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martedì 18 febbraio 2025

#AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi


 Buongiorno, oggi è il 18 febbraio.

Il 18 febbraio 1984 viene firmato l'Accordo di Villa Madama, un nuovo Concordato tra Santa Sede e Stato Italiano.

L'accordo costituisce una soluzione delle antinomie esistenti fra la Costituzione repubblicana e le norme pattizie del Concordato del 1929, resa necessaria anche dai cambiamenti che nel frattempo hanno interessato il tessuto sociale dell’Italia

Si articola in tre documenti:

Preambolo: la società italiana è cambiata, è stata promulgata una Costituzione repubblicana, il Concilio Vaticano II ha modificato i rapporti fra Stato e Chiesa.

Testo: 14 articoli.

Protocollo addizionale: lo scopo è di evitare eventuali successive difficoltà di applicazione.

I Patti lateranensi non dovevano prendere in considerazione una Costituzione rigida come quella del 1929: essi avevano chiuso la Questione Romana, mentre l’accordo di Palazzo Madama fa un ulteriore passo verso una visione più democratica dei rapporti fra Stato e Chiesa, adattabile alle nuove esigenze (concordato-cornice). Infatti, l’accordo di Palazzo Madama prevede numerosi stralci rinviati ad accordi successivi.

Gli aspetti più significativi sono:

Neutralità dello Stato: abolizione del termine “religione di Stato”. Lo Stato è neutrale, ma non agnostico nel senso che pur non facendo propria una scelta di fede precisa, tiene conto della rilevanza sociale del fenomeno religioso.

La Chiesa è autonoma nella sua organizzazione ed ha piena libertà nell’attribuzione degli incarichi degli uffici ecclesiastici, con l’obbligo di darne comunicazione alle autorità civili.

Lo stato garantisce assistenza spirituale e possibilità di culto in determinate strutture pubbliche, pur rispettando la libertà di ognuno.

Disciplina degli Enti ecclesiastici e impegno finanziario dello Stato: in parte cadono i privilegi e le esenzioni che nel tempo si sono accumulati dopo il 1929. Gli enti ecclesiastici con finalità religiose e di culto acquisiscono la personalità giuridica per cui ai fini tributari e per usufruire di sgravi fiscali, le finalità di culto e di religione sono uguali ai fini di beneficenza ed istruzione. Attività diverse sarebbero dovute essere soggette alle leggi dello Stato. In merito, abbiamo la Legge 20 maggio 1985, n° 222, elaborata da un ‘apposita Commissione paritetica che ha rivisto tutta la questione degli impegni finanziari.

Matrimonio: L’accordo di Palazzo Madama è intervenuto dopo la legge sul divorzio del 1970. Le sentenze di nullità del matrimonio dei tribunali ecclesiastici non sono più indispensabili per far cessare gli effetti del matrimonio canonico trascritto. Infatti il giudice, dopo aver esperito inutilmente ogni tentativo di conciliazione, accertato che la comunione spirituale fra i due coniugi non può essere mantenuta, pronuncia la cessazione degli effetti civili conseguenti alla trascrizione del matrimonio. Inoltre le sentenze di nullità possono essere dichiarate efficaci nello Stato italiano alle stesse condizioni previste per ogni altra sentenza straniera

Istruzione religiosa: si è avuto un ribaltamento del concetto di obbligatorietà dell’insegnamento religioso. Pur riconoscendo che i principi religiosi cattolici fanno parte del patrimonio storico italiano, lo Stato continua a garantire l’insegnamento della religione cattolica , ma viene rispettata la libertà di coscienza e quindi il diritto di non avvalersi.

Sostentamento del clero: l’argomento viene affrontato dalla Legge 20 maggio 1985, n° 228. Viene introdotta la quota dell’8x1000 e la detraibilità delle donazioni in favore della Chiesa. Viene invece soppresso l’assegno di congrua (= assegno che lo Stato ha versato ai parroci fino al 1986). La stessa normativa vale anche per le altre confessioni religiose.

Sviluppo della legislazione regionale: a partire dal 1970, con l’introduzione dello Statuto dei lavoratori, si è assistito ad una sorta di promozione del fattore religioso per garantire lo sviluppo spirituale dell’essere umano. È così che alcune leggi regionali si sono occupate di istruzione religiosa, assistenza ospedaliera, carceraria, volontariato e aborto. In questo modo si è superata la dicotomia fra fonti statali e fonti concordatarie per favorire una legislazione extra-concordataria che fosse più vicina ai bisogni spirituali dei cittadini.

martedì 11 luglio 2023

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è l'11 luglio.
L'11 luglio 1476 Giuliano Della Rovere, il futuro papa Giulio II, viene nominato vescovo di Coutances, in Normandia.
Giuliano della Rovere, passato alla storia come Papa Giulio II, nasce il 5 dicembre 1443 ad Albisola. Educato tra i Francescani sotto la protezione dello zio paterno (che diventerà papa Sisto IV), si dedica allo studio delle scienze in un convento di La Pérouse. Nel 1471 viene nominato vescovo di Carpentras, in Francia, proprio mentre lo zio viene eletto pontefice.
Promosso cardinale di San Pietro in Vincoli, ottiene l'arcivescovato di Avignone, reggendo nel frattempo il vescovato di Catania come amministratore apostolico. Nel 1480 viene inviato come legato pontificio in Francia, e qui si stabilisce per quattro anni: durante questo periodo, esercita una notevole influenza nei confronti del Collegio dei Cardinali, specialmente durante il papato di Innocenzo VIII. Nel 1483 diventa padre di Felice della Rovere, avuto dalla moglie del maggiordomo di casa, Lucrezia Normanni.
Alla morte di Innocenzo VIII, avvenuta nel 1492, Rodrigo Borgia tramite un accordo segreto stipulato con Ascanio Sforza viene eletto papa superando la concorrenza di Giuliano della Rovere. Poiché intercorre un'evidente rivalità tra il nuovo pontefice, che assume il nome di Alessandro VI, e il Della Rovere, quest'ultimo prova a rifugiarsi a Ostia prima di recarsi a Genova e da lì trasferirsi a Parigi, dove induce re Carlo VIII ad andare alla conquista di Napoli.
Accompagna, quindi, il giovane monarca nella campagna laziale (tra gli altri suoi vescovati c'è anche quello di Velletri), e insieme con lui entra a Roma, sostenendo la necessità di convocare un concilio finalizzato a indagare sui comportamenti del papa. Le sue macchinazioni, tuttavia, non portano ai risultati sperati. Alessandro VI muore comunque nel 1503: al suo posto viene eletto Pio III, il cardinale Piccolomini di Siena, che rimane in carica meno di un mese a causa di un male incurabile. Il conclave che ne segue porta alla nomina papale di Giuliano della Rovere, eletto all'unanimità grazie anche all'appoggio di Cesare Borgia: 216° papa della Chiesa cattolica, prende il nome di Giulio II.
Sin dall'inizio il nuovo Papa mette in mostra un'audacia significativa e una decisione non comune nel voler eliminare tutti i poteri che mettono a repentaglio la sua autorità temporale: non è un caso la scelta del nome Giulio, che costituisce un riferimento diretto a Giulio Cesare. Dal punto di vista artistico, poco dopo essere stato eletto, Della Rovere nomina sovrintendente generale delle fabbriche papali il Bramante, e gli affida il compito di realizzare un collegamento tra la residenza estiva del Belvedere e il palazzo Apostolico. Con la supervisione dell'architetto, viene deciso di aprire via Giulia e di sistemare via della Lungara, che conduce dai Borghi alla porta Settimiana.
Sul fronte politico, intanto, dopo avere impedito ai Borgia di rimanere negli Stati Pontifici, Papa Giulio II si mette all'opera per favorire la riconciliazione tra la famiglia dei Colonna e quella degli Orsini, legando a sé la nobiltà romana. Consolidato il potere a Roma e nei dintorni, si dedica quindi ai territori più lontani, agendo per cacciare i Veneziani dalle fortezze d'Italia (tra le quali Rimini e Faenza) che avevano occupato dopo la scomparsa di Alessandro VI. Poiché i lagunari si rivelano piuttosto ostili, il Papa stipula un'alleanza con la Germania e la Francia (che pure hanno interessi rispettivi in contrasto tra loro) per attaccare Venezia, sacrificando così l'indipendenza del territorio italiano.
Intanto, nel 1505 Giulio II convoca a Roma Michelangelo allo scopo di affidargli la realizzazione di una monumentale sepoltura da posizionare nella tribuna della basilica di San Pietro che verrà costruita di lì a breve. Mentre il Buonarroti si trova a Carrara per scegliere i marmi, però, il pontefice cambia idea, ritenendo che occuparsi della propria tomba da vivo possa essere di cattivo augurio: e così, quando l'artista torna a Roma e scopre che il progetto è stato abbandonato nonostante l'impegno preso, tra i due il rapporto si interrompe.
Nel 1506 Giulio abbatte le libere signorie di Bologna e di Perugia invadendo le città, mentre a Forlì favorisce la pace tra i guelfi e i ghibellini. Anche oltre le Alpi, la sua influenza cresce sempre più, e sia la Germania che la Francia fanno a gara per averlo come amico. Nel frattempo decide di abbattere la basilica vaticana, costruita ai tempi di Costantino, e di ricostruirla interamente: il progetto viene affidato ancora a Bramante, che pensa a una croce greca con una cupola emisferica al centro e alle estremità dei bracci quattro cupole più piccole.
Mentre la basilica di San Pietro prende forma, il pontefice si riconcilia con Michelangelo Buonarroti in occasione di una visita a Bologna: l'artista fonde per lui una statua in bronzo (pochi anni più tardi verrà completamente ripagato ricevendo l'incarico di decorare la volta della Cappella Sistina). Nel 1508, con Luigi XII di Francia, Ferdinando II d'Aragona e l'Imperatore Massimiliano I, Giulio II dà vita alla Lega di Cambrai, per contrastare la Repubblica Veneziana, che l'anno successivo viene posta sotto interdetto.
In seguito alla battaglia di Agnadello la Repubblica perde tutti i domini italiani: un evento che va oltre le aspettative del Papa e che ben presto gli si ritorce contro. Sia la Francia che l'Impero, infatti, si trasformano in una minaccia per la tenuta dello Stato pontificio: e così Giulio II si ritrova a chiedere l'aiuto proprio di Venezia. Mentre i veneziani vengono assolti, la Francia viene messa sotto il bando papale.
Nel settembre del 1510 in occasione di un sinodo convocato dal monarca francese a Tours, i vescovi transalpini si ritirano dall'obbedienza papale, decretando di impegnarsi a favorire, con la collaborazione di Massimiliano, la deposizione di Della Rovere: per questo motivo viene convocato un Concilio a Pisa nel 1511, durante il quale Giulio II viene accusato di aver corrotto la Chiesa e viene definito sodomita.
Al pontefice non rimane altro da fare che allearsi contro la Francia, formando con i Veneziani e Ferdinando II d'Aragona la Lega Santa, che include anche Enrico VIII d'Inghilterra e più tardi accoglierà, in seguito all'ennesimo cambiamento di fronte, Massimiliano. Nel 1512 a Roma va in scena il Concilio Lateranense V, mentre i francesi vengono rimandati indietro al di là delle Alpi. A questo punto l'Italia è occupata dalle altre potenze continentali, e il sogno di Giulio II - di dare vita a un regno italiano indipendente - è praticamente impossibile da portare a termine. Papa Giulio II muore all'età di 70 anni il 21 febbraio 1513, stroncato da una forte febbre: il suo cadavere viene sepolto senza alcun monumento funebre nella Basilica di San Pietro.

mercoledì 21 giugno 2023

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 21 giugno.
Il 21 giugno la religione cattolica celebra San Lazzaro.
Il nome Lazzaro ha all’origine l’ebraico Eleazaro e significa “colui che è assistito da Dio”. Il Lazzaro di cui parliamo è il personaggio della parabola, raccontata da Gesù, del ricco epulone e del povero mendicante lebbroso.
Questa parabola riportata solo nel Vangelo di san Luca (16, 19-31) è l’unica in cui un personaggio di fantasia abbia un nome: Lazzaro; ma come è avvenuto per vari personaggi minori, che compaiono nei racconti evangelici e che in seguito nella tradizione cristiana, hanno ricevuto un culto, un ricordo perenne, un titolo di santo, anche per Lazzaro pur essendo un personaggio protagonista di un racconto di fantasia, da non confondere con Lazzaro di Betania che fu resuscitato da Gesù, nel corso del tempo si è instaurata una devozione, come se fosse stato un personaggio realmente esistito.
È chiaro che la parabola di Gesù, contiene in sé un insegnamento universale e molto sentito, specie in quei tempi; essa è raccontata per mostrare ai farisei ed a tutti gli avari, dove portano le ricchezze usate per soddisfare il proprio egoismo.
“Vi era un uomo ricco che vestiva di porpora e di bisso e ogni giorno faceva splendidi banchetti. Un mendicante di nome Lazzaro, giaceva alla sua porta, coperto di piaghe, bramoso di sfamarsi di quello che cadeva dalla mensa del ricco e nessuno gliene dava; perfino i cani venivano a leccargli le piaghe. Ora avvenne che il povero Lazzaro morì e fu portato dagli angeli nel seno di Abramo.
Morì anche il ricco epulone e fu sepolto. Stando nell’inferno tra i tormenti, levò gli occhi e vide lontano Abramo e Lazzaro accanto a lui. Allora gridando disse: “Padre Abramo abbi pietà di me e manda Lazzaro ad intingere nell’acqua la punta del suo dito e bagnarmi la lingua, perché questa fiamma mi tortura”.
Ma Abramo rispose: “Figlio ricordati che hai ricevuto i tuoi beni durante la vita e Lazzaro parimenti i suoi mali; ora invece lui è consolato, mentre tu sei tormentato e per di più fra noi e voi è stato fissato per sempre un grande abisso, di modo che quelli che volessero di qui passare e venire a voi non possono, né da lì si può attraversare fino a noi”.
Allora egli soggiunse: “Ti prego dunque, o padre, di mandarlo a casa del padre mio, perché ho cinque fratelli; li ammonisca perché non vengano anch’essi in questo luogo di tormento”.
Ma Abramo rispose: “Hanno Mosè ed i Profeti, ascoltino loro”, ma egli insisté: “No, padre Abramo, se però qualcuno dei morti andrà da loro, si ravvederanno”. Abramo rispose: “Se non ascoltano Mosè ed i Profeti, non crederanno neppure se uno risuscitasse dai morti”.
La celebre parabola, riportata solo da Luca del ricco epulone e del misero Lazzaro, è un’antitesi che da sociale diventa anche religiosa, esaltando la povertà come modello di protezione divina. In essa si considera riguardo la figura di Lazzaro, che egli nel suo umiliante e penoso stato di mendicante ed ammalato, ha pazienza, anche davanti allo sprezzante trattamento che riceve dal ricco gaudente, pensando al Paradiso (seno di Abramo), che Gesù ha promesso ai poveri di spirito.
Perciò il Signore, che vede l’animo, lo fa trasportare appena morto, in trionfo dagli angeli, nella beatitudine eterna. Ora questo rivela come egli sopportava il suo stato, con rassegnazione unita alla speranza del Paradiso, fiducioso in Dio, Padre di tutti, che premia i buoni, anche se poveri e mendicanti.
S. Giovanni Crisostomo, parlando di Lazzaro esclama: “Chiunque voi siate, o ricchi o poveri, l’avete visto disprezzato nel vestibolo dell’epulone, miratelo ora radiante nel seno di Abramo; l’avete visto quando giaceva attorniato da cani che gli leccavano le piaghe, contemplatelo ora circondato da angeli; l’avete visto nella fame, contemplatelo nell’abbondanza di ogni bene, l’avete visto nella lotta, osservatelo vincitore incoronato, avete visto i suoi travagli, miratene il premio”.
La parabola ci dà lo spunto per tante altre riflessioni, che non possiamo qui, per motivo di spazio, approfondire: la sepoltura splendida del ricco, similitudine del seno di Abramo con il Paradiso cristiano, l’esistenza del tormento infernale, l’impossibilità di passare dai morti ai vivi, dalle anime elette alle anime in tormento, private perciò della visione e della beatitudine di Dio, l’incitamento a seguire gli insegnamenti, provenienti da persone incaricate da Dio, di trasmettere le Sue volontà e leggi, senza aspettare prove straordinarie per credere.
La figura di Lazzaro e la scena del banchetto ha sempre ispirato la fantasia degli artisti, che in tutti i secoli lo hanno raffigurato, contribuendo così ad innalzarlo ad un simbolo della povertà e della sofferenza, premiata da Dio, quando accettate con rassegnazione e speranza nella Sua Divina Misericordia.
Per questo Lazzaro venne considerato come un santo, anche se la sua figura era in realtà fantasiosa ma simbolica; il moderno ‘Martirologio Romano’ non ne fa più menzione.
Egli è stato considerato il patrono dei lebbrosi, quando la lebbra era una malattia molto più diffusa di oggi in tante parti del mondo; dal suo nome scaturì la denominazione del ‘lazzaretto’, sorta di ricovero e cura per i lebbrosi o malati infettivi da tenere in isolamento, infatti il primo di questi ‘lazzaretti’ sorse a Venezia nell’isola di S. Lazzaro.
Il nome è oggi poco usato e comunque chi lo porta, si riferisce certamente ad altro s. Lazzaro; in Spagna poi ha finito per assumere un significato peggiorativo come: ‘pezzente’, da cui derivò a Napoli il termine ‘lazzarone’ introdotto al tempo dell’occupazione spagnola e di Masaniello, sempre indicante uno straccione, popolano, mascalzone, pezzente.

sabato 25 marzo 2023

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il il 25 marzo.
La Chiesa cattolica e la Chiesa ortodossa celebrano l'Annunciazione del Signore il 25 marzo di ogni anno.
Nella tradizione cristiana con Annunciazione si intende l'annuncio del concepimento verginale e della nascita di Gesù Cristo (incarnazione) che venne fatto a sua madre Maria (Vangelo di Luca) e al padre 'putativo' Giuseppe (Vangelo di Matteo) dall'angelo Gabriele.
L'Annunciazione è narrata con modalità differenti da Luca e Matteo.
Vangelo secondo Luca:
L'angelo Gabriele fu mandato da Dio in una città della Galilea, chiamata Nazareth, a una vergine, promessa sposa di un uomo della casa di Davide, chiamato Giuseppe. La vergine si chiamava Maria. Entrando da lei, disse: «Ti saluto, o piena di grazia, il Signore è con te». A queste parole ella rimase turbata e si domandava che senso avesse un tale saluto. L'angelo le disse: «Non temere, Maria, perché hai trovato grazia presso Dio. Ecco concepirai un figlio, lo darai alla luce e lo chiamerai Gesù. Sarà grande e chiamato Figlio dell'Altissimo; il Signore Dio gli darà il trono di Davide suo padre e regnerà per sempre sulla casa di Giacobbe e il suo regno non avrà fine». Allora Maria disse all'angelo: «Come è possibile? Non conosco uomo». Le rispose l'angelo: «Lo Spirito Santo scenderà su di te, su te stenderà la sua ombra la potenza dell'Altissimo. Colui che nascerà sarà dunque santo e chiamato Figlio di Dio. Vedi: anche Elisabetta, tua parente, nella sua vecchiaia, ha concepito un figlio e questo è il sesto mese per lei, che tutti dicevano sterile: nulla è impossibile a Dio». Allora Maria disse: «Eccomi, sono la serva del Signore, avvenga di me quello che hai detto». E l'angelo partì da lei. (Luca 1,26-37)
Vangelo secondo Matteo:
Ecco come avvenne la nascita di Gesù Cristo: sua madre Maria, essendo promessa sposa di Giuseppe, prima che andassero a vivere insieme si trovò incinta per opera dello Spirito Santo. Giuseppe suo sposo, che era giusto e non voleva ripudiarla, decise di licenziarla in segreto. Mentre però stava pensando a queste cose, ecco che gli apparve in sogno un angelo del Signore e gli disse: «Giuseppe, figlio di Davide, non temere di prendere con te Maria, tua sposa, perché quel che è generato in lei viene dallo Spirito Santo. Essa partorirà un figlio e tu lo chiamerai Gesù: egli infatti salverà il suo popolo dai suoi peccati».
Tutto questo avvenne perché si adempisse ciò che era stato detto dal Signore per mezzo del profeta: Ecco, la vergine concepirà e partorirà un figlio che sarà chiamato Emmanuele, che significa Dio con noi. Destatosi dal sonno, Giuseppe fece come gli aveva ordinato l'angelo del Signore e prese con sé la sua sposa, la quale, senza che egli la conoscesse, partorì un figlio, che egli chiamò Gesù. (Matteo 1,18-25)
La data esatta in cui avvenne l'Annunciazione è ignota, come pure quella della nascita di Gesù. La sua ricorrenza è convenzionalmente fissata al 25 marzo, nove mesi esatti prima del Natale, in quanto la dottrina cristiana fa coincidere l'Annunciazione con il momento del concepimento miracoloso di Gesù.
Una tradizione antichissima identifica la casa di Maria, in cui avvenne l'Annunciazione, con la grotta che oggi si trova nella cripta della Basilica dell'Annunciazione a Nazareth. La casa era costituita da una parte scavata nella roccia (la grotta) e una parte costruita in muratura. Quest'ultima rimase a Nazareth fino alla fine del XIII secolo, quindi venne trasferita prima a Tersatto (Trsat, Croazia) e dopo a Loreto, nelle Marche, in quanto la rioccupazione della Terrasanta da parte dei musulmani faceva temere per la sua conservazione.
Secondo la tradizione, essa fu miracolosamente portata in volo da alcuni angeli (perciò la Madonna di Loreto è venerata come patrona degli aviatori). Dai documenti dell'epoca risulta che in realtà il trasporto, avvenuto per nave tra il 1291 e il 1294, fu opera della famiglia Angeli Comneno, un ramo della famiglia imperiale bizantina. La Santa Casa, come essa è chiamata, si trova tuttora all'interno della Basilica di Loreto, ed è continuamente visitata da numerosi pellegrini.

martedì 3 gennaio 2023

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 3 gennaio.
Il 3 gennaio la Chiesa Cristiana celebra il Santissimo Nome di Gesù.
Il Santissimo Nome di Gesù fu sempre onorato e venerato nella Chiesa fin dai primi tempi, ma solo nel secolo XIV cominciò ad avere culto liturgico. San Bernardino, aiutato da altri confratelli, soprattutto dai beati Alberto da Sarteáno e Bernardino da Feltre, diffuse con tanto slancio e fervore tale devozione che finalmente venne istituita la festa liturgica. Nel 1530 Papa Clemente VII autorizzò l'Ordine francescano a recitare l'Ufficio del Santissimo Nome di Gesù.
Il Messia ha portato durante la sua vita terrena il nome di Gesù, nome che gli fu imposto da san Giuseppe dopo che l’angelo di Dio in sogno gli disse: “Giuseppe, figlio di Davide, non temere di prendere con te Maria, tua sposa, perché ciò che in lei è stato concepito è opera dello Spirito Santo. Essa partorirà un figlio e tu lo chiamerai Gesù: egli infatti salverà il suo popolo dai suoi peccati” (Mt.1, 21-25).
Quindi il significato del nome Gesù è quello di salvatore; gli evangelisti, gli Atti degli Apostoli, le lettere apostoliche, citano moltissimo il significato e la potenza del Nome di Gesù, fermandosi spesso al solo termine di “Nome” come nell’Antico Testamento si indicava Dio.
Nel corso della vita pubblica di Gesù, i suoi discepoli, appellandosi al suo nome, guariscono i malati, cacciano i demoni e compiono ogni sorta di prodigi:
Luca, 10, 17, “E i settantadue tornarono pieni di gioia dicendo: Signore, anche i demoni si sottomettono a noi nel tuo nome”; Matteo 7, 22, “… Signore, non abbiamo noi profetato nel tuo nome e cacciato demoni nel tuo nome e compiuto molti prodigi nel tuo nome?”.
Atti 4, 12, “…Non vi è altro nome dato agli uomini sotto il cielo nel quale possiamo avere la salvezza”.
Risuscitando Gesù e facendolo sedere alla sua destra, Dio “gli ha donato il nome che è sopra di ogni nome” (Ef. 1, 20-21); si tratta di un “nome nuovo” (Ap. 3, 12) che è costantemente unito a quello di Dio.
Questo nome trova la sua espressione nell’appellativo di Signore, che conviene a Gesù risorto, come allo stesso Dio Padre (Fil. 2, 10-11). Infatti i cristiani non hanno avuto difficoltà ad attribuire a Gesù, gli appellativi più caratteristici che nel giudaismo erano attribuiti a Dio.
Atti 5, 41: “Ma essi (gli apostoli) se ne partirono dalla presenza del Sinedrio, lieti di essere stati condannati all’oltraggio a motivo del Nome”.
La fede cristiana consiste nel professare con la bocca e credere nel cuore “che Gesù è il Signore, e che Dio lo ha ridestato dai morti” e nell’invocare il nome del Signore per conseguire la salvezza (Rom. 10, 9-13).
I primi cristiani, appunto, sono coloro che riconoscono Gesù come Signore e si designano come coloro che invocano il suo nome, esso avrà sempre un ruolo preminente nella loro vita: nel nome di Gesù i cristiani si riuniranno, accoglieranno chiunque si presenti nel suo nome, renderanno grazie a Dio in quel nome, si comporteranno in modo che tale nome sia glorificato, saranno disposti anche a soffrire per il nome del Signore.
L’espressione somma della presenza del Nome del Signore e dell’intera SS. Trinità nella vita cristiana, si ha nel segno della croce, che introduce ogni preghiera, devozione, celebrazione; e conclude le benedizioni e l’amministrazione dei sacramenti: “Nel Nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo”.
Il SS. Nome di Gesù, fu sempre onorato e venerato nella Chiesa fin dai primi tempi, ma solo nel XIV secolo cominciò ad avere culto liturgico.
Grande predicatore e propagatore del culto al Nome di Gesù, fu il francescano san Bernardino da Siena (1380-1444) e continuato da altri confratelli, soprattutto dai beati Alberto da Sarteano (1385-1450) e Bernardino da Feltre (1439-1494).
Nel 1530, papa Clemente VII autorizzò l’Ordine Francescano a recitare l’Ufficio del Santissimo Nome di Gesù; e la celebrazione ormai presente in varie località, fu estesa a tutta la Chiesa da papa Innocenzo XIII nel 1721.
Il giorno di celebrazione variò tra le prime domeniche di gennaio, per attestarsi al 2 gennaio fino agli anni Settanta del Novecento, quando fu soppressa.
Papa Giovanni Paolo II ha ripristinato al 3 gennaio la memoria facoltativa nel Calendario Romano.

giovedì 27 ottobre 2022

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 27 ottobre.
Il 27 ottobre 1553 Calvino manda al rogo come eretico Michele Serveto (Miguel Servet).
Ricostruire compiutamente i percorsi della vita di questo figlio della cattolicissima Spagna che ebbe il coraggio di proclamare le proprie idee fino a essere messo al rogo a Ginevra per ordine di Calvino, non è sempre facile, stanti le scarse e spesso inconsistenti registrazioni che ci sono pervenute.
Verosimilmente Michele (Miguel) nacque nel 1511 a Tudela, una piccola città della Navarra, ma durante la sua prima infanzia i suoi genitori si trasferirono a Villanueva, in Aragona, dove suo padre aveva ricevuto la nomina a notaio reale, un ufficio di una certa distinzione che permetteva alla famiglia di vivere agiatamente. Certamente i suoi genitori dovevano essere devoti cattolici e molti studiosi ritengono che indirizzassero il figlio al sacerdozio, come è facile presumere dal fatto che Miguel, studente di notevole precocità, già dalla prima adolescenza avesse acquisito una notevole conoscenza del latino, del greco, dell’ebraico e della filosofia scolastica.
Era un periodo molto particolare per la Spagna: i regnanti Ferdinando e Isabella avevano deciso di garantire l’unità politica della loro nuova nazione costringendo all’uniformità religiosa in uno spirito di intollerante ortodossia e, nel 1492, per non aver rinnegato la fede dei loro padri e professato il Cristianesimo, 800.000 Ebrei erano stati banditi dal regno, mentre gli ultimi Mori venivano cacciati da Granada o costretti a scegliere tra abbandonare l’Islam o le loro case. In entrambi i casi il dogma della Trinità si era rivelato un ostacolo insormontabile alla conversione e nel periodo in cui Serveto visse la sua fanciullezza circa 20.000 vittime, ebrei o islamici, erano state messe al rogo. Nonostante qualche tentativo di resistenza da parte degli Aragonesi, l’Inquisizione era stata istituita anche in Aragona e con ogni probabilità i suoi metodi brutali dovevano aver notevolmente impressionato il giovane Serveto che, forse proprio per questo, decise di abbandonare l’idea di una carriera ecclesiastica e, per volontà di sua padre, a diciassette anni, si trasferì a Tolosa per studiare legge in una delle università più famose d’Europa per gli studi giuridici.
Fu in questo periodo che, dalla lettura diretta della Bibbia, il cui significato gli apparve da subito così lontano dalla dogmatica scolastica che aveva studiato fino a quel momento, cominciò a formarsi in lui quella concezione anti-trinitaria che avrebbe condotto la sua intera esistenza. Tale concezione e il rifiuto della Chiesa Cattolica si chiarirono nella sua mente l’anno seguente, quando, lasciati gli studi giuridici, per i quali non aveva alcun interesse, Miguel trovò impiego come segretario personale di fra’ Juan de Quintana, confessore del giovane imperatore Carlo V: proprio seguendo il suo datore di lavoro a Bologna, per l’incoronazione imperiale del 1530, il giovane spagnolo poté assistere al lusso sfrenato della Chiesa e agli intrighi politici e all’immoralità che regnavano nella corte pontificia, tanto che, da quel momento, il papa divenne per lui la raffigurazione terrena dell’anticristo predetto nel Nuovo Testamento.
Il caso volle che da Bologna l’Imperatore (naturalmente seguito dal de Quintana), si muovesse alla volta della Germania per partecipare alla famosa Dieta di Augusta, nella quale il Protestantesimo doveva ottenere un riconoscimento politico da parte dell’impero e Melantone doveva presentare all’approvazione imperiale la Confessione di Augusta, in pratica la prima grande formalizzazione delle dottrine protestanti. Serveto, al seguito dell’imperatore, aveva già avuto modo di leggere alcuni scritti di Melantone (e forse anche di altri riformatori) ed era ansioso d’incontrare quegli uomini di cui aveva a lungo sentito parlare e che, riteneva, avevano la stessa missione che sentiva affidata anche a lui stesso: riformare la dottrina cattolica, possibilmente in senso anti-trinitario. È in questo scenario che dobbiamo inquadrare la sua “scandalosa” iniziativa di lasciare improvvisamente il servizio del de Quintana per cercare di mettersi in contatto con i capi del Protestantesimo: sebbene, infatti, la Confessione di Augusta avesse chiaramente dichiarato l’accettazione da parte dei Riformati del Credo niceno e atanasiano, le Chiese protestanti non avevano ancora adottato un credo proprio permanente e formalizzato e il giovane e idealista Miguel era convinto che le sue teorie contrarie alla trinità avrebbero potuto essere facilmente accolte da coloro che avevano già messo in discussione il primato petrino.
È certamente questa la ragione che spinge il giovane aragonese a dirigersi, nell’autunno del 1530, a Basilea e a cercare di ottenere una serie d’incontri con Ecolampadio, il leader della Riforma di quella città. Ora, per comprendere quanto avvenne in seguito, dobbiamo avere ben chiara in mente la situazione: Serveto è, agli occhi di Ecolampadio, un ragazzo di diciannove anni, straniero e cattolico, mentre lui, già quarantenne, è un teologo affermato e, soprattutto, molto occupato nel governo della città in un momento cruciale per l’intera Riforma. In quest’ottica, è abbastanza naturale che, dopo aver acconsentito a incontrare un paio di volte questo giovane spagnolo le cui opinioni apparivano per lui inaccettabili e dopo aver tentato inutilmente di convincerlo dei suoi “errori”, Ecolampadio perdesse la pazienza e rispondesse a una ennesima richiesta di colloquio con una missiva piuttosto irata in cui, tra l’altro, chiedeva ironicamente all’insistente interlocutore se ritenesse che lui non avesse niente di meglio da fare che stare a rispondere inutilmente alle sue domande.
Tale missiva, in qualche modo, poneva la parola fine al rapporto tra Ecolampadio e Serveto e quest’ultimo, dopo aver cercato inutilmente di ottenere un incontro con Erasmo, che all’epoca viveva proprio a Basilea, decise di spostarsi a Strasburgo per vedere che cosa sarebbe riuscito a ottenere dai riformatori di quella città. Strasburgo era, a quel tempo, la più liberale tra le città protestanti: Denck e altri Anabattisti vi si erano rifugiati pochi anni prima e la loro influenza era ancora molto sentita e presente. Bucero e Capitone, i leader riformatori della città, ricevettero Serveto molto gentilmente e, in un primo momento, pare che provassero una certa simpatia per le sue idee, tanto da far sperare lo spagnolo che tali teorie potessero essere ufficialmente adottate nel credo cittadino, ma Zwingli, fondatore e leader della Riforma svizzera, che era già stato messo al corrente delle opinioni anti-trinitarie del ragazzo e le aveva definite bestemmie terribili che avrebbero potuto portare danni incalcolabili alla causa protestante, aveva già messo in guardia tutti i capi delle città contro qualsiasi deriva anti-trinitaria e, in fin dei conti, Serveto si trovò a cozzare a Strasburgo, così come già prima a Basilea, contro un muro di gomma di pregiudizi e di rifiuto.
Nonostante ciò, Miguel, che si sentiva mosso da un impulso divino a emendare la Chiesa dai suoi errori, non si lasciò scoraggiare e decise di andare direttamente alla fonte, tentando di conquistare alle sue idee addirittura Melantone o Lutero. Per far ciò, però, era necessario che mettesse le sue tesi per iscritto e le facesse stampare, cosa non facilissima neppure nella protestante Basilea, in cui era nel frattempo tornato, per i rischi che la stampa di dottrine considerate eretiche poteva comportare sia per lui che per un eventuale stampatore. Dovette, così aspettare l’estate del 1531 per trovare a Hagenau, in Alsazia, un tipografo abbastanza coraggioso da produrre un testo che, uscito comunque senza indicazione editoriale, doveva avviare una profonda rivoluzione nel mondo religioso: il “De Trinitatis Erroribus”. Scritto in un latino piuttosto grezzo, il testo, che avrebbe voluto essere un attacco al concetto della trinità basato su un impressionante (per un ventenne) corpus di letture, mostra oggi certamente i limiti di un pensiero non ancora completamente maturo e di concetti teologici non sempre compresi a fondo ma, ugualmente, una volta messo in vendita, ebbe un successo di pubblico notevolissimo in Svizzera, Germania e nord Italia.
Dalle sue lettere appare chiaro che Serveto si aspettasse ingenuamente che i riformatori avrebbero dato il benvenuto al suo contributo alla loro causa non appena avessero riflettuto su quanto aveva scritto ma, purtroppo, avvenne esattamente il contrario: Melantone, è vero, ammise che si trattava, in alcuni punti, di un buon testo e Ecolampadio fu d’accordo con lui nell’affermare che esso conteneva molti aspetti positivi, ma ogni più piccola lode fu presto schiacciata dal coro generale di denuncia. Lutero lo ritenne un libro “abominevolmente malvagio”, Melantone predisse immediatamente che da esso avrebbero potuto sorgere immani tragedie, Ecolampadio ammonì che, se fosse stato tollerato, il testo avrebbe potuto essere devastante per la Riforma dando all’imperatore armi per accusarla di eresia e Bucero arrivò addirittura ad affermare che l’autore, che evidentemente doveva aver imparato la sua dottrina dal “Gran Turco” in Africa, avrebbe dovuto essere pubblicamente squartato.
Insomma, in breve tempo la vendita del “De Trinitatis Erroribus” venne proibita in tutta l’Europa protestante (come già, ovviamente, era immediatamente avvenuto nell’Europa cattolica, allorché il de Quintana, scioccato che l’autore di quel “libro pestilenzialissimo” fosse stato un suo protetto, aveva ordinato di bruciarne tutti gli stampati presenti nell’Impero) e si procedette a una eliminazione così sistematica di qualsiasi copia che quando, una ventina d’ anni più tardi, si cercò il testo per usarlo come prova a carico nel processo di Ginevra contro Serveto, non fu possibile reperirne neppure un solo esemplare. Come se ciò non bastasse, su richiesta di Ecolampadio Bucero scrisse una confutazione delle tesi di Serveto (che, però, non osò mai pubblicare) e, sebbene non si fosse proceduto ad alcuna accusa formale contro l’autore, ingiunse allo spagnolo di lasciare immediatamente Strasburgo, dove il ventenne aragonese era tornato dopo la pubblicazione del testo.
A questo punto, Serveto non poté fare altro che trasferirsi ancora una volta a Basilea, dove sopravvisse per qualche tempo dando lezioni di spagnolo e da dove, con un ennesimo colpo di testa, inviò l’ultima copia del “De Trinitatis” a una fiera del libro a Lione. Quest’ultima mossa provocò una reazione così negativa contro di lui in tutto il mondo protestante che Miguel si sentì in dovere di scrivere a Ecolampadio offrendosi di lasciare la città o, addirittura, di ritrattare le tesi esposte nel suo libro tanto esecrato. Ecolampadio, indulgentemente, propese per la seconda ipotesi, ma, nella primavera successiva, la presunta ritrattazione, che uscì con il titolo di “Dialoghi sulla Trinità” (il dialogo era, a quel tempo, la forma preferita per disquisire di argomenti di qualsiasi tipo), non fece altro che correggere la forma del testo precedente (le cui imperfezioni, scrisse Serveto, erano dovute in parte alla sua mancanza di abilità e in parte alla disattenzione dello stampatore), rispondere alle obiezioni dei leader riformati e ribadire le stesse tesi con un linguaggio un po’ più vicino all’insegnamento della Chiesa.
Il risultato fu, ovviamente, quello di inasprire le reazioni riformate e isolare ulteriormente il Serveto, che si ritrovò senza amici e senza denaro in una città di cui non parlava la lingua e in cui gli era completamente impossibile trovarsi un lavoro. L’unica decisione possibile fu, conseguentemente, per lui quella di lasciare l’area germanofona e sparire per quasi vent’anni, rifugiandosi nell’anonimato.
Ma cosa aveva, nel pensiero servetiano, tanto sconvolto i capi della Riforma? In sostanza, prendendo l’insegnamento della Bibbia come autorità assoluta e definitiva, Serveto dichiarava che la natura di Dio non può essere divisa in tre persone, non essendo tale dottrina insegnata dalle Sacre Scritture ed essendo, anzi, il frutto di contaminazioni di culti stranieri e di invenzioni di persone ignoranti.
A riprova di ciò, argomentava che i primi Padri della Chiesa non parlavano mai di trinità e che l’idea trinitaria era stata imposta alla Chiesa da parte dei Greci, più attenti a filosofeggiare vuotamente che a sviluppare il Cristianesimo originario. Allo stesso modo, altrettanto non scritturale era la dottrina delle due nature in Cristo, dottrina che l’autore ridicolizzava definendola illogica, irragionevole, contraddittoria, immaginaria, e contro cui insorgeva, ritenendo che definirla come ispirata dallo Spirito Santo fosse blasfemo e demoniaco. A seguire, Serveto affermava che la dottrina di un Dio unico in tre persone non poteva essere dimostrata e neppure veramente immaginata ed era unicamente fonte di innumerevoli eresie: quelli che vi credevano erano stolti e ciechi e divenivano nella pratica atei rimanendo senza il vero Dio, mentre era proprio questa dottrina assurda l’ostacolo insuperabile per la conversione di Ebrei e Musulmani al Cristianesimo.
Come risultato di tutto ciò, l’unica trinità in cui, secondo l’autore, era legittimo credere era questa: che Dio si riveli all’uomo sotto tre diversi aspetti (“dispositiones”), manifestandosi nella natura del Padre che è condivisa con suo Figlio Gesù e con lo Spirito che abita in noi. Risulta piuttosto chiaro come questa costruzione teologica fosse piuttosto distante dall’Unitarianesimo successivo e fosse, piuttosto, una rielaborazione del Sabellianismo che, per altro, non creò mai una Chiesa di seguaci. Ciò che, in particolare, va sottolineato è che Serveto non lasciò mai formalmente il Cattolicesimo e che, come si legge chiaramente al termine dei “Dialoghi”, egli non si sentì mai né pienamente in accordo né pienamente in disaccordo sia con Cattolicesimo che con Protestantesimo, trovando in entrambi elementi positivi e negativi.
Abbiamo, comunque, visto che il clima per lui, nelle aree tedesche, si stava facendo troppo caldo. Fu per questa ragione che il giovane Miguel decise di trasferirsi in Francia sotto il falso nome di Michel de Villeneuve (Michael Villanovanus) e di iscriversi alla Sorbona dove, in un paio d’anni, arrivò a livelli così alti nello studio della matematica da poter tenere lezioni agli altri studenti. In questa prima fase, evidentemente, l’interesse per la teologia, nonostante la delusione per i suoi approcci fallimentari con i leader riformati, non era per nulla scemato, tanto che, conosciuto il giovane Calvino, Miguel lo sfidò in un dibattito pubblico su argomenti religiosi, a cui, però, poi non si presentò temendo un’accusa di eresia da parte delle autorità cittadine.
Ben presto, in ogni caso, si ripresentarono i problemi finanziari che lo avevano già colpito a Basilea e Miguel, ora Michel, dovette interrompere gli studi e trasferirsi a Lione, dove lavorò per oltre due anni presso una nota casa editrice come correttore di bozze. In questa veste Serveto si occupò, come redattore, di una nuova edizione, aggiornata con le scoperte del Nuovo Mondo, della “Geografia” di Tolomeo (per altro alcune sue annotazioni sulla Palestina e sulla improbabilità che una zona così povera potesse essere la “terra promessa” sarebbero state in seguito utilizzate contro di lui con l’accusa di “aver diffamato Mosé”) e di numerosi trattati medici. Fu proprio questo assiduo contatto con opere mediche a aprirgli un nuovo campo d’interessi e a portarlo a tornare a Parigi per divenire uno studente di medicina.
A Parigi Serveto rimase per circa quattro anni, studiando con i più illustri medici e anatomisti dell’epoca e ottenendo una buona fama con un piccolo trattatello sulla digestione che divenne così popolare da avere cinque edizioni in Francia e in Italia e per i suoi studi sulla circolazione. In questo periodo, dietro sollecitazione di alcuni amici, diede anche alcune letture universitarie pubbliche relative a geografia e astrologia (allora considerata una scienza a tutti gli effetti) ma queste iniziative furono, per lui, fonte di nuovi guai: certe sue osservazioni irriverenti su alcuni luminari della medicina del tempo gli attirarono l’ira del mondo accademico e il giovane medico si trovò accusato di divinazione (un’accusa che a Parigi poteva costare il rogo) e costretto, ancora una volta, a trasferirsi.
La nuova meta dei suoi pellegrinaggi fu Charlieu, nei pressi di Lione, e per un anno circa svolse in quel paese l’attività professionale medica. Un’aggressione notturna mentre andava a visitare un paziente, aggressione probabilmente organizzata da alcuni suoi colleghi invidiosi del notevole successo che stava ottenendo, lo indusse, nel 1540, ad accettare l’invito dell’arcivescovo di Vienne, che aveva conosciuto a Parigi, a diventare il suo medico personale, alloggiando nel suo stesso palazzo: da quel momento in poi iniziò il più lungo periodo (circa dieci anni) di quiete della sua vita avventurosa e travagliata, durante il quale acquistò fama e fortuna come medico e, al tempo stesso, poté proseguire i suoi studi, producendo, tra l’altro, una nuova edizione di Tolomeo (notevolmente “ ammorbidita” rispetto alla precedente) e una edizione, completa di prefazione e note, della recente Bibbia in latino curata dal monaco domenicano Sante Pagnino.
È proprio questa edizione biblica uno dei suoi lavori più stupefacenti: nella sua elaborazione, infatti, Serveto stabilì alcuni principi filologici completamente nuovi (ad esempio sfatando scientificamente il mito che Salmi e Profeti avessero profetizzato l’avvento di Cristo), in anticipo di 250 anni rispetto alla moderna filologia biblica. Naturalmente tali principi vennero poi utilizzati contro di lui sia dai cattolici (che misero la sua edizione all’Indice) che come elementi “eretici” e di offesa a Dio nel processo intentato contro di lui da Calvino, ma, per ora, nessuno osò attaccare questo protetto del vescovo di Vienne.
Resta il fatto che, con ogni probabilità, fu proprio questo nuovo studio della Bibbia a far rivivere in lui il suo antico interesse per la teologia, che ora, nella tranquillità di Vienne, poteva coltivare a fondo. Ciò che sentiva come potente necessità era spiegare ai Cristiani che il vero Cristianesimo era, in realtà, molto più semplice di quanto apparisse e, in particolare, si era convinto che, riuscendo a convincere Calvino, ormai affermato riformatore a Ginevra, delle sue teorie, avrebbe potuto aprire una fase nuova per l’intera Chiesa.
Così, tramite un certo Frellon, un editore di Lione per il quale Serveto aveva curato un’ opera letteraria e che conosceva bene Calvino, il medico aragonese riuscì ad aprire una corrispondenza con il leader riformato, iniziando a inviargli missive in cui lo interrogava su Gesù come Figlio di Dio, sul Regno di Cristo, sulla salvezza, sul battesimo e su molti altri argomenti.
La corrispondenza, iniziata su un piano di estrema cortesia, presto purtroppo degenerò in un abuso grossolano di invettive: Serveto era intenzionato a dimostrare a Calvino i suoi errori e le sue credenze non scritturali e Calvino, dal canto suo, ormai praticamente dittatore di Ginevra, poco aduso a un tono didascalico e poco rispettoso utilizzato nei suoi confronti, non aveva alcuna intenzione di farsi dare lezioni da uno sconosciuto, cosicché, dopo poche missive, accusò il suo interlocutore di mancanza di umiltà e pose fine allo scambio epistolare, inviando come atto finale una copia dei suo “Istitutuzioni della Religione Cristiana” perché l’aragonese “imparasse che cosa era la vera fede cristiana”. Serveto, che, come visto, non era certo tipo da permettere a qualcuno di avere l’ultima parola, non fece altro che rimandare il testo al mittente con una serie impressionante di note scritte a margine, che Calvino, come era prevedibile, trovò altamente offensive.
Nei due anni seguenti Serveto continuò a scrivere a Calvino con toni sempre più duri: nelle trenta missive successive arrivò ad accusarlo come reprobo, bestemmiatore, Ebreo, ladro e brigante, ricevendo in risposta una sola nota in cui il riformatore ginevrino paragonava le lettere che gli pervenivano a un “raglio d’asino”. Nonostante ciò Serveto era sempre convinto di poter convincere Calvino e, in quest’ottica, gli inviò il manoscritto di un testo che aveva appena terminato e in cui ridisegnava, sistematizzandolo, l’intero sistema di pensiero teologico che aveva fino a quel momento asserito. Calvino lesse il manoscritto ma si rifiutò di rispondere e ignorò le ripetute richieste di Serveto che chiedeva la restituzione del testo. Quando, infine, sempre nella speranza di convertire il suo interlocutore, Serveto di offrì di andare a Ginevra per discutere faccia a faccia con lui, Calvino non solo si rifiutò di fornire allo spagnolo un salvacondotto, ma arrivò a scrivere all’amico Farel, pastore di Neuchâtel, chiedendogli, nel caso Serveto fosse capitato nella sua area d’influenza, di non permettergli di fuggire vivo.
Avendo fallito con Calvino, Serveto, sempre sotto lo pseudonimo di Michel de Villeneuve, tentò di convincere, senza successo, altre guide spirituali della Riforma, in particolare Poupin, parroco a Ginevra, e Viret, parroco a Losanna, della mostruosità di scambiare Dio con un “Cerbero a tre teste” ma, visti gli esiti sempre negativi dei suoi approcci, decise, forse avventatamente, di pubblicare l’esito delle sue riflessioni perché tutti potessero conoscerlo e, forse, anche perché si era convinto, dalle sue letture scritturali, che il regno dell’Anticristo (il papato) sarebbe finito nel 1585 e riteneva di essere stato prescelto come agente per tale cambiamento epocale.
Così, riprendendo il manoscritto inviato a Calvino, a inizio 1553 lo consegnò a un amico tipografo di Basilea, il quale in un primo momento non osò stamparlo per paura delle conseguenze con l’Inquisizione ma che, dopo molte insistenze e dietro il pagamento di una forte cifra, finì per produrne un certo numero di copie (circa un migliaio). Il testo, che venne intitolato “Christianismi Restitutio” (“Restauro del Cristianesimo”), era un volume di circa 700 pagine, in cui si rielaboravano le teorie del “De Trinitatis” e dei “Dialoghi” (con l’aggiunta delle trenta lettere a Calvino) con toni ancora più accesi e in cui si dimostrava l’assurdità delle pretese trinitarie utilizzando ogni metodo possibile, dalla logica alla storia alla filologia bibilica. Naturalmente i volumi vennero stampati in gran segreto in una casa abbandonata di Vienne, senza alcuna indicazione di luogo, data, stampatore o l’autore ma Serveto non seppe resistere alla tentazione di scrivere le sue iniziali sull’ultima pagina e di inserire il suo nome in diversi punti del testo.
Forse anche questa imprudenza avrebbe potuto avere conseguenze di non particolare gravità se non fosse accaduto che uno stock di 500 volumi venisse inviato a Lione in vista della vendita nelle grandi fiere librarie di quella città e di Francoforte e che l’editore Frellon, che abbiamo già incontrato come tramite tra Serveto e Calvino, probabilmente senza prevedere le conseguenze del suo atto, mandasse una copia del testo a quest’ultimo.
Calvino non ci mise molto a unire le tessere del puzzle e a riconoscere in Michel de Villeneuve l’“eretico” Miguel Servet e mai e poi mai avrebbe potuto permettere che le “bestemmie” contenute nel “Restitutio” si diffondessero in Europa: decise, dunque, di servirsi della sua peggior nemica, l’Inquisizione cattolica, per mettere la parola fine all’annosa vicenda che lo legava al medico spagnolo. In quest’ottica si servì di un suo amico, un certo Guillaume Trie, rifugiato protestante di Lione che era ancora in corrispondenza con un parente cattolica: a lui Calvino raccontò quello che sapeva di questo nuovo libro e del suo autore e caldeggiò l’idea che, tramite la suddetta parente francese, il terribile bestemmiatore della trinità Michele Serveto, alias Villeneuve, che viveva a Vienne come medico, venisse denunciato all’Arcivescovo di Lione come eretico.
La lettera di Trie giunse ben presto nelle mani dell’Inquisitore, accompagnata dalle prime quattro pagine della “Restitutio” inviate a riprova delle scandalose idee propagandate dall’“eretico” aragonese. Serveto venne convocato dalle autorità e interrogato, il suo alloggio venne perquisito e tutti i suoi stampati accuratamente riletti ma non si riuscì a trovare alcuna prova contro l’accusato, che venne rilasciato. Allora, Calvino consegnò a Trie una serie di lettere inviategli da Serveto e la famosa copia delle “Institutio” annotata a margine e queste, fatte pervenire ai giudici lionesi, risultarono prove sufficienti per l’arresto del sedicente Michel de Villeneuve, ora riconosciuto come l’eretico Serveto.
Serveto, ormai messo all’angolo e impossibilitato a negare gli addebiti che gli venivano mossi, tentò una mossa disperata: incaricò dal carcere un servitore di raccogliere una forte somma di denaro che utilizzò per corrompere influenti amici che gli permisero di fuggire. Quando l’evasione venne scoperta, il medico spagnolo era già ben oltre la portata dei suoi accusatori e il processo civile contro di lui continuò in sua assenza per oltre dieci settimane fino alla scoperta delle 500 copie lionesi della “Restitutio” e fino alla condanna per il reo a essere bruciato a fuoco lento con i suoi scritti (sentenza che venne eseguita “in effige” il giorno seguente alla pronuncia del tribunale): qualche mese dopo lo stesso verdetto venne emesso anche dal tribunale ecclesiastico (e si ripeté la stessa macabra sceneggiata del rogo in effige) ma ormai Serveto era già salito, a Ginevra, su un rogo vero.
A questo punto si poneva per il fuggiasco il dubbio su dove andare: in Francia era un latitante, un ritorno sulle rive del Reno era assolutamente da escludere per il rischio di essere riconosciuto e consegnato alle autorità riformate e non era neppure pensabile tentare di rientrare nella natia Spagna dove il furore inquisitoriale aveva toccato punte di fanatismo mai viste in precedenza. L’unica possibilità era quella di raggiungere Napoli, dove avrebbe potuto esercitare la professione medica tra connazionali, ma il problema era come arrivare nella città Italiana: dopo quattro mesi di fuga, dunque, Miguel si risolse ad attraversare la Svizzera e il nord Italia per raggiungere la sua meta, ma proprio questo percorso si sarebbe rivelato esiziale per lui.
Fu così che Serveto, diretto verso sud, finì per ritrovarsi presso una locanda di Ginevra una domenica mattina: la legge imponeva a tutti di recarsi alla funzione e, nonostante desiderasse tenersi il più possibile nascosto, né il latitante spagnolo poteva esimersi dall’obbligo né, probabilmente, lo desiderava, curioso com’era di sentire predicare Calvino. Naturalmente venne riconosciuto e tratto in arresto ancora prima dell’inizio del sermone.
Come sappiamo, Calvino già da tempo riteneva che Serveto dovesse essere messo a morte come bestemmiatore ed eretico ed è molto probabile che sospettasse che la presenza dell’aragonese fosse dovuta alla sua volontà di diffondere le sue idee (che avevano già avuto una discreta risonanza nelle città del nord Italia) e, così facendo, mettere, secondo lui, in pericolo l’intera Riforma: per il dittatore ginevrino divenne, quindi, una sorta di dovere morale liberare il mondo da quella che riteneva essere una piaga infetta e chiese che l’“eretico” venisse immediatamente arrestato.
Dal momento che la legge cittadina richiedeva che l’accusatore venisse trattenuto insieme all’accusato fino al momento della formalizzazione delle accuse, Calvino inviò al suo posto uno studente di nome Nicolas de la Fontaine, che viveva in casa sua come suo segretario e che, da quel momento, funse da accusatore principale nel procedimento che seguì e che si basò su 38 capi d’imputazione, quasi tutti tratti dalla “Restitutio” (con qualche accenno anche alla menzionata redazione della “Geografia” di Tolomeo), che andavano dalla negazione della trinità alla bestemmia contro la persona di Cristo, dal rifiuto dell’immortalità dell’anima e del pedobattesimo alla diffamazione di Calvino.
Serveto, interrogato il giorno seguente, non smentì gran parte delle accuse (aggiungendo, però, che, qualora gli fosse dimostrato il suo errore era disposto alla ritrattazione) e venne rinviato a giudizio: come pubblico ministero venne scelto un consulente legale del Concistoro, mentre la difesa venne assunta da un avversario politico di Calvino, un membro di quel “Partito dei Libertini” che da tempo metteva in discussione il potere del duro riformatore al governo di Ginevra, che, da subito, minacciò che, se il processo non fosse stato equo, avrebbe reso il “caso Serveto” una questione politica dirompente.
La disamina delle prove richiese qualche tempo ma, sostanzialmente, non aggiunse nuove prove a carico e quando de la Fontaine chiese di essere liberato dalla prigione in cui risiedeva in qualità di accusatore, il caso venne avocato dal Procuratore generale di Ginevra e Calvino, pur continuando a tuonare contro l’eretico dal pulpito, si pose sempre più in una posizione defilata dal punto di vista giuridico. Il passo successivo fu quello di chiedere alle autorità di Vienne per inviare una copia degli elementi che avevano contro Serveto e di sottoporre il caso davanti alla altre Chiese riformate della Svizzera tedesca.
Serveto, dal canto suo, fece istanza formale di scarcerazione, adducendo a motivazione il fatto che non era consuetudine apostolica né dei primi imperatori cristiani infliggere agli eretici la pena capitale, ma solo la scomunica e il bando e che, di fatto, egli non aveva commesso alcun reato né nel territorio ginevrino né altrove, risultando le sue proposizioni solo discussioni accademiche che non avevano mai provocato turbative dell’ordine pubblico.
Questa linea di difesa contrastava apertamente con l’accusa che tendeva a dimostrare come l’aragonese avesse tentato di diffondere capillarmente le sue eresie, già condannate da tempo,diffondendo così una mentalità immorale e conducendo egli stesso una vita criminale. Inizialmente i magistrati, dopo lunghi interrogatori dell’imputato, parvero propendere per lui ma l’intervento del Procuratore Generale che, chiaramente spinto da Calvino, accusò Serveto di voler provocare sommosse in città, di aver mentito e di essere così chiaramente colpevole da non necessitare neppure di una difesa, mantenne il processo in una situazione di stallo.
La questione si sbloccò allorché giunse da Vienne l’incartamento con la sentenza definitiva di condanna di Serveto e la richiesta di estradizione del reo sulla base dell’accusa di evasione e per i reati commessi in territorio francese. Come previsto dalla legislazione ginevrina venne, conseguentemente, chiesto al prigioniero se desiderasse essere giudicato a Ginevra o in Francia: Serveto, in lacrime, pregò di non essere inviato a morte certa a Vienne e questo fece il gioco di Calvino che poteva, in questo modo, dimostrare che i Protestanti non erano meno zelanti dei Cattolici nel preservare la purezza della fede cristiana. La richiesta dei magistrati francesi venne, dunque, ricusata e si continuò a procedere nella disamina dei capi d’accusa.
Il problema era che una discussione sugli insegnamenti eretici del Serveto avrebbe richiesto, se portata in tribunale, troppo tempo e avrebbe esulato dal campo di competenza dei giudici: si decise, allora, di fornire a Serveto i libri atti alla sua difesa e che l’imputato e Calvino avrebbero discusso per iscritto i punti controversi, lasciando alle Chiese Svizzere il compito di decidere sulla ortodossia o meno delle argomentazioni. La discussione scritta durò quattro giorni: Calvino, dapprima, elaborò 38 punti (paralleli ai 38 capi d’accusa) sulla base di estratti dai libri di Serveto, definendo tali scritti come “parzialmente empi e bestemmiatori, pieni di, errori in parte profani e folle e tutti completamente estranei alla Parola di Dio e alla fede ortodossa”; Serveto rispose spiegando e giustificando le sue posizioni; Calvino scrisse in confutazione e Serveto finì semplicemente aggiungendo brevi note a matita a margine del manoscritto di Calvino.
La discussione, iniziata su un piano abbastanza dignitoso, degenerò ben presto a causa di un gravissimo errore di valutazione di Serveto che, ritenendo di aver già vinto la disputa, si abbandonò a violente invettive contro il suo avversario (che, al contrario, mantenne sempre un tono equilibrato), arrecando molto danno alla sua causa. I documenti vennero sottoposti al Consiglio e poi debitamente trasmessi alle Chiese e ai Consigli di Zurigo, Berna, Basilea e Sciaffusa, mentre Calvino anticipava questo passaggio scrivendo a numerosi pastori per spingerli a condannare Serveto.
Dopo quattro settimane si cominciarono a ricevere le prime risposte e, nel frattempo, Serveto, che era ancora rinchiuso in carcere, rivolse al Consiglio un indignato appello per la sua liberazione, sostenendo di essere trattenuto ingiustamente, mangiato dai vermi e senza vestiti di ricambio. Quando il Consiglio ignorò la sua perorazione, si rivolse al Consiglio Grande (o “Consiglio dei Duecento”) e arrivò addirittura a richiedere l’incarcerazione di Calvino come falso accusatore, sulla base di sei capi d’accusa: naturalmente anche questa richiesta venne totalmente ignorata.
Le risposte giunte dalle varie Chiese variavano per lunghezza e tono ma, avendo tutti i Consigli incaricato i loro pastori di esprimersi, tutte concordavano che Serveto dovesse essere condannato, non solo per le “nefandezze teologiche” cha aveva espresso ma anche e soprattutto perché le Chiese Riformate non potessero venire accusate di dar rifugio a un eretico.
A questo punto la sorte di Serveto era segnata: due giorni dopo venne condannato a essere condotto nel sobborgo di Champel e ivi essere bruciato vivo insieme con i suoi libri, secondo l’antica pratica imperiale che Calvino aveva lasciato invariata. Quando la sentenza fu pronunciata, Serveto, che si aspettava l’assoluzione o nel peggiore dei casi una condanna al bando, proruppe in un pianto a dirotto ma presto si ricompose e riprese un comportamento di grande dignità, scusandosi per il suo sfogo.
Farel, il ministro di Neuchatel, che era giunto quella stessa mattina su invito di Calvino (che, forse, voleva tentare di salvare “capra e cavoli” ottenendo, tramite le capacità oratorie dell’amico, un’abiura che avrebbe evitato a Serveto il rogo) ebbe un lungo colloquio con il medico aragonese chiedendogli di rinunciare ai suoi errori e così salvarsi la vita ma Serveto rimase fedele alle sue convinzioni, implorando solo, inutilmente, che gli venisse imposta un’altra forma di morte perché temeva che il dolore del rogo potesse indurlo a ritrattare.
Fu Farel ad accompagnarlo, il 27 ottobre 1553, al luogo dell’esecuzione dove si era radunata una grande folle. Qui fu incatenato a un palo, con una copia della “Restitutio” legata a una gamba e un corona di foglie imbevute di zolfo sulla testa e, quando il fuoco venne appiccato, le sue ultime parole furono “Gesù, figlio del Dio eterno, abbi pietà di me”. Gli ci volle oltre mezz’ora per morire.
Anche durante il processo numerose voci si erano sollevate a favore di Serveto, non ultime quelle del giurista italiano Gribaldo, esule a Ginevra, di David Joris che scrisse da Basilea ai governi delle città protestanti della Svizzera esortandoli a evitare di macchiarsi di un delitto come l’omicidio di un teologo, di Camillo Renato, pensatore italiano, che protestò contro la condanna dicendo: “Né Dio né il suo spirito hanno incoraggiato un’azione del genere.
Cristo non trattava in questo modo coloro che non lo riconoscevano” e dell’umanista francese Sébastien Castellion che scrisse: “Uccidere un uomo non significa difendere una dottrina, significa solo uccidere un uomo”, ma purtroppo i principali riformatori (Melantone, Beza, ecc.), senza eccezione, approvarono incondizionatamente l’esecuzione.
Cosa possiamo dire oggi del rogo di Serveto? Nel giudicare tutta questa vicenda si deve fare attenzione a non essere ingiusti verso Calvino, che, in realtà, non si comportò in modo troppo diverso da quello intollerante di tutti i capi religiosi e di governo della sua epoca, confondendo libero pensiero e opinioni divergenti dalla propria come attacchi letali alla religione cristiana. Certamente Serveto era un uomo ostinato, per certi versi fanatico, offensivo ed esasperante al massimo grado, che mescolava idee brillanti e incredibilmente avanzate con elementi che rasentavano la superstizione.
Era, però, soprattutto, un sincero cristiano, incrollabilmente fedele alla Bibbia fino alla morte. Probabilmente ciò che dell’intera vicenda conta di più è l’effetto a lungo termine dell’esecuzione di Serveto. Come scrisse Marian Hillar: “La morte di Serveto segnò una svolta nell’ideologia e nella mentalità invalse a partire dal IV secolo [...] Da un punto di vista storico, Serveto morì affinché la libertà di coscienza potesse diventare un diritto civile del singolo individuo nella società odierna”.
Nel 1908 nella città francese di Annemasse, a circa cinque chilometri dal luogo in cui morì Serveto, fu eretto un monumento in suo onore. Un’iscrizione dice: “Michele Serveto [...] geografo, medico, fisiologo, contribuì al bene dell’umanità con le sue scoperte scientifiche, la sua dedizione ai malati e ai poveri, e la sua indomita indipendenza di pensiero e coscienza [...] Era un uomo dalle convinzioni granitiche. Sacrificò la propria vita per la causa della verità”.

martedì 15 marzo 2022

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 15 marzo.
Il 15 marzo 1545 ha luogo la prima riunione del "Concilio di Trento".
Il Concilio di Trento è stato un evento fondamentale nella storia della Chiesa Cattolica e del Cristianesimo in genere. Affermando i principi della dottrina cattolica in risposta al dilagare della Riforma Protestante e riformando a sua volta la Chiesa di Roma, confermò l'argine formatosi dopo il Rinascimento e con l'inizio della Età Moderna, tra l'Europa cattolica e l'Europa luterna e calvinista, Europa medievale e Umanesimo, Evo medio ed Evo moderno. La sua portata storica è stata immane, se da una parte si confermavano i principi cardine del dogma cattolico, che diventavano più rigidi, dall'altra si prendeva atto della crisi profonda del Cattolicesimo.
Il fallimento nel 1541 degli storici colloqui tra cattolici e protestanti a Ratisbona (nella Baviera tedesca) segnò un ulteriore passo verso l'esigenza di ristabilire i canoni dogmatici della chiesa pontificia e della fede cattolica in generale. Trento fu presto scelta come città ideale per ospitare le riunioni del clero pontificio: l'antica arcidiocesi della città di San Vigilio possedeva una lunga tradizione religiosa e temporale, rappresentata dal governo dei principi-vescovi della libera contea del Sacro Romano Impero. Nel complesso, la particolare posizione geografica della città, tra Italia e Germania, il suo status politico, i favori riscontrati tra i regnanti cattolici di mezza Europa (tra cui lo stesso Carlo V) e la sua anima fortificata, fecero di Trento "sito commodo, libero e a tutte le Nationi opportuno", come si legge nella bolla di convocazione al Concilio da parte del papa Paolo III il 22 maggio 1542.
Le prime riuioni del concilio, le cosiddette "sessioni" si svolsero negli edifici signorili e nelle chiese della città: Palazzo Thun, Cattedrale di San Vigilio e Basilica di Santa Maria Maggiore. Il periodo di attività viene infatti  in genere suddiviso in tre fasi: la prima appartiene al pontificato di Paolo III, va dal 1545 al 1549 e vide la partecipazione di undici nazioni europee. Si racconta che all'apertura dei lavori le strade di Trento furono invase da una lunga processione di cardinali, vescovi, arcivescovi, teologi, giuristi, oratori e nobili. In questa prima fase vennero discussi e approvati vari regolamenti e provvedimenti di natura dogmatica e disciplinare, ispirati ai canoni propri delle Sacre Scritture e alla cosiddetta Bibbia Vulgata, tradotta dalle versioni greca e bizantina, che divenne l'unica versione autorizzata dalla chiesa (in seguito chiamata anche Vulgata Clementina, da papa Clemente VIII, soppiantata solo nel 1979 dalla Bibbia Nova Vulgata. Le sessioni della prima fase furono improvvisamente interrotte nel 1547 per l'avanzare di una epidemia di tifo nel territorio e per questo trasferite a Bologna.
La seconda fase del Concilio di Trento prese corpo tra il 1551 e il 1552, sotto la guida pontificia di Giulio III, che decise di riaprire i lavori dopo i contrasti sorti tra il precedente papa, Paolo III e l'imperatore Carlo V. Nell'anno vennero emanati decreti relativi all'importanza dei Sacramenti dell'Eucarestia, della Penitenza e dell'Estrema Unzione. La seconda fase venne sospesa per via della guerra tra le truppe di Carlo V e i Principi elettori protestanti (elettori in quanto candidati al trono imperiale). Carlo V (1500-1558) è considerato l'ultimo grande imperatore del medioevo, il protettore della cristianità, come egli stesso amava autodefinirsi. I ricordi delle sue precedenti vittorie sui protestanti nel 1547, in Sassonia, erano ormai lontani e le precedenti vittorie si dimostrarono del tutto effimere (il riferimento è al trionfo nei confronti delle truppe luterane, riunite nella Lega di Smalcalda, che vedeva la partecipazione di città come Augusta, Strasburgo, Lubecca e Ulm). Il vero perno nella questione religiosa dell'imperatore fu tuttavia la continua rivalità personale con la Francia, e con Francesco I, così che l'improvviso tradimento dell'elettore Maurizio di Sassonia, alleato con il successore al trono francese, re Enrico II, portò un duro contraccolpo all'onore personale dell'imperatore.
Quando la terza e ultima fase del Concilio di Trento iniziò, nel 1562, sotto il pontificato di Pio IV, ogni speranza di conciliare i protestanti si affievolì sempre più, soprattutto in vista del potere che andava formandosi nelle mani dei gesuiti. Era infatti nota la fama del nuovo ordine nell'individuazione dei sospettati di eresia durante il periodo dell'Inquisizione, contro tutti i sostenitori di teorie contrarie all'ortodossia cattolica. La storia ha conosciuto vari tipi di Inquisizione, oltre alle famose Inquisizione medievale e Inquisizione Spagnola, allo scopo di combattere più efficacemente la Riforma protestante, il 21 luglio 1542 Paolo III emanò la cosiddetta bolla Licet ab initio, con la quale si costituiva l'Inquisizione Romana (di cui furono vittime, come è noto, Giordano Bruno e Galileo Galilei). Nei documenti De riformatione la chiesa cattolica condannava la simonia (compravendita di cariche ecclesiastiche in cambio dell'assoluzione di peccati e indulgenze), ribadiva l'inammissibilità del matrimonio dei sacerdoti e confemava i principi fondamentali del cristianesimo (come la presenza "reale" di Cristo nell'eucarestia, il culto dei santi, la superiorità dell'autorità del pontefice e così via).
In sintesi, al termine dei lavori, nel 1563, il Concilio di Trento poté non solo confermare l'insanabile frattura sul piano dogmatico della religione cattolica con le correnti protestanti, ma anche riorganizzare la vita del clero, per esempio con la formazione culturale dei sacerdoti ai seminari diocesani. D'altronde, la palese corruzione nell'amministrazione della Chiesa fu una delle cause del dilagare della Riforma Protestante. Si noti infine come i decreti istituiti nella sessione finale del Concilio, in risposta anche alla massiccia campagna dell'Iconoclastia Protestante, abbiano di suo voluto reprimere alcune espressioni dell'arte sacra, effettuando una sorta di censura sulle opere considerate contrarie alla dottrina cattolica (le disinvolture del Manierismo per esempio vennero condannate senza appello). Gli stessi dipinti di Michelangelo nella Cappella Sistina di Roma, per esempio, furono affetti dal clima inquisitorio del periodo post-concilio: in un documento conciliare del 21 gennaio 1564 si decreta che "le pitture nella cappella apostolica vengano coperte, nelle altre chiese vengano invece distrutte qualora mostrino qualcosa di osceno". Incidendo pesantemente nello sviluppo delle arti, questa forma di "inquisizione artistica" diede vita nel frattempo alla cosiddetta Arte della Controriforma, i cui maggiori rappresentanti furono artisti come Jacopo Barozzi (è nota la sua Chiesa del Gesù a Roma, chiesa madre dei gesuiti) e Federico Barocci, uno dei precursori dell'arte barocca in Italia.

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