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sabato 5 luglio 2025

#AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi


 Buongiorno, oggi è il 5 luglio.

Il 5 luglio 1947 Ennio Flaiano vince il premio Strega con il romanzo "Tempo di uccidere".

Scrittore, sceneggiatore e giornalista, Ennio Flaiano nasce a Pescara il 5 marzo 1910.

Giornalista specializzato in apprezzati elzeviri (articoli di approfondimento solitamente non legati alla cronaca), Flaiano è ricordato anche come brillante umorista, critico teatrale e cinematografico.

La sua infanzia è caratterizzata da continui spostamenti che lo vedono trasferirsi tra scuole e collegi di Pescara, Camerino, Senigallia, Fermo e Chieti. Giunge a Roma a cavallo tra il 1921 e il 1922: nella capitale termina gli studi e si iscrive alla facoltà di architettura. Non porterà a termine tuttavia il corso universitario.

All'inizio degli anni '30 Flaiano conosce Mario Pannunzio, così come altre grandi firme del giornalismo italiano: inizia così a collaborare per le riviste "Oggi", "Il Mondo" e "Quadrivio".

Si unisce in matrimonio nel 1940 con Rosetta Rota, sorella del musicista Nino Rota. Due anni più tardi nasce la figlia Lelè, che dopo solo pochi mesi inizia a manifestare i primi segni di una gravissima forma di encefalopatia. La malattia comprometterà tragicamente la vita della figlia, la quale morirà nel 1992, a 40 anni: splendide pagine di Flaiano che raccontano di questa drammatica vicenda, si possono trovare nel suo lavoro "La Valigia delle Indie".

Nel 1943 inizia a lavorare per il cinema assieme a registi del calibro di Federico Fellini, Alessandro Blasetti, Mario Monicelli, Michelangelo Antonioni e altri. Il rapporto di Flaiano con il mondo del cinema sarà sempre un rapporto di amore-odio. Tra i numerosi film cui partecipa sono da ricordare "Roma città libera" (1948), "Guardie e ladri" (1951), "La romana" (1954), "Peccato che sia una canaglia" (1955), "La notte" (1961), "Fantasmi a Roma" (1961), "La decima vittima" (1965), "La cagna" (1972). Con Federico Fellini collabora alla sceneggiatura dei film "I vitelloni" (1953), "La strada" (1954), "Le notti di Cabiria" (1957), "La dolce vita" (1960) e "8 e mezzo" (1963).

Scrive e pubblica "Tempo di uccidere" nel 1947; questo suo appassionato romanzo sulla sua esperienza in Etiopia gli fa ottenere il primo Premio Strega. Da qui e per i successivi 25 anni Ennio Flaiano scriverà alcune tra le più belle sceneggiature del cinema del dopoguerra.

Il nome di Flaiano si lega a doppio filo alla città di Roma, amata ma anche odiata. Lo scrittore è di fatto un testimone delle evoluzioni e degli stravolgimenti urbanistici, dei vizi e delle virtù dei cittadini romani; Flaiano saprà vivere la Capitale in tutti i suoi aspetti, tra i suoi cantieri, i locali della "Dolce Vita" e le trafficate strade.

La sua produzione narrativa è percorsa da un'originale vena satirica ed un vivo senso del grottesco, elementi attraverso cui stigmatizza gli aspetti paradossali della realtà contemporanea. Acre, diretto e tragico, il suo stile è soprattutto quello di un ironico moralista. A lui si deve l'introduzione nella lingua italiana del detto "saltare sul carro del vincitore".

Dopo essere stato colpito nel 1971 da un primo infarto, Ennio Flaiano inizia a rimettere ordine tra le sue carte: il suo intento è quello di pubblicare una raccolta organica di tutti quegli appunti sparsi che rappresentano la sua instancabile vena creativa. Gran parte di questa catalogazione sarà pubblicata postuma.

Dal 1972 pubblica sul Corriere della Sera alcuni brani autobiografici. Il 20 novembre dello stesso anno si trova in clinica per alcuni semplici accertamenti, quando viene colpito da un secondo infarto che stronca la sua vita.

Dopo la morte della moglie Rosetta, spentasi alla fine del 2003, le salme della famiglia vengono riunite nel cimitero di Maccarese, vicino Roma.

Ad Ennio Flaiano sono stati dedicati un monumento all'ingresso del centro storico di Pescara, e un premio alla sua memoria: il più importante concorso (che dal 1974 si svolge a Pescara) per soggettisti e sceneggiatori del cinema.

venerdì 11 ottobre 2024

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è l'11 ottobre.
L'11 ottobre 2005 muore il regista Sergio Citti.
Cresciuto insieme al fratello Franco, che più tardi diventerà uno degli attori-feticcio di Pasolini, nelle difficili condizioni economiche e sociali della borgata romana, Sergio Citti incontra lo scrittore romano negli anni ’50, diventando ben presto il suo consulente per le parti in dialetto romano del romanzo “Ragazzi di vita”.
Pasolini rimane colpito dalla vivace intelligenza di Citti e consiglia al suo collega Mauro Bolognini di assumerlo come co-sceneggiatore per i dialoghi del film “La notte brava” (1959), che ne costituisce l’esordio professionale al cinema. All’inizio degli anni Sessanta, Sergio Citti comincia a collaborare come sceneggiatore ai film di ambientazione romana di Pasolini, “Accattone” (1961) e “Mamma Roma” (1962).
Pasolini lo promuove ben presto ad aiuto regista per l’episodio di “Rogopag” (1962) “La ricotta”, per “Uccellacci e uccellini”, interpretato da Totò e Ninetto Davoli, e per gli episodi “La Terra vista dalla Luna” (1966) e “Che cosa sono le nuvole” (1967).
All’inizio degli anni Settanta, sempre con l’aiuto dell’amico Pier Paolo, Citti si sente pronto a spiccare il salto nella regia girando “Ostia” (1970). Si tratta di una storia estrema, di follia e fratricidio, ambientata nel mondo ben conosciuto dei reietti delle borgate. Il film mostra subito la spiccata personalità dell’esordiente regista, che nel 1973 gira “Storie scellerate”, una sorta di Decamerone criminale, ambientato nell’Ottocento e raccontato da due condannati a morte.
Dopo aver collaborato con Pasolini come aiuto regista per il suo ultimo e tragico film, “Salò. Le 120 giornate di Sodoma” (1975), Citti torna a dirigere con “Casotto” (1977), una giornata di ordinario grottesco al mare, animata da un cast d’eccezione che include Paolo Stoppa, Gigi Proietti, Franco Citti, Michele Placido, Ugo Tognazzi, Jodie Foster e Mariangela Melato.
Nel 1979, realizza per la Rai il film “Il minestrone”, una curiosa e surreale divagazione sulla fame e sulla creatività interpretata, oltre che dai soliti Citti e Davoli, anche da Roberto Benigni e dal compianto Giorgio Gaber. Ancora per la TV pubblica realizza le dieci puntate di “Sogni e bisogni” (1985). Gli episodi, introdotti da Giulietta Masina nel ruolo del “Destino”, vedono la partecipazione di quasi tutti i più famosi comici dell’epoca, da Verdone a Montesano, da Villaggio a Pozzetto, fino a Francesco Nuti e Maurizio Nichetti.
Nel 1989 torna sul grande schermo con “Mortacci”, un’altra storia a episodi ambientata in uno stralunato cimitero. Nel cast corale anche Vittorio Gassman, Malcolm McDowell, Mariangela Melato e Sergio Rubini.
Nel 2000 è la volta di “Vipera”, su sceneggiatura di Vincenzo Cerami, con Harvey Keitel e Giancarlo Giannini. Il suo ultimo film è “Fratella e sorello” (2005), una commedia interpretata da Claudio Amendola.
Da tempo malato, Sergio Citti muore l’11 ottobre del 2005

venerdì 24 febbraio 2023

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 24 febbraio.
Il 24 febbraio 2003 muore Alberto Sordi.
L'Albertone nazionale, uno dei più popolari attori del cinema italiano, è nato a Roma il 15 giugno 1920, nel cuore di Trastevere, da Pietro Sordi direttore d'orchestra e concertista presso il teatro dell'opera di Roma, e Maria Righetti, insegnante. Nel corso della sua carriera ultra cinquantennale ha recitato in circa 150 film. La sua avventura artistica è cominciata con alcuni programmi radiofonici popolari e lavorando come doppiatore.
Sin dal 1936 affronta diversi campi dello spettacolo: fantasista, comparsa in alcuni film, imitatore da avanspettacolo, boy di rivista e appunto doppiatore. In quegli anni vince il concorso della MGM come doppiatore dell'allora sconosciuto "Ollio" americano, caratterizzandolo in modo inconfondibile con la sua originalissima voce e cadenza.
Nel 1942 è il protagonista de "I tre aquilotti", di Mario Mattoli e nel frattempo si afferma sempre più nel mondo della rivista di varietà, di gran lunga lo spettacolo teatrale più seguito dagli italiani anche negli anni drammatici e tristi della guerra. Nel 1943 è al "Quirino" di Roma con "Ritorna Za-Bum", scritto da Marcello Marchesi con la regia di Mattoli. L'anno dopo segue il debutto al "Quattro Fontane" con "Sai che ti dico?", sempre di Marchesi con regia di Mattoli. Successivamente prende parte alla rivista "Imputati...alziamoci!" di Michele Galdieri ed il suo nome appare per la prima volta in grande nei manifesti dello spettacolo.
Il suo debutto nel mondo della televisione risale al 1948, quando, presentato alla neonata Rai dalla scrittrice Alba de Cespedes, conduce un programma di cui è anche autore, "Vi parla Alberto Sordi". Con l'occasione incide anche per la Fonit alcune canzonette da lui scritte, tra cui "Nonnetta", "Il carcerato", "Il gatto" e "Il milionario".
Grazie a queste esperienze ha dato vita a personaggi come il signor Coso, Mario Pio ed il conte Claro (o i celebri "compagnucci della parrocchietta"), personaggi che sono la base primaria della sua grande popolarità e che gli permettono d'interpretare (grazie a De Sica e Zavattini) "Mamma mia, che impressione!" (1951) di Roberto Savarese.
Il 1951 è anche l'anno della grande occasione, del salto di qualità. Passa dalla dimensione delle riviste e dei film leggeri a caratterizzazioni più importanti, soprattutto considerando quelle a fianco di un grande maestro quale Fellini (e Fellini a quel tempo era già "Fellini"). Quest'ultimo, infatti, lo sceglie per la parte del divo dei fotoromanzi ne "Lo sceicco bianco", un gran successo di pubblico. Malgrado ciò, l'attenzione per il palcoscenico dal vivo non viene meno e continua i suoi spettacoli a fianco di mostri sacri come Wanda Osiris o Garinei e Giovannini (grandi autori di commedie).
Vista l'ottima prova offerta ne "Lo sceicco bianco", Fellini lo richiama per un altro film. Questa volta, però, al di là del prestigio del regista e del richiamo dell'ormai popolare comico, nessuno dei due può immaginarsi che la pellicola che stanno preparando li proietterà direttamente nella storia del cinema, quella con la "S" maiuscola. Nel '53 esce infatti "I vitelloni", un caposaldo del cinema di ogni tempo, acclamato da subito da critica e pubblico all'unisono. Qui l'attore inventa una caratterizzazione che diverrà protagonista di molti suoi film: un tipo petulante, malizioso ed ingenuo allo stesso tempo.
Sordi è ormai una star, un vero e proprio mattatore del box-office: solo nel '54 escono tredici film da lui interpretati, fra cui "Un americano a Roma" di Steno, nel quale reinterpreta Nando Moriconi, lo spaccone romano con il mito degli States (l'anno successivo, negli Stati Uniti, a Kansas City, riceverà le chiavi della città e la carica di Governatore onorario come "premio" per la propaganda favorevole all'America promossa dal suo personaggio). Sempre nel '54 vince il "Nastro d'argento" come miglior attore non protagonista per "I vitelloni".
Successivamente, Sordi darà vita ad una galleria di ritratti quasi tutti negativi, con l'intento di tratteggiare di volta in volta i difetti più tipici ed evidenti degli italiani, a volte sottolineati con fare benevolo altre volte invece sviluppati attraverso una satira feroce.
L'escalation di Sordi continua inarrestabile e avrà il suo apogeo negli anni Sessanta, il periodo d'oro della commedia all'italiana. Fra i riconoscimenti vanno segnalati il "Nastro d'argento" come miglior attore protagonista per "La grande guerra" di Monicelli, il "David di Donatello" per "I magliari" e "Tutti a casa" di Comencini (per cui riceve anche una "Grolla d'oro"), "Globo d'oro" negli Stati Uniti ed "Orso d'oro" a Berlino per "Il diavolo" di Polidoro, senza contare le innumerevoli e magistrali interpretazioni in tantissimi altri film che, nel bene o nel male, hanno segnato il cinema italiano. In un'ipotetica scorsa riassuntiva di tutto questo materiale, quello che ne uscirebbe sarebbe una galleria inesauribile di ritratti, indispensabile per avere un quadro realistico dell'Italia dell'epoca.
Nel '66 Sordi si cimenta anche come regista. Ne scaturisce il film "Fumo di Londra", che si aggiudica il "David di Donatello", mentre, due anni dopo, torna a farsi dirigere da altri due maestri della commedia come Zampa e Nanni Loy, rispettivamente nel grottesco "Il medico della mutua" (una satira che metteva all'indice il sistema sanitario nazionale e le sue tare), e nel "Detenuto in attesa di giudizio".
Ma Sordi è stato un grande e ha potuto esprimere il suo poliedrico talento anche nell'ambito del cinema drammatico. Una prova famosa per intensità è quella di "Un borghese piccolo piccolo", sempre di Monicelli, che gli valse l'ennesimo "David di Donatello" per l'interpretazione.
Ormai le situazioni e i personaggi rappresentati dall'attore sono talmente ampi e vari che egli può legittimamente affermare di aver contribuito fattivamente alla conoscenza storica dell'Italia.
"Storia di un italiano", videocassette che mescolano brani dei film di Sordi a filmati d'archivio (riproposizione di una serie che andava in onda nel '79 su Rai due), vengono distribuite nelle scuole italiane, come complemento dei libri di testo. Sordi, a proposito ha affermato che "Senza volermi sostituire ai manuali didattici, vorrei dare un contributo alla conoscenza della storia di questo Paese. Non foss'altro perché, in duecento film, con i miei personaggi ho raccontato tutti i momenti del Novecento".
Nel 1994 dirige, interpreta e sceneggia, insieme al fedele Sonego, "Nestore - L'ultima corsa". Grazie alla rilevanza delle tematiche affrontate il film è scelto dal Ministero della Pubblica Istruzione per promuovere nelle scuole una campagna di sensibilizzazione sulle problematiche degli anziani e del rispetto degli animali. L'anno successivo al Festival del Cinema di Venezia, dove viene presentato "Romanzo di un giovane povero" di Ettore Scola, riceve il "Leone d'oro" alla carriera.
Nel 1997 Los Angeles e San Francisco gli dedicano una rassegna di 24 film che riscuote un grandissimo successo di pubblico. Due anni dopo altro "David di Donatello" per "i sessant'anni di straordinaria" carriera. Il 15 giugno del 2000, in occasione dei suoi 80 anni, il sindaco di Roma, Francesco Rutelli, gli cede per un giorno lo "scettro" della città.
Altri significativi riconoscimenti gli sono stati assegnati anche da istituzioni accademiche, attraverso l'assegnazione di lauree "honoris causa" in Scienze della Comunicazione (rispettivamente dallo Iulm di Milano e dall'Università di Salerno). La motivazione della laurea milanese recita: "la laurea viene assegnata ad Alberto Sordi per la coerenza di un lavoro che non ha eguali e per l'eccezionale capacità di usare il cinema per comunicare e trasmettere l'ideale storia di valori e costumi dell'Italia moderna dall'inizio del Novecento a oggi".
Scompare all'età di 82 anni il 24 febbraio 2003 nella sua villa di Roma, dopo una grave malattia durata sei mesi.
La salma, sottoposta a imbalsamazione, venne traslata nella sala delle armi del Campidoglio, dove per due giorni ricevette l'omaggio ininterrotto di una folla immensa; il 27 febbraio si svolsero i funerali solenni nella Basilica di San Giovanni in Laterano davanti a circa 500.000 persone. Sordi riposa oggi nella sua tomba di famiglia, presso il cimitero monumentale del Verano. L'epitaffio sulla lapide recita: Sor Marchese, è l'ora, battuta ripresa da uno dei suoi film più famosi e riusciti, Il marchese del Grillo.

venerdì 18 novembre 2022

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi


Buongiorno, oggi è il 18 novembre.
Il 18 novembre 1959 a New York ha luogo l'anteprima mondiale del Kolossal "Ben Hur".
Il più famoso e pluripremiato film della storia del cinema e nello specifico genere dell'historical-movie. Ben-Hur si può definire un film d'immagine e d'attori, di spettacolarità e contenuto, trascinato da circa 500 caratteristi (ben 365 parlanti e 73 ufficialmente accreditati) e oltre 60.000 comparse. Le sequenze visive ad ampio raggio fanno la parte del leone e grazie al loro apporto questo capolavoro ha raggiunto i massimi vertici di popolarità.
Per Ben-Hur, si decise di dare una svolta epocale ad un genere sempre espresso in funzione della magniloquenza visiva. Quindi, unione d'intenti sia nelle immagini che nel contenuto. Per questo motivo furono scelti come interpreti perfettamente calzanti alla storia narrata. Charlton Heston, che sostituì il più affermato Burt Lancaster il quale aveva rifiutato la parte, Jack Hawkins il solo attore di successo presente nel cast, Stephen Boyd co-protagonista del film, ma sorpassato nei titoli del film da Hawkins per "motivi gerarchici" (obbligato tra l'altro a mettersi le lenti a contatto marrone, imposte da qualche consulente storico che sosteneva la tesi secondo la quale "i romani non potevano avere occhi celesti"), un sorprendente Hugh Griffith e nel ruolo femminile la sconosciuta attrice israeliana Haya Harareet con una decina di film in carriera. Willyam Wyler, favorevolmente impressionato dalla performace in I Dieci Comandamenti (1956, di Cecil B. DeMille), decise di affidare il ruolo di protagonista a Charlton Heston, già da lui diretto in un ruolo da non protagonista l'anno prima nel superwestern Il grande paese. Rifiutò Kirk Douglas, il quale, infuriato, pensò bene di controbattere questa produzione allestendo personalmente un altro kolossal 'romano', Spartacus, da lui stesso prodotto e interpretato.
Il film è strutturato su cinque sequenze memorabili: i forzati ai remi, la battaglia navale e, naturalmente, la famosissima corsa delle bighe o, meglio definite, quadrighe; oltre, le straordinarie scene del lebbrosario e della Via Crucis. Si vocifera che il regista William Wyler, ossessionato dalla sequenza della corsa (giovanissimo, fu aiuto regista di Fred Niblo nel Ben Hur del '25) decise di dirigere il film proprio per realizzare questa scena.
La sceneggiatura fu scritta da Karl Tumberg, inizialmente orribile e nell'insieme molto deprimente, al punto che Wyler chiese l'intervento di tre penne illustri, Chritopher Fry, Maxwell Anderson e, soprattutto, Gore Vidal, i quali, cestinando l'originale, riscrissero daccapo l'intera sceneggiatura. Tumberg rimase tra gli accrediti ma non vinse l'Oscar (Wyler gli fece una campagna negativa) e fu l'unico nelle complessive 12 nomination a non riceverlo.
Le riprese del film durarono circa un anno, monopolizzando interamente Cinecittà. La lavorazione andò avanti non senza travagli e momenti di panico totale, in particolare per la scena della corsa delle bighe. Dopo mesi di preparativi al Circo Massimo, nel cuore di Roma, quando l'installazione dell'impianto scenografico era ormai ultimata e tutto era pronto per essere filmato, arrivò il contrordine dalla sovraintendenza che bloccò le riprese. Si decise allora di trasferire il tutto al circo di Massenzio, con ulteriore perdita di tempo e soprattutto di denaro. Anche questo sito fu scartato e la location finalmente trovò luogo nella spianata di Tor di Valle, già strutturata e in fase di costruzione per l'ippodromo di trotto, poi inaugurato nel 1960, in concomitanza delle Olimpiadi di Roma. In questa situazione di caos indescrivibile trovò la morte il produttore Sam Zimbalist, stroncato da infarto probabilmente causato dallo stress emotivo portato dai continui accadimenti.
La corsa delle bighe è la sequenza più famosa della storia del cinema; 32 minuti senza interruzione, che per una scena d'azione costituisce un record. Occorsero tre mesi per completarla e all'inizio sorse un altro problema, occorrevano quattro purosangue totalmente bianchi e in Italia non esistevano. Dopo frenetiche ricerche, che fecero perdere altro tempo, i cavalli furono individuati in Cecoslovacchia e da qui fatti arrivare via treno.
Finalmente iniziarono le riprese. Wyler, molto esigente con i direttori della fotografia, pretese inquadrature da tutti i settori possibili dell'arena, comprese quelle dall'alto. Il regista voleva immagini dense di crudo realismo. Per la prima volta in un film s'incominciano a vedere effetti truculenti come sangue, braccia e gambe mozzate, scene fino allora considerate off-limits dalla ferrea censura americana in generale e dalla "pia" Metro Goldwyn Mayer in particolare.
La sequenza della caduta dalla biga di Charlton Heston, o meglio del suo stuntman Joe Canutt, è reale; frutto di un incidente che nel suo sviluppo dava un'impressione visiva notevole, tale che infine fu deciso di inserirla nel film.
La battaglia navale fu girata in interni nelle due piscine di Cinecittà, con appropriato uso di modellini in scala disegnati da Mauro Zambuto e orchestrati dal mago dei trucchi Arnold Gillespie. A questo proposito, bisogna tenere conto che il film è datato 1959, quando le tecniche di realizzazione per gli effetti speciali non erano all'avanguardia come oggi, dove la grafica computerizzata è divenuta l'elemento centrale nella concretizzazione di un film. Di notevole spessore visivo i forzati che remano incatenati alle galere a ritmo di tamburo.
La figura di Cristo (non si vede mai il volto) aleggia nella pellicola a ricordo che il soggetto di riferimento del film, pur nella drammaticità d'eventi e situazioni, è lui. Si è voluto dare, pur in una situazione tipicamente religiosa, un tono d'assoluta drammaticità ad una vicenda realista (il conflitto tra due amici d'infanzia ormai adulti) e adatta in qualsiasi tempo e circostanza. Entrambi sono alle prese, uno con l'idealismo patriottico ancorato rigidamente alle origini della sua terra invasa dai conquistatori e l'altro con sete di potere e tale bramosia, che pur di arrivare ai fini prestabiliti non bada a mezzi termini per raggiungerli. Su quest'aspetto ruota l'intera vicenda, l'amicizia, il dolore, la sublimazione della vendetta e infine la conversione, non intesa soltanto come viatico religioso ma soprattutto come rispetto della propria e altrui dignità in senso laico.
A tale proposito Gore Vidal ci ricamò sopra. Lo scrittore descrisse l'amicizia tra Ben Hur e Messala come un rapporto tra due gay; ed anche se nessuno si accorse di questa sottigliezza, ciò mandò su tutte le furie Wyler, al punto che il regista troncò di netto l'amicizia con lo sceneggiatore. Tra l'altro il solo Stephen Boyd era a conoscenza di questa variazione e sul set si comportò di conseguenza. Seguendo attentamente le fasi iniziali del film si può costatare, in alcune circostanze, lo sguardo di smarrimento di Charlton Heston a fronte della gestualità di Boyd.
La recitazione è sulle righe, con uno straordinario Heston, un già sopra citato Griffith, oltre ad un notevole numero di bravi caratteristi, tutti su libro-paga della MGM. Scenografia e costumi corrispondono in parte alla tradizione secolare della casa produttrice. In questo caso però è evidente una certa sobrietà della messa in scena. La ricostruzione dei set non è certo paragonabile ai precedenti film targati MGM dove, grazie all'apporto del re dell'art direction Cedric Gibbon ormai deceduto, il contorno era disegnato con novizia di particolari e amalgamato in una sorta di pomposa e magniloquente rappresentazione. Per curiosità, lo sfondo usato nei titoli di testa (Il giudizio universale) fu riutilizzato nel 1965 per Il tormento e l'estasi di Carol Reed, con Charlton Heston nel ruolo di Michelangelo.
Sommando i vari parametri di realizzazione è facile individuare il trionfo dell'estetico sul concreto, anche se la notevole fluidità del racconto crea un perfetto connubio tra "esteriorità" e "soggetto", raggiungendo una simbiosi così perfetta tale da poter dimostrare che l'uno non può fare a meno dell'altro; ed è un caso raro se non unico in un impianto narrativo colossale.
Presente nel cast anche Mario Soldati, che si occupò della corsa assieme al veterano degli stuntman Yakima Canutt e suo figlio Joe. Senza accrediti figurano attori italiani come Giuliano Gemma, Lando Buzzanca e Marina Berti. Le voci dei narratori appartengono a Walter Pidgeon per l'edizione originale e Gino Cervi per quell'italiana. Consulente per il technicolor non più il bravissimo Henri Jaffa, ma Charles K. Hagedon e la differenza si vede. In tempi recenti, il tecnico Patrizio Corrado ha rielaborato elettronicamente il colore delle immagini.
I capolavori assoluti nella storia del cinema sono difficilmente elencabili, per tantissimi motivi ma soprattutto per la diversità esistente tra un genere e un altro. Il kolossal (che non è un genere ma un'identificazione ben precisa di un tipico linguaggio cinematografico) da sempre è stato oggetto di recensioni molto negative da parte della critica e spesso a ragione. Questi film si sono da sempre prodotti badando poco ai contenuti e molto alla sostanza. Nella loro realizzazione, scenografia, costumi, arredamento, colonna sonora, trucco, effetti speciali e la partecipazione di decine di migliaia di comparse la facevano da padrone, relegando in secondo piano il soggetto e la sceneggiatura, vera essenza di un film. Addirittura, gli attori e in qualche caso persino i registi, potevano risultare elementi trascurabili; e questo da sempre, dai muti di Griffith e DeMille d'inizio secolo per arrivare ai Titanic e Il Gladiatore dei nostri giorni. Non sempre però è accaduto questo. Ci sono le eccezioni che confermano la regola e il Ben-Hur del 1959 n'è il classico esempio.

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