputati, nel frattempo in carcere, tranne Pietrostefani latitante in Francia, chiedono la revisione del processo ma ogni loro istanza viene rigettata. Mentre Marino si rifà una vita vendendo crepes a Bocca di Magra, Sofri dal carcere scrive per molti giornali e dopo una grave malattia, e una lunga detenzione ai domiciliari, il 16 gennaio del 2012  torna libero. Ovidio Bompressi, accusato di esser il killer, il 30 marzo del 2005 ottiene la grazia dal presidente della Repubblica Giorgio Napolitano.

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